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In due rapinano una banca “Scusateci, abbiamo fame”

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In due rapinano una banca
“Scusateci, abbiamo fame”

L’episodio è avvenuto questo pomeriggio a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia. Armati di taglierino sono riusciti a fuggire con 15mila euro in contanti

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Rapinano una banca armati di taglierino e agli impiegati dicono: “Scusateci, ma abbiamo fame”. Poi i due fuggono con un bottino di 15mila euro in contanti.

E’ successo in provincia di Reggio Emilia. Oggi poco prima delle 15, in una filiale del Monte dei Paschi di Siena di Guastalla, due uomini, entrambi con un cappellino dell’Inter, hanno fatto irruzione nell’istituto di credito. Uno di loro era armato di cutter, ma subito ha tranquillizzato i tre impiegati presenti, assicurando che non sarebbe loro accaduto nulla e giustificandosi: “Lo facciamo solo perché abbiamo fame”.

Poi i due rapinatori hanno rinchiuso i tre dipendenti nel bagno, e sono fuggiti con 15mila euro di contanti presi dalle casse.

Poco dopo, gli impiegati sono riusciti a liberarsi e hanno chiamato il 112. Sul posto sono intervenuti i carabinieri di Guastalla che hanno fatto scattare le indagini, ascoltato i testimoni, mentre sono in corso le analisi dei filmati delle telecamere di sorveglianza. Intanto, nella bassa reggiana, sono partite le ricerche dei due rapinatori.

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fonte

IO SONO LIBERO – L’ultima battaglia di “Capitan Uncino”

Gianpiero Steccato

Caricato da in data 26/dic/2008

Gianpiero Steccato, affetto dalla sindrome di locked-in apre il suo cuore e comunica con Voi. Un appello letto dalla figlia e disponibile in rete. http://www.piacenza2000.com.

L’ultima battaglia di “Capitan Uncino”

http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/cronache/steccato.jpg
Giampiero Steccato con la figlia in un fotogramma tratto da Youtube

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E’ morto a Piacenza Giampiero Steccato: ha lottato per sette anni contro la sindrome di Locked-in. Completamente paralizzato poteva comunicare con gli occhi

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E’ morto a Piacenza Giampiero Steccato, 62 anni, conosciuto da tutti come “Capitan Uncino”, che lottava coraggiosamente da anni con la “sindrome di Locked-in”, malattia che lo aveva “sepolto” nel proprio corpo: cosciente ma completamente paralizzato, riusciva ad esprimersi solo muovendo una palpebra o un angolo della bocca.

Accanto a lui fino all’ultimo la moglie Lucia, che era la sua voce, avendo creato il canale di comunicazione che permetteva a Steccato di esprimersi: lei recitava l’alfabeto (scorporato in vocali o consonanti, e sequenze) e lui con un quasi impercettibile movimento della bocca dava il segnale che quella era la lettera giusta. E via via, alla solerte ricerca della seconda lettera.

Nonostante la malattia Steccato, ex impiegato delle Ferrovie, non ha mai rinunciato alla voglia e al diritto di vivere: meno di un anno fa con l’amico Alessandro Bergonzoni, artista, comico e scrittore, era stato in cattedra a Genova e quindi alla Bicocca di Milano parlando di comunicazione. Già inchiodato alla sedia a rotelle e non vedente – la malattia lo colpì quando aveva 48 anni – ha scritto libri (firmandosi Capitan Uncino) e tenuto conferenze. L’ 11 marzo di due anni fa, accompagnato dai familiari, volò con un C-27J dell’Aeronautica militare a Roma per partecipare all’udienza generale a San Pietro e consegnare a Papa Benedetto XVI un messaggio per il «diritto alla vita».

Solo una delle sue ultime sfide non andrà in porto: doveva salire su un’imbarcazione speciale e veleggiare sulle onde ospite della Capitaneria di porto di Genova, ma non ne ha avuto il tempo. I funerali si svolgeranno domani alle 9.30 a Piacenza nella chiesa parrocchiale di San Corrado.

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30 ottobre 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/427268/

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COSA E’ LA CRISI? LEGGETE QUESTO SAGGIO
(clicca sull’immagine per scaricare il Pdf)

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SE QUESTO E’ UN MEDICO – Roma, deambulatore negato a disabile: lo usa per andare al mare, “Torni tra 4 anni”

Roma, deambulatore negato a disabile: lo usa per andare al mare, torni tra 4 anni

Dania C.: il girello sono le mie gambe, senza non vivo
Irremovibile il medico: niente sostituzione prima del 2015

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di Marco Giovannelli
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ROMA – Tra lei e il mare c’è un deambulatore. La legge e la poca sensibilità della burocrazia diventano due fattori insormontabili per Dania C, 36 anni, romana, residente nella zona della Casilina, disabile dalla nascita e con il vizio di amare il mare. Sì, proprio un vizio perché recandosi sulla spiaggia la salsedine ha rovinato le ruote del “girello” che lei definisce «le mie gambe». E così la Asl RmB è irremovibile: «La signora ha avuto in media un deambulatore ogni 3-4 anni – spiega la dottoressa che si occupa di questi casi nel distretto della Asl di via Rizzieri – ma se ci va al mare ne fa un uso improprio e quindi non posso consentire la sostituzione».

Ma allora c’è da chiedersi: un disabile non può godersi una giornata al mare? «La signora è libera di fare quello che vuole – è la risposta un po’ piccata – ma quello non è il presidio più adatto e sarà lo specialista a indicare quale usare per la spiaggia».

Una questione di puntiglio. Guai a denunciare i fatti all’opinione pubblica (un’accorata e-mail al Messaggero.it di Dania C.) perché a questo punto la questione diventa un puntiglio. «La signora non ha avuto l’autorizzazione per un nuovo deambulatore perché la norma prevede la sostituzione ogni 8 anni – specifica il medico con arroganza e supponenza, alzando la voce come se fosse stata disturbata – La signora ha parlato con me due volte e sembrava convinta ma se poi si è rivolta al Messaggero, a questo punto seguirò la legge a puntino. Quindi la sostituzione ci sarà ma come prevede la legge cioè ogni 8 anni». Insomma, bisogna tacere, obbedire e sopportare.

Il miraggio del deambulatore. Dania C. ha avuto invece il coraggio di denunciare quanto le è accaduto. Una denuncia che a quanto pare le si sta ritorcendo contro. «Sono disabile al 100 per cento, cammino con un deambulatore, lavoro per una grande compagnia telefonica con un contratto part time. Guadagno 800 euro al mese e dove lavoro hanno fatto i salti mortali per mettermi nelle condizioni di non trovarmi davanti a nessun ostacolo. A quanto pare il privato ragiona con il cuore ma il pubblico, e in questo caso la Asl, solo con la legge – racconta la donna. «Un deambulatore nuovo costa circa 500 euro e non me lo posso permettere. Il girello per me significa andare a fare la spesa o in ufficio, in piscina per la riabilitazione ma anche per andare al mare. Si consuma, si deteriora e la legge ne autorizza la sostituzione ogni 8 anni. Ma un normodotato si compra le scarpe nuove ogni 8 anni? Quello che ho ora è del 2007, ho presentato la richiesta per averne uno nuovo nell’ottobre scorso e poi a marzo. Ma entrambe mi sono state respinte. Perché? Agli otto anni è stata aggiunta anche la questione del mare».

