DIVERSAMENTE ABILI, UGUALMENTE ATLETI – Perde gambe e braccia e resta campionessa: «Sono Bebe, una ragazza fortunata»
“Diversamente abili, ugualmente atleti”
Caricato da TVSEI in data 18/nov/2011
Perde gambe e braccia e resta campionessa
«Sono Bebe, una ragazza fortunata»
Commuove l’ Europarlamento la schermitice italiana, unica al mondo a tirare senza arti. Incontro con il presidente Schulz
L’ incontro tra il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, Bebe e il Vicepresidente del Parlamento europeo Roberta Angelilli
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Dall’inviato CorSera IVO CAIZZI
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BRUXELLES – «Sono Bebe e sono una ragazza fortunata». La quindicenne Beatrice Vio, che ha subito l’amputazione degli arti per una brutta malattia, raccontando la sua storia di coraggio, sport e speranza è riuscita a trasferire un esempio positivo e profonde emozioni nell’Europarlamento di Bruxelles. Il presidente dell’Assemblea comunitaria, il tedesco Martin Schulz, ha voluto ricevere la ragazza italiana unica schermitrice al mondo a tirare senza avere braccia e gambe, nonché portatrice della torcia (tedofora) alle Paralimpiadi di Londra 2012.
I DIRITTI DEI BAMBINI DISABILI - L’incontro tra Bebe e Schulz è avvenuto nella sede di Bruxelles, dopo un incontro sulla difficile realtà e sui diritti (troppo spesso trascurati) dei minori disabili, promosso dall’Alleanza del Parlamento europeo per i diritti dei bambini, appoggiato dall’Unicef e organizzato dai vicepresidenti dell’Europarlamento Ue Roberta Angelilli e Edward McMillan-Scott.
IL CORAGGIO DI RICOMINCIARE - Bebe ha raccontato la sua storia di «ragazza fortunata» con tono allegro, chiaro e semplice: da quando era una bambina promessa della scherma nazionale, fino a quando, dopo la lunga degenza in ospedale, ha dovuto ricominciare questo sport utilizzando le protesi e la carrozzina. Ha descritto il suo mondo di coetanei sportivi e disabili, contenti di quello che la vita comunque gli consente di conquistare.
LA TESTIMONIANZA DEL PAPA’ – Emblematico è stato anche l’intervento di suo padre, che ha poi realizzato il video dell’incontro di Bebe con Schulz. Ha descritto i genitori dei ragazzi handicappati come la parte più debole e impaurita di questo contesto, dove spesso proprio i disabili trasmettono coraggio e speranza a chi ogni giorno deve occuparsi di loro, superando gli infiniti ostacoli di una società ancora troppo spesso in grave ritardo sui diritti dei cittadini in difficoltà.
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fonte corriere.it
SUPERARE LA CRISI, PROPRIO COME L’ARGENTINA – Il fagiolo di soia magico o il boom delle esportazioni che non c’è

L’Argentina e il fagiolo di soia magico: il boom delle esportazioni che non c’è
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DI MARK WEISBROT
guardian.co.uk
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I livelli record di occupazione e la massiccia riduzione della povertà hanno poco a che vedere con l’export
Uno dei grandi miti sull’economia argentina ripetuto quasi ogni giorno è che la sua rapida crescita nel corso degli ultimi dieci anni è stato un “boom delle esportazioni”. Ad esempio, la scorsa settimana il New York Times ha riportato (1):
“Sull’onda di un boom di esportazioni di merci come i fagioli da soia, l’economia dell’Argentina (2) è cresciuta ad un tasso medio del 7.7% dal 2004 al 2010, quasi il doppio rispetto al 4.3% del Cile, paese che viene spesso citato come modello per le politiche economiche”.
Michael Shifter, il presidente del dialogo inter-americano e probabilmente la fonte più citata in merito all’America Latina nella stampa statunitense, ha scritto un articolo sprezzante sull’Argentina dichiarando che “se la vendita ed il prezzo del fagiolo da soia, l’export principale del paese (principalmente verso la Cina), rimangono alti, allora il paese potrebbe continuare sulla strada della crescita economica”.
Non ho sentito nessun economista affermare che la notevole crescita economica dell’Argentina degli ultimi 9 anni – che ha portato a livelli record in termini di occupazione ed una riduzione della povertà di due-terzi – sia stata guidata dai fagioli di soia o da un boom nelle esportazioni. Forse perché non è vero.
So cosa state pensando: “Chi se ne importa!”Beh, continuate a leggere, perché ci sono delle implicazioni che vanno oltre le tentacolari fattorie di fagioli di soia nella provincia argentina di Cordoba.
Cosa significa avere un “boom delle merci” o una crescita guidata dalle esportazioni di merci? Una possibile risposta potrebbe basarsi sulla quantità: la produzione e l’esportazione di queste merci cresce così velocemente che costituisce gran parte della crescita reale del paese in termini di produttività. Quindi, parlando di conti, potremmo osservare la vera crescita del PIL del periodo 2002-2010, ultimo anno di cui si hanno dati completi, e chiederci: quanto di questa reale crescita è dovuta all’export di merci?
Esce fuori che solo il 12% della crescita PIL dell’Argentina in quel periodo è stato dovuto ad un qualsiasi tipo di esportazione. E che solo una frazione di quel 12% è stato dovuto all’esportazione di merci, tra cui i fagioli di soia. Quindi la crescita economica dell’Argentina non è stata un’esperienza favorita dalle esportazioni, neanche lontanamente, ed ancora meno da un “boom delle merci”.
