NO-TAV, BASSO PIEMONTE – Migliaia contro il Terzo Valico / VIDEO: 26 maggio 2012 ad Arquata Scrivia il Movimento No Terzo Valico invade le strade!
26 maggio 2012 ad Arquata Scrivia il Movimento No Terzo Valico invade le strade!
Pubblicato in data 26/mag/2012 da VocidellaMemoria
Ad Arquata Scrivia sabato 26 maggio 2012 un’unica voce da migliaia di manifestanti ha urlato una cosa ben chiara ai pochi che decidono sulla pelle di tutti: NO AL TERZO VALICO!
Poco importa se dalla Valpolcevera alla Val Lemme, passando per Arquata, Serravalle, Novi, Tortona, Pozzolo, Alessandria e Genova intere popolazioni dovrebbero pagare in denaro e scempio ambientale un’opera faraonica (115 milioni al chilometro), subire uno smarino che sarà probabilmente zeppo di amianto e non solo, il rischio più che concreto della devastazione di falde acquifere fondamentali, il proprio democratico dissenso ignorato se non disprezzato.
Il partito del tondino e del cemento ha ricevuto un messaggio netto e inequivocabile: GIU’ LE MANI DALLA NOSTRA TERRA!
Migliaia contro Terzo Valico
.
Arquata Scrivia - Ad Arquata Scrivia in migliaia hanno sfilato nella marcia No Tav contro il Terzo Valico , l’infrastruttura ferroviaria tra Piemonte e Liguria. Ad organizzare la manifestazione i comitati Scrivia e No Tav Terzo Valico.

fonte immagine
Secondo gli oppositori del progetto sulla linea Genova-Rotterdam la realizzazione della linea causerebbe gravi danni alle sorgenti, «con la dispersione da 13 a 16 mila metri cubi all’acqua dalla galleria» e alla salute dei cittadini per la diffusione delle fibre d’amianto contenute nel materiale di scavo.
Oltre agli esponenti dei movimenti locali, tra Piemonte e Liguria, ha partecipato anche una rappresentanza di valsusini del movimento contro la Torino-Lione: hanno marciato dietro lo striscione “Giù le mani dalla Valsusa”. Tantissime le bandiere bianche con il caratteristico treno crociato, tra vessilli di partiti, movimenti ed associazioni (Prc, Sel, Pdci, Movimento 5 Stelle, Legambiente, Wwf).
Presenti anche i No Gronda, la Fiom Cgil di Alessandria e vari comitati cittadini, come quello che difende villa Sanguineti a Genova, una scuola della Valpolcevera che rischia di chiudere per far posto ad un cantiere del Terzo Valico.
Tanta gente si è unita alla protesta. Circa quattromila le persone in piazza. Il corteo ha percorso l’area esterna di Arquata e si è svolto in modo pacifico. Presente il sindaco di Arquata Paolo Spineto. Nel suo discorso il primo cittadino ha detto: «Questa manifestazione pacifica ha dimostrato che il Terzo Valico non è un problema per l’ordine pubblico ma rappresenta un pericolo per le nostre terre». Il sindaco ha poi dato appuntamento al consiglio comunale “aperto al pubblico” che si terrà la prossima settimana.
La manifestazione si è conclusa nella piazza dei Caduti ad Arquata dove si trovano due fontane in cui scorre l’acqua delle fonti della frazione di Rigoroso, fonti che scomparirebbero con la realizzazione del Terzo Valico.
ALLA FORTEZZA DA BASSO – Lavoro, diritti e sostenibilità da domani, venerdì 25 maggio, a Firenze Terra Futura

fonte immagine
Lavoro, diritti e sostenibilità
da domani a Firenze Terra Futura
Si apre alla Fortezza da Basso la tre giorni dell’economia alternativa. Dibattiti, incontri e stand incentrari quest’anno sul tema dell’occupazione: “E’ ora che il sistema metta al primo posto la persona e i suoi diritti”
Una passata edizione di Terra Futura
.
FIRENZE – Si apre domani, venerdì 25 maggio, alla Fortezza da Basso di Firenze la nona edizione di Terra Futura, mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica, promossa da Fondazione culturale Responsabilità etica per il sistema Banca Etica, Regione Toscana e Adescoop-Agenzia dell’economia sociale, insieme ai partner Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete e Legambiente.
Quest’anno al centro della tre giorni (la manifestazione si chiude il 27) il tema del lavoro. Fitto il calendario di incontri e dibattiti che affronteranno la questione dai molti punti di vista possibili. “Lavoro e legalità” investigherà il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel tessuto socioeconomico e politico della Penisola, “lavoro e crisi” metterà al centro scenari e proposte per rilanciare l’economia e l’industria in Italia, “lavoro e benessere” si interrogherà sulla necessità di andare oltre il paradigma della crescita e del Pil come unico metro di misurazione e, infine, “sviluppo sostenibile” evidenzierà le prospettive e le esperienze concrete per rendere effettiva una riconversione ecologica dell’economia.
“Si continua a parlare di spread, di andamento della borsa e di cosa servirebbe per ridare fiducia ai mercati, come se la finanza fosse più importante dell’economia reale - commenta Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale Responsabilità etica – con le istituzioni europee e internazionali che chiedono alle lavoratrici e ai lavoratori di pagare il conto della crisi. Terra Futura legge la realtà secondo un’ottica opposta e domanda, con forza, che la priorità dell’agenda politica sia il lavoro, che la finanza si ridimensioni e torni ad essere mezzo a servizio dell’economia reale, che il sistema metta al primo posto la persona e i suoi diritti nel rispetto della sostenibilità ambientale. Non è più tollerabile che il lavoro venga sacrificato sull’altare della finanza, nel suo valore di fattore di sviluppo economico ma anche sociale”.
Lunga e prestigiosa la lista degli ospiti attesi: si va da Mario Agostinelli, portavoce per il Contratto mondiale per l’energia e il clima, a Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, da Aldo Bonomi, vicepresidente di Confindustria con delega alle politiche territoriali, a Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, da Walter Ganapini, ambientalista, a Enrico Giovannini, presidente Istat, da Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, Esther Guluma, neoeletta presidente di Fairtrade International, da Marco Revelli, sociologo a Corrado Passera, ministro dello Sviluppo economico. Il programma completo dell’evento può essere consultato sul sito terrafutura.it
Completano la manifestazione diverse le sezioni tematiche della vasta rassegna espositiva (con le ultime novità del settore e i progetti più innovativi) dedicate a finanza etica ed economia sostenibile, consumo critico, impegno per la pace, welfare, e solidarietà sociale, cittadinanza attiva e partecipazione, tutela dell’ambiente, energie alternative, commercio equo, agricoltura biologica, edilizia e mobilità sostenibili e turismo responsabile.
.
fonte repubblica.it
DOMENICA 20 MAGGIO: Ingresso libero nelle 118 oasi Wwf