Le ruote traballanti. Il girello di Dania ha una ruota che traballa e altre parti metalliche arrugginite. «Mi hanno detto che quando ne arriverà uno usato in magazzino, forse tra un paio di mesi, me lo assegneranno. Quello che mi hanno promesso è però del tipo standard. Pesa 18 chili, troppi per me che non arrivo a 50, è troppo grande e non entra in auto. E’ come se mi avessero promesso un paio di scarpe più grandi di 4 numeri – continua Dania – Ho insistito per quello più adatto a me, così come ha specificato il 2 marzo il medico specialista che ha anche certificato che quello che uso ora è rotto e pericoloso». Ma a quanto pare non c’è stato nulla da fare. «Ho parlato con la Asl, ho perso la pazienza – dice Dania -, ho anche alzato la voce perché non capiscono che senza girello non vivo».

Il direttore generale della Azienda sanitaria, venerdì mattina non era in ufficio, il direttore sanitario era impegnato in una riunione (ma nessuno però ha chiamato successivamente per informarsi). Due funzionari della direzione della Asl RmB si sono invece incuriositi alla vicenda e si sono fatti raccontare la storia. Il primo sembra più sensibile e vicino ai problemi dei disabili. «E’ vero che la legge impone gli 8 anni ma se il presidio si rompe e non si può riparare va sostituito». Il secondo è più rigido: sostituzione ogni 8 anni così come prevede la norma.

«Ma se una ruota si blocca e cado a faccia avanti?». La burocrazia non prevede che si ferisca così come la dottoressa arroccata nella sua stanza del potere a dispensare autorizzazioni. E quindi se si fa male è tutta colpa di Dania che ha il vizio di amare il mare.

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Lunedì 05 Settembre 2011 – 10:03    Ultimo aggiornamento: 13:14
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Schiavismo nostrano

Schiavismo nostrano

Contro la tratta. Diritti e dignità

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di Cristiana Guccinelli

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Nel mondo, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro,  sono oltre 12 milioni  le persone sottoposte a sfruttamento lavorativo e sessuale.

Negli ultimi anni sono usciti molti libri di inchiesta di grande interesse che hanno raccontato storie di persone rese schiave ma anche storie di sfruttatori e criminali. Che immaginiamo sempre altrove, stranieri e culturalmente lontani. Per scoprire invece che spesso sono nostri concittadini e che agiscono in ogni luogo del nostro Paese, anche nelle regioni più solide, civili ed organizzate.

Mi piace, al proposito, ricordare Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro di Marco Rovelli, (Feltrinelli, settembre 2009).
Un viaggio rigoroso e appassionato dentro abusi, ritorsioni, vendette, violenza, un viaggio dentro lo schiavismo nostrano. Un libro reportage che riesce anche ad essere un manifesto appassionato di denuncia contro la legislazione italiana che costringe le persone alla clandestinità di cui la schiavitù è un attributo imprescindibile.

E poi il primo libro di Jacopo Storni, giornalista fiorentino da sempre attento al profilo sociale delle notizie, Sparategli! Nuovi schiavi d’Italia (Editori Riuniti, giugno 2011). Un viaggio durato un anno  attraverso le storie dei nuovi schiavi del nostro secolo, costretti a vivere ai margini di una società che li sfrutta senza riconoscere loro la dignità di esseri umani. Un libro che ci racconta “il lato oscuro di un’Italia talvolta egoista e arroccata su se stessa, dove ognuno di noi è complice, diretto o indiretto, delle condizioni più drammatiche in cui vivono i migranti”.

Anche Cesvot in questi giorni porta il suo contributo di conoscenza con  il libro Atlante sociale sulla tratta. Interventi e servizi in Toscana di Marta Bonetti, Arianna Mencaroni, Francesca Nicodemi (I Quaderni, n. 53).
Il volume presenta i risultati di una ricerca, promossa da Cesvot e condotta dalla Fondazione Volontariato e Partecipazione, sugli interventi realizzati in Toscana contro la tratta e la prostituzione forzata. Una mappatura di luoghi, enti e servizi che racconta l’azione di associazioni ed enti locali a contrasto della tratta e a sostegno delle vittime che ogni anno in Italia sono almeno 30mila. Il volume contiene, inoltre, testimonianze, dati aggiornati e un’ampia panoramica sulla normativa.

Al volume è allegato il dvd Dalla parte della dignità e dei diritti con filmati e videointerviste ad operatori, esperti e vittime di tratta, di cui potete vedere l’anteprima IL DIARIO DI ANNA sul canale Youtube di Cesvot.

Buona lettura e… buona visione!

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fonte:  http://pluraliweb.cesvot.it/schiavismo-nostrano

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CRISI – Noi, costretti a lavorare gratis

Noi, costretti a lavorare gratis

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Stagisti, praticantati, crowdsourcing: mezzo milione di giovani italiani, qualificati e creativi, non viene pagato per quello che fa. Ma questo ricatto al mondo sommerso potrebbe far esplodere la protesta da un momento all’altro

