LAVORO – Ora licenziano anche alle Poste

fonte immagine
Ora licenziano anche alle Poste
Una volta era considerato il posto sicuro per eccellenza. Adesso invece la società vuole mandare a casa migliaia di portalettere a cui aveva esternalizzato le mansioni. E altri seimila interni si trovano nel limbo pauroso degli ‘esodati’
.
di Michele Azzu
.

.
«Se entri alle Poste sei sistemato», si diceva una volta. Perchè chi aveva la fortuna di venire assunto si aggiudicava un posto dall’altra parte del muro, quello che separava i lavoratori garantiti dai non garantiti. Il paradiso del lavoro dipendente, questo erano le Poste, da sempre roccaforte della Cisl.
Questo, una volta. Adesso ci sono le ditte in appalto, le agenzie di recapito, insomma le esternalizzazioni che hanno creato ‘postini di serie B’. Quelli che si possono licenziare. Come Riccardo Tronci, postino d’appalto e autore del blog truppedappalto.it: «Le Poste devono operare tagli e a pagare saranno le agenzie di recapito. Cioè noi, colpevoli di essere stati assunti dall’altro lato del muro.
Le agenzie di recapito occupano circa 3.000 lavoratori in tutta Italia, che potrebbero trovarsi senza lavoro.
Ma anche sui dipendenti interni di Poste pesa un macigno: quello della questione esodati. Sul totale degli esodati – secondo il governo 65.000, per sindacati e Pd 350.000 – che si ritrovano senza lavoro nè pensione, sono circa 6000 quelli che provengono da Poste Italiane. «Abbiamo ricevuto incentivi per andare in pensione», racconta Beppe Zani, che col suo blog postaliesodati.it cerca di informare chi è nella sua stessa situazione.
Un muro rimane, nella vicenda delle Poste: è il muro di gomma del silenzio delle istituzioni. Interrogato sul numero degli esodati il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua non ha saputo fornire risposte. Il presidente del recapito in Poste non ha riposto ancora alle richieste dei rappresentanti delle agenzie in appalto: «Ha solo ascoltato», dice Giannone del consorzio recapiti Cna.
I lavoratori invece, i postini di serie A e quelli di serie B, hanno iniziato a scavalcare le macerie del muro. Hanno creato blog per mettersi in relazione fra loro, per informarsi, e per cercare di capire che sarà di loro.
Transystem
Transystem è una delle più importanti agenzie di recapito in appalto di Poste Italiane, ed opera in varie città: Pistoia, Modena, Mantova, Perugia, Genova e La Spezia. «L’anno passato abbiamo realizzato 3 milioni e mezzo di fatturato», spiega il direttore Albino Ghiretti. Ma ora Poste Italiane ha predisposto tagli alle esternalizzazioni: «Certamente i tagli saranno stati decisi dall’a.d Poste», continua Ghiretti , «ma è il nuovo direttore in recapito Poste, che non ha mai visto bene le agenzie di recapito».
L’intenzione di Poste Italiane sarebbe re-internalizzare buona parte del recapito affidato agli appalti. Dal 1 aprile è stata revocata a Transystem la consegna dei giornali il sabato: «Dal 16 aprile, inoltre, ci tagliano del 20 per cento il traffico generale, tra raccomandate e posta comune», spiega ancora il direttore. «Ho inviato una lettera di diffida a Poste, perché così si violano i termini del vecchio bando di gara, prima ancora che scada».
«Le nostre aspettative sono andate deluse», dice Valter Recchia, presidente del consorzio delle agenzie di recapito Cna, riferendosi al recente incontro col presidente del recapito in Poste. «Ci è stato fatto capire che i volumi della prossima gara probabilmente si ridurranno». Recchia spiega: «Il d.l. 261/99 sulla qualità del servizio postale revocò le concessioni alle agenzie di recapito», in vista di una futura concorrenza nel mercato liberalizzato. «Di fatto però quel decreto istituiva un rapporto esclusivo delle agenzie con Poste, sul servizio raccomandate», conclude. Come se le agenzie fossero delle finte Partite Iva subordinate a Poste Italiane.
