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Strage dei bambini, il mondo accusa la Siria. Damasco: «Non siamo noi i responsabili» / VIDEO: 2012 Syria Massacre of 32 Children

2012 Syria Massacre of 32 Children


ubblicato in data 27/mag/2012 da

WATCH THE BEST FAILs of youtube in HD at http://tinyurl.com/leonhughesTV

Il regime di Assad annuncia l’apertura di un’inchiesta

Strage dei bambini, il mondo accusa la Siria
Damasco: «Non siamo noi i responsabili»

I media di stato siriani accusano i gruppi legati a Al Qaeda

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I corpi delle vittime del bombardamento di Hula raccolti nella moschea di Ali Bin Al Hussein (Reuters)I corpi delle vittime del bombardamento di Hula raccolti nella moschea di Ali Bin Al Hussein (Reuters)
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MILANOIl regime siriano ha negato ogni responsabilità per il massacro di Hula, in cui hanno perso la vita un centinaio persone, tra cui 32 bambini, attribuendolo a gruppi terroristici. «Rifiutiamo totalmente ogni responsabilità governativa per questo massacro terroristico che ha colpito gli abitanti», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Damasco, Jihad Makdissi, aggiungendo che sarà aperta un’inchiesta per fare luce sulla vicenda. Il ministro ha anche riferito che da lunedì sarà in visita in Siria l’inviato dell’Onu e della Lega araba, Kofi Annan.

AL QAEDA - I media di stato siriani accusano i gruppi legati a Al Qaeda: «Gruppi terroristici di Al Qaeda hanno commesso due odiosi massacri contro le famiglie nella campagna di Homs», riferisce l’agenzia Sana che cita un funzionario governativo della zona.

ANCORA BOMBARDAMENTI - Intanto bombardamenti delle truppe governative siriane hanno colpito domenica le città di Hama e Rastan, nel centro della Siria. È quanto denunciano l’Osservatorio siriano per i diritti umani e i Comitati locali di coordinamento, aggiungendo che a Hama si sono anche verificati scontri fra le truppe e i ribelli. Diverse esplosioni invece sono state avvertite domenica mattina a Damasco. In una delle esplosioni sarebbero rimasti feriti numerosi militari delle forze di sicurezza. L’Osservatorio non fornisce dettagli sulle altre esplosioni verificatesi nella capitale siriana.

LA VICENDA – Il massacro è avvenuto due giorni fa, e domenica gli osservatori dell’Onu da Hula hanno confermato che oltre 92 persone sono morte nel bombardamento, tra cui 32 bambini. La strage ha suscitato lo sdegno della comunità internazionale. Anche il segretario di stato americano Hillary Clinton ha condannato «l’atrocità» del massacro unendosi all’appello mondiale per mettere fine al bagno di sangue nel paese arabo. «Gli Stati Uniti condannano nel modo più forte il massacro. Quelli che hanno perpetrato questa atrocità devono essere identificati e devono renderne conto – ha aggiunto -. Gli Stati Uniti lavoreranno con la comunità internazionale per intensificare la nostra pressione su Assad e i suoi, perché le uccisioni e la paura devono cessare».

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fonte corriere.it

Il Rapporto annuale di Amnesty International: 2011, anno della protesta globale

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Il Rapporto annuale di Amnesty International: 2011, anno della protesta globale

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Campagne|

Rabat, Algeri, Tunisi, Tripoli, Cairo, Amman, Tel Aviv, Ramallah, Damasco, Manama, Riad, Baghdad, Sana’a. E poi Mosca, Pechino, Londra, Madrid, Atene, Tokyo, Phnom Penh, New York, La Paz. Kampala, Dakar…

Lo spazio di questo post potrebbe essere riempito solo dall’elenco delle città nelle quali nel 2011 si sono svolte proteste di massa: contro l’ingiustizia, la tirannia, la discriminazione e la corruzione, le politiche di austerity. Per la libertà, per la dignità, per la giustizia, per i diritti umani.

Proteste autorizzate, proteste represse; proteste che hanno deposto tiranni, proteste che sono state ignorate. Ore, giornate e settimane trascorse in piazza per dire che il cambiamento è possibile, che le persone devono venire prima dei profitti e che la violazione dei diritti umani non è inevitabile e non può più essere consentita e subita in silenzio.

In quell’ anno ruggente, il 2011,  molti governi sono sprofondati sempre più in una crisi di consenso e lo stesso Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha mostrato di essere sempre più inadeguato al suo ruolo di garante della pace e della sicurezza.

Del resto, quale pace e quale sicurezza possono essere garantite se i cinque stati membri permanenti sono anche tra i principali venditori di armi?

Questo è il quadro generale descritto dal Rapporto annuale 2012 di Amnesty International, diffuso oggi da Amnesty International: lo stato di salute del mondo raccontato in 155 schede paese (c’è anche quella sull’Italia, andate a leggerla).

Due numeri ci dicono subito che la situazione resta preoccupante: in 101 paesi vi sono stati casi di maltrattamenti e torture; in 91 paesi vi sono state limitazioni alla libertà di espressione, nelle piazze o sulla rete.

Del Medio Oriente e dell’Africa del Nord abbiamo parlato a lungo in questo blog. Le rivolte popolari hanno deposto regimi al potere da decenni. Lì la situazione non è particolarmente migliorata, ma nei paesi i cui governi hanno resistito alle proteste è andata pure peggio.

In Yemen, un vergognoso accordo per la transizione ha garantito l’impunità al presidente ‘Ali ‘Abdallah Saleh. Il nuovo governo dell’Egitto non è intervenuto per fermare le violenze in piazza, se non addirittura le ha incentivate, per dimostrare che non c’era alternativa a una giunta militare per garantire la sicurezza.

Nella “nuova” Libia ci sono ora 8500 prigionieri senza processo in carcere, sono avvenute punizioni collettive contro gruppi sospettati di aver collaborato alla precedente repressione, la tortura è diffusa e ci sono stati almeno 12 casi mortali. In Siria sono avvenuti crimini contro l’umanità; migliaia i manifestanti uccisi, decine di migliaia quelli arrestati o quelli che hanno lasciato il paese, oltre 300 i morti di tortura.

Nelle Americhe le forze di sicurezza hanno proseguito a commettere torture, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni. Difensori dei diritti umani in America Latina e nei Caraibi hanno subito minacce, intimidazioni e attacchi mortali. I popoli nativi hanno continuato a lottare per i loro diritti, specialmente quello alla terra, ma gli interessi delle aziende hanno spesso prevalso sulle loro rivendicazioni. Migranti in transito per il Messico sono stati attaccati, stuprati e uccisi. La violenza di genere e la violazione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e delle ragazze sono rimaste una preoccupazione diffusa.

Per quanto riguarda gli Usa, il centro di detenzione di Guantánamo Bay ha continuato ad operare e, nonostante le promesse del presidente Obama di chiuderlo entro il 22 gennaio 2010, è oggi nel suo decimo anno di attività con oltre 170 prigionieri ancora reclusi. A Cuba nonostante il rilascio dei prigionieri di coscienza condannati nel 2003 sia stato ultimato, il dissenso continua a essere soffocato.

