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FERMATE QUESTO ORRORE! – Mucca clonata produce latte “umano”, il “brevetto” conteso da Cina e Argentina

Mucca clonata produce latte “umano”
il “brevetto” conteso da Cina e Argentina

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Gli scienziati argentini hanno alterato il Dna del bovino aggiungendo i geni che producono due sostanze protettive tipiche del latte materno. Pechino rivendica: “Abbiamo una madria intera di esemplari transegenici simili”. La Lav all’Ue: “Fermate questo orrore”

Mucca clonata produce latte "umano" il "brevetto" conteso da Cina e Argentina Rosita, la vitellina clonata, tra un ricercatore e il ministro argentino dell’agricoltura Julian Dominguez

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ROMA – In Argentina è nata la prima mucca al mondo in grado di produrre latte materno grazie ad alcuni geni umani inseriti nel Dna. L’annuncio è stato dato dal National Institute of Agrobusiness Technology, secondo cui il latte ‘potenziato’ contiene due sostanze protettive contro le infezioni che non si trovano in quello prodotto naturalmente dall’animale.

“La mucca clonata si chiama Rosita – si legge nel comunicato del laboratorio argentino – è nata il 6 aprile con un parto cesareo dovuto al fatto che alla nascita pesava 45 chilogrammi, il doppio di un bovino normale, e quando sarà adulta produrrà latte simile a quello materno umano”.

Gli scienziati argentini, coordinati da Adrian Mutto, hanno inserito nel Dna della mucca i geni che producono la lattoferrina, una proteina che rinforza il sistema immunitario, e il lisozima, un’altra sostanza antibatterica.
“Il nostro obiettivo era quello di aumentare il valore nutrizionale del latte di mucca con l’aggiunta di questi due geni umani che forniscono ai neonati protezioni antibatteriche e antivirali”, ha spiegato Mutto

Anche se i ricercatori dell’università di San Martin affermano che questo è il primo caso del genere al mondo, in realtà anche dalla Cina è venuto un annuncio simile pochi giorni fa: gli scienziati della Chinàs Agricultural university di Pechino hanno affermato di avere un’intera mandria di 300 mucche transgeniche che già producono un latte simile a quello umano di cui si stanno testando le caratteristiche.

“La clonazione animale – commenta la biologa Michela Kuan, responsabile Lav vivisezione – è una materia sulla quale esistono gigantesche criticità sia dal punto di vista scientifico che etico: tutte ottime ragioni per opporsi a un simile orrore”. La Lav chiede alla Ue che vieti simili esperimenti: “Le applicazioni commerciali di tale latte sono dubbie – aggiunge Kuan – , andando probabilmente ad alimentare un business tipico dei Paesi ricchi e non andrà a tamponare situazioni di grave denutrizione nelle fasce del mondo più povere. Inoltre, il problema legato ai primi giorni di allattamento e il conseguente trasferimento della barriera anticorpale tra madre e figlio, non sarebbe ovviato; anzi, si introdurrebbero problemi di possibili virus silenziosi ed effetti indesiderati non preventivati”.

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10 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2011/06/10/news/mucca_clonata_d_latte_umano-17506914/?rss

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ALTRA FOLLIA – Mucca transgenica dalla Cina: “Può produrre latte umano”

Mucca transgenica dalla Cina
“Può produrre latte umano”

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I laboratori della China Agricultural University hanno introdotto nei bovini geni che donano al loro latte le caratteristiche di quello prodotto dalle donne dopo il parto: “Tra dieci anni sarà nei supermercati”. Ma ci sono dubbi sulla sicurezza della bevanda ogm

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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI

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LONDRA – Un Frankenstein con le corna, la coda e che fa “mouuu”. Una mucca-mamma che produce latte “umano”, buono per i poppanti, alternativa perfetta al latte materno e a quello artificiale. L’hanno creata scienziati cinesi e tra una decina d’anni il prodotto delle sue prodigiose mammelle potrebbe arrivare sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo. Ma gli oppositori dei cibi transgenici gridano allo scandalo, come se appunto il mostro Frankenstein fosse rinato, stavolta nella stalla, per fini alimentari, e promettono battaglia per fermare questa nuova frontiera delle modifiche genetiche.

