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FIRENZE, VIA DEI GEORGOFILI – A 19 anni da quella notte: la strage da non dimenticare

SOTTO SCACCO – l’attentato in via dei Georgofili

Caricato da in data 03/ago/2010

Le immagini dell’attentato e il racconto dei familiari delle vittime. Tratto dal Dvd Sotto Scacco, di Udo Gumpel e Marco Lillo

A 19 anni da quella notte
la strage da non dimenticare

Un convegno, gli studenti, un corteo per ricordare la strage della mafia in via dei Georgofili

http://firenze.repubblica.it/images/2012/05/25/212919404-99671a8e-ff55-48da-9288-a82314392ed9.jpg

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di LAURA MONTANARI

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 Ricordare non è un esercizio di ripetizione perché nessun anniversario è uguale al precedente. Però è vero che ogni passaggio di tempo segnato sul calendario allunga le distanze. Ha diciannove anni la strage dei Georgofili e quell’estate italiana insanguinata dalle bombe della mafia. Stanotte ha un senso restare svegli, mescolarsi al corteo che partirà all’una da piazza della Signoria per arrivare sotto la torre de’ Pulci. Ha un senso ricordare l’esplosione, le sirene, il fuoco, il tappeto di vetri e calcinacci sulla strada. Ha senso tornare alla notte in cui abbiamo creduto che fosse «soltanto» una fuga di gas e ricordare invece la mattina dopo quando ci hanno detto che invece era una bomba.

Morirono Angela e Fabrizio Nencioni, le loro figlie Nadia e Caterina e lo studente in architettura Dario Capolicchio. Quarantuno persone rimasero ferite. Furono danneggiati gli Uffizi, Palazzo Vecchio, la chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio e tutte le abitazioni intorno. Ieri la Regione ha dato il via a un convegno nella sede di piazza Duomo della presidenza a cui hanno partecipato esperti di mafia e magistrati in prima linea contro la criminalità organizzata. Le iniziative proseguono oggi con gli eventi curati dal Comune di Firenze nella Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio.

Alle 10 l’incontro con i ragazzi delle scuole medie superiori e alle 16 la presentazione del libro di Francesco Nocentini «Storia d’Italia in 7 stragi». Stasera poi alle ore 21.00, in piazza della Signoria, andrà in scena lo spettacolo teatrale «Per non morire di mafia» tratto dal libro di Pietro Grasso e interpretato da Sebastiano Lo Monaco. Seguiranno i saluti delle Istituzioni con Giovanna Maggiani Chelli dell’Associazione dei familiari delle vittime, il procuratore antimafia Pietro Grasso e Alessio Mantellassi rappresentante delle Consulta provinciale studentesca di Firenze. A conclusione un concerto della Fanfara della scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze. All’una quindi, da Palazzo Vecchio partirà il corteo silenzioso che arriverà alle 1.04 sul luogo dell’attentato, in via dei Georgofili appunto, dove verrà deposta una corona di alloro.

Domenica mattina alle 8 al Cimitero della Romola, verrà portato un cuscino di rose sulla tomba della famiglia Nencioni e un’ora dopo, al Cimitero Sarzanello di Sarzana, identica cerimonia sulla tomba di Dario Capolicchio. Alle 11, nella Chiesa di San Carlo in via Calzaiuoli, Santa Messa in suffragio delle vittime. Altre iniziative sono previste in Palazzo Vecchio e all’Accademia dei Georgofili.

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fonte firenze.repubblica.it

Strage di Capaci, vent’anni dopo. Trame, depistaggi e mezze verità / VIDEO: Capaci, pochi minuti dopo la strage

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Strage di Capaci, vent’anni dopo. Trame, depistaggi e mezze verità

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ultimo aggiornamento: 21 maggio, ore 20:01
Palermo – (Adnkronos/Ign) – Il 23 maggio 1992 Cosa Nostra fece saltare in aria l’auto su cui viaggiava il magistrato antimafia Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Radio e tv ricordano le stragi di Capaci e via d’Amelio

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Palermo, 20 mag. (Adnkronos/Ign) – Vent’anni fa moriva Giovanni Falcone. Il 23 maggio 1992 sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, Cosa Nostra fece saltare in aria l’auto su cui viaggiava il magistrato antimafia, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Sono trascorsi venti anni, eppure la verità non è ancora venuta a galla. Troppi silenzi, troppe memorie corte, troppi ricordi sbiaditi. Sono stati numerosi i processi con condanne già passate in giudicato. Eppure, è di pochi giorni fa l’annuncio eclatante del procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, che parla di “novità sulle indagini”. Quali ancora non si sa. Gli esecutori materiali della strage, come accertato dai processi, furono almeno cinque uomini, tra cui Pietro Rampulla che confezionò e posizionò l’esplosivo e Giovanni Brusca, che fu la persona che azionò il telecomando al momento del passaggio dell’auto blindata del magistrato, che tornava da Roma.

Ma pochi mesi fa il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che sta riscrivendo la storia delle stragi, ha raccontato ai magistrati nisseni che sarebbe stato lui a recuperare l’espolsivo, un’altra novità processuale non ancora accertata. Una delle tante. L’esplosivo per la strage di Capaci, come ha raccontato Spatuzza, fu prelevato da pescherecci che lo usavano per la pesca di frodo, nascosto in un rudere e poi preparato per l’attentato. Il pentito si è autoaccusato della partecipazione anche a questa strage dopo essersi già attribuito un ruolo nel furto della Fiat 126 usata come autobomba in via D’Amelio contro Paolo Borsellino.

Spatuzza ha riferito che circa un mese e mezzo prima della strage di Capaci, un altro mafioso, Fifetto Cannella, gli chiese di “procurare una macchina voluminosa per recuperare delle cose”. Il collaboratore mise a disposizione una macchina di suo fratello e con quella, assieme a Cannella e ad altri due uomini, Peppe Barranca e Cosimo Lo Nigro, raggiunsero il porticciolo di Sant’Erasmo. Qui, con un conoscente, indicato solo col nome di battesimo di Cosimo, figlio del proprietario di un peschereccio, scaricarono da un’imbarcazione ormeggiata alcuni cilindri di circa un metro, che erano legati alle murate del natante.

“Successivamente constatai che al loro interno vi erano delle bombe”, si legge sui verbali. “Recuperati i fusti – ha raccontato il pentito – li caricammo sulla mia vettura per dirigerci verso la mia abitazione. Durante il tragitto ricordo che ebbi un problema perché all’altezza dello Sperone c’era un psoto di blocco dei carabinieri. Una volta arrivato a casa di mia madre, ubicata in un cortile, scaricammo i bidoni in una casa diroccata di mia zia, che era fianco di quella di mia madre e che noi usavamo come magazzino”. L’indomani, Spatuzza e Cosimo Lo Nigro trasferirono l’esplosivo in un magazzino di via Brancaccio, che era peraltro stato sequestrato dal Tribunale. “Inizoammo quindi a fare la procedura – ha ricostruito il pentito – tagliando la lamiera dei clindri con scalpello e martello ed estraendo il contenuto. A fine giornata abbiamo caricato il materiale che avevamo ricavato, mettendolo nelle fodere di cuscini e poi dentro sacchi della spazzatura, e lo abbiamo portato nella casa diroccata di mia zia”.

