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“Almeno dieci morti nel Canale di Sicilia” Superstite lancia l’allarme dalle coste libiche


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“Almeno dieci morti nel Canale di Sicilia”
Superstite lancia l’allarme dalle coste libiche

A raccogliere la richiesta d’aiuto era stato Aden Sabrie, un giornalista somalo che collabora con la Bbc, che aveva girato la segnalazione alla Guardia costiera. Da Lampedusa era partita una motovedetta che durante il tragitto si era fermata per soccorrere un altro gommone con 54 profughi

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Sarebbero almeno una decina, ma qualcuno parla anche di 30 dispersi, le vittime dell’ennesima tragedia dell’immigrazione avvenuta davanti alle coste libiche, stando almeno al racconto di un centinaio di superstiti raccolti ieri su un gommone semi affondato davanti alle coste libiche. Nell’operazione di soccorso, scattata in seguito all’intervento della Guardia Costiera italiana, sono intervenute due navi mercantili che hanno trasferito i profughi a Tripoli.

Sono stati proprio i superstiti a confermare quello che avevano già comunicato ieri via radio, quando avevano lanciato l’Sos con un telefono satellitare: “Siamo un centinaio e rischiamo di affondare, ci sono già diversi morti. Veniteci a salvare”. A raccogliere la richiesta d’aiuto era stato Aden Sabrie, un giornalista somalo che collabora con la Bbc, che aveva girato la segnalazione alla Guardia costiera. Da Lampedusa era partita una motovedetta che durante il tragitto si era fermata per soccorrere un altro gommone con 54 profughi, mentre sull’altra imbarcazione erano stati dirottati due mercantili.

Aden Sabrie è riuscito a parlare nel pomeriggio, telefonicamente, con una superstite, una connazionale ricoverata in ospedale per una frattura. La donna ha raccontato che uno dei tubolari del gommone si sarebbe sgonfiato poche ore dopo la partenza e che molti migranti sarebbero annegati: “Ho visto attorno a me almeno una decina di cadaveri”, ha riferito la testimone. Secondo altre fonti in Libia, i dispersi nel naufragio sarebbero almeno una trentina.

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fonte repubblica.it

Italiani? Ma quale brava gente…

Brava gente

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Edward Kojo Akanor è un ghanese di 67 anni che abita a Verona e nonostante due infarti e un ictus continua a lavorare all’aeroporto di Villafranca fino all’ultimo giorno di vita per mandare soldi in Africa, dove sono rimaste la moglie paralitica e la figlia Matilda. Il 25 aprile il signor Edward muore e la famiglia di commercianti veronesi per i quali negli ultimi anni è stato anche più di un parente gli organizza i funerali: il 26 maggio, così da dar tempo alla figlia di ottenere il visto. Matilda si presenta alla nostra ambasciata di Accra con i timbri in regola, eppure le rispondono che manca un requisito essenziale: non è abbastanza ricca per andare ai funerali di suo padre. La giovane donna trasecola: in Ghana ho un lavoro, dice. Sì, ma lo stipendio è basso, replica il funzionario, chi ci garantisce che, scaduto il visto, lei non rimanga a Verona? Il fatto che qui ho una mamma paralitica di cui nessun altro si può occupare, insiste lei, e ciascuno avvertirà l’umiliazione di questo dialogo.

Fra le tante caselle che ogni burocrate è chiamato a sbarrare sui documenti, quella del buonsenso non c’è. Andrebbe aggiunta a mano, ma per farlo servono coraggio e un po’ di umanità, e non tutti ne sono provvisti. Perciò la famiglia italiana che si è accollata le spese della trasferta di Matilda ha scritto all’ambasciatore in persona, «pregandolo umilmente» di intervenire. I funerali sono domani e voglio ancora credere nel miracolo. Altrimenti la prossima volta che sentirò qualcuno dire «italiani brava gente» dal cuore mi uscirà una dolentissima pernacchia.

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fonte lastampa.it

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Immigrati trattati come schiavi: 16 arresti. Blitz a Lecce e in altre regioni

 

Una manifestazione di lavoratori africani a Lecce

Immigrati trattati come schiavi: 16 arresti. Blitz a Lecce e in altre regioni

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LECCE – Immigrati fatti giungere in Italia con false promesse di lavoro e ridotti invece in schiavitù per lavorare nei campi per molte
ore al giorno e vivere in condizioni disumane. Per questo 16 persone sono state arrestate dai carabinieri dei Ros tra Puglia, Calabria, Campania, Sicilia e Toscana. L’organizzazione, stando a quanto hanno accertato gli investigatori, operava a Nardò (Lecce) – centro che in estate ospita centinaia di immigrati che giungono da ogni parte della Puglia e del resto d’Italia per lavorare nei campi, soprattutto nella raccolta delle angurie – Rosarno (Reggio Calabria) e altre città del Sud.

