SCUOLA – Il prof di latino sostituito da un software: “Così i ragazzi ameranno Cicerone”

Il prof di latino adesso è digitale
“Così i ragazzi ameranno Cicerone”
Un software gratuito nelle scuole: aiuterà nelle traduzioni e darà il voto. Due anni per lo sviluppo, poi il test di otto docenti e 250 studenti. Da lunedì sarà sul web
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di SIMONETTA FIORI
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È STATO pensato per gli studenti liceali, ma risulta utile anche per i genitori preoccupati per i famigerati “compiti a casa”: un tutor di latino che sostituisce le vecchie ripetizioni. Online. Perché al posto del professore c’è un sofisticato software che guida durante l’analisi logica e corregge nella successiva traduzione. Si chiama Cicero e sarà disponibile gratuitamente.
Su iniziativa della Fondazione Agnelli, in partnership con l’Ansas (agenzia del Miur), dalla prossima settimana tutti i licei italiani potranno averlo collegandosi a www. fga. it. Il nuovo maestro digitale è figlio di un’unione inedita, tra la negletta tradizione classica e la ricerca tecnologica più avanzata. Ora è pronto a confrontarsi con il grande pubblico del web. Avvertono però gli studiosi che l’hanno brevettato: Cicero non aiuta a copiare, ma a ragionare sul testo, restituendo al latino la dignità calpestata dalle traduzioni in rete. E in questa complessità risiede il suo tratto originale.
L’idea è di due linguisti poco più che trentenni, Matteo Boero e Adriano Allora, che per oltre due anni hanno lavorato all’ambizioso progetto: dare vita a un istitutore digitale che superasse i limiti degli esercizi interattivi tradizionali – vero/falso o risposta multipla – per verificare la reale consapevolezza dei ragazzi. Una guida esperta che accompagni gli allievi prima nel ragionamento logico, poi nella scelta lessicale più pertinente. Così Boero, allievo di Gian Luigi Beccaria e consulente di latino presso Loescher, ha lavorato sui contenuti. Ad Allora, linguista computazionale, è spettata la traduzione nel codice informatico. E uno specialista di sistemi complessi, Ivan Molineris, ha fatto il resto. Dai tre “evangelisti” della ricerca è nato Cicero, che ha affascinato la Fondazione Agnelli per l’originale connubio tra cultura classica e innovazione. “La vera partita oggi”, il direttore Andrea Gavosto, “è guidare i ragazzi nel mondo digitale. Cicero ci è sembrato un esempio efficace di come si possa fare scuola utilizzando la tecnologia”. Il software è stato sperimentato da otto professori di tutta Italia, da Torino a Siracusa, e 250 studenti dei licei (classico, scientifico e linguistico).
Il funzionamento appare semplice. Il docente assegna i compiti a casa di latino, versione scelta tra quelle disponibili nel programma, che include Fedro e Cicerone, Livio e Apuleio, ma potrà arricchirsi su iniziativa degli stessi professori. Lo studente lavora su una schermata con tre finestre: a sinistra, il testo latino, al centro lo spazio da riempire con la traduzione, e a destra le domande di Cicero: un magister esigente, che chiede all’allievo prima di districarsi nel labirinto di proposizioni principali e subordinate, soggetti e complementi, e – solo in una seconda fase – sollecita la traduzione, conducendo i ragazzi verso la soluzione. Alla fine del lavoro, circa un’ora e mezza a versione, Cicero saluta alla sua maniera – “Gaudeamus, hai finito!” – ma non è autorizzato a dire come è andata. Consegnerà invece il suo report al professore, il quale sarà informato dettagliatamente delle competenze di analisi e di traduzione dello studente. Nella scheda compare anche un voto, che spetta però all’insegnante confermare o correggere. Complessivamente il funzionamento di Cicero evoca una sorta di Grande Fratello del latino in grado di documentare quali sono le attitudini e le difficoltà degli studenti. Materiale prezioso sia per gli editori della scolastica, sia per il ministero che deve tracciare le linee guida della materia.
Cicero introduce per il latino quel che My Math Lab (Pearson) ha già fatto per la matematica, guadagnandosi cinque milioni di utenti nel mondo. In Italia esiste già un My Tutor per l’esame di maturità, e per il prossimo anno scolastico gli editori si stanno attrezzando di guide elettroniche come Eugenio – omaggio a Montale – che aiuta lo studente nell’analisi del testo letterario. Gli stessi artefici di Cicero stanno lavorando a un software capace di illuminare la selva oscura della Commedia, ma ci vorrà ancora del tempo. Ora l’impegno è sul latino, che resiste nonostante il calo di iscrizioni nei licei a vantaggio di tecnici e professionali (dati parziali sull’anno scolastico 2012/2013 raccolti dalla Fondazione Agnelli). In Italia, ma anche altrove nel mondo occidentale, la cultura umanistica appare in netto declino, mentre Cina e India coniugano con naturalezza lingue antiche e tecnologia. Proprio come fa Cicero, a vantaggio di liceali. E di genitori sull’orlo di una crisi di nervi.
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WEB – Navigate con tante schede aperte? Attenti all’attacco “Tabnabbing”

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Navigate con tante schede aperte?
