Archivio | settembre 5, 2011

Verso le 100 piazze della Cgil. Bersani: «Ci saremo»

Verso le 100 piazze della Cgil. Bersani: «Ci saremo»

http://www.unita.it/polopoly_fs/1.326720.1314523656!/image/3990005498.jpg_gen/derivatives/landscape_640/3990005498.jpg

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Domani manifestazioni in 100 piazze italiane, da Torino a Catania, braccia incrociate per 8 ore, stop dei trasporti: è arrivato il martedì scelto dalla Cgil per lo sciopero generale, in perfetta coincidenza con l’approdo del decreto “incriminato” nell’aula del Senato. La protesta è stata, infatti, indetta il 23 agosto contro una manovra dai tratti «profondamente iniqui» che gran parte dei cambiamenti che si sono succeduti in questi giorni non hanno fatto altro che «aggravare». In particolare, nelle ultime ore è montata la polemica sull’articolo 8, ribattezzato come «l’articolo sui licenziamenti facili».

DOMANI NELLE PIAZZE
LO SPECIALE GRATUITO DELL’UNITA’

Per il sindacato di Corso d’Italia «un’altra manovra è possibile, dal segno diverso, pagata da chi più ha e non ha mai pagato». Modificare il segno del decreto di ferragosto è, quindi, l’obiettivo del quinto sciopero generale dall’insediamento del governo Berlusconi, il secondo da quando alla guida della Cgil c’è Susanna Camusso e il primo, dopo un periodo molto lungo, che si svolge a metà settimana, rompendo la consuetudine degli scioperi di venerdì.

SPOT  | Mappa corteo Roma

La mobilitazione di domani rappresenta, come sottolinea lo stesso sindacato, visti i tempi ristretti della sua proclamazione e realizzazione, decisi per stare al passo con l’iter della manovra in Parlamento, «un notevole sforzo organizzativo». Uno stop di otto ore per ogni turno di lavoro e per tutte le categorie di lavoratori, manifestazioni territoriali in tutto il Paese, con quella di Roma che sarà conclusa da Camusso. Il segretario generale terrà il suo comizio nei pressi del Colosseo in tarda mattinata. Il corteo romano, infatti, partirà da Piazza dei Cinquecento (il concentramento è previsto alle ore 9), proseguirà per le vie del centro e giungerà vicino all’Arco di Costantino verso le 11.

Camusso: violata Costituzione, sciopero necessario

Camusso, sciopero 6 settembre

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Lo sciopero avrà, però, anche una piazza virtuale, la manifestazione sarà seguita passo passo dal sito della Cgil, dove chi desidera potrà raccontare via sms il suo “personale” sciopero. La contestazione di Corso d’Italia proseguirà nella sera, con la Fiom di Maurizio Landini che ha organizzato un presidio davanti a Palazzo Madama, che andrà avanti fino alle 22 con un’assemblea pubblica e musica. Inoltre, domani si fermeranno anche i sindacati di base (Usb, Slaicobas, Orsa, Cib-Unicobas, Snater, Sicobas e Usi), per protestare sempre contro la manovra ma in base a una piattaforma e a motivazioni diverse rispetto a quelle della Cgil.

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05 settembre 2011

fonte:  http://www.unita.it/economia/domani-le-100-piazze-della-cgil-bersani-ci-saremo-1.329126

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Cgil, un martedì di sciopero generale Trasporti a rischio, cortei in  tutta Italia
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Bonanni: “Una protesta demenziale”
E la Fiom porta tende e indignados

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Somalia, s’allarga la carestia “Risposta insufficiente all’emergenza” / VIDEO: The Politics of Famine in Somalia

The Politics of Famine in Somalia

Caricato da in data 04/set/2011

Mos of famine affected people in Somalia cannot be reached by most aid agencies

05/09/2011 – CRISI UMANITARIA NEL CORNO D’AFRICA

Somalia, s’allarga la carestia
“Risposta insufficiente all’emergenza”

L’allarme dalle Nazioni Unite: “La fame continua ad avanzare 750mila rischiano di morire”

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Distribuzione di aiuti umanitari in derrate alimentari a Nairobi

NAIROBI
Dilaga la carestia nella Somalia dilaniata dalla guerra e si spinge sempre più a sud, nella regione di Bay controllata dagli Shabaab – gli integralisti legati ad al Qaida – dove gli aiuti internazionali, già insufficienti, faticano ad arrivare a causa dell’opposizione di molti tra gli integralisti.

Entro la fine dell’anno – è il nuovo allarme lanciato dall’Onu – l’intera zona meridionale del Paese del Corno d’Africa sarà colpita dalla siccità e «750.000 persone rischiano la morte nei prossimi 4 mesi in assenza di una risposta adeguata». «Se il livello di risposta attuale (alla crisi umanitaria) continua così, la fame avanzerà ancora», avverte il centro di analisi per la sicurezza alimentare dell’Onu (Fsnau) e ricorda che «decine di migliaia di persone sono già morte, di queste oltre la metà erano bambini».

Bay è la sesta regione somala ad entrare nel tragico elenco stilato dalle Nazioni Unite, con un tasso di malnutrizione tra i bambini che raggiunge il 58%. «L’intera regione di Bay – ha scandito il coordinatore degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, Mark Bowden’- è stata dichiarata area colpita dalla carestia».

L’allarme siccità è in primo piano nei principali siti somali, come Mareeg e Shabelle, assieme alle ultime notizie sugli Shabaab che hanno imposto il coprifuoco in località come Elasha-Biyaha e Afgoye, a qualche decina di chilometri da Mogadiscio.