L’altra possibile risposta si basa sui prezzi: anche il costo dei fagioli da soia ed altri beni d’esportazione è cresciuto in una parte di quel periodo. Questo può essere uno stimolo per l’economia in vari modi, anche se l’ammontare fisico delle esportazioni non cresce tanto velocemente come l’economia. Se fosse stato questo a guidare la crescita argentina, ci si doveva aspettare che il valore in dollari di queste esportazioni crescesse più veloce del resto dell’economia. Ma neanche questo è stato il caso. Il valore delle esportazioni agricole, comprese ovviamente quelle dei fagioli da soia, come percentuale del PIL argentino non sono cresciute durante l’espansione. Costituivano circa il 5% del PIL nel 2002, quando l’economia ha cominciato a crescere, ed il 3.7% nel 2010.
In altre parole, non c’è una storia plausibile che si possa raccontare in base ai dati che possa sostenere l’idea che la crescita dell’Argentina degli ultimi 9 anni sia stata guidata da un “boom delle merci”. Perché è importante? Beh, come ha notato (3) l’economista Paul Krugman, “gli articoli sull’Argentina hanno quasi sempre un tono negativo – sono irresponsabili, stanno ri-nazionalizzando alcune industrie, parlano di populismo, quindi se la devono passare davvero male”. Il che, sottolinea Krugman, “non è il caso delle informazioni in merito allo stato dell’economia”. Non lo è di certo.(4)
Il mito del “boom delle esportazioni” è uno dei modi in cui i detrattori argentini giustificano la crescita economica del paese, escludendo l’ipotesi di un mero colpo di fortuna. Ma in realtà l’espansione economica è stata guidata dal consumo interno e dagli investimenti. Ed è successo perché il governo argentino ha effettuato dei cambiamenti nelle scelte macroeconomiche più importanti: politica fiscale, politica monetaria e tassi di cambio. Questo è ciò che ha fatto uscire l’Argentina (5) dalla depressione degli anni 1998-2002 e che l’ha trasformata in una delle economie con più rapida crescita del continente americano.
Ora, per l’importanza globale di come l’Argentina si è davvero rimessa in piedi: come io ed altri economisti abbiamo scritto, le politiche che si stanno imponendo (6) sulle economie dell’eurozona – specialmente quelle più deboli – sono simili a quello che ha passato l’Argentina durante la depressione che ha portato alla svalutazione ed al debito. Queste politiche erano pro-cicliche, nel senso che amplificavano l’impatto della flessione. Insieme ad un tasso di cambio fisso e sopravvalutato, l’economia è peggiorata. Non pagando il debito e svalutando la moneta, l’Argentina è stata libera di cambiare le sue politiche macroeconomiche più importanti.
Se le autorità europee (la Commissione Europea, la BCE ed il FMI) continuano a bloccare la ripresa economica dell’eurozona con misure d’austerità senza senso, ogni paese vorrà considerare delle alternative più ragionevoli (7) per poter ripristinare l’occupazione. La gente di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda ed altri paesi si sente dire ogni giorno che devono ingoiare questa medicina amara e che non c’è alternativa alla lunga sofferenza e l’alto tasso di disoccupazione che stanno avendo luogo nella regione. Ma l’esperienza Argentina – nella realtà piuttosto che in rappresentazioni mitiche – mostrano che non è vero. Ci sono alternative assolutamente migliori (8) – e non hanno niente a che vedere con i fagioli da soia o con un boom delle esportazioni.
Mark Weisbrot
Fonte: http://www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2012/may/04/argentina-magic-soybean-export-boom
4.010.2012
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cuar di ROBERTA PAPALEO
1) http://www.nytimes.com/2012/04/27/world/americas/ypf-nationalization-draws-praise-in-argentina.html?_r=1
2) http://www.guardian.co.uk/world/argentina
3) http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/05/03/down-argentina-way/
4) http://www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/the-washington-post-doesnt-like-populist-governments-in-latin-america
5) http://www.cepr.net/index.php/publications/reports/the-argentine-success-story-and-its-implications
6) http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2012/apr/27/breaking-eurozone-self-defeating-cycle-austerity
7) http://www.cepr.net/index.php/publications/reports/more-pain-no-gain-for-greece
8) http://www.cepr.net/index.php/events/events/the-eurozone-recession-are-there-alternatives
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fonte comedonchisciotte.org
Il boss Provenzano tenta il suicidio, salvato dagli agenti penitenziari
Il boss Provenzano tenta il suicidio
salvato dagli agenti penitenziari
Avrebbe tentato di soffocarsi infilando la testa in una busta di plastica, ma gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno scoperto
Bernardo Provenzano
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Il superboss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano ha tentato la scorsa notte il suicidio nel carcere di Parma. Lo riferisce l’agenzia Ansa, dopo averlo appreso “da fonti qualificate”. Provenzano è stato salvato da personale della polizia penitenziaria.
Il fatto è avvenuto nella tarda serata di ieri nell’area riservata del carcere parmense. Provenzano, che era a letto, ha infilato la testa in una busta di plastica con il proposito di uccidersi. In uno dei ripetuti controlli, si è subito accorto del fatto un poliziotto penitenziario del Gom (Gruppo operativo mobile), il quale è intervenuto, evitando il suicidio. Del fatto sono state informati l’autorità giudiziaria e il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria.
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fonte palermo.repubblica.it
CRISI, LA STRAGE – Imprenditore si toglie la vita a Pompei. Disoccupato si impicca in un bosco a Vaiano di Prato
Imprenditore si toglie la vita a Pompei
Vescovo: ‘Abbandonati dalle istituzioni’
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NAPOLI – Un uomo si è ucciso sparandosi alla testa nel parcheggio del Santuario di Pompei. Arcangelo Arpino, 63 anni, di Vico Equense (Napoli), era titolare di una impresa edile. Ha lasciato tre lettere: una di scuse ai familiari, un’altra dove parla dei problemi economici legati alla sua attività e un’altra di accuse contro Equitalia.