Postini di serie B
«Io sono un postino, a tutti gli effetti», ci dice con orgoglio Riccardo Tronci, che lavora in Transystem da quattro anni. «Ci occupiamo di consegnare le raccomandate», continua Riccardo, «e altri servizi, come la raccolta degli appoggi dei postini», ovvero quelle cassette rosse dove i postini depositano i sacchi pieni di lettere. Riccardo, che ha 32 anni, è davvero un postino, e come vuole il luogo comune è stato anche inseguito dai cani. «Sono stato morso una volta», racconta ridendo. «Certo, per alcuni non è un lavoro troppo soddisfacente, ma possiamo pagare l’affitto e fare dei progetti per noi e la nostra bimba di nove mesi».
A Pistoia i colleghi di Riccardo sono preoccupati: dopo i tagli recenti a giorni saranno resi noti i nuovi di Poste per le agenzie di recapito, e anche se non è ufficiale tutti sanno che saranno minori rispetto al passato. Questo potrebbe comportare una riduzione del volume di raccomandate dalle 800 attuali fino a 300, con una drastica riduzione del personale: «Qui a Pistoia siamo 12 dipendenti, con età media di 40 anni», racconta ancora Riccardo. «Cinque di noi hanno figli, cinque il mutuo, e se questa gara d’appalto va male per noi ci sono altri sei mesi di stipendio, poi più nulla».
Nelle altre sedi Transystem non va meglio: anche a Perugia hanno tagliato la consegna dei giornali, mentre a Genova sono in cassa integrazione dal 2009, e ora in contratto di solidarietà: «Siamo una cinquantina di lavoratori che dal 1990 viene sballottato da momenti di tranquillità a preoccupazioni ed incertezze», ci scrive Massimo Buffagni da Genova. «22 anni da postino di Serie B, eppure siamo altamente qualificati. Sicuramente alle Poste la qualità del servizio non interessa», conclude.
Esodati postali
Se facciamo un salto dall’altra parte del muro, dove vivono i dipendenti di Poste, quelli una volta invidiati da tutti, troviamo la questione esodati, i lavoratori che per via della riforma delle pensioni si ritrovano ora senza lavoro nè pensione. Spiega Beppe Zani, postino e autore del blog postaliesodati.it «Molti hanno usufruito degli incentivi alle dimissioni di Poste, altri hanno rinunciato al Tfr per fare entrare i figli a lavorare part time», racconta.
Beppe, che ha lavorato in Poste per 23 anni, dopo un’esperienza da metalmeccanico che lo portò ad occupare la fabbrica per cinque anni, ci racconta che: «Avevo pensato di incatenarmi a Roma, per protestare contro la riforma, ma la Cisl me l’ha sconsigliato. Mi hanno detto di aprire un blog», spiega. «Lo gestisco come voglio, se arriva un comunicato sugli esodati dell’Ugl o della Cgil, ed è interessante, lo pubblico».
Sul blog Beppe, con grande pazienza, cerca di rispondere alla tantissime domande che gli esodati come lui – non solo postali, ma anche di Wind e Telecom – gli scrivono. «Il blog permette di metterci in contatto con tutti, ed è importante perchè la nostra situazione è terribile». C’è chi può considerarsi “normativamente salvo” perchè beneficia della deroga inserita nel decreto milleproroghe, e chi invece può ritenersi esodato, ma è difficile capire a quale categoria si appartiene perchè nessuno (nemmeno l’Inps) ha fatto interamente luce sulla vicenda. E proprio al direttore dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, Beppe – assieme a Marisa Buldrini e Emilio di Martino di Poste – ha scritto una lettera, dove si chiedono spiegazioni in merito alle ricongiunzioni onerose dovute all’incorporamento dell’Ipost (ente previdenziale postale) in Inps: «L’unica maniera di informarsi è un numero verde non dialogante, oppure andare direttamente a Roma, ma solo tra le 9 e le 12 di lunedi e giovedi», spiega il blogger esodato.