E sono proprio i miliziani Shabaab, secondo le agenzie umanitarie, ad impedire che i generi di prima necessità arrivino a chi ha più bisogno. Gli aiuti sono riusciti a raggiungere solo 1 milione di persone. In ogni caso, non basterebbero comunque. Il Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, ferocemente osteggiato dai ribelli qaedisti, ha reso noto di aver ricevuto dai Paesi donatori 550 milioni di dollari di aiuti rispetto all’ammontare richiesto di 1,06 miliardi.

Lo stato di carestia corrisponde a una definizione precisa delle Nazioni Unite: almeno il 20% delle famiglie colpite da una grave penuria alimentare, il 30% della popolazione in stato di grave malnutrizione e un tasso di mortalit… quotidiano di 2 persone su 10 mila. In totale, l’Onu ha stimato in quattro milioni di somali, il 53% della popolazione, le persone a rischio deficit alimentare.

Finora, la carestia ha colpito le regioni del Basso Shabelle e il sud di Bakol, oltre che i 400.000 sfollati dei dei campi di Afgoye, quelli della capitale somala, i distretti di Ballad e Adale, nella regione del Medio Shabelle. Secondo le Nazioni Unite, entro la fine dell’anno, alla lista si aggiungeranno le provincie di Juba, Gedo e Hiiran.

A peggiorare la situazione, le piogge attese in ottobre, che non riusciranno per ora a far crescere i raccolti, ma aumenteranno il rischio di malattie come colera e malaria.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/418683/

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Bauman: ‘Il Muro d’Apartheid in Palestina è come quello del Ghetto di Varsavia’ / Separation Wall like Warsaw Ghetto, says Jewish Sociologist

‘Il Muro d’Apartheid in Palestina è come quello del Ghetto di Varsavia’

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Scritto il 2011-09-02 in News

Tell er-Rabi’ (Tel Aviv) - Wafa’. Sygmunt Bauman, noto sociologo ebreo, ha paragonato “il Muro d’Apartheid voluto da Israele nei Territori palestinesi occupati a quello intorno al Ghetto di Varsavia, dove centinaia di migliaia di ebrei perirono durante l’Olocausto”.

Il raffronto di Bauman è stato pubblicato dal quotidiano israeliano “Haaretz” sul quale si riprende l’intervista che il sociologo ha rilasciato al settimanale polacco “Politika”.

Nell’intervista Bauman accusa Israele di “approfittare dell’Olocausto per legittimare i propri atti irrazionali.

“I politici israeliani sono terrorizzati dalla pace, tremano di paura di fronte alla possibilità della pace, poiché senza guerra e senza una mobilitazione generale, essi non saprebbero come vivere”, ha aggiunto Bauman.

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fonte:

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Separation Wall like Warsaw Ghetto, says Jewish Sociologist


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Date : 1/9/2011   Time : 16:05

TEL AVIV, September 1, 2011 (WAFA) – Sygmunt Bauman, renowned Jewish sociologist, compared the Separation Wall to the walls surrounding the Warsaw Ghetto in which hundreds of thousands of Jews perished in the Holocaust, said Haaretz newspaper Thursday.

The daily reported on Bauman’s interview with the Polish weekly “Politika,” where he accused Israel of “taking advantage of the Holocaust to legitimize unconscionable acts.”

“Israeli politicians are terrified of peace, they tremble with fear from the possibility of peace, because without war and without general mobilization, they don’t know how to live,” he added.

R.Q./F.J.

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LA SCOPERTA – Austria, il trionfo dell’archeologia virtuale georadar individua resti di scuola di gladiatori

LA SCOPERTA

Austria, il trionfo dell’archeologia virtuale
georadar individua resti di scuola di gladiatori

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A 40 chilometri da Vienna, dove sorgeva l’antica Carnuntum, i nuovi ritrovi tecnologici permettono di trovare edifici dedicati all’addestramento dei combattenti estesi come quelli del Colosseo. Con tanto di palestra riscaldata e piscina

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dal corrispondente di Repubblica ANDREA TARQUINI

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Austria, il trionfo dell'archeologia virtuale georadar individua resti di scuola di gladiatori La ricostruzione della scuola di gladiatori

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BERLINO – Sensazionale scoperta archeologica in Austria, grazie alla tecnologia del georadar. Un team guidato dall’archeologo Franz Humer ha scoperto un’enorme scuola per gladiatori, ad appena 40 chilometri da Vienna. Sorge sotto i campi a ovest dell’antica città romana di Carnuntum.

LE IMMAGINI 1IL VIDEO 2

Per sapere com’era non è nemmeno necessario al momento intraprendere lunghi, difficili e costosissimi scavi: con il georadar è possibile ricostruire tutto – perimetro della scuola, forma e dimensioni degli edifici, e ogni dettaglio su come la scuola funzionava e come i gladiatori vi vivevano – lasciando le rovine sottoterra. È insomma il trionfo dell’archeologia virtuale.

Le prime esplorazioni, ha spiegato Franz Humer a Spiegel online, vennero compiute con i georadar nel 1996, ma solo successivamente la tecnologia ha fatto passi avanti tali da consentire ricostruzioni virtuali precise e tridimensionali. Il lavoro è stato affidato agli esperti dell’Istituto Ludwig Boltzmann per le prospezioni archeologiche e l’archeologia virtuale.

