DOSSIER L’ESPRESSO – I Partiti e le mazzette che non finiscono mai

Le mazzette non finiscono mai

di Bruno Manfellotto

Esplode di nuovo il problema del finanziamento dei partiti, dei troppi soldi alla politica, delle spese fuori controllo. Come vent’anni fa quando nacque Mani pulite. Ma allora non è cambiato niente?

(09 febbraio 2012) Bruno Manfellotto Bruno Manfellotto

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Il paradosso vuole – ma sarà poi un paradosso? – che mentre si celebra il ventesimo anniversario di Mani pulite, di nuovo calda si faccia la questione morale. Con al centro, ancora, il finanziamento dei partiti – con i suoi illeciti e, se va bene, con i suoi intrallazzi – trasformato nel meccanismo arrogante dei rimborsi elettorali che fa perfino di Giuseppe Scopelliti un uomo da un milione di euro e del tesoriere dell’ex Margherita il dominus di un tesoretto di 20 milioni di euro destinati a un partito che non c’è più e finiti chissà dove e chissà a chi.

Tutto cominciò convenzionalmente il 17 febbraio del 1992, quando il socialista Mario Chiesa, durante una perquisizione, fece scivolare banconote per sette milioni di lire in uno sciacquone del Pio Alberto Trivulzio di cui era presidente lottizzato, frutto della prima tangentina rivelata del secondo millennio. Bettino Craxi minimizzò definendo il suo uomo “un mariuolo”, ma ciò non fermò la valanga scatenata dal pool di pm della Procura di Milano: l’intero panorama politico ne sarà devastato, la storia degli anni a venire condizionata. In carcere, come aveva profetizzato Mario Zamorani, finiranno migliaia di piccoli e grandi mariuoli.

Vent’anni dopo la faccenda è ancora lì, con l’aggravante di un generale imbarbarimento della lotta politica e di un avvilente decadimento delle truppe in campo: “Da Citaristi a Lusi”, sintetizza amaramente Bruno Tabacci. Del resto basta leggere Claudio Rinaldi, un rigoroso testimone del tempo che ci manca assai, per rendersi conto di quanto tutto si ripeta uguale a se stesso: basta cambiare nomi e circostanze ed ecco la violenta mazzettopoli degli anni Novanta trasformarsi nella squallida e generalizzata “accettazione di un sistema” (Gherardo Colombo) degli anni Duemila.

Del resto, la combattiva Lega di Bossi, che nacque e si impose sulle macerie dei partiti in agonia, che sostenne Di Pietro nella sua battaglia, ruppe l’alleanza con Berlusconi, poi urlò “Roma ladrona” e agitò cappi nell’aula della Camera, oggi investe in Tanzania i soldi del finanziamento pubblico, vota contro l’abolizione del vitalizio dei parlamentari e a favore della responsabilità civile dei magistrati.

Si legga dunque con questo spirito il dossier dell'”Espresso”, con i documenti originali che fotografano ciò che accadde, le testimonianze di chi c’era e capì, e le proposte per battere un mostro che tuttora ci perseguita. Certo, Tangentopoli non è stata esente da demagogie e forzature, ma la sacrosanta denuncia degli errori non deve cancellare il mare di corruzione e concussione che dilagò allora e, a quanto pare, sopravvive alla grande anche oggi. E tanto più spazio ha avuto la magistratura quanto più la politica s’è mostrata incapace di frenare le ruberie.
In vent’anni è stato fatto poco o nulla in direzione della moralizzazione della vita pubblica, anzi le uniche leggi approvate hanno aumentato i fondi ai partiti e diminuito i controlli, fino alla follia di escludere il finanziamento pubblico dall’orbita della Corte dei conti. Le forze politiche si sono ulteriormente blindate con una legge elettorale fatta apposta per perpetuare l’esistenza di ristrette oligarchie. Una blanda lotta all’evasione fiscale ha fornito la cornice in cui far crescere il malaffare. All’emergere di scandali (da Penati a Lusi) anche i meglio intenzionati non sono andati oltre generiche invettive moralistiche un po’ patetiche. E prova ne siano i sondaggi che fissano in un misero 9 per cento la fiducia nei partiti.

Francamente non si comprende questo suicidio di casta se non come un miope tentativo di personale sopravvivenza. Eppure la parentesi benefica del governo Monti – l’abbiamo scritto e scritto – darebbe la possibilità di approfittare per rigenerarsi, cambiare volti, linguaggi e contenuti. Così non è, e l’unica novità che si vede all’orizzonte è il tentativo di alcuni – Montezemolo, Tremonti, Passera – di sostituire l’organizzazione partito con la candidatura ad personam. E la guerra alle mazzette? Se si vuole davvero voltare pagina è da lì che si deve ricominciare.
Twitter@bmanfellotto

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Fondazioni, i soldi e il potere


L’inchiesta che fa tremare Rutelli

di Primo Di Nicola e Emiliano Fittipaldi

In una fluviale conferenza stampa, l’ex leader della Margherita ha cercato di difendersi dall’accusa più grave: quella sui soldi passati da Lusi alla sua fondazione e all’Api. Pubblichiamo qui di seguito l’articolo integrale de L’Espresso e il botta e risposta al Senato con i giornalisti (compresi i nostri)

L inchiesta che fa tremare Rutelli

Leggi Il comunicato del Cdr dell’Espresso

Video Gli ‘highlights’ della conferenza stampa

Damilano Una faccia un’intera generazione

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