I sistemi informatici dell’ex Ipost non coincidono con l’Inps, per questo ancora non si riesce a risolvere la vicenda. «Attualmente ci sono dalle 3.000 alle 3.500 domande di autorizzazione alla contribuzione volontaria ferme alla cui lavorazione sono state destinate 3 persone» scrive Rodolfo Affaticati, del patronato Cisl. Con 3000 domande a fare da tappo anche gli esodati postali “normativamente salvi” dovranno aspettare a lungo la pensione: «Un mio collega ha ricevuto la lettera di repulsione della pensione e ha subito un crollo nervoso», dice ancora Zani. La lettera sull’Ipost a Mastrapasqua è stata riportata dall’On. Condurelli in una audizione del 27 Marzo al presidente stesso, che ha risposto: «Valuterò e svolgerò un approfondimento su questo punto».
Nel frattempo, in Rete, i postini continuano ad attraversare un muro che ormai non esiste più.
.
fonte articolo
IL CARDINALE RAVASI CELEBRA MESSA – Misericordia per Antonia Pozzi, poetessa suicida. Ma eminenza, ci spieghi: perché non c’è stata misericordia per Piergiorgio Welby?
Misericordia per Antonia Pozzi, poetessa suicida. Ma eminenza, ci spieghi: perché non c’è stata misericordia per Piergiorgio Welby?
.
di Valter Vecellio*
.
La notizia: il cardinale Gianfranco Ravasi, oggi alle 18 celebra, presso la chiesa parrocchiale di Pasturo vicino Lecco, una messa in favore della poetessa Antonia Pozzi. Antonia Pozzi, racconta Armando Torno sul “Corriere della Sera”, morì suicida il 3 dicembre del 1938, aveva appena 26 anni. Torno riporta una confidenza del cardinale Ravasi: “Celebro questa messa perché l’atteggiamento che la Chiesa ha attualmente nei confronti dei suicidi presta molta attenzione alle dimensioni interiori della tragedia. Se l’evento drammatico nasce da una superficialità o è causato dal disprezzo dei valori della vita, allora evidentemente non può essere oggetto di una celebrazione esplicita. Ma la Pozzi rappresenta il caso di una persona dotata di forte spiritualità e di intensa ricerca interiore, travolta da una sensibilità estrema”. Sintetizza Torno: “La Chiesa non accetta il suicidio razionale; tuttavia per altre situazioni, si fa interprete misericordiosa”.
Non è stata generosa la vita con Antonia Pozzi, e lo si può intuire dalla scarna scheda che accompagna il servizio del “Corriere”: “…Figlia di un avvocato milanese e della contessa Lina Lavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi, si uccise con barbiturici. La famiglia negherà la circostanza “scandalosa” del suicidio, attribuendo la morte a polmonite. Il testamento fu distrutto dal padre, che intervenne anche sulle poesie”. A proposito di poesie, Ravasi cita alcuni versi, rivelatori: “…Ma tutta l’acqua mi fu bevuta, o Dio,/ ed ora dentro il cuore/ ho una caverna vuota/ cieca di te./ Signore, per tutto il mio pianto/ ridammi una stilla di Te,/ ch’io riviva…”.
Ancora Ravasi: “Celebrerò la messa anche per essere vicino a tutte quelle persone sensibili che sentono dentro di sé un vuoto e una domanda…”.
Eminenza: la misericordia è un valore che dovrebbe essere universale, valido per credenti e non credenti, o diversamente credenti. Come non ricordare, eminenza, che a una persona, certamente dotata di una intensa spiritualità, seppur laica e non conforme ai canoni del dogma d’oltretevere – si parla di Piergiorgio Welby – il vicariato di Roma negò i funerali religiosi? Come dimenticare che quell’estremo momento di consolazione per la madre e la moglie di Piergiorgio vennero negati in nome di una ragione “politica” a tutti evidente, anche se di difficile comprensione? In virtù di quella manifestazione di debolezza intollerante, i funerali si celebrarono laicamente, sulla piazza San Giovanni Bosco, con la chiesa sbarrata; e furono alcune piccole, anonime, suore a portare quel conforto che la Chiesa di Roma tetragona aveva negato, assieme a una folla in cui certamente tanti erano i credenti. Welby amava la vita, e a un certo punto, stremato, chiedeva solo che fosse messa la parola fine a quella che vita non era, ma solo sofferenza e inutile, insopportabile tormento.