La scuola, dice ancora Humer, sembra sia stata altrettanto grande di quella che sorgeva nell’antica Roma presso il Colosseo, o di quella ancor più celebre di Pompei. Aveva un’enorme arena per l’addestramento, con attorno tribune in legno per gli spettatori. E nella fredda stagione invernale, i gladiatori avevano a disposizione una palestra coperta riscaldata.

Non mancava quasi nulla, nella scuola dei gladiatori di Carnuntum: il georadar ha rivelato anche una grande piscina. Le celle-dormitorio dei gladiatori erano piccolissime, appena cinque metri quadrati. Ma poco lontano dalla scuola, a quanto appare, sorgeva con ogni probabilità anche un cimitero per i gladiatori. Che, nonostante il loro status di schiavi, erano famosi e popolarissimi, anche dopo la morte nell’arena. Tanto più a Carnuntum dove sorgevano due anfiteatri, a quanto pare uno per il pubblico civile e il secondo per i legionari della vicina guarnigione. Spettacoli cruenti erano irrinunciabili per tutti.

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05 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/05/news/gladiatori_austria-21266460/?rss

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Borse in picchiata, corre lo spread. Milano giù del 4,8%. Moody’s: Italia sorvegliato speciale.

I DEBITI, I MERCATI


fonte immagine

Borse in picchiata, corre lo spread
Moody’s: Italia sorvegliato speciale

Merkel: Italia e Grecia molto fragili. L’Europa perde 254 miliardi di capitalizzazione.Milano giù del 4,8%

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(Photomasi)
(Photomasi)

MILANO – Chiude di poco sopra i minimi ma pur sempre in picchiata Piazza Affari in una giornata di panico per tutta l’Europa. I mercati temono l’arrivo della recessione mentre ancora non si vedono all’orizzonte strategie per la riduzione dei debiti sovrani per i paesi più a rischio dell’area dell’Euro, a partire dall’Italia. Mentre il presidente in pectore della Bce Mario Draghi ha ricordato che il sostegno ai Btp da parte della banca centrale europea può essere solo temporaneo. L’ ultimo Ftse Mib segna un rosso del 4,83% dopo aver accusato perdite anche superiori al 5%. Milano ha visto andare in fumo altri 16,3 miliardi di capitalizzazione, l’Europa rappresentata dalla Stoxx 600 ha perso, sempre in termini di capitalizzazione, 254 miliardi. Francoforte ha accusato un ribasso del 5 ,03%, toccando i minimi degli ultimi due anni. A Parigi l’indice Cac è crollato del 4,56%. Tra le meno peggio Londra (-3,24%).

MERKEL: ITALIA E GRECIA MOLTO FRAGILI - La giornata si è chiusa poi con una L’Italia e la Grecia sono in una situazione «estremamente fragile». È quanto avrebbe detto il cancelliere tedesco, Angela Merkel, accostando per la prima volta le crisi di Italia e Grecia, in un incontro con i parlamentari della Cdu. Lo riferisce a Reuters una fonte presente al briefing

NUOVO ALTOLA’ DI MOODY’S – Il rating dell’Italia «è attualmente Aa2 ed è sotto osservazione per un declassamento» afferma l’agenzia Moody’s in una dichiarazione, dopo le voci circolate sul mercato negli ultimi giorni che davano vicino un declassamento. Moody’s aveva posto sotto revisione il rating italiano Aa2 in vista di un possibile declassamento il 17 giugno.

BANCHE AI MINIMI - Sull paniere principale le banche sono state affondate come puntualmente avviene nelle giornate di forti tensioni sul debito e dunque sui titoli pubblici dei quali gli istituti di credito sono i grandi detentori. Intesa Sanpaolo ha chiuso in calo del 6,96% e Unicredit ha perso il 7,30% dopo che entrambe hanno subito un breve congerlamento al ribasso. Le quotazioni di entrambe le banche sono sui minimi storici tra perdite che superano il 50% negli ultimi dodici mesi. Pesanti anche Mediaset (-5,7%), Fiat (-6,46%)

GLI INDICATORI DI RISCHIO - Il differenziale tra i Bund tedeschi e i Btp decennali italiani, indicatore di quant più rischiosi sono considerati questi ultimi rispetto ai primi, ha toccato un massimo di 3702punti dai 327,3 punti segnati in apertura di giornata per poi assestarsi a 365. Anche i credit-default swap (Cds) sull’Italia, i contratti derivati con cui ci si protegge dal rischio d’insolvenza, sono volati al massimo storico di 427 punti . Livelli record anche per i Cds francesi (179 punti). In forte rialzo quelli greci (a 2.428 punti), irlandesi (825), spagnoli (410).

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Paola Pica
05 settembre 2011 19:04

fonte:  http://www.corriere.it/economia/11_settembre_05/borse-andamento_b2b95a6c-d78b-11e0-af53-ed2d7e3d9e5d.shtml

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GENOVA – Chiesa, sanità e affari: Opus Dei, il potere segreto dei cattolici col cilicio / Cosa ne pensa chi è uscito dall’Opus Dei

Chiesa, sanità e affari

Opus Dei, il potere segreto dei cattolici col cilicio


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04 settembre 2011

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Genova – Vista con sguardo laico, è l’altra metà del mondo nascosto che controlla le stanze del potere: da una parte l’esoterismo e i grembiuli della massoneria, dall’altra la fede cattolica e la Croce issati dall’Opus Dei.

