Archive | giugno 7, 2012

Legge 194, all’esame della Consulta la norma sull’aborto delle minorenni

 

La sede della Corte costituzionale

Legge 194, all’esame della Consulta la norma sull’aborto di minorenni

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ROMA – La legge 194 sull’aborto al vaglio della Consulta: il 20 giugno la Corte Costituzionale esaminerà la norma a seguito del ricorso presentato dal Tribunale di Spoleto lo scorso gennaio che ha chiestol’esame di costituzionalità dopo la richiesta di una minorenne di abortire senza coinvolgere i genitori.

L’articolo 4. In particolare, l’articolo su cui la Consulta è chiamata a pronunciarsi in Camera di Consiglio è il numero 4. Questa parte della norma stabilisce che per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, «la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito» può rivolgersi a un consultorio.

Il caso particolare. Il caso in esame riguarda una ragazza minorenne, ma la norma in esame ha in realtà valore e ricaduta ben più ampia sul diritto della donna di scegliere se portare avanti o meno la gravidanza. E quindi potrebbe avere conseguenze anche sull’intero impianto della legge. Tutto parte da una caso relativo a una ragazza di Spoleto, N.F., che si è rivolta al consultorio e ha manifestato la sua ferma volontà di abortire, senza per altro coinvolgere in questa sua decisione i genitori. Nelle relazioni dei servizi sociali citati negli atti del giudice tutelare dei Tribunale di di Spoleto, la ragazza viene descritta come motivata da «chiarezza e determinazione», convinta di «non essere in grado di crescere un figlio, né disposta ad accogliere un evento che non solo interferirebbe con i suoi progetti di crescita e di vita, ma rappresenterebbe un profondo stravolgimento esistenziale».

Il contrasto rilevato dal giudice minorile che ha sollevato incidente di costituzionalità, riguarda quanto indicato dalla Corte europea per i diritti dell’uomo sulla tutela assoluta dell’embrione umano. Secondo il giudice la facoltà prevista dall’articolo 4 della legge 194 di procedere volontariamente all’interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento comporta «l’inevitabile risultato della distruzione di quell’embrione umano che è stato riconosciuto quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto». Proprio in conseguenza di questa sentenza l’articolo 4 della legge 194 si porrebbe in contrasto con i principi generali della Costituzione ed in particolare con quelli della tutela dei diritti inviolabili dell’uomo (articolo 2) e del diritto fondamentale alla salute dell’individuo (articolo 32 primo comma della Costituzione). Altre obiezioni sono state formulate dal giudice con riferimento agli articoli 11 (cooperazione internazionale) e 117 (diritto all’assistenza sanitaria e ospedaliera) della Costituzione. Alla luce di queste valutazioni il giudice con la sua ordinanza del 3 gennaio scorso ha chiesto, d’ufficio, la pronuncia della Consulta.

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fonte ilmessaggero.it

Vaticano, a casa di Gotti Tedeschi archivi dello Ior e di privati. Ipotesi di riciclaggio


fonte vignetta

Vaticano, a casa di Gotti Tedeschi archivi dello Ior e di privati

Perquisizione nell’appartamento dell’ex presidente a Piacenza. I pm lo hanno ascoltato anche sull’ipotesi di riciclaggio

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di Cristiana Mangani e Sara Menafra

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ROMA – Quando gli uomini del Noe e i magistrati di Napoli hanno bussato alla porta di Ettore Gotti Tedeschi non si aspettavano di trovare tanto materiale. E invece il banchiere appena defenestratodallo Ior aveva tenuto per sé una grossa parte di documentazione riservata. Dei veri e propri dossier, con all’interno lo scontro avvenuto nello Ior, tra lo stesso Gotti Tedeschi e il direttore generale Paolo Cipriani. Ma anche, raccolti per argomenti, documenti relativi a personaggi che, pur avendo interessi legati all’istituto di credito vaticano, non fanno parte del gruppo dirigenziale. Tutti coloro che, in qualche modo, sono entrati in contatto col banchiere negli anni della sua gestione.

I magistrati di Napoli che hanno disposto il sequestro si sono imbattuti in una quantità di carte, considerate estremamente interessanti, che configurano una nuova ipotesi di reato, sulla quale è chiamata però a svolgere accertamenti la Procura di Roma: il riciclaggio attraverso i conti dello Ior. Un’accusa pesantissima che fa intravedere un’attività illegale che la banca avrebbe garantito a personaggi di un certo spessore. Tanto che, appena informato dai colleghi, il procuratore Giuseppe Pignatone, insieme con l’aggiunto Nello Rossi, si è precipitato a Milano, dove intanto i colleghi stavano già svolgendo attività istruttoria, e si è portato via una grande quantità di documenti. Gotti Tedeschi è stato anche interrogato dai pm della Capitale, alla presenza di un difensore, in quanto indagato nel procedimento connesso del fascicolo romano, dove è iscritto per violazione delle norme antiriciclaggio in relazione alla movimentazione sospetta di 23 milioni di euro, sequestrati nel settembre 2010 e poi restituiti allo Ior. Per la stessa vicenda è tuttora indagato anche il direttore generale dello Ior Paolo Cipriani.

Gotti Tedeschi, comunque, aveva la volontà di spiegare quanto accaduto all’interno della banca. O almeno voleva farlo con Benedetto XVI. Infatti, gli uomini del Noe gli hanno trovato in macchina un memoriale, diretto al pontefice, nel quale spiegava le sue ragioni e dava una versione di alcune questioni interne allo Ior.

Sono stati i magistrati napoletani, dopo la perquisizione e il sequestro, vista la mole di atti trovati, a coinvolgere i colleghi della Capitale. Complice anche la lunga conoscenza che lega il tenente colonnello Di Caprio e il procuratore Giuseppe Pignatone. L’attività investigativa, comunque, segue più fronti. Sono almeno due i filoni: da un lato quello che tocca i fondi neri di Finmeccanica e i rapporti tra Gotti Tedeschi e l’amministratore delegato della controllata del tesoro, Giuseppe Orsi. L’ex presidente conservava tanto a casa quanto nell’ufficio di Milano, diversi appunti sui rapporti intercorsi tra Banca Santander e alcune società di Finmeccanica. La banca spagnola, vicina all’Opus dei, ha appoggiato negli anni diverse operazioni finanziarie di Finmeccanica, non ultima l’acquisizione della statunitense Drs (sulla quale esistono già un’altra indagine).

