Poste Italiane e il caso dei 2mila cassintegrati «Noi lasciati a casa, senza un futuro»


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Sono i lavoratori delle agenzie per il recapito della corrispondenza in regime di appalto

Poste Italiane e il caso dei 2mila cassintegrati
«Noi lasciati a casa, senza un futuro»

L’ex monopolista di Stato si difende: «Negli ultimi sei anni riduzione del 30% dei volumi dei prodotti postali». E attacca: «In alcune grandi città le imprese sono state inadempienti»

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di Fabio Savelli

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E’ uno dei duemila, Riccardo Tronci. E’ dal primo luglio in cassa integrazione. Dipendente di una delle realtà più giovani del settore degli appalti postali, la Transystem. «Da un giorno all’altro sono rimasto senza lavoro, perché Poste Italiane ha deciso di ridurre drasticamente i lotti con i quali suddivide l’Italia, attraverso dei bandi di appalto per il recapito della corrispondenza».

LO STATO ASSISTENZIALE? - Chiarisce Riccardo, e lo ripete più a volte al telefono: «Non voglio lo Stato assistenziale, ma almeno si dia la possibilità alle piccole e medie imprese di competere con Poste Italiane sul servizio universale. Così Poste si comporta da “privato” nei tagli agli appalti e da “pubblico” quando opera in regime di completa esenzione dell’Iva».
In realtà la questione – secondo Poste Italiane – è molto più complessa perché «la riduzione delle gare è dovuto alla consistente riduzione di volumi di prodotti postali che negli ultimi sei anni è stata superiore al 30%». Soprattutto – rincara una nota della società controllata interamente dal ministero dell’Economia – «dal 2007 ad oggi Poste ha deciso di risolvere alcuni contratti in essere per gravi inadempienze delle imprese appaltanti nelle città di Milano, Torino, Bologna e Genova. Inadempienze riconducibili – rileva la nota – al mancato rispetto del divieto di subappalto e all’abbandono della corrispondenza».

LE EX CONCESSIONARIE - Al netto delle considerazioni delle parti in causa la storia di Riccardo sarebbe comune a quella di duemila nel nostro Paese e potrebbe presto coinvolgere altri mille addetti dell’indotto dei servizi postali.
Il recapito della corrispondenza, soprattutto per i “civici ad alto traffico” – ad esempio quelli delle grandi amministrazioni pubbliche che ricevono centinaia di comunicazioni e raccomandate ogni giorno – è da sempre gestito da operatori privati, spesso società ex concessionarie. Con un aggravio nei costi e una filiera così non controllata a dovere (è la versione di Poste Italiane), ma «una migliore qualità del servizio per capillarità e puntualità» (è la tesi delle imprese del settore, alcune di loro ora riunitesi sotto il cappello della Cna, la confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola media e impresa).

IL MEMORANDUM - Otto anni più tardi, nel 2007, la presunta svolta che sembrava aver risolto l’impasse: l’accordo firmato da Poste Italiane e le organizzazioni sindacali di categoria, con il quale l’ex monopolista di Stato otteneva la garanzia di “internalizzare” il recapito della corrispondenza (in modo da razionalizzare i costi date le ingenti perdite in un settore non più “core”) e al tempo stesso affidava “quote di attività aziendali” alle imprese appaltanti «diverse dalla consegna delle raccomandate».

LETTERA MORTA - Una logica di scambio tesa comunque a garantire i livelli occupazionali. Quell’accordo, però, non è mai stato esplicitato a dovere, rimanendo di fatto lettera morta e pendendo come una spada di damocle sull’indotto dei corrieri espresso. Dice Valter Recchia, referente Cna per le agenzie di recapito, che ora «la soluzione per salvare i posti di lavoro sarebbe quella di attivare una nuova partnership tra Poste Italiane e le imprese del settore, prevedendo la consegna non solo delle raccomandate, ma anche – perché no – dei farmaci, nelle sedi periferiche, nelle aree più svantaggiate del Paese, nelle comunità montane, dove il servizio universale non è redditizio».

GLI ESUBERI - Su questa vertenza poi se ne sovrappone un’altra, che riguarda – questa volta – gli esuberi interni a Poste Italiane, dopo il piano di razionalizzazione degli uffici postali previsto dalla spending review (si parla di 1.152 uffici in tutta Italia). Lo sciopero unitario di tutte le sigle sindacali del settore previsto per il 12 ottobre per scongiurare il “piano di ristrutturazione” di Poste potrebbe però “svuotare” la chiamata alla mobilitazione dei lavoratori in subappalto, perché è il segnale che la coperta è davvero corta e ogni tentativo di “sponda” nei loro confronti rischierebbe di essere demagogico.

LE ETICHETTE - «Noi sfuggiamo alla pretesa di dividere i lavoratori in quelli di serie A e quelli di serie B – dice Nicola Di Ceglie, coordinatore nazionale della Slc Cgil con la delega alle agenzie del recapito -. Riscontriamo invece una mancanza di regole chiare, ci vorrebbe un contratto di settore valido per tutti, anche per i lavoratori in subappalto, una maggiore trasparenza negli appalti e una vera liberalizzazione dei servizi postali». Eppure il ministro Passera è sembrato non essere dello stesso avviso. Interrogato alla Camera durante un’audizione in Commissione Trasporti ha spiegato ai parlamentari presenti di non avvertire l’esigenza di un’ulteriore liberalizzazione del settore dei servizi postali (anche se nel Decreto Sviluppo si era vociferato di una serie di misure in tal senso) e ha garantito «che nessun dipendente di Poste Italiane verrà licenziato». Per i lavoratori delle imprese in regime di mono-committenza con Poste Italiane, invece, nessuna speranza?

Fabio Savelli
twitter@FabioSavelli

14 settembre 2012 (modifica il 15 settembre 2012)

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fonte corriere.it

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