Ma la realtà dell’Opus (ampiamente sdoganato dal Vaticano con la canonizzazione del fondatore San Josemaría Escrivá de Balaguer) a Genova è una realtà più complessa degli schematismi che tentano di ingabbiarlo. E infinitamente più radicata e influente dei numeri che lo fotografano: appena undici membri tra la residenza maschile e quella femminile di Carignano impegnati a Genova, non più di un’ottantina di “sovrannumerari”.

Una sera di metà agosto, toccare con mano la realtà genovese dell’Opera (fermandosi al primo livello di quello che laicamente si può presentare come un percorso iniziatico) non è un problema. «I nostri ritiri spirituali mensili sono aperti a chiunque manifesti l’interesse di conoscerci», dice Sergio Rossi, medico del lavoro e responsabile a tempo pieno della residenza delle Peschiere, il collegio maschile della Fondazione Rui, ovvero il ramo aziendale dell’Opera: una realtà che gestisce decine di residenze universitarie maschili e femminili in tutta Italia, svolgendo il triplice compito di impresa, servizio alla comunità e luogo di proselitismo tra i giovani.

Il “ritiro spirituale” per chi è già vicino all’Opera è una sorta di “pit stop” dell’anima, il momento in cui ci si ferma a fare rifornimento di energie spirituali. Però il ritiro mensile è anche l’occasione per stabilire nuovi contatti. È il “primo appuntamento” tra i numerari e chi viene individuato come possibile futuro membro.

Il percorso inizia con un invito e poi si vedrà, «mica tutti i fidanzamenti finiscono con un matrimonio», spiega qualcuno. Si può chiamare proselitismo d’élite, oppure ricerca di affinità. Sicuramente l’Opus non è un club aperto.

Quello che colpisce arrivando alla Residenza, nel cuore di Albaro a due passi da piazza Leopardi, è lo splendore del posto. «È la villa dove ha avuto sede il comando della Wehrmacht ad Albaro alla fine della guerra – racconta il direttore – poi è stato sede del Sorriso Francescano. E Siri ha pensato, a metà degli anni Ottanta, che fosse il posto giusto per accogliere l’Opus che voleva mettere radici a Genova. Il prezzo da pagare al Sorriso francescano l’ha fatto lui». Capito, raccomandati dal cardinale… «Ma no, un tecnico di sua fiducia ha stimato il valore, 3 miliardi e mezzo al tempo della lira. E noi avevamo in cassa quasi niente. Abbiamo creato una srl, poi diventata società per azioni e abbiamo cercato amici disposti a comprare alcune quote, senza scopo speculativo ma garantendo che, in caso di bisogno, avremmo trovato qualcuno disposto a ricomprarle e subentrare. Abbiamo trovato sei o settecento persone disponibili». Facile pensare che chi investe a fondo perduto si aspetti qualcosa in cambio: cosa promettevate? «Solo catechesi e un aiuto spirituale, qualcuno può dire di aver capito diversamente. Ma la realtà è questa».

La prima lezione: «La sede dell’Opus è a Roma, gli uffici che si occupano della gestione economica del ramo aziendale, la Fondazione Rui, Residenze universitarie italiane, è a Milano. Ma la rete di attività è sparsa in tutti i continenti». L’approccio è quello dei missionari d’altri tempi, trasposto nel 2011: quando l’Opus individua una città dove iniziare una nuova attività, “sbarca” nel senso letterale del termine. Alcuni membri “numerari”, tenuti al celibato e liberi da vincoli familiari, vengono mandati in missione con le spalle coperte dalla struttura centrale (o dalla Provvidenza, dipende dal punto di vista). E, esportando il format collaudato, si mettono al lavoro.

La seconda lezione: il significato del silenzio per l’Opus. Nessuno chiede niente al nuovo arrivato, chi arriva alla spicciolata saluta le persone che conosce a mezza voce, chi si presenta allo sconosciuto lo fa solo col nome di battesimo. Per due ore, il tempo del ritiro, sarà così.

Se sono venuto qui per conoscere qualcuno che possa aiutarmi per la mia carriera, sto perdendo tempo oppure devo avere molta pazienza. Non c’è dialogo con gli altri presenti, non è un luogo dove (per dirla alla Nanni Moretti) si vede gente e si dicono cose. Però qualche volto è noto e qualcuno a fine giornata accetterà di presentarsi.

Il quadro umano e professionale che si delinea è eterogeneo: il colonnello di Marina e il sindacalista di polizia, l’uomo di Fondazione Carige e l’imprenditore che si occupa di gestione immobiliare, l’avvocato e il docente universitario di Ingegneria. La categoria più rappresentata è quella dei medici.

Il ritiro sarà scandito, di mezz’ora in mezz’ora, dalle indicazioni del direttore della residenza. Si inizia col rosario più strano che abbia mai visto, c’è chi cammina avanti e indietro mentre recita le avemaria, chi sta seduto su un divano, chi alla finestra prega a mezza voce guardando il panorama del parco sottostante, il campetto di calcio e le colline sullo sfondo. Sembra assurdo. Eppure è un’eco delle preghiere domestiche di un’altra epoca, quando le nonne ripetevano le litanie sacre svolgendo le faccende di casa.