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di Roberta Carlini

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08 agosto 2011

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C’è il grafico che ironizza sul suo mestiere: “Faccio il gratis designer”. L’attrice che ha coniato una nuova formula, “sto nel racket del lavoro bianco: mi pagano i contributi, ma non lo stipendio”. Il praticante avvocato che difende i diritti degli altri e trascura i suoi. La free lance che lancia un avviso ai naviganti: basta volontariato, d’ora in poi non lavoro più senza paga.
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Gli stagisti d’ogni tipo ed età: mezzo milione come minimo, nel privato e nel pubblico, per la maggior parte non retribuiti e neanche rimborsati. E il mondo nuovo del Web, con il crowdsourcing trasformato da officina creativa di massa a reclutamento di opera a costo zero. Il 65 per cento dei giovani con meno di 35 anni ha lavorato almeno una volta senza essere retribuito, dimostra un sondaggio di Demopolis realizzato per “l’Espresso”. Tutti lavoratori e lavoratrici, in gran parte giovani, ben qualificati, spesso alle prese con lavori interessanti, creativi, belli. Ma non pagati. Gratis. Non per scelta, ma per ricatto o necessità. Un mondo sommerso, che può esplodere da un momento all’altro.
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In prima fila, nell’universo del lavoro gratis, ci sono loro: gli stagisti, esercito che si è stratificato negli anni e con la crisi si è cronicizzato. “Lo stage non è più il primo passo di un percorso lineare, in crescendo: si può andare avanti, ma si può anche passare da uno stage all’altro senza migliorare in niente o addirittura tornare indietro, da un lavoretto retribuito a un nuovo stage”, racconta Eleonora Voltolina, fondatrice di un sito molto popolare nel mondo dei forzati della stage (repubblicadeglistagisti.it) e autrice dell’omonimo libro (Laterza). Da porta d’ingresso nel mercato del lavoro, ormai da tempo lo stage è diventata una condizione esistenziale: non retribuita, nella maggior parte dei casi. “Secondo un sondaggio tra i nostri utenti, il 52 per cento degli stagisti non prende un euro, e un altro 15 ha un rimborso spese inferiore ai 250 euro al mese”.
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Non stiamo parlando di un gruppetto di poche persone: secondo i dati Unioncamere, nel settore privato gli stagisti sono 322 mila. E nel pubblico? “Abbiamo chiesto al ministro Brunetta di dare le cifre, non ci ha risposto”, dice Voltolina. La stima, non ufficiale, è sui 200 mila: e siamo già sopra il mezzo milione. Ai quali poi vanno aggiunti almeno 200 mila aspiranti professionisti (avvocati, commercialisti, notai) costretti a fare la pratica per poi accedere con un esame di Stato ai mitici ordini professionali. E la loro pratica, di norma, è a prezzo zero. Anche laddove i codici deontologici prescrivono che il praticante vada pagato, dopo un po’ di mesi di addestramento. Una regola inapplicata dalla maggior parte degli studi italiani, e ignorata persino dallo Stato, che da un pezzo ricorre al lavoro gratis dei giovani avvocati: succede nell’Avvocatura di Stato e succede persino all’Inps.
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Non che siano i soli. Ci sono stagisti che mandano avanti i tribunali in crisi di organico e quelli che tengono aperte le biblioteche delle università. Lo stagismo dilaga nei Comuni come nei ministeri, in tutto lo Stato e il parastato. E fa da biglietto da visita dell’Italia anche nelle ambasciate. Sono stati 1.800 l’anno scorso e 580 quest’anno i neolaureati che hanno vinto i posti messi in palio dal ministero degli Esteri per fare stage presso le ambasciate. Una bella opportunità, per chi studia nel campo della politica e diplomazia. Ma a caro prezzo: nessun rimborso spese, neanche se ti mandano a Bangkok o in Australia. “Io sono stata fortunata, ho avuto come destinazione Lisbona: il viaggio non costa molto e tutto qui è abbastanza economico per effetto della crisi”, racconta Noemi De Lorenzo, 24 anni, appena laureata in Scienze internazionali e diplomatiche all’università di Trieste. Viaggio, affitto, cibo (“devo dire che i funzionari dell’ambasciata spesso mi offrono il pranzo…”), tutto per tre mesi prorogabili di uno: “Di più non potrei, però finora è stata una esperienza utile, so che non sempre è così, a volte ti tengono solo a fare le fotocopie”, racconta Noemi, che si tiene in rete con i suoi colleghi che in tutto il mondo stanno apprendendo l’abc della diplomazia e insieme i rudimenti del lavoro gratuito. Che prosegue spesso anche quando il pretesto della formazione non c’è più, incanalandosi su mille altre strade.
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“Diciamo no al volontariato: perché non si deve mai lavorare gratis”. A un certo punto Silvia Bencivelli, giornalista scientifica free lance, non ce l’ha fatta più e si è sfogata sul suo blog (http://silviabencivelli.it/): basta al volontariato, basta alle telefonate di chi ti chiede di contribuire a un libro, moderare una tavola rotonda, scrivere, intervenire a un convegno, dimenticandosi sempre di citare l’argomento “soldi”. Oppure promettendo, al massimo, un rimborso del biglietto del treno: magari per un fine settimana, magari per andare in un posto bello. Basta. “No. Per me, perché anche se è vero che il mio lavoro assomiglia a un hobby, e a volte si tratta di fare cose divertenti che farei anche per niente, non posso svendere quel che faccio. E poi no, per tutti gli altri. Perché chi lavora gratis rovina il mercato”. Uno sfogo cliccatissimo, che è stato rilanciato e commentato in Rete alla grande. Segno che Bencivelli ha messo il dito in una piaga diffusa, che colpisce soprattutto il lavoro intellettuale e creativo: “Quel che tutti pensano è: siccome fai un bel lavoro, puoi anche farlo gratis”, riassume Silvia. Che aggiunge: “Per carità, il dono, l’attività volontaria, ci possono sempre stare, per gli amici o per una causa. Ma qui sta diventando un sistema, un modo per svalutare il lavoro. Me lo dice sempre mio padre: non è che siccome fai un lavoro bello, ti possono pagare in bellezza”.
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Se il “lavoro bello” è il primo dei ricatti, quello che viene subito dopo è il mito della visibilità: “Non ti pago, ma così fai vedere il tuo lavoro, la tua firma, la tua faccia”. Ne soffrono professionisti affermati e ancor più giovani che vogliono emergere, ragazzi pagati 3 euro ad articolo per vedere la propria firma su quotidiani blasonati. Figuriamoci se non ne soffre il mondo dello spettacolo. “Da noi non c’è solo il lavoro nero, c’è di peggio: il lavoro bianco”, dice Manuela Cherubini, regista e attrice. Che racconta, seduta a un tavolino di fronte al teatro Valle occupato, cos’è questo trucco del lavoro bianco: “Ti pagano i contributi, ma non lo stipendio”. Questo per colpa dei meccanismi perversi del finanziamento pubblico alle compagnie: commisurati appunto a quanti cedolini hanno, quanti contributi pagano. E allora, “firmi la busta paga, ma la paga non arriva. Poi magari arrivano l’anno dopo le tasse da pagare sulla paga che non hai avuto”.
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Il tavolino si affolla, e attrici, attori, scenografi, registi, raccontano tutti episodi di “lavoro bianco”. Che prima veniva accettato perché, cedolino dopo cedolino, magari arrivava il diritto al trattamento di disoccupazione. Adesso questa possibilità non c’è più e chi lavora gratis lo fa solo per esserci. “Perché ci sono tanti attori a spasso che pur di sentirsi vivi accettano”. Poi c’è il lavoro gratis venduto come grande opportunità, il privilegio di recitare per cinque minuti accanto a un grande della scena. O il trucco della formazione, nel dilagare dei “laboratori”. Fino all’organizzazione di festival ed eventi con scambio di compagnie, senza remunerazione ma con garanzia di poter riempire così i rispettivi cartelloni. “Siamo noi per primi a dover cambiare mentalità, a dover dire no, se continuiamo a essere disposti a tutto pur di andare in scena non saremo mai considerati, a tutti gli effetti, lavoratori”.
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“Può il governo federale americano chiederci di lavorare gratis?”, stanno chiedendo a gran voce un migliaio di graphic designer americani. Sono protagonisti di una rivolta contro il bando appena lanciato dal dipartimento agli interni a stelle e strisce, che ha messo in crowdsourcing il rifacimento del logo. Il vecchio bisonte quasi centenario non va più bene, così il ministero si è rivolto alla Rete: mandateci una proposta, sceglieremo la più bella. Sul mercato professionale, quel lavoro è valutato dai 20 mila ai 50 mila dollari: con il crowdsourcing di Stato, protestano i designer americani in rivolta, chi vince ne guadagna appena 1.000, tutti gli altri hanno lavorato gratis.
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Il fenomeno è mondiale e interessa designer, grafici, copyrighter e altri professionisti che hanno visto rapidamente il Web trasformarsi da delizia in croce. “Il crowdsourcing dilaga, è un modo per raccogliere risorse a basso costo, o del tutto gratis”, dice Dario Banfi, giornalista, copywriter e consulente milanese, autore con Sergio Bologna del libro “Vita da free lance” (da poco uscito per Feltrinelli), nel quale dedica ampio spazio al problema, in un capitolo che si apre con la seguente domanda: “Il lavoro gratuito, meglio di nessun lavoro?”. Banfi pensa di no, ovviamente, e mostra una mail da lui stesso ricevuta qualche giorno fa: “Caro copy, eccoci a proporti una nuova ricerca nome…”. Si trattava, in sostanza, di inventare il nome per un nuovo prodotto assicurativo per automobilisti. Premio: mille euro per il nome vincente, zero compensi per tutti gli altri.
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Anche in Italia sono fiorenti agenzie che fanno brokeraggio tra i clienti e i creativi, cercando sulla Rete le idee migliori a prezzi ridicoli. “Negli Stati Uniti, dove i free lance si sono coalizzati, comincia una reazione molto forte contro queste pratiche. Così come è partita la rivolta dei giornalisti-blogger che hanno scritto gratis per l’Huffington Post e adesso hanno avviato una class action per avere una parte del bottino ricavato da Arianna Huffington dalla vendita”.
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La class action dei blogger di Arianna porta argomenti a quanti sostengono che il magico mondo “gratis” del Web è il regno dello sfruttamento di massa, come sostiene nel suo libro “Felici e sfruttati” (Egea) Carlo Formenti; e alimenta il dibattito, molto fitto nella blogosfera, sui confini tra spontaneità e gratuità della Rete e un business economico che si fa sempre più aggressivo ma non distribuisce i suoi “jackpot” a chi ha donato idee e scritti all’impresa nascente che poi è diventata di successo.
Le nuove frontiere del crowdsourcing vanno a peggiorare una situazione già poco rosea, per un mondo di professionisti non sempre riconosciuti come tali, soprattutto in Italia.
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“Tra noi circola una battuta, autoironica: non voglio fare il gratis designer”, racconta Mario Rullo, graphic designer, fondatore di una piccola agenzia romana. “Faccio questo lavoro da vent’anni e ho vissuto tutti i cambiamenti tecnologici, la rivoluzione che ha reso accessibili alcune operazioni a tutti”. Una bella cosa, ovviamente: però diventa preoccupante “se il mercato poi pensa che alcuni servizi si possono non pagare: le fotografie, il design, la scrittura. Colpa del fatto che in molte imprese non ci sono le competenze per riconoscere un lavoro professionale, ma anche della voglia di pagare poco, risparmiare. E così il crowdsourcing diventa una mistificazione, non è una specie di concorso per giovani o per emergenti – cosa in sé molto bella e utile -ma vuol dire una sola cosa: non voglio spendere”. E quindi non ti pago.
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Salento, la rivolta dei braccianti: gli immigrati stagionali in sciopero