Nell’Africa Subsahariana si sono svolte manifestazioni antigovernative, represse con la violenza dalle forze di sicurezza che hanno usato armi letali contro i dimostranti rimanendo quasi sempre impunite. La violenza e i conflitti armati hanno provocato indicibili sofferenze e innumerevoli vittime in Costa d’Avorio, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sud Sudan e Sudan. Giornalisti, difensori dei diritti umani e oppositori politici hanno subito minacce e intimidazioni, arresti arbitrari, imprigionamenti e attacchi mortali.

In Asia, la libertà d’espressione ha subito restrizioni; poeti, giornalisti, blogger e oppositori sono stati ridotti al silenzio, l’uso di Internet è stato sottoposto a forti controlli. In India sono state introdotte nuove restrizioni ai social media, in Thailandia sono state inflitte dure pene detentive per offese alla famiglia reale.

Duecentomila dissidenti rimanevano alla fine del 2011 nei campi di prigionia della Corea del Nord, dove la tortura risulta diffusa, così come in Cina dove hanno probabilmente avuto luogo migliaia di esecuzioni, nonostante il governo si ostini a non rendere pubblici i dati, impedendo così di confermare la dichiarata diminuzione dell’uso della pena di morte.

Le minoranze etniche e religiose hanno continuato a subire discriminazioni; in Pakistan due politici sono stati assassinati per aver contestato l’uso delle leggi sulla blasfemia.

In tutta l’ex Unione sovietica i difensori dei diritti umani e i giornalisti sono stati frequentemente perseguitati, intimiditi e picchiati. In Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan persone che avevano criticato le autorità sono state sottoposte a processi irregolari e a persecuzioni. In Russia corruzione, oligarchismo, e scarsa tenuta del processo democratico hanno alimentato un ciclo di proteste mai visto dalla fine dell’Urss, soprattutto in occasione delle scadenze elettorali. Diverse manifestazioni sono state represse con violenza e i loro organizzatori arrestati.

Le proteste antigovernative in Bielorussia sono state stroncate con la violenza o dichiarate illegali e i loro organizzatori imprigionati. In Azerbaigian, il dissenso è stato stroncato duramente e 17 attivisti non violenti sono stati condannati al carcere. In Ucraina la tortura è rimasta estremamente diffusa.

Almeno 1500 migranti e rifugiati, tra cui donne incinte e bambini, sono annegati nel 2011 mentre cercavano di raggiungere l’Europa attraverso il mar Mediterraneo. L’Unione europea ha respinto imbarcazioni piuttosto che cercare di impedire la morte delle persone a bordo. L’Italia ha espulso molte persone arrivate dalle Tunisia e altri paesi, come Francia e Regno Unito, hanno rifiutato di reinsediare migranti libici.

Le minoranze, come i migranti, i rom e le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno subito ampie discriminazioni. Gli stati membri dell’Unione europea non sono riusciti ad adottare una nuova direttiva antidiscriminazione, che avrebbe potuto tutelare coloro che subiscono discriminazione per motivi di disabilità, religione, orientamento sessuale ed età.

Le buone notizie arrivano da Myanmar, dove il governo ha preso la storica decisione di liberare oltre 300 prigionieri politici e di consentire ad Aung San Suu Kyi di candidarsi alle elezioni (conquistando poi un seggio in parlamento); e dai passi avanti della giustizia internazionale sulle guerre dell’ex Jugoslavia: i due ultimi “superlatitanti” Hadzic e Mladic arrestati; due generali croati, Ante Gotovina e Mladen Markac, condannati a 24 e 18 anni di carcere per i crimini commessi nel corso dell’Operazione tempesta, con cui tra l’agosto e il novembre 1995 la Croazia riconquistò la regione della Krajina compiendo massacri e deportando dal territorio la popolazione serba; un generale serbo, Momcilo Perisic, condannato a 27 anni di carcere per crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante l’assedio di Sarajevo dal 1992 al 1995 e il massacro di Srebrenica del luglio 1995.

Tra le richieste fatte da Amnesty International in occasione dell’uscita del Rapporto annuale, alcune riguardano i singoli stati: porre fine  all’ipocrisia e all’uso strumentale del linguaggio dei diritti umani, cessare di proteggere i regimi autoritari solo per ragioni di alleanza politica o di profitto economico; non continuare a sfruttare sincere preoccupazioni per la sicurezza o per gli elevati tassi di criminalità allo scopo di giustificare o ignorare violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza.

Alle Nazioni Unite, l’organizzazione per i diritti umani chiede per l’ennesima volta di prendere sul serio le responsabilità che le riguardano e realizzare un sistema di “governance” internazionale in cui gli stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza e le potenze emergenti investano in sistemi e strutture basate sui diritti umani e sullo stato di diritto, sulla trasparenza, sull’uguaglianza politica e legale delle donne, sulla lotta alla discriminazione, alla corruzione e all’impunità; è indispensabile l’adozione di un Trattato sul commercio di armi, che possa porre termine alla vendita irresponsabile di armi che alimenta conflitti e rafforza regimi che compiono violazioni dei diritti umani.

Tra le richieste avanzate al governo italiano, una su tutte: colmare un ritardo che, rispetto alla ratifica della Convenzione Onu contro la tortura, ha raggiunto quasi un quarto di secolo e introdurre finalmente nel codice penale il reato di tortura.

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fonte corriere.it

NOTTE CRIMINALE – Ustica: una storia scritta male. Intervista a Fabrizio Colarieti / FILM COMPLETO: Il Muro di Gomma (la strage di Ustica)

NOTTE CRIMINALE – Ustica: una storia scritta male. Intervista a Fabrizio Colarieti

Caricato da in data 25/giu/2011

Trentuno anni fa (quasi 32, ad oggi; n.d.m.) il Dc9 IH-870 precipitava nelle acque di Ustica. Da quel 27 giugno 1980 i perchè intorno al volo Itavia e la tragedia dei cieli si sono moltiplicati. Una verità che Fabrizio Colarieti, un esperto del caso (www.stragi80.it), cerca da tempo…Ascoltiamolo…

Il Muro Di Gomma

il film completo


Pubblicato in data 12/apr/2012 da
Il Caso Ustica ,Film

EX JUGOSLAVIA – Mladic, processo sospeso “sine die”. In aula prove video del massacro premeditato / VIDEO: Inside Story – Will Ratko Mladic’s trial deliver justice?

Inside Story – Will Ratko Mladic’s trial deliver justice?

Pubblicato in data 17/mag/2012 da

Ratko Mladic, the former Bosnian Serb general has faced his first day in The Hague in front of the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia, charged with genocide and war crimes.

The prosecution argues that Serb atrocities were not spontaneous but part of a plan to remove, to ethnically cleanse Muslims and Croats from the land that the Serbs wanted and that Ratko Mladic was an integral part of this plan.

The success or failure of this trial will go a long way to establishing how the UN court is perceived by generations to come.

