B. ineleggibile, il Pd tace

B. ineleggibile, il Pd tace
Per legge il Cavaliere non può entrare in Senato perché concessionario di frequenze pubbliche. La giunta di Palazzo Madama ora deve applicare questa norma. Ma i parlamentari democratici chiamati a votare sono imbarazzati: «Non so, vedremo, devo leggere le carte». E la decisione potrebbe essere rinviata. Per sempre
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di Luca Sappino
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il capogruppo al Senato del Pd Luigi Zanda dice di sì all’ineleggibilità di Berlusconi e poi, sgridato da Enrico Letta, ci ripensa . I senatori democratici membri della giunta per le elezioni si trincerano tutti, anche chi aveva firmato l’appello di ‘Micromega’, dietro al classico «devo leggere le carte», perché dal Pd, comunque vada, non arriverà alcuna indicazione. Non conviene e non serve: Berlusconi e il governo Letta sono già salvi.
Il tema si ripropone sempre uguale dopo ogni elezione: le concessioni pubbliche rendono Berlusconi ineleggibile? La risposta del Parlamento è sempre la stessa: no. Eppure Zanda, giovedì, aveva acceso le speranze di chi sostiene di sì: «Secondo la legge italiana – ha detto il senatore all’Avvenire – Silvio Berlusconi, in quanto concessionario, non è eleggibile. Ed è ridicolo che l’ineleggibilità colpisca Confalonieri e non lui».
L’entusiasmo è però durato un battito d’agenzia, perché dopo una telefonata del presidente del consiglio Enrico Letta e i rimproveri di alcuni colleghi di partito (Beppe Fioroni su tutti, in rima: «Una schermaglia al giorno leva il governo di torno»), Zanda ha corretto il tiro e precisato: «Da dieci anni esprimo una posizione personale, e non sarebbe serio cambiarla ora solo perché sono diventato capogruppo. Inoltre non faccio parte della giunta delle elezioni del Senato e quindi non voterò sull’ineleggibilità di Berlusconi». Insomma, sia chiaro che Zanda non parlava a nome del Pd. E, soprattutto, che la sua «è una posizione che non ha nulla a che vedere con la tenuta del governo Letta».
Proprio nulla, è vero. E il perché lo spiega ancora, candidamente, Beppe Fioroni: «I problemi di Formigoni e Berlusconi erano già noti a tutti quando abbiamo deciso di far parte di questo governo, e l’ineleggibilità non è nel programma approvato dalle Camere». Non solo. «Oltretutto – aggiunge Fioroni, chiudendo la polemica – ne abbiamo discusso per vent’anni, e Zanda era presente…». C’era Zanda, e infatti ricorda: «Non mi sfuggono i precedenti della Camera che ha già votato varie voltre sull’eleggibilità di Berlusconi». Non che questa, si badi, possa essere però una colpa imputabile al Pd: «Il Pd – chiarisce Zanda – non ha mai dato indicazioni di voto ai componenti della giunta, che hanno sempre scelto con la propria coscienza e con la propria testa».
Benissimo. E cosa decideranno questa volta? Le teste del Pd nella giunta sono otto, e tutte orientate dalla stessa parte, esclusa forse quella di Felice Casson, il più navigato, l’unico a dire di aver già deciso: «Conosco bene le carte e ho una mia posizione», dice il senatore che però non si espone, «per motivi di correttezza – precisa – preferisco non dire nulla prima che ci sia l’occasione per decidere sul tema».
Gli altri si dichiarano tutti impreparati. Doris Lo Moro, ad esempio, senatrice ed ex magistrato, con un passato nell’associazionismo antimafia di Libera subito premette, «Non mi aspetto alcuna indicazione dal gruppo», e poi aggiunge: «Che significa “voterà o no per l’ineleggibilità di Berlusconi? Questo è un tema serio e io lo affronterò senza pregiudizi».
E ‘senza pregiudizi’ vuole lavorare anche Claudio Moscardelli, senatore laziale: «Ci devo riflettere – dice – non ho ancora visto le carte». Le carte no, ma il dibattito pubblico procede da vent’anni: si sarà pur fatto un’idea? «A maggior ragione – spiega il senatore – la decisione non c’entra nulla con le opinioni politiche».
Il senatore Giorgio Pagliari, invece, che di mestiere fa il professore di diritto, parte deciso: «La questione politica del conflitto di interessi mi pare evidente, io ho anche firmato l’appello di ‘Micromega’». Benissimo, si dirà. Peccato che Pagliari, come i colleghi, tenga subito ad aggiungere: «Da membro della giunta, però, mi riservo di esaminare bene le carte».
Sì, perché tra firmare un appello ed esprimere un voto capace di far cadere il governo e terremotare la politica ce ne passa. Lo dice anche la senatrice Rosanna Filippin, segretaria del Pd Veneto, eletta alle primarie, e membro della giunta, che così si distingue dai colleghi con l’abitudine di firmare appelli: «Io ho troppo rispetto per il ruolo che ricopro. Non mi sembra opportuno sbilanciarsi prima di aver letto le carte, anche se si tratta di Berlusconi». Questo ovviamente, «quando e se – conclude la senatrice Filippin – ci troveremo a discuterene».