Salento, la rivolta dei braccianti
gli immigrati stagionali in sciopero

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Centinaia di lavoratori incrociano le braccia per chiedere acqua calda, paghe decenti e il rispetto dei loro diritti. E’ la prima protesta auto-organizzata dei migranti, a rischio il raccolto di pomodori

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di CHIARA SPAGNOLO

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Salento, la rivolta dei braccianti  gli immigrati stagionali in sciopero

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È una domenica di campi vuoti quella che trascorre tra i filari di pomodori del Salento. Ultimo scorcio di luglio, in cui centinaia di immigrati, impiegati come raccoglitori, proclamano lo sciopero e si rifiutano persino di salire sui trabiccoli che all’alba dovrebbero condurli al lavoro. È il giorno dopo l’assemblea autogestita alla masseria Boncuri, funestato dalla morte improvvisa di un tunisino di 34 anni, e diverso dai precedenti per la calma surreale che regna nelle campagne. Lì dove il sole arroventa le piante e migliaia di tonnellate di prodotto rischiano di marcire se non vengono raccolte in tempo. Il danno economico derivante dallo sciopero potrebbe essere enorme, perché gli italiani da anni non fanno questo genere di lavoro, gli extracomunitari lo capiscono e, forti di questa certezza, cercano una trattativa con la parte datoriale. L’assemblea di sabato sera, in questo senso, è stata illuminante.

LEGGI S’infiamma la protesta, migranti bloccano la provinciale

Vi hanno partecipato i sindacalisti della Cgil e i volontari che gestiscono la masseria Boncuri, “Finis Terrae” e le “Brigate di solidarietà attiva”, ma i veri protagonisti sono stati i lavoratori. Tra le mura secentesche della struttura trasformata in campo d’accoglienza, si sono mischiate lingue e idee, confrontate esigenze e posizioni molto diverse e, alla fine, è stato stilato un documento che in quattro punti riassume la piattaforma delle rivendicazioni. L’obiettivo dichiarato è il rispetto del contratto provinciale di lavoro per l’agricoltura, che prevede un tariffario preciso per la raccolta di pomodori: 5,92 euro a ora e 38,49 a giornata (6 ore e 30). La realtà, invece, parla di cifre molto diverse: 3,50 euro a cassone, praticamente la metà del previsto.

FOTO NELLA MASSERIA DEGLI IMMIGRATI

Alla paga già ridotta si deve poi sottrarre la mazzetta da versare al caporale per entrare a far parte dei gruppi che quotidianamente vanno sui campi (da 3 a 5 euro) e il prezzo da pagare per essere portati sui luoghi di lavoro (3 euro). Alla miseria retributiva si aggiunge il fatto che gli “ingaggi” legali sono pochissimi (circa 120 contando anche le persone già impiegate nella raccolta delle angurie), che la maggior parte del lavoro viene svolto in nero, che l’assistenza sanitaria è inesistente e i contributi previdenziali pure. La situazione è esplosiva e connotata da profili di evidente illegalità. Questioni su cui la Cgil punta il dito, tramite la segretaria confederale Antonella Cazzato, che stigmatizza “la scarsità dei controlli sui campi” insieme “alla poca disponibilità da parte delle istituzioni e all’evidente disinteresse della politica” rispetto alla questione Nardò. Senza dimenticare una frecciatina all’Asl, “che dovrebbe spiegare come mai non è stato rispettato l’impegno preso a giugno di dotare la masseria Boncuri di acqua calda”, e una ai datori di lavoro “che non hanno contatto con i raccoglitori e affidano ai caporali la completa gestione degli ingaggi”.