Inside Story, with presenter Kamahl Santamaria, discusses with guests: Muhamed Sacirbey, former Bosnian ambassador to the UN; Toby Cadman, international criminal lawyer and a former special adviser to the chief prosecutor of Bosnia ; and Slobodan Samar-dzija, a journalist at the Politika Daily newspaper
in Serbia.

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Mladic, processo sospeso “sine die”
In aula prove video del massacro premeditato

Il presidente del tribunale dell’Aja dove è in corso il procedimento a carico dell’ex generale serbo-bosniaco responsabile della strage di Srebrenica ordina la sospensione a tempo indeterminato dopo le richieste della difesa. La procura mostra i filmati dell’epoca in cui Mladic e i suoi uomini programmano l’eccidio dei musulmani e ne parlano a uso della propaganda serba

Mladic, processo sospeso "sine die" In aula prove video del massacro premeditato (ap)

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L’AJA - Il tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia ha sospeso oggi a tempo indeterminato il processo a carico dell’ex comandante delle milizie serbo-bosniache Ratko Mladic. “L’udienza è sospesa sine die”, ha annunciato il giudice Alphons Orie. Con la motivazione di non essere pronta per il processo, la difesa di Mladic, 70 anni, aveva chiesto ieri ai giudici di aggiornare di sei mesi l’apertura del processo. L’accusa aveva risposto in un documento depositato ieri di non essere contraria a un rinvio della presentazione delle prove a carico. Arrestato il 26 maggio 2011 in Serbia, dopo una latitanza durata 16 anni, Mladic è accusato di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante la guerra di Bosnia, che causò 100.000 morti e 2,2 milioni di profughi tra il 1992 e il 1995. Il processo all’ex generale settantenne si è aperto ieri con la lettura dell’atto d’accusa, conclusa oggi. Il primo testimone d’accusa avrebbe dovuto essere ascoltato il 29 maggio. Ratko Mladic, che si dichiara innocente e rischia la progione a vita, deve rispondere del massacro di srebrenica a luglio 1995, nel corso del quale furono uccisi dalle forze serbi di bosnia quasi 8.000 Uomini e adolescenti musulmani, il peggior massacro in Europa dalla seconda guerra mondiale.

Nel processo, stamane la procura ha mostrato i video in cui si vedono l’accusato e i suoi uomini che commettono e poi valutano la strage. I video, secondo la procura, furono filmati su espressa richiesta di Mladic a fini di propaganda per la popolazione serba. “Diamo questa città ai serbi come un dono”, dice in uno dei video registrati poco dopo la conquista di Srebrenica, all’epoca un’enclave protetta dell’Onu.

I filmati, che furono registrati a partire dall’11 luglio del 1995, cominciano mostrando la riunione tra Mladic, i rappresentanti dei musulmani e i caschi blu nell’hotel Fontana, vicino all’enclave di Srebrenica. Mladic chiede alla controparte che si arrendano e consegnino le armi: “Potete scegliere tra sopravvivere o morire” dice, assistito da un traduttore; poi l’esercito serbo-bosniaco separa gli uomini dalle donne e gli anziani. In un altro, appare lo stesso Mladic che chiede di essere filmato per mostrare “il regalo fatto ai serbi” e manda i suoi uomini a continuare “la vendetta contro i turchi”; e di seguito, l’ex generale fa bruciare una bandiera turca che fino a quel momento sventolava nell’enclave.

La registrazione si riferisce all’11 luglio del 1995, quando cominciò la strage degli 8.000 bosniaci musulmani maschi. In uno degli ultimi video presentati dal procuratore Peter McCloskey, si vedono due aiutanti di Mladic che, in auto, circondano un gruppo di cadaveri ammonticchiati e fanno commenti; dopo di loro si vede un autobus vuoto e un generale serbo che saluta facendo il segno di vittoria ai comandanti di Mladic.

Alla fine dell’udienza di ieri, interrotta per le intemperanze dello stesso Mladici in aula, anche le vedove di Srebrenica sono rimaste coinvolte in un episodio agghiacciante. L’ex generale si era presentato in aula con aria di sfida, un mezzo sorriso sul volto e il pollice in alto rivolto ai ‘tifosi’ serbi. Aveva applaudito all’ingresso della Corte e, quando una delle “mamme di Srebrenica” gli ha fatto il gesto delle manette, ha risposto passandosi una mano sulla gola. Munira Subasic è la presidentessa dell’associazione delle madri, in quella strage oltre al figlio perse oltre venti familiari. E dopo il gesto di Mladic in aula non ha potuto trattenere, insieme alle altre donne, urla di fuore.

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fonte repubblica.it

Bradley Manning, via al giudizio / VIDEO: Almost Gone (the Ballad of Bradley Manning)

http://www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2012/04/4-bradley-manning-770x529.jpg

Bradley Manning, via al giudizio

È cominciato il processo al soldato accusato di essere la talpa di Wikileaks


fonte immagine

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Alle prima schermaglie in aula sono subito seguite alcune rivelazioni.

LE ACCUSE - Nell’udienza preliminare di qualche giorno fa il giudice militare Denise Lind ha rifiutato la richiesta della difesa d’accorpare e di ridurre le numerose accuse dei procuratori militari, ventidue capi d’accusa per un solo delitto sembrano troppi a chiunque.

IL TRADIMENTO - Il giudice ha tuttavia rimandato la decisione sulla possibilità di archiviare la più grave accusa pendente su Bradley, quella di aiuto al nemico, che da sola comporterebbe l’ergastolo. Gli avvocati di Manning sostengono che le stesse chat che sono servite ad incriminarlo dimostrino come abbia agito per motivi che nulla hanno a che vedere con i nemici di al Qaeda o dell’Iraq.

LO SCOPO - Bradley voleva che “la gente conosca la verità” e la sua lotta era una lotta da americano per un’America diversa da quella che vedeva raccontata dai cable e nella quotidianità di una guerra sporca come quella contro l’Iraq.

LE MANOVRE - Tanto innegabile che ora c’è chi spinge proprio su  questo lato della personalità di Manning per dipingerlo come un ambizioso arrivista, pronto a tutto pur di mostrarsi e di accedere a una carriera politica. Ad accendere questo nuovo approccio al caso sono le dichiarazioni di un amico di Manning al quale il soldato ha confidato che fin da adolescente sognava di diventare senatore o presidente e che in fondo le pene che viveva da omosessuale nell’esercito del “non chiedere, non dire”, si potevano considerare un futuro capitale politico.

POCA ROBA - Discorsi banali, sogni probabilmente comuni a una buona parte degli adolescenti americani, una retorica auto-consolatoria che alla fine di tutto prevede la formazione di un governo di super-esperti. Nella sua candida ingenuità Manning non sa niente del governo dei tecnici e forse nemmeno di altre utopie che hanno sognato d’affidare i governi ai migliori tra i migliori.