Le vacche transgeniche hanno lo stesso aspetto di quelle “comuni”. La differenza sta nel latte che producono, contenente proteine umane come il lisozima, che protegge i neonati dalle infezioni, o la lattoferrina, che rafforza il sistema immunitario. E’ stato inoltre modificato il quantitativo di grasso, aumentandolo di circa il 20 per cento. Insieme ad altre proprietà, la nuova bevanda “potrebbe essere un’alternativa all’allattamento al seno e ai vari latti artificiali che sono spesso criticati perché insufficienti dal punto di vista nutritivo per i bebè”, scrive il Sunday Telegraph di Londra, che ha messo oggi la notizia in prima pagina.

In Cina le regole sui cibi geneticamente modificati sono più permissive che in Europa. Ed è lì appunto che i scienziati dei laboratori statali della China Agricultural University hanno introdotto con successo geni umani in circa 300 mucche per produrre latte con le stesse proprietà di quello materno. Un latte, assicurano i ricercatori cinesi, “altrettanto sicuro di quello prodotto dalle donne che sono appena diventate mamme”. Dice Ning Li, il direttore dell’esperimento, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Public Library of Science One: “E’ un latte che ha un sapore dieci volte più forte del latte normale. Tra una decina d’anni lo troveremo in tutti i supermercati e negozi di generi alimentari”.

Ma in Gran Bretagna, patria di Dolly, la prima pecore clonata, la notizia ha scatenato ferme proteste. “Ci sono milioni di interrogativi sul fatto che il latte di queste mucche sia sicuro per gli esseri umani ed è difficile verificarlo se non si fanno test su larga scala”, commenta Helen Wallace di GeneWatch, un’associazione per il controllo degli sviluppi delle biotecnologie. Esprime dubbi anche la Reale Società per la Protezione degli Animali: “La prole degli animali clonati soffre spesso di gravi problemi di salute, abbiamo veramente bisogno di questo latte per i nostri neonati?”. Anche se poi, quando sono un po’ più grandi, è il latte delle mucche che tutti bevono, dai bambini agli adulti, con i cereali e col cappuccino.

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04 aprile 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/scienze/2011/04/04/news/mucca_transgenica_dalla_cina_pu_produrre_latte_umano-14453670/

CHIESA – La fecondazione assistita diventa peccato

La fecondazione assistita diventa peccato

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La condanna del Vaticano che la inserisce tra gli “atteggiamenti peccaminosi”: è immorale

Cerimonia del battesimo nella Cappella Sistina 

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di GIACOMO GALEAZZI
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CITTA’ DEL VATICANO – La fecondazione assistita è peccato». Rientra negli «atteggiamenti peccaminosi nei riguardi dei diritti individuali e sociali». Accanto ai tradizionali vizi capitali si affacciano nuove forme di peccato e non sempre i preti sono preparati ad affrontarle. Manipolare la vita in qualunque forma contrasta con l’amministrazione di un sacramento, la confessione, che negli ultimi tempi non gode di grande popolarità tra i fedeli, ma che la Chiesa vuole invece rilanciare. Delle nuove forme di peccato e della maniera giusta per affrontarle si occupa da oggi il corso sul foro interno organizzato per 750 sacerdoti dalla Penitenzieria apostolica, il dicastero vaticano dei «problemi di coscienza».

«Oggi – afferma il vescovo reggente della Penitenzieria Apostolica, Gianfranco Girotti – ci sono nuove forme di peccato che prima neanche si immaginavano. Le nuove frontiere della bioetica, innanzitutto, ci mettono di fronte ad alterazioni moralmente illecite e che riguardano un campo molto esteso». Il caso più frequente è rappresentato dal «ricorso ad alcune tecniche di fecondazione artificiale, quale la Fivet, cioè la fecondazione in vitro, non moralmente accettabili».
Il vescovo Girotti, infatti, chiarisce che il concepimento «deve avvenire in modo naturale tra i due coniugi», mentre la fecondazione assistita può comportare di per sé un altro «fatto non lecito» e cioè «il congelamento degli embrioni» che «sono persone».

Davanti alle sfide bioetiche il Vaticano punta sull’aggiornamento per confessori e detta nuove linee-guida per i sacerdoti alle prese con i nuovi peccati sociali, ossia violazioni bioetiche come il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita e il controllo delle nascite, esperimenti di dubbia moralità come la ricerca sulle cellule staminali e gli studi sul Dna, l’abuso di droghe, inquinare l’ambiente, contribuire all’acuirsi della disparità fra ricchi e poveri, l’eccessiva ricchezza.

