REPORTAGE – Domenico Quirico, inviato La Stampa, 22 ore in mare: “La mia odissea con i disperati di Lampedusa” / Con i clandestini aspettando un barcone per Lampedusa

Domani in edicola con La Stampa

“La mia odissea con i disperati di Lampedusa”

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Il racconto di Domenico Quirico – video qui
È stato 22 ore in mare, gomito a gomito con 113 ragazzi tunisini stipati in una barca di 10 metri. Tutto per raccontare, «nella maniera più onesta possibile», l’odissea di questi giovani. Ecco il racconto di Domenico Quirico. Domani il reportage completo su La Stampa in edicola
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15 marzo 2011
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14/03/2011 – REPORTAGE

Con i clandestini aspettando un barcone per Lampedusa

La sfribante attesa di una notte di bonaccia nella calca dei disperati

I profughi premono alla frontiera tra Libia e Tunisia

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DOMENICO QUIRICO

INVIATO A ZARZIS

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È l’attesa l’essenza del clandestino, il suo spirito vitale. Un tempo si sarebbe detto: la sua anima. L’ho scoperto subito quando ho deciso di tentare il passaggio in barcone dalla Tunisia a Lampedusa. Il clandestino è un uomo che aspetta. Non un uomo che ha paura, che prega, che sogna, che magari accumula rabbia. Attende: di avere la cifra per potersi pagare il viaggio, attende il mediatore che ha il compito di organizzarlo, il passeur con il prezzo giusto. Attende anche la nave che, forse, non affonderà, il mare buono, il momento in cui il carico umano è completo e il viaggio rende, il capitano che ha fama di conoscere l’abbecedario dei venti e delle maree, il momento in cui la polizia è ancor più distratta del solito, Aspetta. Un giorno una settimana un mese.

Quella del clandestino è una dimensione complessa del presente, aspirato dal passato e proteso al futuro. L’attesa è la sua seconda pelle, la indossa, se ne avvolge, la usa per difendersi. Resta sospeso in un tempo dove le lancette dell’orologio antico si sono definitivamente fermate, non valgono più, ma quelle nuove sono ancora senza carica, immobili. Aspettare, se ci riesci, senza pensare, senza fare previsioni di come andrà, tenendo a bada le speranze. Ho vissuto alcuni giorni con loro in una «casa». Le case sono rifugi, punti di passaggio, dove ti raccolgono in attesa che dalla nave, al largo, arrivi il via libera. Non è un nascondiglio perché la polizia tunisina sa ed è indifferente. Neppure una prigione. Ormai hai pagato, indietro non puoi tornare; il tuo viaggio in realtà è già cominciato. Perché non è il momento in cui il tuo piede lascia la spiaggia e l’acqua cancella l’impronta, che conta. Conta il punto in cui non puoi più avere ripensamenti. La casa appartiene al mio «mediatore», quello che nell’impresa del passaggio ha il compito di raccogliere i passeggeri, di riempire la nave. La mia è nella parte alta di Zarzis, uno dei tanti paesi del Mediterraneo sudditi del mare per la vita e per la morte. In questo periodo dell’anno nelle vie dove lampeggiano pezzi rimasti di un grande presepe picaresco, asinelli tenaci che tirano giganteschi carri di verzure, lustrascarpe, piccoli venditori di cialde, incontri solo pensionati francesi appisolati per mesi al sole, in alberghi vasti come cattedrali, felici di risparmiare. E poi ci sono le donne francesi, «madames» avvizzite che in un gran tramestio di senili concupiscenze vengono a cercare anche loro calore.

