Archivio | febbraio 23, 2011

LIBIA – Al Arabiya: «10mila morti». Famiglia Gheddafi in fuga

Libia

Al Arabiya: «10mila morti»
Famiglia Gheddafi in fuga

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Ci sono almeno 10.000 morti e 50.000 feriti in Libia: lo scrive Al Arabiya su Twitter, citando un membro della Corte penale internazionale. A riferire l’agghiacciante bilancio è stato il componente libico della Cpi, Sayed al Shanuka, intervistato da Parigi. Il bilancio ufficiale fornito dal governo di Tripoli ieri era di 300 morti, mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini aveva detto stamani di ritenere verosimile la morte di «più di mille le persone innocenti».

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Aisha Gheddafi

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La famiglia Gheddafi in fuga
Mentre un altro regime del Nord Africa, quello libico, appare sgretolarsi, inizia la fuga dei familiari del leader, in quel copione già visto nelle scorse settimane che ha accompagnato la fine di Ben Ali e Hosni Mubarak. Ma, almeno per ora, i familiari di Muammar Gheddafi incontrano sulla propria strada solo porte chiuse. A Malta il caso più clamoroso: un aereo libico che cercava di atterrare senza autorizzazione ha perso il braccio di ferro con le autorità dell’isola – incentrato sulla penuria di carburante del velivolo – ed è stato costretto a tornare indietro. Tra le 14 persone a bordo dell’Atr42 della Libyan Airlines c’era anche la figlia di Gheddafi, Aisha, 34 anni, avvocato divenuta celebre per aver fatto parte del team legale di Saddam Hussein.

Il no all’atterraggio, si apprende da fonti vicine al governo maltese, è stato deciso «per non creare un precedente». In Libano, invece, è stata negata l’autorizzazione all’atterraggio di un aereo privato, su cui si trovava la moglie di origine libanese del quintogenito di Gheddafi, il controverso Hannibal, e altri suoi familiari. «L’aeroporto di Beirut ha ricevuto nella notte fra domenica e lunedì una richiesta delle autorità libiche per accogliere un aereo di proprietà della famiglia Gheddafi, con a bordo diverse persone fra cui Aline Skaff, la moglie di Hannibal Gheddafi, che è di origine libanese», ha riferito una fonte dei servizi di sicurezza, che ha chiesto di rimanere anonima: «Il Libano ha respinto la richiesta», ha poi confermato.

Hannibal è arrivato alla ribalta delle cronache soprattutto per le sue intemperanze: a Ginevra nel 2008 fu arrestato con la moglie e rilasciato pochi giorni dopo per aver maltrattato i suoi domestici, un episodio che ha provocato una lunga, complicata crisi diplomatica fra Libia e Svizzera. È mistero sulla sua sorte, come su quello delle due mogli, Fatiha e Safia, e degli altri figli di Gheddafi. Il primogenito Mohammad, nato dal primo matrimonio, presiede il Comitato olimpico nazionale, ma soprattutto gestisce le telecomunicazioni del Paese. Il quartogenito Mutassim è invece ufficiale nell’esercito libico, e in passato è stato indicato come possibile delfino.

Gli unici di cui si hanno notizie certe sono il terzogenito Saadi, 36 anni, e Saif al-Islam, 38 anni. Il primo, che ha avuto una breve carriera come calciatore anche in Italia (Perugia e Sampdoria), ha tentato di presentarsi come «governatore» a Bengasi la scorsa settimana, ritrovandosi però assediato in albergo dai rivoltosi. Ora non si sa che fine abbia fatto. Saif è invece intervenuto due giorni fa in tv e apparso accanto al padre ieri, dopo l’intervento fiume in cui il rais ha assicurato che morirà «da martire». Secondo gli osservatori è proprio su di lui che il rais punta nell’immediato futuro. Per il ministro Franco Frattini però si tratta di ipotesi: «Non lo so se potrà avere un ruolo», ha detto oggi il titolare della Farnesina.

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L’Italia chiede l’aiuto dell’Ue
L’Italia si sta attrezzando per affrontare l’emergenza umanitaria che rischia di far seguito alla crisi in Libia e nel Nord Africa, ma non potrà farcela da sola a lungo. E per questo, assieme ad altri sei Paesi europei del Mediterraneo, chiede l’aiuto dell’Ue. Lo ha detto oggi il ministro dell’Interno Roberto Maroni in una conferenza stampa a conclusione di un vertice svoltosi a Roma con gli omologhi di Spagna, Grecia, Francia, Malta e Cipro per elaborare un documento congiunto da presentare domani al Consiglio Giustizia Affari Interni della Ue.

«Ci stiamo già attrezzando. Abbiamo fatto approvare un’ordinanza di emergenza umanitaria… Siamo in grado di sostenere questo impatto, ma non per molto tempo. Poi chiediamo aiuto all’Europa», ha detto Maroni a proposito della stima di 200-300mila migranti che potrebbero raggiungere in poche settimane le coste sud dell’Italia e dell’Europa. I ministri dell’Interno riunitisi oggi a Roma, ha spiegato ancora Maroni, chiedono «ai Paesi Ue di condividere il principio che un’emergenza umanitaria di queste dimensioni non può essere lasciata in carico solo ai nostri Paesi».

«Ho fatto fare una ricognizione dai prefetti» in tutte le Regioni sui luoghi in cui poter allestire strutture di emergenze, ha detto il capo del Viminale, aggiungendo a proposito dell’emergenza umanitaria: «Temo che avvenga, ma spero di no». Maroni ha comunque sottolineato che, nel caso in cui gli arrivi di immigrati fossero massicci ma al di sotto delle previsioni peggiori, l’Italia sarebbe in grado di affrontare la situazione anche da sola: «Ricordo che nel 2008… arrivarono 37mila clandestini e furono gestiti senza nessuno problema. Ci stiamo attrezzando nel caso in cui 37mila arrivassero in un mese e non in un anno». Nei giorni scorsi Maroni ha ipotizzato lo stanziamento di un fondo Ue da 100 milioni di euro per far fronte all’emergenza a Lampedusa, dove intanto è stato riaperto il Centro di identificazione de espulsione (Cie) chiuso lo scorso anno grazie ad un’intesa con Tripoli che aveva permesso di ridurre drasticamente gli arrivi di irregolari attraverso il Canale di Sicilia.