Proprio i produttori, del resto, dovrebbero essere i primi interlocutori dei lavoratori, i quali hanno ben chiare le rivendicazioni da fare e i diritti da far rispettare. “In una situazione in cui le irregolarità sono così evidenti  -  aggiunge la Cazzato  -  le testimonianze e le denunce non bastano. Il sindacato può svolgere la funzione di raccordo, tra i lavoratori, le aziende e gli altri soggetti istituzionali. Per questo abbiamo già chiesto la convocazione del Consiglio territoriale per l’immigrazione, affinché ogni soggetto che ha responsabilità spieghi perché gli impegni assunti non sono stati rispettati”. Di impegni, del resto, a inizio stagione ne erano stati presi tanti, amplificati dalle campagne mediatiche e puntualmente disattesi nelle settimane a venire. Quel che accade a metà estate nei campi lo dimostra chiaramente. E il fatto che gli immigrati, che fino a ieri erano disposti a tutto pur di guadagnare pochi euro, scelgano di incrociare le braccia è ancora più significativo. Vuol dire che lo sfruttamento è arrivato al limite massimo. Che le regole esistono solo a parole e che i diritti, quando i lavoratori sono stranieri, non valgono.

Almeno non nei campi di Nardò e dei paesi limitrofi. Lì dove il sole matura i pomodori e in questa domenica di fine luglio nessuno li raccoglie. Dove per la prima volta la parola sciopero rimbalza tra i filari, fino alla masseria Boncuri dove i raccoglitori trascorrono la giornata in attesa che qualcosa si muova. Hanno molto da dirsi ma lo fanno a bassa voce, in segno di rispetto per il “fratello” morto nella notte. A trovarlo, all’alba, sono stati i connazionali con cui divideva la tenda e che hanno dichiarato alla polizia di non essersi accorti di nulla e di non aver ricevuto alcuna richiesta di aiuto. Come è stato riscontrato dal medico legale, il giovane tunisino è morto per cause naturali e il suo corpo è stato trasportato all’ospedale di Vito Fazzi di Lecce, a disposizione dell’autorità giudiziaria, che deciderà se sia necessario effettuare l’esame autoptico.

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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31 luglio 2011

fonte:  http://bari.repubblica.it/cronaca/2011/07/31/news/nard-19847161/?rss

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e il mensile di emergencyLa copertina del numero di agosto

Ecco il numero di agosto,

in edicola da mercoledì 3

IMMIGRAZIONE, IL LIBRO – Viaggio tra «i nuovi schiavi d’Italia»

Viaggio tra «i nuovi schiavi d’Italia»

Le storie estreme di migranti tra fame e disperazione


fonte immagine

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La copertina del saggio di Jacopo Storni
La copertina del saggio di Jacopo Storni

MILANO – Jacopo Storni ha girato l’Italia da Lampedusa a Gorizia, battendo come un segugio in cerca di verità nascoste i campi di pomodori del Gargano, gli aranceti della ‘ndrangheta grondanti umidità e sfruttamento, le baraccopoli nascoste nel cuore delle più civili e grandi città italiane così come gli alveari di disperazione nei sotterranei dei palazzi di Roma. Ha incontrato migranti e clandestini, rom e prostitute minorenni, ambulanti sospettosi e operai dalle mani rigate dal troppo lavoro. E ha guardato dritto negli occhi tutti coloro che di solito fingiamo di non vedere.

IL REPORTAGE - «Sparategli! Nuovi schiavi d’Italia», s’intitola così questo viaggio nell’immigrazione italiana, la più povera e desolata, la più estrema, quella che prolifera ai margini dell’illegalità perché semplicemente non ha alcun diritto. «Mi sembra che uno degli obiettivi di questo libro – scrive lo storico inviato del Corriere Ettore Mo nella prefazione – sia proprio quello di indicare, attraverso la miriade di episodi che illustrano i disagi, le sofferenze, e persino le crudeltà cui sono sottoposti gli immigrati, le responsabilità del paese che li ospita».

GLI OCCHI DI MIHAELA – Il viaggio di Storni, giornalista del Corriere Fiorentino e del Redattore Sociale, comincia proprio dagli occhi di Mihaela, ragazza madre e «serva dell’agricoltura». A Vittoria, nelle campagne di Ragusa, per le giovani rumene funziona così: di giorno si spezzano la schiena sui campi. La notte si concedono a caporali e padroni per un tozzo di pane, un tetto sotto cui dormire. Lei è stata particolarmente sfortunata, perché è rimasta incinta. L’unico aiuto che ha ricevuto è venuto da un sacerdote, padre Beniamino, indaffarato a fornire un minimo di assistenza a questa folla dolorante di donne abusate e sottopagate: «È stato il suo datore di lavoro a portarla da me – racconta -. È venuto in parrocchia e mi ha pregato di occuparmi di lei. Quando gli ho chiesto chi fosse il padre del bimbo, lui ha fatto spallucce, lasciando intendere la realtà dei fatti».

LA PARABOLA ASSURDA DI VALERIU – Nel suo paese, la Romania, Valeriu era un imprenditore. Non navigava nell’oro, ma era titolare di un’azienda con 45 dipendenti. Per lui la bella vita è durata solo tre anni. Poi cominciarono le richieste pressanti di funzionari pubblici corrotti. Pretendevano tangenti, chiedevano a Valeriu di gonfiare le fatture per intascare la differenza dei contributi statali: «Avrei preso un terzo del loro guadagno – racconta l’uomo – ma non ci pensai un attimo e rifiutai». Un gesto di onestà che pagò a caro prezzo. Tempo qualche settimana in azienda si presentò la Polizia sulla base di una denuncia anonima e sequestrò tutto. Senza più una lira Valeriu si risolse ad emigrare. Ma in Italia entrò in un incubo peggiore. Duecento euro al mese per ammazzarsi di fatica. «E non avevo un posto per dormire, né per lavarmi. Dormivo in un magazzino e usavo il bagno di un amico». Fino a quando, lavorando alla sega elettrica, quasi si tranciò una mano. «Un collega operaio mi portò di corsa all’ospedale, ma il capo mi ordinò di non raccontare la verità, non dovevo dire che mi ero infortunato sul lavoro». Valeriu non disse nulla, ma da allora è praticamente invalido. «Tutta colpa di quell’arnese che non aveva i minimi requisiti per essere utilizzato».

NEL CAMPOSANTO DEI RACCOGLITORI DI POMODORI – «Senza lavoro qui è peggio dell’Africa», racconta Mamour, originario del Gambia, che dal 2007 lavora a Rignano, campagna brulla che ribolle di afa e pomodori in provincia di Foggia: «Lo scenario è tipicamente sahariano». Aria incendiata, terra secca, acqua sporca usata dagli immigrati per bere e lavarsi. La giornata di lavoro nei campi di pomodori dura 12 ore. E viene pagata soltanto venti euro: «Molti si ammalano di patologie gastroenteriche e osteomuscolari. Inevitabile, visto come vivono». Qualcuno non ce la fa, e allora finisce nei cimiteri che si confondono tra le campagne. E le loro tombe recano a stento un nome cui appendere qualche preghiera.

LA BUCA DEGLI AFGHANI – Ma la storia più assurda, perché estratta dalla quotidianità di una metropoli come Roma, è quella della buca degli Afghani: «Una squallida baraccopoli germogliata nel 2009 nelle fondamenta di un palazzo in costruzione nei pressi della stazione Ostiense». In questo scenario alla Blade Runner, i «replicanti» condannati all’inciviltà vivono nei sotterranei della vita civile: «Tra mura di cemento, terra e fango, proliferano decine di baracche in cartone al cui interno sopravvivono oltre 150 profughi afghani».

