Google “fa paura”: anche l’Italia chiede rimozione contenuti

Google “fa paura”: anche l’Italia chiede rimozione contenuti
Dalla cancellazione del video contro Berlusconi alle 934 richieste negli ultimi tempi
.
Google fa paura. Il motore di ricerca più popolare al mondo intimorisce governi, aziende e leaders di mezzo mondo.
Ogni settimana Mountain View incassa migliaia di richieste di cancellazione di contenuti “scomodi” o “lesivi”.
E’ proprio la creatura di Larry Page a rivelarlo in un report sulla trasparenza con tanto di mappa allegata. Le domande arrivano da organi di polizia, governi, privati e semplici cittadini.
Fioccano le richieste in particolare nei Paesi occidentalizzati: Usa in testa, seguono Italia, Gran Bretagna, Spagna. Sono ridotte al minimo le domande dagli Stati dove la democrazia, di per sé, non costituisce un problema.
Google non accoglie ogni segnalazione ma cerca di contemperare i diritti dei richiedenti, degli utenti e dei consumatori del Web in generale.
«TOGLIETE IL VIDEO CONTRO BERLUSCONI»
Dall’Italia, ancora sotto il Governo Berlusconi, parte un’insolita richiesta. La Polizia di Stato, scrive Google nel suo report, chiede di rimuovere da Youtube un video che critica il primo ministro e simula un suo assassinio con un fucile. Detto, fatto. Google risponde alla richiesta e fa piazza pulita del filmato.
Pian piano si fanno avanti sempre più richieste di questo tipo. Google ha registrato 36 domande di rimozione di contenuti fino a qualche tempo fa perché diffamatorie, lesive della privacy, dai contenuti volgari ed offensivi, critici nei confronti del Governo.
Il Bel Paese però non si è limitato a questo. Ha chiesto anche di ottenere informazioni (molte delle quali per necessità investigative) sui profili di 1236 utenti.
Stesse richieste arrivano dagli Stati Uniti che hanno inoltrato ben 92 domande di rimozione di contenuti “scomodi” e ben 5950 richieste di dati. Anche il Regno Unito si è dato da fare con 65 richieste di rimozione e 1279 richieste di dati.
In altri Paesi come la Cina, invece i numeri sono in calo: solo 3 le richieste di rimozione di contenuti così come in Russia sono meno di 10.
OCCHIO AL COPYRIGHT
Non sono di certo mancate le richieste di rimozione di contenuti lesivi dei diritti d’autore. Per questa fattispecie, Mountain View, ha applicato una disciplina di controllo più serrata: eliminando sì i contenuti ma dopo aver verificato che essi realmente infrangano il Digital Millennium Copyright Act (la legge sul copyright).
In particolare nell’ultimo mese sono arrivate 1255,402 richieste di rimozione di urls (indirizzi web), 24.372 domande di rimozione di domini da parte di aziende o siti web giapponesi, cinesi, polacchi, americani. Tra i richiedenti ci sono gli arcinoti Youtube e Facebook.
.
fonte primadanoi.it
fonte immagine
Italiani? Ma quale brava gente…

Brava gente
.
Edward Kojo Akanor è un ghanese di 67 anni che abita a Verona e nonostante due infarti e un ictus continua a lavorare all’aeroporto di Villafranca fino all’ultimo giorno di vita per mandare soldi in Africa, dove sono rimaste la moglie paralitica e la figlia Matilda. Il 25 aprile il signor Edward muore e la famiglia di commercianti veronesi per i quali negli ultimi anni è stato anche più di un parente gli organizza i funerali: il 26 maggio, così da dar tempo alla figlia di ottenere il visto. Matilda si presenta alla nostra ambasciata di Accra con i timbri in regola, eppure le rispondono che manca un requisito essenziale: non è abbastanza ricca per andare ai funerali di suo padre. La giovane donna trasecola: in Ghana ho un lavoro, dice. Sì, ma lo stipendio è basso, replica il funzionario, chi ci garantisce che, scaduto il visto, lei non rimanga a Verona? Il fatto che qui ho una mamma paralitica di cui nessun altro si può occupare, insiste lei, e ciascuno avvertirà l’umiliazione di questo dialogo.
Fra le tante caselle che ogni burocrate è chiamato a sbarrare sui documenti, quella del buonsenso non c’è. Andrebbe aggiunta a mano, ma per farlo servono coraggio e un po’ di umanità, e non tutti ne sono provvisti. Perciò la famiglia italiana che si è accollata le spese della trasferta di Matilda ha scritto all’ambasciatore in persona, «pregandolo umilmente» di intervenire. I funerali sono domani e voglio ancora credere nel miracolo. Altrimenti la prossima volta che sentirò qualcuno dire «italiani brava gente» dal cuore mi uscirà una dolentissima pernacchia.
.
fonte lastampa.it
fonte immagine
La storia vera delle finte radio di partito: il Governo ha tagliato i rimborsi previsti per le radio locali ma continua a regalare milioni alle radio “di partito”

fonte immagine
La storia vera delle finte radio di partito
Ucciderne mille per mantenerne sei: il Governo ha tagliato i rimborsi previsti per le radio locali ma continua a regalare milioni alle cosiddette radio “di partito”. Contributi diretti, che arrivano al 70% delle spese messe a bilancio
.
di Paolo Soglia
.
LE IMPRESE RADIOFONICHE DI PARTITO – Molto si è parlato delle ruberie perpetrate dai finti giornali di partito: per accedere ai contributi bastavano uno o due parlamentari compiacenti che dichiarassero (solo sulla carta) di rappresentare un movimento fittizio poi, come per incanto, compariva un giornale che ne diventava “organo” intascando i rimborsi.
La legge editoria però prevede che i contributi possano essere: “corrisposti alternativamente per un quotidiano, un periodico o un’impresa radiofonica..”. Quando per i giornali venne abrogata la possibilità di ricevere i contributi col giochino del deputato disponibile, ci si dimenticò di fare lo stesso per il settore radio-tv.
L’INTERVENTO DEL GOVERNO PRODI – Nel 2007 il claudicante Governo Prodi pensò di intervenire stabilendo che anche le radio dovevano quantomeno: “essere organi di partiti politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o due rappresentanti nel Parlamento europeo, eletti nelle liste di movimento…”. Subito dopo, però, ecco arrivare il salvagente per i furbetti. Nella stessa legge si stabilisce infatti che le emittenti “di partito” già inserite in graduatoria: “continuano a percepire in via transitoria con le medesime procedure i contributi stessi, fino alla ridefinizione dei requisiti di accesso”. Insomma, per chi ha già intascato continua la cuccagna e sparisce addirittura la scocciatura di cercarsi un onorevole che di anno in anno firmi la dichiarazione da allegare alla domanda.
In via transitoria, si capisce, d’altronde in Italia nulla è più stabile del transitorio…

Marco Pannella ai microfoni di Radio Radicale – fonte immagine
RADIO RADICALE E ECORADIO – Dal 2004 al 2009 i contribuenti italiani hanno versato nelle casse di sei radio “di partito” circa 60 milioni di euro. In cima al podio, tra i fortunati vincitori della lotteria (sempre gli stessi) c’è Radio Radicale, voce della lista di “Marco Pannella”. Oltre alle decine di milioni erogati per un servizio di diretta parlamentare che fa pure la Rai, riceverà anche quest’anno più di 4 milioni di euro.