Una domenica nella natura con la giornata delle oasi Wwf
Aperte gratuitamente le 118 aree naturali protette delle Penisola. E’ il più grande “parco diffuso d’Europa”: 37 mila ettari di alberi, piante, uccelli e animali in pericolo di estinzione. L’obiettivo quest’anno è finanziare tre zone costiere a rischio in Sardegna, Puglia e Veneto
.
Una domenica dedicata alla natura e al paesaggio. Per la Giornata nazionale delle Oasi, in programma domani 20 maggio, ingresso libero alle 118 aree protette del Wwf in tutta Italia, insieme alle 27 riserve del Corpo Forestale dello Stato. Sarà possibile così visitare gratuitamente questo patrimonio di habitat e biodiversità, dalle Alpi alla Sicilia.
Le Oasi del Wwf rappresentano il più grande sistema di aree protette d’Europa e coprono in totale un’estensione di 37 mila ettari. Ogni anno sono visitate da circa 400 mila persone, in particolare giovani e studenti. La gestione costa oltre tre milioni di euro, provenienti da enti pubblici, aziende, contributi e donazioni di privati, investimenti della stessa associazione.
L’edizione 2012 della Giornata nazionale (il programma completo, regione per regione, è pubblicato sul sito www.wwf.it 1) si propone di raccogliere fondi per realizzare in particolare tre obiettivi concreti. Il primo è la costituzione di una nuova Oasi ad Arbus, in Sardegna, un paradiso naturale di dune sabbiose e macchia mediterranea, minacciato dal taglio dei ginepri secolari e dall’attraversamento dei fuoristrada. Poi, la bonifica della’incantevole spiaggia che costeggia la Riserva naturale Le Cesine, nel Salento (Puglia), dove i rifiuti trasportati dal mare e mai rimossi hanno praticamente ricoperto la sabbia con uno strato di plastica, danneggiando la vegetazione e gli animali. E infine, il terzo obiettivo è quello di riforestare e riqualificare le zone umide dell’Oasi Golena di Panarella in Veneto, sul Delta del Po, che d’inverno ospita oltre centomila uccelli migratori.
Si possono donare 2 euro inviando un sms o chiamando il numero 45503 oppure, fino al 26 maggio, presso gli sportelli UniCredit.
.
fonte repubblica.it
fonte immagine
Nikola Tesla, un genio di cui non si parla mai abbastanza
Elena e d io abbiamo appena finito di vedere il film ‘Il segreto di Nikola Tesla’, film che raccomandiamo assolutamente di vedere; lascia sgomenti il sapere, e il capire, come la nostra vita, e quella delle generazioni future, poteva essere molto diversa se l’avidità e le ‘ragioni’ dettate dal consumismo non l’avessero fatta da padroni. Tesla, per noi, non era uno sconosciuto, come inventore (ma lui preferiva definirsi ‘scopritore’, essendo già le risorse tutte presenti in Natura, e di cui lui studiava solo le applicazioni pratiche) e scienziato, ma lo scoprire la vastità, e la profondità, delle sue intuizioni ci ha lasciati sconvolti e amareggiati. Non sappiamo se siamo ancora in tempo, ma varrebbe la pena di tentare di mettere in pratica i suoi progetti per costruire un futuro diverso. Un futuro che è nel passato, e che dobbiamo solo ‘raccogliere’.