LA SCHIAVITU’ DI JASMINE – Aveva sedici anni Jasmine quando ha messo piede per la prima volta a Castel Volturno. Veniva dalla Nigeria, aveva molte speranze, qualche sogno e la voglia di vivere delle ragazza alla sua età. Nel giro di qualche giorno è stata costretta a prostituirsi. «O la strada o la morte», le ripeteva la madame, ovvero la sfruttatrice del clan. Dopo alcuni anni al giogo della Domiziana, scappa e comincia a vagare per la periferia di Napoli «con la mente atrofizzata, ubriacata dallo strazio». Per fortuna incontra un napoletano di cuore che la raccoglie dalla strada. «Oggi, dopo alcuni mesi nei servizi sociali, non riesce a dimenticare. Il ricordo affiora implacabile, la notte si popola di incubi».

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Antonio Castaldo
acastaldo@corriere.it
18 luglio 2011(ultima modifica: 19 luglio 2011 09:42)

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_18/migranti-storni-sparategli_98b5cd24-b177-11e0-8890-9ce9f56cae65.shtml

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MILANO, LA PROTESTA – Gli immigrati al sindaco Giuliano Pisapia “Per favore lasciateci andare via da qui. Grazie, ma siete stati solo capaci di offrirci da dormire per strada”

LA PROTESTA

Gli immigrati al sindaco Giuliano Pisapia
“Per favore lasciateci andare via da qui”

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Nel mondo 43,7 milioni di persone in fuga: mai così tanti negli ultimi 15 anni – Adnkronos Cronaca -fonte immagine

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Nessun lamento, solo una esortazione a passare dalle parole ai fatti rivolta al primo cittadino di Milano da parte di un gruppo di rifugiati africani e non solo. Nella lettera, le persone ringraziano, ma siete stati solo capaci “di offrirci da dormire per strada. Le contorsioni della legge comunitaria, l’accordo di Dublino II

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di GIULIA CERINO

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http://www.repubblica.it/images/2011/07/09/152019105-34b8ec35-d487-465b-8792-c61d82db066b.jpg

MILANO – “In campagna elettorale, il sindaco Pisapia non ha fatto altro che parlare di cambiamento e se l’Amministrazione è pronta, lo siamo anche noi”. Non è un lamento ma un’esortazione a passare dalla teoria alla pratica. E’ una richiesta, il risultato di oltre quattro anni di presenza forzata in territorio italiano. Il tutto contenuto in una lettera piena di citazioni e riferimenti all’attualità politica del nostro Paese. Quasi come se a scriverla fosse un italiano. Trenta righe stampate con caratteri bianchi sullo sfondo nero del sito “Milan Refugees 1” e dirette al neo-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia.

La richiesta di Yacob. La faccia, anzi la firma, ce la mette Paulos Yacob, scappato dall’Eritrea nel 2006 e da quasi sette anni rifugiato politico. E’ lui che, in un inglese un po’ impreciso, scrive al primo cittadino per bocca di un gruppo di rifugiati politici somali, eritrei, sudanesi ed etiopi che dal 2009 non fanno altro che chiedere all’Amministrazione comunale milanese il rispetto dei diritti umani. Da anni, non hanno una casa, dormono per strada, non si possono lavare come le persone normali. “Siamo in Italia, cerchiamo protezione ma non ci sentiamo protetti. Allora, per favore, lasciateci abbandonare questo Paese che non ci concede nessuna opportunità”.

“Ci avete solo fatto dormire per strada”. Nella lettera, i rifugiati ci ringraziano, ma c’è poco da ridere perché siamo stati solo capaci “di offrirci da dormire per strada. Quando siamo andati in Comune e in prefettura  -  scrivono -  abbiamo chiesto due cose: cancellate la nostre impronte, oppure dateci una lettera per lasciare la Penisola, lasciateci partire a piedi”. Gli è stato impedito perché la legge comunitaria, l’accordo di Dublino II, prevede che il peso dell’accoglienza sia tutto a carico dello Stato di primo passaggio, l’Italia appunto.

Si sentono in gabbia.
Non solo. Il provvedimento europeo, è stato pensato apposta per impedire che i richiedenti presentino domanda di asilo in più Stati membri. Ecco perché Yacob e gli altri si sentono in gabbia. Non possono andar via dal Belpaese ma non possono nemmeno viverci regolarmente. “A noi, l’accordo di Dublino sembra come una repressione nazista contro gli ebrei, quando Hitler controllava i loro movimenti anche sul posto di lavoro, ci usano come se fossimo in un sistema di nuova schiavitù”. La legge è legge. Ma non sta scritto da nessuna parte che ai rifugiati debba anche essere negato il diritto alla casa, quello di accedere ai corsi di formazione professionale per iniziare a lavorare o ai corsi di lingua, per imparare l’italiano come lo parlano gli italiani. Non che non possano studiarlo a Milano. Potrebbero, se solo avessero abbastanza soldi per pagarsi le lezioni.

Mai integrati. Nel 2009, il gruppo di rifugiati, appoggiato dall’associazione 3 Febbraio, aveva occupato uno stabile a Bruzzano, un quartiere della periferia nord di Milano e per oltre sette mesi anche piazza Oberdan, nel centro della città. Hanno protestato. Hanno presidiato la zona perché il Comune “non ci ha mai permesso di integrarci”. Oggi sono di nuovo in strada. Yacob se la prende con l’Europa ma anche con l’ex amministrazione comunale. “Milan Refugees” non vuole una vita facile, non chiede di vivere gratis, non vuole ‘rubarè posti di lavoro o entrare in conflitto con gli italiani. La precisazione è rivolta all’ex assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato che “ci considerava dei pigri, dei rifugiati per professione”.

Il proverbio cinese. In chiusura, Yacob si permette di dare un consiglio: “Come dicono i cinesi, se qualcuno ti chiede del pesce, non darglielo ma insegnagli a cucinarlo. Fin’ora abbiamo solo cercato umanità. Se l’umanità esiste ancora in Italia”. La lettera è datata 4 luglio. Quasi sette giorni dopo, di Pisapia ancora nessuna traccia.

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09 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2011/07/09/news/gli_immigrati_al_sindaco_giuliano_pisapia_per_favore_lasciateci_andare_via_da_qui-18898098/?rss

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Freedom Flotilla, aeroporto di Tel Aviv chiuso agli attivisti / Freedom Flotilla, si prepara la battaglia legale

Freedom Flotilla, aeroporto di Tel Aviv chiuso agli attivisti

Su richiesta di Tel Aviv diverse compagnie aeree hanno impedito l’imbarco dall’Europa a 180 attivisti “indesiderati”

http://it.peacereporter.net/upload/5/52/527/5274/52743.jpg

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Reparti della polizia israeliana sono stati schierati oggi nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per far fronte ad ogni evenienza mentre centinaia di attivisti si accingono a confluire da diversi aeroporti europei verso quello scalo per esprimere solidarietà alla Palestina. La scorsa notte 180 attivisti che cercavano di salire su aerei diretti verso Israele sono stati bloccati negli aeroporti europei di partenza su richiesta dello Stato ebraico. Alle compagnie aeree era stato chiarito per tempo che quei viaggiatori erano indesiderati in Israele. Nel timore di subire ritardi, le compagnie aeree hanno deciso di cooperare con i responsabili israeliani alla sicurezza. Questi sviluppi hanno destato forti rimostranze da parte dei dirigenti di decine di Ong palestinesi.