Cinquanta in due stanze
Dalla casa il mare neppure si vedeva, solo il vento che lontano faceva sconquasso. Sono due cubi di intonaco bianco come quelli che disegnavano i due figli del mediatore che il pomeriggio, indifferenti, facevano i compiti alla tisica ombra di un alberello. È a un passo dallo strada con l’unica, modesta riservatezza di un muro e di un cancello verde. Cinquanta in due stanze di pochi metri quadri, nessun oggetto se non luridi tappeti gettati in terra e coperte. Dalle finestre filtrava una luce con poca forza, rancia e dorata. Nessuno, via via che passavano i giorni, ha mai chiesto l’ora. È un gesto senza senso. Il tempo inizierà dal momento in cui ti dicono: la nave c’è, è per stanotte. Allora puoi contare: a Lampedusa arriverò in venti ore, dunque… Rivestirmi di questa attesa è l’unico modo in cui, almeno per una infinitesima parte, posso diventare come loro. Prima della casa c’è il passeur , bisogna trovarlo, convincerlo, pagarlo. Credo di conoscere tutti, o quasi, quelli di Zarsis. Ci sono «i vecchi», il viso intarsiato da grinze, silenziosi, in agguato, appoggiati ai muri vicino alla spiaggia, guardano enigmatici il mare dietro di te, si avvolgono nelle buffate di scirocco. Anche loro aspettano, ti aspettano. E poi gli altri, i giovani, lupi voraci vestiti di tutto il contraffatto del mondo, in continuo movimento da un bar all’altro, che ridono sguaiati, avidi, prepotenti. Il mondo nuovo che avanza. Tutti, i vecchi e i giovani, hanno sguardi eguali, da doganiere, da agente delle tasse, che non puoi dimenticare: ti trapanano, pesano il tuo portafoglio senza nemmeno vederlo, la tua disperazione, il punto fino a cui puoi andare. Che è, immancabilmente, 1300 euro, la tariffa, il biglietto.

L’etica del passeur
Nessuno di quelli che ho incontrato mi ha chiesto perché io, italiano, avessi mai deciso di scegliere le loro barche scalcagnate e l’illegalità per un viaggio che con 150 euro potrei compiere ogni giorno, comodamente. Nessuno mi ha chiesto di più della tariffa normale. Per il passeur gli uomini sono davvero tutti eguali, contano in quanto unità, per lo spazio che occupano sul ponte del peschereccio o del barcone. Il resto, le tue motivazioni la tua disperazione i tuoi sogni perfino la tua stupidità, per loro è irrilevante. Il passeur è un imprenditore, con una etica, i conti, la partita doppia, tiranneggiato dalla matematica: tanti uomini tanti viaggi tanti incassi. Tutto si regola sulla fiducia, se qualcuno la infrange, raccoglie il denaro e sparisce, utilizza una barca guasta, sbarca i passeggeri in un altro luogo, tutto crolla. Moussa i miei 1300 euro non li ha voluti subito: «Quando sarai sulla nave, quella grande, mi pagherai, non prima». Moussa prima aveva un peschereccio, Non era povero, anzi; la pesca rende. Poi, un giorno, si è accorto che i suoi colleghi chiudevano, che il porto era semivuoto. E ha fatto dei conti: quanti uomini poteva portare, quasi senza rischio, invece che tonni e sardine, e che 400 passeggeri volevano dire 700, 800 mila dinari, 400 mila euro. Il passeur è un imprenditore che deve mettere in conto una perdita fissa: il battello che sarà sequestrato a Lampedusa. Del primo che ha utilizzato parla ancora con un po’ di rimpianto; chissà che fine ha fatto laggiù in Italia. Ma poi quando hai incassato, tutto è andato bene, e ne compri un altro e riprovi e un altro ancora beh! allora non è più la tua casa, che ti dà vivere, dove rischi la vita ogni giorno. È solo un mezzo che puoi gettare via. Il passeur non fa mai il viaggio in mare: ha i suoi capitani di fiducia, sa quelli che hanno fatto la traversata più volte, i prudenti e i gradassi, quelli che fiutano le tempeste nel canale di Sicilia per due, tre giorni solo annusando le buffate di scirocco. Non è un mestiere senza rischi. Prima di trovare Moussa avevo provato con un altro. Siamo andati sulla spiaggia in duecento, pronti a partire nella notte. Lui era con noi, sguazzava nell’acqua al mio fianco, un uomo alto, i capelli e la barba arricciata come gli assiri, si teneva su la Jallabah per non bagnarsi e si appoggiava nella sabbia a un bastone. Nel buio il suo telefonino suonava continuamente. Ma nel rispondere la sua voce si faceva via via più rabbiosa, poi opaca, poi affranta. La nave si era incagliata nel fondo mentre cercava di avvicinarsi il più possibile alla spiaggia e imbarcare. In duecento, immersi nell’acqua fino alla cintola, silenziosi, senza fare domande, si è atteso. Alle tre di notte anche il passeur si è arreso: tutti in ritirata, per chilometri, prima la spiaggia e poi la lunga palude, fino al camion per tornare alle case. Le luci del porto sullo sfondo e della raffineria lampeggiavano beffarde. Il passeur è tornato per ultimo, come se sperasse che ancora, dal mare, sarebbe arrivata con le lampade di segnalazione il via libera, la possibilità di tornare indietro. Sembrava, quando l’ho rivisto, un uomo più vecchio di mille anni: «riproveremo» ha sillabato nel vuoto.