Spatuzza ha però precisato: “Nessuno mi ha mai detto esplicitamente a cosa servisse l’esplosivo che ricavammo. Il giorno stesso della strage di Capaci, venne qualcuno, forse Cannella, a chiamarmi per dirmi di fare sparire l’esplosivo (parecchi chili) che io ancora custodivo nella casa diroccata di mia zia. Non sapendo dove metterlo, decisi di portarlo nella ditta dove lavoravo e chiamai Lo Nigro e Barranca affinché mi facessero da copertura durante il tragitto. Io lo nascosi, ma successivamente lo consegnai a Cannella, cosa che avvenne sicuramente prima della strage di via D’Amelio”.

Per uccidere il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i tre agenti della scorta, i boss mafiosi riempirono di tritolo una galleria scavata sotto l’autostrada e per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg. Come punto di riferimento gli attentatori presero un frigorifero bianco posto ai lati della strada nel tratto che collega l’aeroporto di Punta Raisi, oggi intitolato a Falcone e Borsellino, al capoluogo siciliano.

La strage di Capaci è una storia di trame e di depistaggi, una storia fatta di mezze verità. E sono trascorsi vent’anni. Una storia collegata strettamente con un’altra strage, quella in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. In quei 57 giorni sarebbe stata avviata la cosiddetta ‘trattativa’ tra lo Stato e la mafia, di cui lo stesso Borsellino sarebbe stato messo al corrente. E per gli inquirenti sarebbe stata proprio questa notizia ad accelerare la sua morte. Palermo sta indagando sulla trattativa con indagati ‘eccellenti’, dall’ex ministro Calogero Mannino al senatore Marcello Dell’Utri al generale Mario Mori. Ma i dubbi e i veleni sono tanti.

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fonte adnkronos.com/IGN

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Capaci, pochi minuti dopo la strage

Caricato da in data 05/nov/2011

FALCONE-BORSELLINO: Cosa sappiamo di quelle stragi


fonte immagine

Cosa sappiamo di quelle stragi

23 maggio 1992: Falcone ucciso con la moglie e la scorta. 19 luglio: bomba di via D’Amelio contro Borsellino. Sono passati vent’anni. Molte cose sono venute alla luce. Altri misteri restano irrisolti

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di Lirio Abbate

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

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Totò Riina passeggia davanti alla piscina della sua grande villa alle porte di Palermo. E’ nervoso, come mai i suoi uomini lo avevano visto: “Prevedo cose tinte assai”. Le sfumature del dialetto rendono l’umore con cui è cominciato quel 1992: una visione di “cose tinte”, ossia brutte, cupe. La sua latitanza dura da 24 anni e a Roma stanno decidendo il suo futuro e quello di tutta Cosa nostra. La Cassazione sta per pronunciarsi sul maxiprocesso e sulle sentenze che hanno accertato l’esistenza della Cupola, per la prima volta responsabile per tutti i delitti di mafia. Il padrino non si fida delle promesse di “aggiustamento” ricevute da chi tiene i rapporti con la politica. La notizia “tinta” arriva il 30 gennaio. La Suprema corte ha deciso: le condanne all’ergastolo sono definitive, sui fascioli viene scritto “fine pena mai”, per i boss adesso c’è davanti solo il carcere o la fuga. Per sempre.

Vent’anni dopo, non si ricorda solo la tragedia che cambiò il volto politico del Paese, ma si deve tristemente osservare che le indagini sono ancora aperte perché su quegli episodi, e su ciò che accadde dietro le quinte, sappiamo molto ma non ancora tutto.

In quel lontano 1992, il verdetto della Cassazione fu per il tribunale di Palermo come una medaglia alla memoria: nel palazzo dei corvi e dei veleni sono rimasti in pochi a festeggiare quel risultato rivoluzionario. Una pattuglia di sopravvissuti. Il pool che guidò le indagini e istruì il maxi non c’è più: quella stagione è finita da almeno sei anni. Bersagliati dalle polemiche, coloro che Leonardo Sciascia chiamò i “professionisti dell’antimafia” sono andati via: Giovanni Falcone ha trovato rifugio al ministero della Giustizia; Paolo Borsellino si è trasferito nella procura di Marsala. Lì adesso comandano toghe che appartengono a un’altra tradizione, che credono in una magistratura “normale”, ossequiose al potere e che spesso condividono la lezione giuridica di Corrado Carnevale, l’ammazzasentenze che boccia un’inchiesta dietro l’altra: sono molti i magistrati che quel giorno storcono il naso davanti alla decisione della Cassazione. Ma anche chi ha lottato per sconfiggere la mafia non riesce a gioire pubblicamente e parla lontano dall’ufficio: “Perché ci sono molti avvoltoi sulle nostre teste… Ma forse adesso a Roma hanno capito, forse qualcosa sta cambiando”. Poi si sfoga: “Penso a quanti avevano creduto in quella irripetibile stagione del pool fino a rimetterci la vita. E penso a quanti anni abbiamo buttato via”.

Riina invece non perde tempo. Ha capito che a Roma qualcosa è cambiato. A febbraio Giulio Andreotti presenta alle Camere il rendiconto del suo governo che considera concluso, a Milano arrestano Mario Chiesa. A Palermo invece il dittatore di Cosa nostra riunisce il suo consiglio di guerra: “Ci hanno fottuto! Ormai ci hanno girato le spalle”. Annuncia con macabra ironia: “Dobbiamo fare una bella pulitina di piedi” e tutti capiscono che il fango da togliere significa la morte per tanti. E che nulla sarà come prima.

Il 12 marzo pochi colpi di pistola fanno di Mondello l’epicentro di un terremoto. Viene ucciso l’onorevole Salvo Lima, il referente di Andreotti in Sicilia, l’uomo delle promesse non mantenute. La notizia è come un’onda, che investe la città trasmettendo una cappa di terrore nei palazzi del potere, negli uffici pubblici, nei vicoli. Viene sussurrata nel gelo: “Ammazzaruno a Lima”. L’intoccabile è caduto: “Se hanno deciso di ucciderlo, significa che è stata rotta la pax mafiosa. Chissà cosa dobbiamo aspettarci adesso dai corleonesi”. Ci sono politici dc che si barricano in casa. Falcone si precipita in prefettura con il ministro Guardasigilli Martelli. Esce dalla riunione con il volto terreo: chi sarà il prossimo? I killer di Lima hanno colpito molto lontano. Il delitto si abbatte su Andreotti, che sta per suggellare mezzo secolo di politica con la salita al Quirinale.