Le radio di partito “verosimili”, diciamo così, sarebbero finite qui: esiste anche Radio Padania ma i leghisti, gente accorta, preferiscono incassare i contributi per il giornale “La Padania” che costa ben di più…
A seguire troviamo Ecoradio, un’invenzione dei Verdi di Pecoraro Scanio che entra nel club grazie alle firme dei deputati ambientalisti Cento e Lion a nome del “Movimento politico Italia e libertà”. I verdi si sfaldano, non così la scatola da soldi che passa a tal Marco Lamonica, proprietario di Ecomedia Spa, “voce” del movimento “ComunicAmbiente” (e chi non lo conosce…) che sta per incassare 3 milioni e 274 mila euro. Tra i deputati che si sono alternati negli anni a metter la firma per garantire i finanziamenti a Ecoradio troviamo Massimo Fundarò (Verdi), Cinzia Dato (Ulivo), Mauro Libè (Udc) e Sandro Gozi (Pd).
In sei anni Ecomedia Spa ha portato a casa ben 18 milioni e 445 mila euro. Le spese di Ecoradio sono aumentate negli anni a dismisura: non così gli occupati che anzi son calati drasticamente. Dulcis in fundo, l’anno scorso il giudice del Lavoro ha condannato Ecomedia per comportamento antisindacale. Insomma, soldi spesi bene…
RADIO CITTÀ FUTURA - Ottima performance anche per Radio Città Futura di Roma. L’ex emittente della sinistra extraparlamentare dopo tante vicissitudini è finita da alcuni anni nell’orbita di una nota agenzia di stampa radiofonica, storicamente vicina al Pd. Magicamente è diventata anche organo del movimento “Roma idee”. I rimborsi sono lievitati dai 366 mila euro del 2004 ai 2 milioni e 182 mila euro nel 2009. Tutto reso possibile dalle firme pesanti date a suo tempo da due nomi grossi del Pd, Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti.
La rappresentanza del movimento “Roma Idee” ha fruttato a Rcf in sei anni oltre 10 milioni di euro. Quel movimento ovviamente esiste solo sulla carta, ma come idea per intascare soldi dallo Stato non è niente male…
RADIO VENETO UNO E RADIO GALILEO – A metà classifica, con 496 mila euro, troviamo Radio Veneto 1 di Treviso di proprietà di Tr.ad Sas di tal Roberto Ghizzo, rappresentante del movimento “Liga fronte veneto nord-est Europa”. A “garantire” in questo caso sono prima il parlamentare leghista Antonio Serena e poi Simonetta Rubinato (Pd). Quasi lo stesso importo prende Radio Galileo di Terni, gestita dall’omonima cooperativa, che si è dichiarata “organo” di “Cittaperta” per gentile concessione del senatore Pd Leopoldo Di Girolamo. I contribuenti per finanziare questi famosissimi movimenti politici hanno già staccato un assegno rispettivamente di 3 milioni 227 mila euro e 2 milioni 412 mila euro.
RADIONDAVERDE – L’ultima ruota del carro è Radiondaverde di Cremona diventata organo del movimento “A viva voce” grazie alle firme dei deputati ulivisti Lucia Codurelli e Daniele Marantelli. Per il 2009 prenderà 170 mila euro. Poveretti, una vera e propria elemosina, che comunque negli anni ha fruttato un gruzzoletto di quasi un milione di euro. Piccolo neo: a dicembre 2010 il Gip Guido Salvini, nell’ambito di un’inchiesta su una megatruffa perpetrata da alcuni editori emiliani e lombardi sui contributi editoria, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare anche per l’amministratrice di Radiondaverde Raffaella Storti.Accusa successivamente archiviata e i soldi continuano ad arrivare…
SPENDING REVIEW? – Ora il Governo Monti ha abbassato la percentuale del rimborso alle (finte) radio di partito dal 70% al 40% (che può però arrivare al 50% se hanno poca pubblicità). Bene, anzi male, malissimo. Vorrà dire che invece di regalare dieci milioni di euro all’anno ne regaleranno “solo” sette.
Altro che spending review, i tecnici adottano la stessa linea di Tremonti: tagli lineari che limano i contributi a questi sedicenti “organi”, ma non mettono minimamente in discussione la legittimità a riceverli. Sarebbe invece il momento di presentare il conto, destinando risorse solo agli aventi diritto e non a chi prospera sfruttando amicizie politiche, costi quel che costi, anche al prezzo di ambiguità, compromessi, o veri e propri sotterfugi.
Paolo Soglia
24 maggio 2012(ultima modifica: 25 maggio 2012 | 8:59)
.
fonte corriere.it
IN USA LA ‘RETE’ LA VOGLIONO KOSHER… – Le comunità ultra-ortodosse scendono in campo contro il «flagello» di Internet
Ma qualcuno, anche tra gli ultra-ortodossi, non è d’accordo…

Is Building a “Kosher Internet” Kosher? At What Point Does a Quest for Tzniut Become an Excuse for Thought Control?
B”H
M
___________________________________________
Le comunità ultra-ortodosse scendono in campo contro il «flagello» di Internet
In 60mila, da tutto il nord est Usa per denunciare i «mali della Rete». Fuori dallo stadio organizzata la protesta contro i leader
.
di Andrea Marinelli
.

NEW YORK – Domenica sera il Citi Field, stadio dei New York Mets, sarà tutto esaurito. Ad affollare le tribune dell’impianto non saranno però i tifosi della squadra di baseball newyorkese, ma 40.000 ebrei ultraortodossi, arrivati da tutto il nord est degli Stati Uniti per dichiarare guerra a internet e per mettere in guardia i fedeli sui pericoli provocati dalle nuove tecnologie. Mentre i Mets scenderanno in campo a Toronto, nello stadio di Flushing Meadows, nel Queens, non rimbomberà dunque il rumore delle mazze di legno e delle palle di sughero né si sentiranno le voci degli arbitri urlare uno strike, un punto o un’eliminazione. Gli uomini delle comunità ultraortodosse ascolteranno invece in silenzio il monito degli organizzatori della manifestazione, il gruppo rabbinico Ichud Hakehillos Letohar Hamachane sostenuto da due importanti figure locali, Israel Portugal, rabbino di Borough Park, e Matisyahu Salomon, influente leader religioso di Lakewood, in New Jersey.
ONLINE MA CHE SIA «KOSHER» – I coordinatori dell’evento, che nel programma dell’iniziativa hanno definito internet un “flagello”, lanceranno dal Queens una campagna contro il web e denunceranno “il male della rete”, costituito non solo dalla pornografia ma anche dal tempo speso sui social network intaccando i rapporti sociali e familiari. Organizzata alla vigilia del primo giorno del mese ebraico di Sivan, giorno considerato favorevole all’apprendimento dei giovani, la manifestazione ha l’obiettivo di salvare le generazioni future dalle cosiddette malattie sociali e dall’esposizione al mondo laico, portati dalla tecnologia e dal web. Fin dagli anni novanta, quando internet cominciò a diffondersi, le comunità ultraortodosse hanno provato a proibire o filtrare la rete per proteggere regole e tradizioni messe in pericolo dal mondo moderno. Questa sera gli organizzatori cercheranno quindi una soluzione per mantenere kosher il tempo passato online.
ASSUEFAZIONE AL WEB – Durante la serata non si parlerà però di proibire internet, come ha voluto puntualizzare ad alcuni quotidiani americani Eytan Kobre, avvocato e portavoce degli organizzatori. Gli speaker si focalizzeranno piuttosto sui pericoli che una rete non controllata potrebbe rappresentare per la comunità, rischi che non vengono solo dalla pornografia ma anche dall’assuefazione al web che limiterebbe rapporti umani, studio e lettura. Kobre ha specificato inoltre che i membri della comunità usano sì internet e smartphone, ma per lavorare e gestire le proprie attività commerciali.
DIRETTA TV PER LE DONNE – L’evento ha richiamato una folla oceanica dalle comunità di Brooklyn, le principali del paese, e dal resto della east coast americana. Oltre al Citi Field è stato affittato anche l’adiacente Arthur Ashe Stadium, dove si disputano gli US Open di tennis, che verrà gremito da altre 20.000 persone. Tutti uomini, visto che la manifestazione a causa delle rigide regole religiose è vietata alle donne, che potranno però assistere a una diretta video nelle scuole di Borough Park e Flatbush, quartieri di Brooklyn popolati dai gruppi ultraortodossi.