Quando e se? Esatto. Ed è ancora nelle parole di Beppe Fioroni, che vorrebbe mantenere la suspense, che si trova infatti la soluzione che eviterebbe ogni imbarazzo: «Ne parleremo – dice l’ex ministro – quando l’organo preposto affronterà la questione».
Il rischio è però che quel quando voglia dire mai. Due sono gli indizi: la giunta del Senato è l’unica a non essere ancora operativa, l’unica a non aver ancora eletto la propria presidenza, che pure dovrebbe arrivare martedì. E poi, il borsino degli equilibri di maggioranza lascia immaginare che la presidenza dovrebbe andare a leghista Raffaele Volpi, ben più gradito a Berlusconi di quanto sarebbero gli altri due pretendenti, il Cinque stelle Vito Crimi e il vendoliano Dario Stefano. Non vuol dire che, se dovesse esser sollevato il caso, non se ne parlerà mai, «ma la presidenza – spiega il senatore Casson – può certamente rimandare l’esame». Ancora.
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fonte espresso.repubblica.it
Francia, sì della Corte costituzionale alle nozze gay: prime unioni a giugno

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Francia, sì della Corte costituzionale alle nozze gay: prime unioni a giugno
17 maggio 2013
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Nella giornata mondiale contro l’omofobia, tre Stati europei prendono decisioni che riguardano i diritti delle coppie omosessuali. In Francia il Consiglio costituzionale ha dato il via libera alla legge sul matrimonio gay, approvata lo scorso 23 aprile dal Parlamento di Parigi. «La legge sui matrimoni fra persone dello stesso sesso è conforme alla Costituzione». A questo punto, i primi matrimoni potrebbero essere celebrati già nel mese di giugno. E arriverebbero dopo mesi di battaglia nelle piazze e nel Palazzo. Si chiude quindi una vicenda che dal novembre 2012, momento del varo del progetto di legge da parte del Consiglio dei ministri, ha diviso il paese come non accadeva da decenni. Contestato non il matrimonio – sul quale, secondo i sondaggi, è favorevole il 66% dei francesi – quanto l’automatico diritto all’adozione che porta con sé: il 53% della popolazione sarebbe contraria.
Nelle stesso ore in Belgio l’associazione per i diritti degli omosessuali Homoparentalites ha presentato oggi, per la prima volta in Europa, una proposta di legge per la maternità surrogata, meglio conosciuta come utero in affitto. La norma riguarderà eterosessuali, omosessuali e single. Previsto un rimborso spese per la gestante.
A Lisbona, invece, il parlamento portoghese ha adottato con una maggioranza di misura la proposta di legge che permette ai componenti di una coppia omosessuale di adottare i figli del congiunto. Altri due testi nei quali si accordavano a queste coppie un pieno diritto all’adozione sono stati bocciati. La legge è stata approvata in prima lettura da una maggioranza di 99 voti, con 94 voti contrari e 9 astensioni. Il testo prevede che «quando due persone dello stesso sesso sono sposate o vivono assieme in un’unione di fatto, e uno dei due esercita la responsabilità parentale su un minore, per filiazione o per adozione, anche il congiunto potrà adottare il minore». In Portogallo, ricorda l’agenzia svizzera Ats, l’adozione a titolo individuale è aperta a tutti, ma la legge che autorizza il matrimonio omosessuale, promulgata tre anni fa, esclude esplicitamente il diritto all’adozione per le coppie gay.
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fonte ilsole24ore.com
Anonymous, arresti in tutta Italia

Operazione in corso
Anonymous, arresti in tutta Italia
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Roma, 17-05-2013
Un’operazione con arresti e perquisizioni contro presunti appartenenti ad Anonymous e’ in corso in tutta Italia da parte degli uomini della polizia postale. Le indagini sono coordinate dalla procura di Roma.
Nell’ambito dell’operazione ”Tango Down” il personale del Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) della Polizia Postale e delle Comunicazioni sta eseguendo in tutta Italia diverse perquisizioni e misure cautelari, alcune delle quali, gia’ eseguite, nei confronti di un’ associazione per delinquere composta da hacker che, ”celandosi dietro il nome di ”Anonymous” ed approfittando della notorieta’ del movimento, era dedita alla commissione di attacchi nei confronti dei sistemi informatici di infrastrutture critiche, siti istituzionali ed importanti aziende”.
Sarebbero responsabili anche degli attacchi ai siti del governo, del Vaticano e del Parlamento, gli hacker arrestati stamani. In particolare, sono quattro i provvedimenti di arresto ai domiciliari, mentre sono una decina le perquisizioni eseguite. Secondo le indagini, i quattro arrestati facevano parte del movimento di Anonymus e ne sfruttavano il logo per interessi personali.