MA PERO’ - Resta che se sarà inquadrato con successo nel frame, nel personaggio dell’ambizioso, la cosa servirà sicuramente (almeno) a minare la larga base di sostegno che ha guadagnato tra i patrioti come tra i meno politicizzati e persino nella comunità gay, che ovviamente avrebbe qualche imbarazzo a sostenere una persona che strumentalizza la propria esperienza omosessuale per ottenere un guadagno politico e personale.

UN GROSSO PROBLEMA - L’operazione non sembra comunque avere tutti i crismi per riuscire, anche perché per imporre una tale traslazione di senso i media dovrebbero impegnarsi sul caso, rompendo così l’apparente congiura del silenzio che finora ha circondato il pur clamoroso caso. Bradley Manning è un grosso problema per gli Stati Uniti, che difficilmente potrà essere risolto senza fare rumore.

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fonte

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Almost Gone (the Ballad of Bradley Manning)

[2011]
Scritta e interpretata dal vecchio Nash con James Raymond, figlio di David Crosby, in supporto a Bradley Manning

Caricato da in data 14/dic/2011

Written and Performed by
Graham Nash and James Raymond

A companion video for “Almost Gone” — a new song by legendary singer-songwriter Graham Nash and musician James Raymond (son of David Crosby) — is being released today in support of accused U.S. Army whistleblower Bradley Manning. The free download is available on Nash’s website (www.grahamnash.com) and the Bradley Manning Support Network site www.bradleymanning.org.

The release is timed to Manning’s first judicial hearing scheduled for December 16th, following more than 17-months in custody, including a year in solitary confinement that Amnesty International has characterized as “harsh and punitive.”

Visually, the Almost Gone video is punctuated with bold graphics, disturbing images and harsh facts. Its release is scheduled to precede Manning’s pre-trial hearing on December 16, which is the day before his 24th birthday. The Bradley Manning Support Network has named the following day, December 17, its International Day of Solidarity (http://events.bradleymanning.org/). PFC Manning, an Army intelligence analyst who had been stationed near Baghdad, was arrested in May 2010 under suspicion of leaking classified information, including a video showing the killing of civilians, to the anti-secrecy website WikiLeaks.

Nash and Raymond composed the song “Almost Gone (The Ballad of Bradley Manning)” during this spring’s US tour of Crosby-Nash, and the new recording serves as the music bed for the video; it features an impassioned lead vocal by Nash, a two-time Rock and Roll Hall of Fame inducted (Crosby, Stills & Nash, and The Hollies). “Bradley Manning is a hero to me,” he sings, acknowledging Manning’s role in making public videos and documents that shed light on such as issues as the true number and cause of civilian casualties in Iraq, human rights abuses by U.S.-funded contractors and foreign militaries, and the role that spying and bribes play in international diplomacy.

Scudo antimissile: Russia, pronti ad attacco preventivo contro le installazioni in Europa

Scudo antimissile: Russia, pronti ad attacco preventivo


fonte immagini

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(AGI) Mosca – La Russia e’ pronta ad autorizzare un attacco preventivo contro le installazioni in Europa dello scudo antimissile Usa se lo considerera’ una minaccia alla sua sicurezza. Lo ha dichiarato il capo di stato maggiore della Difesa, Nikolai Makarov. “Considerando il carattere destabilizzante dello scudo, che in particolare genera l’illusione dell’impunita’ da un colpo devastante, la decisione di ricorrere a mezzi preventivi di intercettazione sara’ preso al momento dell’aggravarsi della tensione”, ha minacciato Makarov. Per quanto riguarda i mezzi di difesa-attacco preventivo Makarov ha spiegato che, “il dispiegamento di nuovi armi d’attacco a sud e nord-est della Russia per, inclusi i missili Iskander a Kaliningrad (enclave russa tra Polonia e Lituania sul baltico, ndr) e’ una delle possibili opzioni per distruggere le infrastrutture del sistema europeo”, di scudo antimissile .

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fonte AGI.it

I BAMBINI AL FOSFORO (AMERICANO) DI FALLUJA. LA STORIA DI SAYEF

The children of Falluja

Caricato da in data 17/nov/2009

Doctors are dealing with an increase in chronic deformities in infants in Falluja, where heavy munitions were used in 2004

I BAMBINI DI FALLUJA. LA STORIA DI SAYEF

http://www.comedonchisciotte.org/images/laboratorymice1.jpg

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DI ROBERT FISK
independent.co.uk

Per il piccolo Sayef, di soli 14 mesi, non ci sarà nessuna primavera araba. Giace su un piccolo lenzuolo rosso appoggiato su un materasso da quattro soldi, a volte piangendo, con la testa grande il doppio del normale, cieco e paralizzato. Sayeffedin Abdulaziz Mohamed – il suo nome completo – mostra un viso gentile sulla sua enorme testa e dicono che sorrida quando gli altri bambini li fanno visita e quando le famiglie ed i vicini iracheni entrano nella stanza.

Ma non conoscerà mai la storie del mondo che lo circonda, non godrà mai delle libertà del nuovo Medio Oriente. Può muovere solo le mani e bere solo latte in bottiglia perché incapace di inghiottire. È già ben troppo pesante perché suo padre lo possa prendere in braccio. Vive in una prigione le cui porte resteranno chiuse per sempre.

A seguito, “BAMBINI COME TOPI DI LABORATORIO” (Karlos Zurutuza, IPS News);

Scrivere questo tipo di notizie è tanto difficile quanto capire il coraggio della sua famiglia. Molte delle famiglie di Fallujah i cui bambini sono nati affetti da ciò che i dottori chiamano “anomalia congenita” preferiscono chiudere fuori gli estranei, considerando i loro figli come segno di sdegno personale piuttosto che come possibile prova che qui sia accaduto qualcosa di terribile dopo i due grandi conflitti americani contro i ribelli nel 2004 e nel 2007.

Dopo aver inizialmente negato l’uso di granate al fosforo nel corso della seconda battaglia di Fallujah, le forze americane hanno poi ammesso di aver lanciato le munizioni contro alcuni edifici della città. Dei rapporti indipendenti hanno parlato di un tasso di difetti alla nascita ben più alto che in altre zone dell’Iraq, oltre che negli altri paesi arabi. Nessuno, ovviamente, può fornire delle prove schiaccianti che accusino le munizioni americane per la tragedia dei bambini di Fallujah.

Sayef vive – se così si può dire – nel distretto di al-Shahada di Fallujah, in una delle strade più pericolose della città. Quando andiamo a fare visita, fuori della porta di casa di Sayef troviamo dei poliziotti – tutti musulmani sunniti, come i cittadini di Fallujah – imbracciando le loro armi automatiche. Due di questi uomini armati in uniforme blu entrano con noi, visibilmente commossi dal bambino inerme, scuotendo la testa dall’incredulità e la disperazione che suo padre, Mohamed, si rifiuta di rivelare.

“Penso che tutto questo sia causa dell’uso del fosforo da parte degli americani nelle due grandi battaglie”, dice. “Ho sentito parlare di così tanti casi di anomalie congenite infantili. Ci deve essere una ragione. Quando mio figlio è andato all’ospedale per la prima volta, ho visto famiglie con gli stessi identici problemi”.