Nikola Tesla
L’automobile spinta dall’etere di Nikola Tesla

Tesla Motors of 2006 runs on a electric motor with a rack of batteries.
Nik’s Car was Wireless Dude! No need for downtime recharging it. Return to
Telsa Company like back in 1930. Wireless free radiant energy! - fonte
.
Di Igor Spajic – tratto da Nexus Gold maggio-giugno 2005
www.nexusitalia.com
.
La città di Buffalo, nel nord dello stato di New York negli USA, fu silenziosa testimone di un fatto straordinario nel corso di una settimana durante l’estate del 1931. Nonostante la depressione economica avesse compromesso la produzione e i commerci, la città nondimeno rimaneva una fucina di attività. Un giorno, tra le migliaia di veicoli che ne percorrevano le vie, una lussuosa automobile si fermò accanto, al marciapiede presso il semaforo di un incrocio. Un passante notò come si trattasse di una berlina Pierce-Arrow ultimo modello, coi fari che s’integravano con grazia nei parafanghi nel tipico stile di questa marca. Quello che caratterizzava l’auto in quella fredda giornata estiva era l’assoluta assenza di emissione di vapore o fumi dal tubo di scarico. Il passante si avvicinò al guidatore e attraverso il finestrino aperto commentò l’assenza di fumi dallo scarico. Il guidatore ringraziò il passante per i complimenti sottolineando che era così perché l’automobile “non aveva motore”.
Questa dichiarazione non è stravagante o maliziosa come potrebbe sembrare. C’era una certa verità in essa. Infatti, la Pierce-Arrow non aveva un motore a combustione interna; aveva invece un motore elettrico. Se l’autista si fosse preoccupato di completare la sua spiegazione al passante, avrebbe potuto dirgli che il motore elettrico non era alimentato da batterie – da nessun tipo di “carburante”.
L’autista era Petar Savo, e nonostante stesse guidando quell’auto non era il responsabile delle sue incredibili caratteristiche. Queste erano il lavoro dell’unico passeggero, un uomo che Petar Savo conosceva come uno “zio”: non altri che il genio dell’elettricità Nikola Tesla (18 56-1943).
Negli anni ’90 del 19′ secolo Nikola Tesla aveva rivoluzionato il mondo con le sue invenzioni per sfruttare l’elettricità, dandoci il motore elettrico a induzione, la corrente alternata (AC), la radiotelegrafia, il radiocomando a distanza, le lampade a fluorescenza ed altre meraviglie scientifiche. In realtà fu la corrente alternata polifase di Tesla e non la corrente continua di Thomas Edison ad inaugurare la moderna epoca tecnologica.
Tesla non rimase a dormire sugli allori ma continuò a fare scoperte fondamentali nei campi dell’energia e della materia. Scoprì i raggi cosmici decenni prima di Millikan e fu il primo a sviluppare i raggi-X, il tubo a raggi catodici e altri tipi di valvole.
Comunque, la scoperta potenzialmente più significativa di Nikola Tesla fu che l’energia elettrica può essere propagata attraverso la Terra ed anche attorno ad essa in una zona atmosferica chiamata cavità di Schumann. Essa si estende dalla superficie del pianeta fino alla ionosfera, all’altezza di circa 80 chilometri . Le onde elettromagnetiche di frequenza estremamente bassa, attorno agli 8 hertz (la risonanza di Schumann, ovvero la pulsazione del campo magnetico terrestre) viaggiano, praticamente senza perdite, verso ogni punto del pianeta. Il sistema di distribuzione dell’energia di Tesla e la sua dedizione alla free energy significavano che con l’appropriato dispositivo elettrico sintonizzato correttamente sulla trasmissione dell’energia, chiunque nel mondo avrebbe potuto attingere dal suo sistema.
Lo sviluppo di una simile tecnologia rappresentava una minaccia troppo grande per gli enormi interessi di chi produce, distribuisce e vende l’energia elettrica.
La scoperta di Tesla finì con la sospensione dell’appoggio finanziario alle sue ricerche, l’ostracismo da parte della scienza ufficiale e la graduale rimozione del suo nome dai libri di storia. Dalla posizione di superstar della scienza nel 1895, Tesla nel 1917 era virtualmente un “signor nessuno”,, costretto a piccoli esperimenti scientifici in solitudine. Nei suoi incontri annuali con la stampa in occasione del suo compleanno, una figura sottile nel cappotto aperto di stile anteguerra avrebbe annunciato ai giornalisti le scoperte e gli sviluppi delle sue idee. Era un triste miscuglio di ego e genio frustrato.
Nel 1931, Nikola Tesla compì 75 anni. In una rara dimostrazione di omaggio da parte dei media, la rivista Time gli dedicò la copertina e un profilo biografico. L’anziano ingegnere e scienziato appariva emaciato anche se non sofferente, i suoi capelli ancora di un nero lucido e lo stesso sguardo lontano nei suoi occhi di sognatore.
Le Auto Elettriche Rimangono Indietro
All’inizio del ventesimo secolo, per le automobili elettriche le prospettive erano luminose. Futuristi come Jules Verne avevano anticipato veicoli elettrici alimentati da batterie che erano meccanicamente più semplici, silenziosi, inodori, facili da adoperare e con meno problemi di qualunque automobile con motore a benzina.
Nell’automobile con motore a benzina occorreva regolare la valvola a farfalla, l’anticipo dell’accensione, pompare sull’acceleratore e far girare il motore con una manovella. In un’auto elettrica bastava soltanto girare una chiave e premere l’acceleratore. Rilasciando l’acceleratore l’auto rallentava immediatamente.
Se necessario, in un’epoca in cui vi erano poche officine per auto, un normale elettricista poteva eseguire la manutenzione del semplice motore a corrente continua. Non vi era olio da cambiare, né radiatore da riempire, né pompe della benzina o dell’acqua da sistemare, nessun problema di carburazione, nessuna marmitta che si arrugginiva, nessun differenziale o trasmissione da controllare, e nessun inquinamento! Il grasso e l’olio erano limitati a un paio di cuscinetti a sfere del motore elettrico e ad alcuni raccordi del telaio.
Per le loro consegne i grandi magazzini impiegavano camion elettrici. I medici iniziarono a recarsi alle visite al domicilio dei pazienti con “l’elettrica”, sostituendo il proprio cavallo e calesse con qualcosa di altrettanto semplice da mantenere. Le donne preferivano le auto elettriche per la facilità di guida. Poiché le vetture elettriche erano limitate in velocità e autonomia dalle loro batterie, diventarono popolari come trasporti cittadini.
Al di fuori delle città, le strade dell’America di allora erano così primitive che diventarono riservate ai veicoli con motore a combustione interna, più veloci, con autonomia maggiore e in rapido progresso. Così, negli USA vi fu una specie di età dell’oro per i veicoli elettrici dopo che il resto del mondo iniziò ad abbandonarli. Detroit Electric, Columbia, Baker, Rauch & Lang e Woods furono le principali aziende tra quelle che producevano questo tipo di veicoli elettrici; si svilupparono nella loro nicchia di mercato con una serie di carrozzerie formali, spesso eleganti.
Il tallone d’Achille delle vetture elettriche, comunque, fu sempre la densità energetica delle sue batterie, ovvero la sua scarsità. Le batterie erano dei tipo al piombo, pesanti e ingombranti, e sottraevano molto spazio prezioso. Il peso eccessivo riduceva la maneggevolezza e limitava le prestazioni, anche per gli standard di quegli anni. I veicoli elettrici non potevano superare i 70- 80 Km/h , poiché a queste velocità la batteria si poteva distruggere in un attimo. Spunti attorno ai 60 Km/h si potevano sostenere per tempi brevissimi, e la tipica gamma di velocità dei percorsi era di 25- 35 Km/h . Le batterie richiedevano ricariche ogni notte e l’autonomia massima superava difficilmente i 160 chilometri . Nessun costruttore di veicoli aveva mai installato un generatore elettrico di corrente continua, che avrebbe potuto restituire piccole quantità di energia alle batterie mentre il veicolo era in movimento, aumentandone così l’autonomia. Vi furono promesse su future potenti batterie innovative sin dai tempi di Edison, ma alla fine non se ne vide traccia.
Non appena la velocità e l’affidabilità delle automobili a benzina migliorarono, le auto elettriche furono abbandonate e rimasero le preferite dai pensionati e dalle signore anziane. L’introduzione della messa in moto elettrica nelle auto a benzina mise il chiodo finale alla bara delle auto elettriche.
La Comparsa di Nikola Tesla
Negli anni ’60 un ingegnere aeronautico di nome Derek Alilers incontrò Petar Savo e sviluppò una lunga amicizia con lui. Durante il loro sodalizio durato dieci anni, Savo gli parlò del suo illustre “zio” Nikola Tesla e delle sue realizzazioni negli anni ’30. (Savo era un giovane parente di Tesla anche se non un nipote, ma si riferiva a lui come “zio”.)
Nel 1930 Nikola Tesla chiese a suo “nipote” Petar Savo di venire a New York. Savo (nato in Jugoslavia nel 1899, quindi 43 anni più giovane di Tesla) era stato nell’esercito austriaco ed era un esperto pilota, così colse fervidamente l’opportunità di lasciare la Jugoslavia (paese natale di Nikola Tesla). Si trasferì negli USA stabilendosi a New York.
Nel 1967, in una serie di interviste, Savo descrisse la sua parte nell’episodio dell’auto elettrica di Tesla.
Durante l’estate del 1931, Tesla invitò Savo a Buffalo, nello stato di New York, per mostrargli e collaudare un nuovo tipo di automobile che aveva sviluppato di tasca sua. Casualmente, Buffalo è vicina alle cascate del Niagara – dove era entrata in funzione nel 1895 la stazione idroelettrica a corrente alternata di Tesla che lo aveva innalzato al culmine della stima da parte della scienza ortodossa. La Westinghouse Electric e la Pierce-Arrow avevano preparato questa automobile elettrica sperimentale seguendo le indicazioni di Tesla. (George Westinghouse aveva acquistato da Tesla i brevetti sulla corrente alternata per 15 milioni di dollari all’inizio del 20′ secolo.)
La Pierce-Arrow adesso era posseduta e finanziata dalla Studebacker Corporation, e utilizzò questo solido appoggio finanziario per lanciare una serie di innovazioni. Tra il 1928 e il 1933 l ‘azienda automobilistica presentò nuovi modelli con motori ad 8 cilindri in linea e 12 cilindri a V, i futuristici prototipi Silver Arrows, nuovi stili e miglioramenti di tecnica ingegneristica. La clientela reagì positivamente e le vendite della Pierce-Arrow aumentarono la quota aziendale nel mercato delle auto di lusso, nonostante nel 1930 quest’ultimo fosse in diminuzione. In una situazione così positiva, progetti “puramente teorici” come l’auto elettrica di Tesla erano all’interno di questa sfera concettuale. Nella tradizionale mistura di arroganza e ingenuità dell’azienda, niente sembrava impossibile.