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08 luglio 2011

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/29363/Freedom+Flotilla%2C+aeroporto+di+Tel+Aviv+chiuso+agli+attivisti

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Freedom Flotilla, si prepara la battaglia legale

Maria Elena Delia, tra i coordinatori, traccia il punto della situazione e le prossime mosse della Flotilla

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scritto per PeaceReporter da
Maria Elena Delia*

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Quello della scorsa notte è stato forse il più complesso ed emotivamente intenso di tutti i meeting e i tavoli di lavoro che hanno visto riunire la Coalizione della Freedom Flotilla 2 durante l’ultimo anno.
Ricordo molto bene come, sul nascere di un torrido giugno 2010, immediatamente dopo l’attacco alla prima Flotilla, avevamo già deciso, senza esitazioni, che quanto accaduto non ci avrebbe fermato e che l’arroganza dell’impunità che aveva consentito a Israele di oltrepassare l’ennesimo limite teoricamente invalicabile, non avrebbe potuto impedirci di ritentare.

Per più di un anno centinaia e centinaia di persone in tutto il mondo hanno dedicato le proprie vite, il proprio tempo, le proprie energie alla costruzione di un progetto comune. Coordinare più di venticinque paesi e trovare una linea e una metodologia di lavoro condivise poteva sembrare un obiettivo irraggiungibile. Ma sul finire di questo torrido giugno ateniese, miracolosamente, c’eravamo. C’eravamo tutti. Pronti, con le nostre dieci barche, cuori pulsanti di questa impresa: le due navi cargo che avrebbero dovuto essere colme di cemento, medicinali, materiale scolastico e ospedaliero, e le otto navi passeggeri che avrebbero dovuto portare fino a Gaza quest’umanità determinata e tenace, quella stessa che ieri notte potevo riconoscere chiaramente negli sguardi e nelle parole dei compagni di questa avventura, che mi lega ormai indissolubilmente a loro da quando, il 23 agosto 2008, le prime due imbarcazioni del Free Gaza Movement riuscirono a raggiungere Gaza creando un precedente importante e dimostrando che, oltre che lecito, era anche possibile.

Non ci aspettavamo certamente che sarebbe stato semplice. Dopo l’operazione Piombo Fuso a nessuna imbarcazione era mai più stato permesso di raggiungere la Striscia di Gaza. E molte erano state le ipotesi prese in esame relativamente a come avrebbero potuto tentare di dissuaderci, rallentarci, fermarci, prima o dopo la partenza.
Ma quanto ci siamo trovati a dover affrontare durante questi ultimi giorni è stato il superamento di un confine che mai avremmo pensato di veder oltrepassare.

La Freedom Flotilla 2 è stata considerata dal governo greco/israeliano (difficile ormai distinguere tra i due) un problema di sicurezza nazionale. Un decreto speciale del Ministero dell’Interno ha vietato a qualunque imbarcazione di lasciare i porti greci con destinazione Gaza. Ma, non fosse stato sufficiente a dimostrarci quanto la nostra eventuale partenza li avrebbe messi in difficoltà, alle nostre barche è stato impedito qualunque tipo di spostamento, anche nel caso in cui la destinazione richiesta fosse stata semplicemente un altro porto greco o europeo. Le imbarcazioni che hanno tentato di far rispettare il proprio diritto di movimento sono state puntualmente bloccate dalla guardia costiera greca, compresa la Dignitè, la barca francese partita dalla Corsica il 25 giugno, autorizzata dall’unico governo a cui possiamo riconoscere il merito, così raro di questi tempi, di non aver ceduto alle pressioni e al condizionamento di Israele.

Alcuni passeggeri sono stati addirittura arrestati. John Kushmire, il capitano dell’Audacity of Hope, la barca statunitense che ha cercato di partire qualche giorno fa dal Pireo, forzando questo inaccettabile blocco, ha trascorso tre notti in carcere, senza che nessun rappresentante dell’ambasciata americana gli abbia mai fatto visita, accusato di aver messo a repentaglio la vita dei 45 passeggeri e di aver trasgredito l’articolo 128 del codice navale greco relativo alla condotta che un capitano dovrebbe adottare in “situazioni di guerra o intensificazione delle relazioni internazionali”. Fossimo stati in guerra, quindi, John avrebbe dovuto obbedire solo ed esclusivamente agli ordini del Ministero degli Interni. Lo siamo, dunque?

Dai giornali, poi, senza mai essere stati contattati né ufficialmente né ufficiosamente, veniamo a sapere che il governo greco e quello israeliano starebbero valutando la possibilità di portare gli aiuti della Freedom Flotilla ad Ashdod e, da lì, consegnarli a Gaza. Dobbiamo forse intuire che anche i nostri aiuti verranno sequestrati e tenuti in ostaggio come le nostre barche? Se il governo greco è seriamente interessato a portare quegli aiuti a Gaza, che apra un dialogo, ma con la Freedom Flotilla, che quegli aiuti ha raccolto durante mesi di lavoro e grazie al supporto di migliaia di sostenitori in ogni paese e che sarebbe felice di proporgli l’apertura di un corridoio marittimo, verso Gaza, protetto e controllato, lungo il quale le nostre barche, ma non solo, potrebbero finalmente portare a destinazione tutto il materiale che non ha mai neppure ricevuto l’autorizzazione per essere caricato sulle nostre navi ed attende, stipato in qualche magazzino, la sua sorte.

Così come noi attendiamo spiegazioni di fronte all’incredibile rifiuto da parte di un’azienda produttrice di cemento, che proprio ieri ha improvvisamente rifiutato di onorare il contratto di acquisto che aveva stipulato con noi, restituendoci l’acconto versato e dichiarando che questa decisione era stata presa per “cause di forza maggiore”, allegando alla lettera di rifiuto il decreto del ministero dell’interno greco sul veto di navigazione alla Flotilla. Non ci è neppure più consentito acquistare cemento in Grecia. Quale sarà il prossimo passo?

Se non si coglie la gravità di quanto sta accadendo, se non ci si rende conto che una missione umanitaria internazionale è stata considerata e affrontata come fosse stata l’esercito di un paese nemico, se non si comprende l’unicità di quello che sta accadendo, mai accaduto prima d’ora, non si può capire che quello che è stato creato è un precedente gravissimo che potrebbe e potrà ripetersi. Per noi è molto chiaro.
Le nostre barche, attualmente tutte ostaggi dei porti greci, saranno la nostra priorità per il prossimo futuro. Le riavremo, com’è nostro diritto.  E affronteremo legalmente quanto abbiamo subìto, fino in tribunale, se necessario.

