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Anonymous, arresti in tutta Italia

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Operazione in corso

Anonymous, arresti in tutta Italia

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Roma, 17-05-2013

Un’operazione con arresti e perquisizioni contro presunti appartenenti ad Anonymous e’ in corso in tutta Italia da parte degli uomini della polizia postale. Le indagini sono coordinate dalla procura di Roma.

Nell’ambito dell’operazione ”Tango Down” il personale del Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) della Polizia Postale e delle Comunicazioni sta eseguendo in tutta Italia diverse perquisizioni e misure cautelari, alcune delle quali, gia’ eseguite, nei confronti di un’ associazione per delinquere composta da hacker che, ”celandosi dietro il nome di ”Anonymous” ed approfittando della notorieta’ del movimento, era dedita alla commissione di attacchi nei confronti dei sistemi informatici di infrastrutture critiche, siti istituzionali ed importanti aziende”.

Sarebbero responsabili anche degli attacchi ai siti del governo, del Vaticano e del Parlamento, gli hacker arrestati stamani. In particolare, sono quattro i provvedimenti di arresto ai domiciliari, mentre sono una decina le perquisizioni eseguite. Secondo le indagini, i quattro arrestati facevano parte del movimento di Anonymus e ne sfruttavano il logo per interessi personali.

Secondo gli inquirenti i 4 sarebbero responsabili di vari attacchi informatici ad alto livello. Sulla base delle indagini coordinate dalla Procura di Roma, gli inquirenti hanno ricostruito il ruolo degli hacker arrestati: per le loro capacità erano stati identificati con il vertice di Anonymous, mentre in realtà approfittavano della notorietà del movimento per perseguire propri interessi in un certo senso ‘tradendo’ la causa. Sav

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fonte rainews24.it

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Google Reader chiude. Sorpresa: i feed sono un’arma contro la censura sul Web

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Google Reader chiude. Sorpresa: i feed sono un’arma contro la censura sul Web

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di | 20 marzo 2013

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In questa pagina web, proprio di fianco alla mia fotografia, c’è una piccola icona arancione. È un feed. Se non siete giornalisti o lettori compulsivi, probabilmente non lo avrete mai usato e non avrete mai usato nemmeno Google Reader o un qualsiasi altro aggregatore di feed. La maggior parte delle persone che conosco (addetti ai lavori esclusi) li ignorano completamente e, in effetti, hanno avuto molto meno successo di quanto si pensasse al momento della loro nascita. Ora scopriamo che i feed sono un’arma nella battaglia per la libertà d’informazione.

Chi sa cos’è un feed può tranquillamente saltare il prossimo paragrafo. Per chi non li conosce, cerco di spiegarlo in estrema sintesi: si tratta di collegamenti che permettono di aggregare notizie e pagine Internet ricevendo costanti aggiornamenti in un “flusso” di informazioni. Il meccanismo di funzionamento può ricordare quello dell’abbonamento: seleziono i siti o i blog che mi interessano e ricevo ogni nuovo contenuto di quel feed nel mio aggregatore, che può essere un software o un servizio online. Il risultato è che posso avere in un’unica schermata decine di notizie e pagine web aggiornate in tempo reale, con la possibilità di leggerne estratti e visualizzare con un clic l’articolo originale. Visto che i feed sono di solito organizzati in base alle sezioni dei siti, si può creare una selezione tematica di notizie e argomenti, insomma: si ha a disposizione un perfetto sistema di rassegna stampa web che permette di stare dietro a tutto quello che succede.

Ed eccoci all’attualità. Con un laconico annuncio, il 13 marzo Google ha comunicato all’universo mondo che chiuderà Google Reader, il suo aggregatore feed online. Secondo i ragazzi di Mountain View, il servizio non ha abbastanza successo e il colosso americano ha intenzione di eliminarlo insieme ad altri “rami secchi”. All’annuncio ha fatto seguito la delusione dei pochi (che così pochi non sono) appassionati del servizio e alcuni di questi hanno promosso una petizione su change.org  per chiedere a Google di bloccarne la chiusura.

Nel giro di pochi giorni, la petizione ha raccolto più di 130mila firme. A stupire, però, non è tanto il numero di persone che hanno aderito alla raccolta di firme, quanto le loro motivazioni.

“Per me Google Reader è importante tanto quanto mangiare. Dal momento che Great FireWall blocca ogni informazione tra la Cina e il resto del mondo, Google Reader è il modo migliore per accedere a informazioni non censurate.” – firmatario della petizione in Cina.

“Non posso leggere quotidiani live senza Google Reader, perché nel mio paese è proibito” firmatario della petizione in Kazakistan.

“E’ tutto ciò che ho nel mondo del web. Attraverso Reader posso accedere a tante informazioni su internet. Il nostro governo ha proibito tantissimi siti e Reader è la nostra ultima speranza…” – firmatario della petizione in Iran.