L’uomo si è ucciso alle tre di questo pomeriggio. Si è sparato con una pistola calibro 7.65, legalmente detenuta; è morto poco dopo nell’ospedale di Castellammare di Stabia. Secondo quanto si evince nelle lettere lasciate, ora all’esame dei carabinieri, l’uomo avrebbe ricevuto diverse cartelle esattoriali da Equitalia.
Tre lettere chiuse, in una cartella porta documenti, sono state trovate accanto al corpo di Arcangelo Arpino. Una delle lettere era rivolta proprio alla Madonna di Pompei: si tratta di scuse per il gesto compiuto e di una preghiera affinché aiuti i suoi familiari.
In un’altra lettera, invece, ci sono le accuse ad Equitalia per le diverse cartelle esattoriali inviate e anche ad un commercialista napoletano. Il professionista, secondo quanto ha scritto la vittima, nonostante fosse stato pagato e nonostante si fosse avvalso di lavori edili mai saldati, non aveva sistemato le pendenze con Equitalia il che avrebbe comportato un ulteriore peggioramento della situazione. C’é poi, nella lettera, anche un elenco di cinque assegni, per un importo complessivo di 4100 euro, che l’uomo chiede di bloccare in quanto scoperti.
Prima imprenditore edile. Poi titolare di un’agenzia immobiliare e matrimoniale. In entrambi casi attività piene di problemi e di crisi. E’ stata segnata da tutto questo, secondo quanto accertato dai carabinieri, la vita di Arcangelo Arpino. Da due anni, Arpino aveva chiuso l’impresa di costruzione, che aveva sede a vico Equense (Napoli) dove viveva, per problemi economici, in particolare a causa di lavori che non gli erano stati pagati. Attualmente aveva un’agenzia immobiliare e anche matrimoniale, ma neanche in questo caso la situazione era rosea, anzi.
Secondo quanto hanno raccontato alcune donne che si trovavano in Chiesa in attesa dell’inizio della prima messa del pomeriggio, Arcangelo Arpino si sarebbe inginocchiato a pregare per alcuni momenti davanti al quadro della Madonna di Pompei, venerato da milioni di fedeli ogni anno. Poi, uscito fuori, è andato ad appoggiarsi su un muretto dove si è sparato.
Sono state alcune suore ad accorgersi, per prime, del suicidio del 63enne Arcangelo Arpino. Secondo quanto accertato dai carabinieri, le suore stavano passando proprio in quella zona, nel parcheggio retrostante il Santuario, quando hanno udito lo sparo; non avrebbero visto l’uomo mentre compiva il gesto. Immediatamente dopo sono arrivati anche alcuni sacerdoti che hanno le stanze proprio nelle vicinanze. Il 63nne era arrivato a Pompei con la sua automobile, una Fiat Punto bianca, trovata chiusa e parcheggiata poco distante. E’ entrato nel Santuario e all’uscita si è sparato alla testa. Era sposato e padre di tre figli, due maschi ed una femmina.
VESCOVO, ABBANDONATI DA ISTITUZIONI - “La gente si sente abbandonata. Anch’io durante la supplica ho detto di sentirmi abbandonato dalle istituzioni. Anche Gesù sulla croce si è lamentato: sono vicino e solidale ai familiari di quest’uomo”. Così l’arcivescovo di Pompei, Carlo Liberati, dopo il suicidio nel parcheggio del santuario di Arcangelo Arpino.
“Comprendo la disperazione. Anche qui io faccio fatica a pagare i nostri dipendenti, di notte non dormo più”.
DISOCCUPATO PERDE PENSIONE PADRE, SI SUICIDA - Disoccupato, viveva solo della pensione del padre e quando l’anziano genitore è morto lui si è suicidato. E’ accaduto stamani a Vaiano di Prato dove un uomo, di 55 anni, è stato trovato impiccato in un bosco. Sono intervenuti i carabinieri.
Il cadavere è stato trovato nelle prime ore di questa mattina, a Vaiano (Prato), all’interno di un’area boschiva. Con ogni probabilità, l’uomo si era tolto la vita nelle ore precedenti. Secondo quanto si è appreso, il disoccupato soffriva di crisi depressiva per i problemi di natura economica. Dopo l’intervento dei carabinieri che hanno informato l’autorità giudiziaria, su disposizione di quest’ultima, la salma è stata riconsegnata ai familiari.
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fonte ANSA.it
SERVIZIO PUBBLICO/ Stasera Santoro apre “L’anno del Grillo”, ospiti Tremonti e Cofferati
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SERVIZIO PUBBLICO/ Stasera Santoro apre “L’anno del Grillo”, ospiti Tremonti e Cofferati
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SERVIZIO PUBBLICO – Anticipazioni: stasera puntata “L’anno del Grillo”. Michele Santoro torna in diretta con una nuova puntata di Servizio Pubblico: argomento della serata i risultati delle elezioni amministrative, che hanno visto l’affermarsi delle liste di Beppe Grillo, con il crollo di Pdl, Lega Nord. L’Italia, oltre a dover fare i conti con i risultati elettorali del Paese, non può trascurare i risultati delle elezioni in Francia e in Grecia, fatto che potrebbe avere ripercussioni sull’attuale “status” politico in Europa. “Cambio della guardia all’Eliseo”: il popolo d’Oltralpe ha preferito Francois Hollande a Nicolas Sarkozy, mentre la Grecia è in peno caos post elettorale.