Tutto il campo delle manipolazioni genetiche, che sempre più si affacciano all’orizzonte, anche a causa dei processi di globalizzazione, «rappresenta un terreno insidioso», sottolinea il Reggente del supremo tribunale della Chiesa per il foro interno (cioè il dicastero dei peccati). E aggiunge: «Oggi si offende Dio non solo rubando o bestemmiando, ma anche con azioni di inquinamento sociale, rovinando l’ambiente, compiendo esperimenti scientifici moralmente discutibili». C’è poi anche la sfera dell’etica pubblica dove pure entrano in gioco nuove forme di peccato come la frode fiscale, l’evasione, la corruzione.

«È impressionante oggi il fenomeno della indifferenza che esiste nei confronti della confessione – osserva il vescovo Girotti -. Attualmente nella Chiesa la posizione di questo sacramento non è delle migliori né sul piano della pratica né su quello della comprensione, mentre, tra i fedeli, si va affievolendo la coscienza del peccato». Per questo, evidenzia il ministro vaticano dei peccati, «la Santa Sede, specialmente attraverso la Penitenzieria, si fa carico dell’impegno di approfondire e valorizzare il sacramento della misericordia e della penitenza» istruendo in particolare i «giovani sacerdoti». Inoltre, la Santa Sede «vuole dare lo strumento perché prendano piena consapevolezza del grande impegno che loro hanno». Si allunga, dunque, la lista dei peccati mortali condannati dalla Chiesa cattolica. Ai tradizionali richiami contemplati nei dieci comandamenti, si aggiungono le nuove forme del peccato sociale.

Urge rilanciare il sacramento della confessione in crisi da anni: ormai il 60% dei credenti non si confessa più, secondo una ricerca condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, sottolineano alla Penitenzieria Apostolica. In confessionale i sacerdoti sono chiamati ad affiancare al tradizionale perdono cristiano, l’attenzione alle nuove forme di peccato che si sono affacciate all’orizzonte dell’umanità quasi come corollario dell’inarrestabile processo di globalizzazione, in quanto «si offende Dio, non solo rubando, bestemmiando o desiderando la donna d’altri, ma anche rovinando l’ambiente, facendo esperimenti scientifici moralmente discutibili, dando vita a manipolazioni genetiche per alterare il Dna o compromettere l’embrione. Compie peccato chi si droga e spaccia e chi evade le tasse e chi, avendo responsabilità socio-politiche, provoca ingiustizie, povertà o eccessivi accumuli di ricchezze destinati a pochi.

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21 marzo 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/394249/

RICERCA – “Le staminali non sono sicure, stop alle cellule rigenerate”

RICERCA

“Le staminali non sono sicure
stop alle cellule rigenerate”

Ricercatori italiani: possono trasformarsi in tumorali. In discussione il metodo Yamanaka che aveva trasformato le  adulte in bambine

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di ELENA DUSI

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"Le staminali non sono sicure stop alle cellule rigenerate"

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ROMA – Staminali sicure, abbondanti e senza bisogno di distruggere embrioni. La “pietra filosofale” della medicina era apparsa nel 2007 in un laboratorio di Kyoto, quando il ricercatore giapponese Shinya Yamanaka aveva preso delle cellule adulte ed era riuscito a trasformarle in staminali “bambine”. Il dibattito etico pareva sul punto di dissolversi: grazie a questo metodo era possibile ottenere staminali della stessa qualità di quelle embrionali, ma senza bisogno di distruggere embrioni. Trovare la via sgombra da ostacoli però sarebbe stato un sogno irrealistico.

Oggi infatti un gruppo di ricercatori italiani ha scoperto che le staminali ottenute con il metodo Yamanaka non sono del tutto sicure. Durante il processo di riprogrammazione (la trasformazione da adulte in staminali), il Dna delle cellule subisce uno stress. Dei piccoli frammenti si cancellano, altri vengono alterati. E la cellula che si ottiene nel vetrino di laboratorio rischia più facilmente delle altre di diventare tumorale. La scoperta (pubblicata su Cell death and differentiation) è frutto di uno studio milanese, cui hanno collaborato alcuni ricercatori svizzeri. Agli esperimenti hanno partecipato Ifom (Istituto Firc di oncologia molecolare), Istituto europeo di oncologia, San Raffaele e Università di Milano.