Sin dal conflitto del 2004, alcuni studi hanno registrato un profondo aumento nei tassi di cancro e mortalità infantile a Fallujah; il rapporto più recente, tra i cui autori compare anche un dottore del Fallujah General Hospital, dichiara che le malformazioni congenite contano il 15% del totale delle nascite nella città.

“Mio figlio non può reggersi in piedi da solo”, dice Mohamed, accarezzando la testa allargata di suo figlio. “Può muovere solo le sue mani. Dobbiamo allattarlo dalla bottiglia. Non può ingoiare. A volte non riesce neanche a prendere il latte, quindi dobbiamo portarlo in ospedale perché gli diano dei fluidi. È cieco dalla nascita. In più, uno dei reni del mio ometto ha smesso di funzionare. È rimasto paralizzato. Non muove le gambe. La cecità è dovuta dall’idrocefalia”.

Mohamed abbraccia le gambe senza uso di Sayef e le muove dolcemente su e giù. “Dopo la nascita, ho portato Sayef a Baghdad ed l’ho fatto visitare dai più importanti neurochirurghi. Hanno detto che non potevano fare nulla. Aveva un difetto alla schiena, che è stato sistemato, ed uno nella testa. La prima operazione non ha avuto successo. Ha avuto la meningite”.

Sia Mohamed che sua moglie hanno circa 35 anni. Diversamente da molte famiglie tribali della zona, non sono imparentati e le loro due figlie, nate prima delle battaglie di Fallujah, godono di perfetta salute. Sayef è nato il 27 gennaio 2011. “Alle mie due figlie piace molto il loro fratellino”, dice Mohamed, “ed anche ai dottori. Partecipano tutti per prendersi cura di lui. Il dr. Abdul-Wahab Saleh ha fatto un lavoro eccezionale su di lui – Sayef non sarebbe vivo se non fosse stato per lui”.

Mohamed lavora per una società di irrigazione meccanica, ma confessa che, con un salario di soli 100 dollari al mese, riceve aiuto finanziario dai parenti. Si trovava fuori dalla città durante i conflitti, ma a due mesi dalla seconda battaglia è tornato trovando la sua casa distrutta; ha ricevuto dei fondi per ricostruirla nel 2006. Durante la nostra conversazione, ha guardato Sayef a lungo e poi lo ha preso in braccio. “Ogni volta che guardo mio figlio, muoio dentro”, dice mentre le lacrime gli solcano il viso. “Penso al suo destino. Si fa sempre più pesante. Si fa più difficile tenerlo in braccio”. Gli chiedo quindi chi incolpa per il calvario del piccolo Sayef. Mi aspetto una valanga di accuse contro gli americani, il governo iracheno, il Ministro della Sanità. Per molto tempo, la stampa mondiale ha dipinto la gente di Fallujah come “pro-terrorista” ed “anti-occidentale”, sin dall’uccisione e cremazione dei quattro mercenari americani nel 2004 – evento che ha dato inizio alle battaglie di Fallujah nelle quali circa 2.000 iracheni, tra civili e ribelli, e quasi 100 truppe americane hanno perso la vita.

Ma Mohamed rimane in silenzio per alcuni istanti. Non è il primo padre a mostrarci il suo figlio deformato. “Chiedo solo aiuto a Dio”, dice. “Non mi aspetto di essere aiutato da nessuno altro essere umano”. Il che prova, credo, che Fallujah – lungi dall’essere una città di terrore – possiede alcuni uomini davvero coraggiosi.

Robert Fisk
Fonte: http://www.independent.co.uk/opinion
Link; http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-the-children-of-fallujah–sayefs-story-7675977.html?origin=internalSearch
25.04.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

Fallujah: una storia

La prima battaglia di Fallujah, nell’aprile 2004, fu un assedio di un mese durante il quale le forze americane non sono riuscite a prendere la città, considerata una roccaforte ribelle. La seconda battaglia, in novembre, l’ha rasa al suolo. Le polemiche si sono scatenate contro le dichiarazioni per cui le truppe americane avevano impiegato granate al fosforo bianco. Uno studio del 2010 ha affermato che l’aumento dei tassi di mortalità infantile, cancro e leucemia a Fallujah hanno superato quelli riscontrati nei sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

BAMBINI COME TOPI DI LABORATORIO

di Karlos Zurutuza – 21 aprile 2012

All’ospedale di Fallujah non sono in grado di fornire statistiche sui bambini nati con malformazioni; semplicemente ce ne sono troppi. I genitori non vogliono parlarne. “Le famiglie seppelliscono i propri neonati dopo la loro morte senza dirlo a nessuno,” afferma il portavoce dell’ospedale, Nadim al-Hadidi. “Se ne vergognano troppo.”

“Abbiamo registrato 672 casi a gennaio, ma sappiamo che ce ne sono molti di più”, dice Hadidi. Proietta immagini su una parete del suo ufficio: bambini nati senza cervello, senza occhi o con gli intestini fuori dal corpo.

Di fronte all’immagine bloccata di un bambino nato senza arti, Hadidi dice che i sentimenti dei genitori solitamente variano dalla vergogna al senso di colpa. “Pensano che sia colpa loro, che ci sia qualcosa di sbagliato in loro. E non è affatto d’aiuto quando qualche vecchio dice loro che è la ‘punizione del Signore’”.

E’ difficile guardare le fotografie. E i responsabili di tutto questo hanno chiuso gli occhi.

“Nel 2004 gli statunitensi hanno sperimentato su di noi ogni genere di ordigni chimici ed esplosivi: bombe termobariche, fosforo bianco, uranio impoverito … siamo stati per loro tutti topi da laboratorio,” dice Hadidi spegnendo il proiettore.

I mesi che sono seguiti all’invasione dell’Iraq nel 2003 hanno visto persistenti dimostrazioni contro le forze d’occupazione. Ma non è stato che nel 2004 che questa città presso l’Eufrate, a ovest di Baghdad, ha visto il peggio.

Il 31 marzo di quell’anno le immagini dei corpi smembrati di quattro mercenari del gruppo statunitense Blackwater pendenti da un ponte hanno fatto il giro del mondo. Al-Qaeda ha rivendicato la brutale azione e la popolazione locale ha pagato il prezzo dell’Operazione Phantom Fury [Furia fantasma] che è seguita. Secondo il Pentagono si è trattato del più grande scontro urbano dai tempi di Hue (Vietnam, 1968).

Il primo giro di vite è avvenuto nell’aprile 2004 ma il peggiore è stato a novembre di quell’anno. Controlli casuali casa per casa hanno dato il via a intensi bombardamenti notturni. Gli statunitensi hanno dichiarato di aver utilizzato il fosforo bianco “per illuminare i bersagli di notte”. Ma un gruppo di giornalisti italiani ha fornito presto prove documentali che il fosforo bianco era stato semplicemente un’altra delle armi vietate utilizzate contro i civili dalle truppe statunitensi.