I ministri Ue: «Un fondo speciale per chi accoglie i profughi»
Nella riunione odierna i sei ministri dell’Interno hanno elaborato il documento che presenteranno domani a Bruxelles. Tra le richieste all’Unione Europea, «istituire un fondo speciale di solidarietà, ove necessario, per affrontare la crisi umanitaria» e «realizzare, in uno spirito di solidarietà, un sistema europeo di asilo comune e sostenibile entro la fine del 2012, così come programmi specifici … come quelli riguardanti la relocation», cioè la suddivisione degli immigrati tra i vari paesi dell’Unione. «Il fenomeno che noi, Paesi del Mediterraneo, stiamo affrontando colpisce l’intera Unione, non è un fenomeno locale», ha spiegato Christos Papoutsis, ministro dell’Interno greco, sottolineando anche la necessità di «revisione della pianificazione operativa di Frontex», l’agenzia europea per il coordinamento del pattugliamento delle frontiere. Gli fa eco il collega maltese, Carmelo Mifsud Bonnici, che parla di «un problema europeo… una situazione straordinaria che richiede misure straordinarie». E il cipriota Neoklis Sylikiotis dice che «è tempo che l’Europa acceleri i ritmi di reazione».

Al di là, poi, delle misure da adottare nell’immediato per gestire l’eventuale emergenza umanitaria, dice Maroni, l’auspicio di tutti è che «il Consiglio europeo dei capi di stato e di governo del 24 marzo possa sviluppare azioni politiche – e non solo – di sostegno … per lo sviluppo di un’economia vera», unica soluzione per risolvere il problema dei flussi migratori. Ma se il blocco dei 27 domani facesse orecchie da mercante di fronte alle richieste di aiuto? «Noi lo chiediamo, mi auguro e mi aspetto che rispondano» positivamente, ha detto Maroni, fiducioso nell’aiuto della commissaria Ue per gli Affari interni Cecilia Malmstrom «per arrivare in tempi rapidi» a individuare misure comuni ed efficaci. Intanto i sei Paesi del Mediterraneo oggi hanno deciso di costituire «un network, un gruppo di lavoro permanente… per lo scambio di informazioni e valutazioni e, se serve, per aiuto immediato reciproco».

Sì accoglienza, ma rispetto delle frontiere
Le persone arrivate sulle coste italiane dall’inizio della crisi sono 6.300, «6.200 delle quali tunisine. Alcuni – pochi – hanno presentato domanda di asilo». Gli altri, ha precisato Maroni, «sono e saranno trattenuti nei Cie finché non ci sarà il nullaosta per il rimpatrio». Altra questione delicata, quella dei rimpatri, che dipendono da accordi bilaterali. Se infatti alcuni, come quello con l’Egitto, funzionano bene, proprio quello con la Tunisia «è più complicato perché ha procedure di riconoscimento lente» e perché finora Tunisi ha imposto il rimpatrio di poche persone per volta. Per questo il governo intende rinegoziare l’accordo, e domattina a Palazzo Chigi è già in programma una riunione tecnica con questo obiettivo. Del resto, sottolinea il ministro spagnolo Alfredo Perez Rubacalba, è vero che «siamo la regione del mondo più vocata alle politiche di asilo (ed è) il momento di ricordarlo una volta di più». Ma la stessa fermezza con cui si applicano le misure su richiedenti asilo e rifugiati va mostrata «contro le mafie e l’immigrazione illegale. Sono due facce della stessa medaglia». «L’Europa ha delle frontiere, e le frontiere devono essere e saranno rispettate», dice dal canto suo il collega francese, Brice Hortefoux. «L’immigrazione clandestina dev’essere combattuta e l’immigrazione regolare controllata». Per il momento, spiega comunque Maroni, non si registrano particolari rischi sicurezza. Gli oltre 6.000 immigrati arrivati in Italia sono stati «già tutti identificati: non ci sono terroristi espulsi in passato» dal nostro Paese, solo «un certo numero di criminali evasi dalle carceri tunisine».

Tafferugli a Roma

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Al grido di «assassino! Assassino!», decine di manifestanti davanti all’ambasciata libica a Roma hanno scavalcato le transenne e si stanno avvicinando all’entrata della sede diplomatica provocando tafferugli con le forze dell’ordine che cercano di bloccarli. I manifestanti hanno invaso anche via Nomentana bloccando il traffico.

Altri manifestanti hanno scavalcato il cancello della sede diplomatica e hanno sostituito la bandiera della Libia istituita da Muhammar Gheddafi nel 1969 con il vessillo rosso, nero e verde della Libia governata dai Senussi prima dell’arrivo del colonnello. Intorno, tra i manifestanti, si sono levate grida di gioia e alcuni di loro hanno bruciato la bandiera verde della Libia lanciata a terra dai dimostranti saliti sul cancello d’entrata dell’ambasciata.

I manifestanti, dopo aver issato il vessillo della Libia pre-Gheddafi, hanno urlato a gran voce «Ecco la bandiera della Libia democratica, quella di re Idriss el-Senussi». Poi, tutti insieme hanno intonato slogan contro il colonnello, gridando: «Il sangue dei martiri non sarà lavato se non con la morte di Gheddafì». «Ora abbiamo raggiunto lo scopo della nostra manifestazione, abbiamo issato la vera bandiera della Libia» ha detto uno dei militanti. E tutti i dimostranti, almeno un centinaio, hanno inveito contro «l’ambasciatore assassino in Italia, servo di Gheddafi».

Tripoli, scoperte fosse comuni
Decine e decine di fosse scavate, allineate, alcune già coperte con del cemento. A mostrare le immagini di quelle che sembrano essere fosse comuni è un video amatoriale girato ieri a Tripoli e diffuso da `Onedayonearth´.

Il video mostra le fosse sulla spiaggia antistante il lungomare della capitale libica e tanti uomini al lavoro, in quello che appare come un grande cimitero. Secondo testimoni, la violenta repressione ordinata da Gheddafi contro i manifestanti a Tripoli avrebbe provocato più di mille morti. Nei luoghi dove stanno avvenendo i disordini, ci sono numerosi cadaveri in strada, con un forte rischio di epidemie. A riferirlo all’ANSA è il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia.

Da Youtube, il video diffuso da “Onedayonearth”:

Berlusconi: «Attenti al fondamentalismo»
«Siamo molto preoccupati». Risponde così il premier Silvio Berlusconi, prima di lasciare il palazzo dei Congressi dell’Eur dove ha partecipato agli Stati Generali di Roma Capitale ai cronisti che gli chiedono un commento sulla situazione in Libia.

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«Questa mattina - ha detto Berlusconi – abbiamo continuato a restare in contatto con altri leader europei e americani perchè c’è questa situazione in Libia e non vorremmo che evolvesse nella direzione pericolosa del fondamentalismo islamico. Credo sia per noi fondamentale essere accorti su quello che succederà dopo che siano cambiati quei regimi».

L’Italia aumenterà l’utilizzo di gasdotti del Nord Europa
Il ministro dell’Industria Paolo Romani ha detto che l’Italia aumenterà la capacità di pompaggio dei gasdotti che la collegano al Nord Europa per compensare il blocco delle forniture dalla Libia e che non avrà bisogno di intaccare le riserve strategiche di gas.