Il sentore che le staminali di Yamanaka (dette Ips: induced pluripotent stem cells) non fossero del tutto sicure gli scienziati lo avevano da un paio d’anni. Per questo nessun medico le ha mai usate in una sperimentazione clinica. L’effetto della scoperta italiana sarà piuttosto quello di reindirizzare gli studi per ottenere staminali prive di rischi attraverso strade alternative.

Quando si riprogramma una cellula adulta per farla tornare “bambina”, la si fa in un certo senso tornare indietro nel tempo. Quest’opera di “ringiovanimento” avviene inserendo nel Dna un gruppo di geni  -  in genere quattro – attraverso dei virus (uno dei frammenti di Dna tra l’altro è un oncogene, ben noto per la sua capacità di promuovere i tumori). Un effetto di questa operazione è che le cellule, con i nuovi geni in piena attività, iniziano a dividersi e moltiplicarsi a velocità vorticose. E dopo poco tempo mostrano i segni dello “stress replicativo” che i ricercatori conoscono bene per averlo osservato spesso nelle cellule del cancro.

Per Yamanaka  -  che grazie alla scoperta sembrava indirizzato verso un precoce premio Nobel  -  non si tratta certo di un fallimento, ma solo di un bagno di umiltà e di un allungamento dei tempi. “Ringiovanire” le cellule a piacimento non è ancora fra le nostre possibilità, ma strade alternative potranno ora essere escogitate per ottenere cellule staminali Ips senza bisogno di scatenare la proliferazione accelerata che ne rende instabile il genoma.

“I risultati di questo studio -  commenta Umberto Veronesi  -  riaprono il dibattito su embrioni e ricerca scientifica. Io capisco le ragioni di chi difende la “sacralità dell’embrione” e in nome di essa invoca restrizioni sulla ricerca delle staminali embrionali, ma ripeto: esiste un’opportunità scientifica irrinunciabile, che è rappresentata dagli embrioni sovrannumerari. Penso sia un dovere morale utilizzarli per la ricerca: non si viola nessuna etica e si aiuta la scienza a esplorare le potenzialità delle cellule staminali embrionali, che rappresentano la più grande promessa della medicina del ventunesimo secolo”.

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12 febbraio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/scienze/2011/02/12/news/staminali_cellule-12359130/?rss

SCIENZA E SALUTE – l’intestino il primo organo umano costruito in provetta dalle staminali

E’ l’intestino il primo organo umano
costruito in provetta dalle staminali

Aperta la strada a trapianti senza il rischio di rigetto

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ROMA (12 dicembre) – Un intestino umano è stato costruito in laboratorio usando le cellule staminali. È il primo organo umano nato in provetta. Finora l’unico organo costruito in laboratorio con le staminali era stato il polmone del topo.

Nature ha pubblicato online la ricerca, che apre la strada a trapianti senza rischio di rigetto e alla possibilità di studiare meglio alcune malattie molto comuni dell’intestino. «È il primo studio che dimostra che le cellule staminali umane pluripotenti possono essere indirizzate in laboratorio a formare in modo efficiente un tessuto umano con un’architettura tridimensionale ed una composizione cellulare assolutamente simile a quella del tessuto intestinale», dice il biologo dello sviluppo James Wells, dell’ospedale pediatrico di Cincinnati, autore della ricerca con il collega Jason Spence. Entrambi sono sicuri che sulla base dei loro dati altri gruppi di ricerca in tutto il mondo saranno presto in grado di riprodurre lo stesso risultato.

Per “fabbricare” l’intestino in provetta sono state utilizzate sia le cellule staminali embrionali, sia le staminali ottenute riprogrammando cellule adulte, chiamate staminali pluripotenti indotte (Ips). Il successo di questo esperimento sta nel fatto che i ricercatori hanno individuato tutti gli ingredienti necessari per spingere le cellule immature a diventare cellule dell’intestino. Hanno così ottenuto un cocktail di fattori di crescita capace di riprodurre l’ambiente nel quale l’intestino di sviluppa a livello embrionale e qui hanno coltivato le staminali finchè non sono diventate cellule del tessuto intestinale.