Tra le carte, i magistrati napoletani stanno cercando tracce dell’accantonamento di fondi neri da parte della holding degli armamenti. Ieri Orsi ha smentito di aver mai consegnato materiale al banchiere, che pure conosce da tempo, non solo perché sono entrambi nati a Piacenza nel 1945: «L’idea che io abbia affidato alla custodia di Ettore Gotti Tedeschi documenti di Finmeccanica relativi a indagini giudiziarie, contratti in India o Panama, è farneticante», ha dichiarato.

E visto il modo piuttosto brusco e inusuale col quale è stato messo alla porta, avrebbe a questo punto deciso di raccontare tutto quello che sa. Sullo scontro con Cipriani, l’uomo più vicino a Tarcisio Bertone all’interno dello Ior e quello che ha sempre di fatto gestito la banca, in particolare relativo alle riforme necessarie a far rientrare la banca nella whitelist di Moneyval. Ma anche su altri episodi di cui Gotti Tedeschi è venuto a conoscenza nel corso della gestione della banca.

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fonte ilmessaggero.it

STRAGE DI BRINDISI, DECISAMENTE QUALCOSA NON TORNA – Vantaggiato, schivo e taciturno “Era sullo yacht dopo la strage”

Il killer di Brindisi, sullo yacht anche dopo l'attentato L’imbarcazione di Giovanni Vantaggiato, in carcere per la strage alla scuola di Brindisi, ormeggiato nella darsena di Porto Cesareo. Si tratta di uno yacht di 15 metri dove l’attentatore trascorreva i suoi ritagli di tempo. Lì se ne stava anche lo scorso martedì, quando è stato visto da un tappezziere che aveva lavorato per lui

Vantaggiato, schivo e taciturno
“Era sullo yacht dopo la strage”

Il rivenditore di nafta e gas che fece fortuna con il suo distributore, in carcere per l’attentato di Brindisi. Poi una causa per 300mila euro di forniture non pagate da un imprenditore, vittima in passato di due attentati. Un conoscente: “L’ho visto martedì, puliva la barca, era tranquillo”

Brindisi, la foto del killer Giovanni Vantaggiato

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di SONIA GIOIA

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Nei ritagli di tempo, dopo la strage, ha continuato a coltivar il suo hobby principale: la cura dello yacht da 50 piedi ormeggiato nella darsena di Porto Cesareo. A raccontarlo è un artigiano di Copertino, un tappezziere, che fa molti lavori sulle barche della zona e che un anno fa aveva avuto come cliente anche Giovanni Vantaggiato, in carcere per l’attentato esplosivo alla scuola di Brindisi. “Più che dalla somiglianza, che c’è – dice il tappezziere – l’ho riconosciuto dal portamento e da quell’abitudine di portare la mano in tasca”.

Copertino come Avetrana, precipita nell’orrore. Quando, nel tardo pomeriggio, si diffonde la notizia che il killer del Morvillo-Falcone è uno del posto, il paese si ferma, trattiene il fiato. Il tappezziere racconta che ieri sera, quando rientrando a casa per la prima volta ha visto le immagini del filmato che ritraggono l’attentatore che mentre preme il telecomando e fa esplodere la bomba dinanzi alla scuola, ha subito pensato che potesse trattarsi di Vantaggiato. Un uomo schivo, riservato, ma non scontroso, un solitario che per lo più lavorava sempre nella sua azienda e che il sabato e la domenica si dedicava ai lavori sulla barca. “L’ho visto proprio martedì scorso – dice – stava facendo i lavori di pulizia della carena che si fanno annualmente prima di rimettere la barca a mare e partire per le vacanze. Lavorava da solo, era tranquillo, nessuno avrebbe potuto immaginare il peso che ha sulla coscienza”.

Giovanni Vantaggiato, 68 anni, piccolo imprenditore attivissimo nel commercio della nafta per mezzi agricoli, che negli anni ’80 gli aveva guadagnato una fortuna. Moglie di poche parole anche lei, Giuseppina Marchello, Pina la chiama la gente del posto. “Gran lavoratrice”, giura Rossella la vicina di casa, “una famiglia tranquilla”. Forse solo “assai riservata”. I vicini a un passo dal civico cinque di via Amerigo Vespucci, di quella famiglia riservata sanno poco. “Ma non somiglia per niente a quello del video”, dicono in coro. “Ma il video era sfocato”, obietta qualcuno. Eppure è qui che il presunto killer del Morvillo-Falcone ha trascorso tutta la vita in perfetto anonimato, schivo e tranquillo, come era nei giorni seguenti alla strage delle ragazze di fronte alla scuola. Moglie, due figlie, “ragazze perbene, tutt’e due laureate”. Lui? “Un tipo scontroso – dicono altri – buongiorno e buonasera. Ma chi se la poteva immaginare una cosa così?”. Marco Nobile, un altro vicino di casa, nipote del calciatore nerazzurro Salvatore Antonio Nobile, gloria dell’Inter di fine anni Ottanta, copertinese di razza. “Possibile che sia lui?”, sospira Maria. Fra le case basse del paese salentino, 25mila anime,  non si sentono altro che le cronache minuto per minuto dai monitor accesi. I curiosi arrivano a frotte, puntuali, tenuti a distanza dai carabinieri dell’Arma al comando del capitano della compagnia di Gallipoli Stefano Tosi, che hanno sbarrato il transito in via Vespucci presidiando ogni angolo dell’intero quartiere. Dentro la villetta al civico cinque, gli uomini del Servizio centrale operativo della polizia e i militari del Ros stanno rivoltando ogni angolo, in cerca di indizi, di prove. Ma non è solo per proteggere il lavoro degli investigatori che sono state sbarrate le strade, dentro la villa stanno asserragliate le donne di casa Vantaggiato: “Qua si teme il linciaggio”, dice a bassa voce un maresciallo.