Eminenza, rileggiamolo quel freddo comunicato del Vicariato: “In merito alle richieste di esequie ecclesiastiche per il defunto dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dei casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dott. Welby di porre fine alla propria via, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn.2276-2283-2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti”.
Eminenza, raffronti quello scritto (e non deve sfuggire la puntigliosa, miope, leguleia elencazione di codicilli), alle sue parole: che pur nella disapprovazione, non esprimono condanna (forse nella consapevolezza che chi giudica sarà a sua giudicato, chi condanna sarà a sua volta condannato?); è stridente la differenza di forma, e dunque sostanza;, e di questa differenza ci si rallegra. Ma eminenza, ci dica: anche il nostro compagno Piergiorgio dovrà attendere 74 anni, prima che ci sia, anche per lui, una parola, un gesto, di comprensione e di misericordia?
.
![]()
va.vecellio@gmail.com
.
fonte articolo
WEB – Navigate con tante schede aperte? Attenti all’attacco “Tabnabbing”

fonte immagine
Navigate con tante schede aperte?
Attenti all’attacco “Tabnabbing”
E’ un tecnica di cybercrimine in circolazione da un paio d’anni, che vista la crescente diffusione del modello di consultazione web “a schede”, torna d’attualità. I malintenzionati usano una falsa scheda per trafugare dati e password
.
Non è una minaccia inattesa, quella del “Tabnabbing”, una sofisticata tecnica per trafugare dati sensibili e credenziali di accesso. Questo modello di “phishing” funziona grazie alla possibilità offerta da ormai tutti i browser di navigare a schede, ovvero non soltanto attraverso una singola pagina ma con diverse “tab” che si aprono per contenere in un’unica schermata sessioni di navigazioni su percorsi diversi.
Ma anche se non è un pericolo nuovo, la diffusione della navigazione a schede anche tra gli utenti meno esperti e meno avvezzi agli attacchi del cybercrimine rende il Tabnabbing una risorsa potenzialmente molto proficua per i malintenzionati. Ecco come funziona e come difendersi.
Tabnabbing. L’attacco hacker di questo tipo è relativamente poco diffuso, e per questo può trarre in inganno anche utenti più esperti. In sostanza quello che fa il criminale è attirare l’utente su una pagina web attraverso un link, proprio come nei normali attacchi phishing. Questa pagina non chiede dati di accesso, ma offre dei contenuti a volte ben confezionati, che inducono l’utente a non chiudere la scheda, magari per guardarla in un secondo momento, ma ad aprirne un’altra per continuare la navigazione verso altri percorsi. E’ qui che entra il gioco il “tabnabbing”, ovvero attraverso un codice eseguito da quella pagina, l’utente distratto dalla nuova scheda che sta guardando non presterà attenzione alla vecchia, che nel frattempo si è trasformata: assumendo magari l’aspetto di una pagina di accesso alla posta elettronica o altri servizi protetti, cambiando addirittura la “favicon”, l’icona che contraddistingue la pagina sulla scheda e nella barra dell’indirizzo. Un vero colpo da maestro per il cybercriminale, che a quel punto non deve fare altro che attendere che l’utente inserisca i suoi dati (veri) nella pagina web mutante (e falsa). A quel punto il gioco è fatto.
Come proteggersi. Al di là del vecchio metodo che consiste nel non cliccare su link sospetti o di provenienza poco chiara, dal Tabnabbing ci si difende essenzialmente controllando sempre cosa c’è scritto nella barra degli indirizzi. Se al sito visualizzato corrisponde un indirizzo riconoscibile come reale, non c’è rischio di tabnabbing. Ma se la “url” che compare nella barra è strana e sembra non avere nulla a che fare con il sito, allora l’attacco di è in corso. Non è peraltro detto che l’indirizzo non sia stato camuffato a sua volta, e in questo caso, la soluzione migliore è sempre evitare di inserire credenziali in un servizio a cui l’accesso risulta già effettuato. E se non c’è più la scheda “legittima”, aprirne un’altra e navigare all’indirizzo desiderato.
.
fonte articolo
































Commenti recenti