Attenti all’attacco “Tabnabbing”
E’ un tecnica di cybercrimine in circolazione da un paio d’anni, che vista la crescente diffusione del modello di consultazione web “a schede”, torna d’attualità. I malintenzionati usano una falsa scheda per trafugare dati e password
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Non è una minaccia inattesa, quella del “Tabnabbing”, una sofisticata tecnica per trafugare dati sensibili e credenziali di accesso. Questo modello di “phishing” funziona grazie alla possibilità offerta da ormai tutti i browser di navigare a schede, ovvero non soltanto attraverso una singola pagina ma con diverse “tab” che si aprono per contenere in un’unica schermata sessioni di navigazioni su percorsi diversi.
Ma anche se non è un pericolo nuovo, la diffusione della navigazione a schede anche tra gli utenti meno esperti e meno avvezzi agli attacchi del cybercrimine rende il Tabnabbing una risorsa potenzialmente molto proficua per i malintenzionati. Ecco come funziona e come difendersi.
Tabnabbing. L’attacco hacker di questo tipo è relativamente poco diffuso, e per questo può trarre in inganno anche utenti più esperti. In sostanza quello che fa il criminale è attirare l’utente su una pagina web attraverso un link, proprio come nei normali attacchi phishing. Questa pagina non chiede dati di accesso, ma offre dei contenuti a volte ben confezionati, che inducono l’utente a non chiudere la scheda, magari per guardarla in un secondo momento, ma ad aprirne un’altra per continuare la navigazione verso altri percorsi. E’ qui che entra il gioco il “tabnabbing”, ovvero attraverso un codice eseguito da quella pagina, l’utente distratto dalla nuova scheda che sta guardando non presterà attenzione alla vecchia, che nel frattempo si è trasformata: assumendo magari l’aspetto di una pagina di accesso alla posta elettronica o altri servizi protetti, cambiando addirittura la “favicon”, l’icona che contraddistingue la pagina sulla scheda e nella barra dell’indirizzo. Un vero colpo da maestro per il cybercriminale, che a quel punto non deve fare altro che attendere che l’utente inserisca i suoi dati (veri) nella pagina web mutante (e falsa). A quel punto il gioco è fatto.
Come proteggersi. Al di là del vecchio metodo che consiste nel non cliccare su link sospetti o di provenienza poco chiara, dal Tabnabbing ci si difende essenzialmente controllando sempre cosa c’è scritto nella barra degli indirizzi. Se al sito visualizzato corrisponde un indirizzo riconoscibile come reale, non c’è rischio di tabnabbing. Ma se la “url” che compare nella barra è strana e sembra non avere nulla a che fare con il sito, allora l’attacco di è in corso. Non è peraltro detto che l’indirizzo non sia stato camuffato a sua volta, e in questo caso, la soluzione migliore è sempre evitare di inserire credenziali in un servizio a cui l’accesso risulta già effettuato. E se non c’è più la scheda “legittima”, aprirne un’altra e navigare all’indirizzo desiderato.
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VIEW CONFERENCE 2011 – Cory Doctorow: “Conoscenza non è proprietà”
Cory Doctorow: “Conoscenza non è proprietà”
Cory Doctorow è attualmente professore alla Open UniversityFondamentalmente, ciò che chiamiamo «proprietà intellettuale » è solo conoscenza – idee, parole, melodie, progetti, identificatori, segreti, database. Tutto ciò è accostabile alla proprietà in questo modo: può essere di valore e, talvolta, è necessario investire un sacco di soldi e di lavoro nello sviluppo per capire il suo valore. Ma è anche dissimile dalla proprietà per motivi altrettanto importanti: soprattutto, non è intrinsecamente «esclusivo». Se sconfini nel mio appartamento, io posso buttarti fuori (ti escludo da casa mia). Se rubi la mia auto, posso riprendermela (ti escludo dalla mia macchina). Ma una volta che conosci il mio canto, una volta che hai letto il mio libro, dopo aver visto il mio film, si perde la mia possibilità di controllare. Per questo il discorso sulla «proprietà» diventa problematico quando si parla di «proprietà intellettuale».
Cercare di infilare a forza la conoscenza nella metafora della «proprietà» ci lascia senza la flessibilità e le sfumature che un regime di vera conoscenza dovrebbe avere. Per esempio, i fatti non sono protetti da copyright, quindi nessuno può dire di «possedere» il vostro indirizzo, o il numero di previdenza nazionale, o il Pin della vostra carta bancomat. Tuttavia, queste sono tutte cose per cui si ha un forte interesse, e tale interesse può e deve essere protetto dalla legge. Ci sono moltissime creazioni e fatti che non rientrano nel campo di applicazione del diritto d’autore, dei marchi, dei brevetti e degli altri diritti che rappresentano l’idra della Proprietà Intellettuale, dalle ricette alle rubriche telefoniche all’arte «illegale » come i mashup musicali. Queste opere non sono di proprietà, e non devono essere trattate come tali, ma per ognuna c’è un intero ecosistema di persone che vanta un interesse legittimo.