UN MILIONE E MEZZO DI DOLLARI - L’organizzazione è costata circa un milione e mezzo di dollari, mentre i biglietti sono stati venduti a 10 dollari l’uno. Nonostante il tutto esaurito però è ancora possibile trovare tagliandi per assistere alla manifestazione, ma al triplo del prezzo e, paradossalmente, su eBay.
LA CONTESTAZIONE - I 60.000 di Flushing Meadows non saranno però soli questa sera. Fuori dagli stadi è stato infatti indetto un raduno per protestare contro i leader ultraortodossi, denominato «Internet non è il problema». Il rally è stato annunciato da Footsteps, organizzazione che fornisce sostegno a tutti coloro che hanno lasciato le comunità ultraortodosse e che devono affrontare le conseguenze della propria scelta, a cominciare dall’ostracismo delle famiglie. La manifestazione di Footsteps proverà a dimostrare che il problema delle comunità non è internet, quanto piuttosto l’atteggiamento sdegnato con cui sono stati insabbiati e coperti i numerosi casi di abusi sessuali su minori venuti a galla a Brooklyn negli ultimi anni.
.
fonte corriere.it
Obama apre alle nozze gay: «Devono essere legalizzate»

Obama apre alle nozze gay: «Devono essere legalizzate»
.
NEW YORK – «I matrimoni gay dovrebbero essere legali». Lo ha detto il presidente americano, Barack Obama, nel corso di una intervista alla Abc. «Ho tratto la conclusione che per me personalmente èimportante andare avanti ed affermare che ritengo come le coppie dello stesso sesso debbano potersi sposare», ha detto Obama, ricordando come negli anni abbia sempre difeso e portato avanti i diritti degli omosessuali. Per esempio abolendo il cosiddetto “Dont ask, don’t tell” che impediva ai militari gay di fare outing.
I divieti. Col 61% dei voti favorevoli al bando delle nozze gay, la Nord Carolina è diventata il trentesimo Stato negli Usa a introdurre tale divieto nella propria Costituzione. Mentre altri otto Stati vietano il matrimonio tra persone dello stesso sesso attraverso la legislazione ordinaria. È stata una legge firmata nel 1996 dall’allora presidente Bill Clinton a stabilire che la legalizzazione o meno delle nozze omosessuali deve essere decisa a livello dei singoli Stati. Mentre a livello di legislazione federale il matrimonio continua a essere definito come «una unione legale tra un uomo e una donna». Una definizione che in molti, a partire dalle associazioni per la difesa dei diritti di gay e lesbiche, vorrebbero fosse cambiata per iniziativa della Casa Bianca.
Sei Stati. Attualmente sono sei gli Stati dell’Unione che hanno legalizzato le nozze gay: New York, Iowa, Connecticut, Massachussets, New Hampshire, Vermont. Nessun problema per i matrimoni tra persone dello stesso sesso anche nel District of Columbia, dove si trova la capitale Washington. Gli Stati in cui da anni si assiste a un estenuante braccio di ferro per l’introduzione dei matrimoni gay sono soprattutto la California, lo Stato di Washington, il Maryland e il New Jersey (dove ultimamente il governatore repubblicano ha posto il veto sulla decisone del Parlamento). Il prossimo referendum per le legalizzazione è previsto in Maine.
.
fonte ilmessaggero.it
Il raduno a Washington: “Vogliamo essere rispettati”, ecco la Woodstock degli atei / Images from the Reason Rally, Washington DC, 24 March 2012
Images from the Reason Rally, Washington DC, 24 March 2012
“Vogliamo essere rispettati”
ecco la Woodstock degli atei
Il raduno a Washington: “Pregiudizi contro di noi”. Per i giornali è stata la più grande manifestazione di non credenti nella storia. Gli organizzatori: “34 milioni di americani non aderiscono ad alcuna religione, il 15% della popolazione”
.
dall’inviato di Repubblica FEDERICO RAMPINI
.
La manifestazione a Washington
SAN FRANCISCO – “Vogliamo che siano rispettati i nostri diritti costituzionali, siamo cittadini americani come gli altri”. Lo slogan si alza – compostamente – da una piccola folla che si è radunata nonostante la pioggia, nella vasta spianata del National Mall di Washington, tra il Congresso e la Casa Bianca. Non è una minoranza etnica, non sono gay. E’ il Reason Rally, il Raduno della Ragione. L’hanno battezzato anche la Woodstock degli atei. “La più grande manifestazione di non credenti nella storia” l’ha annunciata pomposamente il Washington Post.
L’America osserva incredula. Va bene i gay, ma ora perfino gli atei osano venire “out of the closet”, fuori dall’armadio, ribellandosi alla clandestinità? Non è certo un raduno oceanico, ma un paio di migliaia di persone hanno davvero osato l’impensabile, indossando impermeabili e galosce, per ascoltare i comizi dei maitres-à-penser dell’ateismo.
C’è Richard Dawkins, scienziato biogenetico autore dei celebri saggi “Il gene egoista” e “L’illusione di Dio”. C’è l’astrofisico Lawrence Krauss rinomato per i suoi studi sull’origine dell’universo. C’è una rockband, Bad Religion, che fa onore al suo nome.
Per David Niose, promotore della manifestazione nonché presidente dell’Associazione americana umanisti, la “questione atea” è cosa seria. “L’American Religious Survey – osserva Niose – che è il più accurato censimento delle credenze religiose, stima a 34 milioni gli americani che non aderiscono ad alcuna religione, cioè il 15% della popolazione. Hanno un orientamento politico prevalente: atei, agnostici e non-credenti hanno votato per il 75% in favore di Barack Obama nel 2008. Poche constituency sono così compatte. Eppure anche i politici di sinistra li ignorano”.
Il grido di dolore è comprensibile. Dal 1980, da quando Ronald Reagan fece della Moral Majority il fulcro della forza conservatrice, la destra si è identificata sempre più strettamente con le correnti religiose integraliste; ma anche i politici democratici hanno cercato di corteggiare i fedeli. Dal predicatore Jimmy Carter, a Bill Clinton e Barack Obama, ogni presidente democratico ha dato prove pubbliche della propria religiosità.
L’America ha già eletto un cattolico di origini irlandesi (John Kennedy), il primo presidente nero della storia, e quest’anno potrebbe anche eleggere un mormone, Mitt Romney, esponente di una chiesa che fino a non molto tempo fa esaltava la poligamia. A livello locale e parlamentare, molti politici gay ormai professano apertamente la propria omosessualità. Solo per un ateo forse sarebbe impossibile candidarsi alla Casa Bianca.
Al Raduno della Ragione un solo parlamentare ha osato farsi vedere: Pete Stark, democratico californiano. Poca cosa rispetto alla schiera di politici repubblicani che si fanno sostenere dai pastori evangelici nei comizi elettorali. Ma anche la sinistra radicale ha le sue alleanze di ferro con la religione: da Martin Luther King ai suoi seguaci odierni Jesse Jackson e Al Sharpton, la politica afroamericana è quasi “in appalto” a pastori protestanti. La marcia degli atei per farsi accettare è tutta in salita.
Alla Woodstock atea è intervenuto Nate Phelps, figlio del famigerato pastore della Westboro Baptist Chrch. Il padre Fred va ai funerali dei militari con striscioni che dicono “Dio li ha voluti morti per castigare l’America dei suoi peccati. Dio odia i froci” (sic). Nate Phelps, ateo, si batte per “vincere il terribile pregiudizio secondo cui chi non crede in Dio non ha una morale”. Se davvero la religione bastasse a renderci migliori, osserva Niose, “perché l’America ha le diseguaglianze sociali più estreme della sua storia?”.