Strage di Capaci Strage di Capaci

Ma si sta preparando un cataclisma ancora più irreversibile. Il 23 maggio alle 17.56 un vulcano inghiotte l’autostrada tra Punta Raisi e Palermo. Un attentato senza precedenti. Muore Giovanni Falcone. Muoiono la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo. L’impotenza delle istituzioni sprofonda nel cratere. In pochi secondi la città impazzisce: “C’è stata una bomba contro Falcone”. I cronisti corrono in auto verso Capaci, ma le strade sono sbarrate. “E’ ferito, lo stanno portando in ospedale”. Il Pronto soccorso è sommerso da una folla. Ci sono giornalisti, carabinieri, poliziotti, in mezzo si riconosce qualche magistrato. C’è Paolo Borsellino con gli occhi gonfi di dolore: Falcone è morto fra le sue braccia; si appoggia al muro, svuotato. I suoi colleghi non sembrano avere la forza di dirgli qualcosa.

“Guarda come ci riducono questi animali, come carne da macello”, grida un agente delle scorte in lacrime. Adesso nessuno sussurra più: Palermo è stata scossa da mezza tonnellata di esplosivo, il sacrificio umano l’ha svegliata. Il giorno dopo davanti alla camera ardente c’è una moltitudine, sfonda il cordone delle forze dell’ordine e si impossessa del Palazzo di Giustizia. Vogliono toccare con mano i feretri, fargli sapere che sono con loro, che quello che hanno fatto è stato importante. La speranza dei siciliani onesti, morta con Carlo Alberto Dalla Chiesa, dieci anni dopo risorge accanto a quelle bare. C’è chi piange, ricordando il sorriso mite di Falcone, che schiudeva la sua ironia e la sua intelligenza. Non c’è posto per i politici, che in tanti hanno ostacolato e osteggiato il giudice: vengono quasi tutti fischiati, incluso Giovanni Spadolini. Quei corpi sono diventati patrimonio dei palermitani, sono il loro orgoglio ritrovato.

Roma è lontana. L’onda lunga della strage travolge Andreotti e fa arrivare Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale (25 maggio). Un altro pool, quello milanese di Antonio Di Pietro, sta smantellando la credibilità dei partiti. La crisi economica comincia a pesare. E si pensa già ad altro. Lo ricorda Giuliano Amato, diventato premier pochi giorni dopo il massacro: “Nel momento della formazione del governo, nonostante fosse così vicina la strage di Capaci, dedicammo alla lotta alla mafia meno attenzione che ad altri temi, poiché disponevamo già di un pacchetto di norme inserite in un decreto legge varato dal precedente governo”. Le leggi volute proprio da Falcone al ministero. Ma c’è chi si mette al lavoro per trovare altre soluzioni e avvia un dialogo con Cosa nostra: una trattativa per placare l’ira di Riina. Ai pm che ancora indagano su quei giorni cruciali, l’ex premier dice: “Se anche vi fu una trattativa tra Stato e Cosa nostra io non ho mai avuto notizie”. Poi aggiunge: “Ritengo possibile che i servizi segreti possano aver avviato trattative con la criminalità organizzata senza informare il presidente del Consiglio”.

Borsellino invece voleva sapere. Non aveva il compito di indagare sulle stragi, ma non riusciva a pensare ad altro. Era un uomo diverso, spogliato della sua esuberanza e del suo calore. Chiuso, diffidente. Perfettamente conscio del rischio che stava correndo ma non impaurito. Diceva: “In pochi giorni sono invecchiato almeno di dieci anni”. Si rendeva conto che c’era poco tempo, che bisognava correre prima che il disegno dei corleonesi venisse completato. Lui voleva decifrare il loro piano. A un amico vero aveva confidato: “Uccidendo Giovanni l’unico guadagno per Cosa nostra sarà solo sulla ricostruzione dell’autostrada”. Borsellino pensava alla corruzione e il pensiero volava a Tangentopoli. Interrogava i pentiti, correndo da un carcere all’altro; studiava fiumi di verbali e rapporti per trovare il bandolo di quella matassa mortale. Non voleva arrendersi senza combattere (nell’ultimo incontro, rapidissimo, in procura, riuscii a strappargli un abbozzo di sorriso, un attimo di tregua dal suo abisso). La città era con lui, la città gli chiedeva di farla uscire da quell’incubo: la sera del 25 giugno in migliaia si riuniscono per ascoltarlo mentre parla alla biblioteca comunale.

L attentato a Paolo Borsellino in via D Amelio nel 1992 L’attentato a Paolo Borsellino in via D’Amelio nel 1992

Domenica 19 luglio Borsellino si concede una pausa d’umanità: va a prendere la mamma in via D’Amelio per portarla dal medico. Loro sapevano. Aspettano che il magistrato e i suoi agenti scendano dalle tre auto blindate, poi alle 16.58 premono il telecomando dell’ordigno. E’ l’inferno. Prima il boato, sordo, di una potente ferocia che penetra ovunque. Poi una colossale nube scura che sfregia Palermo. In via d’Amelio i palazzi sono sventrati, c’è un ammasso di vetture che brucia. Il fumo è una cortina pietosa, per nascondere l’orrore. Per entrare nella strada bisogna superare una barriera nera, un odore di carne bruciata e benzina che entra nella pelle e obbliga a chiudere gli occhi. Ma riaprirli è uno choc. Brandelli di carne sono appesi sui fili della corrente elettrica, una mano è sul balcone del primo piano, pezzi di gambe sull’asfalto. Con Borsellino muoiono Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Uno della scorta si salva, è Antonio Vullo: “Ho visto il giudice attorniato dai ragazzi, sta suonando al citofono. Rientro in macchina per accendere il motore, poi scoppia tutto. Mi sento investito da una fiammata, l’auto viene sollevata da terra e rovesciata. Dopo pochi secondi apro lo sportello e mi tiro fuori dalla blindata. Non so dove abbia trovato la forza, forse sono stati i miei colleghi a salvarmi, i miei colleghi che non c’erano più. Sulla strada sento altre esplosioni. Vedo fumo e morte. Non sapevo che fare, prendo la pistola, a un certo punto vedo sbucare da una fitta nebbia un poliziotto, uno delle volanti, il primo ad arrivare. Poi non ricordo più nulla”.

“E’ finita. E’ tutto finito”. Le parole di Antonino Caponnetto, il papà del pool che aveva riunito uomini eccezionali, suonano come l’epitaffio sulle istituzioni. Ma il 21 luglio, nel giorno dei funerali, a Palermo accade un miracolo. Di rabbia ma soprattutto di orgoglio. Una marea di cittadini si appropria della chiesa, qualcuno tenta di spingere fuori gli agenti delle scorte perché c’è troppa gente: “Bastardi, bastardi… questa messa è per noi, questa è la nostra messa”. L’ira travolge tutto, stringe minacciosa il capo dello Stato. Poi quegli uomini in lacrime si rivolgono a Caponnetto: “Dottore, dottore, lei è come noi, venga con noi; dottore, non ci lasci soli…”. Lui fa segno di sì con la testa, poi li guarda come per abbracciarli tutti: “Mi sono pentito di quello che ho detto ieri, è stata una giornata di grande sconforto”.

