Archivio | luglio 6, 2012

Romania, il parlamento destituisce Basescu, l’ultima parola al referendum popolare

Romania, il parlamento destituisce Basescu l'ultima parola al referendum popolare Traian Basescu lascia l’Aula al termine della sua  difesa davanti a Camera e Senato (reuters)

Romania, il parlamento destituisce Basescu
l’ultima parola al referendum popolare

Svolta finale nello scontro tra il governo di centrosinistra e il presidente conservatore: la maggioranza approva la sospensione dei poteri per il capo dello stato accusato di violare la costituzione. Il voto dei cittadini, probabilmente entro luglio, sarà decisivo. Bruxelles preoccupata

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BUCARESTLa Romania piomba nel caos istituzionale. Lo scontro fra il governo di centro-sinistra e la presidenza conservatrice ha raggiunto oggi il suo culmine con il voto del Parlamento che ha votato la destituzione del capo dello stato, Traian Basescu. La crisi romena preoccupa l’Unione europea che, dopo l’Ungheria, teme un altro fronte di rischio per un paese dell’Est europeo con l’aggravante che in questo caso di tratta di un partner comunitario.

Riunito in seduta congiunta di Camera e Senato, il parlamento di Bucarest ha votato per la sospensione dei poteri del presidente: i voti per la destituzione di Basescu sono stati 256, sul totale di 432 parlamentari, i contrari 114, mentre uno solo si è astenuto. In base alla legge, sulla destituzione del presidente si dovrà ora pronunciare definitivamente la popolazione in un referendum che si terrà entro trenta giorni, con tutta probabilità il 29 luglio.

L’interim alla presidenza sarà assicurato dal nuovo presidente del Senato, Crin Antonescu, eletto l’altro ieri al pari del nuovo presidente della Camera con un autentico colpo di mano della maggioranza di centro-sinistra, che ha sfiduciato i due presidenti conservatori.

Lo scontro è rimasto strisciante fin dall’insediamento del governo di centrosinistra, ma nell’ultimo periodo è esploso quando il premier socialdemocratico Victor Ponta ha accusato Basescu di aver violato la costituzione, avocando a sè poteri che non gli spettano e imponendo al paese misure di pesante austerità economica che hanno fortemente impoverito la popolazione. Il  presidente, intervenuto in aula prima del voto sulla sua destituzione, si è difeso dalle accuse denunciando il tentativo della maggioranza di voler controllare tutti gli organi dello stato, a cominciare dalla magistratura. “Ho la coscienza assolutamente tranquilla – ha detto Basescu – poichè sono certo di aver fatto il mio dovere verso il mio Paese e il mio popolo”.

La Corte costituzionale, in un parere consultivo, aveva riconosciuto alcune irregolarità nell’azione politica di Basescu, non tali tuttavia da costituire una violazione della Costituzione.

Per cercare di rassicurare i partner dell’Unione europea e la comunità internazionale, Ponta era intervenuto con una dichiarazione, assicurando che la Romania resterà “un paese stabile nel quale viene rispettato in pieno lo stato di diritto”. La Commissione europea, però, si è detta “preoccupata” per gli ultimi sviluppi politici che potrebbero mettere “a rischio i progressi fatti in questi anni” dal Paese. Giovedì, il premier andrà a Bruxelles per incontrare Josè Barroso, intanto però anche Berlino, attraverso il portavoce della Cancelleria, Steffen Seibert, ha espresso “seri dubbi” sulla legittimità delle riforme politiche in atto a Bucarest. Preoccupazione era stata espressa ieri da Italia e Francia.

Basescu - eletto la prima volta nel 2004 e il cui secondo mandato scadrà nel 2014 – già nel 2007 era stato sospeso dalle sue funzioni a opera del parlamento, poco dopo l’ingresso della Romania nella Ue. Allora tuttavia la popolazione nel successivo referendum gli aveva accordato la fiducia reintegrandolo alla presidenza. Cosa questa che appare ora molto più difficile dopo che le misure di austerità imposte al paese hanno provocato una notevole perdita di popolarità del capo dello stato.

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fonte repubblica.it

Tagli a ospedali e statali, sindacati in rivolta. Province verso il dimezzamento

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Tagli a ospedali e statali, sindacati in rivolta
Province verso il dimezzamento

Province verso il dimezzamento, a Roma la città metropolitana. Camusso attacca: manovra recessiva, pronti alla mobilitazione. Arriva la pagella on line

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ROMA – Si delineano i tagli della spending review con la versione finale del decreto varato la notte scorsa dal governo. E in sindacati sono già in rivolta. Si va daiposti letto negli ospedali, alle province, agli statali (-10% per i funzionari e – 20% per i dirigenti, oltre alla riduzione dei buoni pasto), alla pagella on line.