Il primo passo della trasformazione in provetta è stato spingere le cellule immature a diventare endoderma, ossia il tessuto progenitore delle pareti interne di esofago, stomaco e intestino. Quindi le cellule dell’endoderma hanno ricevuto le istruzioni per diventare cellule progenitrici dell’intestino e in 28 giorni hanno formato un tessuto tridimensionale simile all’intestino fetale, che ha continuato a svilupparsi in modo completo. I test sugli animali hanno dimostrato che l’intestino può essere utilizzato con successo nei trapianti e il prossimo passo sarà trasferire questo risultato nell’uomo. Nel frattempo avere a disposizione un intestino in provetta significa avere un laboratorio unico per studiare gli effetti di alcuni farmaci.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=130469&sez=HOME_SCIENZA

SALUTE – Addio amniocentesi: Da Cina test dna feto

Addio amniocentesi: Da Cina test dna feto

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A simple blood test could detect Down's syndrome and other disorders in developing fetus, reveals a novel research.

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Solo con un test del sangue saranno predette anche le malattie future

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09 dicembre, 22:04

ROMA – Conoscere, prima del parto, il corredo cromosomico del proprio bambino. Sapere e, di conseguenza, fare le opportune scelte, se una malattia genetica é stata trasmessa al feto. Tutto, senza sottoporsi ad analisi invasive, effettuate con aghi nella pancia per prelievi di liquido amniotico o tessuto coriale ma solo con un test del sangue che separa il Dna materno da quello del figlio. Questo obiettivo è stato raggiunto. Ci ha lavorato, con successo, un gruppo di ricercatori dell’università di Hong Kong che ha pubblicato il lavoro su Science Translational Medicine.

La tendenza della ricerca scientifica, come dimostra lo studio di Hong Kong, negli ultimi anni è quella di ideare indagini diagnostiche prenatali che facciano dimenticare l’invasività e la pericolosità dell’amniocentesi e della villocentesi (i due test più diffusi per la diagnosi prenatale delle malattie genetiche), che comportano un rischio di aborto o infezione intorno all’1%.

Il metodo ideato dai ricercatori cinesi è stato testato su una coppia ad alto rischio di dare alla luce un bambino con la beta-talassemia, una malattia ereditaria del sangue che provoca anemia, reclutata per la sperimentazione. Successivamente è stata fatta una mappatura del Dna dei genitori, per un confronto successivo con quello del figlio. Poi, partendo dal presupposto che il Dna del bambino è presente in una quantità pari al 10% nel sangue della madre, da un campione di plasma sono stati ‘separati’ i filamenti di Dna di madre e figlio. Una procedura complessa e anche molto costosa che però ha permesso di ricostruire il corredo genetico del nascituro.

Il risultato ha evidenziato che il bambino aveva effettivamente ereditato la mutazione per la beta-talassemia dal padre ed era portatore della malattia. In futuro, i ricercatori auspicano che questo test possa essere impiegato per riconoscere, già dal grembo materno, altre malattie genetiche oltre alla talassemia, come la sindrome di Down, la sindrome di Edwards, la distrofia, l’emofilia e altre patologie derivanti da mutazioni cromosomiche. La previsione ulteriore, seppur apparentemente avveniristica, è che dalla pancia della madre si potranno anche individuare malattie che si manifestano non alla nascita ma nel corso della vita dell’individuo, da adulto, come i tumori o le malattie cardiache.

Allo stesso tempo, i ricercatori cinesi sono consapevoli che questa loro innovativa diagnostica apre la strada ad una serie di interrogativi di tipo etico, oltre che scientifico.

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fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/12/09/visualizza_new.html_1671696613.html

SCIENZA & STORIA – Risolto il mistero dei primi contadini europei

Risolto il mistero dei primi contadini europei

archeologia,paleontologia,genetica,germania

l primo contadino nell’Europa centrale neolitica apparteneva alla cosidetta cultura della ceramica lineare. Illustrazione: Karol Schauer, Museo Statale della preistoria di Halle (Saale), Sassonia-Anhalt, Germania.