In quel momento due storie si dividono. Una parte dello Stato sfida Cosa nostra. Totò Riina, che nella poltrona del suo salotto aveva assistito alla diretta tv dei suoi orrori, finisce in cella sei mesi dopo, la Cupola viene dimezzata. Ma un’altra parte dello Stato continua a interloquire con Cosa nostra e porta avanti quella trattativa cominciata prima della morte di Borsellino. E che il magistrato aveva scoperto. Oggi sulla strage di Capaci sappiamo quasi tutto. Conosciamo mandanti ed esecutori, compreso chi ha premuto il telecomando che ha fatto brillare i 500 chili di tritolo. Sono tutti contadini, pastori e nullafacenti. Possibile che abbiano pianificato un agguato simile senza l’aiuto di intelligenze esterne? Ma quando si passa all’analisi della morte di Borsellino, questo dubbio diventa l’unica certezza.

Le indagini su via D’Amelio sono state depistate sin dall’inizio, costruendo con finti pentiti una versione che arriva in Cassazione. Solo dopo 19 anni, grazie ad un collaboratore, Gaspare Spatuzza, tutto si rimette in moto e la messinscena cade. L’Italia è ormai cambiata. L’entusiasmo di Palermo si è spento da tempo, annichilito da una politica lontana dai cittadini che adesso tornano a votare per Leoluca Orlando, discusso alfiere della primavera di vent’anni fa. Eppure il mistero di cosa sia stato deciso nei 57 giorni tra la fine di Falcone e quella di Borsellino sta resistendo. E’ stato processualmente accertato che i vertici di Cosa nostra sono stati contattati per intavolare una trattativa. Uno dei mediatori è il sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, al quale si rivolgono due ufficiali del Ros dei carabinieri, Mario Mori e Giuseppe De Donno. Riina risponde con un elenco di richieste, il cosiddetto “papello”, che chiede impunità per i vertici e la revoca di alcune leggi. Il capo dei capi racconta ai suoi fedelissimi che lo Stato “si è fatto sotto”. E che dietro a tutti ci sarebbe stato l’allora ministro dell’Interno Mancino. Il politico ha sempre smentito. E ha negato di avere incontrato Borsellino.

Quando si tratta, bisogna sapere che l’interlocutore può alzare la posta. Il che significava altre bombe, come è accaduto fino al settembre 1993 con un attacco che ha colpito i simboli della Nazione. Ora, vent’anni dopo, le ultime indagini sono in fase di conclusione. Ci si aspetta che diano certezze sui pupari di quella stagione, sulle “menti raffinate” che entrarono nella partita. Quei risultati arriveranno in un’altra Italia, in un’altra Palermo per ricordare il sacrificio di tanti servitori dello Stato. La loro memoria è stata tradita da altri servitori dello Stato. E da un Paese che preferisce dimenticare, senza mai riuscire a chiudere i conti con il suo passato.

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fonte espresso.repubblica.it

Peppino Impastato ucciso 34 anni fa. A Cinisi la marcia dei 100 passi dei sindaci / VIDEO: I miei occhi giacciono – by eucos

 

i miei occhi giacciono – by eucos

Pubblicato in data 05/mag/2012 da

by eucos – Peppino vive!

Trentaquattro anni non sono bastati a cancellare la memoria di Peppino Impastato. Le sue idee sono sopravvissute al suo omicidio, al fango ed alle calunnie, all’omertà e
all’isolamento. Oggi le pareti di Casa Memoria trasudano di fotografie, di pensieri, di testimonianze anche da parte di persone che non l’hanno mai conosciuto ma che vivono tutt’ora il suo pensiero, lo hanno fatto proprio, lo perpetuano.

Peppino Impastato ucciso 34 anni fa
a Cinisi la marcia dei 100 passi dei sindaci

Lettera di Agnese Moro al fratello del militante di Dp assassinato nel 1978: “Tuo fratello e mio padre erano molto diversi. Ma qualcosa li unisce, qualcosa che viene prima e va al di là del fatto di essere stati uccisi, e per di più lo stesso giorno.
Credo che entrambi amassero la giustizia e la liberazione, da ottenere con la mite e coraggiosa strada della democrazia”

Peppino Impastato ucciso 34 anni fa a Cinisi la marcia dei 100 passi dei sindaci I sindaci a Cinisi (Foto di Luisa Impastato)

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PALERMO - La marcia dei 100 passi dei sindaci, in ricordo di Peppino Impastato, si è aperta a Cinisi con un saluto di Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse nella stessa data in cui la Sicilia ricorda l’assassinio del militante di Cinisi. “Mi piacerebbe tanto che un giorno potessimo ricordare i nostri cari non nel giorno della loro morte – scrive Agnese Moro in una lettera indirizzata a Giovanni Impastato – ma nel giorno nel quale festeggiamo la nascita della nostra Repubblica, il 2 giugno. Allora avrebbero davvero il loro posto, che non è quello di vittime, ma quello di costruttori coraggiosi di un Paese in cui ci sia posto posto per tutti, con uguale dignità e rispetto”.

GUARDA / Le immagini della marcia

“Tuo fratello e mio padre erano molto diversi. Ma qualcosa li unisce – aggiunge -, qualcosa che viene prima e va al di là del fatto di essere stati uccisi, e per di più lo stesso giorno.
Credo che entrambi amassero la giustizia e la liberazione, da ottenere con la mite e coraggiosa strada della democrazia, che è tale solo con l’assunzione di responsabilità da parte di ognuno. Come tanti, prima e dopo di loro, hanno pagato questi amori a caro prezzo. Sapevano che poteva succedere, ma non si sono fermati. Un pò vorrei che l’avessero fatto e che non ci avessero lasciati soli. Ma era la loro strada. A noi è rimasto l’incarico gravoso di essere testimoni del loro impegno. Per fortuna oggi – conclude Agnese Moro- possiamo condividere questo onere con un numero sempre più ampio di persone, tra cui tanti giovani, che hanno trovato in Peppino e Aldo degli amici che possono accompagnarli e aiutarli a scegliere la strada giusta”.

I sindaci hanno percorso con le fasce tricolori, insieme agli studenti, i 100 passi che separano Casa Badalamenti da casa Memoria, e hanno scoperto la prima pietra d’inciampo di un percorso della memoria dedicato a Impastato e alle altre vittime di mafia.

Il casolare dove fu assassinato Impastato sarà acquisito dalla Regione siciliana, che vuole “trasformare questo luogo simbolo dell’efferata violenza mafiosa in un museo della memoria e della testimonianza della resistenza che ad essa ha condotto Impastato, intendendone così ricordare e commemorare l’impegno civile e giornalistico”. Lo ha reso noto l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, che ha già avviato le procedure per l’espropriazione dell’immobile per pubblica utilita’.