Un presidio interforce di carabinieri e polizia fa picchetto di fronte all’azienda, sulla provinciale che da Copertino porta a Leverano, a un chilometro dal paese. E’ qui che l’assassino accusato di strage con finalità terroristiche, ha fatto fortuna. La piccola impresa era nata a metà degli anni Settanta, Giovanni Vantaggiato si era messo in società con uno dei due fratelli (l’altro è professore in pensione), vendevano benzina agricola, uno dei settori di punta dell’economia locale, florido finché l’agricoltura stessa ha resistito. La nafta destinata all’alimentazione dei trattori veniva usata anche per far andare le automobili, e il commercio illecito proliferava, tanto quanto i blitz della finanza. Il futuro killer aveva sempre lavorato a testa bassa, lesto a far di conto, aveva accumulato un capitale, investito in parte in titoli e azioni. Fino a che non era rimasto vittima di una truffa a cinque zeri: ben 300mila euro di forniture non pagate da un imprenditore del Brindisino, precisamente di Torre Santa Susanna. Starebbe qui l’antefatto che ha scatenato la follia assassina. La lite fra imprenditore e acquirente, ciascuno con le proprie ragioni, era approdata in tribunale, quello di Brindisi, il palazzo di giustizia alle spalle del Morvillo-Falcone. Un lungo processo, fino a che la sentenza non aveva riconosciuto il credito di Vantaggiato, ma solo in parte. Uno smacco indigesto, forse degenerato in rancore contro lo Stato. Fino all’escalation di follia omicida esplosa contro ragazzine innocenti.

In una esplosione gemella a quella che ha ucciso Melissa ha rischiato di morire anche il debitore torrese, vittima di due attentati rimasti – ad oggi – senza autore. Il primo risale al 2008, quando una bomba deflagra fuori dall’uscio di casa, nel momento esatto in cui l’uomo varca la soglia. L’esplosione gli spappola addome e petto, trascorre mesi fra la vita e la morte, alla fine si salva. Nel frattempo gli investigatori altro non riescono a scoprire se non che l’ordigno è stato azionato con un telecomando a distanza. A maggio dello scorso anno, il secondo colpo, tuttora rimasto impunito: qualcuno appicca il fuoco, distruggendo l’auto di proprietà del torrese, un’Audi A6. La gente di Copertino fatti e antefatti li ignora. Del benzinaio contabile sa solo che da un pezzo era “caduto in disgrazia”, ma che “di certo non gli mancava il campare”.

Se tanto basta a trasformare un uomo in stragista. “Non riusciamo a crederci, non ho parole”, si stringe nelle spalle un altro vicino di casa, residente al civico 3 di via Amerigo Vespucci, tre metri di distanza dalla casa del killer. Un omone alto, dall’espressione cordiale: “Sono Tommaso Leo, assessore alle Attività produttive”. “Che posso dire?”, si chiede, “che siamo tutti sconvolti. Un uomo perbene, un uomo normale. Riservato, certo, di poche parole. Pensi che io abito qui da vent’anni e non gli mai sentito dire più di un buongiorno. Non siamo così i salentini, non è così la gente del Sud. Ma per il resto, niente di strano”. I capannelli di curiosi intorno alla casa del “mostro” intanto si ingrossano. Ragazzini, soprattutto. Adolescenti, come Melissa Bassi. Uno, più grosso degli altri, occhiali e gel fra i capelli domanda: “Ma arriveranno le telecamere, domani, come per Sarah Scazzi?”.

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fonte bari.repubblica.it

ALIMENTAZIONE & SALUTE- Latte e latticini: Diamo un “calcio” al mito

Latte e latticini: Diamo un “calcio” al mito

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Debunking the calcium myth

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di Lorenzo Acerra – 7 giugno 2012

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Nel corso di trentacinque anni, dal 1975 al 2010, il fabbisogno di calcio è stato portato al triplo del suo valore reale. Il cavallo di battaglia che ha consentito all’industria del latte di fare la voce grossa in tutti questi anni vacilla.

Risultati preliminari presentati sull’American Journal of Epidemiology (Cummings 1997) sono poi stati confermati da Bischoff-Ferrari (2010) e Warensjo (2010): l’utilizzo degli integratori di calcio è associato con un raddoppio del rischio di frattura dell’anca. È la matrice proteica delle ossa, il collagene, che previene le fratture. Ossa che non sono flessibili, perché proporzionalmente inferiori in collagene rispetto alla parte dura e densa del solfato di calcio, possono frantumarsi di colpo.

Il fabbisogno consigliato di calcio di 1200, 1300 e in alcuni casi anche di 1500 milligrammi di calcio al giorno, dopo averci perseguitato per un paio di decenni, è stato ridimensionato perché si è scoperto che se l’introito di calcio supera il livello di 800 mg al giorno diventa causa di fratture ossee. I primi ad abbandonare il “paradigma del calcio” e ad abbassare la stima del fabbisogno a 700 mg al giorno sono stati gli organi di salute britannici (Institute of Medicine, 2011).

Ricercatori della Cambridge University nel 1995 fecero un piccolo tentativo di aumentare l’introito di calcio in donne del Gambia che ne consumavano solo 285 mg al giorno mentre allattavano. La cosa interessante è che rimanevano immutati sia il livello di calcio nel latte materno, sia i livelli di mineralizzazione ossea (Prentice 1995). Insomma i ricercatori dovettero prendere atto che il fabbisogno giornaliero di calcio è molto basso, circa 300 mg al giorno, superato il quale i livelli di calcio in più non portano benefici.

Interessante anche lo studio di Finch (1998) che tornava a calcolare il valore del fabbisogno medio secondo il vecchio modo, cioè in base all’efficienza di meccanismi di assorbimento attivo di calcio e il bilancio di perdite di calcio con urina, succhi digestivi e sudore. Cioè proponeva il metodo con il quale nel 1948 il fabbisogno di calcio era stato fissato a 300 mg (Food and Nutrition Board, US, 1948). Nel 1951 Hegsted aveva fatto presente che il fabbisogno di calcio è così basso, che non è possibile trovare popolazioni o individui che non arrivino a soddisfarlo già solo bevendo acqua o consumando cereali e verdure (Nicolls 1939, Kunerth 1939, Pittman 1939, McCance 1942). Fu osservato che diminuendo i livelli di calcio ingerito si verifica la situazione di quasi azzeramento dell’eliminazione di calcio. Si arriva al punto in cui quel calcio viene tutto ritenuto dall’organismo e viene persino riciclato (Nicolls 1939, Ellis 1933, Basu 1939, Potgieter 1940).