Prima della riunione del comitato emergenza del gas del ministero, Romani ha detto che con la chiusura del Greenstream «non si rischia affanno petrolifero» perchè l’Italia rinuncia così «al 12% circa delle forniture annue che ammontano a 85-90 miliardi di metri cubi». «Ma è possibile aumentare la capacità di pompaggio dei gasdotti dal Nord Europa dall’80% al 98% e questa è la decisione che prenderemo al Comitato», ha detto Romani. Al termine della riunione l’amministratore delegato di Edison Umberto Quadrino ha detto che questa «è una possibilità che verrà usata se ci sarà necessità» ma «al momento non ce n’è bisogno». In una nota diffusa al termine della riunione il ministero spiega che «non sono emersi problemi di sicurezza per le forniture italiane: le importazioni mancanti dalla Libia sono già state sostituite con un aumento dell’import dagli altri Paesi e da un maggior ricorso agli stoccaggi».

Il ministero dice che «attualmente sono ancora disponibili negli stoccaggi nazionali oltre 3,8 miliardi di metri cubi, a cui si aggiungono i 5,1 miliardi dello strategico. Nella riunione si è valutato di attivare le procedure per incrementare la produzione nazionale di gas con interventi di ottimizzazione sui pozzi di estrazione esistenti realizzabili in tempi contenuti, garantendo il recupero di un quinto delle importazioni libiche». Nella valutazione sono state «considerate condizioni di freddo `normale´ così come di freddo eccezionale, vale a dire casi di ondate di freddo che possono originare una domanda giornaliera eccezionalmente alta».

Aereo precipita dopo che i piloti si rifiutano di bombardare Bengasi
Un aereo militare libico è caduto vicino a Bengasi dopo che l’equipaggio ha abbandonato il velivolo rifiutandosi di eseguire gli ordini di bombardare la città. Lo riferisce il quotidiano libico Quryna, citando una fonte militare. Il capitano Attia Abdel Salem al Abdali e il suo numero due Ali Omar Gheddafi hanno abbandonato l’aereo russo Sukhoi-22 e si sono lanciati a terra con il paracadute, si legge sulla versione online di Quryna, dove si cita come fonte un colonnello di una base dell’aeronautica vicina a Bengasi.

Ahmadinejad condanna la repressione
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, le cui forze di sicurezza hanno represso le proteste del 2009 dopo la sua rielezione, ha condannato oggi la brutalità con la quale la Libia ha agito nei confronti dei contestatori. Parlando per la prima volta in merito alle rivolte nel mondo arabo, Ahmadinejad ha espresso orrore per l’uso di estrema violenza e ha invitato i governi ad ascoltare le richieste della gente.

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«Come può un leader sottoporre la propria gente ad una pioggia di armi automatiche, bombe e carri armati? Come può un leader bombardare la sua stessa gente, e dopo dire anche `ucciderò chiunque dica qualcosa´?, ha detto il presidente iraniano nel corso di un intervento televisivo. Ahmadinejad ha parlato dopo che i libici hanno denunciato di essere stati attaccati da carri armati e aerei da guerra. Il leader Muammar Gheddafi ha detto che i contestatori meriterebbero la pena di morte e ha promesso di morire da martire piuttosto che dimettersi.

«Voglio seriamente (che tutti i capi di stato) prestino attenzione alla loro gente e collaborino per sedersi, parlare e ascoltare le loro parole. Perché agiscono così malamente che i loro cittadini devono fare pressione per le riforme?», ha detto Ahmadinejad. Teheran ha accolto positivamente le rivolte nel mondo arabo, così come quelle in Egitto e Tunisia, definite un «risveglio islamico» contro sovrani dispotici.

Il presidente Usa Barack Obama ha definito ironiche le parole di Ahmadinejad dal momento che Teheran «ha agito in aperto contrasto con quanto avvenuto in Egitto, sparando e reprimendo le persone che stavano tentando di esprimersi pacificamente». I sostenitori dell’opposizione iraniana sostengono che anche le loro manifestazioni sono state nuovamente represse dalle forze di sicurezza.

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23 febbraio 2011

fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2011/02/23/AOoYPD-gheddafi_arabiya_famiglia.shtml

CATANZARO, SEGNALE DI CIVILTA’ – Niente gita per lo studente down i compagni di classe si ribellano

Niente gita per lo studente down
i compagni di classe si ribellano

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La dirigente della scuola media si era opposta: riammesso grazie agli amici

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CATANZARO – La preside vieta la partecipazione ad una gita di uno studente down ed i compagni del ragazzo si ribellano, rifiutandosi di fare il viaggio senza il loro compagno ed ottenendo così la riammissione del giovane disabile. La vicenda è stata resa nota dall’avvocato Ida Mendicino, che è la responsabile del Coordinamento regionale della Calabria per l’integrazione scolastica.

L’episodio risale allo scorso mese di gennaio ed è accaduto in una scuola media di Catanzaro. Il ragazzo down al centro della vicenda si è sempre ben integrato nell’attività scolastica, ottenendo anche, grazie al lavoro degli insegnanti di sostegno, un buon profitto. In più ha un ottimo rapporto con gli altri studenti, che lo hanno sempre aiutato e circondato di grande affetto.

Proprio per questo la decisione della dirigente scolastica di escluderlo dalla gita ha provocato la ribellione dei compagni, che sono riusciti alla fine a farlo riammettere al viaggio, che si è svolto poi regolarmente. La discutibile iniziativa delle dirigente, tra l’altro, aveva suscitato anche la reazione dei genitori del ragazzo down, che avevano denunciato la vicenda alla polizia.

L’avvocato Mendicino definisce il comportamento dei compagni dello studente «un segnale importante di cambiamento in una generazione spesso tacciata di eccesso di individualismo e di scarso senso di solidarietà» e rivolge «un plauso ai ragazzi, che si sono dimostrati – afferma – vera speranza di maturazione del tessuto sociale rispetto agli esempi che spesso provengono dal mondo dei grandi». Il comportamento della preside, tra l’altro, secondo l’avvocato Mendicino, viola le note ministeriali secondo le quali «le gite rappresentano un’opportunità fondamentale per la promozione dello sviluppo relazionale e formativo di ciascun alunno e per l’attuazione del processo di integrazione scolastica dello studente diversamente abile, nel pieno esercizio del diritto allo studio».

Successivamente alla sua decisione di escludere lo studente down dalla gita, la dirigente, ha riferito ancora Ida Mendicino, ha aggravato la propria posizione esprimendo ai docenti l’intenzione di non autorizzare in futuro alcuna uscita dello studente affetto da sindrome di Down. In più la dirigente ha chiesto ai compagni di classe di non fare sapere al ragazzo le date delle gite in programmazione, motivando tale richiesta con la scarsa capacità del giovane disabile di apprendere a causa della sua infermità genetica. Un comportamento cui ha fatto da contraltare la significativa reazione dei compagni di classe del ragazzo down.