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fonte lastampa.it

Falcone e Borsellino, la gigantografia sul Palagiustizia ‘per non dimenticare’

Falcone e Borsellino, la gigantografia sul Palagiustizia 'per non dimenticare'

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Falcone e Borsellino, la gigantografia sul Palagiustizia ‘per non dimenticare’

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E’ stato srotolato sulla facciata del Palazzo di Giustizia di Milano un maxilenzuolo commemorativo di 200 metri quadri con l’immagine dei giudici Falcone e Borsellino, uccisi dalla mafia vent’anni fa. Ai piedi del pannello la scritta ’9 maggio giorno della memoria’ e il simbolo della Repubblica italiana, mentre in alto a sinistra compaiono, sotto la scritta ‘per non dimenticare’, i nomi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e dei componenti delle due scorte uccisi nei due attentati del 1992. All’iniziativa – promossa dal presidente del tribunale, Livia Pomodoro, e dal presidente della Corte d’appello Giovanni Canzio- hanno aderito tutti i rappresentati del Consiglio giudiziario e dell’Associazione nazionale magistrati.

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fonte milano.repubblica.it

Roma, il 25 aprile dei partigiani. “Ma non invitiamo le istituzioni”

25 Aprile 1945

Caricato da in data 05/dic/2011

per ricordare la resistenza. Musica: “Anni di frontiera” dei nomadi

Roma, il 25 aprile dei partigiani
“Ma non invitiamo le istituzioni”

L’Anpi ha deciso di non chiedere la partecipazione a Comune, Provincia e Regione “per evitare le contestazioni degli anni passati”. E questa volta ci sarà anche un corteo dall’Arco di Costantino a Porta San Paolo. “E’ necessario fare di più per ricordare chi è morto per la democrazia”

Roma, il 25 aprile dei partigiani "Ma non invitiamo le istituzioni" Mario Bottazzi, presidente sezione Anpi del II municipio

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ROMAA tre giorni dalle celebrazioni per l’anniversario della Liberazione, a Roma è polemica. Da una parte l’ANPI, l’associazione nazionale dei partigiani, dall’altra le istituzioni, o almeno una parte. Secondo Mario Bottazzi, il partigiano contestato ieri durante un’assemblea in un liceo romano, ”il direttivo ha deciso di non invitare ne’ il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ne’ la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini” per evitare le contestazioni degli anni passati.

Immediata la precisazione dell’ANPI Roma che, per voce del suo vicepresidente Ernesto Nassi, sottolinea che ”non abbiamo invitato alcuna istituzione”. Notizia poi confermata in serata anche dall’entourage del presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti. L’amministrazione provinciale, secondo quanto si è appreso, valuterà nei prossimi giorni l’eventuale partecipazione del presidente.

Dalla Regione Lazio, intanto, la Polverini ”prende atto” della decisione dell’Anpi dicendosi ”dispiaciuta”. Sulla sua partecipazione alla manifestazione di mercoledi’ prossimo precisa: ”A questo punto ci riflettiamo… io sono andata il primo anno nel quale ero presidente e mi sono presa anche la contestazione (fischi, urla e lancio di frutta, ndr). Lo scorso anno non andai proprio per evitare a loro momenti di tensione. Però il fatto di non mandare un invito è un’altra cosa”.

E dal leader della Destra Francesco Storace arriva un consiglio ad Alemanno e Polverini: ”E’ inutile andare appresso a chi odia l’altro”. Intanto in città fervono i preparativi per le celebrazioni del 25 aprile. Dopo due anni di manifestazione stanziale, torna il corteo che partirà alle 9,30 dall’Arco di Costantino e si concluderà a Porta San Paolo, dove da anni vengono ricordati i caduti della Resistenza. Una dedica particolare sarà rivolta ai partigiani scomparsi recentemente, primo fra tutti Sasà Bentivegna.

Proprio l’assenza di Comune e Regione ai funerali di quest’ultimo ha fatto irritare l’ANPI. ”La Polverini non si e’ presentata, mentre un funzionario del Comune con la fascia giallorossa è arrivato solo a fine celebrazione – ricorda Nassi -. E’ stato un comportamento discutibile. Hanno perso una grande occasione”.

Per le celebrazioni di quest’anno, sottolinea il vicepresidente dell’ANPI Roma, ”vogliamo vedere come risponderanno le istituzioni e la città stessa. In un momento come questo, con le contestazioni e le minacce, c’è bisogno di una partecipazione di massa”. ”A nostro avviso – conclude – è necessario fare di più per ricordare chi è morto per la democrazia, così come è stato fatto negli anni per le vittime della Shoah”.

Intanto questa mattina i Giovani Democratici si sono riuniti in via Rasella, luogo-simbolo della Resistenza romana, per ”ricordare quanto accaduto per le generazioni future, per riaffermare i valori dell’antifascismo”. E proprio sull’attentato organizzato dai partigiani dei Gap dove morirono 32 SS, è intervenuto ancora Storace, invitando il sindaco Alemanno ad un ”gesto di destra”: ”Deporre un semplice mazzo di fiori in ricordo di un ragazzino tredicenne, Pietro Zuccheretti, assassinato nell’eccidio”.

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AUGURI RITA! – La Montalcini compie 103 anni


Il premio Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini (Ansa)

Rita Levi Montalcini compie 103 anni

Gli auguri di Napolitano al premio Nobel per la medicina

Solo “un brindisi con i più stretti collaboratori”, per festeggiare i 103 anni del premio Nobel Rita Levi Montalcini. La professoressa, nata a Torino il 22 aprile 1909, “non vuole grandi festeggiamenti”

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Roma, 22 aprile 2012 - Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso alla senatrice Rita Levi Montalcini i più affettuosi auguri per il suo compleanno. E’ quanto si legge in una nota.

Un “brindisi con i più stretti collaboratori”, per festeggiare i 103 anni del premio Nobel Rita Levi Montalcini. La professoressa, nata a Torino il 22 aprile 1909, “non vuole grandi festeggiamenti”, ma si concederà “un brindisi, e magari un po’ di torta, circondata dai suoi più stretti collaboratori”.

D’altronde l’abitudine a mangiare come un uccellino, confessata da lei stessa qualche anno fa, “è sempre la stessa”, spiegano i collaboratori. Come anche “l’interesse per le notizie a livello politico e sulla vita del Paese”, mentre l’energia ha subito un calo, specie dopo l’incidente in casa che le aveva provocato una frattura del femore qualche anno fa.

Il premio Nobel nella sua intensa carriere dopo aver studiato medicina all’università di Torino, a 20 anni entra nella scuola medica dell’istologo Giuseppe Levi e inizia gli studi sul sistema nervoso che avrebbe proseguito per tutta la sua vita, salvo alcune brevi interruzioni nel periodo della Seconda guerra mondiale.