Il copyright, con tutte le sue stranezze, le sue eccezioni e le conquiste ottenute con fatica, è stato per secoli un regime giuridico che ha tentato di affrontare le caratteristiche uniche della conoscenza, invece che mostrare di essere solo un insieme di regole per la regolazione della proprietà. L’eredità di 40 anni di discorsi sulla proprietà è una guerra senza fine tra i concetti difficilmente conciliabili di proprietà, furto e correttezza. Se abbiamo intenzione di raggiungere una pace duratura nella «guerra della conoscenza », è tempo di trattare la proprietà a parte, è il momento di iniziare a riconoscere che la conoscenza – la preziosa, costosa conoscenza – non è una questione di «proprietà». Non può essere di proprietà. Lo stato dovrebbe regolamentare i nostri interessi relativi all’effimero regno del pensiero, ma con una regolamentazione sulla conoscenza, non con un goffo rifacimento del sistema della proprietà.
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MULTIMEDIA
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24 ottobre 2011
fonte: http://www3.lastampa.it/focus/view-conference-2011/articolo/lstp/426304/
L’INTERVISTA – Isaacson e gli ultimi incontri con Mr Apple. «Alla fine della vita soltanto un clic»
L’intervista – Isaacson e gli ultimi incontri con Mr Apple
Il tormento di Jobs:«Alla fine della vita soltanto un clic»
Il biografo: ma voleva credere in Dio

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di Massimo Gaggi
inviato CorSera
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WASHINGTON — «È “fifty-fifty” mi diceva. “Cinquanta e cinquanta. A volte credo che Dio esista. A volte no. Vorrei credere nella vita ultraterrena. Ma ho il timore che alla fine ci sia solo un tasto on-off. Un clic, la luce se ne va. E tu non ci sei più. Per questo non mi è mai piaciuto mettere tasti di accensione sui prodotti della Apple”».
Walter Isaacson racconta al Corrierei tormenti di Steve Jobs, il suo interrogarsi sull’aldilà. È la prima intervista concessa a un giornale italiano dopo aver consegnato all’editore (in Italia Mondadori) la sua biografia del fondatore della Apple. Lo incontro a Washington, all’Aspen, l’istituto di cui è presidente, dopo essere stato direttore di Timee capo della Cnn. Parete di vetro a picco sulla rotatoria di Dupont Circle. Isaacson è in ritardo. Lo sento parlare al telefono nella stanza a fianco. Ci divide una sottile pannello prefabbricato. Isaacson fa lunghe pause, ogni tanto usa espressioni d’incoraggiamento, alla fine saluta con voce calda.
Si affaccia sulla porta con un sorriso mesto: «Scusi il ritardo. Ero con una persona della famiglia. Piangeva. È curioso: lui temeva di essere un estraneo per i suoi cari. E invece ha lasciato un vuoto enorme».
Abbiamo già letto molte anticipazioni del suo libro, ma poco del temperamento irascibile di Jobs, i tratti duri del suo carattere. Quanto a Dio, l’aveva evocato parlando di musica. Lui, che aveva riempito il suo iPod coi brani di Bob Dylan, i Beatles, Joan Baez, i Rolling Stones e Yo-Yo Ma, una volta disse al violoncellista franco-cinese: «Le tue esecuzioni sono la migliore prova dell’esistenza di Dio perché non credo che un essere umano da solo possa fare tutto questo».
«Con me Steve cominciò a parlare di Dio man mano che prendevamo confidenza e che la malattia riguadagnava terreno. Non era paura, si interrogava: “Voglio credere nella vita ultraterrena” mi diceva, “perché questo fa parte della mia formazione buddista. Tutta la saggezza che hai accumulato, la tua conoscenza non svanirà nel nulla quando tu non ci sarai più”. Poi, però, veniva assalito dal dubbio che alla fine della vita ci sia solo un “off switch“».
Jobs è stato un maestro di «leadership» ma anche aveva un temperamento aspro, un uomo spesso intrattabile. Anche lei è stato ed è un leader. Ci sono state scintille nel vostro rapporto? Su «Time» lei ha scritto della sua grande intensità, ma anche di un uomo inseguito da ossessioni e demoni che aveva una visione binaria del mondo.
«Sì, è vero, ho parlato della dicotomia eroe-stronzo: per lui eri una cosa o l’altra, senza nulla nel mezzo. E magari ti faceva passare da una categoria all’altra nell’arco della stessa giornata. Molti amici mi avevano sconsigliato di imbarcarmi in questa avventura: avrai davanti un uomo impossibile, mi dicevano. Cortese e poi, d’un tratto, furioso. Beh, è successo una sola volta: quando gli portai un progetto di copertina del libro sul quale stava lavorando l’editore. Con un logo della Apple e il titolo “iSteve”. Lui si imbestialì, disse che faceva schifo, si mise a urlare che non avrebbe più collaborato alla biografia se non avesse avuto voce in capitolo sulla veste grafica del libro. Non fu difficile accontentarlo, visto il suo grande talento per il design».
Oltre quaranta incontri, anni passati a studiarlo. Il suo giudizio finale sull’uomo?