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23 febbraio 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/390368/

LA SVOLTA DI OBAMA: “Incostituzionale la legge contro i matrimoni gay”

LA SVOLTA DI OBAMA

“Incostituzionale la legge contro i matrimoni gay”

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Il presidente mantiene una promessa fatta in campagna elettorale dopo le pressioni delle associazioni. La lunga storia di una battaglia

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di MARCO PASQUA

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 "Incostituzionale la legge contro i matrimoni gay"  Barack Obama

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WASHINGTON – Era uno dei punti chiave del programma elettorale
di Barack Obama nella parte relativa ai diritti degli omosessuali. Per l’allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti, il DOMA (Defense of Marriage Act, legge in difesa del matrimonio), era da abrogare, e bisognava cessare di discriminare in tal senso le coppie omosessuali (concetto contenuto in un volantino ancora presente sul sito dell’inquilino della Casa Bianca 1). Una linea che, però, non trovava alcun riscontro nell’azione del Dipartimento della Giustizia, che ha continuato, fino a qualche mese fa, a difendere la norma nelle aule di tribunale di fronte ai ricorsi di coppie omosessuali. La legge federale in questione sancisce due principi duramente contestati dalle associazioni che si battono per i diritti dei gay. Primo: il matrimonio può essere definito come tale solo se è contratto da un uomo e una donna. In secondo luogo, i singoli Stati non sono obbligati a riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso registrati laddove questi sono legali. Così, una coppia di gay regolarmente sposata nel Connecticut, Iowa, Massachusetts, New Hampshire, Vermont, oppure nel District of Columbia, non può vedere legalmente riconosciuta la propria unione negli altri Stati.

Ma in più di una occasione, Obama si era già detto contrario a qualsiasi divieto federale che non desse la possibilità agli omosessuali di contrarre matrimonio (concetto ribadito anche in una lettera aperta alla comunità Glbt). Distanziandosi, di fatto, dalla posizione dell’ex presidente (democratico) Bill Clinton. La Doma, infatti, risale al 1996. Il Congresso era a maggioranza repubblicana, e la legge venne firmata il 21 settembre dallo stesso Clinton. Il giorno prima di quell’atto, che fu duramente contestato dai gay, il presidente, quasi a volerli rassicurare, rilasciò una dichiarazione, in cui volle ribadire che pur essendo “contrario da tempo ad un riconoscimento federale di matrimoni tra persone dello stesso sesso”, quella stessa legge “non doveva rappresentare un pretesto per discriminare le persone sulla base del loro orientamento sessuale”.

Dietro alla Doma, c’era il timore che una causa in favore delle unioni tra le persone dello stesso sesso, promossa allora da tre coppie delle Hawaii, potesse portare ad un riconoscimento di quell’unione al di fuori dei confini dell’isola (secondo una norma costituzionale americana, infatti, gli Stati devono riconoscere gli atti ufficiali e le sentenze emesse negli altri Stati Usa: da qui la necessità di introdurre una limitazione specifica).

Il movimento omosessuale non si è mai dato per vinto e ha continuato la sua battaglia contro tale norma, trovando oggi in Obama una sponda. E’ un svolta, un cambio di linea significativo quanto quello che ha portato all’abrogazione della politica del “Don’t Ask Don’t tell” in vigore tra i militari: il coming out tra gli uomini in divisa non è più vietato. Adesso, Obama dimostra di voler mantenere fede a quell’impegno preso con una comunità che lo ha supportato, anche se a fasi alterne (gli è stato rimproverato, spesso con contestazioni pubbliche, un notevole ritardo anche nella stessa abrogazione del “Don’t Ask Don’t Tell). L’amministrazione Usa, da adesso, secondo le direttive del presidente al Dipartimento di Giustizia, non difenderà più in tribunale una parte fondamentale della norma (la sezione numero 3), che definisce il matrimonio come esclusivamente tra uomo e donna. Lo scorso mese di luglio un giudice federale la definì incostituzionale: fu in quella sede che il Dipartimento di Giustizia annunciò di voler fare ricorso, facendo infuriare la comunità gay, che rinfacciò ad Obama le promesse fatte in campagna elettorale. L’amministrazione Usa, nonostante le critiche, aveva dimostrato di voler portare avanti il ricorso per difendere la Doma (al fine di “mantenere lo status quo e una certa uniformità a livello federale”).

Ora il cambio di rotta. Il presidente ha ordinato al ministro della Giustizia Eric Holder di “non difendere più” la costituzionalità della legge in due cause attualmente pendenti nello stato di New York, anche perché “gran parte del panorama giuridico è cambiato in 15 anni, da quando il Congresso ha approvato la Doma”. Un comunicato diffuso dal dipartimento della Giustizia afferma che “il presidente ha deciso che visti numerosi fattori tra cui casi documentati di discriminazione” la legge “è incostituzionale”. Obama, la cui posizione sul matrimoni gay è stata definita dallo stesso “in evoluzione” (anche se non ha mai nascosto di essere contrario, mentre è favorevole alle unioni civili), ha sempre ritenuto la Doma “ingiusta e inutile”.

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23 febbraio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/02/23/news/incostituzionale_la_legge_contro_i_matrimoni_gay-12824633/?rss

Gioacchino Genchi destituito dalla polizia. Lui replica sul blog: “Ha vinto Berlusconi”. Si mobilita il popolo del Web

Gioacchino Genchi destituito dalla polizia
Lui replica sul blog: “Ha vinto Berlusconi”

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Il poliziotto-consulente informatico più famoso d’Italia era stato già sospeso. Adesso, arriva il provvedimento definitivo. E’ stato lui stesso a comunicare la notizia, sul suo blog. E il popolo del Web già si mobilita

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di SALVO PALAZZOLO

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Gioacchino Genchi destituito dalla polizia Lui replica sul blog: "Ha vinto Berlusconi" Gioacchino Genchi

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Il vicequestore Gioacchino Genchi è stato destituito dalla polizia. Così ha deciso, dopo una lunga istruttoria, il dipartimento della pubblica sicurezza. Il provvedimento, che porta la firma del capo della polizia Antonio Manganelli, è datato 15 febbraio. A Genchi non sono state perdonate alcune sue esternazioni.