.
fonte articolo
Lavoro, Camusso: colpiti i più deboli Napolitano: la riforma non è solo l’art. 18. La Cgil verso 16 ore di sciopero
Italian Gothic
Lavoro, Camusso: colpiti i più deboli
Napolitano: la riforma non è solo l’art. 18
La Cgil verso 16 ore di sciopero: rischio licenziamenti indiscriminati, ci rivolgeremo al Parlamento. Bonanni: compromesso migliorabile. Angeletti: trattativa ancora aperta. Monti: questione chiusa. D’Alema: testo pericoloso e confuso
.
ROMA – Ultimi dettagli nella riforma del mercato del lavoro, in attesa della chiusura che potrebbe arrivare venerdì, anche se l’accordo raggiunto ieri è di massima e la Cgil ha detto no alla riforma dell’articolo 18, proponendo un pacchetto di 16 ore di sciopero (di cui 8 generale). Domani alle 16 incontro decisivo sulla riforma del lavoro fra il ministro Fornero e la parti sociali. Parla invece del raggiungimento di una mediazione ragionevole il leader della Cisl, Raffaele Bonanni.
Camusso all’attacco. Monti «vuole poter dire che in Italia si licenzierà più facilmente»: nel pomeriggio arriva il duro intervento di Susanna Camusso, che sottolinea che «siamo di fronte a un esecutivo che scarica su lavoratori, pensionandi e pensionati» il risanamento e mostra «di non aver attenzione alla coesione sociale». La riforma dell’articolo 18 , che «non potrà essere applicata al settore pubblico», porta con sé «il rischio di un uso indiscriminato dei licenziamenti economici. Per noi la partita non è chiusa, ci rivolgeremo al Parlamento». «Non si può contrabbandare la necessità di nuove regole per il mercato del lavoro come il fatto che questo porta a una crescita del Paese», ha aggiunto, giudicando comunque positive alcune misure sulla flessibilità in entrata, ma rinviando il giudizio complessivo sulla riforma a quando vedrà la riforma più nel dettaglio. In mattinata Camusso aveva dichiarato che «la Cgil farà tutto ciò che serve per contrastare la riforma del mercato del lavoro. Farà le mobilitazioni necessarie, non sarà una cosa di breve periodo»
Sciopero. «Quando conosceremo l’iter parlamentare individueremo la data per lo sciopero generale», ha affermato la Camusso, riferendosi al pacchetto di sedici ore di sciopero contro le norme del governo per la riforma del lavoro e in particolare per l’articolo 18. «Il primo pacchetto di otto ore sarà per assemblee nei luoghi di lavoro, le altre otto ore, in un’unica giornata con manifestazioni territoriali, le articoleremo in ragione dei tempi e dei modi della discussione parlamentare».
Napolitano. «La riforma del mercato del lavoro non può essere identificata con la sola modifica dell’articolo 18: per poter dare un giudizio bisogna vedere il quadro di insieme – ha detto oggi il presidente Napolitano – Tutti sanno che domani ci sarà un incontro per meglio definire le riforme. E quindi è bene attendere il risultato di domani». Il presidente ha invitato tutte le parti alla moderazione spiegando che in queste ore ci deve essere «attenzione e misura nel giudizio da parte di tutti. Poi, naturalmente, dopo che il governo avrà dato la forma legislativa ai provvedimenti conseguenti, la parola passerà al Parlamento». «Abbiamo e avremo e risorse limitate. Dobbiamo capirlo tutti. Non possiamo scaricare questa montagna di debito pubblico sui giovani», ha aggiunto Napolitano nel pomeriggio da Vernazza, nel suo intervento al convegno sulla tutela del territorio. Il presidente ha ricordato che «con meno interessi da pagare potremmo avere 10, 20, 30 miliardi di euro da destinare alle priorità. La riduzione selettiva della spesa pubblica è la strada maestra. Non è vero -ha sottolineato- che non esistono priorità, sarebbe la negazione della politica».
Ue: riforma degna di sostegno. La Ue sostiene la riforma del lavoro italiana: «Ha intenzione di dinamizzare il mercato del lavoro, corrisponde al nostro obiettivo di creare un mercato più dinamico e la sua direzione è degna di sostegno» ha detto oggi il commissario Ue all’Occupazione Lazlo Andor.
Il governo va avanti, anche senza il consenso della Cgil. Dopo giorni di trattative serrate, la proposta che ieri il premier Mario Monti e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, hanno messo sul tavolo nel vertice a Palazzo Chigi prevede una consistente manutenzione dell’articolo 18. Il governo propone (tutti i dettagli sui licenziamenti) di lasciare il reintegro per i soli licenziamenti discriminatori mentre per i disciplinari ci sarà l’indennizzo o il reintegro; per gli economici solo l’indennizzo. Il reintegro nel posto di lavoro sarà possibile nei casi di licenziamento disciplinare considerato illegittimo dal giudice «nei casi gravi». L’indennità andrà da un minimo di 15 mesi a un massimo di 27 mesi tenendo conto dell’anzianità. «Né oggi né giovedì verrà firmato un accordo», ha detto Monti, riferendosi al nuovo incontro in calendario il 22, ribadendo che con le parti c’è stata «una consultazione», che «l’interlocutore principale è il Parlamento» e che «nessuno ha potere di veto. La Cgil ha espresso il proprio dissenso sull’articolo 18, tutti gli altri hanno espresso il loro consenso, quindi su questo per quanto riguarda il governo la questione è chiusa» e questo vuol dire che la proposta legislativa nel prossimo incontro fra il ministro Fornero e le parti sociali «non è più sottoposta a esame o analisi».
Bonanni. «Mi sembrava che Susanna Camusso volesse trovare una soluzione insieme a Cisl e Uil fino all’altro ieri, poi non capisco cosa sia successo» ha detto il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, secondo il quale sull’articolo 18 si è trovato un «compromesso onorevole». In serata, però, dal leader Cisl arriva una frenata: «Abbiamo trovato un compromesso che può essere ancora migliorato, se il Parlamento ci dà una mano noi gli diamo una mano. Stiamo lavorando in queste ore e abbiamo ancora due-tre giorni di tempo per modificare e migliorare il testo, perché non è definito». Lo afferma il leader della Cisl, Raffaele Bonanni.
Angeletti. L’assenso della Uil alla riforma del lavoro proposta dal governo è condizionata all’introduzione di modifiche. A ribadirlo è il segretario generale Luigi Angeletti, che in materia di articolo 18 chiede che venga prevista una verifica dei sindacati sulle motivazioni dei licenziamenti economici. Per la Uil, sottolinea Angeletti, la trattativa «non è chiusa» ma se non verranno apportate le modifiche richieste, «il nostro interlocutore diventa il Parlamento».
Pd. «E’ chiaro che su quel che c’è di buono nell’impostazione del governo – dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – e su quel che c’è da migliorare e da correggere, a questo punto dovrà pronunciarsi seriamente il Parlamento». In ogni caso, aggiunge, «non so se di accordo si può parlare». «Se devo concludere la vita dando il via libera alla monetizzazione del lavoro io non la concludo così. Non so come faremo ma dobbiamo chiedere dei passi avanti», è stato poi lo sfogo di Bersani. In serata arriva il duro intervento del presidente del Copasir: il testo sull’articolo 18 «è pericoloso e confuso» e «va migliorato»: così Massimo D’Alema al Tg3. «Non si stabilisce chi è che valuta se il licenziamento è discriminatorio, disciplinare o economico, occorre un vaglio, ad esempio in Germania è una valutazione affidata al giudice. Non si può lasciare solo all’impresa la decisione».