«Mi piaceva. Con tutte le sue asperità, le ossessioni, i demoni che lo divoravano, mi piaceva. E questo è un problema. Lei lo sa: un giornalista dovrebbe sempre mantenere un certo distacco. A maggior ragione un biografo. Ma con lui è stato diverso. Intanto per la incredibile ricchezza della sua storia. Che lui spiegava con un semplice “mi piace vivere all’intersezione tra umanità e tecnologia”. E poi c’era l’aspetto carismatico, ipnotizzante, della sua personalità, l’aura che si diffondeva intorno a lui. Infine, mi ha disarmato con la sua apertura. Vede, un biografo alla fine del suo lavoro arriva comunque a conoscere solo uno spicchio — diciamo il 2 per cento — del personaggio che descrive. A me è successo con Benjamin Franklin e Albert Einstein, ma anche con Henry Kissinger che, pure, ho frequentato assiduamente. Con Steve è stato diverso: non aveva mai parlato del suo privato. Quando ha deciso di farlo, ha demolito tutti i muri. Ha voluto parlare per ore e ore di tutto: i suoi sentimenti, le sofferenze, le sue storie romantiche. Con lucidità e spesso in modo commovente. Alla fine ho avuto la sensazione di sapere tutto di lui, della sua natura intima. Di conoscerlo come me stesso. Non mi era mai capitato. Ed è, in qualche modo, sconvolgente».
Abbiamo letto che nel vostro ultimo incontro le ha detto di essersi aperto perché voleva che i suoi figli lo conoscessero e lo comprendessero meglio. Si sentiva un cattivo padre?
«Per essere il capo di una grande azienda, era un padre molto presente: non andava mai a “party” e ricevimenti, non accettava premi. Tutte le sere a casa, a cenare in cucina con la famiglia. Ma era assorbito dal suo lavoro: anche a tavola spesso si estraniava, seguiva i suoi pensieri. Amava i figli ma sentiva di non riuscire a comunicare bene con loro».
Quando ha capito che i suoi giorni erano ormai contati? E come ha potuto, un uomo di tecnologia come lui, pensare per quasi un anno di combattere il cancro con le diete «vegan», l’agopuntura e gli impacchi di qualche ciarlatano?
«Ritorna la sua visione binaria del mondo. Steve era un uomo fondamentalmente razionale, ma il suo approccio analitico non era assoluto. A un certo punto lasciava spazio al “magical thinking“: il pensiero magico sempre rimasto nel fondo della sua anima fin dagli anni delle esperienze giovanili in India, dell’immersione nella spiritualità orientale, dell’adesione al buddismo. Viene da qui anche l’idea dell’inviolabilità del corpo. Alla quale ha rinunciato solo dopo molti mesi di malattia. Sapeva di aver sbagliato, ma era fatto così: voleva l’eccellenza delle terapie tradizionali — i migliori medici e chirurghi d’America — ma al tempo stesso continuava a cercare alternative. È stato così fino alla fine. L’ultima volta che ci siamo incontrati, quattro settimane prima della sua morte, sapeva che il suo destino era ormai segnato. Ma, contro le previsioni dei medici, era convinto di poter vivere ancora un anno. Mi hanno raccontato che il giorno prima della fine era ancora al lavoro sui progetti della Apple e convinto che avrebbe avuto il tempo di leggere la sua biografia. Una fiducia che ti spieghi solo col suo “magical thinking“».
In azienda, però, il pensiero magico non intaccava la sua durezza. Esigente coi suoi dipendenti fino a essere sprezzante.
«Ne abbiamo parlato spesso. Dipendeva dalla sua ossessione per la perfezione. Era insofferente non solo della mediocrità, ma anche di tutto ciò che non raggiungeva l’eccellenza. Mi diceva: “È vero, potrei essere più dolce e di certo esiste un modo più delicato per gestire i rapporti coi miei dipendenti. Ma non sarei me stesso. Se una cosa non mi va, io lo dico in faccia. Capisco che è dura, ma alla fine di questo processo solo i migliori giocatori rimangono in squadra. E quelli che restano sono intensamente leali”».
Non andò così con John Sculley. Lo corteggiò, lo strappò alla Pepsi per farlo amministratore delegato della Apple e lui, dopo qualche anno, lo cacciò dalla sua azienda.
«Un quarto di secolo dopo, Steve ha continuato a detestare Sculley e non solo come manager. Quando l’aveva scelto, aveva visto in John anche la figura paterna che nella sua vita ha sempre cercato, dopo essere stato abbandonato in fasce dai genitori naturali. Quando Sculley lo tagliò fuori visse la cosa come un doppio tradimento».
Molti giornalisti pensano che con l’iPad Jobs abbia costruito una scialuppa di salvataggio per la stampa in crisi. Era davvero un suo obiettivo?
«Sì, vedeva nell’informazione giornalistica un presidio della democrazia. Considerava il New York Timesun grande giornale e voleva salvarlo. Ha passato molto tempo a discutere con loro, ma anche col Wall Street Journale Time, su come mantenere la redditività di questo business».
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24 ottobre 2011 11:34
INFORMATICA – Spiccioli di Cassandra/ Cappuccetto scarlatto e il telefono furbo, una favola con la morale
Spiccioli di Cassandra/ Cappuccetto scarlatto e il telefono furbo

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Una favola con la morale. Perché le favole possono insegnare molto: a volte spaventando, a volte divertendo. L’importante è farne tesoro e ricordarsi che di finzione si tratta
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Roma – No, Cassandra non ha deciso di imitare Charles Perrault ma ritiene, a scanso di equivoci, che talvolta sia preferibile inventare storie piuttosto che commentare notizie di cronaca, vere, esagerate o false che siano. Infatti anche da una favola, come faceva la nonna, è possibile trarre una morale giusta. Cassandra vi conferma perciò che qualsiasi corrispondenza di questa storia con attrici, telefonini o foto del mondo reale è puramente casuale.