Si laurea nel 1936, e nel 1951-1952 scopre il fattore di crescita nervoso noto come Ngf (Nerve Growth Factor), che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Per circa 30 anni prosegue le ricerche su questa molecola proteica e sul suo meccanismo d’azione, per le quali nel 1986 viene insignita del Premio Nobel per la medicina insieme allo statunitense Stanley Cohen.

La scienziata è stata nominata senatore a vita dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 1 agosto del 2001. Nel corso degli anni si è battuta più volte a favore dei giovani scienziati e continua a far sentire la sua voce: l’ultima iniziativa risale al marzo scorso, quando ha rivolto un appello al Governo Monti insieme al senatore Ignazio Marino (Pd), “affinché non cancelli il futuro di tanti giovani ricercatori, che coltivano la speranza di poter fare ricerca in Italia. Il decreto legge sulle semplificazioni cancella i principi di trasparenza e merito alla base delle norme che dal 2006 hanno consentito di finanziare i progetti di ricerca dei giovani scienziati under 40 attraverso il meccanismo della ‘peer review’, la valutazione tra pari”.

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PARTIGIANI – 68 anni fa la strage della Benedicta

Caricato da in data 29/feb/2008

Da qualunque parte vi si salga le Capanne di Marcarolo sono un luogo deserto e selvaggio,chiamate cosi’proprio per i miseri rifugi per viandanti che sonol’unica costruzione nel raggio di kilometri.
Sulla strada nella nebbia appare un luogo dove uomini e donne normali affrontarono la storia che era ed e’ troppo grande per essere compresa.97 di loro pagarono con la vita il desiderio di una vita degna e libera.il loro sangue e’ sparso tra le ghiande dei boschi:La’ tra quei monti disabitati e sperduti e’ nata l’Italia,un pezzo della mia liberta’.Quella casa,quel ruscello,quell’albero,quelle fosse sono pregne del loro spirito che giace trafitto,ma sorridente per la vittoria di non essere morti invano.

VENTO DEL NORD .

Cumuli bui nel buio

notturno

dietro saette di sangue

vanno vengono stanno .

Frugano in cerca d’un cuore ,

parrebbe ,

e cozzano e il loro fragore

percuote e schianta il pianeta .

Nel sonno gemono gli uomini ,

inquieti .

Un bimbo ha gridato :

- Piove rosso , stanotte !-

la mamma s’è alzata

e piangeva per lui .

Ragazze si torcono , in sogno ,

braccate da lupi nel vento .

Tic-tac

fecero i loro cuori

con lo schianto del temporale .

Fuori bolliva una grandine fitta ,

schiumava sui vetri :

ricordava ai pochi superstiti

il fuoco della mitragliatrice .

In casa del fucilato gemeva la moglie :

- E il cervello ?

Chi l’ha raccolto , il cervello ,

nel fosso ?

Ora quest’acqua l’impasta col fango .

Mettete il suo cervello con lui ,

nella bara-.

I tuoni scrollavano i tetti ,

la pioggia balzava e fumava sui selci

della città .

Gli amanti aprirono gli occhi :

-Caro-

lei piano diceva a lui nell’orecchio ,

-qui sei ?-

- Qui sono-ma aveva vergogna

di essere lì a dirlo . E l’amato ,pensava :

- Qui sono ,

e non appeso a un uncino

vestito di rabbia bavosa ,

scagliato qua e là nella notte

da questo vento

a battere come una campana

l’ora della nostra vendetta

con i miei fratelli del Nord .

- Questo vento , questo-

sussurrò allora l’amata ,

-è questo il vento del Nord ?-

Pioventi fantasmi

gocciando dalle finestre sconnesse

risposero cercando il suo letto :

-Si-.

Ed ella mordeva tremando la spalla dell’uomo .

A quel crosciare di acque

un vecchio accendeva

un lumino ,

per leggere parole di fede ;

ma i fulmini gli distraevan lo sguardo

dai caratteri troppo minuti .

Prese un giornale e :

Massacro, distruzione, rapina

erano le parole del giorno .

Crollando lo stanchissimo capo

a ogni tuono sussultava gridando :

-Assassino ! Assassino !-

Da molto tempo una così imbrattata notte

di sangue e boati ,

di giustizia cruenta ,

subito battezzata ed assolta

dal cielo

non era toccata in sorte al paese .

-Domani- tutti anelavano ,

-domani avremo un bellissimo giorno .

Ma tali notti son lunghe .

Ci fu un tempo a che lo sentissero

gli animali

impennati davanti alle greppie ;

i galli chiocciarono come galline

i cani scavarono il fango ululando

cavalli sudarono di terrore.

Ci fu un tempo per i carcerati

di battere i capi entro la cella ,

di rodere i muri , mangiarli ,

per trovare uno scampo alla giustizia ;

mentre giustizia grondando

in nembo del settentrione cielo

li avvolgeva .

Ci fu un tempo per tutta la paura ,

per la speranza ,

in quel notturno vento di temporale .

All’alba :

-Pioveva rosso , stanotte !-

di nuovo ha gridato il bambino .

-Dormi-canta la mamma ,

-ancora un poco dormi , figlio.

L’acqua fa bene ai fiori .

Il vento spazza la terra .

Domani è tutto nuovo , tuo .

Dormi , piccino . 29 aprile 1945 ( Paola Masino )

Recupero delle salme dei caduti
Trasporto a valle delle bare dei martiri della Benedicta (maggio 1945)

68 anni fa la strage della Benedicta

La storia di un eccidio nazifascista compiuto nella provincia di Alessandria durante la guerra di Liberazione

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Il 7 aprile 1944 ingenti forze nazifasciste circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i partigiani e colpirono duramente i giovani, spesso impossibilitati a difendersi per la mancanza di un adeguato armamento e di esperienza militare. Il rastrellamento proseguì per tutto il giorno e nella notte successiva. Molti partigiani, sfruttando la conoscenza del territorio, riuscirono a filtrare tra le maglie del rastrellamento, ma per centinaia di loro compagni non ci fu scampo.
In diverse fasi i nazifascisti fucilarono 147 partigiani, altri caddero in combattimento; altri partigiani, fatti prigionieri, furono poi fucilati, il 19 maggio, al Passo del Turchino.

Altri 400 partigiani furono catturati e avviati alla deportazione (quasi tutti a Mauthausen), ma 200 di loro riuscirono fortunosamente a fuggire, mentre i loro compagni lasciarono la vita nei campi di concentramento.

Il rastrellamento della Benedicta, che nelle intenzioni dei nazisti e dei fascisti avrebbe dovuto fare terra bruciata intorno alla resistenza, non riuscì tuttavia a piegare lo spirito popolare. Anzi, proprio dalle ceneri della Benedicta il movimento partigiano, dopo aver avviato una riflessione anche spietata sugli errori compiuti, riuscì a riprendere vigore: la divisione “Mingo”, attiva nell’ovadese, ebbe tra i suoi promotori proprio alcuni degli scampati alla Benedicta. Altri partigiani continuarono la loro esperienza in formazioni della Val Borbera e in altre divisioni partigiane dell’appennino alessandrino.