Secondo gli inquirenti i 4 sarebbero responsabili di vari attacchi informatici ad alto livello. Sulla base delle indagini coordinate dalla Procura di Roma, gli inquirenti hanno ricostruito il ruolo degli hacker arrestati: per le loro capacità erano stati identificati con il vertice di Anonymous, mentre in realtà approfittavano della notorietà del movimento per perseguire propri interessi in un certo senso ‘tradendo’ la causa. Sav
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fonte rainews24.it
L’Aquila, il giudice: “Il terremoto poteva essere previsto”

L’Aquila, il giudice: “Il terremoto poteva essere previsto”
Depositate le motivazioni di condanna di 4 tecnici per il crollo della Casa dello studente nel 2009. Per il gup Grieco “hanno ignorato tutte le prescrizioni”. Il sismologo Boschi: “I sismi non si prevedono, ma gli edifici crollano se costruiti male”
16 maggio 2013
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Il terremoto dell’Aquila che ha portato al crollo tra gli altri della Casa dello studente “non era affatto imprevedibile”. E’ quanto sostiene il giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco nelle motivazioni sulla sentenza di condanna di 4 imputati e assoluzione di altrettanti, depositate oggi 16 maggio. Sulla scorta delle indicazioni tecniche, per Grieco il sisma poteva essere previsto “essendosi verificato in quello che viene definito periodo di ritorno, vale a dire nel lasso temporale di ripetizione di eventi previsto per l’area aquilana”. Periodo che, scrive citando il consulente Luis Decanini, è stato indicato in circa 325 anni dall’anno 1000″. Inoltre, “si è trattato di un terremoto certamente non eccezionale per il territorio aquilano e assolutamente in linea con la sismicità storica dell’area”.
Secondo il gup del Tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco, inoltre, nella vicenda del crollo della ‘Casa dello studente’ i tre tecnici condannati per il crollo che si occuparono dei restauri del 2000 hanno “colpevolmente e reiteratamente ignorato tutte le prescrizioni”. Per quanto attiene invece al tecnico dell’Azienda per il diritto allo studio che gestisce l’immobile, Pietro Sebastiani, condannato a due anni e mezzo, il giudice ha rilevato che lo stesso “non ha provveduto a fare il collaudo statico dell’immobile”. Nella vicenda della Casa dello studente avvenuta in occasione del sisma del 6 aprile 2009 morirono 8 giovani. Per tutti gli imputati l’accusa è di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose.
“I terremoti non sono scientificamente prevedibili”, nel giorno e nel momento in cui possono accadere, “ma, quando accade un terremoto, gli edifici crollano se non sono costruiti con i criteri antisismici”. E’ commento alle motivazioni del giudice del il sismologo Enzo Boschi, intervistato dall’Adnkronos. “I terremoti provocano vittime perché gli edifici sono costruiti male, ed è un antico problema” aggiunge Boschi.
“Questa sentenza non riguarda il mio processo”, andato a sentenza il 22 ottobre scorso, “per il quale siamo ricorsi in appello” precisa l’ex presidente dell’Ingv. “I terremoti non sono prevedibili ma gli edifici possono venire giù anche senza scosse di terremoto, solo perché sono costruiti male” ribadisce lo scienziato.
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fonte tg24.sky.it
Zanda: Berlusconi ineleggibile. Ira Pdl: «Così governo a rischio». Sì del M5S

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Zanda: Berlusconi ineleggibile. Ira Pdl: «Così governo a rischio». Sì del M5S
Brunetta: il capogruppo Pd vuole far cadere il governo
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ROMA – Alta tensione fra Pd e Pdl sulla giustizia, su Silvio Berlusconi e sulle intercettazioni.
A rinvigorire la polemica oggi è un’intervista del capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, in cui l’esponente democrat sostiene l’ineleggibilità del Cavaliere «in quanto concessionario» e ribadisce il no del suo partito alla nomina a senatore a vita del Cavaliere. Insorge subito il Pdl («Così il governo è a rischio»), mentre il Movimento 5 stelle afferma si dice pronto fin da subito a «votare l’ineleggibilità di Berlusconi».
«Secondo la legge italiana Silvio Berlusconi, in quanto concessionario, non è eleggibile. Ed è ridicolo che l’ineleggibilità colpisca Confalonieri e non lui», ha sottolineato il capogruppo del Pd in una intervista ad Avvenire dove esprime il no del Pd a una eventuale nomina del leader del Pdl a senatore a vita. «In sessantasette anni di Repubblica non è mai stato nominato nessun senatore a vita che abbia condotto la propria vita come l’ha condotta Berlusconi. Non credo che debba aggiungere altro», afferma Zanda.
Sulla giustizia «abbiamo un’occasione: riformiamo il sistema e poi, a fine percorso, potremo discutere sul serio anche di amnistia e di indulto», che «hanno un senso solo se sono legate a misure strutturali», afferma ancora Zanda, che chiede anche a Formigoni di lasciare la presidenza della Commissione Agricoltura, rilancia il tema dell’ineleggibilità di Berlusconi – «in quanto concessionario» – e dice di non condividere la partecipazione dei ministri Pdl alla manifestazione di Brescia. Zanda premette che «la lealtà» del Pd «a questa strana coalizione è fuori discussione» ma l’ambizione del partito è anche quella di «conservare» il proprio «profilo politico».
