Archivio | maggio 1, 2011

‘QUI NON SI PARLA DI POLITICA’ – Polemiche al concerto, la liberatoria fa arrabbiare gli artisti: «E’ censura

Polemiche al concerto, la liberatoria fa arrabbiare gli artisti: «E’ censura»

Pesanti critiche di alcuni musicisti e attori: vietato parlare di politica e referendum. Gli organizzatori replicano: «Sordina? No, è la legge sulla par condicio»

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Ascanio Celestini al Concertone
Ascanio Celestini al Concertone

ROMA – Polemiche nel backstage del Concertone del primo maggio nella Capitale. Numerosi artisti hanno contestato l’organizzazione del grande live musicale – patrocinato dai sindacati Cgil Cisl e Uil – di aver preteso prima dello spettacolo la firma di una liberatoria molto dettagliata: un impegno che, di fatto, «metteva la sordina a cantanti e attori». Ma non tutti, nonostante il documento sottoscritto, hanno poi rispettato alla lettera le regole imposte.
Luca Barbarossa ha ironizzato sul ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano cantando la canzone «Immunità» – autori Alfano & Romina ha detto -, con strofe molto pesanti. Non bastasse, ci ha pensato il regista Ascanio Celestini a chiarire: «Quella contenuta nella liberatoria non è censura, è un tentativo di distrazione».

BANDABARDO’ IRRITATI – Secondo Erriquez, il leader di Bandabardò, quel foglio contestato è invece «una censura bella e buona», è stato imposto «per non parlare di referendum e non dare indicazioni di voto dal palco di San Giovanni». Lamenta che gli artisti non erano stati informati di quello che firmavamo: «Pensavamo si trattasse della normale liberatoria che si firma quando si va in televisione. Certo è anche un nostro errore, ma in questo modo si impedisce la libertà di parola».
«Considero una grave illegalità quella di non permettere a chi vuole di esprimersi e di dire la propria opinione sui referendum. L’acqua non è né di destra né di sinistra, inoltre chi viola la par condicio è proprio la tv di Stato», ha commentato il presidente di Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.

I Bandabardò durante il concerto di piazza San Giovanni (foto Blowup)
I Bandabardò durante il concerto di piazza San Giovanni (foto Blowup)

«VOGLIONO FARSI PUBBLICITA» – «Gli artisti che protestano sono persone che usano questo palco per i loro interessi e per farsi pubblicità – hanno replicato gli organizzatori -. Non è una protesta contro il primo maggio, semmai contro la par condicio». E sul tema par condicio si gioca la battaglia tra chi sostiene che al palco del Primo Maggio non può essere messa la sordina e chi vorrebbe evitare strumentalizzazioni. Andrea Rivera, protagonista di un contestato caso analogo per una battuta sul Papa, girava nel backstage di piazza San Giovanni con un cartello di protesta: «A lui l’avete fatto beato, a me martire».
«Il contenuto della liberatoria che è stata firmata dagli artisti è quello previsto dalla legge», taglia corto l’organizzatore del Concertone, Marco Godano, spiegando che «è quello che si fa in tutte le occasioni come questa, perchè lo prevede la legge sulla par condicio». Secondo la Rai, la liberatoria è «una normale prassi» che, in ogni periodo di par condicio, «viene fatta firmare a chiunque compaia in trasmissioni televisive non ricondotte alle testate giornalistiche».

LO SHOW DI CELESTINI – Sul palco poco dopo le cinque Celestini, ha criticato la scelta del Primo Maggio come giorno per la beatificazione di Wojtyla, poi ha aggiunto: «Non dico più niente anche perchè ho firmato una liberatoria». In camerino, in seguito, ha spiegato : «Mi sembra, da parte della Chiesa (come ha già fatto in passato) un tentativo di sovrapporre il tempo cristiano a quello laico». Quanto alla polemica sulla liberatoria: «Ho scelto di raccontare comunque il passato (ndr. un monologo sulla Repubblica Romana) per parlare del presente. Avrei voluto ricordare che la Costituzione è frutto di battaglie importanti, ma dopo aver firmato questo foglio – ha detto mostrando l’impegno chiesto dagli organizzatori del Concertone – non posso citare né le elezioni né il referendum».

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Redazione online
01 maggio 2011

fonte:  http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_maggio_1/par-condicio-concertone-polemiche-190547423003.shtml

INTERNET – Il vertice G8 voluto da Sarkozy per riscrivere le regole del web

INTERNET

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Il vertice G8 voluto da Sarkozy per riscrivere le regole del web

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Il presidente francese lo ha lanciato. L’obiettivo è quello di favorire l’economia e la democrazia digitali, ma ci sono anche tanti rischi. Eccoli

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di ARTURO DI CORINTO

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Il vertice G8 voluto da Sarkozy per riscrivere le regole del web Nicolas Sarkozy

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SARKOZY vuole un G8 1 dedicato ad Internet prima del vertice dei capi di Stato e di Governo (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) che si terrà in Francia, a Deauville, il 26 e il 27 maggio. L’obiettivo dichiarato del summit 2 è quello di favorire l’economia e la democrazia digitali, ma l’intenzione stride con l’idea del presidente francese di “civilizzare Internet” regolamentandola in senso restrittivo “per correggerne gli eccessi e gli abusi che vengono dalla totale assenza di regole”. Fatto sta che nonostante la valanga di critiche ricevute e la sconfessione della dottrina dei three strikes da parte della Corte Costituzionale francese adesso il capo dell’Eliseo ci riprova, sostenuto dalle major della proprietà intellettuale e scippando di fatto il primato finora conquistato dall’Onu nel dibattito sulla governance di Internet.

“Scippo” a Obama. E’ lecito pensare che sia il tentativo di riabilitare la sua immagine di nemico della rete e di riallacciare rapporti coi big player del settore per ottenerne un concreto sostegno elettorale ma è difficile non pensare che in questa decisione ci sia una sotterranea competizione, simbolica, culturale ed economica, con la Casa Bianca. Dall’insediamento di Obama l’amministrazione americana ha ribadito di ritenere Internet un grande strumento di democratizzazione e finanziando un programma da 30 milioni di dollari per realizzare strumenti anti-censura ha rivelato come la rete possa essere usata in chiave geopolitica. L’interventista Sarkozy probabilmente non vuole essere da meno, soprattutto dopo che le insurrezioni africane nel Maghreb hanno lasciato intuire quale spazio ci sia per una Internet che parli francese sempre di più.