L’indagine, chiamata ‘Sabr’ è stata avviata dal Ros di Lecce nel gennaio 2009. Nell’organizzazione c’erano italiani, algerini, tunisini e sudanesi operanti in Puglia, Sicilia, Calabria e Tunisia. Gli indagati avrebbero favorito l’ingresso clandestino di extracomunitari, in prevalenza di tunisini e ghanesi, da destinare alla raccolta di angurie e pomodori.

Il “reclutamento” avveniva prevalentemente in Tunisia, dove numerose persone, spinte dalla disperazione, venivano convogliate in falsi viaggi della speranza verso la Sicilia e, successivamente, nella penisola, per lavorare prima nell’ agro pachinese, nel siracusano, poi i quello neretino, in provincia di Lecce.

A Nardò, per questo chiamata anche “Anguria city”, si era costituita una sorta di “cartello” tra datori di lavoro e “caporali”, che forniva manodopera per i lavori agricoli stagionali in diverse regioni. I clandestini venivano relegati lontano dai centri abitati, privati del denaro che avevano con sè, retribuiti con somme irrisorie, alloggiati in baracche senza acqua corrente, servizi igienici e corrente elettrica messe a disposizione dagli stessi “datori” di lavoro.

Gli immigrati venivano costretti a turni di lavoro di 10-12 ore, anche durante il Ramadan, periodo durante il quale molti lavoratori di religione islamica si astenevano dal bere e dal mangiare. Da questa attività i componenti dell’organizzazione traevano profitti «rilevanti», evadendo tasse e contributi. Gli arresti sono stati eseguiti dai carabinieri del Ros, dei comandi provinciali interessati e del Nil, con il supporto di elicotteri e unità cinofile per la ricerca di droga, armi ed esplosivi.

La misura cautelare è stata emessa dal gip di Lecce Carlo Cazzella su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Tra i reati contestati, oltre alla riduzione in schiavitù, anche l’associazione per delinquere, il falso in atto pubblico (per i falsi permessi di soggiorno) e il favoreggiamento dell’ingresso di stranieri in condizioni i clandestinità.

Per la tarda mattinata è convocata una conferenza stampa in Procura con la partecipazione del procuratore capo della Dda salentina, Cataldo Motta.

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fonte ilmessaggero.it

NAPOLI – Scoperta scuola abusiva per 116 bambini stranieri

Piazza Dante, scoperta scuola abusiva per 116 bambini stranieri

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NAPOLI – Una scuola per oltre cento bimbi dello Sri Lanka completamente abusiva è stata scoperta dalla polizia municipale a Napoli. È a seguito di diverse segnalazioni che i vigili urbani sono intervenuti in piazza Dante dove la scuola era stata aperta in un appartamento di 12 vani posto al primo piano di un palazzo.

Ogni stanza era differenziata «dal grado di difficoltà» ovvero dalla classe di appartenenza degli alunni.

Tutte le mattine l’ingresso in aula avveniva durante il consueto orario scolastico e le lezioni si svolgevano per oltre 116 bambini di età compresa tra i tre e gli undici anni.

I responsabili sono risultati privi delle autorizzazioni necessarie. Immediatamente gli agenti hanno avvisato i magistrati che a loro volta hanno disposto l’affidamento dei minori ai genitori; richiesto un sopralluogo del personale dell’Asl che ha riscontrato carenze igieniche nell’appartamento, in quanto era stata predisposta anche una cucina, servizi igienico-sanitari non a norma di legge e la mancanza delle dovute misure di sicurezza (agibilità, prevenzione incendi ecc.).

I genitori saranno tutti identificati e denunciati per evasione scolastica di minori.