Lo “sguardo” di Santoro è rivolto all’Italia e alle conseguenze che questa importante consultazione elettorale a livello nazionale e a livello europeo potrebbe avere per il nostro Paese: “L’uragano Grillo si abbatte sulla politica e il voto delle amministrative mostra la crisi dei partiti – si legge nella presentazione ufficiale della puntata di Servizio Pubblico su Facebook – travolti dalla sfiducia dei cittadini. Santoro fa osservare che il trionfo di Hollande in Francia e le difficoltà politiche della Grecia potrebbero mettere in discussione la leadership europea della Germania. “Ma i singoli Paesi – prosegue la presentazione sul social network- tanto esposti sui mercati finanziari, hanno ancora la possibilità di prendere decisioni o dipende tutto dall’Europa? Riuscirà Monti a coniugare crescita e rigore?”. A questa domanda risponderanno gli ospiti che stasera presenzieranno al talk multipiattaforma di Santoro (elenco alla pagina seguente), ma sui social network, il dibattito tra fan e followers della trasmissione su Facebook e Twitter è già vivace.
A Servizio Pubblico si parlerà anche di crisi, da un’inedito punto di vista: quello saggio e schietto di Concetta, sorella di Antonio Di Pietro, in un’intervista raccolta da Francesca Fagnani. Sarà inoltre proposto un servizio relativo al divieto di cumulo di cariche in società concorrenti nel settore finanziario. E per i telespettatori e internauti che segno da tv o web Servizio Pubblico, una sorpresa da parte di Simone Cristicchi.
Saranno ospiti di Michele Santoro l’ex ministro dell’Economia e delle finanze Giulio Tremonti, Sergio Cofferati europarlamentare del PD, il giornalista di Repubblica Federico Rampini.
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fonte ilsussidiario.net
Su Internet spopola ‘Trotaelode’ con la laurea taroccata fai da te
Su Internet spopola ‘Trotaelode’ con la laurea taroccata fai da te
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A PROPOSITO DI GENOVA – Attentati false flag, attentati true flag e attentati flagless

Attentati false flag, attentati true flag e attentati flagless
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FONTE: COMIDAD
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L’attentato avvenuto lunedì scorso a Genova contro l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, non possiede i crismi inconfondibili dell’autoattentato “false flag”, come i vari pacchi-bomba, utili a distribuire a buon mercato patenti di vittima ai potenti di turno. Intanto, in questo caso non c’è neppure la “flag”, dato che l’attentato di Genova non è stato rivendicato; e comunicati giunti a distanza di tanto tempo non hanno più alcuna attendibilità. In particolare il comunicato a firma GAP appare come un tentativo di “false flag” confezionato a posteriori e con eccessiva approssimazione, giusto per fare un po’ di fumo.[1]
Stavolta ad essere colpito - anche se con la chiara determinazione di non uccidere, né di infliggere ferite irreparabili – non è stato il solito capro espiatorio di turno. Nel 2002 il giuslavorista Marco Biagi, ucciso in un presunto attentato delle Brigate Rosse, fu presentato dai media come l’autore della Legge 30 sulla precarizzazione, che venne emanata dal governo l’anno successivo. In realtà Biagi era solo uno dei tanti consulenti del Ministero del Lavoro e quella legge era stata ricalcata su protocolli dell’OCSE; perciò la morte di Biagi fu per il governo un’ottima opportunità per mettere la precarizzazione del lavoro sotto il sacro alone della memoria di una vittima del terrorismo. Il supermanager di Ansaldo Nucleare, invece, non è affatto una mezza figura. C’è anche la circostanza, indubbiamente molto strana, che il massimo dirigente di un’azienda così direttamente – ed intimamente – connessa, al Segreto di Stato, andasse in giro senza alcuna protezione. D’altro canto, l’attentato è risultato immediatamente poco gestibile dal punto di vista mediatico e del tipico vittimismo del potere; anzi per l’informazione ufficiale c’è stato l’imbarazzo di dover spiegare cosa ci faccia un’azienda del gruppo Finmeccanica – a maggioranza di capitale pubblico – in un settore come il nucleare, che era stato liquidato alla fine degli anni ’80 da un referendum, peraltro pilotato nel risultato anche da gran parte della stessa maggioranza di governo di allora. Per questo motivo, nonostante le evidenti somiglianze con la tecnica BR, una parte degli inquirenti ha ipotizzato una pista diversa dal brigatismo, magari legata al business degli appalti. Potrebbe però anche darsi che gli attentatori non mirassero al proprio protagonismo, ma volessero che tutte le attenzioni fossero puntate esclusivamente sul bersaglio dell’attentato.
Ansaldo Nucleare sinora era riuscita a conquistarsi un barlume di minima notorietà solo per la pubblicazione di un codice etico, un testo che costituisce un prezioso saggio di umorismo involontario.[2]
Ora invece, a causa della improvvisa accensione dei riflettori sull’azienda, qualcuno potrebbe domandarsi in cosa consista la vera attività di Ansaldo Nucleare. Un’agenzia ufficiale come l’Ansa è venuta a rivelarci che si tratta praticamente di un’affiliata della multinazionale americana Westinghouse, per di più finanziata da un’altra multinazionale USA interessata al settore dell’energia, la First Reserve.[3]
La stessa agenzia Ansa, prodiga di rivelazioni, ci fa sapere che: “Ansaldo Nucleare insieme all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è impegnata in ricerche che riguardano la sicurezza e lo smaltimento delle scorie”. Insomma, un’azienda para-americana che si occupa dello smaltimento di scorie radioattive in Italia. C’è di che stare allegri. Inutile dire che questa notizia Ansa non ha avuto grande risonanza nei telegiornali.