Quando invece l’apporto di calcio aumenta, gli organi emuntori si adoperano al loro meglio per eliminare la quota in eccesso che l’organismo si rifiuta assolutamente di assorbire (Leitch 1937, Owen 1940, Sherman  1920 e 1947). Gli ormoni presenti a livello intestinale agiscono in modo da limitare l’assunzione di calcio in circolo mentre quelli prodotti dalla tiroide si adoperano stimolando l’eliminazione del calcio dai tubuli renali. L’obiettivo è contrastare gli elevati livelli di questo minerale nel sangue che causano il fenomeno delle calcificazioni su muscoli e articolazioni in prima fila, ma anche tessuti vascolari e organi.

L’avremmo dovuto pensare da soli che qualcosa non quadrava, soprattutto con quel pressing assurdo che abbiamo dovuto subire sul fronte del consumo di latticini.

Infatti – PRIMO PARADOSSO – Fontana (2005) registrava uno stato di salute ossea ottima e un minor rischio di fratture ossee in persone crudiste vegane rispetto alla popolazione generale, nonostante un apporto complessivo di calcio non all’altezza dei numeri ritenuti necessari. Sarà stato anche un po’ merito della vitamina C di cui notoriamente sono ricchi i cibi crudi? La vitamina C favorisce diversi tipi di attività enzimatiche che sicuramente tornano utili alla matrice di base delle ossa, chiamato collagene, che è formato da proteine e silicio! Il collagene è ciò che rimane di un osso quando viene deprivato di calcio in un bagno d’acido. È questa matrice flessibile che impedisce le fratture.

IL SECONDO PARADOSSO – Con l’incremento del consumo di prodotti caseari nei paesi occidentali, anche l’incidenza di fratture ossee è aumentata nelle stesse proporzioni (Van Hemert 1990, Nydegger 1991, Fujita 1992, Lau 1993a, Parkkari 1996, Lippuner 1997, Lips 1997, Versluis 1999).

IL TERZO PARADOSSO – Inizialmente si tentò di giustificare l’aumento di fratture osse che arrivava puntuale in ogni nazione in corrispondenza dell’aumento di consumo di latticini, attribuendolo a differenze nella genetica. Poi però si vide che l’incidenza di fratture ossee aumentava anche nelle popolazioni africane, cinesi o indiane nel momento in cui i loro consumi di latte incrementavano (Smith 1966, Barss 1985, Abelow 1992, Ju 1993, Kin 1993, Russell-Aulet 1993, Lau 1993b, Rowe 1993, Feskanich 1997, Memon 1998, Ho 1999, Schwartz 1999).

IL QUARTO PARADOSSO – Feskanich e collaboratori hanno monitorato 75.000 donne per 12 anni, nel cosiddetto studio delle infermiere, dimostrando che non solo non esistono effetti protettivi del consumo di latte sul rischio di fratture, ma addirittura c’è un effetto deleterio (Feskanisch Harvard Nurses’ Health Study, 1997). La stessa osservazione fu fatta da Michaëlsson (2003) che monitorò oltre 60.000 donne in Scandinavia. Se ne parla in un recente articolo scientifico dell’Università della North Carolina: «Se escludiamo alcuni studi che sono troppo piccoli o quelli che sono stati impostati in modo viziato, i dati scientifici fino ad oggi raccolti non supportano affatto l’efficacia dei prodotti caseari nel migliorare la salute ossea.» (Lanou 2009)

IL QUINTO PARADOSSO – Un caso clinico di calcificazioni renali viene presentato dalla d.ssa Annemarie Colbin: «Una giovane studentessa universitaria doveva sempre andare all’ospedale per asportare calcoli e depositi di calcio dall’uretere (il piccolo tubicino che porta l’urina dai reni alla vescica). Una volta, dopo l’intervento, i medici collocarono un tubo dai reni alla vescica per permettere all’urina di transitare, mentre l’uretere doveva cicatrizzare. Ebbene nel giro di un paio di giorni ci furono nuovi depositi di calcio nel tubo che lasciarono sconcertati i dottori. Scoprii che beveva latte tutti i giorni e che in ospedale ne aveva consumato mezzo litro al giorno. Nessuno in ospedale aveva dato peso a ciò. Io invece le suggerii di smettere completamente di consumare latte. Quando la rividi alcuni anni più tardi, seppi che non aveva più avuto recidive del problema, e anzi aveva avuto un bambino e godeva di ottima salute.» (Colbin 2009)

IL SESTO PARADOSSO – La situazione di insufficiente mineralizzazione dell’osso non beneficiavano dall’integrazione del calcio secondo osservazioni di Hannon (1934), Liu (1935), Maxwell (1935), Steggerda (1946), Snapper (1950) and Hegsted (1951), Stearns (1951). Rileggendo gli studi degli esperti sul calcio tra gli anni 1920 e 1950, scopriamo che il fabbisogno di calcio è molto basso e che il nostro corpo ha una funzione di riciclo di calcio molto buona. Infatti le uniche possibili situazioni di carenza di calcio erano quelle imputabili a disturbi metabolici primari nei quali i mitocondri delle cellule non funzionavano più bene. Negli anni Ottanta nacque il “paradigma del calcio”, ovvero la comunità scientifica auspicò che potesse essere possibile ovviare ai danni alle ossa da cattiva alimentazione e accumulo di tossicità da metalli con un po’ più di calcio. Ma trent’anni dopo i più informati iniziano di nuovo a vedere la futilità di questa speranza.

