BLACK BLOC DI GOVERNO – 15 ottobre: il Viminale sapeva. E conosceva i nomi dei capetti incapucciati

15 ottobre: il Viminale sapeva

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Il ministero era stato avvertito di quello che sarebbe successo a Roma. E conosceva uno per uno i capetti degli incapucciati, tenuti sotto stretto controllo da anni. Ma ha scelto di non ‘filtrare’ il loro arrivo a Roma

(21 ottobre 2011)

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di Gianluca Di Feo
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Quello che abbiamo davanti sarà un autunno caldo ma alla prima prova il sistema dell’ordine pubblico ha messo in piazza vecchi errori, che si trascinano da un decennio esatto. Nel sabato nero di Roma non hanno funzionato né l’apparato di prevenzione, né il dispositivo di repressione della violenza. Analizzare la devastazione di piazza San Giovanni con i moderni criteri di controllo dei disordini – raccolti quattro anni fa da David Waddington in “Policing public disorder”, un volume che ha fatto scuola in tutto l’Occidente – mostra un déjà-vu rispetto al G8 di Genova, sintomatico dell’incapacità delle nostre istituzioni di adattarsi alle sfide.
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Difficile dire cosa è andato peggio. Di sicuro, le forze di polizia hanno fallito nel tutelare il pacifico corteo dei Disobbedienti: un movimento che – come evidenzia l’articolo di Naomi Klein – è ancora meno organizzato dei no global e quindi non ha nessuna forma di servizio d’ordine che possa isolare violenti o provocatori. E non si è nemmeno riusciti a proteggere una larga fetta della città dalla devastazione: non un reticolo di vicoli ma alcune delle piazze e delle strade più grandi della capitale, dove i mezzi della polizia avevano spazi di manovra. Certo, alla fine il bilancio è stato grave ma di gran lunga inferiore ai danni provocati negli ultimi anni dalle rivolte urbane dei sobborghi di Parigi o da quelle recentissime della regione di Londra. Merito della freddezza di molti degli agenti schierati sul campo e della compostezza della stragrande maggioranza dei manifestanti. Ma se si guarda agli scontri del sabato nero come a una prova generale di quello che crisi economica e politica potrebbero innescare nelle prossime settimane, allora c’è da preoccuparsi.
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Anzitutto la prevenzione. Il black bloc è composto da una piccola rete di collettivi, sempre gli stessi, tenuti sotto stretta sorveglianza da almeno 15 anni. Abbiamo un servizio segreto interno, le Digos e il Ros dei carabinieri, che si occupano prioritariamente di loro: dopo la sconfitta dell’ultima colonna brigatista nel 2003, gli anarchici insurrezionalisti restano l’unica minaccia. Dei loro leader si conosce tutto: nomi, luoghi, relazioni. Ogni attività, ogni spazio di incontro sono monitorati da unità specializzate, che dispongono di risorse e strumenti tecnologici. Quello che sarebbe accaduto e chi lo avrebbe realizzato era noto da diversi giorni, almeno da una settimana: il vertice dell’intelligence e quello del Viminale sapevano.
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Forse non era chiara l’evoluzione organizzativa del “blocco”, che nella Val di Susa ha avuto modo di consolidare la sintonia tra gruppi ideologicamente e geograficamente lontani. In più Atene – da sempre la capitale mondiale dell’arcipelago insurrezionalista – nell’ultimo anno è diventata una zona franca dove le felpe nere d’Europa si addestrano a dominare la piazza. Ma anche questi fenomeni erano chiari a chi ha il polso della situazione. E avrebbero imposto un’attenzione maggiore per prevenire. Come? Le tattiche sono chiare: negoziazione e dissuasione.
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La prima è considerata fondamentale da tutti gli esperti, ma è resa difficile da un quadro politico dominato dalla sfiducia e dall’assenza di figure politiche o istituzionale capaci – a livello nazionale o locale – di dialogare con i duri. Sugli strumenti legislativi per la dissuasione si è aperto un dibattito politico: viene invocato il ritorno alla legge Reale con il fermo preventivo dei soggetti pericolosi. Norme speciali, introdotte durante gli anni di piombo: bastano i roghi di piazza San Giovanni a giustificare provvedimenti così straordinari? Negli ultimi anni Londra e Parigi hanno affrontato situazioni molto più drammatiche senza limitare le libertà costituzionali.
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Con gli attuali poteri di polizia e magistratura sarebbe stato possibile “filtrare” l’arrivo a Roma dei casseur? I veterani delle forze dell’ordine sono divisi. Alcuni sostengono che si poteva tentare di isolare i “soliti sospetti” o comunque attivare controlli mirati per far capire che i loro piani erano stati individuati. Altri ritengono che iniziative simili avrebbero solo aumentato la tensione. Ma di sicuro sul fronte della prevenzione nei giorni precedenti alla marcia le autorità hanno scelto di non fare nulla.