Togliere il pallino all’Onu. Quale che ne sia il motivo – forse tutti insieme – con un invito riservato Sarkozy ha chiamato i grandi player dell’ICT e l’industria dei contenuti a esprimersi su temi essenziali del futuro di Internet, diritti umani, proprietà intellettuale, privacy, sicurezza, infrastrutture e mercato digitale. Pur senza rivelarne il programma e tutti gli invitati 3, vorrebbe ricavarne indicazioni sulle politiche da adottare su neutralità della rete, cloud computing, copyright, social network. Proprio le cose di cui l’Onu discute da cinque anni. Conoscendo le posizioni di Nicolas su una rete che definisce “troppo libera” e “piena di eccessi” parrebbe un tentativo mirato di rimettere alla discussione di governi e imprese ogni decisione sul futuro assetto di Internet sottraendolo allo scrutinio e alla partecipazione della società civile come invece avviene nel “parlamento” di Internet, l’Internet Governance Forum (Igf) dell’Onu, il luogo dove da cinque anni si incontrano esponenti dei governi, delle imprese, delle associazioni, col proposito di garantire a tutti uno strumento che, come riconosciuto dall’Unione Europea è centrale per esercitare i diritti fondamentali degli individui.

Ma qui casca l’asino. All’Igf, dove tutti hanno diritto di parola  – ma che non è un organo decisionale e basa le sue politiche sul consenso e sulle best practices, seppure la loro opinione conta come quella delle associazioni – i governi devono rendere conto al mondo di come gestiscono la rete per i propri cittadini e dire come la vorrebbero, impegnandosi a essere coerenti con le proprie dichiarazioni. Una situazione che a più riprese ha fatto dire ai governi che è tempo di  riportare l’Igf in seno all’ITU e sviluppare un processo di decision making di tipo governativo, cioè vincolante e basato sulla logica degli “interessi nazionali”. Quello che traspare nella politica di grandeur di Sarkozy applicata alla rete.

La chiave? Il diritto d’autore. Il grimaldello allora potrebbe essere ancora una volta la tutela della proprietà intellettuale, ossessione sia della Francia che degli Stati Uniti dal tempo in cui la Creative Media Business Alliance (CMBA) – un’alleanza fra The Walt Disney Company, Time Warner, Sony Corporation, Universal Media Group, IFPI, MPA, Mediaset, ed altri – trasmise alla Commissione europea un policy paper in cui per la prima volta si auspicava che i diritti fondamentali non fossero validi in Internet tramite eccezioni ad hoc. Nel documento si chiedeva la sospensione del diritto alla privacy e ai fornitori di accesso a Internet di farsi parte attiva nella sorveglianza dei contenuti in transito sulla Rete e nell’imposizione del copyright, ponendoli sotto pressione tramite l’attribuzione di responsabilità per le violazioni commesse in Rete 4.

Un position paper che ha informato alcune fra le peggiori proposte legislative in questo campo inquinando a più riprese la discussione sulla riforma europea delle telecomunicazioni, il Telecom Package, e ispirando l’Acta (l’Accordo anticontraffazione messo sotto segreto per motivi di sicurezza nazionale), per poi trovare sfogo nelle legislazioni nazionali con la Digital Economy Bill in Inghilterra 5, la Ley Sinde 6 in Spagna, il Combating Online Infringement and Counterfeits Act 7 negli Usa, la proposta di legge dell’On. Carlucci in Italia 8 e la Delibera Agcom 668/2010 9 del dicembre 2010.

Le contraddizioni dei Grandi. Nella gara a mostrare i muscoli Francia e Usa stanno spendendo le loro emergie migliori per dimostrare che la democrazia politica non può prescindere da quella economica e mentre Obama chiama a raccolta i big dell’economia digitale, il ministro degli esteri francese visita le compagnie americane di persona e prepara il terreno all’incontro di Parigi. Ma non si può non notare che mentre i due presidenti pensano a internet come a uno strumento democratico, a casa loro lo contrastano. Gli Usa ritengono che l’esportazione della democrazia si faccia anche attraverso Internet, ma poi fanno la guerra a Wikileaks e tengono in galera Bradley Manning mentre fanno la proposta di conferire al presidente il potere tecnico del cosiddetto “spegnimento della rete” 10.

In Francia il Consiglio Costituzionale giudica incostituzionale la legge Olivennes-Sarkozy, tramite un giudizio storico equipara l’accesso a Internet a diritto fondamentale e Sarkozy è costretto ad accettare le dimissioni del ministro Albanel, ma alla fine passa modificata. Obama nel 2008  nomina personalmente al Dipartimento della Giustizia cinque avvocati di punta della RIAA, massima espressione della lobby delle major discografiche e ne piazza uno, David Ogden, alla seconda carica più alta in assoluto (vice procuratore generale degli Stati Uniti d’America), poi propone un piano di dirottamento di agenti FBI verso la prevenzione delle violazioni del copyright online 11 per arrivare a una proposta una legge che conferirebbe al procuratore generale (il suo vice essendo David Ogden) il potere di cancellare siti web ovunque nel mondo, anche al di fuori della giurisdizione americana, senza un processo preventivo, ripresa pari pari dall’Agcom italiana, ma solo in base ad un ordine del procuratore generale stesso 12.

Insomma, non è peregrino pensare che il forum parigino sia l’occasione di riscrivere l’agenda della governance di Internet da parte delle imprese che vogliono trasformarla in una piattaforma commerciale a pagamento ma a quel punto gli Stati autoritari si sentiranno legittimati a darsi una propria agenda e con la scusa di tutelare la proprietà intellettuale potranno mettere in campo azioni per limitare la democrazia politica che attraverso Internet si esprime. Noi intanto speriamo di sbagliarci.