Così, per le sperimentazioni era stata selezionata una Pierce-Arrow Eight del 1931, proveniente dall’area di collaudo dell’azienda a Buffalo, nello stato di New York. Il suo motore a combustione interna era stato rimosso, lasciando intatti la frizione, il cambio e la trasmissione verso l’asse posteriore. La normale batteria da 12 volt rimase al suo posto, ma alla trasmissione era stato accoppiato un motore elettrico da 80 cavalli.
Tradizionalmente, le auto elettriche montavano motori a corrente continua alimentati da batterie, dato che quella continua è il solo tipo di corrente che le batterie possono fornire. Si sarebbe potuto utilizzare un convertitore corrente continua/corrente alternata, ma a quei tempi tali dispositivi erano troppo ingombranti per essere montati su un’automobile.
Il crepuscolo delle auto elettriche era già passato da tempo, ma questa Pierce-Arrow non venne dotata di un semplice motore a corrente continua. Si trattava di un motore elettrico a corrente alternata progettato per raggiungere 1.800 giri al minuto. Il motore era lungo 102 centimetri con un diametro di 76, senza spazzole e raffreddato ad aria per mezzo di una ventola frontale, e presentava due terminali di alimentazione indirizzati sotto il cruscotto ma lasciati senza collegamento. Tesla non disse chi costruì il motore elettrico, ma si ritiene che fu una divisione della Westinghouse. Sul retro dell’automobile era stata fissata un’antenna di 1,83 metri .
L’Affare “Etere-Arrow”
Petar Savo raggiunse il suo famoso parente, come quest’ultimo gli aveva chiesto, e a New York salirono assieme su un treno diretto verso il nord dello stato omonimo. Durante il viaggio l’inventore non commentò la natura dell’esperimento.
Arrivati a Buffalo, si recarono presso un piccolo garage dove trovarono la nuova Pierce-Arrow. Il Dr. Tesla sollevò il cofano e fece qualche regolazione sul motore elettrico a corrente alternata sistemato al suo interno. In seguito si recarono a predisporre gli strumenti di Tesla. Nella camera di un hotel delle vicinanze il genio dell’elettricità si mise a montare il suo dispositivo. In una valigia a forma di cassetta si era portato dietro 12 valvole termoioniche. Savo descrisse le valvole “di costruzione curiosa”, sebbene in seguito almeno tre di esse siano state identificate come valvole rettificatrici 70L7-GT. Furono inserite in un dispositivo contenuto in una scatola lunga 61 centimetri , larga 30,5 e alta 15. Non era più grande di un ricevitore radio ad onde corte. Al suo interno era predisposto tutto il circuito elettronico comprese le 12 valvole, i cablaggi e le resistenze. Due terminali da 6 millimetri di diametro e della lunghezza di 7,6 centimetri sembravano essere le connessioni per quelli del motore.
Ritornati all’auto del l’esperimento, misero il contenitore in una posizione predisposta sotto il cruscotto dalla parte del passeggero. Tesla inserì i due collegamenti controllando un voltmetro.
“Ora abbiamo l’energia”, dichiarò, porgendo la chiave d’accensione a suo nipote. Sul cruscotto vi erano ulteriori strumenti che visualizzavano valori che Tesla non spiegò.
Dietro richiesta dello zio, Savo mise in moto. “Il motore è partito”, disse Tesla. Savo non sentiva alcun rumore. Nonostante ciò, coi pioniere dell’elettricità sul sedile del passeggero, Savo selezionò una marcia, premette sull’acceleratore e portò fuori l’automobile.
Quel giorno Petar Savo guidò questo veicolo senza combustibile per lungo tempo, per circa 80 chilometri attorno a Buffalo, avanti e indietro nella campagna. Con un tachimetro calibrato a 190 chilometri orari a fondo scala, la Pierce-Arrow venne spinta fino a 145 km/h , e sempre con lo stesso livello di silenziosità del motore.
Mentre percorrevano la campagna Tesla diventava sempre più disteso e fiducioso sulla sua invenzione; cominciò così a confidare a suo nipote alcuni suoi segreti. Quel dispositivo poteva alimentare le richieste di energia del veicolo per sempre, ma poteva addirittura soddisfare il fabbisogno energetico di un’abitazione – e con energia in avanzo.
Pur se riluttante, inizialmente, a spiegarne i principi di funzionamento, Tesla dichiarò che il suo dispositivo era semplicemente un ricevitore per una “misteriosa radiazione, che proviene dall’etere” la quale “era disponibile in quantità illimitata”.
Riflettendo, mormorò che “il genere umano dovrebbe essere molto grato per la sua presenza”.
Nel corso dei successivi otto giorni Tesla e Savo provarono la Pierce-Arrow in percorsi urbani ed extraurbani, dalle velocità estremamente lente ai 150 chilometri all’ora. Le prestazioni erano analoghe a quelle di qualunque potente automobile pluricilindrica dell’epoca, compresa la stessa Pierce Eight col motore da 6.000 cc di cilindrata e 125 cavalli di potenza.
Tesla raccontò a Savo che presto il ricevitore di energia sarebbe stato utilizzato per la propulsione di treni, natanti, velivoli e automobili.
Alla fine della sperimentazione, l’inventore e il suo autista consegnarono l’automobile in un luogo segreto, concordato in precedenza – il vecchio granaio di una fattoria a circa 30 chilometri da Buffalo. Lasciarono l’auto sul posto, ma Tesla si portò dietro il suo dispositivo ricevitore e la chiave d’accensione.
Questo romanzesco aspetto dell’affare continuò. Petar Savo raccolse delle indiscrezioni secondo le quali una segretaria aveva parlato delle prove segrete ed era stata licenziata. Ciò spiegherebbe un impreciso resoconto sulle sperimentazioni che apparve su diversi quotidiani.
Quando chiesero a Tesla da dove arrivasse l’energia, data l’evidente assenza di batterie, egli rispose riluttante: “Dall’etere tutto attorno a noi”.
Alcuni suggerirono che Tesla fosse pazzo e in qualche modo collegato a forze sinistre e occulte. Tesla fu incensato. Rientrò assieme alla sua scatola misteriosa al suo laboratorio di New York. Terminò così la breve esperienza di Tesla nel mondo dell’automobile.
Questo incidente dell’infrazione nella sicurezza può essere apocrifo, dato che Tesla non disdegnava di utilizzare la pubblicità per promuovere le sue idee ed invenzioni, sebbene quando questi dispositivi mettevano in pericolo lo status quo dell’industria egli aveva ogni buona ragione per essere circospetto nei suoi rapporti.
L’azienda Pierce-Arrow aveva già toccato il culmine del suo successo nel 1930. Nel 1931 era in calo. Nel 1932 l ‘azienda perse 3 milioni di dollari. Nel 1933 vi furono problemi amministrativi anche nell’azienda madre Studebacker che vacillò sull’orlo della liquidazione. L’interesse passò dall’innovazione alla pura sopravvivenza, e qui la Pierce-Arrow abbandona il nostro racconto.
Un mistero all’interno di un enigma
Circa un mese dopo la pubblicazione dell’episodio, Petar Savo ricevette una telefonata da Lee DeForest, un amico di Tesla e pioniere nello sviluppo delle valvole termoioniche. Egli chiese a Savo se i test lo avessero soddisfatto. Savo rispose con entusiasmo e DeForest lodò Tesla come il più grande scienziato vivente al mondo.
In seguito, Savo chiese a suo “zio” sugli sviluppi del ricevitore energetico in altre applicazioni. Tesla rispose che era in contatto con uno dei principali cantieri nautici per realizzare una nave con un dispositivo simile a quello dell’automobile elettrica sperimentale. Tuttavia, non gli si potevano chiedere maggiori dettagli dato che era ipersensibile riguardo alla sicurezza del suo dispositivo – e non si può dargli torto. In passato, potenti interessi avevano cercato di ostracizzare Tesla, ostacolando ogni suo sforzo per promuovere ed applicare le proprie tecnologie.
Chi scrive non è a conoscenza di alcun documento pubblico che descriva un esperimento nautico, o se quest’ultimo accadde. Non venne divulgata alcuna informazione.
Il New York Daily News del 2 aprile 1934 riportava un articolo intitolato “Il sogno di Tesla di un’energia senza fili vicino alla realtà”, che descriveva un “esperimento programmato per spingere un’automobile utilizzando la trasmissione senza fili di energia elettrica”. Questo successe dopo l’episodio e non vi era menzione di “free energy”.
Nel periodo in cui l’automobile dovrebbe essere stata svelata, la Westinghouse Corporation , sotto la presidenza di F. A. Merrick, pagò per la sistemazione di Tesla al New Yorker, il più nuovo e lussuoso hotel di New York. In esso l’anziano scienziato visse gratuitamente per tutto il resto della sua vita. Tesla venne anche reclutato dalla Westinghouse per ricerche non ben specificate sulle trasmissioni senza fili ed egli interruppe le sue dichiarazioni pubbliche sui raggi cosmici.
Forse che la Westinghouse comprò il riluttante silenzio di Tesla sulle sue scoperte free energy? Oppure venne finanziato per proseguire dei progetti segreti talmente speculativi da non costituire una minaccia per il complesso industriale nell’immediato futuro? Cala il sipario su un mistero all’interno di un enigma.
Riferimenti
- Abram, Arthur, “The Forgotten Art of Electric-Powered Automobiles”, The Cormorant, bollettino del Packard Club (data sconosciuta)
- Intervista di Derek Ahiers a Petar Savo, 16 settembre 1967 (dagli archivi di Ralph Bergstrasser)
- Childress, David H., The Fantastic Inventions of Nikola Tesla, Adventures Unlimited Press, Illinois , 1993, ISBN l932813-19-4
- Childress, David H. (ed.), The Tesla Papers, Adventures Unlimited Press, Illinois , 2000, ISBN 0-932813-86-0
- Decker, Jerry, “Tesla’s Electric Car – The Moray Version”, KeelyNet BBS, postato il 31 gennaio 1993
- Extraordinary Technology, vol. 1, nr. 2, aprile/maggio/giugno 2003
- Greene, A.C., “The Electric Auto That Almost Triumphed”, Dallas Morning News, 24 gennaio 1993
- Nieper, Hans A., Revolution in Technology, Medicine and Society, MIT Verlag, Oldenburg, 1985, ISBN 3-925188-07-X (inizialmente pubblicato in Germania come Revolution in Technik, Medizin, Gesellschaft, 1981)
- Siefer, Marc I., Wizard. The Life and Times of Nikola Tesla, Birch Lane Press/Carol Publishing Group, NJ, 1996, ISBN 1-55972-329-7
- Seife, C., “Running on Empty”, New Scientist, 25 aprile 1998
- Southward Car Museum Trust Inc., The illustrated Motor Vehicle Collection, Paraparaumu, Nuova Zelanda, ISBN 0-47305583-X
- TFC Books FAQ, http://www.tfcbooks.com/tesiafaq e Vassilatos, Gerry, “Tesla’s Electric Car, KeelyNet BBS
.
fonte disinformazione.it
___________________________________