Sembra proprio che aumentare l’introito di calcio con integratori o con latticini non migliori lo stato di salute delle ossa e che finisca invece per creare problemi di vario tipo, a volte anche gravi. Il dottor Richard Malter riporta il caso significativo di una paziente che, avendo letto dei pericoli dell’osteoporosi, iniziò a prendere supplementi di calcio. Entro pochi mesi iniziò ad avere episodi ciclici di depressione, insieme con episodi d’ingiustificata rabbia o attacchi di pianto. La paziente diventò persino suicida. Ad un certo punto incontrò il dottor  Malter, che le dimostrò l’eccesso di calcio mediante un’analisi del capello. Poche settimane dopo aver preso atto di ciò e aver smesso di prendere calcio, gli attacchi d’ansia scomparvero, lo stato depressivo migliorò tantissimo e la salute mentale della paziente tornò alla normalità (Malter 1994).

Altri fatti rilevanti che il “paradigma del calcio nel latte” ha ignorato:

(1.) Quando il prof. Ralph Steinman nel 1961 modificò l’alimentazione base per topi che produceva solo 1 carie nella vita adulta aggiungendovi latte commerciale in gran quantità, il numero medio di carie saliva a 9.4!

(2.) Quando assumiamo nella dieta troppo calcio, ovvero è in atto la diffusione passiva del calcio, questo implica una ridotta capacità di assorbimento di magnesio. È il magnesio che regola gli ormoni responsabili di una buona salute ossea. È la carenza di magnesio che compromette gli enzimi che assicurano una buona salute ossea. L’eccesso di calcio provoca carenza di magnesio.

(3.) La carenza di magnesio riduce l’attività dell’enzima fosfatasi, essenziale per l’assorbimento del calcio nelle ossa. L’enzima fosfatasi contenuto nel latte è stato completamente distrutto dalla pastorizzazione. Per questo la salute ossea si riduce consumando il latte commerciale invece di quello crudo o materno, come dimostrano vari autori del secolo scorso: Pottenger (1939 e 1946), Sprawson (1934) e Steinman (1961). Per questo la rivoluzione del commercio del latte ha portato in tutte le nazioni un incremento del fenomeno delle fratture ossee!

FONTI BIBLIOGRAFICHE

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fonte disinformazione.it

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L’inchiesta Storie di violenza/3 – Donne che denunciano: Ma che succede dopo? Parlano gli operatori

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Testata

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L’inchiesta Storie di violenza/3

Donne che denunciano: Ma che succede dopo? Parlano gli operatori

La determinazione di chi subisce stalking, i tormenti di chi è maltrattata in famiglia, l’enorme sommerso che ancora c’è
Forze dell’ordine, medici, avvocati. I racconti, le lotte, gli errori di chi sta in trincea

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«La pazienza è la nostra fatica quotidiana. Ci sono donne che tornano continuamente sui loro passi, con scuse incredibili. Decidono mille volte di riprovarci e altrettante di ripresentarsi al centro. Dopo quasi vent’anni io faccio ancora fatica a capire. Io mi arrabbio. Ma le operatrici per fortuna sono meravigliosamente tolleranti e sagge. Ogni volta accolgono come fosse la prima. La nostra porta è sempre aperta»

Alessandra Kustermann conosce le parole per dirlo e le trappole dell’animo femminile. Le delusioni non hanno impedito a questo medico-istituzione per Milano di continuare a credere nelle donne.

«Il grande allarme è nella coppia, lo leggiamo purtroppo ogni giorno»,

dice Kustermann, primario di ginecologia e ostetricia della Mangiagalli che nel 1996 ha fondato il Soccorso Violenza Sessuale, struttura diventata nel tempo piattaforma degli aiuti contro tutte le violenze: «È necessario far emergere l’enorme sommerso che ancora c’è, mettere in sicurezza le famiglie, per salvare la vita alle donne e proteggere quella dei bambini».

Far fronte all’emergenza silenziosa richiede investimenti, professionalità, grande organizzazione. Quanto sono preparati gli operatori a questo compito? Di sicuro molto più di un decennio fa, assicurano poliziotti, carabinieri, agenti municipali, avvocati, magistrati, medici e psicologi. Tutti, proprio tutti, concordano: la parola d’ordine è formazione, tema lasciato troppo a lungo all’iniziativa personale o alla buona volontà di singoli dirigenti.

Prendi Torino. La comandante vicaria per la sicurezza urbana Paola Loiacono ha colto al volo la possibilità di avere soldi da un bando pubblico e, a ottobre dell’anno scorso, si è inventata il progetto «Care and investigation». Un protocollo che aiuta, tra gli altri, carabinieri e polizia ad accogliere e trattare nel modo corretto la vittima di violenza.

«Porti la divisa e si presenta davanti a te una donna che afferma di essere stata minacciata, picchiata, maltrattata, perseguitata? Il protocollo ti accompagna in quello che devi dire e non dire, quello che devi fare oppure no — racconta Loiacono — le fonti di prova vanno acquisite, come scrivere il verbale, come qualificare il reato. Magistrati e avvocati hanno dato una mano sul fronte giuridico e un criminologo ha tenuto lezioni sulla gestione e ricomposizione dei conflitti».

«Quando si richiede l’intervento del questore o di un magistrato è fondamentale presentare una richiesta il più possibile documentata» spiega l’avvocatessa Francesca Garisto, da una vita consulente della Casa delle donne maltrattate e dello sportello donne della Cgil di Milano.

«Chi si occupa di queste vicende lo sa bene: l’aiuto è più efficace e accorci di molto i tempi se tu, avvocato, fai una parte del lavoro, cioè raccogli testimonianze, metti assieme eventuali sms, email, referti medici, vai a cercare se l’uomo in questione ha precedenti, sentenze di condanna specifiche… E comunque capita sempre più spesso di trovarsi davanti a persone preparate, soprattutto fra le forze dell’ordine anche se la materia della formazione è tutt’altro che strutturata e la violenza sulle donne è una piaga sempre più aperta».

Nella caserma torinese della vigilanza urbana è stata allestita una saletta per le audizioni protette: «Era doveroso rendere più sereno il clima intorno a chi ha già dovuto patire abbastanza».