Uno degli argomenti più frequenti e speciosi contro la denuncia degli attentati “false flag”, è che queste denunce accrediterebbero l’idea di un potere onnipotente che non potrebbe essere colpito da altri che da se stesso. Insomma, secondo questa pseudo-argomentazione, la prova che il potere non è onnipotente consisterebbe nel fatto che sarebbe possibile attaccarlo con degli attentati che fanno comodo alla sua propaganda.
Chiunque non sia completamente obnubilato dal timore di essere additato come un complottista, ammetterà, a lume di semplice buonsenso, che le attuali tecniche di controllo e di infiltrazione poliziesca rendono i veri attentati un evento molto improbabile. Ormai la figura dell’agente provocatore è talmente codificata da aver dato vita non solo ad una specifica legislazione, ma persino ad una variegata giurisprudenza.[4]
D’altra parte, il fatto che un vero attentato sia molto improbabile, non vuol dire che sia del tutto impossibile, perciò possono esistere sia attentati finti che attentati veri. E forse è anche possibile avere, caso per caso, un criterio di discernimento.
Ciò che caratterizza gli attentati “false flag” è la loro lunga e fortunata vita mediatica, mentre gli attentati veri vengono sospinti nel dimenticatoio. Il più importante attentato avvenuto in Medio Oriente negli ultimi decenni è proprio uno di quegli attentati colpiti dall’oblio mediatico: fu attuato a Gaza il 15 ottobre del 2003, contro un convoglio di “diplomatici” americani. [5]
Nell’attentato furono uccisi tre agenti della CIA, la cui presenza massiccia a Gaza fu così resa nota al mondo per qualche giorno. L’attentato fu inoltre compiuto con un’esplosione comandata a distanza, cosa che comportò anche la demistificazione dei tanti attentati kamikaze che avvenivano in Israele in quel periodo, e che avevano già suscitato qualche sospetto di manipolazione.
Secondo la stampa israeliana i morti in realtà furono quattro, ma di uno di loro si sono perse le tracce e l’identità. A queste “vittime del terrorismo” è stata quindi tolta la memoria e la gloria che i media sono soliti riservare alle vittime degli attentati che fanno comodo al potere.
Fonte: http://www.comidad.org
Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=486
10.05.2012
[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-09/gruppi-armati-proletari-rivendicano-113718.shtml?uuid=Abw8wyZF
[2] http://www.ansaldonucleare.it/CODICE_ETICO_ANN.pdf
[3] www.ansa.it
[4] /www.penalecontemporaneo.it
[5] translate.google.it
http://www.guardian.co.uk/world/2003/oct/15/israel.usa
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=42430
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fonte comedonchisciotte.org
“L’aria che tira”: il libro di Myrta Merlino sui nostri soldi ai tempi della crisi

“L’aria che tira”: il libro di Myrta Merlino sui nostri soldi ai tempi della crisi
Pubblichiamo uno stralcio del volume, che trae spunto dall’omonima trasmissione di La7 condotta dall’autrice e dà voce ai cittadini. Il primo capitolo si apre con la lettera di Eugenio, ex falegname che per dodici anni ha lottato contro un errore di Equitalia
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Pubblichiamo uno stralcio di “L’aria che tira. Noi e i nostri soldi in tempo di crisi” di Myrta Merlino (Sperling e Kupfer, prefazione di Gianni Stella). Il libro, che trae spunto dall’omonima trasmissione di La7 condotta dall’autrice, dà voce a centinaia di cittadini, interpretando ansie e speranze e offre una serie di approfondimenti sui temi economici che toccano la maggior parte degli italiani. Dalla la spesa alla recessione, fino ai mutui e risparmi a rischio. Si parla anche di lavoro che c’è e di quello che manca, di evasione e pensioni. Il primo capitolo “Evasori e tartassati” si apre con la lettera di Eugenio, ex falegname che per dodici anni ha lottato contro un errore di Equitalia.
“Se lo stato non paga”
Cara Myrta,
mi chiamo Eugenio e sono un ex falegname di Torino. Sono purtroppo costretto a usare la parola ex perché ho perso tutto: il mio laboratorio e i tre negozi di mobili che con impegno e fatica la mia famiglia amministrava da generazioni. Il mio incubo è iniziato nel 1999 con la morte di mio padre, a seguito della quale ho consultato un commercialista per effettuare un condono tombale sulla nostra attività. Poiché ne divenivo il proprietario dopo decenni di servizio, non volevo ereditare assieme a essa anche qualche vecchio debito con l’Agenzia delle Entrate.
Da un grave lutto famigliare ho voluto trovare un nuovo inizio, facendo pulizia e ricominciando a lavorare sodo sul futuro della mia famiglia nella legalità. Non appena mi è stata comunicata l’entità del condono l’ho pagato in un’unica rata e sono tornato a godermi la mia falegnameria; ma pochi mesi più tardi Equitalia mi ha contattato comunicandomi che il condono non era stato eseguito in maniera corretta e che pertanto sarebbe stato invalidato. Ho subito denunciato il commercialista a cui mi ero rivolto per scarsa perizia ma lui ha sempre sostenuto di aver svolto bene il suo lavoro.