I tagli agli ospedali. Entro il 30 novembre si dovrà raggiungere lo standard di 3,7 posti letto per 1000 abitanti, arrivando a un taglio stimato in circa 18mila letti tra pubblico e privato accreditato, con una quota di pubblico “puro” che deve essere «non inferiore al 40% del totale». Nella norma sulla rideterminazione dei posti letto si specifica anche che la riduzione deve avvenire «esclusivamente attraverso la soppressione di unità operative complesse».

Con i nuovi parametri per i posti letto «rischiano di saltare circa 1000 reparti ospedalieri» e altrettanti primari. È il calcolo stimato dalla Cgil Medici. Con questi tagli, dice Massimo Cozza, si «compromettono i servizi per i cittadini» che avranno meno possibilità di ricoveri senza alternative sul territorio.

Camusso: manovra recessiva. «Ci pare, anche se ancora non siamo in possesso del testo definitivo del provvedimento, che sia in corso nei fatti un’altra manovra di carattere recessivo, nei fatti, che taglia molto lavoro più di quello che non dichiari». Così la leader della Cgil, Susanna Camusso, commenta il provvedimento sulla spending review. I sindacati lavorano anche «a preparare una piattaforma e una mobilitazione generale», ha poi ricordato la segretaria della Cgil, sottolineando come sono già iniziati, «nei prossimi giorni lo vedrete, mobilitazioni nella sanità e nelle categorie del pubblico».

La sforbiciata alle 107 Province italiane decisa dal Governo terrà conto di due criteri: l’estensione (probabilmente 3mila km quadrati) e la popolazione (numero di abitanti inferiore a 350 mila). Il processo di revisione prevede però, entro la fine dell’anno, anche una fase di accorpamento, mediante una procedura che vede il governo trasmettere la propria deliberazione con i criteri esatti al Consiglio delle autonomie locali, istituito in ogni regione, che verrà poi approvato dallo stesso Consiglio entro 40 giorni.

Le città metropolitane. Addio anche alle province di Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, dove nasceranno entro il 2014 le città metropolitane.

«È stata ridisegnata l’architettura istituzionale dello Stato sul territorio. L’Italia, con il taglio delle Province, compie una vera e propria svolta nell’assetto dello Stato. Basta con i microfeudi», afferma il ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi, commentando il dimezzamento delle province.

«È una mannaia» per i servizi pubblici. «Pagano sempre i lavoratori e i cittadini», mentre «manca il coraggio per colpire i poteri forti»: tutte le sigle dei lavoratori pubblici di Cgil e Uil (Fp-Cgil,Flc-Cgil,Uil-Fpl, Uil-Pa e Uil-Rua) bocciano il dl spending review e non escludono «uno sciopero generale di categoria a settembre».

Con la stretta sul pubblico impiego si riaccende la protesta sul fronte sindacale, che però si presenta diviso: Cgil e Uil puntano a alzare i toni annunciando un autunno caldo con tanto di possibile sciopero generale mentre la Cisl di Raffaele Bonanni dice sì «alla mobilitazione» ma in favore di una «riorganizzazione» della macchina amministrativa. Nonostante le proteste, il ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi rivendica comunque il merito di aver aperto la strada a un cambiamento epocale dove il merito avrà più spazio: «Basta – dice infatti – promozioni facili. Ora la parola d’ordine deve essere riequilibrare. Non deve più accadere che in un ufficio pubblico ci siano più dirigenti che funzionari».

Da quest’anno la pagella sarà online, così come le iscrizioni alle istituzioni scolastiche (però per gli anni successivi), i registri dei professori e tutte le comunicazioni fra insegnanti e famiglie. Lo prevede la versione finale del dl sulla spending review. «A decorrere dall’anno scolastico 2012-2013 – si legge nel testo – le iscrizioni alle istituzioni scolastiche statali di ogni ordine e grado per gli anni scolastici successivi avvengono esclusivamente in modalità on line attraverso un apposito applicativo che il ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca mette a disposizione delle scuole e delle famiglie.

Le istituzioni scolastiche ed educative «redigono – si legge ancora – la pagella degli alunni in formato elettronico» e «i docenti adottano registri on line e inviano le comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico». Entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto il ministero predispone infine un Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, studenti e famiglie.