Il Segreto di Nikola Tesla – Film in DVD
Tutto sulla sua vita, la sua formazione, le sue invenzioni, la sua intelligente sensibilità… – Nuova Edizione Doppiata in Italiano
Salvaiciclisti: Roma, oltre 10mila bici “invadono” i Fori Imperiali

fonte immagine
Salvaiciclisti: Roma, oltre 10mila bici “invadono” i Fori Imperiali

fonte iopedalo
.
(AGI) – Roma, 28 apr. – La Citta’ Eterna invasa dalla biciclette. Lungo i Fori Imperiali solo le due ruote.. Oggi e’ la giornata #Salvaiciclisti, prima manifestazione nazionale di rivendicazione di una maggiore tutela per le due ruote, specie suloe strade urbane. E a Roma sono confluiti in oltre 10mila da tutta Italia per dare un segnale forte di questa richiesta.
Cosi’ oggi pomeriggio le bici, di ogni forma e di ogni colore cosi’ come la fantasia ispirava, hanno ‘invaso’ il cuore antico di Roma. Soddisfazione tra gli organizzatori, come spiega Paolo Bellino, uno di loro. “E’ qualcosa di straordinario, mai accaduta in Italia una cosa simile, e forse saremo anche di piu’ da qui a un paio d’ore. Ormai la strada e’ sempre piu’ un posto feroce. Serve un’attenzione maggiore al non detto, basterebbero buon senso e interventi normativi per evitare le stragi stradali. Stiamo parlando di cittadini che vanno in bici, e non di ciclisti…”.
A dare il via a questo genere di manifestazione sono stati gli inglesi, tanto e’ vero che oggi a Londra si svolge analoga manifestazione, e il movimento si sta estendendo in piu’ Paesi europei dove cresce la consapevolezza e la necessita’ di avere citta’ piu’ sicure anche quando si parla di circolazione stradale. Trattandosi di manifestazione statica, cioe’ raggiunto il puinto di ritrovo si resta li’, e’ stato necessario intervenire sulla mobilita’ del servizio di trasporto pubblico urbano, e dunque diverse linee di bus che attraversano la zona dei Fori Imperiali e di piazza Venezia sono state deviate su altri percorsi. Non si esclude che possa essere chiusa anche la stazione metro Colosseo della linea B qualora la manifestazone si dovesse protrarre oltre le 18,30. Non mancano i primi commenti politici. Di “incredibile successo” parla il segretario romano del Pd, Marco Miccoli. “Se e’ cosi’ tanta la gente di ogni eta’ che chiede piu’ sicurezza per i ciclisti, piu’ piste ciclabili, una citta’ dal trasporto sostenibile, bisogna – aggiunge – che le amministrazioni locali diano in fretta delle risposte. In tutt’Europa ci si sposta normalmente in bici, con la bici si va a scuola, al lavoro e ci si muove con tutta la famiglia. A Roma se lo si fa si rischia la vita. Si deve inoltre sottolineare che il trasporto pubblico locale non e’ attrezzato per garantire il trasporto dei ciclisti con i loro mezzi sul territorio cittadino”.

fonte immagine
E Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi che hanno aderito e sostengono la campagna #Salvaciclisti, dice “Chiediamo subito al Governo un piano straordinario per la mobilita’ ciclistica in Italia. E’ necessario che si apra un tavolo tra il governo nazionale e gli Enti locali per interventi per la sicurezza e i diritti di chi sceglie la bicicletta, un mezzo amico dell’ambiente, per la propria mobilita’”. “Bisogna fermare subito la strage di ciclisti che avviene nel nostro Paese, come dimostra anche l’ultimo drammatico episodio di Napoli dove ha perso la vita un altro ciclista – prosegue il leader ecologista – I dati diffusi dagli organizzatori della manifestazione di Roma parlano di un vero e proprio bollettino di guerra. Per questa ragione e’ necessario che ci sia tolleranza zero per coloro che violano le norme del codice della strada e mettono in pericolo la vita di chi usa la bicicletta per i suoi spostamenti”. Bonelli aggiunge che “la mobilita’ su due ruote e’ un elemento fondamentale per la lotta all’inquinamento nelle aree metropolitane e per lo sviluppo di citta’ piu’ vivibili e sostenibili. La bici rappresenta un mezzo di trasporto ‘razionale’ e funzionale alla salute. Per questa ragione chiediamo agli Enti locali e al governo centrale un impegno impegno immediato ad accogliere le richieste avanzate dai ciclisti urbani, la cui incolumita’ e’ quotidianamente messa a rischio da citta’ organizzate ‘a misura solo di auto’”. Trattandosi di manifestazione statica, cioe’ raggiunto il punto di ritrovo si resta li’, e’ stato necessario intervenire sulla mobilita’ del servizio di trasporto pubblico urbano, e dunque diverse linee di bus che attraversano la zona dei Fori Imperiali e di piazza Venezia sono state deviate su altri percorsi. Non si esclude che possa essere chiusa anche la stazione metro Colosseo della linea B qualora la manifestazione si dovesse protrarre oltre le 18,30. Non mancano i primi commenti politici. Di “incredibile successo” parla il segretario romano del Pd, Marco Miccoli. “Se e’ cosi’ tanta la gente di ogni eta’ che chiede piu’ sicurezza per i ciclisti, piu’ piste ciclabili, una citta’ dal trasporto sostenibile, bisogna – aggiunge – che le amministrazioni locali diano in fretta delle risposte. In tutt’Europa ci si sposta normalmente in bici, con la bici si va a scuola, al lavoro e ci si muove con tutta la famiglia. A Roma se lo si fa si rischia la vita. Si deve inoltre sottolineare che il trasporto pubblico locale non e’ attrezzato per garantire il trasporto dei ciclisti con i loro mezzi sul territorio cittadino”. E Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi che hanno aderito e sostengono la campagna #Salvaciclisti, dice “Chiediamo subito al Governo un piano straordinario per la mobilita’ ciclistica in Italia. E’ necessario che si apra un tavolo tra il governo nazionale e gli Enti locali per interventi per la sicurezza e i diritti di chi sceglie la bicicletta, un mezzo amico dell’ambiente, per la propria mobilita’”.
.
fonte articolo
Un giorno per la Terra. Dieci azioni concrete per provare a salvarla