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Quanto alla repressione, ancora una volta ha prevalso la tattica della “zona rossa”: uomini e mezzi migliori sono stati allineati a difesa dei palazzi del potere, trasformando il resto di Roma in una città aperta alle incursioni dei violenti, liberi di scegliere dove e come colpire. Su questo schieramento troppo statico hanno pesato ataviche abitudini italiane, come l’ossessiva frammentazione delle forze dell’ordine. La piazza viene affidata a un misto di polizia, carabinieri e – cosa più assurda – finanzieri. Con un addestramento comune limitato o nullo: non esistono esercitazioni congiunte. I battaglioni mobili dell’Arma, per esempio, nell’ultimo decennio hanno fornito soprattutto i quadri delle missioni all’estero, a cui viene dedicata la preparazione più intensa e gli equipaggiamenti più moderni.
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Tutti poi cominciano a sentire l’effetto dell’invecchiamento degli uomini in compiti dove l’allenamento fisico è fondamentale: l’età media oggi si avvicina a quarant’anni, troppi per correre dietro a ragazzini indossando casco, corazza e scudo. Sulla carta l’organico è poderoso: oltre 3 mila poliziotti di 14 reparti mobili, 2 mila carabinieri di nove battaglioni e un migliaio di finanzieri dei Baschi verdi. Ma i militari di Arma e Fiamme Gialle sono usati come tuttofare, che si occupano di qualunque attività operativa sul territorio – dai pattugliamenti contro gli scippatori ai blitz antimafia – mentre i fondi per prepararsi al controllo dei dimostranti sono sempre di meno. La stessa cosa accade per i mezzi, usurati dalla quotidianità o inadatti sin in partenza. Dopo il G8 di Genova sono stati acquistati 160 blindati anti-sommossa d’ultima generazione – gli RG12 progettati in Sudafrica – che però nella zona calda di Roma si sono visti alla spicciolata. Nei viali del Laterano c’erano soprattutto furgoni Iveco – alcuni con le gomme lisce – come quello che è rimasto in trappola: incapace di fare retromarcia tra i detriti, senza vetri anti-sfondamento o protezioni antincendio. Ma il gigantesco apparato dell’ordine pubblico ormai è tarato sull’ordinaria follia degli stadi: una costosa routine che ogni domenica logora personale e veicoli. E quando bisogna affrontare sfide diverse, si torna ad arroccarsi. Come è accaduto nella capitale, con la muraglia intorno a Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi, che ha lasciato corteo e città scoperte.
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Gli ufficiali sul campo dicono che nel sabato nero le riserve erano poche e mal coordinate: ben 11 dei 30 poliziotti feriti venivano dal reparto mobile di Senigallia, che serve come supplente in tutte le emergenze italiane dal presidio nei centri immigrati ai controlli anticamorra. Nella caserma marchigiana si lamentano carenze di carburante e ore di straordinario mai pagate: la stessa protesta che percorre i ranghi di tutti i corpi. Invece a Roma ci sarebbero dovute essere squadre motivate e pronte per interventi selettivi, per isolare le “falangi” degli insurrezionalisti dalla massa pacifica. Nel 2005 al G8 di Edimburgo il tentativo dei black bloc di infiammare il corteo fu fermato dai reparti sbarcati da tre elicotteri alle spalle dei “duri”, in modo da tagliarli fuori con una manovra da manuale. Un’attività che richiede personale molto addestrato e un coordinamento in tempo reale. Elicotteri con telecamere che trasmettano direttamente informazioni a chi sta sulla piazza, dirigenti e squadre in grado di muoversi subito. Invece a Roma si è scelto il male minore: di fare il meno possibile pur di evitare “il morto”. Una non scelta, che rappresenta di fatto la resa delle istituzioni.
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One response to “BLACK BLOC DI GOVERNO – 15 ottobre: il Viminale sapeva. E conosceva i nomi dei capetti incapucciati”

  1. glickertosca says :

    E se qualcuno di questi – incappucciati – fosse stato introdotto appositamente per creare disordine apposta, contro la manifestazione pacifica e civile delle altre centinaia e centinaia di persone; per addossare la colpa ad un gruppo, ma che con la violenza usata – non – ha niente da spartire???
    Purtroppo di queste storie in Italia ne conosciamo a bizzeffe, inserire appositamente per poi dare la colpa a chi non centra e manifestava pacificamente, c’erano anche famiglie con bambini. Purtroppo queste – infami e sporche trame – noi italiani le abbiamo già provate.

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