“Sono cinese, senza Google Reader non posso accedere a informazioni non censurate. Per favore, non chiudetelo!” – firmatario della petizione in Cina.

Già, perché un aspetto che pochi hanno considerato è che il sistema di aggregazione dei feed permette di aggirare i filtri Internet e consente a chi vive in paesi sottoposti a censura di leggere notizie e consultare blog a cui altrimenti non avrebbe accesso. Titoli, sommari ed estratti vengono infatti recuperati attraverso i server di Google by-passando, di fatto, la censura.

Secondo i dati forniti da change.org, il 75% delle firme della petizione per non chiudere Google Reader provengono da fuori degli Stati Uniti, mentre il 12% provengono da persone che vivono in paesi che Reporters Sans Frontières ha verificato aver attivato sistemi attivi di censura da parte delle forze governative. Oltre il 2%, infine,  provengono da persone che vivono in paesi definiti “Nemici di internet” da Reporters Sans Frontières , un titolo guadagnato “non solo per la loro capacità di censurare notizie e informazioni on-line, ma anche per la loro repressione quasi sistematica degli utenti di Internet.”

Lunga vita a Google Reader.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Corea del Sud, “Maxi attacco degli hacker. Oscurati principali network e banche”

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Corea del Sud, “Maxi attacco degli hacker.
Oscurati principali network e banche”

La polizia ha aperto un’inchiesta. Possibile attacco lanciato dalla Corea del Nord, ma al momento non ci sono conferme. La Cina pronta a promuovere la riconciliazione

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SEULI principali network sudcoreani e due delle maggiori banche del Paese hanno subito un maxi attacco hacker e sono stati oscurati. La polizia indaga sulla vicenda, ci sono speculazioni su un possibile attacco lanciato dalla Corea del Nord, ma al momento non ci sono conferme.

La polizia sudcoreana ha aperto una inchiesta sul cyberattacco che ha colpito i tre principali canali televisivi del Paese, Kbs, Mbc e Ytn, e le banche Shinhan e Nonghyu. Uno dei network che fornisce connettività ai gruppi, LG UPlus Corp, afferma che la home page del proprio sito web è stata sostituita con una pagina di rivendicazione dell’attacco da parte del “Whois Team”, che mostra tre teschi e il messaggio “è l’inizio del nostro movimento”.

Al momento, spiegano gli investigatori, non ci sono prove su chi abbia lanciato l’attacco, anche se molti puntano l’indice contro la Corea del Nord. La scorsa settimana, ha denunciato Pyongyang, anche molti siti ufficiali nordcoreani, tra i quali quello dell’agenzia ufficiale Kcna, hanno subito un attacco informatico “prolungato e intenso”. Pyongyang ha accusato Seul e Washington. I servizi segreti sudcoreani stimano siano almeno 3.000 i cyber warrior nordcoreani mobilitati per la guerra informatica.

Intanto oggi il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che Pechino  è disponibile per “promuovere il dialogo” tra le due Coree. Secondo il ministero degli esteri cinese Xi ha espresso la sua disponibilità parlando al telefono con la presidente sudcoreana Park Geun-hye. “La pace e la stabilità nella penisola coreana sono un interesse vitale per il popolo coreano e anche per il popolo cinese”, ha detto Xi, secondo il comunicato diffuso dal ministero degli Esteri. Il presidente ha aggiunto che la Cina “è impegnata a mantenere la pace e la stabilità della penisola e a realizzare la denuclearizzazione della penisola”.(20 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

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FEED RSS E NOI – Muore un lettore. E non è una notizia irrilevante / Farewell, Dear Reader

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La morte di un lettore

Google chiude il Reader, «il posto in cui organizzavamo la conoscenza». E forse accelera la decadenza di un formato aperto che ha segnato lo sviluppo della rete

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di Giuseppe Granieri
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«Gli RSS stavano morendo da anni», dice Felix Salmon delle Reuters. E «se Google chiude il suo Reader, ho paura che non resisteranno ancora a lungo».

La maggior parte delle persone che hanno cominciato ad avvicinarsi a Internet con Facebook magari non sanno cosa sono i «feed RSS». Si tratta di un formato aperto che, per dirla con Antonino Caffo, «permette agli utenti di iscriversi agli RSS preferiti di siti e blog per ricevere le notizie in un’unica interfaccia web simile ad una casella di posta elettronica». Aggiungi il sito o il blog che ti interessa e ricevi automaticamente gli aggiornamenti. Google Reader, che negli anni era diventato il principale «lettore» di RSS, chiuderà il primo luglio.

Non si tratta di una notizia irrilevante, perché tocca uno dei fattori più importanti della nostra information literacy. L’utilizzo di Google Reader e dei feed RSS era -ed è ancora- uno dei principali indicatori del livello di alfabetizzazione digitale. La prima cosa che spiegavo ai miei studenti -o a chi mi chiedeva consiglio- era proprio questa: se vuoi sopravvivere alla sovrabbondanza di informazioni, parti da Google Reader, seleziona le tue fonti e impara a seguirle con costanza.