Su un mobile ci sono immaginette di Giovanni Paolo II e anche bigliettini con le modalità e le coordinate bancarie per eseguire un versamento a favore delle attività dell’Opera, però (nell’uno come nell’altro caso) la modalità di distribuzione è a self service. Senza alcuna coercizione né pressione. I membri numerari, mi verrà spiegato più tardi, mettono i loro stipendi in comune («Come avviene in ogni famiglia»), i sovrannumerari danno qualcosa se, quando e quanto vogliono. Gli ospiti versano quote in base a parametri di reddito, con borse di studio per i più meritevoli. Finito il rosario, un vecchio sacerdote tiene una breve omelia su una pagina di Vangelo. Poi segue un momento di riflessione “individuale”. Più che individuale. Visto dall’esterno, sembra il trionfo dell’incomunicabilità. Tutti in silenzio, a sfogliare libri (in gran parte di San Escrivá) messi a disposizione dei presenti. Vorrei stabilire contatti, conoscere persone, ma non è possibile, anche se nessuno mi riprende se dico una parola sottovoce a un amico. Più d’uno vaga avanti e indietro.

Cosa voleva dire il direttore della residenza sostenendo che i ritiri sono un self service per lo spirito? Questo vagare di persone silenziose apre uno spiraglio: l’Opus (forse, almeno nello spirito del fondatore) non è lobby, non ha lo scopo di creare una rete di persone che si sostengono in modo reciproco: ovvero, ti sponsorizzo o ti raccomando perché sei del mio gruppo. «È vero che molti si avvicinano con l’idea di trarre dei vantaggi per la carriera – mi racconterà poi qualcuno – ma si stancano presto arrivando in un luogo dove si prega e si fa catechesi».

La modalità che l’Opus utilizza per permeare la società è quella delle bombe a grappolo: la formazione, o chiamiamola catechesi, è individuale, la singola persona individuata come potenziale membro viene accompagnata in un “percorso”. Un cammino a vari livelli di conoscenza dei quali il ritiro spirituale (aperto anche al giornalista) è solo il gradino inferiore. Chi arriverà in fondo potrà portare i valori proposti da San Josemaría Escrivá de Balaguer nei posti chiave del potere. E (laicamente) tutto questo giustifica la fama di setta che oggi qualcuno definisce «un’onda lunga di convinzioni errate che fanno parte del passato». Prima che l’Opus arrivasse (con Navarro Valls ai tempi di Wojtyla) fino all’anticamera del Papa.

Certo, essere presenti al vertice di Fondazioni bancarie che erogano denaro, nei cda di aziende come il Galliera o al vertice di facoltà universitarie, può essere un aiuto non solo per la crescita dello spirito. E l’imprimatur ecclesiale è una garanzia sufficiente per chi ha una fede assoluta, non per chi guarda alle vicende vaticane con laica diffidenza.

Ma i portavoce della prelatura spiegano la sproporzione statistica tra il numero dei membri dell’Opera e le cariche di potere (pubbliche o private) parlando di risultati che si ottengono con lo studio e il lavoro. «San Josemaría Escrivá invitava a santificarsi nel lavoro, non esiste un santo patrono dei fannulloni…».

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fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2011/09/04/AO8hHH1-cattolici_segreto_cilicio.shtml

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Dentro l’Opus Dei – Intervista a Emanuela Provera

Caricato da in data 05/gen/2010

Emanuela Provera racconta il suo viaggio indagine all’interno dell’Opus Dei – Tutti video e i libri di beppegrillo.it sono disponibili su http://grillorama.beppegrillo.it

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Dentro l’Opus Dei

il libro

“Il libro verità degli ex numerari italiani. Come funziona la milizia di Dio”

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collana: Reverse
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CONSIDERATO L’EREDE DI PAVAROTTI – Salvatore Licitra non ce l’ha fatta: il tenore muore dopo 9 giorni di coma

Addio Salvatore, ovunque tu sia, canta ancora per noi http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRy7PgI1HtOLvGKaOHKC3OZ-RmYOYaqOVewraZewlgnW6Zt5bQ

Salvatore Licitra sings “E Lucevan le Stelle” from Tosca

Caricato da in data 22/ott/2008

Licitra sings Mario Cavaradossi’s Act III aria. From a 2000 La Scala Production, cond. Riccardo Muti.

Salvatore Licitra non ce l’ha fatta: il tenore muore dopo 9 giorni di coma

I genitori donano gli organi. La madre: «Un atto che lo rende testimone della sua umanità, a disposizione di chi soffre»


Salvatore Licitra (foto Chiang Ying-ying – Ap)

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ROMA – I medici del reparto di rianimazione dell’ospedale Garibaldi di Catania hanno accertato la morte cerebrale di Salvatore Licitra, 43 anni, il grande tenore rimasto ferito nove giorni fa in un incidente stradale nel Ragusano ed entrato subito in coma. I familiari di Salvatore Licitra hanno disposto la donazione degli organi del congiunto. La camera ardente sarà allestita al teatro Bellini di Catania.

Licitra era considerato il “nuovo Luciano Pavarotti”. A settembre era atteso a Tokyo con Ernani, a ottobre alla Royal Opera House con la Turandot e a Taipei con l’Aida, mentre nel 2012 a Chicago. Fin dall’inizio le sue condizioni erano apparse molto gravi. Si era schiantato con la sua Vespa contro un muretto, a Donnalucata, nel Ragusano, dove il 3 settembre doveva ritirare il Premio Ragusani nel Mondo. Nell’impatto era rimasta illesa la sua fidanzata cinese, 29 anni.

Gli esami clinici e il tracciato elettroencefalografico eseguiti sul tenore alle 9.00 di stamane hanno mostrato la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo – comunica l’ufficio stampa dell’ospedale – aggiungendo che il collegio medico ha iniziato il periodo di osservazione, della durata di sei ore, previsto dalla legge per certificare la morte. Rispettando la volontà del tenore, i familiari hanno concesso l’autorizzazione al prelievo di organi a scopo di trapianto.