Il numero totale delle vittime è tuttora ignoto. In effetti, molte di esse non sono ancora nate.

Abdulkadir Airawi, un medico dell’ospedale di Fallujah, è appena di ritorno dall’aver esaminato un interessante nuovo caso. “Questa ragazza è nata con la sindrome di Dandy Walker. Ha il cervello diviso in due e dubito che sopravvivrà.” Mentre parla, le luci si spengono di nuovo nell’interno ospedale.

“Siamo privi della struttura più elementare. Come pretendono che affrontiamo un’emergenza come questa?”

Secondo uno studio pubblicato nel luglio 2010 dall’International Journal of Enviromental Research and Public Health, con sede in Svizzera, “gli aumenti dei casi di cancro, leucemia e mortalità infantile e di cambiamenti del normale rapporto tra i sessi alla nascita a Fallujah sono significativamente maggiori di quelli riferiti relativamente ai sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki nel 1945.”

I ricercatori hanno rilevato che c’è stato un aumento di 38 volte della leucemia (17 volte nelle località giapponesi). Analisti stimati come Noam Chomsky hanno definito tali conclusioni come “immensamente più imbarazzanti delle rivelazioni di WikiLeaks sull’Afghanistan”.

Samira Alaani, medico capo all’ospedale di Fallujah, ha preso parte a uno studio in stretta collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Diverse verifiche condotte a Londra segnalano quantità insolitamente elevate di uranio e mercurio nei capelli delle persone colpite. Ciò potrebbe essere la prova che collega l’utilizzo di armi vietate alla quantità dei problemi genetici a Fallujah.

Piuttosto che sul fosforo bianco, molti puntano il dito sull’uranio impoverito (DU), un elemento radioattivo che, secondo gli ingegneri dell’esercito, aumenta significativamente la capacità di penetrazione dei proiettili. Si ritiene che il DU abbia una vita di 4,5 miliardi di anni ed è stato definito “l’assassino silenzioso che non smette mai di uccidere”. Molte organizzazioni internazionali hanno chiesto alla NATO di accertare se durante la guerra in Libia è stato utilizzato il DU.

In questo mese il Ministero iracheno della Sanità, in stretta collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, avvierà il suo primo studio in assoluto sulle malformazioni congenite nei governatorati di Baghdad, Anbar, Thi Qar, Suleimania, Diala e Basra.

Stretta tra i confini dell’Iran e del Kuwait, Basra è situata sopra enormi riserve di petrolio. La popolazione di questa provincia dell’estremo sud ha subito combattimenti molto più di qualsiasi altra regione: dalla guerra contro l’Iran degli anni ’80 alla guerra del Golfo del 1991 e all’invasione guidata dagli USA nel 2003.

Uno studio dell’Università di Baghdad ha segnalato che i casi di malformazioni alla nascita erano aumentati di dieci volte a Basra due anni prima dell’invasione del 2003. La tendenza continua a salire.

L’Ospedale Pediatrico di Basra, specializzato nell’oncologia pediatrica, è stato aperto nel 2010. Finanziata da capitale statunitense, questa struttura è stata avviata dall’ex first lady statunitense Laura Bush. Ma, come l’ospedale di Fallujah, questa struttura presunta allo stato dell’arte manca di attrezzature fondamentali.

“La macchina per i raggi X è rimasta un anno e mezzo in magazzino nel porto di Basra per una disputa amministrativa su chi dovesse pagare le tasse portuali. I nostri bambini morivano in attesa di un trattamento radioterapeutico che non arrivava,” dice Laith Shakr Al-Sailhi, padre di un bambino malato e direttore dell’Associazione del Cancro Infantile irachena.

“La lista d’attesa per il trattamento a Baghdad è infinita e il tempo non è mai dalla parte dei pazienti” dice Al-Sailhi nelle baracche che ospitano il quartier generale della sua ONG vicino all’ospedale.

“Inoltre le malattie di questi bambini hanno portato alla rovina economica le loro famiglie. Quelli che possono permetterselo pagano, per il trattamento, fino a 7.000 dollari in Siria e fino a 12.000 dollari in Giordania. L’opzione più economica è l’Iran, con costi in media di 5.000 dollari.

Oggi le famiglie fioccano a Teheran per il trattamento dei figli. Molte di esse dormono nelle strade perché non possono permettersi di pagarsi una stanza in albergo.”

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/those-laboratory-mice-were-children-by-karlos-zurutuza

Originale: IPS News

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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GENERAZIONE PLAY – Gli studenti e la Liberazione: Salò in Basilicata e la Resistenza contro l’Austria


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Gli studenti e la Liberazione: Salò in Basilicata e la Resistenza contro l’Austria

Milano, Roma, Napoli: in giro per le scuole italiane sulle tracce della Resistenza e di ciò che ne rimane oggi, tra strafalcioni, tentativi azzardati di spiegazione e imbarazzo (poco). “La Liberazione? Mannaggia, questa la sapevo…”.

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di Franco, Paolin e Iurillo
ilFattoQuotidiano.it