Mi sono rivolto dunque a una trentina di commercialisti e avvocati, ma tutti i professionisti hanno confermato che il condono era stato effettuato correttamente. Questa operazione mi è costata 75.000 euro, dodici anni della mia vita e pesanti crisi depressive che hanno coinvolto me e i miei parenti più cari, portandomi alla dipendenza da psicofarmaci e a un urgente trapianto di fegato. I miei conti correnti sono stati pignorati, le case e i mobili ipotecati. Pezzo dopo pezzo, la mia vita è stata distrutta. Ora, dopo anni di tribunale, la Cassazione finalmente mi ha dato ragione: Equitalia ha dovuto riconoscere di aver commesso uno sbaglio all’epoca dell’archiviazione della mia pratica e mi ha inviato i provvedimenti di annullamento per tutte le cartelle esattoriali emesse. Oggi mi rivolgo a Lei in cerca di sostegno nel divulgare la mia storia: sento la necessità di lanciare un appello affinché le sofferenze a cui io e la mia famiglia siamo stati sottoposti non si ripetano. Chiedo a Equitalia e alle altre istituzioni l’assicurazione di controlli più approfonditi e attenti, e di un personale formato in maniera più completa. Nessuno merita di perdere lavoro e salute per una svista.
Eugenio
La storia di Eugenio non è una fra tante. È la storia delle storie, è il racconto di un uomo che nel suo piccolo ha vissuto e si è fatto carico, con tenacia e coraggio, di molti dei problemi che oggi affliggono il nostro Paese. È per questo che vorrei partire dal vissuto di quest’uomo per raccontarvi la nostra Italia, un’Italia di evasori, sì, ma anche un’Italia di tartassati. Di piccole-medie imprese che scontano l’inefficienza e i disservizi della Pubblica Amministrazione e della Giustizia e di privati cittadini che si ritrovano con le tasche svuotate per ripagare un debito pubblico da record mondiale e uno spread che ci toglie il fiato. Ma cosa c’entra poi lo spread con le tasse che paghiamo e con le «insaziabili» imposte dello Stato?
Cerchiamo di capirlo insieme, perché è così che la drammatica storia di Eugenio comincia a Torino e finisce, o quasi, negli studi del nostro programma a Roma, dove a ottobre dello scorso anno, dopo aver ricevuto la lettera che avete letto, ci siamo conosciuti di persona. L’incontro non è stato dei più semplici, perché accanto a Eugenio, quel giorno, sedeva l’uomo che rappresenta l’istituzione che per dodici lunghi anni ha ritenuto responsabile delle proprie sciagure. Quell’uomo si chiama Attilio Befera ed è il presidente di Equitalia, l’agenzia che bussa alla porta dei cittadini per riscuotere le tasse non pagate. Il problema, a ogni modo, è che Eugenio non è solo in questa tempesta.
Il Paese è pieno di storie come la sua, di artigiani e piccole-medie imprese che si trovano in crisi e hanno difficoltà a pagare il Fisco. E in questi casi, purtroppo, incontrano uno Stato poco comprensivo che, oltre a pretendere il pagamento immediato, applica sovrattasse e interessi proibitivi quando non si riesce a pagare immediatamente. Non si capisce allora perché lo Stato applichi due pesi e due misure. E già, perché lo Stato ha un debito enorme con le imprese, che ammonta ormai a 100 miliardi di euro. Un debito che, nel febbraio 2009, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha definito «una vergogna nazionale». Da allora sono passati quasi tre anni e la frase continua a essere estremamente attuale, e non solo: mentre l’economia ha cominciato a colare a picco, quel debito ha continuato a crescere.
Stando a quanto ci racconta l’Ordine dei commercialisti, il ritardo medio della Pubblica Amministrazione nei pagamenti è di 86 giorni, quasi tre mesi. Sembra poco, ma la media europea negli ultimi anni è rimasta stabile sui 27 giorni, a differenza della nostra che è progressivamente peggiorata. Per gli imprenditori lasciati in braghe di tela, però, il danno è doppio: in primo luogo devono far fronte all’indisponibilità, ovvero all’impossibilità, di spendere i soldi che aspettano di percepire dallo Stato, magari rimandando l’acquisto di materie prime o addirittura la corresponsione degli stipendi ai propri dipendenti; il secondo danno che subiscono è quello di doversi indebitare a loro volta per tirare avanti. Presi nel loro insieme, si stima che gli imprenditori creditori dello Stato abbiano a loro volta acceso debiti il cui costo totale, interessi compresi, ammonta a quasi 2 miliardi di euro. In altre parole, in attesa di ricevere i soldi dallo Stato, gli imprenditori chiedono denaro in prestito alle banche ma, per ogni ulteriore ritardo sul pagamento, gli stessi sono costretti a pagare interessi aggiuntivi sul prestito bancario. In totale, appunto, 2 miliardi di euro. Come se non bastasse, ci rimette la società tutta.
Molti imprenditori, infatti, coscienti dei rischi legati ai rapporti di lavoro che intrattengono con le Pubbliche Amministrazioni, rincarano i prezzi dei beni e dei servizi offerti già alla base, con un danno al sistema Paese di 1,6 miliardi di euro. E questo perché lo Stato lo finanziamo noi con le tasse, quindi il costo aggiuntivo di computer, stampanti e timbri lo paghiamo noi contribuenti ogni anno. Come mai noi cittadini dobbiamo pagare subito, anche se ci troviamo in difficoltà, mentre lo Stato non paga i suoi fornitori? E perché se abbiamo un’impresa e versiamo l’IVA sul nostro fatturato non ce la vediamo poi restituire per tempo dallo Stato sugli acquisti effettuati? Ebbene, spesso la ragione è che le nostre Pubbliche Amministrazioni si parlano fra loro poco e male, come ci racconta un’altra nostra amica, Tiziana Lo Monaco. Cinquant’anni e consulente presso i tribunali da quasi venti, Tiziana deve ancora ricevere dallo Stato ben 60.000 euro per il lavoro che ha svolto negli ultimi anni: 60.000 euro. Un’enormità! Tutto prende il via nel 2006, quando all’orizzonte si affacciano i primi sintomi della crisi che viviamo oggi e Tiziana inizia a ricevere in ritardo i primi pagamenti dal Tribunale di Torino. Si comincia con qualche mese e si finisce con più di tre anni, tanto che Tiziana incassa solo a luglio del 2011 il compenso per il lavoro svolto nel 2008. E la vita le crolla addosso: fare la spesa, pagare la benzina per recarsi in ufficio e saldare le bollette diventa sempre più difficile e, mentre i tassi di interesse del suo mutuo-casa salgono alle stelle, lei è costretta a rinegoziare con la banca la rata mensile. In ultimo, smette di pagare le tasse e i contributi, compresi quelli che fra qualche anno le dovrebbero permettere di accedere alla pensione. Ogni tanto qualche pagamento arriva, ma Tiziana ha fatto quello che avremmo fatto tutti noi: ci ha pagato le bollette e, nel frattempo, è andata a bussare alla porta dei propri genitori per chiedere un aiuto.