C’era una volta una famosa attrice scarlatta ma bionda, che un bel giorno, pensando che il suo telefono fosse anche una macchina fotografica, decise di scattarsi delle foto appena un po’ osé, riprendendo un bel gioco di specchi, e non solo quello.La favola non precisa che uso la famosa attrice intendesse fare di dette foto, pare comunque che l’autoscatto telefonico fosse allora cosa abbastanza comune anche per le non attrici. D’altra parte la famosa attrice non era l’ultima arrivata e si sentiva sicura: le avevano infatti spiegato che il telefonino aveva una connessione via radio chiamata Denteblu, e che conveniva tenerla sempre spenta per evitare che qualche malintenzionato le rubasse i numeri di telefono.
Il suo insegnante però non era molto aggiornato, o almeno aveva semplificato troppo la raccomandazione. Non le aveva infatti spiegato che un telefono furbo non è solo un telefono con una macchina fotografica, ma anche un computer dotato di altre due connessioni radio e quindi impercettibili, una senza fili ed una di rete cellulare. La famosa attrice riteneva come tanti altri che fosse normale caricare strane figurine sullo schermo del suo telefonino, che le permettevano di fare le cose più svariate con le foto. Non si chiedeva nemmeno perché qualcuno regalasse queste figurine come caramelle, e d’altra parte ce ne voleva una per ogni cosa nuova che si volesse fare.
Fu così che un informatico cattivo, che conosceva bene fatti e misfatti del fabbricante del telefono furbo, riuscì ad insinuarsi da Internet nel computer contenuto nel telefono furbo della famosa attrice bionda ma scarlatta, e controllando tutti i programmi che silenziosamente ci giravano poté appropriarsi e bearsi delle virtù di fotografa (e non solo di quelle) della famosa attrice bionda ma scarlatta.
L’informatico cattivo però non era anche furbo; si vantò delle sue malefatte con i suoi pari e ne condivise il risultato. La famosa attrice lo venne a sapere e se ne uscì in alte strida. Fortunatamente passava da lì un cacciatore federale, che si tolse di spalla il fucile e sparò 121 colpi all’informatico cattivo, che col posteriore fumante ed il portafoglio vuoto è ancora lì che piange e chiede scusa, sperando di non finire in gattabuia.
Morale della favola, ed anche oltre.
Non sempre le cose sono solo quello che sembrano, non sempre le cose gratuite sono buone, non sempre chi le regala ha buone intenzioni, ma sopratutto non sempre il cattivo che le usa è solo un poveretto a caccia di emozioni. È per questo, cari fanciulli, che potrebbero capitarvi non solo gli stessi problemi della famosa attrice bionda ma scarlatta, ma anche altri ben più gravi. State attenti ai lupi cattivi che tramite gli informatici più furbi possono rubarvi le informazioni su dove siete, con chi parlate, cosa gli dite, chi conoscete, cosa vi piace, e certo, anche foto e registrazioni. Altrimenti la famosa attrice scarlatta ma bionda, rispetto a voi, sembrerà non solo assai più carina ma anche un vero genio.
Marco Calamari
Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari
Tutte le release di Cassandra Crossing sono disponibili a questo indirizzo
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BROWSER – Mozilla cresce, Firefox sugli scudi
Mozilla cresce, Firefox sugli scudi

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18 per cento in più per la foundation mamma di Firefox. E community in espansione in diverse parti del mondo
Roma – Secondo il rapporto annuale sullo stato di Mozilla, che tratta dell’identità della fondazione, di opportunità e delle sfide che ha davanti, il 2010 è stato un periodo positivo.
A livello di guadagni, infatti, Mozilla ha registrato entrate nel 2010 pari a 92 milioni di euro, una crescita del 18 per cento circa rispetto al 2009. Anche se sono cresciute altresì le spese, il dato per Mozilla è sintomo di espansione: dettaglio che per una fondazione no profit è ancora più importante.
Per il secondo anno di fila Mozilla non ha rivelato le cifre raccolte in royalty dai singoli motori di ricerca: ancora una volta sua principale fonte di guadagno accanto alle donazioni.
L’obiettivo della fondazione è sempre quello di schierarsi a favore della libertà di Internet, fornendo agli utenti la possibilità di “costruire Internet come piace a loro” attraverso l’innovazione e l’open source.
Gli investimenti saranno ancora concentrati sul “miglioramento di Firefox” (il cui ciclo di rilascio di nuove funzionalità è passato da 18 mesi a 6 settimane), sull’App di Mozilla e sullo sviluppo, in particolare, di funzionalità legate alla gestione dell’identità e della privacy online.
Per quanto riguarda l’espansione di nuove comunità, occhi puntati in particolare sul mondo arabo, in Africa (Ghana e Kenya), in Indonesia e America Latina dove si stanno sviluppando nuovi gruppi di volontari.