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fonte ilmattino.it

TRIESTE – Ucraina suicida in commissariato: il vicequestore (dalle tendenze ‘fasciste’) indagato per omicidio colposo e sequestro di persona

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TRIESTE

Suicidio in commissariato
vicequestore “fascista” in congedo

Il questore di Trieste Giuseppe Padulano: “Sconvolto per il suicidio di Alina, questa non è la questura degli orrori. Se ci sono profili di illegittimità nella nostra azione ce ne prenderemo la responsabilità”

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di Cinzia Gubbini

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«Se ci sono profili di illegittimità nella nostra azione, ce ne prenderemo la responsabilità. Ma non si dica che questa è la questura degli orrori, perché non è vero. E lo dimostrano gli attestati di stima che stiamo ricevendo in queste ore difficili». Giuseppe Padulano, questore di Trieste, con una lunga esperienza «sul campo» – è stato dirigente tra le altre cose della squadra mobile della stessa città e della polizia di frontiera – non si tira indietro di fronte alle domande sullo scandalo sollevato dall’inchiesta che vede coinvolto il dirigente dell’ufficio immigrazione, Carlo Baffi, indagato per sequestro di persona e omicidio colposo. Una ragazza ucraina, Bonar Diachuk, si è suicidata il 16 aprile scorso nei locali del commissariato di villa Opicina.

Ne è scaturita un’indagine, condotta dal pm Massimo De Bortoli, che lascia intravedere una pratica sistematica di detenzioni illegali all’interno del commissariato, e un profilo del vicequestore Baffi a dir poco inquietante. A casa sua sono stati trovati vari testi antisemiti, dal classico Mein Kampf a «Come riconoscere un ebreo». Curiosità intellettuale? O, come ha detto l’Associazione nazionale dei funzionari di polizia, una normale libreria per chi ha lavorato nella Digos? Sarà, ma Baffi li leggeva all’ombra del busto e dei poster del Duce che sfoggiava come arredo. E si fosse limitato a farlo in privato. Il fermacarte del suo ufficio pare fosse un oggettino per amatori – sempre il Duce – ed è stata trovata una targa con su scritto «ufficio epurazione», invece di ufficio immigrazione. Nessuno l’ha mai vista? «Ma figurarsi se era appesa – dice il questore – posso assicurare che è stata trovata ben chiusa in un cassetto». E di Baffi, nessuno conosceva queste sue simpatie, forse non adatte a chi dirige un ufficio così delicato come quello dell’immigrazione? «I profili che sono emersi saranno oggetto di una attenta analisi interna», assicura il questore.

Il vicequestore indagato al momento «è in congedo», e a dirigere l’ufficio è stato mandato il capo di gabinetto di Padulano. Come dire, un uomo di fiducia in un momento difficile perché, come si può immaginare, la vicenda ha scatenato un putiferio. Al di là del «personaggio» Baffi, il suicidio della ragazza ucraina sta portando alla luce un altro lato «oscuro» del commissariato. Alina aveva patteggiato una pena il 13 aprile, ed era stata scarcerata il 14, un sabato. Il suo avvocato le aveva spiegato che sarebbe stata lasciata libera anche se avrebbe ricevuto un decreto di espulsione perché nel fine settimana non ci sono i tempi tecnici per la sentenza del giudice di pace e il decreto prefettizio. Invece la ragazza è stata prelevata da una volante della polizia, portata in commissariato, e lì rinchiusa in attesa del lunedì. Uno zelo non richiesto, lesivo della libertà personale poiché per essere detenuti è necessario un vaglio giurisdizionale. Ora all’esame della Procura ci sono i fascicoli di altri 49 immigrati trattenuti negli ultimi sei mesi a villa Opicina. «Lavoriamo con grande fatica, abbiamo a che fare con leggi complicatissime sull’immigrazione, cerchiamo di fare del nostro meglio. E chi a Trieste lavora al fianco degli immigrati lo sa – si difende Padulano – ci siamo mossi sempre rispettando la dignità di tutti. Anche nel caso, molto complesso, della ragazza che si è suicidata. È la cosa che mi colpisce di più come persona. Se ci sono profili di illegittimità nel nostro comportamento, ci prenderemo la responsabilità. Ora vogliamo solo collaborare con la Procura. Sono sicuro che riusciremo a chiarire tutto».

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fonte ilmanifesto.it

Assessore leghista ai Servizi Sociali: “Bruciamo col napalm gli extracomunitari che non pagano l’affitto”


‘Effetti’ del napalm in Vietnam - fonte

L’assessore leghista: bruciamo col napalm gli extracomunitari che non pagano l’affitto

L’incredibile vicenda durante il consiglio comunale nella cittadina brianzola. A pronunciare la frase l’assessore ai Servizi sociali, Ballabio, che coordina il pronto soccorso dell’ospedale

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di GABRIELE CEREDA

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L'assessore leghista: bruciamo col napalm gli extracomunitari che non pagano l'affitto L’assessore leghista Umberto Ballabio

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Gli inquilini extracomunitari in ritardo con il pagamento degli affitti andrebbero bruciati con il napalm. È la sconvolgente ricetta di Umberto Ballabio, assessore leghista ai Servizi sociali del Comune di Giussano (Monza e Brianza), nonché responsabile del pronto soccorso dell’ospedale cittadino. Gridata ai quattro venti durante l’ultimo consiglio comunale del paesino brianzolo, guidato da Pdl e Lega, la trovata ha impiegato poco tempo per varcare le mura del municipio.