Ma il vero incubo ha inizio nel 2008, quando cominciano a esserle recapitate le prime cartelle esattoriali, con le quali Equitalia chiede di onorare le tasse arretrate che, a quel tempo, ammontavano a circa 8.000 euro. Tiziana decide di provare a rateizzare i pagamenti, ma al danno si aggiunge la beffa perché le viene comunicato un ulteriore importo di 9.000 euro da pagare, relativo a una vecchia richiesta di pagamento che lei aveva però già dimostrato di non dover corrispondere perché frutto di un errore. Il totale da pagare, quindi, secondo Equitalia, ammonta a oltre 17.000 euro! E a nulla è servito interloquire con i suoi uffici perché, non riconoscendo l’errore commesso, Equitalia ha proceduto a ipotecare la casa della nostra Tiziana. Tiziana si trova dunque in trappola: se vuole rateizzare, deve accollarsi anche il debito attribuitole per errore, in caso contrario deve pagare subito gli 8.000 euro dovuti. Come se non bastasse, le incessanti richieste di veder cancellata la «cartella pazza» dei 9.000 euro non dovuti non trovano risposta: la pratica è ferma – le rispondono da Equitalia – e per rimuovere l’ipoteca sulla casa dovrà versare di tasca propria le spese di cancellazione. Non si scappa. Poi nel gennaio 2011 una boccata d’aria. Il Tribunale di Alessandria è pronto a corrisponderle 11.000 euro di arretrati, di cui a questo punto Tiziana ha impellente bisogno per rimettere un po’ in sesto le sue finanze, ma arriva un’altra brutta notizia. Per una legge dello Stato, le Pubbliche Amministrazioni sono tenute a verificare che i propri fornitori e consulenti siano in regola con i pagamenti verso lo Stato prima di effettuarne a loro favore.
La legge, sacrosanta quando correttamente applicata, serve a garantire che chi lavora per la Pubblica Amministrazione non riceva soldi pubblici se, per esempio, non è in regola con il versamento dei contributi dei propri dipendenti. Nel caso di Tiziana è però evidente che manchi di buon senso. Non curante della particolarità del caso, Equitalia pignora il pagamento di 11.000 euro che il Tribunale di Alessandria deve a Tiziana per coprire il suo debito che inizialmente ammontava a 8.000 euro ma che, con il passare del tempo e il lievitare di interessi per mora, compensi di riscossione coattiva, spese esecutive e diritti di notifica, è arrivato a 11.000 euro. Gli stessi, o quasi, 11.000 euro che Tiziana si è guadagnata lavorando onestamente presso il Tribunale di Alessandria si volatilizzano così. In un soffio. Tiziana è l’esempio concreto di quanto sia facile passare dallo stato di creditore a quello di evasore. Eppure vanta un credito con i tribunali che, se fosse onorato, la solleverebbe da ogni problema. Ma dov’è finito il suo diritto a riscuoterli, magari pure con gli interessi? Se lo Stato pagasse, sono convinta che l’economia italiana riEcco come «lievitano» le cifre della cartella esattoriale quando non si paga entro i limiti di tempo stabiliti. All’ammontare delle tasse si aggiungono gli interessi di mora, il costo per la «riscossione coattiva», cioè il recupero forzato, del debito e infine le spese accessorie.
Myrta partirebbe e come me lo sono molti imprenditori italiani, quegli stessi imprenditori che, mentre aspettano i propri soldi, talvolta finiscono nelle maglie di Equitalia. In effetti, spesso abbiamo l’impressione che i soggetti maggiormente colpiti da Equitalia non siano coloro che eludono ed evadono il Fisco, quelli che si nascondono, quelli che sfuggono al sistema dei controlli, magari costituendo le proprie società in qualche paradiso fiscale o impiegando personale in nero. Ma che siano i piccoli contribuenti i bersagli facili dei controlli fiscali.
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fonte ilfattoquotidiano.it
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SENATO – Arriva salario base per i co co pro e l’indennizzo se si perde il lavoro

E. Fornero – fonte immagine
SENATO
Arriva salario base per i co co pro e l’indennizzo se si perde il lavoro
Proposte negli emendamenti dei relatori al ddl lavoro le novità per i parasubordinati, che spaziano dalla flessibilità in entrata all’articolo 18. Si rafforza l’annuale una tantum in via sperimentale. Considerate vere le partite Iva con reddito annuale superiore a 18mila euro.
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ROMA – Un salario minimo per i co co pro e un indennizzo in caso di perdita del lavoro. Nel ddl lavoro sono in arrivo in Senato novità per i lavoratori a progetto, dagli emendamenti dei relatori, Tiziano Treu (Pd) e Maurizio Castro (Pdl): viene previsto una sorta di ‘salario base’ come hanno spiegato gli stessi relatori e verrà rafforzata in via sperimentale per tre anni l’indennità una tantum.