Non erano popolazioni nomadi di cacciatori-raccoglitori già esistenti in Europa, ma “invasori” del Vicino Oriente: lo rivela un nuovo studio tra archeologia e genetica

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di David Braun, NatGeo News Watch

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Un team di ricerca internazionale guidato da esperti di DNA antico della Università di Adelaide, in Australia, ha annunciato di aver finalmente messo la parola fine all’annoso dibattito sull’origine della popolazione che circa 8.000 anni fa introdusse l’agricoltura in Europa.

Il materiale genetico estratto da una necropoli di contadini del Neolitico inferiore riportata alla luce a Derenburg, in Sassonia-Anhalt, Germania centrale, indica che l’agricoltura fu introdotta in Europa da popolazioni provenienti dall’antico Vicino Oriente.

Secondo l’Australian Centre for Ancient DNA (ACAD) dell’Università di Adelaide, l’analisi genetica di questa comunità rivela infatti spiccate similitudini con le popolazioni che vivevano in quelli che oggi sono la Turchia, l’Iraq e gli altri paesi limitrofi, piuttosto che con quelle europee.

“Questo rivoluziona le teorie attuali, secondo cui i primi contadini europei erano perlopiù popolazioni già esistenti di cacciatori raccoglitori che si sarebbero trasformati in fretta in contadini o magari si sarebbero incrociati con gli invasori”, dice il capo progetto Alan Cooper, direttore dell’ACAD.

Invasori con idee rivoluzionarie

“Abbiamo finalmente scoperto chi erano i primi contadini europei: invasori dalle idee rivoluzionarie anziché cacciatori raccoglitori dell’Età della Pietra che già vivevano nell’area”, aggiunge Wolfgang Haak, fra i responsabili dello studio nonché ricercatore anziano associato all’ACAD dell’Università di Adelaide.

“Siamo stati in grado di applicare nuovi sistemi ad alta precisione di analisi del DNA antico per creare un dettagliato quadro genetico di questa popolazione di contadini preistorici, rivelando che non avevano nulla a che fare con le popolazioni nomadi già presenti in Europa”.

“Inoltre”, continua Haak, “siamo stati in grado di tracciare, grazie alle informazioni genetiche, una possibile rotta migratoria dal Vicino Oriente e dall’Anatolia (dove l’agricoltura si era evoluta circa 11.000 anni fa) attraverso l’Europa sud-orientale e il bacino dei Carpazi (l’attuale Ungheria) fino ad arrivare in Europa centrale”.

Archeologia e DNA

“Questo studio è stato possibile solo grazie alla collaborazione offerta dagli archeologi che hanno riportato alla luce gli scheletri assicurandosi che i resti non venisssero contaminati da DNA moderno, e mostra quali straordinari risultati si possono ottenere quando l’archeologia e la genetica vanno a braccetto”, aggiunge Kurt Werner Alt, professore dell’Istituto di Antropologia di Magonza, in Germania.

La ricerca ha coinvolto ricercatori dell’Università di Magonza e del Museo di Halle an der Saale, in Germania, l’Accademia Russa delle Scienze e membri del Genographic Project della National Geographic Society, di cui Cooper è fra i principali ricercatori, e di cui Haak è associato anziano.

Spencer Wells, direttore del Genographic Project, ha commentato: “È una pagina molto importante di un capitolo fondamentale della preistoria europea, in cui l’umanità abbandonò lo stile di vita del cacciatore-raccoglitore per abbracciare l’agricoltura”.

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11 novembre 2010

fonte:  http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2010/11/11/news/scoperti_i_primi_contadini_europei-135447/

Germania, studio shock, 20’000 aborti a causa delle centrali nucleari

Germania, studio shock, 20’000 aborti a causa delle centrali nucleari

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Ralf Kusmierz, Kristina Voigt e Hagen Scherb, studiosi del Centro di ricerca tedesco per la salute ambientale di Monaco e tra i massimi esponenti della comunità scientifica tedesca hanno esaminato il rapporto tra nascite e prossimità alle centrali nucleari, in Germania e Svizzera.

Lo studio (PDF della presentazione) è partito dai dati sugli effetti della catastrofe di Cernobyl sulle nascite in Ucraina e nelle regioni toccate dalla nuvola radioattiva (in particolare cesio-137) che già avevano evidenziato una significativa incidenza sia sul numero delle nascite che sul rapporto di nascite da bambine e bambini.

L’obiettivo degli studiosi era cercare di stabilire se la vicinanza delle centrali nucleari, anche in mancanza di grandi incidenti, implicasse effetti sulle nascite.