Aprire il Reader è un po’ come leggere il giornale la mattina, solo che è un giornale fatto dalle tue «voci» preferite, che parlano degli argomenti che ti interessano. Una volta che hai raffinato il tuo sistema di fonti, non hai più bisogno di andare sui siti web e cercarti le cose. Se c’è una notizia che ti interessa, ti arriva.

Con il tempo, come nota anche Felix Salmon nella sua analisi, Google Reader è diventato un servizio che «nutriva altri servizi» più avanzati. Quasi tutte le app che portano gli RSS sugli smartphone si basano sul lettore di Mountain View. E sono nati prodotti più evoluti che prendono le tue iscrizioni e ti impaginano le notizie in maniera più accattivante.

Tutto questo -ovviamente- ha generato un minor utilizzo diretto del servizio di Google, che tuttavia restava lì ad alimentare altre applicazioni. E questa è probabilmente una delle ragioni per cui a Mountain View hanno deciso di chiuderlo.

E forse non stiamo perdendo un prodotto cui siamo affezionati, ma qualcosa di più importante. Salmon ne parla come di un «servizio pubblico». Ed è una buona definizione, perché i feed RSS sono cresciuti collettivamente  e grazie al lavoro di evangelizzazione portato avanti dal basso, dalle persone più alfabetizzate, che dedicavano tempo a educare gli altri e i nuovi arrivati in rete.

Anni fa, quando in Italia iniziarono a diffondersi i blog, molte persone competenti portarono avanti discussioni e vere e proprie battaglie per far adottare i feed RSS ai giornali, ai grandi siti di informazione e alle piattaforme di blog che inizialmente non ne erano dotate. Gli RSS erano -e per molti di noi sono ancora- la spina dorsale dell’educazione all’informazione del mondo di oggi.

«Gli RSS erano un bellissimo formato aperto», conclude Salmon, «e ora stanno per essere rimpiazzati da formati proprietari come quelli di Facebook e di Twitter». Il pezzo si intitola: Did Google just kill RSS?

Non so se Salmon ha ragione e se davvero con la chiusura di Google Reader finiremo per usare sempre meno i feed RSS. Di sicuro la reazione alla notizia non è stata positiva. C’è stata una petizione che in poche ore ha raggiunto centomila firme (ma che difficilmente farà retrocedere Google dalla decisione). E migliaia di persone sono in cerca di un’alternativa.

Andrew Leonard, su Salon, ha scritto un epitaffio intitolato Death Of a Reader. E il New Yorker ha dedicato un bel pezzo al Google Reader, definendolo «il posto in cui organizzavamo la conoscenza». Il titolo è vagamente romantico: Farewell, Dear Google Reader.

Ma c’è anche chi ha opinioni più ottimistiche. Secondo John Jantsch, la chiusura del Reader potrebbe essere una cosa buona e potrebbe portare, invece che alla dismissione, a un nuova fase di innovazione per i feed RSS.

Come link bonus, questa settimana, il recap di Mark Coddington, per il Nieman Journalism lab: The lessons of Google Reader’s death, and the free labor of news sources.

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fonte lastampa.it

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March 15, 2013

Farewell, Dear Reader

Posted by
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When I found out yesterday—via Twitter, of course—that Google would be shutting down its Google Reader, I felt a surprising wave of nostalgia. I don’t spend much time using Google Reader nowadays, but for a few years, when I was a newspaper columnist for the Boston Globe, it was the first Web site I saw in the morning and the last I saw before bed. I would spend hours every day in Reader, scrolling its lists, renaming its categories, opening its tiny menus, and clicking its little boxes. Hearing that Google Reader is shutting down is like hearing that your favorite old bookstore is closing—not the one you go to now, but the one you went to in college, where you bought “No Logo” and “The Unbearable Lightness of Being.” Oh, yeah…I used to spend a lot of time there.

Today, in an exploratory spirit, I logged back in. Google Reader, I discovered, is like an infinite attic. Inside it, your old interests, which you’ve outgrown or set aside, keep on growing. It’s as though your old passions wandered off and lived their own lives, without you.