Capita, per esempio, di imbattersi in uno dei cinquemila carabinieri (quasi tutti sottufficiali, comandanti di piccole stazioni) che hanno seguito il corso di formazione sullo stalking e sull’approccio alla vittima vulnerabile.

«Un’operazione a tappeto che l’Arma ha organizzato a partire dal 2009, che è servita a una formazione e a una sensibilizzazione di base e sulla quale stiamo facendo aggiornamenti continui» conferma il maggiore Anna Bonifazi, sezione di psicologia investigativa del reparto analisi criminologica di Roma, una delle insegnanti del corso assieme al tenente Francesca Lauria, sezione atti persecutori dello stesso Reparto.

La polizia ha in ognuna delle sue squadre mobili un team che si occupa della violenza contro le donne. A Milano il vicequestore aggiunto Alessandra Simone, dirigente della sezione reati contro la persona, ha imparato che preparazione e tempestività sono metà del lavoro. Dice che sono aumentale le denunce per la violenza in famiglia e che

«le vittime vanno sempre comprese mai compatite»

e che ha notato una differenza enorme fra le donne vittime di stalking, «determinate a chiudere la relazione» e quelle che subiscono maltrattamenti in famiglia, «che invece sono più tormentate e spesso ci ripensano, ritirano la querela».

Infine ci sono i presidi medici. Ma cosa succede a una donna quando arriva al pronto soccorso? Se il Codice rosa è già procedura avviata in Toscana, nei grandi ospedali del centro-nord l’attenzione è massima ormai da tempo.

«Quando arriva una donna con strane botte e ferite affermando di essere caduta dalle scale scatta subito l’allerta — racconta ancora Kustermann —. Sul tema è stata fatta una formazione specifica ai colleghi del pronto soccorso. Spesso queste donne sono accompagnate da uomini appiccicosi, enfaticamente premurosi, che non mollano un attimo la paziente e pretendono di parlare loro con i medici. Gli accompagnatori in questione vengono allontanati con un escamotage e nella stanza viene fatta entrare una psicologa. Accertati i fatti, viene offerto il percorso, l’aiuto logistico e legale. La denuncia non è obbligatoria per accedere ai servizi, è importante saperlo. Ma ancora più importante è sapere che dal quel momento non si è più sole».

Le tappe

«Aveva gli occhi pesti e io le dicevo: torna a casa»

Antonio, carabiniere: «La mia non era cattiveria, ma ignoranza. Ora, dopo i corsi di formazione, so come si fa. E non giudico più nessuna»

«Ma che gli hai detto per farti ridurre così?».
Antonio abbassa lo sguardo, è l’unico cedimento di un lungo colloquio. È la prima volta che racconta se stesso, è sorpreso che qualcuno gli chieda di sé. Però è un carabiniere, «un servitore» dice lui, e non si tira indietro. «Lo so, è una domanda terribile per una donna che bussa in caserma con un occhio nero. È come darle un’altra sberla, la più forte. Eppure non sapevo dire altro: “Su, tornatene a casa, fate pace”. Non era cattiveria la mia, era ignoranza. Oggi so dargli un nome: mancanza di competenze».

Antonio è figlio di contadini del Sud, arrivato a Milano con la terza media («una scarpa e una ciabatta»), il mito dell’Arma. «Come tanti miei colleghi, mi sarei precipitato fuori di casa in pigiama e senza pistola per catturare un rapinatore… Ma di maltrattamenti, di donne e bambini, che ne sapevo?».

Alla violenza familiare e sessuale ci è finito per punizione, dopo un litigio con il suo capitano. La pietra scartata. «Mi son ritrovato lì davanti a donne violentate e bambini abusati, orrore senza fine. Ho dovuto rimboccarmi le maniche, cercare di capire, leggermi libri, comprati a mie spese s’intende. Poi finalmente è arrivata la formazione. Lo scriva che la formazione è fondamentale». Anche se poi per questi uomini in trincea ci sarebbe bisogno di molto altro, anche di aiuto. «Ha ragione, a noi non ci si fila nessuno. Ci sono momenti terribili, ma lo psicologo è un lusso che non possiamo permetterci».

«Rischi di venir travolto dall’onda di dolore, quando una donna stravolta inizia a parlare. È una gran fatica non perdere il filo, la pazienza, la sua fiducia e riuscire a collocare gli eventi nel tempo e nello spazio. Operazione fondamentale per costruire una buona denuncia. Ci vogliono anche sei/otto ore di lavoro e due o tre colloqui».

«Mentre lei parla, un fiume in piena, qualche volta il pensiero corre a mia moglie, alle nostre molte diversità, alle mie rigidità, vorrei fosse fiera di me e le sono grato di essere una donna forte e libera» .

«Non giudico chi ho davanti, cerco di non farlo, ma non sono ancora riuscito ad accettare la lunga sopportazione di botte e insulti: ma come si fa a stare con certi animali? Certe volte mi sale la rabbia, quando ci sono di mezzo i bambini, divento duro, non sopporto incertezze e complicità. Poi so che la via più efficace, nel contrasto all’emergenza, resta quella di far sentire accolte e protette. Ci sono donne che i lividi più resistenti li portano nell’anima, ma che poi sanno reagire. È il momento più pericoloso, lui sente di uscire dall’orizzonte, sente che è per sempre e diventa più violento. Scatta a quel punto la protezione».

«Mi sento a posto se una donna lascia la caserma sapendo di non essere sola e di essere protetta. Subito dopo corro ad abbracciare le mie figlie, ne ho bisogno come l’aria. E infatti, scusi, devo scappare, non vorrei arrivare in ritardo al saggio di danza»

In treno verso casa, nell’hinterland, caldo africano, pendolari stipati, c’è ancora il tempo per conoscere se stessi, per quel che si può fare con un’intervista.

«Tante persone mi dicono grazie. Ma io non sono bravo, sono fortunato. Da una famiglia povera ho ricevuto un patrimonio: la dignità, mia e degli altri, da mettere sempre e comunque avanti a tutto. E il senso dell’onore».

Cos’è l’onore? «Il complesso di qualità morali. Non rida, lo so, sono un carabiniere, un uomo all’antica».