Rosy Bindi. «Questo governo è sostenuto da diverse forze politiche e può andare avanti se rispetta la dignità di tutte le forze che lo sostengono», ha detto il presidente del Pd Rosy Bindi chiede che «il Parlamento sia davvero sovrano e possa modificare profondamente la riforma del lavoro». «Accogliamo volentieri l’invito del presidente Napolitano – afferma Bindi – a guardare tutta la riforma e proprio per questo in Parlamento va profondamente modificata, perché introduce la libertà di licenziare ma non fa passi avanti sui precari, le donne ed i giovani». Per Bindi il governo dovrebbe ascoltare il Pd: «nella cena di giovedì scorso si era concordato che si concludesse l’accordo con tutte le parti sociali», ha concluso.
Casini: migliorare la riforma ma non annacquarla. «La riforma del mercato del lavoro è un atto coraggioso – sostiene il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini – La si può migliorare in Parlamento, ma non può essere né annacquata né svilita in alcun modo». Parlando della trattativa, Casini sottolinea che «è inevitabile andare avanti, anche se spiace che la Cgil abbia abbandonato il tavolo. Il presidente del Consiglio ha fatto bene ad andare avanti, ha dimostrato coraggio e può contare su una solida maggioranza in Parlamento. In ogni caso auspico che si sappia distinguere tra la legittima protesta e un clima di violenza che non può trovare alcuno spazio».
Alfano: trovato equilibrio, non arretrare. «Con questa riforma l’Italia va avanti – sostiene il segretario del Pdl, Angelino Alfano – ed era giusto che andasse avanti perché si trovava indietro in tutte le classifiche europee e internazionali. Noi difenderemo questa riforma. Sull’articolo 18 si è trovato un buon punto di equilibrio sul quale non si deve arretrare in Parlamento».
Idv: pronti a un Vietnam parlamentare. «Diciamo al presidente del Consiglio che l’Italia dei Valori non starà a guardare – dice il portavoce dell’Idv, Leoluca Orlando – e che farà tutto quanto è in suo potere per evitare questo scempio dei diritti. Siamo pronti a un Vietnam parlamentare e a scendere in piazza con i lavoratori e i disoccupati».
Fiom: pronti a tutto, follia su articolo 18. «Una follia che cancella l’articolo 18» sostiene il leader della Fiom, Maurizio Landini, secondo cui la riforma sul lavoro «non riduce la precarietà, non estende gli ammortizzatori, ma rende solo più facili i licenziamenti. La contrasteremo con ogni mezzo, con ogni forma di protesta democratica, nelle fabbriche e nel Paese. Non è da escludere alcuna iniziativa». Landini sottolinea la «gravità del provvedimento» a partire dall’articolo 18: «Si dà la libertà alle imprese di licenziare senza giusta causa, con un po’ di soldi il padrone caccia il lavoratore fuori dalle fabbriche. Così si violano i principi costituzionali. Ma anche il resto di riforma ha ben poco e non crea un posto di lavoro che sia uno. Chiediamo ai partiti di cambiare la riforma».
Ichino: la riforma ci avvicina all’Europa. «La legislazione del lavoro in Italia e il suo totale disallineamento rispetto al resto d’Europa è uno degli ostacoli maggiori al nostro sviluppo – ha detto il senatore del Pd e giuslavorista Pietro Ichino -. L’allinearsi alla legislazione europea su questo terreno e alle sue tecniche normative è una precondizione per riaprire l’Italia a investimenti di cui abbiamo vitale bisogno. Vivere questo progetto di riforma dell’articolo 18 come una medicina amara e indigesta da ingerire con il naso tappato da parte del Pd a me sembra molto fuori luogo. E’ necessario combattere prioritariamente una battaglia contro il dualismo del mercato tra protetti e non protetti. Questa battaglia è il cuore di questo progetto del governo Monti che attinge in larga parte a materiale programmatico elaborato in questi anni all’interno del Pd».
Girato su un barcone, accusa l’Italia. Nel film documentario «Mare chiuso» ecco le storie dei profughi fatti tornare indietro
Le testimonianze di eritrei, etiopi e somali raccolte da Andrea Segre e Stefano Liberti
In un video con il telefonino i migranti portati a Gheddafi
Girato su un barcone, accusa l’Italia. Nel film documentario «Mare chiuso» ecco le storie dei profughi fatti tornare indietro
.

.
«Ci state gettando nelle mani degli assassini… Dei mangiatori di uomini…». Così gli eritrei fermati su un barcone supplicarono i militari italiani che li stavano riconsegnando ai soldati di Gheddafi. Avevano diritto all’asilo, quegli eritrei: furono respinti prima di poterlo dimostrare. C’è un video, di quell’operazione. Girato con un telefonino. Un video che conferma le accuse che due settimane fa hanno portato la Corte dei diritti umani di Strasburgo a condannare l’Italia.
Quel video, miracolosamente sottratto alle perquisizioni dei gendarmi italiani e libici, messo in salvo e gelosamente custodito per due anni nella speranza che un giorno potesse servire, è oggi il cuore di un film documentario che uscirà domani. Si intitola «Mare chiuso», è stato girato da Stefano Liberti e Andrea Segre e racconta la storia di un gruppo di profughi, in gran parte eritrei e cristiani, in fuga dalla guerra che da troppo tempo si quieta e riesplode sconvolgendo la regione.
«Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia», raccontano gli autori. Lo scoppio della rivolta contro il tiranno libico, nel marzo 2011, cambiò tutto. Migliaia di poveretti rinchiusi nei famigerati campi di detenzione di Zliten o Tweisha o nella galera di Khasr El Bashir riuscirono a scappare. E tra questi «anche profughi etiopi, eritrei e somali vittime dei respingimenti italiani che raggiunsero in qualche modo il campo Unhcr delle Nazioni Unite per i rifugiati a Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati».
L’atto di accusa contro l’Italia per avere violato le regole del diritto d’asilo è una conferma della sentenza della Corte di Strasburgo. Il processo, come noto, aveva un punto di partenza preciso: il 6 maggio 2009 a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le nostre autorità intercettarono una nave con circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea tra cui bambini e donne incinte. Tutti caricati su navi italiane e riaccompagnati a Tripoli «senza essere prima identificati, ascoltati né informati preventivamente sulla loro effettiva destinazione».
Le regole, come inutilmente tentarono allora di ricordare l’alto commissariato Onu per i rifugiati, le organizzazioni umanitarie, molti uomini di chiesa e diversi giornali tra i quali Avvenire e il Corriere , erano infatti chiarissime. La Convenzione di Ginevra del 1951 dice che ha diritto all’asilo chi scappa per il «giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche». E l’articolo 10 della Costituzione conferma: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo».
Non bastasse, il direttore del Sisde Mario Mori, al comitato parlamentare di controllo, aveva chiarito com’erano trattati i profughi in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…». Oppure, stando alla denuncia dell’Osservatorio sulle vittime delle migrazioni «Fortress europe», venivano abbandonati a migliaia in mezzo al deserto del Sahara. Per non dire della sorte riservata alle prigioniere. Spiegò un comunicato del servizio informazione della Chiesa: «Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l’85% delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate». L’Osservatore Romano ribadì: «Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi è nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno».
Il film documentario di Liberti e Segre, attraverso testimonianze da far accapponare la pelle, ricostruisce appunto come il destino di tanti uomini, donne, bambini fu segnato dalla violazione di tutti i diritti di cui dovevano godere. Basta mettere a confronto le parole di tre protagonisti di questa storia.
Muammar Gheddafi: «Gli africani non hanno diritto all’asilo politico. Dicono solo bugie e menzogne. Questa gente vive nelle foreste, o nel deserto, e non hanno problemi politici». Silvio Berlusconi: «Abbiamo consegnato delle imbarcazioni al fine di riportare i migranti in territorio libico, dove possano facilmente adire l’agenzia delle Nazioni Unite per mostrare le loro situazioni personali e chiedere quindi il diritto di asilo in Italia». Un anziano somalo filmato in un campo profughi: «Era domenica quando ci hanno riportato a Tripoli. I libici ci hanno portati via con dei camion container e poi nel carcere di Khasr El Bashir. Ci hanno bastonato. Ci hanno picchiati. Ci hanno rinchiusi».