Licitra nell’incidente aveva subito un gravissimo trauma cranico e toracico. Trasportato dapprima nell’Ospedale di Modica, era stato in seguito trasferito alla Rianimazione «Antonella Caruso» dell’Ospedale Garibaldi-Centro di Catania, dove era stato sottoposto dal dott. Salvatore Cicero, ad un intervento neurochirurgico per svuotamento di ematoma subdurale e a craniectomia decompressiva. «Le condizioni cliniche, seguite dall’equipe di rianimatori del dott. Sergio Pintaudi hanno sempre mostrato un carattere evolutivo in senso negativo, sino al determinarsi della cessazione di tutte le funzioni cerebrali».

L’incidente era avvenuto alle 22.30 del 27 agosto nella centrale via Miccichè di Donnalucata, frazione marinara di Scicli. Licitra era alla guida di una Vespa della quale, per un improvviso malore, probabilmente un ictus cerebrale, ha perduto il controllo. Il tenore non portava il casco, al contrario della fidanzata, una cinese di Shanghai di 29 anni, che lo indossava ed è rimasta illesa. L’artista non è mai uscito dal coma. Licitra, la cui famiglia è originaria di Acate, era in zona per trascorrere un periodo di vacanza in attesa di ricevere il premio Ragusani nel mondo, che gli doveva essere consegnato a Ragusa sabato scorso.

Sono stati i suoi genitori a decidere la donazione degli organi. Il prelievo sarà eseguito domani mattina nel reparto di rianimazione dell’ospedale Garibaldi di Catania. «Mio figlio ha avuto il dono del belcanto che lo ha fatto grande in tutto il mondo. Chi lo ha conosciuto sa bene quanto generoso sia stato sempre. Questo atto adesso lo rende testimone straordinario della sua umanità, che mette a disposizione di chi soffre», ha scritto Paola Licitra, madre del tenore, nella missiva indirizzata al dottor Sergio Pintaudi, primario del reparto di rianimazione dell’ospedale Garibaldi, con la quale autorizza la donazione degli organi dell’artista.

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Salvatore Licitra – Core’n grato

Caricato da in data 22/giu/2010

Play List : http://www.youtube.com/view_play_list?p=BDA86C0592F73D6C
Salvatore Licitra Recital Tokyo 2005 part 08 of 10
Eugene Kohn conducting Tokyo Symphony Orchestra

 

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Lunedì 05 Settembre 2011 – 17:28    Ultimo aggiornamento: 19:18
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Londra lancia le prime 24 scuole “libere”. Studi scelti da insegnanti, genitori e studenti

Londra lancia le prime 24 scuole “libere”
Studi scelti da insegnanti, genitori e studenti

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Il progetto, per ora limitato ad un numero ristretto di istituti scolastici, potrebbe però estendersi il prossimo anno ad altri 323 centri d’istruzione. Sono sovvenzionate da fondi pubblici

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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI

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Londra lancia le prime 24 scuole "libere" Studi scelti da insegnanti, genitori e studenti

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LONDRA – La nazione delle uniformi scolastiche, delle rette da 30 mila sterline l’anno, della discriminazione tra scuole private di elite e scuole statali con il metal detector, lancia un nuovo esperimento: le scuole “libere”. Si chiamano proprio così, “free schools”, e quello da cui sono libere è il curriculum studi imposto dal ministero dell’Istruzione. Da quest’anno, in Gran Bretagna, in certe scuole si potrà studiare come vogliono il preside, gli insegnanti, i genitori e in certa misura pure gli allievi, che una qualche voce in capitolo con il papà e la mamma ce l’avranno. E il risultato è una scuola per tutti i gusti: ci saranno quelle all’antica, che tornano al passato, dove gli scolari sono obbligati a studiare il latino fin dalla prima elementare, e quelle d’avanguardia, dove si praticano yoga e meditazione.

 Per adesso si tratta di un progetto limitato: su 323 associazioni scolastiche, formate da insegnanti e genitori, che avevano fatto richiesta al ministero di essere inserite nell’elenco delle “scuole libere”, soltanto 24 hanno ricevuto l’approvazione e sono dunque pronte per partire con il nuovo sistema all’inizio dell’anno scolastico 2011-2012. Ma se l’iniziativa avrà successo, come si dice sempre in questi casi, il numero delle “free schools” potrebbe aumentare. L’idea fa parte del programma del governo conservatore di David Cameron di dare più autonomia alla gente di organizzare la propria vita sociale come preferisce, assumendosi più responsabilità ma ricevendo anche più diritti. Se questa formula, conosciuta come “Big Society” (Grande Società), viene accusata però di mascherare con il volontariato e l’individualismo la drastica riduzione della spesa pubblica attuata dal governo per ridurre il debito, nel caso della scuola la situazione è tuttavia un po’ diversa.

 Le “scuole libere” non appartengono infatti alle scuole private, bensì figurano tra quelle statali, ossia sovvenzionate da fondi pubblici. L’obiettivo dichiarato del governo era di dare così una maggiore varietà di corsi, più indipendenza e più creatività a un settore – quello della scuola di stato – che langue da anni. Le scuole statali, in questo paese, sono raramente considerate buone dal punto di vista accademico, cioè in grado di assicurare ai propri allievi un ingresso nelle migliori università e dunque un buon lavoro quando saranno grandi. Basti dire che, sebbene solo il 7 per cento delle famiglie mandano i figli alle costosissime scuole private (dove la retta si aggira intorno all’equivalente di 35 mila euro l’anno – diciamo 100 mila euro l’anno per tredici anni, per una famiglia con tre bambini, come il prezzo di una casa di lusso), quel 7 per cento di studenti occupa poi il 40-50 per cento dei posti da giudice, da manager, da avvocato, da deputato, insomma i mestieri più prestigiosi e meglio retribuiti.