“Ha continuato pervicacemente, con ostentata pertinacia (…) a porre in essere un comportamento fortemente scorretto in assoluto contrasto con i doveri che ogni appartenente all’amministrazione della polizia di Stato solennemente assume con il giuramento all’atto della nomina”. Così recita il provvedimento di destituzione: “Ha fatto delle dichiarazioni dal contenuto gravemente lesivo del prestigio di organi e istituzioni dello Stato, arrecando in tal modo disdoro all’immagine e all’onore dell’amministrazione di appartenenza”. Lui, sul suo blog, intitolato “Legittima difesa” (www.gioacchinogenchi.it) commenta: “Berlusconi ha vinto”.

Gioacchino Genchi ha lavorato per anni al fianco dei magistrati di Palermo e Caltanissetta che hanno indagato sui misteri di Cosa nostra. E’ stato anche consulente informatico di decine di Procure in tutta Italia. Dopo un’indagine condotta con il pm di Catanzaro Luigi De Magistris è stato al centro di pesanti polemiche, giudiziarie e politiche: lo stesso Genchi è finito sotto inchiesta, alla Procura di Roma, per presunte violazioni della privacy. La sua autodifesa l’ha affidata a un libro, scritto con il giornalista Edoardo Montolli: “Il caso Genchi, storia di un uomo in balia dello Stato”.

Dice Genchi: “Davvero adesso si è avverato il sogno di Berlusconi. Il provvedimento mi è stato notificato poche ore fa, ma io farò certamente ricorso al Tar per una decisione che a mio avviso è illegittima”. Genchi chiama in causa il capo della polizia: “Il provvedimento è suo, ma bisogna vedere chi gliel’ha fatto fare. Dal capo della polizia, infatti, avevo da poco ricevuto il giudizio per l’ultimo anno di servizio, con il voto di ottimo”.

Al vice questore appena destituito arriva la solidarietà di Antonio Di Pietro: “La colpa, come al solito, è di chi serve lo Stato e non di chi si serve dello Stato”, dice il presidente dell’Italia dei Valori, che prosegue: “Esprimiamo solidarietà a Gioacchino Genchi e siamo certi che nella sua nuova vita saprà dimostrare, ancora una volta, che i servitori dello Stato non si lasciano intimorire e vanno avanti difendendo la legalità e quei principi incisi nella nostra Carta”.

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23 febbraio 2011

fonte:  http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/02/23/news/gioacchino_genchi_destituito_dalla_polizia_lui_replica_sul_blog_ha_vinto_berlusconi-12826423/?rss

PREMIO NOBEL PER LA PACE A GINO STRADA

PREMIO NOBEL PER LA PACE A GINO STRADA

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http://anawim.blog.tiscali.it/files/2010/04/gino-strada.jpg

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“Gino ci ha mostrato la guerra dal sotto, non dai 10000 metri degli aerei che sganciano le bombe o dai 3000 km delle navi che lanciano i missili. Ci ha mostrato che le bombe intelligenti poi così tanto intelligenti non sono, che gli attcchi chirurgici sui bersagli a volte, troppe volte, sbagliano e colpiscono i villaggi, le case, le scuole con dentro persone inermi, come me, come te. Ci racconta di bambini che saltano in aria mentre giocano nei prati, per le strade…. Ci dice che una guerra, per quanto tecnologica, è e rimane sempre e solo un fottutissimo sterminio!!!”

Ogni volta che la guerra si porta via una vita umana e’ una sconfitta, per tutti, perche’ ha perso l’umanita’, perche’ si e’ persa umanita’.
L’umanita’ potra’ avere un futuro solo se verra’ messa al bando la guerra, se la guerra diventera’ un tabu’, schifoso e rivoltante per la coscienza e per la ragione.

Il Comitato Web Emergency e Gino Strada Premio Nobel per la Pace 2010, costituito lo scorso ottobre dal sottoscritto su Facebook con oltre cinquemila iscritti, comunica che il senatore Alberto Maritati, insieme ad altri ventidue senatori, in qualità di qualified nominators come previsto dallo Statuto della Fondazione Nobel, ha presentato nei termini la Candidatura Ufficiale di Emergency al Premio Nobel per la Pace 2010 inviando il nostro appello con le firme da lui raccolte al Senato della Repubblica al Comitato Norvegese del Premio Nobel.
Si attendono ora le comunicazioni che prevedono a marzo la creazione della short list e, ad ottobre, la comunicazione del vincitore.

Cordialmente,
Ettore Lomaglio Silvestri

promotore e fondatore del Comitato Web Emergency e Gino Strada Premio Nobel per la Pace 2010

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nfmihailo@libero.it

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fonte:  http://www.francarame.it/

IMPUTATO BERLUSCONI – Mills, il processo non si azzera, il Csm ha confermato il giudice

Mills, il processo non si azzera
il Csm ha confermato il giudice

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Nel procedimento è imputato Silvio Berlusconi. Il plenum del Consiglio superiore ha confermato nel collegio giudicante Francesca Vitale, che nel frattempo è stata trasferita alla Corte d’Appello di Milano

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ROMA – Non corre il rischio di essere azzerato il processo Mills, nel quale è imputato Silvio Berlusconi, per il rinnovo del collegio giudicante. Il plenum del Csm a larga maggioranza, con un voto contrario, ha confermato l’applicazione al processo del giudice Francesca Vitale, che è stata intanto trasferita alla Corte d’Appello di Milano.

Contro la decisione ha votato il laico del Pdl, Bartolomeo Romano; al voto non ha partecipato il laico della Lega, Matteo Brigandì e gli altri tre laici del Pdl si sono astenuti.

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23 febbraio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/02/23/news/processo_mills-12826238/?rss

Essere contadini a Gaza

Essere antifascisti significa essere antisionisti, perchè il sionismo e nazismo hanno la stessa radice ed effetti simili.

La parola è vuota se non porta all’azione. Boicotta israele.

Diario da Gaza assediata, video e appelli con particolare attenzione alla campagna BDS e all’attivismo con l’ISM (International Solidarity Movement).