Di regola nascono 105 femmine per ogni 100 maschi, ma nelle regioni che circondano le centrali nucleari le nascite femminili sono molto inferiori.

Era già appurato che guerre e irradiamento radioattivo hanno effetti diversi sulle nascite di femmine e maschi, incidendo in modo particolarmente pesante sugli embrioni femminili.

Lo studio ha dimostrato l’esistenza di gravi conseguenze anche in rapporto alla semplice vicinanza a centrali nucleari. Negli ultimi 40 anni, nelle aree a 35 chilometri di distanza da 31 centrali nucleari tedesche e svizzere, il numero delle nascite di bambine risulta inferiore di 20’000  rispetto ai dati attesi.

Si stimano in un milione le bambine e i bambini mai nati in tutta Europa a causa del disastro di Cernobyl.

Gli studiosi hanno anche evidenzato un netto aumento dei casi di tumore infantile nelle vicinanze di centrali nucleari.

Come spiegare questi 20’000 aborti spontanei “in eccesso”, in mancanza di “grandi” incidenti alle centrali di queste regioni? Forse con gli incidenti nucleari cosiddetti di “basso livello”, quelli che sono degradati a “guasti” con una esposizione alla radioattività della popolazione sistematicamente definita “entro i limiti di sicurezza” e che invece, anche in ragione della loro frequenza e del loro cumulo, potrebbero avere effetti sulla salute ben piu’ gravi di quelli stimati dalle autorità nazionali. O forse la ragione va individuata in una qualche altra conseguenza delle attività delle centrali nucleari, come le perdite nel trasporto e nello smaltimento delle scorie e di alcuni dei pericolosissimi materiali necessari al funzionamento degli impianti.

Una cosa è certa, a causa dell’enorme peso dell’energia nucleare in molti Paesi, la politica dei governi e degli stessi enti di controllo mira spiccatamente a rassicurare le popolazioni sulla sicurezza degli impianti. Senza l’energia nucleare, molti sistemi-Paese si fermerebbero con effetti devastanti sulla loro economia.

Nel 2005, l’ONU e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) avevano speso molto tempo e denaro per cercare di dimostrare che l’incidente di Cernobyl non aveva avuto effetti sulle nascite né in Ucraina né in Europa. Per un breve periodo non erano emersi studi di senso contrario anche se i reportage da Cernobyl offrivano un’immagine in netta contraddizione rispetto ai rassicuranti studi dell’ONU e dell’AIEA. Poi molti enti di ricerca e università avevano demolito la validità scientifica di quei rapporti, evidenziando come ancora oggi gli effetti di quell’incidente producono una devastante quantità di aborti e malformazioni alla nascita.

Fino a che punto i governi e l’AIEA stanno omettendo di informare le popolazioni sui reali effetti della produzione atomica? Quanto sta incidendo davvero tale produzione sull’evidente calo della fertilità umana in molte regioni del mondo?

fonte: http://sostenibile.blogosfere.it/2010/11/germania-studio-shock-20000-aborti-a-causa-delle-centrali-nucleari.html

ORRORI – Rifiuti, il limone mutante di Terzigno

Rifiuti, il limone ‘mutante’

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Rifiuti, il limone 'mutante'

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Guardando la foto ed annusandolo da vicino, difficilmente si può pensare che quello possa essere un frutto colto da un albero di limoni. Eppure, così è. Si tratta di un vero e proprio “aborto di limone”, la cui foto ormai sta facendo il giro del web grazie a Facebook. L’agrume, che non ha più né colore, né forma, né odore di limone, è stato raccolto in un frutteto di Terzigno, a poche decine di metri dalla discarica Sari. In queste ore e nelle mani di un biologo universitario, che lo sta analizzando per capire le ragioni per le quali si è trasformato in un mostro. Secondo i membri dei movimenti anti-discarica, il “mostro” non è altro che “la prova inconfutabile e terribile della natura che si ribella, che non accetta compromessi, non si fa comprare dal vile denaro, cerca di sopravvivere al suo nemico, l’uomo”. Ma per il momento si sa solo che questo strano esemplare di limone deforme e bitorzoluto è finito al centro di un convegno organizzato nella sala Consiliare di Terzigno, alla presenza dell’Associazione Medici per l’Ambiente, che ha discusso delle malattie da inquinamento.(Dario Sautto)