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01 maggio 2011

fonte: 
http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/05/01/news/sarkozy_g8_internet-15493094/?rss

Medicinali vegetali da oggi in vendita solo quelli certificati. Le ong: “Vietano le erbe per favorire l’industria”

Medicinali vegetali da oggi in vendita solo quelli certificati

L’Ue: “Così i cittadini saranno più tranquilli”
Le ong: “Vietano le erbe per favorire l’industria”

Negli ultimi anni il business delle cure alternative è cresciuto e vale 150 miliardi

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MARCO ZATTERIN

CORRISPONDENTE DA BRUXELLES

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La linea della Commissione europea è che da oggi «i cittadini possono essere tranquilli del fatto che i medicinali vegetali tradizionali che acquistano sono sicuri». L’organizzazione non governativa Avaaz, una delle tante sigle globali che hanno dichiarato guerra ai Ventisette in difesa della farmacia alternativa, ritiene invece che «si stiano vietando molte erbe curative, impedendo rimedi certi per favorire i profitti dell’industria».

Il dossier è ingarbugliato e la disputa è insidiosa perché mescola esigenze sanitarie, scelte personali e affari miliardari. I governi proteggono i consumatori o la lobby del banco? Lo scontro, come si vede, è duro quanto aperto.

L’oggetto del contendere è la direttiva numero 24 approvata l’11 marzo 2004 dal Consiglio dei ministri dell’Ue, ovvero dai responsabili dei governi degli stati membri (quel giorno l’Italia era rappresentata da due ministri berlusconiani, Rocco Buttiglione e Antonio Marzano). Il testo disciplina il mercato dei «Medicinali vegetali tradizionali», nuova categoria giuridica dalle radici millenarie che spazia dalla calendula al ginseng, elementi cardine della nuova medicina che negli ultimi anni si è diffusa a spese del business chimico (150 miliardi il fatturato mondiale stimato). Semplice il principio a monte della delibera: «Tutti i medicinali necessitano di un’autorizzazione per la messa in commercio. Gli articoli naturali non possono costituire eccezione».

Il legislatore ha introdotto una «procedura semplificata» di registrazione dei «medicinali vegetali tradizionali», compresi quelli cinesi, tibetani e ayurvedici, che aggira l’obbligo di sottoporli a test di sicurezza e prove cliniche. Sono esclusi dall’esame preventivo i prodotti di erboristeria, gli estratti vegetali e quelli utilizzati come integratori alimentari elaborati con piante officinali. È insomma solo una parte del mercato ad essere compresa nella direttiva. Non gli alimenti, ma quella che sfida le pastiglie da laboratorio.

La norma prescrive che per poter vendere un «medicinale vegetale tradizionale» occorre fornire prove sufficienti da cui risulti che il prodotto in questione non è nocivo, e dimostrare che sia stato usato a scopo terapeutico per almeno 30 anni, di cui almeno 15 anni nell’Ue. Secondo Bruxelles, è un percorso meno oneroso rispetto alla trafila imposta ai farmaci ordinari, pertanto «non mette fuori mercato i piccoli produttori». Il costo, dice l’Ue, varia da paese a paese, da 5 a 20 mila euro a titolo. Chi contesta la legge parla di cifre dieci volte superiori.

Fonti europee argomentano che proprio per agevolare il mercato alternativo, è stato assicurato un periodo transitorio di sette anni conclusosi ieri a mezzanotte. Da stamane, «un medicinale vegetale non registrato o autorizzato non può essere venduto», il che restringe il campo ai circa 150 prodotti regolarizzati in Europa negli ultimi tre anni, uno solo dei quali è italiano: il Pelargonium sidoides, pianta sudafricana utilizzata per le infezioni delle vie respiratorie. Tutto qui? I dati sono vaghi. «I certificati sono responsabilità nazionale – spiega un portavoce comunitario – e i dati complessivi non sono stati raccolti». In pratica, al momento, i consumatori non sanno esattamente cosa acquistare.

«I pazienti possono avere fiducia», insiste il commissario Ue alla Salute, John Dalli, parecchio contestato da molti per la posizione pro Ogm e la limitata propensione alla trasparenza delle etichette alimentari. Non ci credono quelli di Avaaz che da tre giorni raccolgono firme per far saltare tutto. Ne servono un milione e ieri sera erano già oltre le 400 mila. «La disposizione – spiega l’Ong – metterà al bando diverse erbe, costringendo molti di noi a sostituirle con farmaci che incrementano i ricavi delle aziende farmaceutiche».

«È vero che si è scoperto che alcuni prodotti contenevano pesticidi o correttori chimici – fanno notare alla Alliance for Natural Health -, ma è anche vero che si sono alzate barriere che impediranno l’accesso di parecchi farmaci, soprattutto quelli provenienti da paesi non pratici delle regole europee». Le organizzazioni dei consumatori contestano la soglia dei 15 anni, che «taglia fuori tutti i medicinali meno noti». «Le erbe vengono trattate come prodotti di sintesi – denuncia il sito di Naturmedica e saranno proibiti tutti gli integratori erboristici con significativi livelli di vitamine e minerali». Un disastro? Michael McIntyre, presidente della Associazione europea dei consumatori di medicine tradizionali, pratica un altrettanto tradizionale cerchiobottismo: «Ci sarà un impatto importante sui consumatori e i loro fornitori», spiega. Però «adesso sapremo esattamente cosa c’è nel botticino, cosa che prima non succedeva».

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01 maggio 2011

fonte: 
http://www3.lastampa.it/costume/sezioni/articolo/lstp/400260/

Primo maggio di polemiche. Camusso: divisi siamo più deboli / VIDEO: Aspettando il concerto del Primo Maggio 2011

Primo maggio di polemiche
Camusso: divisi siamo più deboli

In diecimila al corteo di Milano: fischiate Cisl e Uil
A Torino bruciate bandiere del sindacato di Bonanni

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ROMA – Condivide le parole espresse ieri dal capo dello Stato Giorgio Napolitano e sottolinea che «i sindacati divisi sono sindacati più deboli», il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, al via della manifestazione del Primo maggio a Marsala, in Sicilia.