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MILANO – ”Salò si trova in Basilicata”. “No, è vicino al lago di Como”
Il 25 aprile è l’anniversario della Liberazione, questo gli studenti del liceo classico Parini di Milano lo sanno. Ma da cosa ci si è liberati? “Mi sembra dagli austriaci. O dagli spagnoli”, risponde A., 15 anni. Lo corregge F., suo compagno in quinta ginnasio: “No, dall’occupazione nazista. Era la Seconda guerra mondiale”. Poi però va in crisi sulla Resistenza: “Chiedi troppo – ride seduto sul motorino –. Forse c’entrano i partigiani”. Lo interrompe A.: “I partigiani, quelli che venivano chiamati alle armi, ma si rifiutavano di andare a combattere perché erano contro il fascismo”. Ragazzi, la storia la studiate? “A scuola siamo ai Romani”. Proviamo con i repubblichini. Chi erano? “Penso che c’entrino con la Repubblica di Salò”. Non male, visto che poco dopo da un gruppetto di ragazze di quarta ginnasio esce solo un “mai sentiti”. Fai cenno a Salò e qualcosa torna in mente dai libri di terza media: “Mussolini ha instaurato lì una repubblica quando è stato cacciato dall’Italia”, spiega un po’ confusa C., 14 anni. Il mistero vero ora è dove sia Salò. C. lo colloca nell’Italia centrale, in Basilicata probabilmente. La sua compagna A. non è d’accordo: “Secondo me è al Nord”. Ma ci ripensa: “No, forse è vicino a Roma”. M. ha 17 anni e mette Salò su un lago. Quale? “Quello di Como”. Ahi. In seconda liceo, del resto, sono arrivati fino all’Unità d’Italia: il periodo della Resistenza è ancora lontano. Passa Carlo Arrigo Pedretti, il preside. Professore, senta che risposte. “Abbiamo una classe politica che non va”, si giustifica sotto la lapide che ricorda Giambattista Mancuso, il figlio del custode del Parini che morì a 22 anni mentre combatteva tra i partigiani. E la scuola? “Ne paga le conseguenze”.
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ROMA – ”I repubblichini erano quelli che stavano in Africa”
“La Liberazione? Mannaggia, questa la sapevo, ci ho fatto pure la tesina di terza media…”. Sull’alto muro che circonda lo storico liceo classico Mamiani (classe 1885), il poster dedicato ai ragazzi di Salò è stato appiccicato a bella posta. Negli anni Settanta il movimento studentesco era forte lì dentro. Ieri il poster che inneggia ai repubblichini l’hanno strappato via, ne resta solo un angoletto. Una ragazza ci pensa su: “Ma quali sono quelli di Salò? Quelli che stavano in Africa, mi pare”. La compagna le dà una gomitata: “No, dai, sappiamo della Resistenza, Mussolini e tutto quanto. Solo che il fascismo vero ormai è morto, quelli di adesso sono solo ragazzini che cercano di darsi delle arie”. Un altro conferma: “Essere di destra va di moda, perché il comunista è uno sfigato, il fascio è un figo che va contro la legge. Capito?”. Ma ci sarete al corteo dell’Anpi? Li conoscete i partigiani? “Sì, una volta sono venuti qua. Raccoglievano le firme, volevano i numeri di telefono” dice uno. Intorno ridono: “Macché, quelli erano gli ambientalisti, che c’entra. È che di queste cose non parliamo, tranne un prof dichiaratamente nostalgico. Ci dice: col Duce si stava meglio”. “Mio nonno fu rinchiuso in un campo di concentramento – aggiunge un tipo alto, col sorriso –, perciò so che significa la Liberazione. Se gli altri dicono stupidaggini io mi giro e taccio. Però non so se ci andrò al corteo”. “Io vorrei – risponde una ragazza seduta sul gradino –. Ma dobbiamo studiare un sacco, non ce la faccio proprio”. S’avvicina un’amica, le mette fretta: andiamo, è tardi. E il 25 aprile? “So solo che non si va a scuola, il resto boh. Mi sa che è grave, vero?”.
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NAPOLI – ”Cos’è la Resistenza? È l’associazione dei partigiani”
Almeno nel liceo intitolato a un eroe napoletano della Resistenza, per di più sito in piazza Quattro Giornate, che vanta tra i suoi diplomati il fior fiore di Napoli (anche il sindaco Luigi De Magistris), ti aspetti che gli studenti sappiano il significato del 25 aprile. Non è così. All’uscita dell’Adolfo Pansini, si raccolgono risposte inconsapevoli. Susy, 17 anni, interrogata a un tavolino del Caffè , sembra preparata: “Il 25 aprile è la festa della liberazione dal nazifascismo”. Brava. Peccato che collochi l’evento prima nel 1946, poi nel 1960. “La resistenza? L’associazione dei partigiani…”. E che differenza c’era tra i partigiani e i repubblichini? “Sinceramente non lo so”. La parola repubblichini fa spalancare gli occhi anche alle compagne di classe: “Non la sappiamo proprio”. Salò, questa sconosciuta. Federica, 17 anni, non sa definire la resistenza. “Ma il 25 aprile è una festa importante”. Sicuramente. Lorenzo, 15 anni, ha un concetto di 25 aprile tutto suo: “È la festa di liberazione degli ebrei dai nazisti”. Gli amici ridono, qualcuno inizia a cantare ‘Bella ciao’. Il coetaneo Luciano invece fa un figurone: in pochi secondi riassume la storia delle Quattro Giornate e sottolinea che “Napoli fu l’unica città a liberarsi da sola”. Alle 13.30 escono gli studenti dell’ultimo anno. La maturanda Annachiara, ci pensa un po’ poi spara: “Il 25 aprile è la festa di liberazione dai nazisti”? Col punto interrogativo. Ci sei arrivata per caso? “No, la stiamo studiando”. Ma alla domanda sul significato di “repubblichino” sorride e rimane muta. Il liceo all’ingresso espone questa targa: “‘Ad Adolfo Pansini’, giovane eroe delle Quattro Giornate di Napoli, caduto il 30 settembre 1943 – Per non dimenticare”.

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FATE GIRARE IN RETE! – E’ tempo di raccogliere il grano. Accompagnando i contadini di Gaza sotto il fuoco israeliano

E’ tempo di raccogliere il grano. Accompagnando i contadini di Gaza sotto il fuoco israeliano

Pubblicato da Rosa Schiano a 20:06

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E’ tempo di raccogliere il grano, i contadini di Gaza si riversano a lavorare nei campi.
I soldati israeliani hanno già iniziato a sparare nelle terre lungo il confine della Striscia di Gaza.  Due feriti nei soli primi due giorni del raccolto.
Renad Salem Qdeeh, 33 anni, stava raccogliendo il grano nella sua terra quando i soldati israeliani hanno iniziato a sparare, verso le 7.30-8.00 del mattino. I contadini sono scappati, Renad ha iniziato a gridare ed è rimasta ferita alla testa quando si trovava a circa 800 metri dal confine. E’stata trasportata in una clinica in Khuza’a e la ferita le è stata saturata con 10 punti. La troviamo distesa sul letto.
“Prima ci hanno tolto 300 metri di terra, ora non possiamo lavorare nemmeno ad 800 metri dal confine, vogliono cacciarci dalle nostre terre”, esordisce sua madre, che non smettere di esprimerci la sua rabbia ed il suo dolore.
“Dobbiamo guardagnare per le nostre famiglie – continua la mamma di Renad - noi aspettiamo questa stagione del raccolto per poter guadagnare. Mia figlia ha 8 bambini, li deve nutrire, non abbiamo altre risorse. Non ci lasciano vivere nelle nostre terre. Noi chiediamo supporto e protezione davanti ai soldati israeliani, per fermarli.
Siamo circondati dai soldati, sparano ovunque. Ieri un ragazzo è rimasto ferito in Khuza’a. Dove sono i diritti umani?”
Renad socchiude gli occhi. E’ circondata dai familiari. Ci viene offerto del succo di frutta. Ogni persona sembra voler intervenire per poter parlare della propria condizione di vita, ogni voce sembra una richiesta di aiuto.
“Domani andrò lì a continuare la mietitura - riprende a parlare la madre di Renad – noi andremo lì comunque a lavorare anche se verremo uccisi.
Quale tipo di sentimento si può provare quando si trova la propria figlia piena di sangue?
I soldati avevano intenzione di ferirla. Dopo che l’hanno fatto se ne sono andati, volevano giusto spararle.
Abbiamo perso la maggior parte delle nostre terre. Ora rischiamo di morire anche ad 800 metri dal confine. Loro vogliono che ce ne andiamo? No, noi moriremo lì.”
I parenti di Renad inoltre credono che i soldati israeliani buttino sostanze chimiche nelle loro terre. A volte ne avvertono l’odore, ma non sanno esattamente di cosa si tratti.
“Gli altri paesi possono aiutarci se vogliono – interviene la sorella di Renad – senza aiuto noi non possiamo lavorare nella nostra terra.
Hanno già preso 300 metri di terra lungo tutto il confine di Gaza, potete immaginate quanta terra abbiano preso, era terra fertile, ora è tutto distrutto.”