Poi sul tema delle riforme sottolinea che le intercettazioni «vanno certamente mantenute» in quanto «strumento essenziale per le indagini» e che «una modifica della legge che oggi le regolamenta non fa parte del programma di governo». Quel che va sanzionato, aggiunge, «è la loro diffusione impropria». Inoltre, prosegue, «i membri del governo non devono scendere in piazza contro la magistratura dimenticandosi della divisione dei poteri. Ma anche la magistratura deve avviare una riflessione profonda».
Zanda auspica che sia chiesto alla politica in primis di non violare la legge: «Sto pensando a Roberto Formigoni», eletto alla Commissione anche «con il nostro voto». «Poichè dopo essere stato eletto è arrivata però una richiesta di rinvio a giudizio con due imputazioni gravi», «penso che dovrebbe prenderne atto e, responsabilmente, rinunciare alla presidenza della commissione».
«Le affermazioni del senatore Luigi Zanda Loy sono irricevibili. Del resto, Zanda Loy aveva già espresso questo suo convincimento il 20 marzo scorso, dichiarando: “sono pronto a votare l’ineleggibilità di Berlusconi”. Ma erano altri tempi, quando il Pd flirtava con i grillini», commenta Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl. «Oggi c’è un governo di grande coalizione in cui Pd e Pdl sono alleati. Evidentemente Zanda Loy vuol far cadere questo governo. Di certo è inaccettabile e irresponsabile che il capogruppo di un partito di coalizione pretenda l’ineleggibilità del leader del maggior partito alleato», conclude.
«L’intervista del presidente Zanda su “Avvenire” non facilita il compito del governo Letta. Spiace che il capogruppo del Partito Democratico torni a ribadire, dopo averlo già fatto a inizio legislatura, la sua opinione personale sull’ineleggibilità del presidente Berlusconi, contraddicendo i pronunciamenti più volte espressi dalla competente giunta parlamentare in materia. Ma ancor di più resto sorpreso di fronte alla sua volontà di giudicare la vita altrui in maniera così superficiale, esprimendo una valutazione morale francamente inopportuna». Lo dice il presidente dei senatori del Pdl Renato Schifani. «In spregio per di più alla decisione di 10 milioni di italiani, che ritengono il presidente Berlusconi degno di un vastissimo consenso. Così facendo, spiace constatarlo – conclude Schifani – non si aiuta il processo di pacificazione in atto e si rischia di porre dei paletti invalicabili alla riuscita dell’esecutivo».
«L’arroganza dei toni usata dal capo gruppo del Pd al Senato Zanda in un’intervista all’Avvenire contrasta fortemente con il clima di pacificazione che ci siamo imposti. Una cosa è collaborare per superare le emergenze, un’altra sottostare a espressioni che rasentano l’insulto. Nei confronti del governo il Pdl ha preso un impegno chiaro che intende mantenere. Ma non per questo è disposto a tollerare ingerenze da parte del Pd, i cui rappresentanti spesso pontificano in nome di una presunta superiorità morale che in realtà non hanno». Lo dice il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri.
«Le dichiarazioni del senatore Zanda sono gravi e stupefacenti, non solo nel merito, ma anche perchè confermano che da parte del Pd, per bocca del presidente del gruppo senatoriale, non vi è la volontà di perseguire una pacificazione bensì di alimentare ulteriormente uno scontro politico acceso fino a limiti finora mai superati, nel mentre dovremmo collaborare intensamente e con reciproco rispetto per sostenere un governo nel pieno di una drammatica crisi economica». Così il coordinatore del Pdl Sandro Bondi, commenta l’intervista a Avvenire del capogruppo del Pd al Senato in tema di ineleggibilità di Berlusconi e sulla necessità che Formigoni lasci l’incarico di presidente di commissione.
«Con tutto il rispetto, non spetta né a me né a Zanda decidere su chi deve fare il senatore a vita», dice Nicola Latorre, senatore del Pd oggi a Un Giorno da Pecora.
«Il Movimento 5 Stelle prende in parola le dichiarazioni del capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda. Siamo pronti a sostenere e votare nelle apposite sedi, l’ineleggibilità del senatore Berlusconi, così come a contrastare politicamente la sua elezione a senatore a vita. La nomina di Berlusconi senatore a vita sarebbe un affronto al Paese e al rispetto delle leggi», sottolinea il capogruppo 5 stelle al Senato Crimi in una nota. «Il M5S dal primo giorno di questa legislatura ha posto il tema dell’ineleggibilità di Berlusconi e dei suoi legali inrelazione alla legge sul conflitto d’interessi del 1957. Si passi dalle parole ai fatti. Nella prima riunione della Giunta per le elezioni, convocata per martedì – prosegue – si metta immediatamente all’ordine del giorno l’ineleggibilità di Berlusconi. Il Movimento 5 Stelle è pronto a fare la sua parte e votare a favore del rispetto delle leggi e dichiarare Berlusconi ineleggibile», conclude il parlamentare.