fonte immagine
Un giorno per la Terra
Dieci azioni concrete per provare a salvarla
Case ecologiche e scelta dei pesci «poveri»
Occorre diminuire il consumo di carne e scegliere cibi biologici
.
di Fulco Pratesi
.
(Epa/De la Pena)L’ odierna Giornata mondiale della Terra è densa di significati, anche perché si celebra a due mesi dalla grande ricorrenza di Rio+20, legata al ventennale dello storico Summit di Rio de Janeiro del 1992, in cui quasi tutti i Paesi del mondo si accordarono per dare inizio a un forte impegno di salvaguardia del Pianeta.
Per non ricalcare le generali e meste considerazioni sul degrado, il quale, nonostante dichiarazioni e denunce, prosegue imperterrito, vediamo cosa ognuno di noi, causa e vittima del global warming , può cercare di fare per allontanare il superamento dei 2° centigradi di temperatura globale, considerato un limite invalicabile per la salute della Terra.
Se moltiplichiamo un nostro atto, anche il più innocente possibile, per i 60 milioni di italiani o per i 7 miliardi di terrestri, esso può contribuire pesantemente al paventato tracollo, così come il battito d’ala della farfalla in Brasile può scatenare (secondo il famoso paradosso di Edward Lorenz) uragani in Texas.
Accanto a comportamenti virtuosi nella vita di tutti i giorni tesi a risparmiare energia (muoversi in bicicletta o a piedi, non usare scaldabagni elettrici, moderare riscaldamento e condizionamento, coibentare l’abitazione, installare pannelli solari, consumare meno acqua eccetera) un settore in cui si può contribuire alla sostenibilità globale è quello dell’alimentazione.
Come spiega il WWF, che lancia oggi la piattaforma «One Planet Food» (http://alimentazione.wwf.it), la produzione di cibo per un’umanità che ha superato i 7 miliardi e continua a crescere, è una delle cause più importanti del degrado della biosfera.
I 130.000 ettari di foreste persi ogni anno per la produzione di olio di palma, soia e foraggi per il bestiame in continua crescita, per sopperire all’incessante richiesta di carne, e gli stock ittici sovrasfruttati per il 29% e a rischio di declino per il 52% impongono all’umanità (se vorrà mettersi al riparo da un futuro oscuro e preoccupante) di imboccare stili di vita che, garantendo un’alimentazione equilibrata e disponibile per tutti, non produca sprechi e devastazioni.
A livello di comportamenti individuali, questi sono i 10 consigli «Salva-Pianeta a tavola» che il WWF propone:
1) Acquista prodotti locali. Secondo la Coldiretti, un chilo di arance importate dal Brasile brucia 5,5 kg di petrolio e libera 17,2 kg di CO2 in più di quelle siciliane;
2) Scegli i prodotti di stagione;
3) Diminuisci i consumi di carne, che contribuisconoall’inquinamento globale (ogni italiano ne mangia 87 chili all’anno);
4) Scegli i pesci giusti e non i più cari e pregiati (ne consumiamo 25,4 chili all’anno);
5) Privilegia i prodotti biologici che non richiedono l’uso di combustibili fossili e di pesticidi;
6) Riduci gli sprechi, mangiando tutto quello che hai acquistato; 7) Evita di comprare prodotti con troppi imballaggi;
8) Preferisci i cibi semplici della nostra insuperabile gastronomia tradizionale;
9) Bevi l’acqua del rubinetto (è ottima!);
10) Cerca di non usare cucine e forni elettrici che divorano molta energia.
Fulco Pratesi
.
fonte articolo
UN’IDEA GENIALE A COSTO QUASI ZERO – Nessuno vuol produrre la caldaia del futuro, di Jacopo Fo

Nathaniel Mulcahy showing designs that metal workers added to the stove wind screens. The metal workers say that trees and birds will return to Haiti when the soil is rebuilt with biochar. Photo Credit: World Stove

Left: The blue flame indicates that the Haiti Lucia stove is burning cleanly and efficiently. Right: Children have taken on more cooking responsibilities since the earthquake. Photo Credit: World Stove – fonte
Nessuno vuol produrre la caldaia del futuro
.
di Jacopo Fo
.
Ieri sera ho visto in funzione una caldaia a pirolisi aperta. Costruirla costa 50 euro.
Il mio vicino di casa, Valerio Marchioni, è un genio costruttivo. E mi ha mostrato una cosa che credevo impossibile.
Prima di spiegare di cosa si tratta devo raccontare cos’è la pirolisi.
Da 150 anni conosciamo questa tecnologia rivoluzionaria, restata quasi inutilizzata (chissà perché).
Il principio scientifico è elementare: se metto della legna dentro un cilindro, aspiro l’aria e poi porto il cilindro a 400 gradi, succede che il legno si scinde in gas e cenere. Questo gas è del tutto simile a quello che usiamo per cucinare e può far andare un’auto, un generatore di corrente o scaldare.
Oggi esistono persino degli scooter che montano questo meccanismo.
La pirolisi, o scissione molecolare, è esattamente quello che abbiamo visto in Ritorno al futuro 2 quando fanno partire l’auto rovesciando in un cilindro un po’ di immondizia.
È importante notare che con la pirolisi si può trasformare qualunque sostanza organica secca in gas.
E, per inciso, questo sistema è molto ma molto meno inquinante degli inceneritori (termovalorizzatori) che prima bruciano e poi filtrano i fumi (il che è difficilissimo e ti scappano le nano particelle mortali).
Il problema di questa tecnologia è che comunque è complessa, in quanto bisogna costruire un sistema che porti sottovuoto il combustibile.
Quello che Valerio mi ha fatto vedere ieri sera è una sistema pirolitico senza il sotto-vuoto!
Si tratta di una rivoluzione copernicana dal punto di vista energetico.
Un aggeggio a basso costo, composto solo da 5 pezzi di lamiera, che si può realizzare perfino con materiali riciclati.
Dobbiamo questa scoperta a Nathaniel Mulcahy della WorldStove, azienda tortonese che ha costruito la Lucia Stove. Brucia biomassa e, invece di produrre CO2, la sequestra intrappolandola nel biochar, una specie di carbone vegetale ottimo come concime.
Questa caldaia, grazie a un’intercapedine nella quale si forma una forte corrente d’aria, sfrutta il movimento vorticoso della fiamma.
Sostanzialmente metti del triturato organico in un barattolo bucherellato, accendi e quasi subito si forma una fiamma che ricopre il combustibile impedendo così che l’ossigeno lo raggiunga. Non brucia il legno, brucia il gas che esce dal legno.
Quindi il materiale organico brucia senza ossigeno, cioè invece di bruciare si carbonizza, si scinde in gas e una sorta di carbonella.
La fiamma del gas che brucia sostituisce il cilindro sotto vuoto. E funziona! (vedi il video qui sotto).
Questa è la buona notizia.
La cattiva è che siamo in un mondo di tardigradi scemoidi, visto che questa tecnologia Mulcahy l’ha inventata ben 7 anni fa…
E’ evidente che ci vorrebbe poco a collegare questa caldaia a un generatore di corrente elettrica e a una cocla (vite di alimentazione) che rifornisca di legno la caldaia e porti via la carbonella di scarto.
Ogni piccola azienda agroalimentare italiana potrebbe installare almeno un impianto da 10 chilowatt.
In rete ci sono notizie di vari tentativi fatti da Mulcahy, per trovare un consorzio interessato a industrializzare il brevetto. Evidentemente devono averlo fatto impazzire con i soliti tira e molla perché abbiamo provato a contattarlo ma non risponde. Pare che se ne sia andato ad Haiti a costruire la sua caldaia per quelle popolazioni disperate.
Infatti, originariamente il suo progetto aveva lo scopo di fornire alle popolazioni più povere gas per cucinare a bassissimo prezzo.
Un decimo di quello della legna o della carbonella. E Mulcahy ci ricorda che nel Terzo Mondo il fumo dei fuochi per cucinare dentro le case è una delle principali cause di morte.
Inoltre ridurre del 90% il costo del fuoco per cucinare sarebbe un grosso aiuto per le famiglie. Infine, si ridurrebbe drasticamente il bisogno di tagliare alberi per alimentare i fuochi domestici visto che la caldaia Lucia Stove si può alimentare con qualunque biomassa e tollera un’umidità del 30% (!).
Nel video qui sotto Nathaniel Mulcahy mostra anche una pentola mai vista che permette di far arrivare al bollore l’acqua in pochi secondi. Più veloce del microonde.
La pentola è in realtà un’itercapedine cilindrica, leggermente conica e la fiamma non si limita a lambire il fondo ma penetra all’interno della pentola. Un’invenzione che farebbe risparmiare enormi quantità di combustibile in tutte le cucine del mondo.
(Nota: so benissimo che un cilindro non può essere leggermente conico perché la geometria euclidea conosce solo la precisione – geometrica appunto – dico solo per farmi capire. Preciso questo per evitare 100 commenti di grammatici che mi spiegano che un elefante non può essere un po’ rinoceronte.)
Se io fossi il dottor Monti manderei domani mattina un’unità dei lagunari ad Haiti, capitanati da Passera, allo scopo di rintracciare Nathaniel Mulcahy e fargli firmare un contratto di concessione del suo progetto, in cambio di un assegno a 7 zeri, sull’unghia. Con una tecnologia del genere da produrre, sai quanti reparti della Fiat riapriamo? E sai che risparmio per il sistema energetico italiano?
Ma non succederà.
E per Haiti non partirà neanche Bersani. E, ahimé neanche gli altri leader politici della sinistra. Hanno tutti cose più importanti di cui occuparsi che badare ai fornelli.
Più info: http://www.ok-ambiente.com/2009/09/16/lucia-stove-la-stufa-a-biomassa-del-futuro/
PS
Continuando la ricerca ho scoperto che esistono altre versioni di questa stufa a pirolisi aperta.
Una, inventata da Carlo Ferrato e Davide Caregnato, e studiata per i paesi del Terzo Mondo si può costruire con un pezzo di lamiera zincata, cesoie e scalpello, tagliando e piegando la lamiera e montando la struttura con soli incastri. E un costo irrisorio. Assolutamente geniale.
Ho anche scoperto che il carbone di risulta della pirolisi, è un fertilizzante straordinario, col quale si forma la mitica Tera Nera degli Indios, un tipo di terreno che ha rendite agricole altissime e che è noto in Sudamerica da millenni.
.
fonte articolo
REGGIO EMILIA – Contro il caro benzina arriva l’asino-taxi per la spesa. Iniziativa Coldiretti