 Le “free school” dovrebbero, sulla carta, offrire un’alternativa a questa disparità sociale. Il ministro dell’Istruzione Michael Gove aveva infatti promesso che la maggior parte sarebbero state scelte nei quartieri più poveri. Ma un’indagine del quotidiano Guardian di Londra afferma invece che le prescelte sono in maggioranza situate in quartieri della classe media. In sostanza, il governo conservatore avrebbe cercato di fare un favore ai propri elettori, poiché è la classe media a sentirsi strozzata dai costi esorbitanti delle scuole private e a cercare disperatamente altre soluzioni: per questo tante famiglie della middle-class se ne vanno dal centro di Londra e si stabiliscono nei sobborghi, dove è relativamente più facile trovare scuole statali senza i problemi di degrado, violenza e scarso livello accademico che hanno in città.

 Ci sono eccezioni. La London Academy of Excellence, a Newham, nell’East End di Londra, ambisce espressamente ad aiutare i giovani delle classi meno abbienti a trovare posto in università di elite come Oxford e Cambridge. Ma secondo Mary Bousted, segretario generale dell’Associazione Insegnanti Atl, “nel complesso il sistema delle scuole libere è totalmente non democratico e porta via considerevoli fondi pubblici a detrimento di chi ne avrebbe più bisogno”. Come che sia, il progetto è partito, e non comprende solo scuole super-tradizionaliste che insegnano il latino dalle elementari o ultra-moderne che insegnano yoga e meditazione: ci sono anche varie scuole legate a confessioni religiose, inclusa una di Nottingham di cristiani fondamentalisti che definisce Darwin e il creazionismo soltanto “una teoria”. In un sondaggio pubblicato domenica dal Sunday Times, l’opinione pubblica appare divisa: il 35 per cento è a favore dell’iniziativa, il 38 per cento è contrario, il resto sono incerti. La vera libertà, dicono gli oppositori, sarebbe una buona scuola statale per tutti: ma una scuola del genere non è nel futuro del Regno Unito. Se c’è una cosa che insegnano esperimenti come le “scuole libere”, forse è che dovremmo rivalutare la scuola italiana, con tutti i suoi problemi e difetti.

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05 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2011/09/05/news/londra_lancia_le_prime_24_scuole_libere_studi_scelti_da_insegnanti_genitori_e_studenti-21266317/?rss

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QUESTO E’ IL CONCETTO DI ‘PACE’ E ‘TOLLERANZA DI ISRAELE – La discesa dei barbari: coloni israeliani incendiano moschee, aggrediscono persone e proprietà

La discesa dei barbari: coloni israeliani incendiano moschee, aggrediscono persone e proprietà


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Ecco alcuni ‘eroi’ israeliani che si apprestano al ‘lavoro’ – fonte immagine

Sono solo alcune immagini prese a caso dal web, nemmeno recenti perché i crimini dei coloni israeliani nei confronti dei palestinesi si perpetrano da sempre. Oggi continuano fare quello che hanno sempre fatto, con l’aggravante, nello scorcio di queste ultime settimane, di essere stati armati in modo massiccio dal governo di Tel Aviv al solo scopo di incentivare la caccia (e la cacciata) del ‘cattivo’ palestinese.

Israeli car terrorist attack against Palestinian
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Scritto il 2011-09-05 in News

Cisgiordania – Wafa’, InfoPal. All’alba di oggi, coloni israeliani hanno fatto ingresso nella moschea di Nawaren, nel villaggio di Qasrah, a sud-est di Nablus (Cisgiordania nord) e hanno appiccato il fuoco al piano terra del luogo di preghiera.

Ghassan Douglas, responsabile del monitoraggio delle attività coloniali nella regione settentrionale, ha riferito che “il format delle aggressioni dei coloni israeliani è sempre lo stesso”.

Episodi di questa natura ai danni di luoghi santi islamici si sono riportati negli ultimi mesi da Nablus a Salfit a Betlemme.

Il responsabile palestinese ha poi aggiunto che “si attendono altri attacchi da parte dei coloni in reazione allo smantellamento dell’avamposto coloniale di Migron”.

Altri fatti di deliberata violenza si sono susseguiti nelle ultime ore: canti e slogan razzisti si sono uditi sulla strada principale di Ramallah dove erano appostati numerosi coloni israeliani che inneggiavano all’uccisione dei palestinesi.

Un palestinese è stato aggredito nei pressi di Hawwara (Nablus), dove anche un’automobile, di proprietà palestinese, è stata devastata dal vandalismo dei coloni israeliani.

Ieri mattina, un gruppo di coloni israeliani hanno preso d’assalto la moschea di al-Aqsa, ad al-Quds (Gerusalemme). Hanno fatto ingresso da porta al-Mugharibah insieme a uomini della polizia.

Allertati dal loro arrivo, i fedeli palestinesi presenti nell’area hanno ricevuto la minaccia di arresto da parte della polizia, “se solo avessero interferito con le pratiche talmudiche dei coloni”.

Ed è appena giunta la notizia secondo la quale, sin dalle prime ore del mattino, le forze d’occupazione israeliane sono impegnate nello sradicamento di numerosi alberi di frutta e ulivi ad al-Walajah, a nord di Betlemme.