Essere contadini a Gaza

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di Silvia Todeschini

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Bulldozer israeliano
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“Chi semina buon grano, ha poi buon pane”, recita il proverbio. Ma per avere un buon pane, cioè un buon raccolto, è necessario prima di tutto poter accedere alla propria terra, è necessario che le forze di occupazione non lo impediscano sparandoti contro. È necessario poter irrigare, è necessario che l’esercito israeliano non bombardi il pozzo che usi per raccogliere l’acqua. È necessario, inoltre, che non arrivino bulldozer, scortati da carri armati, a distruggere quanto è stato seminato.
Jaber è magro e non molto alto, ha la carnagione abbronzata, zigomi sporgenti e mani callose. Parla poco, è paziente Jaber, ma anche molto deciso. Viene da una famiglia di agricoltori, ha 45 anni, e da quando ne aveva sei aiutava suo padre a prendersi cura dei mandorli. Il terreno che coltiva si trova tra i 300 e i 500 metri dal confine, e lavora nell’incertezza di poter vedere i frutti della sua terra. Cinque anni fa le forze di occupazione hanno dato fuoco al suo campo di grano al momento del raccolto, mandando in fumo il lavoro e gli investimenti di un anno. I pompieri non sono potuti arrivare in tempo, perchè, a causa della vicinanza del campo alla no-go zone unilateralmente dichiarata dalle forze di occupazione, necessitavano del coordinamento col l’esercito israeliano, e questo coordinamento non è arrivato. Circa un anno fa i bulldozer hanno distrutto buona parte della sua casa, che si trovava a circa 400 metri dal confine, il piccolo allevamento di galline, 40 dunam di grano, 3 dunam di ulivi, e 3 dunam di verdure. Racconta che se non fosse uscito in tempo dalla sua casa con la sua famiglia la avrebbero demolita con loro dentro. Oggi Jaber coltiva cipolle nel terreno dove c’era la sua vecchia abitazione.
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Israele ha dichiarato unilateralmente “no-go zone” la fascia di terreno che corre vicino al confine fino ad una distanza di 300 metri. Quest’area è completamente inaccessibile per i palestinesi, anche per chi lì aveva le sue terre e le coltivava. Ma secondo un rapporto ONU l’area in cui l’accesso è “ad alto rischio” arriva fino ad un chilometro e mezzo, talvolta due chilometri di distanza dal confine. Il 35% delle terre coltivabili di Gaza si trovano in questa zona “ad alto rischio”, e per i contadini è difficile o impossibile riuscire a raccogliere frutti dai loro terreni situati in quest’area. La politica israeliana in proposito ha tutto l’aspetto di voler semplicemente impedire ai contadini di coltivare la loro terra, e di poter raggiungere una qualche forma di autosufficienza alimentare.
Sempre Jaber racconta: “Prima coltivavamo mandorle, poi Israele ha iniziato a riempire i nostri mercati di mandorle, facendo artificialmente calarne il prezzo, così chi coltivava i mandorli ha convertito le coltivazioni in qualcos’altro, poi hanno ritirato le loro mandorle ed il prezzo è di nuovo aumentato, ma noi non avevamo più mandorli. La stessa cosa è successa con le arance. Durante la prima intifada, chiudendo i confini ci hanno impedito di esportare ortaggi, ed al tempo stesso hanno impedito ai fertilizzanti di entrare…e da allora le cose sono andate sempre peggio.”

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Area nord, il muro è visibile sullo sfondo a destra, le costruzioni sono quelle del valico di Erez
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Ibrahim vive a Khuza’a, al sud della striscia. La sua casa è stata distrutta durante la guerra, e non può accedere al terreno che coltiva. Ha un trattore per arare, ma anche con questo c’è poco lavoro, infatti dove vive lui la maggior parte dei terreni coltivabili sono a poche centinaia di metri dal confine, e i contadini non vi possono accedere. Anche Yusef è di Khuza’a, ed ha due terreni, uno di 8 dunam e l’altro di 24, li coltivava entrambi a grano per fare il pane. Il terreno di 8 dunam non è più accessibile, si trova a 200 metri dal confine, mentre l’altro, a 300 mettri dal confine, non viene coltivato da 2 anni perchè quando prova a recarvisi le forze di occupazione iniziano a sparare.
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Abu Taima, anch’egli al sud, racconta come all’inizio le forze di occupazione abbiano distrutto gli aranci, e poi non abbiano permesso la coltivazione nemmeno di grano ed altri vegetali, sebbene molto più bassi degli alberi. Nel 2008, nel 2009 e nel 2010 ha coltivato la sua terra, ma i bulldozer israeliani la hanno distrutta prima del raccolto. Sparano ai contadini che vanno a coltivare, e poi sradicano le coltivazioni. Sparano ed uccidono anche il bestiame, le pecore portate a pascolare, l’ultima pecora uccisa si trovava a 700 metri dal confine. I soldati sionisti sparano quando c’è nebbia, senza vedere chiaramente cosa colpiscono. “Avevo 50 dunam di terra, ora non si possono più coltivare. C’erano dieci persone che lavoravano per me, e ciascuna di esse aveva una famiglia di dieci persone. Oggi tutti questi lavoratori sono disoccupati, e dipendono da programmi assistenziali o aiuti umanitari.”
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L’ultimo contadino ammazzato da Israele aveva 65 anni e si chiamava Shaban Kharmoot, è stato colpito a Beit Hannoun, al nord, con 3 proiettili: uno al collo, uno al petto ed uno all’addome perchè stava coltivando la sua terra esattamente come aveva fatto negli ultimi 40 anni, e non aveva altre alternative per mantenere la sua famiglia.
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fori causati da proiettili sul telo di una serra
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Sono numerosissimi i terreni che per almeno un anno non hanno portato frutto a causa della contaminazione da fosforo bianco usato durante l’invasione israeliana “piombo fuso”: ulivi dalla foglie distrutte, terreni contaminati che davano frutti avvelenati. Sono state avvelenate così le falde acquifere, sono stati bombardati pozzi, e l’accesso all’acqua è diventato uno dei principali problemi dei contadini. In particolare nell’area di El Kharrara un pozzo situato a più di 2 km dal confine e che forniva acqua potabile e per l’irrigazione di 700 dunam di terra da cui dipendono 5000 persone, è stato bombardato durante piombo fuso e, poiché solo poche famiglie possono permettersi il trasporto nelle cisterne di grosse quantità di acqua per irrigare, questo ha causato fortissimi problemi per l’agricoltura. I fori dei proiettili nei teli che costituiscono le serre hanno permesso ai parassiti di entrare, e a causa dell’assedio illegale non è possibile importare pesticidi e fertilizzanti. Nell’area di Faraheen i soldati sparano ai contadini, e le mine rimaste sul territorio impediscono ai lavoratori di coltivarlo. Inoltre nelle frequenti incursioni vengono colpite solo o soprattutto le piante pronte a dare frutto, che hanno richiesto fatica e denaro per arrivare a maturazione: viene per esempio lasciato in vita un ulivo di di tre anni e sradicato uno di sei.
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In un territorio già stremato da un assedio che non permette l’importazione di molti beni essenziali, che crea povertà e disoccupazione in una delle aree più popolate del mondo, questa esplicita politica di attacco ai contadini e all’agricoltura in generale è un’ulteriore crimine che si va a sommare alla lunghissima lista di cui Israele è colpevole. L’UNRWA, l’ente dell’ONU per i rifugiati, provvede per alcune famiglie con donazioni di cibo trimestrali, ma è estremamente cinico fornire assistenzialismo nei casi in cui forze di occupazione, contro ogni accordo internazionale, impediscono ad un popolo di coltivare il suo pane e provvedere al suo stesso sostentamento.
Saber racconta:
“Era calmo e tranquillo nell’area vicino al confine, sette del mattino, venerdì. Mi sono recato col mio trattore a 300 – 350 metri dal confine. Volevo coltivare perchè era tutto tranquillo: se avessi sentito degli spari avrei avuto paura e non ci sarei mai andato. Quando ho raggiunto la mia terra, hanno cominciato a sparare, hanno distrutto il trattore. Il referto medico dice che questo mi ha causato problemi psicologici e psicosomatici: panico a livello mentale e tensione a livello fisico, battito cardiaco alterato, ed ho iniziato a prendere medicine. È successo nel dicembre 2007.”
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Ovvio che sapevano che ero un contadino! Indossavo indumenti da lavoro, guidavo un trattore. Un trattore per arare, non un carro armato: non lo riconoscono forse quando lo vedono? Hanno binocoli con cui ci possono monitorare da decine di chilometri di distanza, mi hanno riconosciuto. Sapevano che ero un contadino, e la prova è che dopo hanno chiesto scusa sostenendo fosse un incidente. Possono contarmi i peli della barba, come potevano non sapere che sono un contadino? No, sapevano che ero un contadino, e mi hanno sparato di proposito, perché sono un contadino e non vogliono che io stia qui nella mia terra.
Yusef, contadino a Khuza’a