L’esperimento pilota

Un «codice rosa» al pronto soccorso

«Chiedimelo, ti prego chiedimelo…». La supplica è silenziosa, nascosta dall’occhio nero e dall’ennesima scusa di un barattolo volato giù dalla dispensa. «In anni di pronto soccorso ne ho viste troppe. Donne fragili e smarrite che vorresti trascinare fuori dall’inferno in cui vivono. Purtroppo non è facile riuscirci. Bisogna aspettare ed entrare nei loro silenzi. Tutte sperano che qualcuno faccia loro domande giuste». Vittoria Doretti è medico rianimatore a capo del «Codice rosa», il progetto — ideato dalla Asl 9 e dalla Procura di Grosseto nel 2010 — che riunisce in task-force medici, magistrati, infermieri, psicologi, assistenti sociali e forze dell’ordine.

Una squadra coesa che ha portato ottimi frutti a Grosseto — da 309 casi seguiti nel primo anno si è passati a oltre 500 (+63%) segnalati nel 2011 — e simili risultati nelle altre asl toscane che dal 2012 sperimentano il modello. Il progetto ha varcato i confini regionali in un virtuoso «effetto domino»: Torino ha già attivato il codice rosa e sono interessate a replicare l’esperienza Sicilia, Puglia, Calabria, Veneto e Lazio.

«Quando una donna si presenta in un centro antiviolenza ha già fatto venti passi in avanti. La difficoltà maggiore è proprio iniziare il percorso e per questo noi siamo al pronto soccorso dove, purtroppo, prima o poi tutte le vittime di violenza passano. Magari proprio accompagnate dal marito o compagno violento. Noi siamo lì proprio per riconoscere i loro silenzi dolorosi».

Il pronto soccorso è spesso troppo affollato. «La frenesia delle urgenze e le domande non sempre discrete spesso creano una barriera: le vittime non denunciano e i cosiddetti incidenti domestici crescono — aggiunge la Doretti —. Insieme a Giuseppe Coniglio (sostituto procuratore di Grosseto ndr) abbiamo stravolto le procedure per metterci nei panni delle vittime. Abbiamo costruito le condizioni migliori per ascoltare senza giudicare, anche se alla fine la donna deciderà di non denunciare».

Oltre al classico  triage — i codici rosso, giallo e verde e bianco — gli infermieri, formati appositamente, assegnano il «rosa» alle presunte vittime di maltrattamenti. A questo punto entra in azione la task-force e le vittime (non solo le donne, a dir la verità, ma tutte le fasce più fragili come gay, anziani e minori) hanno un canale preferenziale e vengono assistite. Un percorso protetto che si svolge in una «stanza rosa»: «Sono i medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e i poliziotti in borghese ad andare da lei. Se si tratta di uno stupro — aggiunge la Doretti — i medici raccolgono subito le prove fondamentali per un eventuale processo. Sono formati, conoscono procedure e leggi. Ad ogni ora del giorno e della notte la task-force è sempre reperibile e collabora con i centri antiviolenza. La nostra regola è: non dire mai non è di mia competenza». Un impegno che sta crescendo, coinvolgendo tante figure come insegnanti, studenti e i farmacisti, altre sentinelle fondamentali.

«Inutile negare che non sia pesante: le storie di queste vittime ci restano dentro, soprattutto quando decidono di ritornare nelle mani del loro carnefice — racconta la Doretti — ma per noi è impossibile tornare indietro e fare finta di non vedere: ogni codice rosa, ogni silenzio rotto, è una piccola vittoria che ci ripaga della tanta fatica».

Per leggere le altre puntate di Storie di violenza (cliccate qui)
Le autrici: Laura Ballio, Alessandra Coppola, Corinna De Cesare, Carlotta De Leo, Giusi Fasano, Angela Frenda, Sara Gandolfi, Daniela Monti, Giovanna Pezzuoli, Paola Pica, Rita Querzé, Marta Serafini, Elena Tebano, Stefania Ulivi.
L’inchiesta continua su Twitter con l’hastag #nonsuccedeame

L’IMMAGINE:

E’ una delle 30 finaliste al concorso 2011
CREA UN ANNUNCIO PUBBLICITARIO DELLE NAZIONI UNITE “NO ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE” 

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fonte 27esimaora.corriere.it

PEDOFILIA – Una testimone: «Berlusconi a letto con Ruby. Ho assistito alla scena con i miei occhi»


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La deposizione della coinquilina della marocchina allora minorenne

Una testimone: «Berlusconi a letto con Ruby»

Michelle Conceicao: «Ho assistito alla scena con i miei occhi»

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Ruby nello studio di Signorini (Ansa)Ruby nello studio di Signorini (Ansa)
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MILANO – Michelle Conceicao dice di aver visto Ruby infilarsi a letto con Silvio Berlusconi il 25 aprile 2010, dunque quando era ancora minorenne: la brasiliana, che è fra i testimoni nel processo all’ex premier, lo spiega in una intervista pubblicata sull’Espresso. La domanda è precisa e la risposta altrettanto: «è vero o no che Berlusconi ha pagato per andare a letto con la ragazza minorenne?» «Certo che è vero». «Come fa a dirlo?» «Io ero lì».

IL RACCONTO - Il racconto che fa Michelle – cioè colei che avvisò Berlusconi dell’arresto di Ruby e se la portò a casa una volta portata fuori dalla Questura milanese da Nicole Minetti – è quello di una serata ad Arcore in cui l’allora presidente del Consiglio si apparta con Barbara Guerra, mentre altre ragazze, fra cui lei e Ruby, sbirciano dalla camera accanto. «Ridevamo tra di noi – aggiunge – guarda lei come finge… A un certo punto non si sente più niente». Barbara, racconta, esce e spiega che Berlusconi si è addormentato. Ed è in quel momento che Ruby «s’infila dentro e chiude la porta». E riesce a risvegliare il «Cavaliere stanco?». «Sì – risponde Michelle -. Ha fatto tutto lei. Lui ormai ha la sua età».