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A denunciare il fatto è Roberto Soloni, di Giussano democratica, lista civica di centrosinistra. “In aula si stava parlando delle case popolari e l’assessore è intervenuto dicendo che per gli stranieri morosi ci vorrebbe il napalm per bruciarli”, racconta l’esponente dell’opposizione. Da qualche settimana la giunta di centrodestra ha messo sotto la lente di ingrandimento gli inquilini delle case popolari. Fra questi, la maggior parte stranieri, molti sono in ritardo con i pagamenti. A spiccare è il caso di un marocchino che ha accumulato 28mila euro di debito. La giunta precedente, di centrosinistra, al corrente delle difficoltà economiche dell’uomo, in accordo con il diretto interessato e il suo datore di lavoro aveva deciso di trattenere una parte del suo stipendio per ripianare il passivo. Un’intesa ancora valida e che a piccoli passi dovrebbe rimettere a posto le cose. Ma proprio quando si è arrivati a parlare di questo caso è esplosa la rabbia del lumbard.

“Prima ha inveito contro il nostra volontà di aiutare chi è in difficoltà facendo intendere che dietro la nostra politica si nascondono voti di scambio – racconta Soloni – poi se n’è uscito con la storia del napalm”. Il diretto interessato nega: “Mi sono espresso in modo diverso”. “Ci sono le registrazioni audio della seduta che dicono il contrario”, replica Roberto Colzani, esponente del Pd cittadino. “Un medico che ha fatto il giuramento di Ippocrate non può dire una cosa del genere”, taglia corto il capogruppo del Pd in consiglio provinciale, Domenico Guerriero.

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fonte milano.repubblica.it

Imperia, muore in cantiere e viene gettato nel torrente

Imperia, muore in cantiere
gettato nel torrente

Il corpo di un uomo trovato alcune settimane fa a Taggia potrebbe essere quello di un lavoratore in nero abbandonato dopo un infortunio sul lavoro. L’ipotesi sulla base dell’autospia. Indagini in cantieri anche in Piemonte e lungo la Costa Azzurra

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di BRUNO PERSANO

Imperia, muore in cantiere gettato nel torrente Il luogo del ritrovamento del cadavere (foto tratta da Sanremo news)

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Quando il cadavere fu ripescato qualche settimana fa nel torrente Argentina a Taggia, vicino Imperia, le autorità pensarono ad un suicida o alla vittima di una caduta. Ma l’autopsia ha svelato uno scenario ben più terribile. Quel corpo ancora senza nome potrebbe essere di qualche lavoratore in nero vittima di un infortunio sul lavoro.

Per non avere grane con la giustizia, chi l’aveva assunto potrebbe averlo gettato nel fiume distante dal cantiere dove è morto. L’autopsia ha svelato lesioni toraciche e addominali, risultate mortali, e gravi traumi avvenuti dopo la morte. E quindi, è parere dell’anatomopatologo, l’uomo sarebbe morto a causa di una violenta caduta alla quale in seguito si sono sommate altre lesioni meno gravi giustificate dall’abbandono nel greto del torrente.

La procura di Sanremo ha aperto un fascicolo per occultamento di cadavere. Le indagini nei cantieri della zona e della provincia di Imperia, per ora, non hanno aggiunto elementi utili per l’indagine, ma i carabinieri non escludono che l’infortunio possa essere avvenuto anche in Piemonte o nella vicina Costa Azzurra.

Grazie ad un software, il volto della vittima è stato ricostruito al computer. Si tratta di un uomo di età compresa tra i 25 ed i 30, di razza europea-caucasica, alto un metro e 70.