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15 febbraio 2011

fonte:  http://libera-palestina.blogspot.com/2011/02/essere-contadini-gaza.html

DESTRE IN ‘LIQUIDAZIONE’ – Fabio Sabbatani Schiuma protesta: “Ormai il Secolo sembra una succursale de l’Unità”. E la Perina ‘scapoccia’

Assalto del Secolo, chi non molla scende in strada

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Le proteste della redazione per la prima riunione del Cda berlusconiano. I 5 commissari nominati dall’area La Russa-Gasparri rivendicano il controllo. Mario Landolfi: “Ci deve essere un cambiamento di linea e quindi di direttore”

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E così la sede di via della Scrofa è stata occupata. Dalle sinistre? No, dai futuristi. È quello che è successo ieri, ed è solo l’ultimo capitolo dell’incredibile telenovela aperta dal tentativo dei berluscones dell’ex An di impossessarsi del controllo del Secolo d’Italia, che da anni è saldamente nelle mani dell’accoppiata futurista doc, Enzo Raisi-Flavia Perina. La guerriglia va avanti da mesi. Il deputato e la direttrice rivendicano i frutti del loro lavoro di questi anni: deficit ridotto a 500 mila euro (da due milioni) e giornale rifondato, reso glamour e intrigante.

I cinque commissari nominati dall’area La Russa-Gasparri, invece, rivendicano il diritto al controllo: “Ormai son fuori linea – spiega Mario Landolfi – non rappresentano più la sensibilità della destra, sembra che facciano il verso alla sinistra, hanno posizioni minoritarie”. Il primo atto di guerra era stata la minaccia di chiudere i rubinetti della liquidità. Il secondo, affiancare i cinque commissari a Raisi fino ad esautorarlo. Il terzo era quello in programma per ieri: riunirsi e sostituire la Perina con un altro direttore (il candidato ideale era Gennaro Malgieri, che però ha declinato).

Ma qui sono iniziati gli effetti speciali e i guai. Con il solo strumento di Internet, davanti alla sede del giornale e del partito si sono raccolte decine di militanti finiani pronti a fare di tutto per opporsi alla scelta. I commissari (oltre a Landolfi, il deputato Alessio Butti, poi Valentino, Mugnai e Lisi) si sono trovati di fronte una muraglia umana di militanti e deputati: c’è, per esempio, Fabio Granata. C’è Raisi. Ci sono i redattori del quotidiano che chiedono garanzie per il loro futuro, visto che il tam tam dice che l’obiettivo è ridurre l’organico e la foliazione per arrivare a un modello Foglio.

Entra Landolfi (che fra l’altro era un ex redattore) e parte un coretto: “Buuuu, buuuu!”. Entra Butti e il coretto inizia a crescere, partono grida isolate: “Buffone!”.  I commissari salgono nella sede per cominciare la riunione, ma le soppresse non sono finite. Gli animatori del sit-in li seguono. La Perina chiede di entrare nella stanza riunione, anzi lo fa senza troppi complimenti: “Che succede?”, chiede Landolfi. “Cosa volete?”, aggiunge Butti. “Vorrei – esordisce la direttrice – che deste garanzie sul mantenimento dei posti di lavoro”. L’avvocato Valentino sembra quasi affranto: “Ma se ci siamo insediati da appena cinque minuti!”. La direttrice, granitica: “Però quello che volete fare si sa da mesi…”. Landolfi è categorico: “Non è vero nulla”. La Perina: “Se le voci sono false, non dovete fare altro che smentirle…”. Landolfi, senza scomporsi: “Stiamo ancora controllando i conti, non possiamo dire nulla!”.

Ma la direttrice non molla la presa: “Ma come? tre mesi che ci pensate, ancora non avete un’idea?”. A questo punto si arrabbia Butti e la tensione sale alle stelle: “Flavia, per piacere, smettila, di parlare a ruota libera…”.  La direttrice punta i piedi: “Vogliamo un comunicato in cui si garantisca che non toccherete i posti di lavoro”.  Landolfi media: “D’accordo”. A fine serata, però, la rassicurazione non arriva.
Sentiamo Landolfi, che spiega: “Abbiamo bisogno di almeno un mese per decidere…”. Ma alla domanda diretta conferma che la sorte della Perina è segnata: “Sarei ipocrita se non dicessi che ci deve essere assolutamente un cambiamento di linea. E quindi anche del direttore che garantisce quella linea”.

Volete un quotidiano berlusconiano?, chiedo. E il deputato: “Possono anche sopravvivere delle quote di ‘eresia’, dei punti di vista vicini a Fini… Ma le idee della destra devono essere rappresentate”. Poi il tono si fa quasi amareggiato: “Proprio ieri ho avvertito una brutta sensazione di estraneità alla nostra storia. La forma movimentista del sit-in. Il processo tardo-sessantottino intentato dalla Perina. sembravano degli extraparlamentari di sinistra!”. Anche lo storaciano Fabio Sabbatani Schiuma protesta: “Ormai il Secolo sembra una succursale de l’Unità”. Ma la Perina si arrabbia: “Ho scapocciato!”. Prego? “È romanesco. Molti di noi sono entrati in sezione, ai tempi del Msi, a 13 anni. Questa è casa nostra e loro non hanno coraggio”. Sta di fatto che tutto resta ancora aperto. Se non altro perché c’è un altro problema: la Perina, deputata, lavora gratis. E il giornale, in stato di crisi, non può fare assunzioni: “Dove lo trovano un altro che si fa il mazzo gratis?”.