Massimo Montari di Aria Aperta, con una delle due asine messe gratuitamente a disposizione – fonte immagine
Contro il caro benzina arriva l’asino-taxi per la spesa
Iniziativa della Coldiretti a Reggio Emilia. “I somarelli sono un mezzo di spostamento compatibile con l’ambiente e non inquinante, e le loro emissioni sono risolvibili con la paletta”. Arruolati “Giada” e “Gradisca” per fare acquisti in modo sostenibile nel locale mercato dove vengono venduti solo prodotti locali e a km zero

.
“Nei mercati degli agricoltori – sottolinea la Coldiretti – hanno fatto la spesa 9 milioni di italiani nel 2011 per un valore di 489 milioni di euro in aumento del 53 per cento rispetto allo scorso anno, in netta controtendenza con l’andamento stagnante generale del commercio al dettaglio. Una alternativa ai normali acquisti in un paese come l’Italia dove l’88 per cento delle merci viaggia su strada e si stima che un pasto percorra in media quasi 2mila chilometri prima di giungere sulle tavole con effetti sui prezzi e sull’inquinamento ambientale che – precisa la Coldiretti – viene adesso rafforzata dal contributo degli asini. Si tratta infatti di un ‘mezzo di spostamento’ compatibile con l’ambiente e non inquinante, le cui emissioni sono risolvibili con la paletta. C’è stato un forte aumento nell’ultimo decennio degli asini in Italia dove si contano complessivamente oltre 36mila quadrupedi dalle grandi orecchie, che dopo aver rischiato l’estinzione stanno vivendo un momento di grande riscossa”.
.
fonte articolo
Plastica riciclata contro l’emergenza rifiuti, quando essere green non basta contro la crisi
Di che stupirsi, quando in un Comune che ‘piange’ miseria (pare) come quello di San Remo pare venga pagato un consulente tecnico per i rifiuti urbani qualcosa come 150.000 euro l’anno (e che, pare…, in diversi anni di simili emolumenti percepiti non abbia prodotto un solo straccio di documento utile a giustificare la necessità della sua consulenza) cosa volete che sia un cassonetto non realizzato in plastica riciclata? Perlomeno, un effetto positivo (per qualcuno) c’è stato: con il cambio di ditta appaltatrice negli ultimi due anni San Remo ha visto lievitare il costo della Tarsu. E questo non pare, ma è certo. Con non tanto sottili differenze: le abitazioni private pagano un 35% in più, le banche, i supermercati, le assicurazioni da 5 volte ad un terzo di meno, i negozi e gli esercizi pubblici un 20% in più… Si dirà, ma San Remo è una città di ricconi, è giusto che chi ha la seconda casa paghi salato. Allora voglio ricordare che esistono anche qualcosa come 60.000 abitanti che vivono stabilmente tutto l’anno in questa città di ricconi, ma che, per la quasi totalità, ricconi non sono. Capito l’antifona? A pagare sono sempre i soliti. Cioè noi.
mauro
______________________________________________________