Claudio Tamburrino
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12 ottobre 2011
fonte: http://punto-informatico.it/3300521/PI/News/mozilla-cresce-firefox-sugli-scudi.aspx
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GERMANIA – Un trojan per spiare i cittadini, bufera sulle autorità tedesche
GERMANIA
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Un trojan per spiare i cittadini
bufera sulle autorità tedesche
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Il caso denunciato da Chaos Computer Club, un gruppo di hacker berlinesi che va a caccia delle illegalità nel web. Il sistema serviva a polizia, servizi e inquirenti vari. La Baviera ammette di averlo usato. Il governo federale, in forte imbarazzo, ha ordinato un’inchiesta
dal corrispondente di Repubblica ANDREA TARQUINI
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Una parte del codice del trojan pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (ansa)
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BERLINO – Un trojan, un sistema di controllo nascosto, è stato sviluppato clandestinamente su ordinazione delle autorità in Germania per consentire a polizia, servizi segreti, inquirenti vari di spiare i computer dei cittadini. Per combattere contro presunti terroristi e criminalità economica, ovviamente. Ma nella Repubblica federale che è una delle democrazie più garantiste del mondo lo sviluppo e l’uso di simili tecnologie per controllare la popolazione è stato definito anticostituzionale dal Bundesverfassungsgericht, la Consulta tedesca. Per cui, smascherati da un fantasioso gruppo di hacker militanti per la trasparenza nella Rete, adesso i politici di Berlino sono in fortissimo imbarazzo.
A sollevare il polverone è stato il Chaos Computer Club, il gruppo di hacker democratici berlinesi attivo da anni nella caccia alle illegalità statali e non solo nell’uso del web per violare privacy e diritti dei cittadini. Questi militanti del web hanno scoperto che un trojan di tipo nuovo era in giro nel mondo virtuale. Lo hanno ‘catturato’, riprodotto e decrittato. E hanno appurato che si trattava di un sistema sviluppato per penetrare i computer dei privati, spiarli, registrare in memorie esterne i loro contatti online e telefonici, e se i privati spiati erano in possesso di una webcam anche per registrarne le immagini. I sospetti si sono subito concentrati sull’intelligence o comunque sulle autorità. Chaos Computer Club ha denunciato tutto ai mezzi di informazione e in sostanza non c’è stata smentita. Anzi. Il portavoce del governo federale, Steffen Seibert, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per accertare se il programma sia mai stato utilizzato. E dalla Baviera, uno dei più conservatori e orientati a ‘tolleranza zero’ tra i 16 Bundeslaender (gli Stati della Repubblica federale) sono arrivate le prime ammissioni ufficiali. A produrre il trojan è stata un’azienda elettronica dell’Assia, su commessa pubblica.
In tempi di guerra globale al terrorismo, all’evasione fiscale, a ogni tipo di criminalità internazionale, certo, gli Stati, anche quelli democratici, usano ogni mezzo. Piccolo problema: la Corte costituzionale tedesca ha recentemente vietato uno spionaggio elettronico e internettiano spinto fino a tali limiti. Per cui il ministro dell’Interno federale, il cristianoconservatore bavarese (Csu) Hans-Peter Friedrich, già da tempo sotto tiro perché accusato di essere iperconservatore rispetto alla Weltanschauung liberal della cancelliera Angela Merkel, adesso è in serio imbarazzo. Vedremo come andrà a finire, online e nei palazzi del governo federale a Berlino, interconnessa più che mai.
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10 ottobre 2011
fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/10/10/news/trojan_germania-23011180/?rss
Il virus dei computer sale in automobile
Il virus dei computer sale in automobile

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di Luca Figini
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Il virus ora sale in auto. Sì, quello dei computer che ora amplia il suo raggio d’azione anche al mondo automotive. Come è presto detto: lo spiega uno studio di McAfee, realizzato in collaborazione con Wind river ed Escrypt, che illustra come i sistemi elettronici delle auto moderne sono potenzialmente esposte a pericoli di sicurezza. Nel rapporto “Attenzione: malware sulla vostra strada” la società esperta in sicurezza precisa un punto che spesso è dato per scontato. Ovvero che all’interno dell’auto i principali sistemi di sicurezza sono affidati a centraline elettroniche, veri e propri elaboratori, che gestiscono airbag, radio, sedili elettrici, Abs, controllo di stabilità, velocità e comunicazione interna ed esterna al veicolo. Ebbene, secondo McAfee questi possono essere sia “violati se è possibile accedere fisicamente ai componenti elettronici del veicolo situati all’interno dell’abitacolo” sia è “possibile sferrare un attacco che consenta di tenere traccia di un veicolo e compromettere la privacy dei passeggeri attraverso il tracciamento dei tag Rfid, realizzato utilizzando potenti lettori a lungo raggio posizionati a circa 40 metri di distanza”. Come dire che basta sfruttare sapientemente alcune delle architetture più recenti per arrivare a colpire il cruscotto dell’auto, un tempo non molto lontano saldamente al sicuro all’interno della scocca.