Ultimo aggiornamento: 18:31
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fonte ilmessaggero.it
Palermo, scoperta una centrale del riciclaggio 34 arresti, in manette anche un giudice del Tar

Il tributarista Gianni Lapis, già prestanome della famiglia Ciancimino
Palermo, scoperta una centrale del riciclaggio
34 arresti, in manette anche un giudice del Tar
Un infiltrato della Finanza nella rete di insospettabili che ripuliva soldi sporchi. Arrestati il tributarista Gianni Lapis, ex prestanome della famiglia Ciancimino, e un magistrato in servizio al Tribunale amministrativo regionale del Lazio che utilizzava il suo ufficio per incontrare i mediatori d’affari. In manette anche due sottufficiali dei carabinieri
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di SALVO PALAZZOLO
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Ci sono voluti mesi per entrare nelle grazie dei manager del riciclaggio, fra mail anonime, collegamenti Skype, e appuntamenti nei luoghi più impensati. Ma, alla fine, l’agente sotto copertura - un ufficiale della Guardia di finanza – è riuscito ad accreditarsi in quel paludoso mondo di insospettabili faccendieri. C’era anche un giudice del Tar Lazio nella grande rete del riciclaggio che gestiva in modo illegale il cambio di grosse quantità di valuta straniera: Franco Angelo Maria De Bernardi è stato arrestato questa mattina, riceveva faccendieri e intermediari d’affari addirittura nel suo ufficio romano, lì riteneva di essere al sicuro da intercettazioni, e invece i suoi movimenti sono stati seguiti dalla Procura di Palermo e dal nucleo speciale di polizia valutaria della Finanza diretto dal generale Giuseppe Bottillo.
Sono 34 le ordinanze di custodia cautelare scattate questa mattina, all’alba: 22 in carcere e 12 ai domiciliari. Sono state eseguite in tutta Italia. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il principale mediatore del gruppo stava a Palermo, adesso è in carcere. Si tratta dell’avvocato tributarista Gianni Lapis, già condannato per essere stato uno dei principali riciclatori del tesoro di Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo vicino ai boss. Nel blitz della Finanza sono finiti anche due sottufficiali dei carabinieri in servizio a Roma, avrebbero avuto un ruolo nelle complesse operazioni finanziarie che puntavano non solo a ripulire soldi sporchi, ma a commercializzare in modo illegale oro che arrivava dal Ghana. Ai domiciliari è andato un funzionario della Regione Siciliana, Leonardo Di Giovanna, in servizio al settore Beni e servizi. L’accusa contestata, a vario titolo, è quella di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio.
Questa indagine è una delle ultime coordinate dall’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, prima della partenza per l’incarico Onu in Guatemala. A condurla è stato un pool di magistrati, composto da Lia Sava (da qualche settimana procuratore aggiunto a Caltanissetta), Dario Scaletta e Daniele Paci. L’inchiesta ha scoperto che i mediatori incassavano il 5 per cento su ogni operazione di riciclaggio andata a buon fine. E’ rimasto il giallo sull’origine dei soldi sporchi che dovevano essere ripuliti. All’infiltrato fu detto che una parte di quei soldi avevano “natura politica”, sarebbero state tangenti versante ai politici fra il 1986 e il 1988. (16 maggio 2013)
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fonte repubblica.it
Intercettazioni, l’ossessione di B.

Intercettazioni, l’ossessione di B.
Il ddl Alfano per limitare l’uso delle conversazioni telefoniche nelle indagini torna a sorpresa al centro del dibattito politico, ripresentato dal capogruppo alla commissione giustizia del Pdl che lo definisce una ‘priorità’ del suo partito. E un’epoca che sembrava chiusa improvvisamente ribussa alla porta

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di Susanna Turco
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Al solo sentirne di nuovo l’odore, i parlamentari che s’occupavano di giustizia già nella scorsa legislatura, si sono come tarantolati. Quelli di centrodestra per l’eccitazione, quelli di centrosinistra per il disgusto. E c’è da capirli, tutti: intercettazioni, basta la parola. E resuscita pure Antonio Di Pietro, rimasto fuori dal Parlamento e dunque ancora più pronto a dir subito: “legge bavaglio”. Legge ad personam. Quei termini , e quel progetto di legge, rappresentano per molti versi il simbolo di una (micro) epoca, che si chiuse nel novembre 2011 con la caduta del governo Berlusconi: un’epoca che però adesso ribussa alla porta, a quanto pare.
Tirando di nuovo i fili del teatrino del Cavaliere rampante che fu, forse. Facendo fare a tutti un balzo all’indietro: di secoli, per quel che riguarda l’eventuale “pacificazione” tra i partiti. E’ infatti tutto ancora molto vago (gli uffici della Camera non hanno per ora in mano un testo), eppure l’indicazione data da Enrico Costa, capogruppo del Pdl in commissione giustizia in questa legislatura ( così come nella scorsa), di voler ripresentare il ddl Alfano, e di volerlo inserire nel calendario dei lavori come una “priorità” del Pdl (“ma quale priorità”, replica il Pd), autorizza a pensare – per lo meno – che quelle tentazioni che parevano superate, dalle parti di Arcore son sempre vive, vive come sempre. Alla faccia della crisi economica, dei governi Monti e Letta, dei pensionati dei precari e della legge elettorale, dei dieci saggi e dei centocinquanta grillini: riformare le intercettazioni, quella sì che è una priorità. Il ddl Alfano infatti era quel testo che, giusto agli albori del quarto governo Berlusconi, l’allora ministro della Giustizia presentò nel 2008 avendo avuto dal Cavaliere l’indicazione precisa di stroncare l’eccessivo utilizzo degli ascolti da parte dei pm. E fedelmente, il Guardasigilli allora indicato come “segretario” solo in senso dispregiativo (l’altro nomignolo: “cameriere”), in quel testo aveva realizzato i desiderata del capo. Vietate tutte le intercettazioni se non per ipotesi di reato gravi, o legate a indagini su mafia e terrorismo. Pubblicabili? Mai, almeno fino all’udienza preliminare.