Una testimonianza confermata da Omer Ibrahim e Shishay Tesfay e Abdirahman e tanti altri. Del resto Laura Boldrini, la portavoce, ricorda che l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati aveva denunciato l’impossibilità di svolgere laggiù, in Libia, sotto il tallone di un tiranno come Gheddafi che non riconosceva la convenzione di Ginevra, quell’attività prevista dagli accordi: «Non avevamo neppure accesso ai campi di detenzione. A un certo punto ci chiusero, dicendo che non avevamo le carte in regola. Per poi riaprire col permesso di trattare solo le pratiche vecchie».
Ma è la storia di Semere Kahsay, uno dei giovani che stava su uno di quei barconi, il filo conduttore del film. Eritreo, cristiano, in fuga dalla guerra, con tutte le carte in regola per godere del diritto d’asilo, nell’aprile 2009 riuscì a caricare la moglie incinta, un paio di settimane prima del parto, su un barcone per Lampedusa. Poi, messi insieme ancora un po’ di soldi lavorando in Libia, si imbarcò per raggiungere la moglie e la figlioletta nata in Italia. Un viaggio infernale. Il barcone troppo carico. L’avaria. La fine della scorta di acqua. La paura. L’arrivo di un elicottero italiano. L’apparizione di una motovedetta: «Eravamo felici. Felici». Poi la delusione. L’irrigidimento dei militari. Il ritorno a Tripoli. Il sequestro di documenti. La riconsegna ai libici. Il tentativo disperato e inutile di spiegare il suo diritto all’asilo. La prigionia. La guerra. La fuga verso la Tunisia. I nuovi tentativi per ottenere lo status di rifugiato.
Semere l’ha avuto infine, quell’asilo che gli spettava e che secondo il Cavaliere avrebbe potuto «facilmente» avere in Libia andando all’apposito ufficio. Dopo due anni e mezzo d’inferno. E solo grazie alla guerra civile libica, alla fine di Gheddafi e all’aiuto per sbrigare le pratiche che gli hanno dato gli autori di Mare chiuso . Che l’hanno seguito passo passo fino al suo arrivo, agognato, in Italia. Dove ha potuto infine ritrovare la moglie, vedere quella figlioletta mai conosciuta e regalarle, in lacrime, un chupa-chups.
14 marzo 2012 | 13:19
.
fonte articolo
________________________________________________________
E NOI ITALIANI SAPEVAMO…
Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico
Guarda il documentario “Come un uomo sulla Terra”
.
http://fortresseurope.blogspot.com di Gabriele Del Grande
.
SEBHA – “Con noi c’era un bambino di quattro anni con la madre, durante tutto il viaggio mi sono domandato: come si può mandare una madre con un bambino di quattro anni insieme ad altre cento persone stipate come animali in un camion come quelli per la frutta, dove non c’è aria e dove stavamo stretti stretti, senza spazio per muoversi, per 21 ore di viaggio, dove le persone urinavano e defecavano davanti a tutti perché non c’era altra possibilità? Abbiamo viaggiato dalle 16:00 alle 13:00 del giorno dopo. Durante il giorno ogni volta che l’autista faceva una sosta per mangiare noi rimanevamo chiusi dentro il rimorchio sotto il sole. Mancava l’aria e tutti si alzavano in preda al panico perché non si respirava e volevamo scendere. Guardare il bambino ci faceva coraggio. Quando il camion si fermava lo prendevamo e lo mettevamo vicino al finestrino. Si chiamava Adam. Il camion si è fermato almeno tre volte nel deserto per far mangiare gli autisti e per la preghiera… Verso l’una siamo arrivati a Kufrah… Quando sono sceso ho rubato il burro con il pane che tenevano appeso fuori dal container. Non avevamo mangiato per tutto il viaggio, eravamo 110 persone, compreso Adam di quattro anni e sua madre”
Menghistu non è l’unico a essere stato chiuso dentro un container e deportato. In Libia è la prassi. I container servono a smistare nei vari campi di detenzione i migranti arrestati sulle rotte per Lampedusa. Ne esistono di tre tipi. Il più piccolo è un pick-up furgonato. Quello medio è l’equivalente di un camioncino. E quello più grande è un vero e proprio container, blu, con tre feritoie per lato, trainato da un auto rimorchio. Quando un rifugiato eritreo, nella primavera del 2006, me ne parlò per la prima volta, stentai a crederlo. L’immagine di centinaia di uomini, donne e bambini rinchiusi dentro una scatola di ferro per essere concentrati in dei campi di detenzione e da lì deportati, mi rievocava i fantasmi della seconda guerra mondiale. Mi sembrava troppo. Ma la figura del container ritornava, come un marchio di autenticità, in tutte le storie di rifugiati transitati dalla Libia che avevo intervistato dopo di lui. Finché quei camion ho avuto modo di vederli con i miei occhi.
A Sebha ce n’è uno per ogni tipo. Siamo alle porte del grande deserto libico, nella capitale della storica regione del Fezzan. Da qui, fino al secolo scorso passavano le carovane che attraversavano il Sahara. Oggi alle carovane si sono sostituiti gli immigrati. Il colonnello Zarruq è il direttore del nuovo centro di detenzione della città. È stato inaugurato lo scorso 20 agosto. I tre capannoni si intravedono oltre il muro di cinta. Ognuno ha quattro camerate, in tutto il centro possono essere detenute fino a 1.000 persone. Nel parcheggio sterrato, è parcheggiato un camion con uno dei container utilizzati per lo smistamento degli immigrati detenuti. Con una pacca sulle spalle, il direttore mi invita a salire sulla motrice. Un Iveco Trakker 420, a sei ruote. Mi indica il tachimetro: 41.377 km. Nuovo di pacca. È rientrato ieri sera da Qatrun, a quattro ore di deserto da qui. A bordo c’erano 100 prigionieri, arrestati alla frontiera con il Niger. Entriamo nel container, dalle scale posteriori. L’ambiente è claustrofobico anche senza nessuno. Difficile immaginarsi cosa possa diventare con 100 o 200 persone ammassate una sull’altra in questa scatola di ferro. I raggi del sole filtrati dalla polvere illuminano le taniche di plastica vuote, a terra, sotto le panche di ferro. Su una c’è scritto Gambia.
L’acqua è il bagaglio essenziale per i migranti che attraversano il deserto. Ognuno prima di partire si porta dietro una o due taniche. Le riveste di juta per proteggerle dal sole e ci scrive su il proprio nome per riconoscerle una volta appese ai lati dei camion. Nelle traversate del Sahara la vita è appesa a un filo. Se il motore va in panne, se il camion si insabbia, o l’autista decide di abbandonare i passeggeri, è finita. Nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro che sabbia. Muoiono a decine ogni mese, ma le notizie filtrano difficilmente. Sulla stampa internazionale abbiamo censito almeno 1.621 vittime in tutto il Sahara. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, ogni viaggio conta i suoi morti. E ogni viaggio conta i suoi attacchi da parte di bande armate in Niger e Algeria.