IRIS BERARDI – La brasiliana parla anche di Iris Berardi dicendo che ad Arcore andava già dal 2009. Dice che anche Iris ha avuto rapporti con lui, che «tutte le ragazze che prendono i soldi devono andare da lui», aggiungendo, in un successivo passaggio, che «quelle che si fermano per la notte prendono cinquemila euro o anche di più, le altre mille o duemila al massimo». Michelle accenna anche a due «molto famose» che una volta erano le sue favorite e di cui è pronta a fare i nomi ai giudici «se me li chiederanno». La sua testimonianza è fissata per il 25 giugno. Inizialmente doveva essere il 25 maggio e prima di quella data, quando era in Brasile, Berlusconi le ha telefonato. «Mi ha fatto un discorso – racconta -. Mi ha ripetuto una frase che usa spesso: quando il mare è in tempesta non si butta nessuno giù dalla nave». Lei da quello sostiene di aver capito che Berlusconi non vuole che dica la verità. Dice di avere paura che le succeda qualcosa. «Io non posso restare fino al 25 giugno l’unica persona che è disposta a dire al tribunale tutta la verità – commenta -. Rischio troppo». (Ansa)

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fonte corriere.it

Attentato di Brindisi – BERREMO ANCHE QUESTA?

http://www.comedonchisciotte.org/images/20120607_vantaggiato.jpg

Berremo anche questa?

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DI MARCO CEDOLIN
ilcorrosivo.blogspot.it

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L’esplosione avvenuta dinanzi alla scuola Morvillo di Brindisi, nella quale trovò la morte la sedicenne Melissa, sembrò fin dal primo momento figlia di quella strategia della tensione alla quale in Italia siamo purtroppo tristemente abituati. In tutta evidenza qualcosa non aveva però funzionato a dovere, come dimostrano le tantissime inconguenze emerse riguardo all’attentato.

Stando alle dichiarazioni degli inquirenti a scoppiare furono tre bombole di gas collegate fra loro, ma i risultati della deflagrazione non sembravano affatto compatibili con un elemento di questo genere. Gli inquirenti in un primo tempo dichiararono che la bomba artigianale era comandata da un timer programmato per provocare lo scoppio nel momento di maggior afflusso degli studenti, “fortunatamente” bloccatosi anticipatamente. Poi invece del timer non si fece più menzione e l’artefice dell’attentato diventò una persona anziana ripresa dalle telecamere, con in mano un telecomando a distanza. Poco importa se l’uso di un telecomando a distanza fosse un elemento scarsamente in sintonia con un ordigno di costruzione artigianale (e il timer bloccato che fine aveva fatto?) e se, come ben sa chiunque abbia una minima competenza nel campo degli esplosivi, per provocare la deflagrazione di tre bombole del gas sarebbe stato necessario disporre di una certa quantità di esplosivo ad alto potenziale, difficilmente reperibile e assai poco artigianale.

Alle incongruenze si sommò la caducità del clamore mediatico. Dopo la sovraesposizione iniziale sui giornali e nei TG, abortita sul nascere la pista mafiosa che vaticinava improbabili ritorsioni ed evaporata altrettanto lestamente la pista terroristica che ventilava un collegamento con l’attentato occorso a Genova al manager Ansaldo, la bomba di Brindisi fu rinchiusa in tutta fretta nel cassetto dell’oblio mediatico.
Per ricomparire solo oggi, con la fulgida veste del caso risolto (o in via di risoluzione) dove esiste un colpevole con nome e cognome, con annessa chiara dinamica di come si svolsero i fatti e di quale fosse il movente all’origine degli stessi…..

Gli inquirenti e la buona stampa ci raccontano che a far scoppiare la bomba di Brindisi sarebbe stato un anziano benzinaio di 68 anni, ormai reo confesso, che avrebbe confezionato in proprio l’ordigno nella sua abitazione in provincia di Lecce, per poi trasportarlo dinanzi alla scuola a bordo della sua Fiat Punto. Dove con la potenza muscolare degna di un culturista e la perizia accumulata in tanti anni passati alla pompa di benzina, tutto solo, ha provveduto a collocarlo all’interno del cassonetto incriminato (insieme all’esplosivo ad alto potenziale di cui nessuno ha fatto menzione) ed a predisporre con cura certosina tutti i contatti, affinché lo scoppio potesse avenire senza sbavature.

Il movente che, stando agli inquirenti, avrebbe portato l’anziano benzinaio a prodursi in un’azione complessa anche per un robusto artificiere di lungo corso, non sarebbe ancora stato definito con chiarezza adamantina. Si tratterebbe comunque inequivocabilmente di una vendetta privata.

O nei confronti del preside della scuola Morvillo. Ma perché non limitarsi allora a tirargli una fucilata nel buio di un vicolo, anziché assemblare una “bomba atomica” e farla esplodere in mezzo agli studenti con il rischio di fare una strage?

O nei confronti della “giustizia”, rea di non avergli dato soddisfazione in occasione di un vecchio processo di molti anni fa. Cosa c’entra la giustizia con la scuola e gli studenti, si domanderebbe di riflesso ogni persona normodotata? Il fatto che la scuola fosse intitolata a Morvillo o l’ubicazione dell’edificio a poche centinaia di metri dal tribunale, sarebbero secondo stampa ed inquirenti il “logico” collegamento. Ma se avesse voluto vendicarsi della giustizia, l’anziano benzinaio, non avrebbe fatto meglio a piazzare la bomba nei pressi del tribunale, dal momento che le capacità fisiche, tecniche ed intellettuali in tutta evidenza non gli facevano certo difetto?

Molto spesso, come si suol dire, la toppa risulta assai peggiore del buco. In questo caso i buchi sembrano quelli di uno scolapasta e la toppa lascia intuire che chi gestisce pro domo sua la vita e la morte in questo disgraziato paese, stia mettendo in atto un test volto a verificare fino a che punto gli italiani sono disposti ad abbeverarsi alla fonte della menzogna mediatica, con il capo chino e senza battere ciglio.

Marco Cedolin
Fonte: http://ilcorrosivo.blogspot.it
Link: http://ilcorrosivo.blogspot.it/2012/06/berremo-anche-questa.html
7.06.2012

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fonte comedonchisciotte.org

 

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