* tra i coordinatori della rappresentanza italiana nella Freedom Flotilla

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07 luglio 2011

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/29341/Freedom+Flotilla%2C+si+prepara+la+battaglia+legale

LA MANIFESTAZIONE – Protestano in piazza i direttori dei penitenziari italiani “Le celle non sono ‘discariche’ sociali”

Protestano i direttori dei penitenziari italiani
“Le celle non sono ‘discariche’ sociali”

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I dirigenti degli istituti di pena sono scesi in piazza per protestare contro l’attuale sistema carcerario: sovraffollamento, la tensione, la mancanza cronica di personale e un contratto di lavoro che non c’è mai stato e che viene regolato “per analogia” a quello dei funzionari di polizia. A metà luglio il ministro Brunetta ha promesso che si “aprirà un tavolo” di contrattazione. Domani protestano gli agenti

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di CARLO CIAVONI

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Protestano i direttori dei penitenziari italiani  "Le celle non sono 'discariche' sociali"

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ROMA  -  “Ecco, guardi qua, sfogli pure l’Ordinamento Penitenziario. Sono 136 articoli, ne legga uno a caso e si accorgerà che neanche uno, dico, neanche uno, viene di fatto rispettato”. A parlare così è Enrico Sbriglia, direttore del carcere di Trieste, ma soprattutto segretario generale del SIDIPE, il sindacato che rappresenta la maggior parte dei dirigenti. Davanti a palazzo Vidoni, sede del Ministero della Funzione Pubblica, ci sono molti di loro, provenienti da tutta Italia a rappresentare i disagi nei  216 penitenziari. Protestano “vestiti a lutto” per denunciare la crisi drammatica del sistema carcerario. Un sistema che non li ha ancora neanche contrattualizzati, e li costringe a far riferimento alle norme che regolano i rapporti di lavoro dei funzionari della Polizia di Stato. “Come se facessimo lo stesso mestiere”,  commentano. E aggiungono: “E comunque con una simpatica differenza: che il nostro stipendio non è soggetto alle stesse loro dinamiche, ma è fermo alle fasce minime. Da sempre”.  

La promessa di Brunetta. Una delegazione è stata ricevuta da un alto funzionario del Ministero, il dottor Gallozzi il quale, evidentemente su mandato del ministro, ha assicurato che entro la metà di questo mese si aprirà un tavolo di contrattazione su tutta la “partita”, che riguarda il contratto di lavoro, ma soprattutto le misure che il governo dice di voler adottare per risolvere la questione del sovraffollamento delle celle e dell’applicazione di tutte le norme dell’Ordinamento penitenziario, compresa – ad esempio – quella scritta al Capo II, paragrafo 5: “Gli istituti penitenziari devono essere realizzati in modo tale da accogliere un numero non elevato di detenuti o internati. Gli edifici devono essere dotati, oltre che di locali per le esigenze di vita individuale, anche di locali per lo svolgimento di attività in comune”.

Il peso sugli agenti di custodia. Nel frattempo però, in carcere si continua a vivere in celle di pochi metri quadrati, in condizioni igieniche spesso inaccettabili e che diventano luoghi dove maturano stati di tensione e violenza capaci di mettere a durissima prova  gli agenti di polizia penitenziaria, già appesantiti da una congenita carenza di personale. La manifestazione dei direttori delle carceri italiane è servita anche a ricordare, una volta di più, che a fronte di una capienza complessiva di poco più di 45 mila detenuti, gli istituti di pena ne ospitano attualmente circa 68 mila. “Tutta gente – dice un’alta funzionaria del Dap, il Dipartimento centrale dell’Amministrazione penitenziaria  -  che potrebbe benissimo scontare la sua pena con misure alternative. sono la maggior parte del mondo penitenziario, che hanno trasformato le nostre carceri in ‘discariche sociali’, dove è il disagio dei nostri tempi a prevalere e non il crimine a prevalere. Il problema – ha aggiunto – è che in questi ultimi anni  ha prevalso una politica punitiva, alimentata da un bisogno di sicurezza più indotto che reale. Una politica che però viene smentita dalla realtà. Risulta infatti che la reiterazione del reato è molto più frequente fra chi ha un passato da rinchiuso in in cella per 20 ore al giorno senza fare niente, piuttosto che fra quanti ha goduto di misure alternative”.

Le solidarietà della politica. Sandro Savi, responsabile del settore carcerario per il Partito Democratico, ha partecipato alla manifestazione: “Il PD è al fianco dei dirigenti degli Istituti penitenziari e degli uffici dell’esecuzione penale esterna, le strutture che si occupano delle misure alternative al carcere. Nelle attuali drammatiche condizioni del nostro sistema penitenziario  -  ha aggiunto Savi – non è accettabile che dopo cinque anni di vacanza contrattuale il governo non abbia attivato la negoziazione per questi operatori impegnati ogni giorno a garantire legalità, umanità e cura delle persone detenute. L’annunciato blocco per ulteriori quattro anni delle contrattazioni del pubblico impiego avrebbe per questo settore effetti devastanti di vuoto normativo e di precarizzazione di professionalità fondamentali dello stato”.

La lotta di Pannella.
“Lo Stato italiano – ha detto Mario Staderini, segretario di Radicali Italiani, presente assieme ad Emma Bonino al sit in -  ad ogni livello, continua a trattare le carceri come discariche sociali, dove i direttori degli istituti e chi vi lavora sono abbandonati, al pari dei detenuti, in una voragine che inghiotte tutto, dalla legalità ai diritti umani. Perfino i diritti sindacali, visto che molti direttori hanno dovuto prendere un giorno di ferie per manifestare”. “L’amnistia che chiediamo – ha sottolineato la vicepresidente del Senato, Enna Bonino, ricordando lo sciopero della fame di Marco Pannella iniziato a fine aprile – è innanzitutto per la Repubblica, per la condotta criminale contraria alla Costituzione e alle convenzioni internazionali di cui le istituzioni sono quotidianamente responsabili. Su questo aspettiamo che la Rai apra degli spazi di informazione e dibattito per gli italiani”Erano presenti anche il segretario di Nessuno Tocchi Caino, Sergio D’Elia, il senatore radicale Marco Perduca e la segretaria dell’associazione Radicale,  “Il detenuto ignoto”, Irene Testa.

Domani la protesta degli agenti. Domani a protestare a Roma saranno invece gli agenti penitenziari. “L’ugl polizia penitenziaria – ha annunciato il segretario nazionale dell’Ugl polizia penitenziaria, Giuseppe Moretti – prosegue nella sua campagna per la tutela della dignità e della sicurezza del corpo e proclama una manifestazione nazionale per domattina alle 10, a Roma. Da tempo reclamiamo l’attuazione di un piano straordinario per le carceri  -  ha aggiunto – che preveda l’assunzione di almeno 5 mila agenti per far fronte al disastroso problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari, ma finora le nostre richieste sono rimaste inevase. Inoltre rivendichiamo un riallineamento di funzionari, ispettori e sovrintendenti ai colleghi della polizia di stato, come da impegni presi dal ministro della giustizia”.

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06 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/volontariato/2011/07/06/news/protestano_i_direttori_dei_penitenziari_italiani_le_celle_non_possono_essere_discariche_sociali-18763348/?rss

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