Camusso spiega che le differenze ci sono e non si superano «facendo finta che non ci siano» ma dandosi nuove regole che permettano ai lavoratori di decidere. Camusso sottolinea che pur restando le distanze tra sindacati «oggi è la festa di tutti i lavoratori ed è sbagliato attribuirla ad una o a un’altra sigla». E aggiunge che le ragioni dello sciopero generale contro la manovra e le politiche del governo restano tutte. Dallo stesso palco Raffaele Bonanni, numero uno Cisl, chiede un’immediata riforma del fisco; e il segretario Uil Luigi Angeletti, che sollecita l’impegno per l’occupazione e sollecita al governo delle risposte.

Poco meno di 10 mila persone hanno partecipato al corteo organizzato a Milano dai sindacati confederali in occasione della Festa del lavoro. Diversamente dal solito la sfilata si è conclusa in piazza della Scala (e non in piazza Duomo dove era allestito il maxischermo per la beatificazione di Giovanni Paolo II). Sul palco sono intervenuti alcuni lavoratori. Le conclusioni sono state affidate ai segretari milanesi dei sindacati confederali, fischiati Walter Galbusera della Uil e Danilo Galvani della Cisl.

A Torino tre bandiere della Cisl, sottratte durante il corteo, sono state bruciate da esponenti dell’area antagonista sul palco del comizio del Primo Maggio, nella centralissima piazza San Carlo, dove si era appena concluso il comizio della segretaria torinese della Cgil, Donata Canta. Alcune decine di giovani, in mezzo ad una piazza che si stava svuotando al termine del comizio, hanno battuto le mani e gridato lo slogan «Da Pomigliano a Mirafiori, siete il sindacato dei traditori». Davanti al bandierone ufficiale dei sindacati «Italia unita dal lavoro», i manifestanti hanno esposto uno striscione con la scritta «Crisi-nucleare-guerra e politici schifosi. Cacciamoli tutti» con le immagini di Silvio Berlusconi, Raffaele Bonanni e Sergio Marchionne. Sul palco anche un uomo con una ghigliottina in gommapiuma con la scritta Bertone sulla lama e Fiat new company nel manico.

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Domenica 01 Maggio 2011 – 11:39    Ultimo aggiornamento: 13:35
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Aspettando il concerto del Primo Maggio 2011

Da: | Creato il: 30/apr/2011

l palco della piazza romana di San Giovanni prende vita. A due giorni dall’evento sono arrivati a provare Silvestri, Caparezza, Paola Turci, tutti quelli che si daranno il cambio, sullo sfondo dei 72 elementi e 60 coristi dell’Orchestra Roma Sinfonietta diretta dal Maestro Morricone. Davanti alla piazza vuota, sul prato che domenica non sarà più visibile. Calpestato dalle migliaia di persone che arriveranno da tutta Italia per assistere al concerto dedicato a “la patria, la storia, il lavoro”.
di Katia Riccardi, riprese e montaggio Giorgio Neri

Libia, pressing di Bossi sulla mozione: «Se Silvio non la vota il governo salta»

Il senatùr e la missione italiana

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Libia, pressing di Bossi sulla mozione:
«Se Silvio non la vota il governo salta»

Il leader della lega dopo le aperture del premier: «Prima o poi lo vedrò. I bombardamenti? Non servono a niente»

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«Se Berlusconi non la vota, vuol dire che vuol far saltare il suo governo». Il leader del Carroccio, Umberto Bossi, lega così il destino dell’esecutivo all’appoggio del Pdl alla mozione che la Lega ha preparato sulla Libia, per fissare limiti alle operazioni militari italiane. A Menaggio dove si imbarcherà per la tradizionale «battellata» organizzata dal Sindacato Padano, Bossi ha detto che vedrà che «prima o poi» vedrà il premier, Silvio Berlusconi, comunque, «prima» del passaggio parlamentare delle mozioni. Il leader del Carroccio è comunque tornato a condannare i raid armati in Libia. «Non serve a niente bombardare – ha spiegato -, ammazzi solo la gente. Poveracci, poi scappano».

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Redazione online
01 maggio 2011

fonte: 
http://www.corriere.it/politica/11_maggio_01/libia-bossi-mozione-lega_e8277cfa-73e6-11e0-9346-82c59ffdc490.shtml

Quegli articoli scomparsi della ‘Padania’ su Berlusconi (tra cui le famose 11 domande)

Quegli articoli scomparsi della ‘Padania’ su Berlusconi

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Quelli che ce l’hanno ‘duro’ e non si sporcavano mai le mani con Berlusconi avevano più di un dente avvelenato. A cominciare dalle famose 11 domande a B., un pezzo di Max Parisi che qui riportiamo e che è utile rileggere. Una ‘Padania’ di non tanti anni fa e una Lega che, tutto sommato, aveva trovato adesioni anche a sinistra per una certa sensazione di dirittura morale che, oggi, sembra aver largamente, e definitivamente, perso.

mauro

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http://giansante.files.wordpress.com/2010/11/berlusconi-tale-e-quale-no-2-p-28.jpg?w=450

Berlusconi – fonte immagine

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TUTTI GLI URL SCOMPARSI DALLA PADANIA:

Berlusconi mafioso? 11 domande al Cavaliere per negarlo Dai miliardi per comprare il terreno della futura Milano2, alle societa’ siciliane con parenti di Buscetta: al Signore di Arcore la parola. Spieghi, e sia chiaro…


http://www.lapadania.com/1998/luglio/08/080798p04a1.htm

Riciclaggio: sequestrata la contabilita’. Il Cavaliere mette le mani avanti: potrebbero mancare i riscontri A nudo le holding di Berlusconi


http://www.lapadania.com/1998/luglio/21/210798p04a4.htm

Berlusconi: “Bossi e’ un capobanda”


http://www.lapadania.com/1998/luglio/22/220798p04a5.htm

Bossi su Berlusconi: “La caduta del suo governo? Berlusconi venga da me, che gliela spiego io…! Sono stato io a metter giu’ il partito del mafioso. Lui comprava i nostri parlamentari e io l’ho abbattuto”.