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LA DENUNCIA – Profughi dal Nord Africa: I Comuni non pagano più


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Profughi dal Nord Africa
I Comuni non pagano più

Il debito ammonta ora a circa 1 milione e 300mila euro. La Rete dei Comuni Solidali 1 scrive al ministro, per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi, per denunciare i ritardi nei pagamenti per l’accoglienza. A rischio l’esperienza di Riace e di altri Comuni calabresi. “Si rischia una nuova Rosarno”

Profughi dal Nord Africa  I Comuni non pagano più

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ROMASono mesi che lo Stato non paga i Comuni che accolgono i profughi nordafricani e ora questi rischiano di rimanere senza cibo e senza medicine. Questa è la denuncia contenuta in una lettera che la ReCoSol (Rete dei Comuni Solidali 2) ha indirizzato il 24 aprile al ministro dell’Integrazione Andrea Riccardi. ReCoSol rappresenta più di trecento comuni italiani e tra questi ci sono anche Riace e Acquaformosa, due Comuni calabresi che da anni hanno attivato un progetto per l’accoglienza dei rifugiati politici provenienti dall’Asia e dall’Africa, accoglienza che ha ripopolato borghi altrimenti abbandonati e che ha dato nuova spinta all’economia locale.

Otto i mesi di ritardo. Ma questa economia rinnovata ora rischia di essere compromessa dai ritardi nei pagamenti. Riace, il Comune che ha dato il via ai progetti di seconda accoglienza in una zona difficile come quella della Locride – tanto da suscitare l’interesse di Wim Wenders, che ha ambientato proprio a Riace il suo film “Il volo” – ospita al momento 120 rifugiati e attende da ben otto mesi i fondi dalla Protezione Civile. “Quando abbiamo offerto la nostra disponibilità ad accogliere i profughi abbiamo stipulato un accordo con la Protezione civile regionale che prevedeva un rimborso di 46 euro al giorno per persona” spiega Domenico Lucano, sindaco di Riace. “Anche se ritardi nel trasferimento dei fondi per l’accoglienza sono sempre stati frequenti, una situazione come quella attuale non si è mai verificata. I ritardi stanno mettendo a serio rischio la serena convivenza, fino a creare una grave emergenza di convivenza civile dovuta al rifiuto di continuare a far credito da parte dei fornitori di generi di prima necessità (alimentari, farmacie ecc.)”.

“Prima le cose andavano meglio”. Sia i sindaci che ReCoSol ammettono che quando i fondi erano gestiti dallo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) le cose andavano meglio. Con l’emergenza Nord Africa la responsabilità è passata nelle mani della Protezione Civile ma nonostante tale emergenza sia stata prorogata per tutto il 2012, le risorse non sono ancora state messe a bilancio dal Consiglio dei ministri. “Attraverso le scelte del governo” scrivono Manoccio e Lucano “si è volutamente cercato di distruggere il sistema “Asilo”, sostituendo le politiche di accoglienza e integrazione che rispondevano ai progetti Sprar a quelli altamente redditizi della protezione civile, vanificando di fatto una politica che in 10 anni aveva garantito politiche di inclusione sociale”. Il debito ammonta ora a circa 1 milione e 300mila euro. Così quella che finora è stata un’interessantissima esperienza di accoglienza e rilancio del territorio, rischia davvero di esplodere.

Il rischio di una nuova Rosarno. Ai ritardi nei pagamenti si aggiungono poi quelli relativi alle convocazioni per esaminare le domande di asilo. Ci sono rifugiati che attendono anche un anno dopo l’arrivo in Italia mentre la legge prevede che l’audizione si debba svolgere in tempi non superiori a tre mesi dalla richiesta d’asilo. Sono 1600 i richiedenti asilo dislocati in varie località della Regione e gli stessi Sindaci, hanno evidenziato come il 70% delle domande vengano respinte senza verificare le esigenze di protezione umanitaria. “In Calabria si rischiano altre Rosarno”: questo l’ammonimento che i Sindaci Lucano e Manoccio hanno scritto in un’altra lettera pubblica. “I dinieghi fanno diventare questi migranti facile preda della criminalità organizzata”.

“Una miscela esplosiva”. “Tutto ciò – aggiungono i primi cittadini – rappresenta una miscela esplosiva, della quale le forze politiche e sociali si stanno completamente disinteressando, lasciando l’onere della gestione solo ed esclusivamente agli enti gestori dei progetti. Non bisogna di certo essere degli esperti in immigrazione per capire che la situazione è a livelli di guardia e che merita attenzione soprattutto dal competente ministro dell’Integrazione che tra l’altro è un ottimo conoscitore di queste tematiche. Non vorremmo da qui a breve riempire le prime pagine nazionali per le rivolte dei migranti, dopo che un governo di pura propaganda leghista, ha distrutto un sistema di accoglienza sostituendolo con una logica di emergenza continua tanto cara all’ex sottosegretario Bertolaso.”