Looking back through my Reader—number of unread posts, a thousand-plus—I was struck, first of all, by the categories I’d created, each representing some prior epoch of my life. Take, for example, “Web Design” (1999–2003). It was first assembled back when I was a professional Web designer (do people even call themselves “Web designers” now?), and it contains feeds for Web sites I haven’t thought about in a decade, like Signal vs. Noise, A List Apart, and Kaliber10000. (The feeds themselves were almost certainly imported from a pre-Reader app like NetNewsWire.) Looking through the folder, I can only conclude that, apparently, I used to know a lot about Web design. All that knowledge is gone now. I wonder: Will the same thing happen to the contents of the “Academia” (2003–2010) and “Dissertation” (2005–2012) folders? “Academia,” for its part, contains only one feed, for the “Call for Papers” Web site, which has hundreds and hundreds of unread posts. (Maybe if I’d participated in more symposia, I’d be an English professor now.) “Dissertation,” on the other hand, contains loads of saved JSTOR queries, as well as dozens of feeds for Web sites like Conscious Entities and The Stanford Encyclopedia of Philosophy. I still read those Web sites, even though I haven’t finished my dissertation, which raises an alarming question: what will I do when, or if, I move to a new R.S.S. reader? Will I create a new “Dissertation” folder? Or have I given up hope?

Other folders are narrower and more project-based. A surprisingly extensive “Style” folder (2005–2006) chronicles my attempts to transform from a schlub into a mensch. There’s a folder for “Interior Design” (2004–2005) from around the time my wife and I moved into our first apartment. The staggeringly ironic “Productivity” folder (1999–2009) is full of feeds like 43 Folders and ZenHabits; it surely represents thousands of hours of wasted time. In another folder, “Gift Ideas” (2003–present), there are more than a dozen blogs about women’s fashion; for years, I browsed that folder in search of presents for my wife. Looking through the feeds there—EvenCleveland, Garance Doré, Sea of Shoes, Tomboy Style, Wiksten, That Kind of Woman—I can’t help but marvel at how people’s lives have changed. Garance got together with The Sartorialist! Wiksten moved from Brooklyn to Iowa! Women’s style blogs, it turns out, are better than men’s because they’re full of personal details; men’s blogs are just photos of cars and pocket squares.

All of those feeds, meanwhile, are reminders of a more relaxed time—a time when Google Reader was, basically, for fun. That changed in 2010, when I took over a column called “Brainiac” in the Boston Globe’s Ideas section. As the Brainiac, I was responsible for writing a blog about new ideas. At the end of the week, three of the ideas would appear in a beautifully illustrated spread in the Sunday paper. Anything could be an idea: a new sculpture, a new building, a blog post, a just-written academic tome. Inside my Google Reader, this was the Cambrian explosion, Modernism, the Renaissance. All of a sudden there were lots of surprising new folders: “Architecture” (The Architect’s Newspaper), “Art” (ArtsJournal), “Economics” (Interfluidity), “Linguistics” (Language Log), and so on. (There are lots more, but I can’t give away all of my R.S.S. feeds.)

Just as a soldier lives for battle, just as a wolf lives for the hunt, so my Google Reader, I felt, was leading the life I was meant to lead. A few months in, after I’d carefully curated my feeds, my Reader really did seem to contain the entirety of the world of ideas. A few hours with Reader, and I could “read” The New Republic and The Wilson Quarterly, City Journal and Pruned, ftrain and XKCD, Bibliokept and Grasping Reality with Both Hands, The American Prospect and Idle Words. I lived, and read, in a state of information-saturated bliss. (It lasted until I discovered an even better version of Google Reader: publicists at publishing companies, who, if you are a book reviewer, will send you review copies. As I transitioned to a mostly book-based diet, Reader fell by the wayside.)

In announcing the closure of Reader, Google said that usage has been declining, and I can see why. Reader was made for absurdly ambitious readers. It’s designed for people like me—or, rather, for people like the person I used to be—that is, for people who really do intend to read everything. You might feel great when you reach Inbox Zero, but, believe me, it feels even better to reach Reader Zero: to scroll and scan until you’ve seen it all. Twitter, which has replaced Reader (and R.S.S.) for many people, works on a different principle. It’s not organized or completist. There are no illusions with Twitter. You can’t pretend, by “marking it read,” that you’ve read it all; you don’t think you’re going to cram “the world of ideas” into your Twitter stream. At the same time, you’re going to be surprised, provoked, informed. It’s a better model.

But Reader had a lot going for it, too. Using Twitter feels, to me, like joining a club; Reader felt like filling up a bookcase. It was a place for organizing your knowledge, and also for stating, and reviewing, your intentions and commitments. It kept a record of the things you meant to read but never did; of the writers you loved but don’t anymore. I won’t miss Reader when it shuts down, on July 1st. But I will miss the old me—the person I described in Google Reader, without knowing it.

Illustration by Arnold Roth.

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COME TI FREGO IL CONSUMATORE – Se al secondo clic aumenta il prezzo dei biglietti online


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Consumi – Si chiama IP tracking, «Le Monde» ha raccolto casi.