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04 novembre 2010

fonte:  http://napoli.repubblica.it/cronaca/2010/11/04/foto/rifiuti_il_limone_mutante_-8746209/1/?rss


IMMIGRAZIONE – Niente case ai rom, la Curia accusa “Patti violati, pronti alle vie legali”

Niente case ai rom, la Curia accusa
“Patti violati, pronti alle vie legali”

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Milano, duro comunicato del cardinale Dionigi Tettamanzi contro la Moratti sulla chiusura del campo di via Triboniano. Disatteso l’accordo firmato con il volontariato

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di ZITA DAZZI

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MILANO – “Lo slogan “Nessuna casa ai rom” riveste di ideologia e discriminazione una vicenda che meriterebbe ben altra intelligenza. Promuovere la legalità, specie per le istituzioni, significa rispettare gli impegni sottoscritti”. Nelle parole che chiudono un durissimo comunicato – ispirato e rivisto fino all’ultima virgola dal cardinale Dionigi Tettamanzi – si leggono i termini di uno scontro senza precedenti che si apre a Milano, fra la Curia e le istituzioni. Il documento arriva dopo due settimane di polemiche aspre sulle case popolari prima promesse e poi negate a 25 famiglie rom del grande campo di via Triboniano, gestito da enti legati alla Curia e in fase di smantellamento.

Il Comune mesi fa ha coinvolto la Caritas e il volontariato nel piano di sgombero del campo, ma il vicesindaco Riccardo De Corato ieri ha invitato la chiesa milanese “a ospitare i rom nelle sue vaste proprietà edilizie”. La Curia replica annunciando “conseguenze legali ed economiche” per la rottura degli accordi presi. Comune e prefettura, infatti, avrebbero dovuto rifondere le spese sostenute dal volontariato per ristrutturare le case pubbliche assegnate ai nomadi. Così prevedeva il “Piano Maroni”, firmato a maggio in prefettura per arrivare entro fino ottobre a sgomberare il più grande campo nomadi comunale, quello vicino al cimitero di Musocco, dove dal 2007 abitano 102 famiglie, 580 residenti, la metà dei quali bambini.

I gestori dei campi nomadi in via di sgombero – la Caritas Ambrosiana per quello di via Novara e la Casa della Carità di don Virginio Colmegna per il Triboniano – avevano aderito al Piano del ministro, finanziato con 13 milioni di euro, proprio perché erano previsti progetti di inserimento lavorativo e abitativo per le famiglie rom. Per alcuni la casa popolare, per altri un sostegno per pagare il mutuo o l’affitto di case trovate sul mercato privato, per 20 famiglie il rimpatrio in Romania con l’assistenza per trovare anche là un tetto e un’occupazione. Ma, in vista delle elezioni amministrative previste per la primavera, il dettaglio delle case popolari ha fatto scoppiare una feroce battaglia fra Lega e il resto del Pdl. Due settimane fa il ministro Maroni ha costretto il sindaco Moratti e il prefetto Gian Valerio Lombardi a rimangiarsi gli accordi firmati col volontariato.

Così ieri don Virginio Colmegna ha annunciato un’azione legale: “Se la nuova linea dell’amministrazione è “nessuna casa ai rom” chiediamo alle istituzioni di convocarci e motivarci formalmente questo divieto – si legge sul sito della Casa della carità – In questo caso non potremmo che tutelare anche per vie legali gli interessi di chi ha sottoscritto gli accordi, ricordando l’inadempimento contrattuale, la violazione dei principi di imparzialità”. Colmegna, assistito da uno studio legale specializzato in cause contro gli atti di razzismo, accusa gli enti pubblici di un “inadempimento determinato esclusivamente dall’appartenenza dei beneficiari all’etnia rom con conseguente violazione del divieto di discriminazione per motivi etnici e razziali”. La benedizione di questa linea arriva dalla Curia: “Chiediamo alle istituzioni un rapporto schietto. La chiesa non avoca a sé l’intervento sociale di competenza pubblica. Se svolge funzioni di supplenza, la responsabilità resta all’ente pubblico. È inaccettabile scaricare su di noi l’onere di trovare soluzioni che spettano a chi amministra la città e il Paese”.

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08 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/08/news/case_roma_curia-7839357/?rss

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