Una legislazione più ampia. Una spiegazione i funzionari responsabili delle domande respinte l’hanno fornita. Sono infatti da considerarsi rifugiati solamente quelli che effettivamente sono fuggiti dalla guerra in Libia e non da altri conflitti africani seppur partiti dai porti libici. La replica di ReCoSol non si è fatta attendere: “la Rete dei Comuni Solidali si unisce alla pressante richiesta avanzata al Governo Italiano dal Tavolo Asilo che in data 12 marzo 2012 ha chiesto con una nota pubblica rivolta all’Esecutivo di valutare l’opportunità di una più ampia attuazione delle norme vigenti in materia di protezione umanitaria che permetterebbe di rilasciare un permesso di soggiorno alla maggior parte delle persone arrivate dalla Libia e la concessione di un permesso di soggiorno a titolo temporaneo a quanti non hanno ottenuto il riconoscimento della protezione internazionale, né la protezione umanitaria”.

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Il “nero” dei servizi postali, il fronte degli extracomunitari nella spedizione dei pacchi


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La recente scoperta di 37 lavoratori senza contratto di società che lavorano per Sda

Il “nero” dei servizi postali, il fronte degli extracomunitari nella spedizione dei pacchi

Il recapito della corrispondenza polverizzato tra una serie di piccole imprese in sub-appalto, perché la logica predominante delle multinazionali è la corsa «al massimo ribasso»

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di Fabio Savelli
twitter  @FabioSavelli

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Il servizio di recapito corrispondenza appaltato da Poste Italiane a corrieri domestici e internazionali e poi sub-appaltato a  imprese e cooperative (Fotogramma)Il servizio di recapito corrispondenza appaltato da Poste Italiane a corrieri domestici e internazionali e poi sub-appaltato a imprese e cooperative (Fotogramma)

MILANO – «Non vogliono finanziare il welfare italiano». Detta così – al netto della sua apparente ingenuità – è un’affermazione dai contenuti apocalittici. Soprattutto perché gli extra-comunitari sono ormai l’architrave portante dello stato sociale italiano, in termini di contribuzione alla fiscalità generale. E lo saranno sempre di più nei prossimi anni (lo confermano anche le ultime proiezioni Censis), in un Paese in cui i figli si fanno sempre di meno e la forza-lavoro da oltre-frontiera è fondamentale soprattutto per i mestieri legati alla cura della persona. La pronuncia Domenico D’Ercole, della segreteria nazionale della Filt Cgil, che chiarisce: «Vogliono moneta contante, soprattutto sono spesso avulsi dalle logiche delle grandi centrali cooperative del Paese. Lavorano in proprio e spesso vengono premiati negli appalti se l’unica discriminante nel recapito dei servizi di corrispondenza è la corsa al massimo ribasso». Il tutto avviene spesso in spregio del contratto collettivo merci, spedizioni e logistica (che prevede logiche stringenti anche in termini retributivi e previdenziali per i “postini” utilizzati). Disattendendo persino il DURC (documento unico di regolarità contributiva), cioè l’attestazione dell’assolvimento, da parte dell’impresa, degli obblighi legislativi e contrattuali nei confronti di Inps e Inail.

IL CASO - Proprio una settimana fa l’ultima scoperta: ben 37 lavoratori in nero. Non in una società qualunque ma in un’azienda controllata al 100% da Poste Italiane. Una visita degli ispettori del lavoro ha verificato la presenza di lavoratori in nero in cooperative e società che lavorano per la Sda Express, che effettua consegne per conto di Poste Italiane. Nel mirino, infatti, non i dipendenti diretti della Sda Express ma di quelle società esterne alle quali la Sda appalta la consegna di pacchi e pacchetti. Gli ispettori avrebbero trovato 37 persone senza lo straccio di un contratto, altre che ricevevano due terzi della retribuzione sotto voci come «trasferta» e «diaria», voci non tassabili. Così in un sol colpo si evadevano contributi previdenziali e Irpef.

LO SPIN OFF - Sda Express proprio lunedì ha rilevato alcuni rami d’azienda italiani della multinazionale americana Ups, per uno spin off che si giustifica con la perfetta integrazione di mercato tra le due società (Ups è un corriere internazionale, Sda è maggiormente attiva nel trasporto domestico) e che anima qualche preoccupazione sul fronte occupazionale, data la probabile sovrapposizione di alcuni ruoli aziendali.