Tra i cento migranti arrivati a Sebha nel container di ieri c’è anche una famiglia di Sikasso, in Mali. Padre, madre e bambino. Arrestati tre giorni prima, a Ghat, alla frontiera con l’Algeria. Li incontriamo nell’ufficio del direttore. Il piccolino ha otto anni, faceva la terza elementare. Il padre lo stringe affettuosamente tra le forti braccia, mentre racconta in arabo, al nostro interprete, che lui in Europa non ci voleva andare. Che era venuto a Sebha perché aveva già lavorato qui nel 2002, con una compagnia tedesca. Hanno con sé i passaporti, ma senza il visto libico. Nel campo sono chiusi in celle separate. Il bimbo sta con la madre. I loro nomi compaiono sulle liste dei prossimi aerei pronti a partire. Nei primi undici mesi dell’anno, soltanto da Sebha, hanno deportato più di 9.000 persone, soprattutto nigeriani, maliani, nigerini, ghanesi, senegalesi e burkinabé. Solo a novembre i rimpatri sono stati 1.120. Zarruq mi mostra l’elenco dei voli: 467 nigeriani deportati il 2 settembre, 420 maliani a metà novembre. Le ambasciate mandano qui i loro funzionari per identificare i propri cittadini, e poi si provvede al rimpatrio. Kabbiun e Ajouas hanno già incontrato l’ambasciata nigeriana. I piedi di Kabbiun sono scalzi. Lo hanno arrestato a Ghat, le scarpe le ha lasciate in mezzo al deserto. Ajouas invece viveva a Tripoli da sei anni. Nessuno di loro ha visto un giudice o un avvocato. Avviene tutto senza convalida e senza nessuna possibilità di presentare ricorso e tantomeno di chiedere asilo politico.
È il caso di Patrick. Viene dalla Repubblica democratica del Congo, recentemente tornata alle cronache per la crisi nella regione del Kivu. È stato arrestato un mese fa a Tripoli, mentre cercava lavoro alla giornata sotto i cavalcavia di Suq Thalatha. Possiamo parlare liberamente in francese, perché l’interprete non lo conosce. Mi porge un foglio spiegazzato dalla tasca. È il suo certificato di richiedente asilo politico. Rilasciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) a Tripoli, il nove ottobre 2007. Qua dentro è carta straccia. Come gli altri detenuti, Patrick non ha diritto di telefonare a nessuno, nemmeno all’Acnur. Se non trova prima i soldi per corrompere qualche poliziotto, anche lui, prima o poi, sarà deportato. E come lui i suoi compagni di cella. Sono camerate di otto metri per otto. I detenuti sono buttati per terra su stuoini e cartoni. La luce entra dalle vetrate in cima alle alte pareti. Ogni camerata è riempita con 60-70 persone. Stanno chiusi tutto il giorno, escono solo per i pasti, in un locale adibito a mensa, accanto a un piccolo chiosco dove i detenuti possono comprare bibite, dolci o medicine, sempre all’interno del muro di cinta.
Le compagnie aeree che si occupano delle deportazioni sono libiche: Ifriqiya e Buraq Air. I soldi pure, garantisce il direttore. Ma è difficile credergli. Dopotutto il rapporto della Commissione europea del dicembre 2004 parlava già allora di 47 voli di rimpatrio finanziati dall’Italia. Zarruq scuote il capo. Dice che da Roma hanno avuto soltanto due fuoristrada per il pattugliamento, con il progetto Across Sahara. E il nuovo centro di detenzione? Ha finanziato tutto la Libia, insiste. Ammette però che l’Italia si era impegnata a costruire un nuovo centro, e che la a sha‘abiyah, la municipalità, aveva anche predisposto un terreno. Ma poi non se ne è fatto niente. Intanto però il vecchio campo è stato restaurato e ampliato, grazie anche ai lavori forzati degli immigrati detenuti. Questo Zarruq non me lo può dire, ma sono voci che corrono tra i rimpatriati, dall’altro lato della frontiera, a Agadez, in Niger. Ad ogni modo, insiste, oggi tutti i rimpatri avvengono in aereo, anche quelli verso il Niger: Sono passati i tempi dei cosiddetti “rimpatri volontari”, quando, nel 2004, oltre 18.000 nigerini e non solo vennero caricati sui camion e abbandonati alla frontiera in pieno deserto, con le decine di vittime che ne seguirono a causa degli incidenti.
Ma Zarruq non ha intenzione di parlare di questo. E nemmeno il luogo tenente Ghrera. È lui il responsabile delle pattuglie nel Sahara. L’Italia e l’Europa si sono impegnate a finanziare alla Libia un sistema di controllo elettronico delle frontiere terrestri, firmato FinMeccanica. Lui alla sola idea sorride. Lavora nel deserto da 35 anni. Conosce bene il terreno. Per darci un’idea ci accompagna a Zellaf, 20 km a sud di Sebha. Ancora non siamo nel grande Sahara. Eppure davanti a noi non si vede che sabbia. I due fuoristrada, dopo una corsa a cento km all’ora sulle dune, fermano i motori. Ghrera e l’altro autista, ‘Ali, si lavano le mani nella sabbia. E si inginocchiano verso est. Dopo la preghiera, si riavvicinano. Controllare le rotte nel Sahara è impossibile, dice. Sono 5.000 km di deserto. Un’area troppo vasta e un terreno troppo accidentato Gli 89 autisti – quasi tutti libici – arrestati nei primi undici mesi del 2008 sono un’inezia rispetto alle migliaia di persone che attraversano il Sahara ogni anno. Alle missioni di pattugliamento partecipano gruppi di 10 fuoristrada. Stanno fuori per cinque giorni, ci spiega. Poi sorride. Ha trovato una bottiglia vuota di Gin, per terra. L’alcol in Libia è illegale. E infatti sulla bottiglia c’è scritto fabriqué au Niger, prodotto in Niger. Ghrera lancia la bottiglia nella sabbia, poco lontano. Non dice niente. I traffici non riguardano solo gli immigrati. Ci sono l’alcol, le sigarette, la droga, le armi. Prima di riaccendere il motore ribadisce il concetto: anche con il doppio delle pattuglie, il deserto rimane una porta aperta.
Il centro di detenzione di Sebha non è l’unico campo di detenzione al sud. Ce ne sono almeno altri cinque. Quelli di Shati, Qatrun, Ghat e Brak, nel sud ovest del paese, fanno capo a Sebha, nel senso che gli immigrati arrestati in queste località vengono poi smistati a Sebha dentro i container. L’altro campo si trova 800 km a sud est, a Kufrah, e lì vengono detenuti i rifugiati eritrei e etiopi in arrivo dal Sudan. È il carcere che gode della peggiore fama, tra gli stessi libici.
Mohamed Tarnish è il presidente dell’Organizzazione per i diritti umani, una ong libica finanziata dalla Fondazione di Saif al Islam Gheddafi, il primogenito del colonnello. Ci incontriamo al Caffè Sarayah, a due passi dalla Piazza Verde, a Tripoli. La sua organizzazione, sotto la guida del suo predecessore, Jum‘a Atigha, ha ottenuto il rilascio di circa 1.000 prigionieri politici e si è battuta per il miglioramento delle condizioni delle carceri libiche. Da un paio d’anni hanno accesso anche ai centri di detenzione degli immigrati. Ne hanno visitati sette. Ha la bocca cucita, davanti a noi c’è un funzionario dell’agenzia per la stampa estera del governo libico. Ma riesce comunque a farci capire che il centro di Kufrah è il peggiore. Le condizioni del vecchio fabbricato, il sovraffollamento, la scadenza del cibo e l’assenza di assistenza sanitaria.
Per capire il significato delle allusioni di Tarnish, rileggo le interviste fatte ai rifugiati eritrei ed etiopi nel 2007.“Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto” – “Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini” – “Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone” – “Di notte mi portavano in cortile. Mi chiedevano di fare le flessioni. Quando non ce la facevo più mi riempivano di calci e maledivano me e la mia religione cristiana” – “Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c’era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi” – “C’erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli” – “I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti”. È il ritratto di un girone infernale. Ma anche di un luogo di affari. Sì perché da un paio d’anni la polizia è solita vendere i detenuti agli stessi intermediari che poi li porteranno sul Mediterraneo. Il prezzo di un uomo si aggira sui 30 dinari, circa 18 euro.