Nel 1996 il Presidente della Repubblica ha conferito alla Provincia di Alessandria la medaglia d’oro al valore militare per l’attività partigiana, con una motivazione che fa espresso riferimento all’eccidio della Benedicta come evento emblematico della Resistenza del nostro territorio.

dal sito dell’Associazione “Memoria della Benedicta”

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fonte articolo
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Emilio CASALINI “Cini”
comandante 5° distaccamento della III Brigata Liguria

Un canto nato alla Benedicta: Siamo i ribelli della montagna  
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di Franco Castelli
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Il canzoniere partigiano , come hanno ormai chiarito gli etnomusicologi, si compone essenzialmente di rielaborazioni, adattamenti, parodie di motivi precedenti, appartenenti alla tradizione militare o popolare, a inni del movimento operaio nazionale o internazionale, a canzonette di consumo. Pochi i canti originali, nel testo e nella melodia. Uno di questi è nato sui monti della nostra provincia, in circostanze drammatiche che è giusto far conoscere. Se Fischia il vento viene composto su un’aria sovietica, se Pietà l’è morta modifica attualizzandolo il testo di un canto alpino del 1915-18, se Bella ciao nasce dopo la Resistenza su un antico motivo di ballata, uno dei più intensi e significativi inni partigiani, Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna), viene creato nel marzo del 1944 sull’Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi “Liguria” dislocati alla cascina Grilla con il comandante Emilio Casalini “Cini”.

Sulle circostanze e modalità reali della genesi di questo originale canto della Resistenza, disponiamo della testimonianza diretta di Carlo De Menech, allora diciottenne commissario politico del distaccamento.

Ad un certo punto avvertiamo la necessità di creare qualcosa che riguardi noi e tutti i giovani dela nostra generazione, esaltandone la Resistenza in aderenza alla realtà della lotta che conduciamo. Sarà la nostra storia e traccerà le dure vicende della vita partigiana e gli ideali che la sostengono. Su questi presupposti Cini prende l’iniziativa e un bel giorno comincia a scrivere delle parole su un foglio di carta biancastra da impaccare; in mancanza di tavolo, utilizza una grossa pietra posta all’ingresso della “caserma”, che serviva ai contadini per battervi le castagne, e noi facciamo circolo attorno a lui proponendo e sugerendo vocaboli e argomenti. Dopo alcuni giorni la bozza è stesa (…). In distaccamento c’è uno studente di musica, ventenne, Lanfranco, al quale viene consegnato il testo delle parole che si porta appresso durante il servizio di sentinella sul monte Pracaban; al ritorno, le note sono vergate su un pezzo di carta da pacchi (…).

Siamo i ribelli della montagna, con la sua originalità del testo e della musica, diventa così la nostra canzone, la canzone del 5° distaccamento, in cui si potrà riconoscere la storia di tanti altri giovani che, come noi, hanno scelto la montagna e la libertà.

Carlo De Menech, Siamo i ribelli della montagna, dattiloscritto inedito (1975), depositato presso l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria.

Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì sull’aride montagne
cercando libertà fra rupe e rupe
contro la schiavitù del suol tradito.
Lasciammo case, scuole ed officine
mutammo in caserme le vecchie cascine
armammo le mani di bombe e mitraglia
temprammo i muscoli e i cuori in battaglia.

Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir.

Di giustizia è la nostra disciplina
libertà è l’idea che ci avvicina
rosso sangue, il color della bandiera
siam d’Italia l’armata forte e fiera.
Sulle strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate
provammo l’ardor per la grande riscossa
sentimmo l’amor per la patria nostra.

Siamo i ribelli della montagna…

E’ un testo per molti aspetti paradigmatico, e per i contenuti, e per la qualità della sua “scrittura”, che rivela un certo grado di cultura. Sin dall’incipit denuncia la sua origine urbano-metropolitana (genovese, per la precisione) tracciando quella simbolica opposizione “belle città/aride montagne” che appare come lo specimen della traiettoria di una rivolta politico-morale partita dalla città ma vissuta nella campagna, nel paesaggio aspro e selvaggio dei monti. I principi ideali che animano la lotta partigiana (giustizia, libertà, fede in un mondo migliore) si conquistano a duro prezzo (“viviam di stenti e di patimenti”) alla severa scuola della montagna, in cui si dissolvono come per incanto differenze sociali, privilegi, egoismi.

Nel tono generale del canto, nella sua stessa melodia baldanzosa, in certe formule testuali, paiono rinvenirsi suggestioni, moduli e stilemi risorgimentali, alla Mameli (vedi “la schiavitù del suol tradito” o “l’ardor per la grande riscossa”). Dalle belle città è una canzone fresca, giovane, piena di vento e di speranza, in cui si sente vibrare la tensione utopica e la grande carica di idealità civile e politica che animò la stagione partigiana. E’ commovente pensare che appena qualche settimana dopo la composizione di questo inno, sull’altopiano del Tobbio si abbattè un uragano di ferro e di fuoco, e molti di quei coraggiosi “ribelli della montagna” finirono fucilati alla Benedicta o al passo del Turchino, braccati sui monti come belve, uccisi in battaglia o deportati nei campi di sterminio.

Con i sopravvissuti, sopravvisse anche il canto, che divenne il simbolo della rivincita morale contro la ferocia del nemico, il segnale della riscossa partigiana, e come inno della rinata Divisione “Mingo” accompagnò il movimento di liberazione ligure-piemontese sino alla vittoria finale .

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Clicca qui per la versione dei Ratti della Sabina

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fonte


HASTA SIEMPRE! – Fidel Castro compie 85 anni, Cuba in festa / VIDEO: Fidel Castro cumple 85 años – Muchas razones a defender

http://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/chefidel1.jpg?w=289
¡Viva la Revolución Cubana
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Fidel Castro cumple 85 años – Muchas razones a defender

Caricato da in data 12/ago/2011

El 13 de Agosto de 2011 cumple 85 años el líder revolucionario Fidel Alejandro Castro Ruz, que será homenajeado por la Fundación Guayasamín y decenas de artistas de toda Latinoamérica en el festejo denominado “Serenata de la Fidelidad” en el Teatro Karl Marx de la ciudad de La Habana, Cuba.

En la Serenata, que se extenderá hasta la medianoche, actuarán entre otros la cantante cubana Omara Portuondo, la argentina Liliana Herrero, la venezolana Cecilia Todd, Braulio López o el grupo ecuatoriano Pueblo Nuevo. Presentes, también, el trovador argentino Raly Barrionuevo, el paraguayo Ricardo Flecha, el chileno Pancho Villa, el venezolano Grupo de Música Llanera, la búlgara Yordanka Kristova, la peruana Marcela Pérez, y los cubanos Vicente Feliú, Raúl Torres, Tony Ávila, Tomasita Quiala, Héctor Gutiérrez, Danilo Vázquez, el duo Buena Fe y los grupos Moncada, Anónimo Consejo, Cándido Fabré y su banda y María Victoria.