L’avviso di disgrazia
Il capitano della sua nave però era un uomo avido. Il mattino dopo ha raccolto una parte dei clandestini, quelli più poveri e disperati, una cinquantina, e ha tentato l’avventura da solo, con un barcone. Gli altri sono tornati dal passeur e hanno chiesto i soldi: basta, con lui non volevano riprovare. Quello era un cattivo segno, un avviso di disgrazia e di confusione. Lui i soldi per tutti non li aveva più, con una parte aveva comprato il battello che bisognava disincagliare e una parte li aveva ridati a quelli che erano partiti. Gli hanno detto: i soldi o quando torniamo ti sgozzeremo. Lo ha colpito un infarto, è in coma all’ospedale. I miei compagni di viaggio, tutti giovani, tutti tunisini, non sono uomini dagli impervi silenzi. Mentre le ore si sgranavano nella casa, abbiamo parlato, a lungo. Non c’è attorno a loro nessun alone di tetro dolore. Parlano, si raccontano. Di due cose, in tutti quei giorni bloccati dalla tempesta, non abbiamo mai parlato. Una è stato il mare, questo Mediterraneo con la sua voce i suoi furori le sue leggende la sua retorica. Come se non esistesse, come se non fosse il lievito in cui è impastato pericolosamente il nostro viaggio. Il mare, la sua preistorica enormità, non bisogna evocarlo: per non avere paura.

L’assenza della polizia
La seconda assenza è la polizia, i controlli, il rischio di essere bloccati. In terra e in mare. Perché non esistono. Eppure in questa città dove tutti golosi si vantano di avere i migliori capitani per i clandestini, come se fosse la vera gloria locale, le autorità sanno: i nome dei battelli da pesca venduti e riciclati, i mediatori, le case, le spiagge dove si allungano le file dei partenti in attesa, tra torce e chiasso di telefonini. Una è dietro gli alberghi, di sera arrivano i parenti in auto per salutare, si piange si ride, è la festa. Ben Ali barattava il controllo dei clandestini con i silenzi complici dell’Occidente sulle sue infamie dittatoriali. Oggi la Tunisia appena uscita da una rivoluzione è governata da uomini senza carisma e senza autorità. Perché dovrebbero impedire ai suoi giovani, ai suoi figli migliori, di tentare l’avventura, di cercare una vita migliore? Per rischiare un’altra rivoluzione? Béchir è venuto a cercarmi: è cameriere, un uomo grasso dall’aria paciosa, fuori servizio si mette in testa la papalina viola dell’età aurea di Bourghiba. In un copricapo c’è la vecchia Tunisia povera quieta e operosa scomparsa nei gorghi tentatori della modernità. Ha saputo che voglio partire, ormai mi conoscono tutti, a Zarsis che in fondo senza i turisti è un piccolo paese gli imbarchi sono la notizia. E tutti si danno da fare ogni volta, per giorni, a rassicurare e avvertire: sì, i ragazzi sono arrivati… gli italiani a Lampedusa sono gentili e poi il continente e la Francia chissà… Il figlio di Bechir ha fatto il viaggio, adesso è in Belgio dove ci sono altri parenti, lavora in un locale tunisino, sì tutto è finito bene grazie a Dio. «Perché vuoi andare?» mi ha chiesto e i suoi occhi si sono fatti scuri. «Ti parlo come se fossi tuo padre. Sai cosa vuol dire il passaggio per mare? Sedici ore ti dicono, non è vero, mentono, sono 24, è quanto ha impiegato mio figlio nella burrasca e adesso non ne vuole più parlare perché ha ancora paura. Perché lo fai? Tu non hai bisogno». E mi fa promettere che comunque lo chiamerò quando sarà arrivato il momento.

