Dalla fantascienza a Curiosity la nostra sfida al Pianeta Rosso


An image of Yankee go home from a meme of images from the Mars rover Curiosity (via imgur, http://aka.ms/redditcuriosity) – fonte immagine

Dalla fantascienza a Curiosity
la nostra sfida al Pianeta Rosso

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L’ultima missione, celebrata in questi giorni, cerca di rispondere ad alcuni interrogativi scientifici ma è anche il simbolo di un grande sogno. Già da fine ’800 i marziani entrarono nella fantasia collettiva

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di CARLO ROVELLI

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Dalla fantascienza a Curiosity la nostra sfida al Pianeta RossoIl rover Curiosity

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IN UNO dei più bei cicli della fantascienza, la trilogia marziana di Kim Stanley Robinson, un gruppo di coloni terrestri si stabilisce sul pianeta rosso, e vi costruisce lentamente una società egualitaria e intelligente. Fra le pagine più emozionanti vi sono descrizioni di stupefacenti panorami marziani: canyon immensi, giganteschi strapiombi di roccia, la notte illuminata dalle due lune, gli immensi deserti rossi attraversati dai primi solitari “rover”: i mezzi di trasporti dei primi coloni. Pensavo a questo maestoso paesaggio alieno, a un mondo extraterrestre ancora tutto da esplorare, lunedì, mentre aspettavo le notizie dell’atterraggio del rover Curiosity su Marte. Da bambino ero certo che ci sarei andato anch’io su Marte. Ancora adesso vorrei andarci, e guardare. Ma l’impegno del presidente Obama è di inviarvi la prima missione umana entro il 2030: io avrò 74 anni e sarà difficile essere fra i selezionati.

Cosa ci attira verso Marte? L’invio di questa giocattolo è costato due miliardi e mezzo di dollari. Perché questi soldi? L’obiettivo scientifico, espresso con le parole tecniche della NASA, è: “stabilire se possano esservi, o essere esiste, le condizioni ambientali per la vita su Marte”. Come nella splendida canzone di David Bowie: (Is there) life on Mars? C’è vita su Marte? La questione della vita su Marte è nata nel 1870 in Italia. L’astronomo Giovanni Schiaparelli osserva dei “canali” sulla superficie del pianeta. Un uomo d’affari americano, Percival Lowell, decide che i canali devono essere stati scavati da esseri intelligenti e finanzia un osservatorio in Arizona per osservarli, catturando l’immaginazione del pubblico. I “marziani” entrano nell’immaginario collettivo. Ma negli anni Sessanta, i satelliti che sorvolano il pianeta fanno cadere ogni illusione. I Mariner 4, 6 e 7 ci mandano fotografie di un mondo tempestato da impatti di crateri simili a quelli della Luna, vuoto e desolato.

I dubbi però riappaiono alla fine del secolo. L’evidenza della presenza di acqua, ingrediente primo della vita terrestre, diventa sempre più forte: c’è ghiaccio sul pianeta, e le sue colossali formazioni geologiche sono frutto di grandi movimenti d’acqua nel passato. Marte era caldo e umido tempo fa. Nel 1996, un gruppo di ricerca dell’Università di Stanford annuncia che un meteorite di origine marziana, gettato nello spazio dall’impatto di un asteroide e finito poi sulla Terra, contiene strutture che sembrano fossili di antichi batteri. Le conclusioni della ricerca restano controverse, ma la questione della vita su Marte si è riaperta.

Il Curiosity non è la prima macchina che riusciamo a far scendere su Marte, ma è di gran lunga la più complessa, e ha la missione precisa di studiare se ci possa essere, o ci possa essere stata, vita sul pianeta rosso. Date le condizioni attuali, è molto improbabile che trovi pullulare di vita sotto le sue grosse ruote. Oggi Marte è freddo, quasi senz’aria, e bombardato da radiazioni ostili dal Sole e dallo spazio. Ma la vita, forse batterica, potrebbe essersi sviluppata in epoche passate calde e umide, e potrebbe anche continuare a persistere tutt’ora in acque sotterranee o altri ambienti. Il Curiosity è in grado di cercarne le tracce: misura la presenza di molecole organiche, studia strati rocciosi antichi per ricostruire il clima e l’ambiente del passato. Per questo è atterrato accanto a una grande parete rocciosa, dove strati molto antichi dovrebbero essere accessibili. Se tutto va bene, per almeno un anno marziano, cioè 687 giorni terrestri, si aggirerà sul pianeta, cercando tracce della vita. Sono solo 669 giorni marziani, perché un giorno marziano è mezz’ora più lungo di un giorno terrestre. A 248 milioni di chilometri da noi, la macchinetta continuerà ad analizzare e misurare quello che ha intorno, aggirandosi solitaria fra i rossi paesaggi marziani sognati da Robinson. Le onde radio con cui comunica con la Terra, come la luce, impiegano quasi un quarto d’ora per viaggiare da là a qui. Vengono ricevute da tre grandi stazioni, una presso Madrid, una in Australia, e una negli Stati Uniti, nel deserto del Mojave, ciascuna con un’antenna da 70 metri, puntata verso il giocattolino solo e lontano.

Il Curiosity deve stare attento a non disturbare quello che vorrebbe osservare: cioè a non portarla, la vita su Marte. La vita è terribilmente contagiosa, e il rischio di contaminare Marte con vita terrestre è reale. Spore di batteri si appiccicano ovunque e possono sopravvivere a un viaggio interplanetario. Esiste un trattato del 1967 sull’uso dello spazio, che impegna le nazioni a non sporcare troppo: al rover è permesso di ospitare al massimo 500 mila spore, più o meno quante ce ne sono in mezzo cucchiaino di acqua marina. I tecnici hanno continuato a strofinarlo con l’alcol fino all’ultimo momento prima della partenza; speriamo che basti. Sarebbe triste non riuscire più a capire se su Marte c’era la vita, perché la vita ce l’abbiamo portata noi. E se infine Curiosity trovasse segni di vita indigena su Marte? Cambierebbe qualcosa nel nostro modo di pensarci al mondo? Forse no.

L’universo è sterminato, e arrivare su Marte non è che spostarsi di un niente rispetto all’immensità della galassia, e ancora meno rispetto agli sterminati spazi intergalattici. Dobbiamo pensare che con ogni probabilità in quella immensità là fuori c’è di tutto. Vita simile e dissimile a quella che conosciamo, una sconfinata varietà di fenomeni complessi che probabilmente non riusciamo neppure a immaginare, di cui la vita che ci è familiare non è forse che uno dei tanti. Negli ultimi anni, ogni passo avanti per vedere più lontano ci ha mostrato un universo più variegato e stupefacente di quanto immaginassimo. Ma possiamo stare qui, senza cercare, per quanto riusciamo, di andare a vedere? Non ci arriverò di persona, su Marte, ma sono felice di fare parte di un’umanità che ha voglia di andare a vedere.

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