E ora, appunto, non è ancora chiaro se proprio di questo testo si parli, o degli svariati successivi frutto di bracci di ferro, strappi e compromessi. Perché poi il ddl Alfano ha fatto tanta strada che ci si potrebbe scrivere una tesi di laurea. Con dibattiti di mesi su quanto dovessero essere “gravi” oppure “evidenti” (invece che solo “sufficienti”) gli “indizi” di “colpevolezza” o di “reato” per poter disporre intercettazioni, discussioni infinite su quanti giorni di ascolti si potessero concedere ai magistrati (15, 30,40, 60, rinnovabili, non rinnovabili), guerre sulla lista dei reati per i quali fosse possibile utilizzare lo strumento, e via così, fino al punto centrale di stabilire se e quando le intercettazioni potessero diventare pubblicabili e in che forma narrativa (per concetti, per riassunto, per dialogo), quanto alte le multe per gli editori, se fosse necessario o no prevedere il carcere per i giornalisti. Litigi durati per quattro lunghi anni, che contribuirono grandemente al divorzio tra Berlusconi e Fini e, in sostanza, allo sfarinarsi della maggioranza di Arcore. Mentre, in parallelo, dalle indagini della magistratura (da Ruby alla P3, dalle olgettine alla risata sul terremoto de L’Aquila) diveniva palmare quale interesse avesse il Cavaliere (e il suo demi-monde) a stroncare la possibilità di mettere sotto controllo i telefoni.
Alla fine, non va dimenticato, per lui la storia finì male. Ed è per questo che adesso se ne riparla. A metterci il sigillo, suo malgrado, fu sempre Alfano . Dopo una faticosissima approvazione sia della Camera (11 giugno 2009) che del Senato (10 luglio 2010), il testo ritornò a Montecitorio, dove il Pdl doveva però venire a patti con il costituendo gruppo dei finiani. E pur di trovare un accordo con l’allora presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, il Guardasigilli – oggi vicepremier – si piegò a un compromesso tecnico-politico che però al Cavaliere faceva, né più né meno, orrore. Risultato strabiliante: fu lo stesso Berlusconi che, non avendo più la forza politica di cambiarlo, lasciò nelle secche il provvedimento, pur giunto a un passo dal traguardo (l’Aula della Camera arrivò a esaminare gli articoli, in terza lettura, nell’ottobre 2011).
E adesso, con la legislatura nuova nuova, ci riprova. Forse perché sente di nuovo caldo il fiato sul collo dei magistrati. Forse perché, come dice il Pd Felice Casson, “punta allo scontro”. Forse solo perché è naturale che lo faccia, visto che considera quella riforma una cosa buona e giusta. Anche i dieci saggi nominati da Napolitano hanno parlato della necessità di ridurre le intercettazioni. E, d’altra parte, non è ancora chiaro – al di là delle polemiche che sono montate subito fortissime – con quanta foga il Pdl voglia in concreto riprendere il cammino di quella legge. Lo stesso Costa, infatti, ha detto di aver ripresentato di “routine” “tutti i progetti di legge della scorsa legislatura”, e di volere una “priorità” per quelli approvati almeno da un ramo del Parlamento. Ma, appunto, nel caso delle intercettazioni il testo iniziale (quello gradito a Berlusconi) è tutt’altra cosa dal testo finale (quello schifato da Berlusconi). E questa micro epoca appare tutta diversa dalla precedente. Chissà se davvero il Cavaliere, da solo, sia rimasto lo stesso: oggi sembra di sì.
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fonte espresso.repubblica.it
Intercettazioni, il Pdl torna all’attacco. Gelo Pd, Epifani: «Non sono una priorità»

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E alla Camera erriva richiesta per l’uso delle telefonate di Verdini, Cosentino e Dell’Utri
Intercettazioni, il Pdl torna all’attacco
Gelo Pd, Epifani: «Non sono una priorità»
Il capogruppo Pdl in commissione Giustizia ripresenta il testo Alfano: «Scelta politica». Casson: «Vogliono lo scontro»
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Il leader del Pd, Guglielmo Epifani (Lapresse)Il Pdl vuole riaprire il dibattito sull’uso delle intercettazioni, chiede che il tema venga messo tra le priorità della maggioranza e deposita una proposta di legge identica al testo di legge Alfano che mirava ad una stretta sull’ascolto delle conversazioni. Le premesse per riaccendere le polemiche con il Pd ci sono tutte e non a caso le reazioni del centrosinistra sono immediate. Ma è solo in serata, dopo che per tutta la giornata le schermaglie sono rimaste confinate a esponenti di secondo piano di entrambi i poli, che dal Nazareno viene calato il carico pesante. È infatti il segretario Guglielmo Epifani a tagliare corto sulla questione: «Alzare la tensione sulla giustizia e mettere come fa il Pdl in primo piano la questione delle intercettazioni, che non è una priorità del governo e del Parlamento, non aiuta: la smettano». Il leader è intervenuto parlando ai senatori democratici, riuniti in assemblea.