http://www.lapadania.com/1998/luglio/30/300798p03a3.htm

Dalla Laguna, Bossi risponde al Cavaliere: un palermitano che parla meneghino. <> Invece di attaccare, spieghi da dove vengono i suoi soldi


http://www.lapadania.com/1998/settembre/16/160998p10a7.htm

Dalla Laguna, Bossi risponde al Cavaliere: un palermitano che parla meneghino. <> Invece di attaccare, spieghi da dove vengono i suoi soldi


http://www.lapadania.com/1998/settembre/16/160998p10a7.htm

Svelato il primo grande segreto di Silvio Berlusconi: ecco le Holding fantasma del suo impero – Le sedici casseforti occulte – Ruggeri, autore di saggi sul Cavaliere, racconta la clamorosa scoperta


http://www.lapadania.com/1998/settembre/29/290998p03a2.htm

Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega: il capo di Forza Italia parla meneghino ma nel cuore e’ palermitano <> Lo tengono in piedi perche’ rappresenta i loro interessi al Nord, e’ il loro “figlio di buona donna”


http://www.lapadania.com/1998/ottobre/27/271098p05a3.htm

Il Senatur replica duramente alle affermazioni del Cavaliere che torna ad attaccare la Lega – Bossi: il piduista non ci fermera’ – Berlusconi in Veneto straparla: “I leghisti sono il mio popolo”


http://www.lapadania.com/1999/febbraio/24/240299p03a1.htm

C’e’ anche questo – Silvio: Scalfaro dica che non sono mafioso


http://www.lapadania.com/1999/aprile/07/070499p22a1.htm

Roberto Maroni replica al Cavaliere che aveva attaccato i ministri leghisti del suo esecutivo – Berlusconi, metodi mafiosi – “Se gli si tolgono gli strumenti della politica-fiction, si sgonfia subito”


http://www.lapadania.com/1999/ottobre/15/151099p15a1.htm

Giulio Tremonti sgombra ogni equivoco: non esistono patti segreti Accordo Lega-Polo: tutto alla luce del sole


http://www.lapadania.com/2000/novembre/26/27112000p05a4.htm

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Berlusconi mafioso? 11 domande al Cavaliere per negarlo

Dai miliardi per comprare il terreno della futura Milano2, alle societa’ siciliane con parenti di Buscetta: al Signore di Arcore la parola. Spieghi, e sia chiaro

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di max parisi

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Basta. Basta con questa indicibile manfrina messa in piedi dai mezzi di comunicazione di massa sulle vicende giudiziarie – specialmente quelle palermitane – di Silvio Berlusconi. E’ arrivata l’ora delle certezze definitive. Di seguito presento al signor Berlusconi una serie di domande invitandolo pubblicamente a rispondere nel merito con cristallina chiarezza affinche’ una volta per tutte sia lui in prima persona a dimostrare – se ne e’ capace – che con Cosa Nostra non ha e non ha mai avuto nulla a che fare. A scanso di equivoci e strumentalizzazioni, gia’ da ora – signor Berlusconi – le annuncio che nessuna delle notizie sul suo conto che leggera’ in questo articolo e’ frutto di “pentimenti”, e nessuna delle domande che le sto per porre si basa o prende spunto anche fosse in modo marginale dalle parole dei cosiddetti “pentiti”. Tutto al contrario, esse si basano su personali indagini e su documenti amministrativi che in ogni momento – se lo riterra’ – potro’ inviarle perche’ si sinceri della loro autenticita’. Detto questo, prego, legga, e mi sappia poi dire.Partiamo da lontano, perche’ lontano inizia la sua storia imprenditoriale, signor Berlusconi.

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Primo quesito: lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua societa’ – l’Edilnord Sas – acquisto’ dal conte Bonzi l’intera area dove di li’ a breve lei costruira’ il quartiere di Milano2. Lei pago’ l’area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, e’ di enorme portata. Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l’acquisto – intendo dire nei mesi successivi – lei apri’ un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arrivera’ a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni portera’ all’edificazione di Milano2 cosi’ come e’ oggi. Ecco la prima domanda: signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l’area, chi li diede? Inoltre: che garanzie offri’ e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il super-cantiere, chi glielo forni’? Vede, se lei non chiarisce questi punti, si e’ autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall’avvocato di Lugano Renzo Rezzonico “sue finanziatrici”, cosi’ come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt’altro che raccomandabili. Si’, perche’ – mi creda signor Berlusconi – nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le presto’ tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei opero’ con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, poi rientrati in Italia grazie alla sua attivita’ imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realta’ fosse questa. Se invece di denaro frutto di attivita’ illecite, si tratto’ di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadra’ di schianto.

Secondo quesito: il 22 maggio 1974 – certamente lo ricorda, signor Berlusconi – la sua societa’ “Edilnord Centri Residenziali Sas” compi’ un aumento di capitale che cosi’ arrivo’ a 600 milioni (4,8 miliardi di oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima societa’ esegui’ un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove e da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti.

Terzo quesito: il 2 febbraio 1973 lei fondo’ un’altra societa’, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola impresa divento’ una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei fara’ in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.

Quarto quesito: lei non puo’ essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua societa’ Edilnord cedette alla neo-costituita “Milano2 Spa” tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato “Milano2″ piu’ alcune aree ancora da edificare di quell’immenso terreno che lei compero’ nel ’68 per l’equivalente di piu’ di 32 miliardi in contanti. Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto: lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome della societa’ acquirente. Infatti l’impresa Milano2 Spa inizio’ a chiamarsi cosi’ proprio da quella data. Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano2 Spa – come lei senza dubbio rammenta – viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, “forte” di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell’Utri. Lo stesso Dell’Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell’epoca un <>. Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale. Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.