LA FILIERA - Ma è a valle della filiera che le preoccupazioni sono più forti. Perché i servizi postali danno luogo a una serie di sub-appalti per la fornitura di pacchi che è totalmente scevra dalle considerazioni di trasparenza messi nero su bianco dal codice degli appalti pubblici. Qui di pubblico non c’è nulla, si tratta di accordi tra privati e in alcune parti del Paese, soprattutto al Nord-Italia, l’indotto è rappresentato da una serie di piccole imprese spedizioniere frutto della carica di vitalità rappresentata da stranieri che si sono messi in proprio scommettendo su se stessi e sulla loro voglia di capitalismo. Il corollario è che però la penetrazione sindacale è praticamente nulla, dice D’Ercole, «e anche i diritti dei lavoratori diventano più difficili da difendere, in un settore così polverizzato e frammentato». Ecco perché la Filt Cgil si sta battendo affinché venga rispettato uno degli articoli inseriti all’interno dell’ultimo contratto del comparto spedizioni, merci e logistica, che prevede di appaltare i servizi di corrispondenza solo ad imprese che lo applicano. Così il costo del lavoro è ben determinabile e le condizioni di partenza sono uguali per tutti i concorrenti.

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TUNISI – Madre di migrante tunisino disperso si da fuoco per protesta contro l’Italia


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Madre di migrante tunisino disperso si da fuoco per protesta contro l’Italia

Una  delegazione di donne rappresentanti delle famiglie di migranti scomparsi è stata ricevuta dal consigliere del primo ministro Hamadi Jebali. Ma le ricerche sui clandestini che potrebbero essere sbarcati sul nostro territorio non vanno avanti. Si teme che molti di loro siano morti in mare. Le autorità italiane hanno promesso massima collaborazione, ma da parte tunisina solo in questi giorni sono arrivati i primi documenti utili per le eventuali ricerche

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di SABINA AMBROGI

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UNISI - Si chiama Jannet Rhimi, abita a Tunisi, nel quartiere popolare di Ennour. Alle 4 di giovedì pomeriggio si è data fuoco e ha ustioni gravissime sul torace e sulla gola. E’ stata la cognata a salvarla da morte certa.

La mamma di Oussam, 19 anni, ha voluto così drammaticamente protestare contro le autorità tunisine e, indirettamente, contro le autorità italiane che dopo un anno non hanno dato né a lei né alle altre famiglie informazioni di alcun genere sulla sorte dei migranti dispersi.

Oussam voleva raggiungere il fratello in Europa.  E’ partito la notte del 29 marzo  2011 per l’Italia assieme ad altri 35 ragazzi su un’imbarcazione di fortuna da una spiaggia vicino Sfax, a sud della Tunisia. Da allora, né lui né i suoi compagni di viaggio hanno più dato notizie  di sé.

Jannet è ora ricoverata nell’ospedale di Ben Arous, lo stesso in cui tentarono invano di salvare  il venditore ambulante Mohamed Bouazizi  avvolto nelle fiamme che accesero  la rivoluzione dei Gelsomini.

In seguito a questo avvenimento, ieri mattina, una  delegazione  di madri rappresentanti delle famiglie di migranti (molti dei quali protagonisti della rivoluzione) è stata ricevuta dal consigliere del primo ministro Hamadi Jebali. Si dicono deluse da questo incontro (“ancora promesse”), e deluse dalla vaghezza con cui Houcine Jaziri, sottosegretario agli Affari Sociali, sta gestendo le informazioni che in Tunisia sembrerebbero arrivate – solo parzialmente – dal nostro paese, generando però  confusione e maggiore angoscia, fino a  reazioni radicali come quelle di Jannet, che si può anche temere vengano emulate visto il livello di esasperazione dopo un anno di attese.

Il primo ministro tunisino Hamadi Jebali, durante il suo viaggio in Italia, il 15 marzo scorso, ha incontrato la delegazione dei rappresentanti dei familiari dei dispersi che si trova a Roma da qualche mese. Jebali ha dato la massima disponibilità a collaborare con le nostre autorità per dare buon esito alle ricerche. Anche il presidente del Consiglio, Mario Monti si è impegnato a fare il possibile. Così come il ministro Riccardi e la ministra Cancellieri che si sono impegnati in questo senso durante il loro recenti viaggi a Tunisi. C’è perfino una commissione al Senato per i diritti umani che se ne sta occupando. Di sicuro ci sono dei tempi burocratici e delle procedure da rispettare, ma di fatto è da ormai un anno che le famiglie tunisine attendono di sapere qualcosa circa la sorte dei propri figli.