«VOGLIONO LO SCONTRO» - L’offensiva del Pdl era invece partita dalla decisione del capogruppo in commissione Giustizia, Enrico Costa, di depositare alla Camera una proposta di legge identica a quella prevista da Alfano nella precedente legislatura e su cui più volte centrodestra e centrosinistra si erano scontrati. L’iniziativa è nata proprio nel giorno in cui alla Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio è arrivata una richiesta per l’autorizzazione all’ascolto di conversazioni telefoniche di Verdini, Cosentino e Dell’Utri. «Tempismo sospetto» commenta l’ex presidente del Pd, Rosy Bindi.E il senatore ed ex magistrato Felice Casson: «Il Pdl vuole arrivare allo scontro».
«SCELTA POLITICA» – «Il mio testo è identico a quello che era stato presentato dal governo Berlusconi ed è una scelta politica – chiarisce Costa all’agenzia Dire – . Proprio ieri, nell’Ufficio di presidenza della commissione, ho chiesto che sia data la priorità a quei provvedimenti che erano già stati approvati da una parte del Parlamento, in primis le intercettazioni e la responsabilità civile dei magistrati, in materia di giustizia».
VERDINI, COSENTINO E DELL’UTRI – La decisione del Popolo della Libertà di tornare alla carica sulle intercettazioni coincide anche con la richiesta inviata alla Giunta per le autorizzazioni della Camera da parte del gip del Tribunale di Roma, Elvira Tamburelli, per l’autorizzazione all’ascolto di conversazioni telefoniche di Denis Verdini (ora senatore e coordinatore del Pdl) e degli ex parlamentari del partito di Berlusconi Nicola Cosentino e Marcello Dell’Utri, nell’ambito dell’inchiesta sulla P3. La domanda è stata trasmessa a Montecitorio, e assegnata alla Giunta per le autorizzazioni perché i tre, all’epoca dei fatti, erano parlamentari (Verdini e Cosentino deputati, Dell’Utri senatore). «Effettivamente – spiega a riguardo Costa – oggi ho posto la questione che c’è un problema di competenza». Il problema, secondo il parlamentare Pdl, è che i tre non sono deputati: «Verdini ora è senatore. Si potrebbe pensare che sono state spedite alla Camera perché all’epoca dei fatti stavano a Montecitorio, però Dell’Utri- osserva Costa – è sempre stato senatore».
Redazione Online
15 maggio 2013 | 20:16
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fonte corriere.it
Ilva: “ambiente svenduto”, arrestato presidente provincia Taranto e tre dirigenti

Ilva: “ambiente svenduto”, arrestato presidente provincia Taranto
12:04 15 MAG 2013
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(AGI) – Taranto 15 mag. - Quattro ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite stamattina dalla Finanza a Taranto, tre in carcere ed una ai domiciliari, per l’inchiesta “Ambiente Svenduto” che riguarda l’Ilva. In carcere e’ finito il presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, del Pd, l’ex consulente dell’Ilva, Girolamo Archiná, e l’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva. Ai domiciliari,invece, il funzionario pubblico Specchia. Il reato contestato dal gip Patrizia Todisco e’ quello di concussione e si riferisce alla discarica Mater Gratiae all’interno dell’Ilva destinata ai rifiuti speciali. Delle tre persone finite in carcere, Girolamo Archina’ e’ gia’ detenuto. L’ex consulente Ilva, addetto ai rapporti istituzionali, e’ stato infatti arrestato lo scorso 26 novembre insieme ad altri nell’ambito della seconda fase dell’inchiesta “Ambiente svenduto”, quella che ha portato anche al sequestro delle merci, liberate poi ieri con un provvedimento del gip Patrizia Todisco, lo stesso giudice che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare di oggi. Proprio ieri gli avvocati di Archina’ avevano presentato al Tribunale dell’appello una documentazione medica sostenendo che il regime carcerario non fosse compatibile con le condizioni del proprio assistito, documentazione che il collegio dei giudici si era riservato di esaminare. L’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva, gia’ del Pd, si era invece dimesso dalla carica diversi mesi addietro ed era gia’ stato arrestato, ai domiciliari, lo scorso 26 novembre nell’ambito di un pezzo dell’inchiesta “Ambiente svenduto” e poi rimesso in liberta’ negli ultimi mesi. Florido e’ invece il presidente della Provincia di Taranto al suo secondo mandato.