Se al secondo clic aumenta il prezzo dei biglietti online

È possibile spiare l’utente tracciando il suo pc
I sospetti in Francia e le segnalazioni in Italia

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di Elvira Serra

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È più di una sensazione se ce l’hanno in tanti. E il blog dedicato ai consumatori di Le Monde ha avuto il coraggio di darle voce. A chi non è mai capitato di andare a prenotare un biglietto online , verificare l’offerta e a distanza di poche ore trovare per la stessa tratta un prezzo più alto? Altra curiosa coincidenza: tra le 9 e le undici del mattino, orario in cui per definizione lavorano maggiormente le segreterie e i servizi generali delle imprese, i prezzi sono sempre più alti.

È una questione di algoritmi, dicono le compagnie di trasporto. È «IP tracking », dicono invece i lettori del quotidiano francese, cioè il modo con cui le aziende che fanno commercio elettronico sono in grado riconoscere il cliente: ne «tracciano» l’identità attraverso l’IP del computer. Le Ferrovie francesi, Sncf, hanno naturalmente negato, facendo piuttosto notare che si tratta di un «grande classico» di certi altri colleghi che operano sui binari dell’Europa, e delle compagnie aeree. Non AirFrance, però, a giudicare dalla sua replica.

Mistero. Segnalato un po’ ovunque, anche in Italia. «Abbiamo ricevuto qualche reclamo per comportamento non proprio cristallino da parte di diverse compagnie dei trasporti, soprattutto quelle low cost », racconta il presidente dell’Adusbef Elio Lannutti. Perché spesso basta il tempo di fare un giro di chiamate ai compagni di viaggio per accordarsi sulla data o dell’ok del capo per avere quel giorno libero in più e la spesa non è più la stessa: un allettante volo per Londra da 49 euro sale d’incanto a 79. Ufficialmente, non ci sono più posti disponibili a quella stessa tariffa. I lettori di Le Monde , tuttavia, hanno verificato che questa infelice coincidenza succede soltanto quando si prenota dallo stesso computer. Non succede quando ci si sposta sull’iPad del figlio o sulla postazione del collega.

«Tutti i siti di e-commerce sanno riconoscere l’IP del computer di chi si collega. È un sistema che ha il vantaggio di verificare l’identità di chi fa una transazione online», spiega l’avvocato Carlo Blengino, esperto di diritto digitale. «Le aziende tracciano le abitudini degli acquirenti attraverso i ” cookies “, dall’inglese “biscotti”, che fungono da segugi. La direttiva europea del 2009 sulla e-privacy all’articolo 5 stabilisce che il loro utilizzo non è illegale se è funzionale a migliorare le prestazioni del sito e il servizio ai consumatori. Dunque non è tanto sorprendente che un’impresa ti riconosca, quanto piuttosto che usi a suo vantaggio questa informazione, per penalizzarti sul prezzo. Il vero problema è riuscire a dimostrarlo: bisognerebbe mettere le mani sui server».

Un modo ci sarebbe, secondo il legale Ernesto Belisario, autore del blog Diritto 2.0: «Basterebbe un esposto all’Autorità garante per le pratiche commerciali per far aprire un’istruttoria: ci sono gli estremi di scarsa trasparenza che determinano un comportamento dell’utente in modo ingannevole. È sicuramente una frontiera importante che non dobbiamo lasciare scoperta». La Polizia postale e delle telecomunicazioni non ha ricevuto segnalazioni. E gli esperti del settore fanno notare che, qualora venisse dimostrato l’IP tracking, difficilmente sarebbe configurabile come reato: si tratterebbe di stratagemmi, a meno che non si vedesse una manovra più ampia di aggiotaggio.

La prova sul campo, comunque, assolve i nostri maggiori operatori. Scelta una data (il 12 aprile) per prenotare un viaggio di sola andata da Milano a Roma in treno o in aereo alle otto del mattino, tutti e tre i gestori scelti hanno confermato l’offerta trovata al primo clic, con anzi il caso virtuoso di Trenitalia che in seconda battuta metteva in vendita un prezzo ancora più basso del precedente.

«Non usiamo cookies per policy aziendale. Mediamente emettiamo un biglietto su tre a tariffa ridotta, su un monte complessivo mensile di un milione e mezzo», assicurano da Trenitalia. Alitalia impiega i cookies per fare re-marketing, cioè per capire dove piazzare i banner pubblicitari, mai l’IP tracking: «Troppo costoso. Se davvero fossimo in grado di riconoscere il cliente, magari alla quinta visita gli proporremmo il buono sconto. Sarebbe la soluzione più intelligente».

Elvira Serra
@elvira_serra

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fonte corriere.it

LETTERA APERTA – Chi ci ascolta su Skype?


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Privacy e dubbi

Chi ci ascolta su Skype?

Lettera aperta di un gruppo di associazioni a livello mondiale per chiedere trasparenza sul software per le telefonate in Rete

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di Carola Frediani

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MILANOC’era una volta una favola tech europea. Un piccolo software nato in Estonia, e per una volta non nella Silicon Valley, nel 2003. Un software che nel giro di poco tempo ha rivoluzionato le comunicazioni mondiali, scardinando le rendite di posizione dei vecchi operatori telefonici. E permettendo alle persone di chiamarsi a costo zero o quasi da una parte all’altra del mondo. Ma questo software aveva anche un’altra caratteristica “magica”, almeno agli occhi dell’utente medio: utilizzava una tecnologia proprietaria che criptava le comunicazioni proteggendole da orecchie indiscrete. Parliamo ovviamente di Skype e di un seguito meno favolistico.