Solo prossimamente saranno resi noti i risultati complessivi dell’esame che sta effettuando il Servizio Immigrazione del ministero degli Interni. Si tratta dei raffronti tra le impronte digitali che in Italia si prendono all’arrivo dei migranti, o nei Cie, o nelle carceri, e quelle mandate dalla Tunisia, rilevate al momento del rilascio della carta di identità. Anche se i dispersi sarebbero molti di più, si parla di 250 impronte digitali disponibili. Solo dopo lunghe attese, le autorità tunisine hanno mandato in Italia le impronte dei connazionali sui supporti adatti per essere “lavorate”. E, dato di non poco conto, nel periodo di cui stiamo parlando, molto spesso in Italia  non sono state prese affatto le impronte digitali dei migranti. Il mese di Marzo  2011, quello dello “tsunami umano” come lo chiamò  Berlusconi,  la parola d’ordine era svuotare Lampedusa. Portati in massa dentro le navi, i migranti, furono allora trasferiti nelle strutture allestite ad hoc, tra cui quella di Manduria, da dove in molti sono fuggiti.

Di certo, le impronte confrontate restano la traccia più sicura (anche se non l’unica)  per sapere se le persone cercate sono arrivate vive sul suolo italiano, giacché la maggior parte dei migranti, se identificati, dà nomi falsi al momento dello sbarco. Per questo sono chiamati  “harraga”, dall’arabo “bruciare”, per indicare che, bruciando le loro identità,  bruciano, metaforicamente,  le barriere tra paesi. Per estensione, ciò significherebbe allora riaffermare la prerogativa di essere umano, a prescindere dalla provenienza. Una questione  profondissima che viene rilanciata di continuo sul tappeto della politica, tunisina e italiana, dalle madri dei dispersi: queste donne di origini umili e di condizioni economiche disperate,  vogliono sapere  quale sia stato il destino dei loro  figli, in quanto esseri umani. E  lo vogliono sapere anche se  vengono considerati  “clandestini” perché avrebbero agito illegalmente secondo le leggi di entrambi i paesi. Vogliono  saperlo anche se alcuni di loro erano dei pregiudicati evasi dalle carceri e vogliono sapere  cosa  hanno fatto i due stati con le loro politiche migratorie.

Va sottolineato che trovare un solo passeggero, di una sola imbarcazione significa  essere informati sul destino di tutti i compagni di viaggio. Pertanto le stime, per quanto riguarda la parte italiana, si  sarebbero potute fare più in fretta: basta  trovare un solo  membro di una sola imbarcazione per sapere della vita o della morte degli altri. Si tratta in particolare delle imbarcazioni  partite l’1, il 14 e  29 marzo 2011 (quella che portava anche il figlio di Jannet Rhimi).

La  delegazione di famiglie tunisine in Italia ha portato con sé una serie di “prove” che hanno tenuto in vita e continuano a tenere in vita le speranze. Si tratta di  telefonate dal mare nella notte;  cellulari che  hanno suonato a vuoto per lungo tempo; immagini catturate dai video dei tg; foto sgranate con volti familiari, chiamate ricevute una sola volta dopo gli sbarchi presunti, e non andate mai a buon fine, notizie di sbarchi che si accavallano con quelle dei naufragi. Sono i frammenti di un’ illusione collettiva o indizi da seguire?  Di certo mostrano tutta la loro fragilità perché non trovano  né conforto né smentita da parte di chi avrebbe i mezzi e i poteri per verificare.

E di nuovo allora  tutto torna alle madri e alle loro richieste, con i sit-in non autorizzati davanti alle sede diplomatiche di entrambi i paesi, sostenute da alcune donne italiane: il collettivo femminista “2511” e l’associazione Pontes, che hanno dato vita  alla campagna “Da una sponda all’altra: vite che contano”.

E chiedono alle autorità italiane e tunisine: “Perché non fate tutto quello che è in vostro potere fare? Quali risorse state stanziando realmente per verificare gli indizi che vi portiamo?”  E’ una posizione radicale che le madri dei migranti tunisini  pongono  di continuo anche di fronte alla sola vera prova che oggi fa pensare il peggio, e che è poi quella più ovvia e evidente: da un anno a questa parte nessuno dei dispersi ha mai veramente parlato con i familiari.

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fonte articolo

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