Quinto quesito: signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalle seconda: l’8 giugno 1978 lei fondo’ a Roma la “Finanziaria d’Investimento Srl” – in sigla Fininvest – dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui). Il 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d’oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passo’ dall’avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi. Fra l’altro, come lei certamente ricorda, la societa’ in questo periodo non possedeva alcun dipendente. Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl, con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata “fusa” con un’altra sua societa’ dall’identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano. Questa societa’ fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc’anzi alla base dell’edificazione del suo impero, e in realta’ di milanese aveva ben poco, come lei ben sa. Infatti la Fininvest Spa venne anch’essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l’11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che penso’, decise e attuo’ proprio lei, signor Berlusconi. Dopo la fusione, ricorda?, il capitale sociale verra’ ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell’epoca, equivalenti a piu’ di 166 miliardi di oggi, fonte Istat). Bene, fermiamoci qui. Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli forni’? Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offri’ loro. Lo stesso dicasi per l’aumento, di poco successivo, a 52 miliardi. Naturalmente le chiedo anche notizie sull’origine dei fondi, altri 2 miliardi, della “gemella” Fininvest Spa di Milano che lei fondo’ nel 1975, anno pessimo per cio’ che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell’economia del Paese.

Sesto quesito: lei, signor Berlusconi, almeno una volta in passato tento’ di chiarire il motivo dell’esistenza delle 22 (ma c’e’ chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di “Berlusconi, gli affari del Presidente” siano molte di piu’, addirittura 38) “Holding Italiane” che detengono tuttora il capitale della Fininvest, esattamente l’elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell’aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Cosi’ pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l’inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene – sono sue parole – l’intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l’unico scopo per il quale l’invento’ consisteva – e consiste tutt’oggi – nell’aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest e’ suddiviso cosi’. E’ una motivazione, pero’, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata – ad esempio – con l’assetto patrimoniale di un altro big dell’imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima societa’ in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat. In sostanza lei, signor Berlusconi, piu’ volte ha ribadito che “dietro” le 22 Holding c’e’ soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avro’ mai piu’ motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spieghera’ con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente. Questa: c’e’ un indirizzo – a Milano – che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant’Orsola 3, pieno centro cittadino. A questo indirizzo nel 1978 nacque una societa’ fiduciaria – ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui – denominata Par.Ma.Fid.A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini. Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par. Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, piu’ il 49% della Holding Italiana Prima, la quale – in un perfetto gioco di scatole cinesi – a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima. Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma.Fid. gestira’ questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perche’ lei decise di affidare proprio a questa societa’ tale immensa fortuna. Infatti lei – che e’ un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonche’ informatissimo staff di legali civilisti e penalisti – non puo’ non sapere che la Par.Ma.Fid. e’ la medesima societa’ fiduciaria che ha gestito – esattamente nello stesso periodo – tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Carmelo Gaeta e altri boss – di area corleonese e non – operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona. Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma.Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso? Chi erano – mi passi il termine – i suoi “soci”, signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant’Orsola civico 3? Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto – o i volti – di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all’altro “giro” di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.

Settimo quesito: e’ universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore e’ “nato col mattone” per poi approdare alla televisione. Proprio sull’edificazione del network tivu’ e’ incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia ad acquistare frequenze tivu’. Lo scopo – del tutto evidente – fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicita’, che cosi’ sarebbe stata “nazionale” e non piu’ locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell’acquisto di emittenti al Nord, inizio’ dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entro’ in societa’ con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedra’ nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual e’, non puo’ non avere preso informazioni all’epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivu’. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonche’ suo partner, e’ marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al “pentito Buscetta” del 1984, ma al super boss che nel ’79 e’ ancora braccio destro di Pippo Calo’ e amico intimo di Stefano Bontate, il capo dei capi della mafia siciliana. Quindi, signor Berlusconi, perche’ entro’ in affari – tramite Adriano Galliani – con gente di questa risma? C’e’ da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serieta’. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto – nativa di Misilmeri, appunto – fondo’ nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini. Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, con ogni probabilita’ sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano – con i Rasini – i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali – e di chi – Giuseppe Azzaretto riusci’ ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri e’ tutt’oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, pero’ che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informo’ sulla “serieta’” e la “moralita’” dei nuovi soci – il clan Inzaranto – quando tra il 1979 e l’80 diverranno parte fondamentale della sua rete tivu’ nazionale?

Ottavo quesito: certo a lei, signor Berlusconi, il nome della societa’ Immobiliare Romana Paltano non puo’ risultare sconosciuto. E’ impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, fini’ sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell’Utri, perche’ proprio sui terreni di questa societa’ lei dara’ corso all’iniziativa edilizia denominata Milano3. Cosi’ pure ricordera’ che nel 1976 l’esiguo capitale di 12 milioni aumentera’ a 500, e che il 12 maggio del 1977 salira’ ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambiera’ anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le forni’, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquisto’?

Nono quesito: lei, signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondo’ l’Immobiliare Idra col capitale di 1 (un) milione. Questa societa’, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l’anno successivo – era il 1978 – aumento’ il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d’oggi, fonte Istat) che fecero la differenza?

Decimo quesito: signor Berlusconi, in piu’ occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere – l’acquisto dell’attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla Par.Ma. Fid., lei ha scelto una societa’ fiduciaria – questa volta domiciliata in Svizzera – al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi, mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che e’ stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre “esportava” forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Cosi’ pure non le sara’ sfuggito che Lottusi venne condannato a 20 anni di reclusione per quei reati. Tuttora e’ in carcere a scontare la pena. Ebbene, signor Berlusconi, se quel gangster fini’ in galera il 15 novembre del ’91, nella primavera del 1992 – cioe’ pochi mesi dopo quel fatto che campeggio’ con dovizia di particolari, anche circa la Fimo, sulle prime pagine di tutti i giornali – il suo Milan “pago’” una forte somma “in nero” – estero su estero – per la cessione di Gianluigi Lentini, e uso’ per la transazione proprio la screditatissima Fimo, fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perche’, signor Berlusconi?

Ecco, queste sono le domande. Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di “pentiti” veri o presunti non c’e’ traccia negli 11 quesiti. Semmai c’e’ il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi. E tuttora non si sa da dove arrivarono. Poiche’ c’e’ chi l’accusa che quell’oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verita’. Punto per punto, nome per nome. E’ un’occasione d’oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d’ora in poi il silenzio non le e’ piu’ consentito ne’ come imprenditore, ne’ come politico, ne’ come uomo.