E’ stato eletto nel 2004 per la prima volta e rieletto per la seconda nel 2009. Nel 2007, all’indomani del dissesto finanziario del Comune di Taranto, Florido si era anche candidato sindaco di Taranto con una coalizione di centrosinistra ma al ballottaggio era stato sconfitto dall’attuale sindaco Ezio Stefano. Nato nel 1952, sposato e con due figlie, viene dal sindacato. Per diversi anni e’ stato nella segreteria e segretario della Fim Cisl di Taranto, poi segretario provinciale della stessa Cisl, carica dalla quale si dimise in vista della candidatura alla Provincia. Negli ultimi mesi si era anche parlato di una possibile candidatura di Florido al Parlamento, tant’e’ che si ipotizzavano sue dimissioni anticipate dalla carica di presidente della Provincia anche in relazione al ventilato scioglimento delle stesse Province, cosa che poi non si e’ piu’ verificata. E comunque la maggioranza di centrosinistra voto’ in aula, in Consiglio,un documento chiedendogli di restare alla guida dell’ente. Da vedere adesso cio’ che accadra’ in Provincia perche’ all’indomani delle dimissioni del vice presidente Costanzo Carrieri, del Pd, eletto presidente del consorzio Asi, non sarebbe stata formalizzata la nomina di un nuovo vice presidente, mentre la delega all’Ambiente lasciata da Conserva e’ stata subito trasferita a Giampiero Mancarelli, del Pd, che e’ anche titolare del Bilancio.(AGI) .
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fonte agi.it
Mafia, un’altro carabiniere denuncia: “L’Arma ostacolò la cattura di Provenzano e Denaro”
Mafia, un’altra denuncia: “L’Arma ostacolò la cattura di Provenzano e Denaro”
Pubblicato in data 14/mag/2013
Dopo il maresciallo Saverio Masi, un altro ex appartenente all’arma dei Carabinieri, il luogotenente Salvatore Fiducia, ha denunciato di essere stato ostacolato dai suoi superiori nelle indagini per la cattura dei latitanti Provenzano Messina Denaro.
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Mafia, un altro carabiniere denuncia: “Ecco chi ritardò arresto Provenzano”
A sette anni dall’arresto del boss corleonese e a pochi giorni dall’inizio del processo sulla presunta trattativa, le denunce sulle omissioni nelle indagini per prendere Binnu iniziano a moltiplicarsi. Dopo la denuncia del maresciallo Saverio Masi, un altro militare racconta gli ostacoli trovati durante la caccia al capo di Cosa Nostra
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di Giuseppe Pipitone | 14 maggio 2013
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Una denuncia pesante quella di Fiducia, dato che in quelle relazioni si faceva esplicito riferimento a possibili covi in cui si nascondeva Bernardo Provenzano. Un modus operandi, quello dell’intralciamento delle indagini, che sarebbe proseguito anche in seguito, quando nel mirino di Fiducia era finito l’altro super latitante di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. “Intorno al 2004 il mio cliente racconta di aver individuato un casolare in cui era possibile la presenza di Provenzano, ma i suoi superiori gli intimarono più volte di evitare quel posto” racconta al fattoquotidiano.it l’avvocato Giorgio Carta, legale dei due carabinieri.
“Masi e Fiducia denunciano le stesse tipologie di ostacolo. Prima Masi e poi Fiducia – continua il legale – sostengono di aver individuato casolari dove avrebbero potuto rifugiarsi i latitanti, e anziché essere incoraggiati, sono stati stroncati. Venne chiesto loro di coordinarsi con il Ros, dopo di che hanno perso di vista le indagini”. E proprio la testimonianza di Masi è stata citata da Di Matteo nella lunga requisitoria del processo per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Imputati di favoreggiamento a Cosa Nostra ci sono i due ex alti ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu. Il procedimento per la mancata cattura a Mezzojuso nasce dalla denuncia di un altro carabiniere, Michele Riccio, che sarebbe stato intralciato mentre, grazie alle confidenze dell’infiltrato Luigi Ilardo, era riuscito a localizzare Provenzano in un casolare della provincia palermitana.
Le denunce di Masi e Fiducia però riguardano un periodo successivo, ma nei loro esposti, fino ad oggi mantenuti segreti nella forma integrale, fanno i nomi di quei superiori che avrebbero “distratto” le indagini dei due carabinieri su Provenzano prima, e su Messina Denaro dopo. “Masi e Fiducia, pur lavorando entrambi per il comando provinciale di Palermo, lavoravano separatamente, senza avere contatti, ma riferendo comunque agli stessi superiori” racconta sempre l’avvocato Carta che collega alla delicata vicenda il processo a carico di Masi, condannato in primo grado per falso e tentata truffa: il carabiniere avrebbe tentato di farsi annullare una multa da 100 euro, dichiarando che nonostante la vettura multata fosse nelle sue disponibilità private, in quel momento si trovava in servizio. “Usavamo le macchine di amici perché i mafiosi conoscevano le nostre auto di servizio” ha raccontato due anni fa durante la deposizione al processo contro Mori e Obinu. Se Masi venisse condannato in via definitiva rischierebbe la destituzione dall’Arma. Nel frattempo però, oltre a Fiducia e Masi, altri due militari sarebbero pronti a “saltare il fosso” e raccontare le stesse pressioni subite dai superiori affinché lasciassero perdere le indagini su Provenzano. Il periodo è sempre quello tra il 2001 e il 2005 quando Provenzano, malato di tumore alla prostata, ha bisogno di cure. E di protezione.
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fonte ilfattoquotidiano.it































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