 

LA LETTERA – In realtà la storia è proseguita con il più classico happy end hollywoodiano: la start-up travolgente, dopo qualche difficoltà tra cui anche un matrimonio finito male con eBay, è stata acquisita dal colosso Microsoft per 8,5 miliardi di dollari nel 2011. Ma a questo punto sfuma l’alone fiabesco e iniziano i dubbi. Già, perché il cambio di proprietà ha generato incertezza sulla gestione dei dati degli utenti e sulle politiche relative alla privacy degli stessi. Almeno questa è la tesi di un gruppo di associazioni internazionali a tutela dei diritti digitali, attivisti internet, programmatori e giornalisti che giovedì hanno inviato una “lettera aperta” a Skype in cui chiedono di fare chiarezza su una serie di questioni. La domanda di base è: quanto sono davvero sicure le conversazioni e le chat Skype? Sono proprio a prova di intercettazione? Anche da parte degli stessi governi?

I DUBBI – Il dubbio nasce da diverse considerazioni. Innanzitutto dalle dichiarazioni da parte della stessa azienda che in alcuni casi sembrano però in contrasto con i fatti. Nel 2008 Skype asseriva di non essere in grado di intercettare le conversazioni dei propri utenti in virtù della cifratura usata e dell’architettura peer-to-peer. Inoltre specificava di non essere sottoposta alle leggi americane sulle intercettazioni – come il CALEA (Communications Assistance for Law Enforcement Act) che include anche servizi VoIp e comunicazioni internet – perché basata in Europa. Ma nel 2012 l’Fbi dichiarava di aver richiesto di vedere in un caso (e che caso, poiché si trattava di Megaupload) le chat Skype che risalivano fino al 2007, contraddicendo anche la policy ufficiale del provider che parla di 30 giorni come periodi di conservazione di quei dati. Soprattutto, l’acquisizione di Microsoft avrebbe cambiato il quadro normativo (non più europeo ma americano) e, secondo l’accusa di alcuni programmatori, che però non è mai stata confermata, anche quello tecnologico.

IL RAPPORTO – Di fronte a voci contrastanti e al fatto che Skype è di fatto utilizzato da molte persone anche per la sua promessa di sicurezza – a partire da attivisti, dissidenti di regimi autoritari, giornalisti – il gruppo di associazioni ha deciso di chiedere a Skype e a Microsoft maggior chiarezza in materia. In particolare vogliono che venga pubblicato un rapporto periodico sulla trasparenza sul modello di quello di Google, in cui tra le altre cose siano specificati: quali dati sugli utenti sono ceduti da Skype a governi e terze parti, Paese per Paese; il numero di richieste ricevute e quelle soddisfatte, e le motivazioni per cui hanno respinto o meno una richiesta; quali dati utenti sono raccolti e come sono conservati; quali di questi possono essere intercettati da terze parti; e infine, che tipo di sorveglianza rischiano quegli utenti che utilizzano Skype attraverso accordi con altre aziende come la cinese TOM.

IL CENTRO HERMES – «Questa lettera aperta solleva interrogativi che dovremmo rivolgere a tutti i fornitori di servizio online cui affidiamo i nostri dati», commenta al Corriere Claudio Agosti, presidente di Hermes, Centro per la Trasparenza e i Diritti Digitali in Rete, no profit italiana tra i firmatari della lettera aperta internazionale, insieme alla Electronic Frontier Foundation e a Reporter Senza frontiere. «Ma al di là della risposta che riceveremo, dobbiamo ricordare che come utenti abbiamo comunque due armi a disposizione: da un lato si tratta di chiedere a livello legale la portabilità dell’identità digitale, cioè la possibilità di cambiare un servizio online quando si vuole portandosi dietro i propri contatti, senza perdere quindi la propria rete: un po’ come è avvenuto nelle telecomunicazioni, dove un utente può cambiare operatore mantenendo il proprio numero di telefono. Dall’altro si possono adottare software che consentano di proteggere le chiamate e le chat su Skype da eventuali tentativi di raccoglierne i dati». Nel frattempo vedremo cosa risponderanno Microsoft/Skype. Anche perché in fondo un rapporto sulla trasparenza è spesso salutare non solo per gli utenti ma anche per l’azienda che lo pubblica. Come sa bene Google.