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fonte ilmessaggero.it

La Rai trasmetta “Diaz”, Articolo 21 raccoglie firme

scuola diaz g8 film vicari 640

La Rai trasmetta “Diaz”
Articolo 21 raccoglie firme

Raccolta di firme dell’associazione alla tv pubblica sul film sull’assalto alla Diaz per firmare CLICCA QUI | Il capo della polizia Manganelli: «E’ il momento delle scuse»
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La Rai trasmetta il film “Diaz”. L’associazione Articolo 21 lancia un appello affinché la tv pubblica mandi in onda la pellicola di Daniele Vicari che racconta, con coraggio, caparbia e una notevole drammaticità, l’assalto delle forze dell’ordine a chi era accampato nella scuola genovese durante il G8, le botte, le offese, le manganellate, quel massacro di persone inermi, ragazzi, ragazze e persone anche di una certa età.
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Articolo 21 chiede che la Rai trasmetta il film, andato nelle sale questa primavera con un discreto risultato anche al botteghino, all’indomani della sentenza della Cassazione che conferma le condanne a vertici della Polizia e che contribuisce, in parte, a dare una risposta di giustizia a chi chiedeva che comportamenti simili non restassero impuniti.
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L’appello di Articolo 21: per firmare CLICCA QUI
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Il capo della polizia Manganelli: «Diaz, è momento delle scuse»
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Anche se – come segnala Amnesty International – nella sentenza non si può parlare di torture visto che il nostro ordinamento non prevede il reato e se a tutt’oggi rimane inevasa una domanda non giudiziaria ma politica e alla quale non sono I magistrati che devono rispondere: ovvero, perché è successo quello che è successo in quelle scuole quella notte del luglio 2001? Chi lo ha ordinato? Perché il film allude e non può dirlo esplicitamente, ma lo fa capire bene: quell’attacco pianificato di oltre 300 poliziotti non può essere partito semplicemente dalla polizia. La pellicola adombra un ordine e una copertura politica. Vicari si è basato sulle testimonianze e sul materiale giudiziario, per il suo racconto.
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Trasmettere il film, magari in prima serata, e non pilatescamente in piena notte, sarebbe utilissimo a far conoscere meglio quella che viene definita una ‘pagina nera’ della nostra storia, quella che Amnesty ha giudicato uno dei momenti più tetri in cui la democrazia in occidente è stata letteralmente sospesa. E il film in tv potrebbe far sapere a tanti interrogativi che finora non hanno ricevuto risposta e che investono la democrazia stessa dell’Italia.*
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fonte unita.it
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DIAZ – Don’t clean up this blood – Trailer Ufficiale HD

Caricato da in data 24/feb/2012

http://www.diazilfilm.it
Trailer ufficiale di Diaz – Don’t clean up this blood un film di Daniele Vicari dal 13 Aprile al cinema.
con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou, Emilie de Preissac, Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, paolo Calabresi, Alessandro Roja, Rolando Ravello, Monica Birladeanu.
http://www.fandango.it

 

AMBIENTE – Firmati i decreti sulle Rinnovabili accolte solo in parte le richieste. Non si chiudono le polemiche

Firmati i decreti sulle Rinnovabili
accolte solo in parte le richieste

Definiscono i nuovi incentivi per l’energia fotovoltaica (Quinto conto energia) e per le altre fonti (idroelettrico, geotermico, eolico, biomasse, biogas). Ma non chiudono le polemiche. Ecco perché 

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di ANTONIO CIANCIULLO

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DOPO 9 mesi di attesa, i decreti sulle rinnovabili, più volte annunciati, sono stati firmati dai ministri dello Sviluppo economico Corrado Passera, dell’Ambiente Corrado Clini e dell’Agricoltura Mario Catania. Definiscono i nuovi incentivi per l’energia fotovoltaica (Quinto conto energia) e per le altre fonti (idroelettrico, geotermico, eolico, biomasse, biogas). Ma non chiudono le polemiche. Per il governo rappresentano un freno alla spesa e un passo concreto in direzione del superamento degli obiettivi europei. Per le associazioni di settore sono invece un colpo definitivo al sistema di incentivi che aveva permesso all’Italia di recuperare in pochi anni le posizioni perdute.

“Buona parte dei miglioramenti richiesti dalle Regioni è stata accolta”, commenta Corrado Clini. “In particolare è stato portato da 12 a 20 chilowatt il limite oltre il quale gli impianti devono essere iscritti a un registro. I 20 chilowatt sono la fascia che permette anche a una piccola officina di mettersi i pannelli sul tetto per autoprodurre l’energia di cui ha bisogno. Questo vuol dire dare spazio alla cosiddetta generazione diffusa, cioè alla moltiplicazione dei piccoli e piccolissimi produttori”.