Non sono stato autorizzato a visitare il centro di Kufrah e non ho potuto verificare di persona. Tuttavia il fatto che le versioni dei tanti rifugiati con cui ho parlato coincidano nel disegnare un luogo di abusi, violenze e torture, mi fa pensare che sia tutto vero. Nel 2004 la Commissione europea riferiva che l’Italia stava finanziando il centro di detenzione di Kufrah. Nel 2007 il governo Prodi smentiva la notizia, dicendo che si trattava di un centro di assistenza sanitaria. Poco importa. Dal 2003, Italia e Unione Europea finanziano operazioni di contrasto dell’immigrazione in Libia. La domanda è la seguente: perché fingono tutti di non sapere?
Nel 2005, il prefetto Mario Mori, ex direttore del Sisde, informava il Copaco: “I clandestini [in Libia, ndr.] vengono accalappiati come cani… e liberati in centri… dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi”. Ma i funzionari della polizia italiana sapevano già tutto. Già perché dal 2004 alcuni agenti fanno attività di formazione in Libia. E alcuni funzionari del ministero dell’Interno, hanno visitato in più occasioni i centri di detenzione libici, Kufrah compreso, limitandosi a non rilasciare dichiarazioni. E l’ipocrita Unione Europea? Il rapporto della Commissione europea del 2004, definisce le condizioni dei campi di detenzione libici “difficili” ma in fin dei conti “accettabili alla luce del contesto generale”. Tre anni dopo, nel maggio 2007, una delegazione di Frontex visitò il sud della Libia, compreso il carcere di Kufrah, per gettare le basi di una futura cooperazione. Indovinate cosa scrisse? “Abbiamo apprezzato tanto la diversità quanto la vastità del deserto”. Sulle condizioni del centro di detenzione però preferì sorvolare. Una dimenticanza?
[1] Testimonianza raccolta dalla scuola di italiano Asinitas, Roma, 2007
http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/frontiera-sahara-i-campi-di-detenzione.html
.
fonte articolo
IO SONO LIBERO – L’ultima battaglia di “Capitan Uncino”
Gianpiero Steccato
Caricato da limoneciucciato in data 26/dic/2008
Gianpiero Steccato, affetto dalla sindrome di locked-in apre il suo cuore e comunica con Voi. Un appello letto dalla figlia e disponibile in rete. http://www.piacenza2000.com.
L’ultima battaglia di “Capitan Uncino”

Giampiero Steccato con la figlia in un fotogramma tratto da Youtube
.
E’ morto a Piacenza Giampiero Steccato: ha lottato per sette anni contro la sindrome di Locked-in. Completamente paralizzato poteva comunicare con gli occhi
.
Accanto a lui fino all’ultimo la moglie Lucia, che era la sua voce, avendo creato il canale di comunicazione che permetteva a Steccato di esprimersi: lei recitava l’alfabeto (scorporato in vocali o consonanti, e sequenze) e lui con un quasi impercettibile movimento della bocca dava il segnale che quella era la lettera giusta. E via via, alla solerte ricerca della seconda lettera.
Nonostante la malattia Steccato, ex impiegato delle Ferrovie, non ha mai rinunciato alla voglia e al diritto di vivere: meno di un anno fa con l’amico Alessandro Bergonzoni, artista, comico e scrittore, era stato in cattedra a Genova e quindi alla Bicocca di Milano parlando di comunicazione. Già inchiodato alla sedia a rotelle e non vedente – la malattia lo colpì quando aveva 48 anni – ha scritto libri (firmandosi Capitan Uncino) e tenuto conferenze. L’ 11 marzo di due anni fa, accompagnato dai familiari, volò con un C-27J dell’Aeronautica militare a Roma per partecipare all’udienza generale a San Pietro e consegnare a Papa Benedetto XVI un messaggio per il «diritto alla vita».
Solo una delle sue ultime sfide non andrà in porto: doveva salire su un’imbarcazione speciale e veleggiare sulle onde ospite della Capitaneria di porto di Genova, ma non ne ha avuto il tempo. I funerali si svolgeranno domani alle 9.30 a Piacenza nella chiesa parrocchiale di San Corrado.
.
30 ottobre 2011
fonte: http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/427268/
_________________________________________________________________________________________________________________________________
COSA E’ LA CRISI? LEGGETE QUESTO SAGGIO
(clicca sull’immagine per scaricare il Pdf)
«Sei lesbica? Non puoi donare il sangue». Motivo? Rapporto sentimentale è considerato a rischio
Al centro trasfusionale dell’Umberto I
«Sei lesbica? Non puoi donare il sangue»
La denuncia di una 39enne: mandata via dal Policlinico perché vivo con una donna, sono considerata «a rischio». Ma l’ospedale: nessuna discriminazione sessuale

fonte immagine
.
ROMA – «Non puoi donare il sangue perché il tuo rapporto sentimentale è considerato a rischio». È la risposta che un sanitario, al Policlinico Umberto I di Roma, ha dato a un donna lesbica di 39 anni che ieri mattina era andata al centro trasfusionale dell’ospedale per donare il sangue. È stata lei stessa a riferire l’episodio.
CONVIVENTE – «È una cosa assurda e discriminatoria nei miei confronti», ha detto la donna, impiegata in uno studio di un commercialista, che abita a Roma e convive con la sua compagna da quattro mesi. «Vivo e ho rapporti stabili con lei da quattro mesi, quindi rientro nella possibilità di donare», ha osservato riferendosi al limite previsto, secondo quanto spiegato dai medici della struttura, per escludere fattori di rischio legati ai rapporti sessuali. «Prima non avevo mai donato il sangue – ha raccontato – Quando sono giunta negli uffici del centro trasfusionale mi hanno fatto parlare con una persona, credo un medico, il quale mi ha fatto una serie di domande private, anche sulla mia vita sessuale. Quando gli ho detto che sono omosessuale lui mi ha risposto che purtroppo non potevo donare il sangue in quanto il mio rapporto sentimentale è considerato ‘a rischiò per la trasmissione di malattie veneree. Ma io e la mia compagna siamo una coppia normale, ci amiamo e rispettiamo come e forse più di tante altre coppie».
«NESSUNA DISCRIMINAZIONE» – «Non esiste alcuna legge che vieta agli omosessuali di donare il sangue. In generale non possono farlo le persone ‘a rischiò. Pertanto è il medico che esegue la visita a stabilire se la persona è a rischio, sulla base di quello che gli viene riferito e, a sua coscienza, decide se possono esserci rischi per chi deve ricevere il sangue. Ovviamente ognuno è libero di avere la propria vita privata e non si giudica nessuno». Così il direttore del Centro trasfusionale del Policlinico Umberto I di Roma Gabriella Girelli replica alla denuncia della donna. «Bisogna in ogni caso – ha precisato – avere un rapporto stabile con una persona da quattro mesi, ma dopo aver somministrato un questionario il medico deve ‘reinvestigarè sulla situazione del potenziale donatore con un colloquio e valutare con scrupolo. L’omosessualità non è motivo di esclusione e bisognerebbe verificare nell’ambito del colloquio che cosa in realtà è emerso, ma c’è un segreto professionale da garantire». «A volte si esagera nello scrupolo, ma i rischi vanno valutati scrupolosamente – ha spiegato Girelli – È capitato addirittura che padri di bambini malati, che si erano proposti di donare il sangue, abbiano mentito. In quei casi avevamo avuto riscontri rassicuranti nel questionario e durante i colloqui, ma poi ai test del sangue, erano risultati positivi ad alcune malattie e solo dopo avevano ammesso». (fonte Ansa)
.
.
30 ottobre 2011
_________________________________________________________________________________________________________________________________
COSA E’ LA CRISI? LEGGETE QUESTO SAGGIO
(clicca sull’immagine per scaricare il Pdf)







































Commenti recenti