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fonte:  http://www.infopal.it/leggi.php?id=19233

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Attacco alla Freedom Flotilla, il Pchr condanna il rapporto Palmer

Scritto il 2011-09-05 in News

Pchr. Il Centro palestinese per i diritti umani (Pchr) condanna con risolutezza il rapporto del Comitato istituito dal segretario generale Onu per indagare sull’attacco in acque internazionali contro la Mavi Marmara (Comitato Palmer), una delle…

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Libia, Tripoli: l’altro volto della liberazione. Adesso è caccia agli africani

La capitale libica è stata liberata ma è davvero libera? Cambiano le facce ma l’arroganza è la stessa. Come anche la violenza: adesso è caccia agli africani

http://it.peacereporter.net/upload/5/55/559/5593/55933.jpg

Libia, Tripoli: l’altro volto della liberazione

Viaggio in una città in cui sono arrivati i liberatori ma non la libertà e dove troppe cose ricordano un passato che non passa

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Scritto per PeaceReporter

da Cristiano Tinazzi

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Tripoli caduta. O Tripoli liberata. Dipende da che angolo si guarda questo conflitto. L’unica cosa certa è che adesso sono i ribelli, nella città, a dettare legge. In una situazione di caos dove il rispetto dei diritti umani è lungi dall’essere assicurato e dove si rischia di finire in carcere solo per il colore della pelle. Succede a centinaia di africani. Immigrati in cerca di lavoro o un passaggio per l’Europa. Nella periferia della capitale ne troviamo una decina. Tutti etiopi. Vivono in un appartamento ricavato sul tetto di una abitazione nella zona di Shara as Shera. Un lavoro sottopagato, la fuga da Sebha verso Tripoli e i giorni di terrore vissuti nella capitale senza cibo né acqua. Uno di loro è stato ammazzato durante il viaggio. Qualcuno li aiuta ma vogliono solo andarsene via prima di finire in qualche prigione con il sospetto di essere mercenari al soldo di Gheddafi. Scrivono i loro nomi su un foglio, sperando che qualcuno li venga a prendere. Le loro storie sono simili a quelle di tanti altri. Come quelli che vengono caricati su un pulmino della Mezzaluna Rossa, requisito dalle ‘Aquile di Misurata’, e mandati verso la ‘città martire’. Nessuno saprà mai chi erano, se sono stati mandati realmente in una prigione, in attesa che si chiarisse la loro posizione, o se sono già morti. E’ successo tutto in pochi giorni. La sollevazione interna, l’arrivo dei ribelli da diverse parti del paese, la presa di Bab el Azizia, la cacciata degli ultimi lealisti dal quartiere di Abu Slim. Ma la città fatica a riprendersi, l’acqua non c’è, l’elettricità va e viene, il gas per fare da mangiare una rarità.

Ogni quartiere fa storia a sé. A Souk el Jumma il comandante militare della brigata ha in mano anche l’aeroporto di Mitiqa. Da questo quartiere fino a Fashloum a ovest e a est fino a Tajoura è tutto sotto il suo comando. Ma è come se fosse il comandante di tutti i ribelli di Tripoli. Perché è Souk el Jumma il quartiere da cui è partito tutto ed è qui che fanno base i combattenti provenienti da Misurata. Qui sono felici. E i tanti che hanno subito il carcere, le torture e le privazioni ora possono sorridere. Ma quanti comandanti ci sono a Tripoli? Quanti dettano legge nel loro territorio? Chi si è reso responsabile di crimini orrendi come il massacro nell’ospedale di Abu Slim dove decine e decine di corpi di soldati lealisti sono stati presumibimente giustiziati? Ogni giorno è buono per trovare altri morti, come quelli dietro la sede della Brigata Khamis. Questa volta un massacro a opera dei lealisti.

Sono lo stesso popolo, la stessa gente, non ci sono buoni e cattivi, le colpe stanno da una parte e della parte, sfumate. A pochi giorni dalla presa di Bab el Azizia, ormai presidiata da pochi fedelissimi, sono arrivati gli uomini di Bengasi e gli espatriati. Le stesse facce viste prima nel governo di Tripoli, gli stessi modi di fare, la stessa arroganza. Il nuovo responsabile dei media parla come Mussa Ibrahim, il portavoce della Jamahiriya di Gheddafi in questi ultimi sei mesi. Il lavoro sporco, quello della guerra sul terreno, l’hanno fatto tanti ragazzi che armi alla mano si sono lanciati contro i loro oppressori. Anche minorenni. Perché in questo conflitto non c’è stato spazio per salvaguardare nessun diritto, nemmeno quello dei più deboli. I ragazzi di Tripoli sono scesi in strada anche con le fiocine, perché non avevano altro per combattere. Tocca a loro, adesso, alle nuove generazioni, fare in modo che tutto il sangue sparso in questa guerra civile non sia stato versato in vano. A noi non resta che chiederci se la Nazioni Unite abbiano ancora un senso e un peso di fronte alla tracotanza di chi comanda con la forza. Dall’alto dei cieli la Nato ha violato la risoluzione Onu e ha mentito sulla realtà della sua missione che era quella di proteggere i civili, non di supportare una delle due parti in lotta. Ma ormai, a giochi fatti, nessuno osa scommettere sul futuro e sulla stabilità del paese. Tripoli è libera per molti, caduta per altri, ma la guerra continua e in Libia non c’è pace.

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05 settembre 2011

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/30281/Libia%2C+Tripoli%3A+l%27altro+volto+della+liberazione

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