La No Go Zone di 300 metri lungo tutto il confine, imposta unitelarmente da Israele, ha inglobato le terre dei contadini palestinesi. Alcuni hanno perso tutto.

Il giorno successivo abbiamo iniziato ad accompagnare i contadini in quello stesso settore di terra.
Il primo giorno i soldati israeliani ci hanno osservato senza sparare. Jeep correvano a grande velocità ed i soldati si sono posizionati sulle torrette che delemitano il confine, altri dietro una piccola collina. E’ da quella collina che sparano più frequentemente.
Due giorni dopo però è andata diversamente. Soldati appostati sulla collina hanno aperto il fuoco nonostante la nostra presenza. Abbiamo gridato loro al megafono di smettere di sparare, ricordando loro che eravamo in terra palestinese. Ho preso la mia fotocamera ed ho girato un video in quel momento:
Il terzo giorno i soldati ci hanno osservato senza sparare. C’era continuamente movimento di carroarmati e jeep correvano a grande velocità. I contadini temono di più le jeep dei carroarmati, temono gli hummer militari più di tutto, quelli sui cui sono posizionate armi da fuoco pronte a sparare.
In questo caso posso dire, un esercito contro dei contadini. Soldati che non esitano a sparare contro uomini inermi intenti a mietere a mano il grano e a trasportarlo con le carrette trainate dagli asini.
Intanto, nel timore generale, caccia F-16 rombavano a bassa quota.
I contadini hanno potuto lavorare e ci hanno ringraziato per la nostra presenza.
Il giorno in cui è stato ferita Renad, anche Hassan Waled Shnano, 27 anni, è rimasto ferito. Ma lui non stava lavorando nei campi. Stava semplicemente camminando per andare a lavoro, in Khuza’a, in un’area a circa 2 chilometri dal confine, un’area non lontana dalla sua abitazione. Lo incontriamo all’European Hospital in Khan Younis. “E’ una zona abitata, una zona sicura. Hanno iniziato a sparare dal mattino presto”, ci dice Hassan. Hassan è coordinatore locale della Ngo Mercy Corps in Khuza’a, e si occupa di progetti educativi per gli studenti. Un proiettile l’ha colpito alla giuntura del femore destro.
Suo padre, che aveva respirato il fosforo bianco durante l’Operazione Militare Piombo Fuso, è morto di cancro . Hassan ha cinque fratelli ed una sorella. E’sposato ed ha due figlie.
Anche uno dei suoi fratelli, nel 2006, è rimasto ferito, a 15 anni, mentre tornava da scuola.
Questa mattina i soldati hanno sparato di nuovo sui contadini intenti a lavorare nei campi in Khuza’a.
Abbiamo accompagnato un gruppo di contadini in una terra vicina a quella dove eravamo andati finora. Nonostante gli spari i contadini hanno continuato a lavorare sentendosi protetti dalla nostra presenza. Ma i soldati hanno sparato anche in quella terra vicina, quella dove lavora anche la famiglia di Renad. Fremevo guardando i soldati sparare. Il mio cuore tremava ad ogni dannato colpo, i miei occhi volevano piangere al pensiero che qualcuno potesse rimanere ferito. Lì i soldati non hanno smesso di sparare fin quando i contadini non sono andati via, impossibilitati a raccogliere il grano sotto gli spari. Ho girato un video questa mattina appena i soldati hanno iniziato a sparare:
Ogni mattina noi torneremo in Khuza’a per accompagnare i contadini, fino a quando il lavoro nei campi non sarà terminato.

I contadini ci ringraziano continuamente. Rispondo loro con un grazie. Io mi sento di ringraziarli. Non immaginano quanto mi senta fortunata a poter stringere le loro mani, a poter guardare i loro occhi che nonostante tutto sorridono, non immaginano quanto mi senta fortunata a poter difendere il loro diritto alla vita.
la madre di Renad
Renad Salem Qdeeh, 33 anni
Hassan Waled Shnano, 27 anni
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Siria, oltre mille morti in una settimana. Assad: no a piano di pace

USATODAY - The wife of Mohammed Halak mourns after he was killed by gunfire during fierce fighting between the Free Syrian Army and government forces loyal to President Bashar Assad – PHOTOGALLERY (206 images)

Siria, oltre mille morti in una settimana
Assad: no a piano di pace. Annan: shock

Il presidente siriano: ritireremo le truppe solo se avremo garanzie scritte. Il rappresentante Onu: violenze inaccettabili

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ROMA – E’ di oltre mille morti in una settimana l’ultimo bilancio delle violenze che hanno infiammato la Siria, e la maggior parte di loro sono civili: lo ha detto il colonnello Qassem Saad al-Din, uno dei portavoce dell’esercito libero siriano in Siria. Secondo al-Din l’opposizione siriana ha l’intenzione di rispettare il cessate il fuoco richiesto dall’Onu, anche se le forze governative non lo faranno. Ma se le forze siriane «spareranno, prenderemo di nuovo le armi e risponderemo».

Kofi Annan scioccato: escalation violenze è inaccettabile. «L’escalation di violenze che si registrano in Siria è inaccettabile» ha detto l’inviato speciale per le Nazioni unite in Siria, Kofi Annan, che si è detto «scioccato». Annan, affermando che sono state violate le garanzie che gli erano state date, ha invitato Damasco a mantenere le promesse di porre fine allo spargimento di sangue. Il rappresentante dell’Onu ha esortato sia Damasco che gli oppositori a fermare le violenze entro il 12 aprile, come previsto dal piano di pace.

Assad: no a ritiro truppe. Intanto Bashar al-Assad, il presidente siriano, fa marcia indietro e dice «no» al ritiro delle truppe governative, a meno di ottenere garanzie scritte da parte dell’opposizione. Il dietrofront della Siria fa infuriare Kofi Annan, l’inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba, mentre le violenze incessanti fanno almeno 31 morti, tra cui dodici civili. Oggi, gli arresti sono stati oltre 200, e complessivamente, secondo l’opposizione, le vittime sono circa mille in una settimana, la maggior parte dei quali civili. «Affermare che la Siria richiamerà i soldati il 10 aprile non è corretto» dice Damasco, perché «Kofi Annan non ha ancora presentato garanzie sullo stop alle violenze da parte di gruppi terroristici armati». Il colonnello Qassem Saad al-Din, uno dei portavoce dell’Esercito libero siriano in Siria, spiega dal canto suo che l’opposizione siriana ha l’intenzione di rispettare il cessate il fuoco richiesto dall’Onu, anche se le forze governative non lo faranno. Ma se le forze siriane «spareranno, prenderemo di nuovo le armi e risponderemo». L’accordo raggiunto tra la Siria e l’ex segretario generale dell’Onu prevede l’inizio del ritiro delle truppe entro il 10 aprile, con un cessate il fuoco da raggiungere entro 48 ore, al più tardi il 12 aprile.

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