25 gennaio 2013 (modifica il 26 gennaio 2013)

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fonte corriere.it

Anonymous dichiara guerra a Usa: ‘presto online documenti segreti’

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Operazione stile Wikileaks

Anonymous dichiara guerra a Usa: ‘presto online documenti segreti’

Una rappresaglia per vendicare la morte di Aaron Swartz, il Robin Hood della rete che si e’ tolto la vita la settimana scorsa, lanciata nelle prime ore di sabato, mandando in tilt il sito della Us Sentencing Commission, l’agenzia federale che fissa le regole, le pratiche e le politiche da seguire nelle corti federali


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New York, 26-01-2013

Anonymous dichiara guerra al governo americano. E minaccia un’operazione stile-Wikileaks, con la quale mettere alla merce’ i segreti di Washington. Una rappresaglia per vendicare la morte di Aaron Swartz, il Robin Hood della rete che si e’ tolto la vita la settimana scorsa, lanciata nelle prime ore di sabato, mandando in tilt il sito della Us Sentencing Commission, l’agenzia federale che fissa le regole, le pratiche e le politiche da seguire nelle corti federali.

Il sito della Ussc.gov e’ risultato inaccessibile per diverse ore: cliccando sulla home page l’unica cosa a cui si poteva accedere era un video di Anonymous, con il quale veniva lanciata l’operazione ‘Last Resort’, un evidente richiamo a una serie televisiva Usa in cui un sommergibile nucleare statunitense si ammutina contro Washington.

“Dopo la morte di Aaron non possiamo piu’ attendere – affermano i militanti di Anonymous in una nota -. E’ il momento di mostrare al Dipartimento di Giustizia il vero significato della parola infiltrarsi”. Anonymous non rivela il contenuto dei documenti imbarazzanti che si dice pronta a pubblicare.

I contenuti sono “vari. Basta sapere che tutti hanno segreti e alcune cose non sono fatte per essere rese pubbliche. A partire da oggi e a intervalli irregolari, sceglieremo un mezzo di comunicazione al quale affidare un parziale contenuto dei file”.

Che Anonymous voglia giocare sul serio e’ subito chiaro con il tilt del sito dell’agenzia per le sentenze, sul quale oltre al video e’ stato pubblicata una dichiarazione sulla morte di Swartz e sulle presunte molestie del governo nei suoi confronti.

Swartz e’ stato trovato morto la scorsa settimana nel suo appartamento di Brooklyn, in quello che sembra un apparente suicidio. Ideatore di rss (uno dei piu’ popolari per la distribuzione di contenuti sul web) e co-fondatore di Reddit, Swartz era sotto inchiesta dal 2010 per aver messo online gratuitamente milioni di documenti a pagamento scaricati dal sito JStor. A quei tempi, Swart si trovava al Massachusetts
Institute of Technology ed era stato preso con le mani nel sacco dalle telecamere interne all’universita’.

La famiglia di Swartz, per il suicidio del figlio ha puntato il dito contro la magistratura e il Mit, che non hanno mollato la presa su Swartz neanche quando il JStor aveva deciso di non costituirsi parte civile.

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fonte rainews24.it

GENIO INFORMATICO – Aaron Swartz, suicida a 26 anni. Morto come un divo del rock

Aaron Swartz, suicida a 26 anni. La famiglia: "Era perseguitato"
Aaron Swartz, fondatore del social network Reddit, morto suicida

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Aaron Swartz, suicida a 26 anni.
La famiglia: “Era perseguitato”

Il guru del web era la mente dietro progetti come Reddit, Rss1.0, Python e la licenza per la condivisioni libera della conoscenza. Era stato arrestato con l’accusa di aver rubato file del Mit. I parenti e la sua compagna denunciano in una lettera i magistrati pronti a chidere per lui un’ipotetica sentenza di 30 anni

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ANGELO AQUARO
inviato di Repubblica

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NEW YORK - Al ragazzo che aveva soltanto 14 anni quando inventò il modo di acchiappare le notizie sul web, i suoi giovanissimi 26 devono essere sembrati un’eternità. E per l’eternità adesso riposa Aaron Swartz, il profeta di Internet, l’apostolo della libertà della Rete, il genio diplomato all’Etich Center Lab di Harvard, una delle università più famose del mondo: e finito alla sbarra con l’accusa eticamente insopportabile di aver rubato milioni di documenti al prestigiosissimo Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, cioè l’olimpo della tecnologia globale.

Aaron è morto suicida come un divo del rock: e come tanti, troppi smanettoni depressi come lui, entusiasti delle macchine e con la testa nelle nuvole, nei mille cloud che custodiscono i nostri dati e le nostre vite. La notizia è volata di blog in blog, di tweet in tweet. E perfino Margaret Sullivan, il garante dei lettori del New York Times, il quotidiano – cioè il vecchio media – più famoso del mondo, ha reso omaggio al ragazzo terribile, come se fosse un nume del giornalismo: “Sii curioso, leggi tanto, sperimenta” è il testamento di Aaron da lei rilanciato: “Ciò che la maggior parte della gente chiama intelligenza in fondo non è altro che curiosità”.