Il ministro dell’Ambiente sottolinea anche che sono stati recuperati gli incentivi, in un primo tempo soppressi, per gli impianti fotovoltaici nelle zone degradate e per sostituire con i pannelli fotovoltaici i tetti in amianto. Anche per il solare termodinamico sono previsti meccanismi di facilitazione.

“Il legno storto non si raddrizza: questi decreti erano nati male e si sono conclusi male”, replica il senatore Francesco Ferrante, responsabile Pd per i cambiamenti climatici. “Il bonus per l’amianto è estremamente ridotto e il limite di potenza incentivata non permette di applicarlo ai capannoni industriali. Inoltre il tetto dei 20 chilowatt è troppo basso: le Regioni avevano chiesto di arrivare a 100 chilowatt. La verità è che questo governo ha deciso di non sostenere il settore delle rinnovabili abbandonandolo a metà strada: un pessimo segnale per lo sviluppo del paese”.

Dura anche la protesta dell’Anev, l’associazione dei produttori di eolico. “Proprio mentre l’International Energy Agency rendeva pubblico il rapporto in cui si prevede una formidabile crescita delle rinnovabili nei prossimi 5 anni, con l’eolico che rappresenta la fonte maggiore dopo l’idroelettrico, il governo ha varato i decreti che mettono il settore in ginocchio”, accusa il presidente Simone Togni. “In questo modo si impedisce la nascita di un mercato veramente concorrenziale, si fa salire il prezzo dell’energia e si mettono a rischio decine di migliaia di posti di lavoro”.

Dal punto di vista degli incentivi, le richieste delle Regioni sono state parzialmente accolte con un ampliamento del budget di spesa per un totale di 500 milioni di euro annui suddivisi tra fotovoltaico (200 milioni) e non fotovoltaico (300 nilioni). Il nuovo sistema entrerà in vigore 45 giorni dopo il superamento (previsto per fine  settembre) della soglia di 6 miliardi di incentivi per il fotovoltaico, e il primo gennaio 2013 per il non fotovoltaico (per il quale è previsto comunque un periodo transitorio di 4 mesi).

“Ha vinto la burocrazia: il che vuol dire che aumenteranno i costi per i produttori e per i cittadini”, obietta Massimo Sapienza, l’animatore del movimento Sos Rinnovabili. “E’ paradossale che mentre si continua a parlare di tagli alle spese superflue se ne aggiungano altre rendendo obbligatori registri perfettamente inutili. Noi avevamo proposto di arrivare agli stessi obiettivi di contenimento della spesa con il metodo tedesco, cioè con l’abbattimento automatico degli incentivi man mano che si raggiungono determinati livelli di produzione: un metodo semplice e molto sicuro, capace di rendere il mercato fluido. Come per la vicenda degli esodati il governo ha rifiutato il dialogo, non ha accettato un confronto sui numeri, si è arroccato in difesa. Non è la strada per far crescere il paese”.

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fonte repubblica.it

Argentina, 50 anni a Videla per “furto” di figli di desaparecidos

http://www.ilmessaggero.it/MsgrNews/MED/20120706_videla.jpg

Argentina, 50 anni a Videla per “furto” di figli di desaparecidos

L’ex dittatore argentino condannato per il piano sistematico di furto di bambini

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BUENOS AIRES – Gli ex dittatori argentini Rafael Videla e Reynaldo Bignone sono stati condannati oggi rispettivamente a 50 e 15 anni di carcere nella causa giudiziaria per il piano sistematico di furto deifigli di detenuti “desaparecidos” durante l’ultima dittatura militare nel Paese sudamericano (1976-1983).

Le altre condanne. Altri tre responsabili della dittatura militare hanno ricevuto condanne fra i 20 e i 40 anni di carcere, accolte con sonori applausi da figli di desaparecidos che hanno recuperato la loro identità e da rappresentanti delle Madri e le Nonne della Plaza de Mayo, le associazioni nate appunto per difendere i diritti dei detenuti e delle loro famiglie e dei militanti per i diritti umani.

Videla, capo della prima giunta militare che prese il potere a Buenos Aires dopo il golpe del 24 marzo 1976, è stato condannato a 50 anni per venti casi di bambini sottratti a desaparecidos e consegnati ad altre persone, che hanno cambiato la loro identità.

Bignone, ultimo presidente della dittatura (da metà del 1982 fino al dicembre del 1983) è stato condannato a 15 anni perchè ritenuto colpevole in 15 casi analoghi.

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fonte ilmessaggero.it

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