Plastica riciclata contro l’emergenza rifiuti, quando essere green non basta contro la crisi
Il caso di un’azienda di Battipaglia, alle prese con il Pubblico che non paga, nonostante l’impegno per il territorio
.
BATTIPAGLIA (SALERNO) – Un’azienda leader nella produzione di cassonetti di plastica per la raccolta differenziata nella regione che da più di un decennio vive l’emergenza rifiuti. Accade anche questo in Campania dove da quasi 50 anni è presente Jcoplastic, società italiana nata nel 1963 per fornire cassette alle aziende agricole del territorio e che negli ultimi tre lustri è riuscita a diventare una delle principali produttrici di attrezzature in plastica e a primeggiare nel settore del riciclo e della gestione dei rifiuti. L’azienda che ha il suo quartier generale a Battipaglia (Sa) e che controlla altri 9 stabilimenti (una a Sant’Angelo Le Fratte, in provincia di Potenza, altri due in Italia e altri cinque in Europa) esporta in tutto il Vecchio Continente e nel mondo attrezzature supertecnologiche per i settori dell’ecologia, dell’agricoltura e dell’industria. Tuttavia quella della Jcoplastic è la classica storia di una azienda italiana di successo che con la crisi economica vede sempre più restringersi i margini di profitto nel Belpaese sia a causa dell’impoverimento del settore pubblico che stenta a pagare le commesse (solo nel 2011 la società campana ha speso 140.000 euro in parcelle per recuperare i crediti vantati con le municipalizzate) sia per la malaburocrazia che ritarda e rallenta anche le procedure più semplici. Morale della favola: gli investimenti e il know-how della società si spostano sempre di più verso gli stabilimenti degli altri paesi europei dove la sinergia tra pubblico e privato funziona davvero e questa delocalizzazione di risorse rende sempre meno centrale la produzione italiana.
IL SUCCESSO – La filosofia verde della società campana si nota appena si arriva nel suo quartier generale. La megastruttura che ospita gli uffici e la fabbrica della Jcoplastic è dotata di un impianto fotovoltaico da 1,5 megawatt unito a un impianto di cogenerazione da un megawatt che riesce ad alimentare l’intera fabbrica e a soddisfare il suo completo fabbisogno energetico. Negli stabilimenti di Jcoplastic lavorano 331 dipendenti che usano esclusivamente macchinari italiani: nel 2011 l’azienda ha fatturato circa 100 milioni di euro, metà realizzato in Italia e il resto nelle controllate europee che esportano anche verso l’America, l’Asia e l’Africa. Negli anni scorsi la società è riuscita a vendere i suoi prodotti ecologici alle municipalizzate delle principali capitali europee come Berlino, Stoccolma, Varsavia e Vienna. I prossimi investimenti sono indirizzati verso alcuni paesi molto sensibili al problema ambientale come Australia e Nuova Zelanda e ad alcune nazioni emergenti tra cui Argentina e Brasile. Uno degli ultimi successi dell’azienda salernitana è il cassonetto dei rifiuti superleggero: il contenitore, che pesa appena 5 kg e rende lo smaltimento dei rifiuti estremamente facile, è il cassonetto in materiale plastico più leggero del mondo. Altrettanto innovativo, ma di minor successo è Jcotracer, un sistema elettronico che grazie a un microchip installato nei cassonetti o nei contenitori permette di tracciare i percorsi dei container: il dispositivo consente non solo di sapere il tempo impiegato dal cassonetto per raggiungere la destinazione finale, ma anche il momento e il luogo esatto dove è avvenuto lo sversamento dei rifiuti.
L’impianto fotovoltaico della Jcotracer
CRISI ECONOMICA – Nonostante i successi e la capacità di imporsi sui mercati continentali e internazionali, anche l’azienda campana, come tante piccole e medie imprese italiane, soffre l’attuale crisi economica. Negli ultimi anni i profitti sono drasticamente diminuiti in Italia, mentre continuano a crescere negli altri paesi: «Ormai abbiamo deciso di adottare una politica molto selettiva nel nostro paese – dichiara Antonio Foresti, amministratore delegato della società – Cerchiamo di evitare di lavorare con quelle municipalizzate che stentano a pagare le commesse. Purtroppo però quasi tutte le società controllate dai Comuni italiani ritardano troppo a lungo i pagamenti». Secondo Foresti, nel nostro paese non è premiata la capacità delle aziende che innovano e sono all’avanguardia in materia ecologica e per sopravvivere il suo gruppo, se nulla cambia in Italia, sarà costretto a investire esclusivamente all’estero: «Lo dico a malincuore, ma anche i paesi più vicini all’Italia offrono opportunità migliori – continua Foresti – Nonostante la vulgata corrente in Campania e in Italia vi sono diverse aziende efficienti che riciclano e sono ecosostenibili. Tuttavia vi è una totale mancanza di supporto da parte delle amministrazioni pubbliche. Siamo stati tra i primi al mondo a produrre cassonetti in plastica riciclata per la raccolta differenziata e da anni ci battiamo affinché siano adottati anche nelle città italiane. Da qualche anno sono in gran parte usati nelle principali città d’Europa, ma poco in quelle del nostro paese. In Italia questi tipi di contenitori non sempre sono preferiti e si continuano a usare quelli prodotti con le materie prime vergini più pesanti e meno sostenibili».
L’OPPORTUNISMO DEI TEDESCHI E LE DIVISIONI ITALIANE – Il grande cruccio di Foresti, che sembra rianimarsi solo quando ammira i macchinari “tutti italiani” mentre lavorano il materiale plastico, è l’incapacità delle amministrazioni pubbliche di riuscire a valorizzare le eccellenze tecnologiche del nostro paese: «I tedeschi erano in ritardo rispetto a noi in questo settore – continua l’amministratore delegato – ma le loro amministrazioni pubbliche hanno imposto che i cassonetti per la raccolta differenziata fossero tutti di plastica riciclata e costassero il meno possibile alle municipalizzate. Adesso basta girare per qualsiasi cittadina teutonica e si noterà che tutti i contenitori della differenziata sono neri (il colore che assume la plastica più economica quando è riciclata) e costano circa il 20% in meno rispetto a quelli prodotti con materiale vergine. Solo in Italia si presentano bandi pubblici in cui si chiedono cassonetti variopinti e anti-ecologici. Ciò non solo provoca un danno all’ambiente, ma costa di più alle tasche dei cittadini».
Francesco Tortora
.
fonte articolo
‘PECORANERA’: «Cari detrattori… né furbo né evasore Voi guardate il dito e non la luna»

«Cari detrattori… né furbo né evasore
Voi guardate il dito e non la luna»
Pecoranera, alias Devis Bonanni, il 27enne che ha scelto di vivere immerso nella natura, risponde alle critiche dei lettori
.
Per due giorni la storia di Devis Bonanni è stata tra le più lette del sito. Sono arrivati tanti commenti, tra cui alcuni fortemente critici. L’autore di Pecoranera ha deciso di rispondere. Ecco la lettera integrale.
MILANO- Amici miei finisco ora di leggere i commenti all’articolo uscito sul sito del Corriere, e il cuore mi batte forte mentre scrivo questa risposta. Dai più sono etichettato come un figlio di papà proprio perché ammetto di vivere in una casa di proprietà. Altri mi danno dell’evasore, chi del furbo parassita che succhia i servizi senza pagare le tasse, altri ancora mi mettono in guardia contro gli acciacchi dell’età. Ebbene sì, cari detrattori, tutte le critiche che mi si muovono sono plausibili ma riscontro l’atteggiamento tipico dello stolto che guarda il dito mentre il dito indica la luna. La mia esperienza è parziale proprio perché si tratta della vita di un singolo, di un giovane di ventisette anni che per forza di cose non può aver messo in ordine il mondo né aver dato risposta a tutti i problemi della vita. Ma rifiutare la riflessione che propongo significa precludersi delle possibilità, vivere del motto «tanto il mondo va così, che ci vuoi fare».
VIVERE DA SFIGATI – Nel mio piccolo mondo di figlio di papà appena maggiorenne ho capito qual era il mio percorso e per dieci anni ho proseguito in un’unica direzione, quella di cambiare stile di vita. Ho rinunciato a studiare agraria all’università per lavorare per cinque anni come tecnico informatico (ad oggi ho pagato cinque anni di contributi pieni su nove, a ventisette anni), dunque conosco bene il significato della parola lavoro. È con questi stipendi che mi sono comperato un pezzo di terra, due serre, un motocoltivatore e tutto il necessario per fare il contadino. È con questi stipendi che ho messo da parte una riserva di emergenza per il temuto dentista. Sono anche riuscito a starmene lontano dalla città, a capire che in montagna ci sono molte risorse fisiche e spirituali, la stessa montagna abbandonata dove vivere è da sfigati. Salvo nel mio caso in cui il giudizio vira a privilegio di pochi. A questi sono seguiti i quattro anni da disoccupato dove la mia nuova occupazione è stata il lavoro nei campi che mi ha fatto apprendere il significato della parola fatica ben più che il lavoro d’ufficio. Zappando la terra, non ci crederete, si ottiene del cibo e divengono rade le visite al supermercato. Lavorando a quattro passi da casa ho potuto vendere l’auto e iniziare un’altra attività part-time: pedalare.
PEDALARE – Proprio così, pedalare è un lavoro perché genera mobilità, la stessa mobilità per cui paghiamo profumatamente la benzina, l’autostrada, il bollo, l’assicurazione, l’ammortamento e la manutenzione di carrozze sempre più care. Ecco che le mie gambe sono diventate belle grosse e se prima andavo come una cinquecento ora scatto come una berlina. Da bravo figlio di papà ho una casa bella calda grazie alla fiamma che brucia nella cucina a legna sulla cui piastra cucino di tutto. E da grande privilegiato possiedo anche un boiler per l’acqua calda della doccia, sempre a legna. Il fuoco va acceso e tenuto vivo, non basta girare la manopola del riscaldamento. E non c’è bolletta da pagare, quella di Zar Putin per cui il nostro amato ex-premier faceva tanti viaggi in Russia. Io mi rivolgo ai boschi e vi assicuro che gli alberi non camminano fino a casa mia, né un ciocco si spacca per telecinesi. Ma non leggete queste parole come polemiche, piuttosto cercate di intuire la mia carica di ragazzo che ragiona e s’incazza per le critiche proprio perché comprende che sono plausibili ma anche venate di disfattismo. Nel mio libro, titolato appunto «Pecoranera», ho cercato di raccontare con sincerità la mia esperienza e proporre degli spunti di riflessione anziché dogmi ecologici, sociali o politici. Solo una cosa: non dite mai che io non so cosa significhi la parola fatica perché altrimenti vi invito a passare qualche giorno da me per convincervi del contrario!
Devis Bonanni
18 marzo 2012 | 17:53
fonte articolo
fonte immagine
__________________________

VUOI IL LIBRO?
VAI AL SITO DELLA MARSILIO EDITORE
































Commenti recenti