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fonte: 
http://www.rifondazione-cinecitta.org/bb-parisi.html

Il nucleare che non c’è ci costa già 4 miliardi

Il nucleare che non c’è ci costa già 4 miliardi

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A specialist walks on the head of a nuclear reactor.
Photographs: Ints Kalnins/Reuters – fonte

Questa al cifra stimata per il riprocessamento del combustibile dalle scorie. Un lavoro pericoloso cui gli Usa hanno rinunciato. Ancora più esorbitanti i costi di smantellamento delle vecchie nucleare. Quasi tutte quelle attive oggi risalgono agli anni 70 ed entro il 2020 verranno chiuse

Sellafield nuclear power station, Cumbria Photograph: Alamy - fonte

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Tra i  molti dubbi una cosa è certa: il costo che gli italiani stanno già pagando per il “riprocessamento” del combustibile esausto e per il decommissioning (smantellamento) dei loro impianti nucleari non più funzionanti.

“Riprocessare” il combustibile significa, infatti, separare dalle scorie le parti riciclabili: l’uranio non ancora utilizzato e soprattutto il plutonio formatosi nel combustibile stesso durante il funzionamento del reattore. Si tratta di lavoro “sporco” perché presenta rischi di proliferazione dovuti al fatto che parte del materiale sia sottratto senza che ve ne sia evidenza. Per evitare questi rischi gli Stati Uniti sino ad oggi hanno scelto di non riprocessare le loro scorie, considerando il combustibile come un vero e proprio rifiuto a perdere. Molti altri Paesi sono in una situazione di attesa, cosicché – secondo i dati forniti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Aiea – solo un terzo del combustibile nucleare irraggiato prodotto sino a oggi nei reattori di tutto il mondo è stato riprocessato, mentre tutto il resto è stoccato, in attesa dello smaltimento o della decisione circa il suo destino.

L’Italia sceglie di trattare le scorie

A differenza di questi Paesi, l’Italia ha sposato, per il combustibile esausto proveniente dagli impianti oggi fermi, la scelta del riprocessamento, una strada rischiosa e costosa, tant’è che per onorare il contratto con la francese Areva, dal primo gennaio 2007 è stata triplicata la quota della componente A2 (nella bolletta), i cosiddetti “oneri nucleari”, che hanno comportato, come dice l’Autorità per l’energia elettrica ed il gas, “un aumento dell’ordine di un punto percentuale sulla tariffa domestica”. Al netto di imprevisti, la stima degli oneri complessivi del programma di riprocessamento trasmesso all’Autorità, a dicembre 2006 e confermato a marzo 2007, ammonta a 4,3 miliardi di euro, comprensivi, sia dei costi già sostenuti dal 2001 a moneta corrente, sia di quelli ancora da sostenere a moneta 2006.

La stima dei costi per la chiusura del ciclo del combustibile è articolata in tre distinte partite:

1. la sistemazione del combustibile irraggiato delle centrali di Trino, Caorso e Garigliano ancora stoccato in Italia, del quale è previsto l’invio in Francia per il riprocessamento, con ritorno dei prodotti post-ritrattamento al deposito nazionale

2. la sistemazione della quota parte Sogin del combustibile della Centrale di Creys-Malville, per la quale è prevista la cessione onerosa a EdF, con la conseguente presa in carico da parte di Sogin del relativo plutonio presso gli stabilimenti della Areva e quindi la successiva cessione onerosa di detto plutonio

3. la sistemazione del combustibile irraggiato che, a fronte di contratti già stipulati, è stato già inviato in Inghilterra e i cui prodotti post-trattamento saranno trasferiti direttamente al deposito nazionale

Devono poi aggiungersi i costi per le attività tecniche a carattere generale, di supporto, funzionamento sede centrale e imposte. Tutti questi costi sono oggi fatti pagare agli utenti con la bolletta dell’energia elettrica.

Smantellare le centrali

La grandissima maggioranza delle centrali nucleari oggi operanti nel mondo sono state ordinate negli anni ’60 e ’70 (quelle ordinate dopo il 1979 sono pochissime) e sono entrate in servizio negli anni ‘70 e ’80. All’inizio si assegnava a una centrale nucleare una vita produttiva di trent’anni, estesa poi a quarant’anni. Entro il 2020 tutte o quasi le centrali nucleari oggi attive nel mondo compiranno quarant’anni e dovrebbero essere smantellate.

Nel caso italiano gli esperti sostengono che i costi di decommissioning (comprensivi anche del confinamento delle scorie) equivalgono a una volta e mezzo il costo di una nuova centrale. D’altra parte Francia, Inghilterra e Stati Uniti fanno valutazioni analoghe. Nel 2005 il ministero dell’Industria francese, in base a un criterio stabilito nel 1991, valutava in 13,5 miliardi di euro il costo di smantellamento del parco nucleare, ma già nel 2003 la Corte dei conti aveva valutato tale costo in una forchetta di 20-39 miliardi di euro, mentre una commissione ad hoc parla oggi di centinaia di miliardi di euro (e si capisce che i francesi, che pagano oggi il 30% in meno degli Italiani la bolletta elettrica, in realtà stanno staccando un acconto e che la richiesta di Edf al governo di un aumento di 20 euro al Mwh per il decommissioning, finisce col pareggiare già adesso il conto).

L’Inghilterra ha prodotto la sua prima stima del costo della “uscita “ del Paese dal nucleare in circa 80 miliardi di euro, una cifra gigantesca, oltre il doppio del costo di costruzione ex-novo dell’intero parco nucleare inglese. Per il governo Usa trattare i 25 reattori a minore potenza già fermi costa attorno a 500 milioni di dollari a impianto. Senza contare che lo stesso studio di previsione ritiene che occorrano almeno 50 anni di “fermo impianto” per poter consentire nei 60 anni successivi l’accesso sicuro degli operatori. Tutti rilievi e conti confermati dall’Ue, che, attraverso il Joint Research Center nel sito di Ispra (Varese), si appresta al decommissioning di Essor – un reattore sperimentale di 42 MW che ha prodotto nella sua attività 3.000 m3 di scorie – con un budget ventennale di oltre 1,5 miliardi di euro complessivi.