Da Il Fatto Quotidiano del 23 febbraio 2010

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/23/assalto-del-secolochi-non-mollascende-in-strada/93490/

LA PROSSIMA MOSSA DI GHEDDAFI: SABOTARE IL PETROLIO O SCATENARE IL CAOS ?

LA PROSSIMA MOSSA DI GHEDDAFI: SABOTARE IL PETROLIO O SCATENARE IL CAOS ?

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http://www.comedonchisciotte.org/images/Gheddafi_discorso_Fermo--400x300.jpg

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DI ROBERT BAER
time.com
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Non ci sono praticamente informazioni attendibili da Tripoli, ma una fonte vicina al regime di Gheddafi che sono riuscito a contattare mi ha detto che la terribile situazione in Libia andrà peggiorando. Tra le altre cose, sembra che Gheddafi abbia ordinato ai servizi di sicurezza di iniziare a sabotare i pozzi di petrolio. Cominceranno facendo saltare in aria diversi oleodotti, per interrompere il flusso nei porti del Mediterraneo. Il sabotaggio, secondo la mia fonte, dovrebbe servire come un messaggio per le tribù ribelli della Libia: “o con me o il caos.”

Due settimane fa, la mia fonte libica mi aveva detto che le rivolte in Tunisia ed Egitto non avrebbero mai toccato la Libia. Gheddafi,mi riferiva, ha un forte controllo su tutte le maggiori tribù, gli stessi che lo hanno mantenuto al potere negli ultimi 41 anni. Le informazioni di quest’uomo si sono rivelate sbagliate, e quindi tutto ciò che ora ha da dire circa le intenzioni di Gheddafi deve essere preso con molta cautela.

Il mio uomo mi ha rivelato della disperazione di Gheddafi il fatto che egli ora può contare solo sulla fedeltà della sua tribù, i Qadhadhfa. E per quanto riguarda l’esercito, come Lunedi scorso ha solo la lealtà dei circa 5.000 soldati. Sono le sue forze d’elite, gli ufficiali tutti selezionati con cura. Tra di loro c’è la 32a Brigata. (La forza totale dell’esercito regolare libico è di 45.000) L’unità comandata dal suo secondo figlio più giovane Khamis.

La mia fonte mi ha riferito che Gheddafi ha detto alla sua gente che lui sa che non può riprendere la Libia con le forze che possiede. Ma quello che può fare è rendere le tribù ribelli e fomentare gli ufficiali dell’esercito a tradire, per trasformare la Libia in un altro Somalia. “Ho i soldi e armi per lottare per un lungo tempo”, avrebbe detto Gheddafi.

Come parte dello stesso piano per rovesciare la situazione, Gheddafi ha ordinato la scarcerazione dei prigionieri militanti islamici del paese, sperando che agiranno per conto loro seminando il caos in tutto il paese. Il rais prevede che attaccheranno gli stranieri e le tribù ribelli. Questi ultimi avendo anche con una carenza di scorte alimentari non potranno far cadere Gheddafi.

La mia fonte libica ha affermato che al fine di comprendere lo stato d’animo di Gheddafi dobbiamo capire che il leader libico si sente profondamente tradito dai media, che lui biasima per aver dato via alla la rivolta. In particolare, egli accusa l’emittente televisiva del Qatar al-Jazeera, ed è convinto che è stato colpito per motivi puramente politici. Gheddafi si sente tradito dall’Occidente perché ha solo incoraggiato la rivolta. Durante il fine settimana, ha avvertito parecchie ambasciate europee che, se cadrà, le conseguenze saranno una moltitudine d’immigrati africani che si riverseranno in Europa.

Incalzato, la mia fonte libica ha riferito che Gheddafi è un uomo disperato e irrazionale, e la sua minaccia di trasformare la Libia in un altro Somalia, a questo punto può essere anche un bluff. D’altra parte, se Gheddafi infatti pensa di avere la fedeltà delle truppe potrebbe portar il paese sul baratro della guerra civile, se non oltre.

Robert Baer
scrittore ed ex ufficiale della CIA dal 1976 al 1997 statunitense. Nel 1976 entra alla University of California a Berkeley e decide di entrare nel Directorate of Operations (“Direttorio delle operazioni”) della CIA come ufficiale. Durante la sua carriera di 20 anni alla CIA è stato assegnato a Madras e Nuova Delhi in India, a Beirut in Libano, a Dushanbe in Tajikistan e a Salah al-Din in Iraq.

Fonte: http://www.time.com
Link;: http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2052961,00.html
22.02.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di AF

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7996

CACCIA ITALIANI BOMBARDANO IN LIBIA? – La Russa smentisce categoricamente, The head Human Rights accusa: “Italian jet fighters bombared Libyan demonstrators”

Libia/ La Russa: Smentisco “indignato” voci su caccia italiani

“Voci da blog di fantascienza, notizie inventate da ragazzini”

fonte immagine

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Abu Dhabi, 22 feb. (TMNews) – Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha “smentito” nella maniera “più secca e anche più indignata” la notizia riportata su alcuni blog e social network di presunti raid di caccia italiana in Libia. “Smentisco in maniera ferma, non l’ho fatto prima perché mi sembrava una roba da blog di fantascienza, da ragazzini che giocano a dare notizie inventate, quelle di immaginare che aerei italiani possano essere impegnati a qualsiasi titolo in Libia, men che meno a fare dei raid”, ha detto La Russa in visita ufficiale ad Abu Dhabi.

Secondo il ministro, “sarebbe una cosa talmente enorme da non ritenere necessario dedicargli neppure un attimo di attenzione”. “Ma visto che mi fate la domanda”, ha detto La Russa ai giornalisti, “lo smentisco nella maniera più secca e anche indignata. Evidentemente qualcuno non conosce quale sia l’etica del Governo e delle Forze armate”, ha concluso La Russa.

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fonte:  http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2011/2_febbraio/22/liba_la_russa_smentisco_indignato_voci_su_caccia_italiani,28441586.html

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Italian jet fighters bombared Libyan demonstrators

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http://abna.ir/a/uploads/97/2/97248.jpg

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(Ahlul Bayt News Agency) – The head Human Rights in Geneva, Khalid’Aqeeli, accused Italy to send planes to bomb the Libyan protesters opposed to the rule of Muammar Qaddafi and condemned Western complicity with Gaddafi in the implementation of the crimes.

Aqeeli Said in an interview with news channel Al-Alam on Tuesday: The major damage now is that the aircraft are attacking people come from Italy and this is a great disaster.

Aqeeli said we are sure that the West and Libya has worked to suppress the Libyan people, and said: “All these have participated in the crime activities and they are responsible to killing Libyan people.

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Date: 2011/02/22

fonte:  http://abna.ir/data.asp?lang=3&id=227697

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