Per i parasubordinati si rafforza l’attuale una tantum: si puntava ad una mini-Aspi ma al momento non è possibile. Si parte con una fase sperimentale di 3 anni: ad esempio se si lavora 6 mesi come co co pro si prenderanno circa 6.000 euro. Poi ci sarà una verifica e la mini-Aspi.
La durata del primo contratto a termine, che può essere stipulato senza che siano specificati i requisiti per i quali viene richiesto (la causale), sale da sei mesi a un anno.
Inoltre, le partite Iva che hanno un reddito annuo lordo di almeno 18mila euro sono considerate vere, prevede sempre un emendamento dei relatori al ddl lavoro presentato in commissione al Senato. Sopra questo reddito non saranno valide presunzioni per far scattare l’assunzione.
Sono 16 gli emendamenti del relatori e spaziano dalla flessibilità in entrata all’articolo 18, passando per gli ammortizzatori sociali. Dal governo arriva un pacchetto di 27 proposte. Su alcuni punti intervengono sia i relatori che l’esecutivo (è il caso dei ritocchi ai licenziamenti).
La commissione lavoro inizierà a votare gli emendamenti da martedì della prossima settimana con ‘obiettivo di concludere con giovedi’. In questo senso va anche “l’impegno politico dei partiti della maggioranza- riferiscono i relatori- a sfoltire drammaticamente gli emendamenti”. Il termine per la presentazione dei subemendamenti è fissato per domani alle 18.
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fonte repubblica.it
Monti-Napolitano sconfitti in tutta Europa, ora tocca all’Italia, di Giorgio Cremaschi

Monti-Napolitano sconfitti in tutta Europa, ora tocca all’Italia
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di Giorgio Cremaschi
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Come al solito il trasformismo politico italiano si scatena nell’appropriarsi del voto francese, persino di quello greco. Da Bersani a Ferrara, tutti a dire l’avevamo detto, in Europa bisogna cambiare, bene la Francia per non finire come la Grecia. Che ridicolo.
Il tradizionale mondo politico italiano, che marcia verso la sua rovina, ha finora fondato le sue fortune sulla sostanziale indifferenza programmatica. Così si può dire viva Hollande, ignorando che il nuovo presidente francese ha nel programma la pensione a 60 anni e il ritiro immediato dall’Afghanistan, una tassazione del 75% per i redditi sopra il milione e, ultimo ma non da ultimo, la rinegoziazione dell’accordo europeo sulla stabilità, cioè sui tagli distruttivi, chiamato fiscal compact.
In che cosa Bersani attuerebbe il programma di Hollande, continuando a sostenere Monti? A domanda specifica del Corriere della Sera il segretario del Partito democratico si lancia in una delle sue supercazzole e passa ad altro.
Ma se guardiamo il voto greco il segnale è ancora più brutale. I partiti che sostengono l’austerità, esaltata dal Presidente della Repubblica italiana e fatta programma di governo da Monti e dalla sua maggioranza, assieme hanno ottenuto meno del 35%. Prima delle elezioni avevano il 78%, considerando le astensioni, meno di un terzo della Grecia è d’accordo con la politica di austerità che ha travolto il governo Papademos, governo speculare a quello italiano.
Persino nel piccolo e impronunciabile Schleswig Holstein, l’elettorato tedesco ha detto no alla politica economica dell’austerità e del rigore, mandando all’opposizione il partito del capo di governo che incarna e detiene la guida suprema di questa politica, la signora Angela Merkel.
Insomma, tutta l’Europa si sta ribellando alle politiche di austerità di bilancio, rigore, competitività estrema e privatizzazioni, distruzione dei diritti sociali e contrattuali, che sono alla base del programma economico della Banca centrale europea e dei patti di stabilità imposti a tutti i principali governi. Già due governi, quello francese e quello greco, sono saltati. Tocca ora all’Italia. Ma non sarà semplice se questa volta non ci liberiamo del trasformismo e della capacità di fingere della nostra casta politica.
Mentre in tutta Europa si discute di fiscal compact, il parlamento italiano con una grandissima maggioranza, comprendente anche la Lega Nord, ha approvato quella mostruosità che è il pareggio di bilancio in Costituzione. Mostruosità richiesta espressamente dal protocollo europeo e dal governo tedesco. Non c’è stata alcuna discussione al riguardo, nessun confronto politico, nessun talk show televisivo. In pochi abbiamo manifestato e sollevato questa questione, conquistando il consenso alla fine di poche decine di parlamentari. Il 31 maggio invece in Irlanda saranno addirittura i cittadini, con un referendum, a decidere se accettare o no le clausole capestro che l’Europa delle banche e della finanza impone ai popoli.
Insomma, in tutta Europa si discute dell’Europa e la si mette in discussione nelle sue forme attuali. Solo in Italia il confronto politico avviene sul niente, anche per colpa di un sistema informativo che vive anch’esso, come i principali partiti, con la faccia rivolta al passato. Centrosinistra contro Berlusconi: ma che finzione è? Tutta l’Europa sta discutendo d’altro e su questo altro si costruiscono voti e schieramenti politici. Perché l’Italia rientri davvero in Europa è dunque necessario che il nostro paese si liberi di una casta politica con gli orologi fermi. Bisogna capire che il governo Monti-Napolitano è il passato e il disastro, e agire di conseguenza.
Giorgio Cremaschi
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fonte micromega.blogautore.espresso.repubblica.it
fonte vignetta







































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