Da ciò si deduce che i costi “nascosti” e “rinviati” del nucleare sono ancora ben lontani dall’essersi manifestati interamente e sono dello stesso ordine di quelli di costruzione. Oggi cominciano a venire al pettine. La chiusura degli impianti che compiono 40 anni di attività, a seguito della crisi finanziaria e dei bilanci statali, viene rinviata di qualche anno, come in Germania e Spagna, ma è una necessità ineludibile. Quindi i costi (e i problemi) del decommissioning salgono alla ribalta e quelli “veri” del nucleare inevitabilmente lievitano. Potremmo dire che, per ogni euro pagato in fase di costruzione di un nuovo reattore oggi, occorre ipotecare un analogo pagamento che andrà a scadenza entro la fine del secolo.

di Mario Agostinelli (Portavoce del Contratto mondiale per l’energia e il clima. L’articolo, pubblicato in anteprima da ilfattoquotidiano.it, uscirà a Maggio sul mensile Valori)

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30 aprile 2011

fonte: 
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/30/il-nucleare-che-non-ce-ci-costa-gia-4-miliardi-di-euro/108192/


LIBIA – Raid Nato, ucciso figlio di Gheddafi / VIDEO: Gaddafi son Saif al-Arab Gaddafi dead in air strik

Gaddafi son Saif al-Arab Gaddafi dead in air strik

Da: | Creato il: 30/apr/2011

watch full video at this link


http://saif-al-arab-gaddaf.notlong.com


http://bit.ly/jkKvui

Libyan leader Muammar Gaddafi survived a NATO airstrike on Saturday night that killed his youngest son Saif al-Arab and three of his grandchildren, a Libyan government spokesman said.

Mussa Ibrahim said Saif al-Arab was a civilian and a student who had studied in Germany. He was 29 years old.

Libyan officials took journalists to the house, which had been hit by at least three missiles. The roof had completely caved in in some areas, leaving strings of reinforcing steel hanging down among chunks of

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L’annuncio dei media libici

Raid Nato, ucciso figlio di Gheddafi

Colpita nella sua abitazione a Tripoli Saif al-Arab, ultimogenito del Raìs. Ma l’Alleanza non conferma

Un missile Nato ha ucciso uno dei figli di Gheddafi, Saif Al-Arab, insieme a tre nipoti del Colonnello (Reuters)

Un missile Nato ha ucciso uno dei figli di Gheddafi, Saif Al-Arab, insieme a tre nipoti del Colonnello (Reuters)

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MILANO – Uno dei figli di Gheddafi, Saif al-Arab (LEGGI LA SCHEDA), è stato ucciso nella notte di sabato da un raid della Nato sulla sua casa di Tripoli. Nell’abitazione secondo il governo libico si trovava anche il padre Muammar, rimasto illeso. Anche tre nipoti di Gheddafi sono morti. La Nato ha confermato un attacco su Tripoli, ma ha detto che aveva per obiettivo una struttura militare e non persone. I NIPOTI MORTI – Secondo quanto riferisce il portavoce del governo libico Moussa Ibrahim, hanno tutti meno di 12 anni i tre nipoti di Gheddafi morti. Ibrahim non ha però voluto rivelare l’identità dei bambini dicendo di voler garantire la privacy della famiglia. «Saif al-Arab stava giocando e parlando con suo padre, la madre, i suoi nipoti e altri amici quando è stato attaccato per non aver commesso alcun crimine» ha aggiunto Ibrahim.

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Raid Nato, ucciso uno dei figli di Gheddafi Raid Nato, ucciso uno dei figli di Gheddafi Raid Nato, ucciso uno dei figli di Gheddafi

Raid Nato, ucciso uno dei figli di Gheddafi Raid Nato, ucciso uno dei figli di Gheddafi  Raid Nato, ucciso uno dei figli di Gheddafi Raid Nato, ucciso uno dei figli di Gheddafi  Raid Nato, ucciso uno dei figli di Gheddafi

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LA MINACCIA – Proprio sabato il Raìs in un discorso in tv aveva chiesto negoziati alla Nato per arrivare a un cessate il fuoco, ma aveva anche minacciato di «portare la guerra in Italia» per punire gli italiani di quello che considera un «tradimento».

SCENE DI GIUBILO – A Misurata i ribelli sono scesi in strada in festa suonando clacson e cantando «Allahu Akbar» – cioè «Dio è grande» – non appena appresa la notizia dell’attacco Nato su Bab al-Aziziya e della morte del figlio più giovane di Gheddafi. Fuochi d’artificio sono stati sparati di fronte all’ospedale centrale di Hikma, facendo temere che la luce potesse attirare il fuoco delle forze del Raìs.
Scene simili anche a Bengasi dove i ribelli i hanno accolto la notizia del raid con urla di giubilo e continue salve di mitra sparate in aria. «Sono così contenti che Gheddafi abbia perso suo figlio che stanno sparando in aria per celebrare (l’evento)», ha dichiarato il colonnello Ahmed Omar Bani, portavoce militare del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi.

LA NATO – Il generale canadese Charles Bouchard, comandante Nato delle operazioni in Libia, ha dichiarato che è stato attaccato «un edificio di comando e controllo nell’area di Bab al-Aziziya», precisando che comunque tutti gli obiettivi presi di mira sono di natura militare. Lo stesso Bouchard ha fatto poi riferimento a «notizie di stampa non confermate secondo le quali alcuni membri della famiglia di Gheddafi sarebbero stati uccisi» dicendo che la Nato è rammaricata per «ogni perdita di vite umane, soprattutto di civili innocenti che subiscono le conseguenze del conflitto in corso».

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Redazione online
01 maggio 2011

fonte: 
http://www.corriere.it/esteri/11_maggio_01/gheddafi_nato_filgio_83fd5a12-73b7-11e0-9346-82c59ffdc490.shtml

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