Fidel Castro compie 85 anni, Cuba in festa

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Diego Armando Maradona gli dedica il pensiero di ‘un monumento grande come il mondo’

13 agosto, 15:59
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Di Francisco Forteza

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BUENOS AIRES – Cuba festeggia il compleanno di Fidel Castro, che oggi spegnerà 85 candeline con una “Serenata de la Fidelidad”, mentre guarda al futuro nell’attesa del rinnovamento. Intanto, Diego Armando Maradona, da sempre grande amico di Fidel, dedica al lider maximo il pensiero di “un monumento grande come il mondo”. Resta saldo nelle mani di Raul Castro e degli ‘anziani’ il futuro dell’isola, dove in tanti guardano con speranza alle nuove generazioni.

Dei sei designati dal lider maximo nel luglio 2006, quando lasciò il potere a causa delle sue condizioni di salute, i più giovani erano il vicepresidente Carlos Lage Davila, 50 anni, e il ministro degli esteri Felipe Perez Roque, 46. A questi si aggiungeva Carlos Valenciaga, 36 anni. Ma quando il parlamento nel 2008 espresse il governo, Lage, Roque e Valenciaga, i tre esponenti della cosiddetta “nuova generazione”, tra i più citati dalle analisti internazionali tra i possibili delfini, non vennero eletti. Nella compagine guidata dall’ottuagenario Raul Castro furono invece designate personalità “storiche”, soprattutto ex combattenti di oltre 75 anni, che avevano fatto la guerriglia nella Sierra Maestra contribuendo a rovesciare il potere del dittatore Fulgencio Batista. “Il paese sconta l’assenza di una riserva di sostituti debitamente preparati” aveva affermato in quell’occasione Raul, che aveva anche aggiunto: “In questi anni saranno formati nuovi quadri politici che prenderanno la guida del Paese”. Così Cuba, che con affetto domani spegnerà le 85 candeline del suo lider, ora attende il momento del rinnovamento. E mentre 22 musicisti provenienti da vari paesi si preparano a esibirsi al Teatro Karl Marx dell’Avana per una “Serenata de la Fidelidad”, Diego Armando Maradona, neo allenatore di una squadra di Dubai, negli Emirati arabi uniti, in un’intervista sottolinea come a Fidel Castro andrebbe eretto “un monumento grande come il mondo”. “Ci sono 14 milioni di africani che non hanno un pezzo di pane – dice Maradona -. Ma c’é ancora chi dà del figlio di puttana a Fidel Castro perché i cubani mangiano un piatto di riso con patate. Ma mangiano tutti, e questo è l’esempio da emulare”.

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fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/08/13/visualizza_new.html_755600359.html

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e il mensile di emergencyLa copertina del numero di agosto
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Ecco il numero di agosto, in edicola

GRAZIE TIM, SEI UN GRANDE! – Il giorno in cui il mondo scoprì Internet

GRAZIE TIM, SEI UN GRANDE!


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Il giorno in cui il mondo scoprì Internet

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di JUAN CARLOS DE MARTIN http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQxGjnax0S0NA7KPrr7h87ZKzJ6KooQfxnN4owvE6PmdDmlu_g

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Precisamente vent’anni fa, il 6 agosto 1991, un ricercatore trentaseienne del Cern di Ginevra pubblicava un annuncio come tanti in un gruppo di discussione su Internet. Tim Berners-Lee, questo era il suo nome, si rivolgeva agli appassionati di ipertesti per informarli di un progetto chiamato «WorldWideWeb» a cui lavorava dal marzo 1989. L’annuncio spiegava in breve l’idea di base, diceva da dove scaricare una prima versione del software e riportava l’indirizzo di quello che ora sappiamo essere il primo «sito Web» della storia: http://info.cern.ch/hypertext. In quel pomeriggio d’estate Tim BernersLee non poteva certamente immaginare di innescare una rivoluzione che nel giro di pochi anni avrebbe portato la Rete nella vita di miliardi di persone. Non che la Rete nel 1991 non ci fosse, anzi c’era già da più un ventennio.

Ma era ancora quasi esclusivamente il dominio di ricercatori ed entusiasti, che già facevano cose molto avanzate per l’epoca (quanti sanno che le prime telefonate online risalgono agli Anni 70?), ma spesso in maniera macchinosa e comunque usando modalità che i non esperti trovavano – giustamente – poco intuitive. Tim Berners-Lee genialmente inventa uno strato di software (noto agli iniziati come HTML e HTTP) che, collocandosi sopra Internet, standardizza il modo con cui pubblicare, richiamare e collegare tra loro contenuti online. Il risultato è che la pubblicazione, la ricerca e la fruizione di contenuti su Rete diventano immensamente più intuitive di prima, spalancando le porte della Rete a un uso di massa. Sembra una questione meramente tecnica, ma è invece una rivoluzione. Una rivoluzione che Tim BernersLee ha cura di tenere in sintonia con lo spirito di Internet. Il ricercatore ginevrino, infatti, plasma il Web rispettando la natura decentralizzata di Internet: tutti possono non solo leggere il contenuto, ma anche accedere al modo in cui è stato codificato, per permettere una più rapida crescita collettiva basata sull’imitazione. E, soprattutto, tutti possono pubblicare: Wikipedia era ancora lontana dall’essere anche solo immaginata, eppure fin dai primi vagiti il Web è – grazie alla ferma convinzione di Berners-Lee – «read-write», ovvero «leggi-e-scrivi».

Inoltre Tim Berners-Lee, come già avevano fatto gli inventori di Internet, la sua invenzione la dedica al pubblico dominio, ovvero, la regala a tutti noi. Brevettando la sua straordinaria invenzione Tim BernersLee sapeva bene che avrebbe potuto diventare immensamente ricco e unirsi agli Steve Jobs e ai Bill Gates del mondo. Ma come gli inventori di Internet prima di lui, Tim sapeva bene che il prezzo di una tale scelta sarebbe stata probabilmente l’esclusione di milioni, forse di miliardi di persone dagli innumerevoli benefici della Rete. E’ anche per questo motivo che da tutto il mondo c’è stata in questi anni una gara a coprire Tim Berners-Lee di dottorati onorari, titoli nobiliari e premi. Ora Sir Tim Berners-Lee – è baronetto dal 2004 – vive a Boston dove dirige il WWW Consortium, un gruppo di esperti al lavoro per trovare sempre nuovi modi per espandere le potenzialità della Rete. L’ultimo loro prodotto è chiamato HTML5, un linguaggio di presentazione di contenuti digitali molto avanzato che promette di far fare al Web un nuovo importante balzo in avanti. Potremmo dire che l’HTML5 è il bisnipote di quell’HTML che Tim presentava quietamente al mondo vent’anni fa. Ma nonostante siano ormai passati vent’anni è bello sapere che siamo ancora solo all’inizio. Grazie, Sir Tim.

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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06 agosto 2011

fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9067

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