Eppure è proprio la progressiva introduzione dell’hi-tech in plancia che aumenta il rischio che software e hardware siano manipolati e resi violabili. “Ci sono molti esempi di manomissioni fatte a scopo di ricerca che mostrano le minacce potenziali e l’elevato livello di esposizione al rischio per il consumatore. Un conto è vedere compromessi la propria e-mail o il portatile, ma una violazione ai danni della propria automobile potrebbe portare a rischi estremi per la sicurezza personale”, spiega Stuart McClure, senior vice president e general manager di McAfee. La misura del rischio di questi virus, o malware che dir si voglia, è ancora tutta da stabilire, tuttavia la società controllata da Intel ha provato a dare un’idea delle potenzialità di questi tipi di attacchi. Lo studio, per esempio, esamina alcune delle attività condotte dai criminali informatici che sono attuabili con il ricorso all’elettronica e a tecniche sviluppate in campo informatico. Si può aprire il veicolo in remoto e avviare il motore attraverso il telefono cellulare, così come bloccare l’auto ovunque ci si trovi oppure tracciare la posizione del mezzo e registrare l’attività e le abitudini di guida. Per non parlare del furto di dati attuabile via Bluetooth o la manomissione dei navigatori satellitari perché conducano in luoghi diversi da quelli richiesti. Senza contare che si possono disattivare gli assistenti di emergenza proprio quando sono necessari. Uno studio che lascia a bocca aperta, perché mette l’accento su un problema laddove si ritiene di essere più sicuri, in virtù della presenza di servomeccanismi e di un’elettronica complessa. A ingarbugliare ulteriormente la situazione ci pensa Internet, in rapida diffusione nei centri di infotainment presenti in auto. Il Web arriva per ampliare i servizi disponibili al volante ed estendere l’esperienza di guida ma apre la necessità di difese da pericoli che non arrivano dalla strada ma dall’aria.
La “fretta” di assicurare una connessione costante e ovunque non dovrebbe permettere un abbassamento dei livelli di sicurezza. “Sempre più spesso la richiesta è quella di rendere possibili in auto le stesse esperienze attuabili con i più recenti dispositivi connessi e mobile. Tuttavia, di pari passo con la crescita della connettività ubiqua, aumentano anche la vulnerabilità e le minacce alla sicurezza”, dice Georg Doll, senior director for automotive solutions di Wind River. “Dato il tempo necessario alla progettazione delle automobili, l’industria ritiene che sia essenziale iniziare a collaborare sin da ora con coloro che possiedono il giusto mix di esperienza in ambito software”. Significa che proprio la diversa velocità necessaria per la progettazione e la commercializzazione di un’auto, rispetto all’intraprendenza di hacker e cybercriminali, rappresenta il punto debole su cui bisogna iniziare a ragionare e attrezzarsi. Anche perché finora la plancia è stata un sistema di comunicazione monodirezionale, ora si trasforma in un dispositivo intelligente e con scambio costante di dati in entrata e uscita. La “smart” car, dunque in estrema sintesi, risente dei rischi potenziali già avvistati sugli smartphone. Anche in questo caso è previsto un sistema operativo, in questo caso embedded, e la necessità di interagire con le periferiche esterne (smartphone, navigatori, device multimediali, portatili e così via). Un caso, per esempio, già visibile oggi con la Volvo XC90 che dialoga con iPhone e Android per aprire il veicolo, attivare il sistema di intrattenimento, controllare da remoto lo stato del mezzo e fornire funzioni di navigazione Gps. Basterebbe utilizzare lo smartphone come “chiave” per accedere a una serie di informazioni e di opportunità di attacco che dovrebbero essere precluse.
Certo, saranno stati previsti opportuni sistemi di difesa, tuttavia affidarsi troppo all’elettronica, come sostieme McAfee, senza opportuni scudi assicura una piattaforma d’attacco che non si limita al semplice furto dell’autovettura. Non è un’ipotesi lontana, dato che esistono software concepiti proprio per questi scopi. CarShark permette di intrufolarsi nell’elettronica dell’auto mediante un portatile via Bluetooth. Lo stesso sfrutta i tag Rfid presenti nei pneumatici, magari per violare la privacy di chi guida, oppure può accedere al cruscotto multimediale via Web e immobilizzare il veicolo. Tutto ciò per dire che bisogna iniziare a studiare un nuovo codice per valutare la sicurezza di un’auto. Non più solo test meccanici e di resistenza: ora bisogna anche valutare la sicurezza. Perché, come dice McAfee, tra 10 anni i cruscotti interattivi potranno mettere a rischio la nostra privacy?
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26 settembre 2011
fonte: http://www.motori24.ilsole24ore.com/Tecnologia/2011/09/auto-e-virus.php
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A VOLTE E’ MEGLIO NON ESSERCI… – “Mi sono cercata, ed ero una escort” Google ha il senso dell’umorismo?
A volte è meglio non esserci….“Mi sono cercata, ed ero una escort” Google ha il senso dell’umorismo?

Scatta una foto di te stesso con la testa nel freezer. Caricala su internet (per esempio su flickr). Salvala con il nome 241543903. L’idea è che se qualcuno fa una ricerca su Google con la criptica parola chiave 241543903 troverà un mucchio di teste nel freezer.
Centinaia di persone hanno infilato la testa nel freezer (cercate 241543903 su Google e vedrete…). Continuavo a ripensare a questo fenomeno (in gergo, un internet meme) del 2009, mentre ero seduta insieme ad altri colleghi per un mini-corso al Corriere.