La scelta dei figli
Béchir è stato il primo. Poi sono venuti altri, nei giorni dell’attesa. Qui quasi ogni famiglia ha un figlio che è partito. Quelli che hanno più figli maschi scelgono il primogenito, come nei nostri Paesi del Sud si faceva al tempo giolittiano degli emigranti: perché è quello che ha il dovere di tenere alto il nome, di farsi onore, di diventare ricco. Anche loro sono venuti a trovarmi, gentili, con l’aria umile che si assume inesorabilmente con qualcuno a cui è capitata o sta per capitare una disgrazia: vogliono capire. Sono venuti anche due padri il cui figlio nonè arrivato: viaggiavano su una barca troppo piccola, «avevano fretta… non hanno saputo aspettare…». È un dramma di due anni fa, ma il loro dolore non lo è. «Mi manca tanto mi manca tanto» mi ripete uno di loro, e gli scendono le lacrime dolci e infantili dei vecchi. Solo uno dei ragazzi della casa mi ha chiesto: perché? Ma mi ero accorto che ne parlavano tra loro a bassa voce, fittamente, protetti dall’arabo che non capisco. Hanno ragione e diritto di chiedere. Quando ci si mischia anche solo per essere testimoni alle tragedie umane, senza esserne parte, si ha il dovere di essere onesti. Non ho provato a rispondere. Li ho delusi. Avrei potuto spiegare che è stato raccontato come loro, i clandestini di Lampedusa, sono prima di partire e dopo essere sbarcati. Ma che quello che conta è il momento in cui passano da una condizione a un’altra, il viaggio, quando scavalcano la Frontiera, non amministrativa e poliziesca, ma quella della propria condizione umana e diventano altri. Ed è quanto voglio fare. Non avrebbero capito. Perché io sono solo un testimone. Io li guardo. Loro lo vivono. Il mare si è calmato, stasera non c’è vento, cominciamo a navigare nel buio.

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fonte: http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/393258/

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2 responses to “REPORTAGE – Domenico Quirico, inviato La Stampa, 22 ore in mare: “La mia odissea con i disperati di Lampedusa” / Con i clandestini aspettando un barcone per Lampedusa”

  1. federico says :

    A proposito dell’articolo di oggi 14/04/2011 su la stampa

    L’autore dell’articolo dimentica:
    1) l’immigrazione clandestina è reato
    2) Francia Germania U.K. Belgio etc…sono concordi sul fatto che è sbagliato anche accoglierli a Lampedusa. Parlano di trainare le loro imbarcazioni sul mare tunisino. Quindi, siamo già fin troppo buoni, farei pagare a lei la benzina dei voli per rimpatriare questa gente.
    3) La sua ingenuità, Quirico, sul fatto che facilmente si tratta di ex galeotti (a Genova hanno già arrestato alcuni spacciatori dopo 4 giorni che erano in italia)
    4) presto, col caldo, cominceranno gli stupri visto che nessuna donna europea avrà voglia di andare con questi giovani e visto che considerano legale la violenza sulle donne. Scommettiamo???!!!
    5) Forse potrebbe lasciare il suo posto a qualche bravo giornalista tunisino, la sua bella casa (magari a canone agevolato) e imparare a fare il muratore o raccogliere pomodori e allora capirebbe qualcosa di più sulla vita…chissà cosa direbbero i compagni di viaggio tunisini se vedessero la sua bella casa…..magari si sentirebbero presi per il culo?!
    saluti

  2. lorenzo says :

    Gentile dott. Chirico, leggo le sue appassionate righe “ecco chi rimandiamo indietro… eccetera” su la Stampa di oggi (15/4) e mi viene voglia di chiederLe: non dovremmo rimandare in patria le “eccedenze” dei già troppi tunisini sbarcati in Italia? Si è vero, là sono dei disperati, ma prenderne qualche decina di migliaia qua, crede li farebbe magicamente uscire dalla miseria? Forse una minima parte; per la maggior parte contribuirebbero ad aumentare la nostra di miseria. Io dico si ai rimpatri, assolutamente. Se vogliamo fare qualcosa aiutiamoli a casa loro, non mettiamo nei casini altri popoli.

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