“Google non ha il senso dell’umorismo” era il titolo della lezione. Era anche il titolo di un recente articolo dell’Atlantic Monthly . Sia l’articolo che la lezione spiegavano che, quando scriviamo i titoli dei pezzi da pubblicare su Internet, noi giornalisti dovremmo evitare i doppi sensi che magari ci sembrano divertenti ma non sono letterali, perché non “funzionano”, dato che Google non li “capisce” e dunque non li elenca nei risultati delle ricerche. Dovremmo piuttosto inserire tutte le parole chiave per essere sicuri che Google “veda” il nostro articolo. Se non sei su Google, non esisti. Un collega si è arrabbiato, e ha apostrofato il tizio che teneva il corso così: “Ci state dicendo come fare il nostro lavoro?!”. Una collega invece ha esclamato “Mi sono cercata su Google. Ed ero una escort”. Insomma, in certi casi forse è meglio non esserci?
Non solo le aziende sono dipendenti da Google. Lo sono le persone. Una ricercatrice della Columbia University ha pubblicato in estate uno studio che sostiene che Google sta cambiando il modo in cui ricordiamo le cose. Tendiamo a dimenticare più facilmente ciò che sappiamo di poter trovare su Google, mentre stiamo diventando bravi a ricordare dove trovare le cose (io a dir la verità attendo ancora che quest’ultimo aspetto si manifesti). Non si tratta di un meccanismo totalmente nuovo, dice la studiosa: gli esseri umani si sono sempre affidati ad altri (considerati esperti) per ricordare le informazioni. Ora però si affidano a internet.
Insomma, nel quotidiano (nei quotidiani) la vita sta cambiando a causa di Google. E nella quotidianeità anche voi vedete la vostra vita cambiare?
Nel titolo di questo post ho inserito tutte le parole chiave, inclusa “escort”.
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20 settembre 2011
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Wikileaks torna all’attacco: online un nuovo file criptato
Wikileaks torna all’attacco
online un nuovo file criptato
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Pubblicati su internet 571 megabyte di documenti sotto password: “Presto faremo un importante annuncio”. Poche ore fa il sito è stato affossato da un attacco informatico ed è rimasto offline per tre ore. Negli ultimi giorni diffusi 134mila nuovi cablogrammi

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ROMA – Dopo l’insieme di file che sono stati definiti “l’assicurazione sulla vita” di Julian Assange, diffusi nel luglio 2010, Wikileaks pubblica un nuovo gruppo di documenti protetti da password e fa sapere su Twitter: “Presto faremo un importante annuncio”. Il nuovo dossier, su cui Wikileaks non lascia trapelare informazioni, pesa 571 megabyte ed è criptato: non può quindi essere aperto senza la chiave, che sarà rilasciata “al momento opportuno”.
La nuova release arriva a poche ore da un imponente attacco informatico contro il sito nato per diffondere documenti segreti. Wikileaks è finito fuori linea per almeno tre ore, mentre stava pubblicando decine di migliaia di documenti e messaggi del Dipartimento di Stato inediti, alcuni dei quali coperti da segreto.
LO SPECIALE WIKILEAKS 1
L’organizzazione di Julian Assange ha annunciato su Twitter di essere sotto attacco e poi, con un successivo messaggio, ha annunciato il ripristino della visibilità del sito, colpito da un attacco DDos, che ne ha saturato la banda per impedirne l’accesso.
Nei giorni scorsi WikiLeaks ha cominciato a pubblicare più di 134 mila documenti, tra cui l’intera raccolta di quelli riguardanti l’Australia e la Svezia, rinfocolando le polemiche, e le condanne ufficiali, soprattutto perché in alcuni di questi testi compaiono i nomi dei presunti terroristi e delle fonti che hanno fornito preziose informazioni ai diplomatici americani sparsi nel mondo, mettendo così a rischio la loro vita.
Wikileaks ha però smentito, via Twitter: “E’ totalmente falso dire che tali nomi sono stati rivelati o che saranno rivelati”. “In passato – ha detto però il ministro della giustizia australiano Robert McClelland – Wikileaks aveva omesso i passaggi che potevano permettere di identificare le fonti, ma questa volta non è successo”.
I 134mila cablo diplomatici fanno parte del gruppo dei 251mila che Wikileaks ha cominciato a diffondere l’anno scorso e che sono stati anticipati a un totale di 90 testate giornalistiche in tutto il mondo. La nuova ‘ondata’ di pubblicazioni, che secondo Wikileaks è stata accolta nelle ultime 36 ore da ripetuti attacchi Ddos, il più grave dei quali quello di questa notte, avviene in un momento in cui l’interesse generale dei media per le rivelazioni era in forte diminuzione, e mentre Assange è in attesa della decisione di una corte di appello britannica, forse già nei prossimi giorni, sulla sua estradizione in Svezia, dove è accusato di abusi sessuali.
Il nuovo rilascio criptato ricalca lo stile dell’assicurazione sulla vita di Assange: in quel caso si parlava di un enorme archivio, pieno di presunti documenti compromettenti, che non può essere aperto senza una chiave che verrebbe diffusa in caso a Julian Assange dovesse succedere qualcosa. Un possibile bluff, certo, ma anche un’azione politicamente significativa e dal richiamo mediatico non indifferente.
Oggi Wikileaks dà vita a un’operazione simile, ma l’annuncio non è collegato a un evento futuro, bensì è dato per certo. Stavolta, per scoprire l’eventuale bluff, basterà attendere.
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01 settembre 2011
fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/01/news/wikileaks_file_criptato-21097190/?rss
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