La curiosità aveva portato Aaron a diventare il guru riluttante che era. Si chiama Rss il codice che ha contribuito a identificare. È una sigla che un giorno sarà universalmente popolare come il Dna e come il Dna riassume infatti informazioni e notizie e le mette in circolo nel corpo senza confini del web: proprio i Rich Site Summary nutrono, per esempio, quegli organismi di Internet che sono i siti di notizie, da Repubblica.it in giù, o i blog anche audio e video di tutto il mondo. Ma il giovane Aaron è stato un innovatore anche nei social network. Era l’altro Zuckerberg: ma proprio l’altro. Perché se Mark, solo un anno più di lui, oggi è il più giovane miliardario del pianeta, numero 38 della classifica dei super ricchi, 14 miliardi di dollari si ricchezza personale, e si gode il sole e il lusso della Silicon Valley, Aaron era andato a svernare a Brooklyn, nella New York più creativa e alternativa. E il suo social network, Reddit, è più una piazza virtuale – o almeno lo è stato fino all’acquisizione di Wired coi dollaroni della Condé Nast – che quella vetrina anche delle vanità diventata Facebook.

Aaron veniva da Chicago, la città di Barack Obama – che durante l’ultima campagna s’è concesso un bagno social proprio su Reddit – e capitale americana degli hacker: tipo quel Jeremy Hammond immortalato da Janet Reitman, la reporter-detective famosissima per il libro-inchiesta più informato su Scientology. La rete era tutto il suo mondo. E per la libertà della rete s’è lanciato nell’ultima grande battaglia, l’anno scorso, contro la legge ammazza-web che il Congresso Usa ha cercato di far passare. Perché dunque crollare proprio adesso?

La famiglia e la sua compagna, Taren Stinebricker-Kaufmann, ora accusano proprio il Mit e i magistrati, pronti a chiedere per lui un’ipotetica sentenza di quasi 30 anni per quel furto da hacker.
Però lo lasciò scritto già il nostro Cesare Pavese: non fate troppi pettegolezzi. E, di fronte al dolore, e al mistero, del fardello insopportabile di Aaron, la Cnn è andata ripescare un suo scritto di un po’ di tempo fa. “C’è un momento, immediatamente prima che la vita diventi non più degna di essere vissuta, in cui il mondo sembra rallentare: e quella sua miriade di dettagli appare improvvisamente, e chiaramente, in tutto il suo dolore”. È l’ultima lezione del giovane Swartz. Non c’è codice, anche web, che tenga. Non c’è età per cui la scoperta avvenga troppo tardi: o troppo presto.

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fonte repubblica.it

SIGNORI, LA DITTATURA MONDIALE E’ SERVITA – Minority Report diventa realtà: un algoritmo prevede i reati


Una immagine di scena dal film ‘Minority Report’, protagonista Tom Cruise – fonte immagine

Minority Report diventa realtà: un algoritmo prevede i reati

Il software creato all’Ucla di Los Angeles è stato adottato in diverse città con successo. Calo dei crimini negli Stati Uniti e in Inghilterra. Era l’idea del film di Spielberg con Tom Cruise

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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI

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LONDRAUn sistema per prevenire il crimine, venendo a sapere dove accadrà il prossimo furto, omicidio, abuso, prima che accada. Diventa realtà l’idea di Minority report, il film di fantascienza di dieci anni or sono in cui Tom Cruise, nella Los Angeles del 2054, dava la caccia agli assassini prima che potessero uccidere.

Ora il “precrimine”, come veniva chiamato nella pellicola, trova un’applicazione reale: in America prima, in Europa poi, a cominciare dall’Inghilterra che fa spesso da ponte delle novità e dei trend fra i due continenti. Grazie a una formula matematica collegata a un computer pieno di dati, i poliziotti del 2013 possono ottenere un calo del crimine del 30 per cento senza compiere nemmeno un arresto: basta che si facciano vedere sul luogo del delitto, un po’ prima che avvenga il delitto, e la prevenzione è fatta.

C’è una differenza sostanziale con il film diretto da Spielberg nel 2002. In Minority Report, il sistema “precrimine” era il risultato delle premonizioni di tre individui dotati di poteri extrasensoriali e permetteva di scoprire non solo “dove” sarebbe stato commesso un reato, ma pure “chi” lo avrebbe commesso. “PredPol”, abbreviazione di predictive policing (polizia preventiva), funziona con algoritmi computerizzati e si limita a indicare l’area dove si prevede che qualcuno violerà la legge. Statistiche alla mano, tuttavia, i risultati sono ugualmente straordinari: una netta diminuzione del crimine. Che, in tempi di tagli al bilancio della stato e dunque di riduzione di forze e strutture anche per la polizia, equivalgono a un miracolo: ossia come fare di più e di meglio con meno.

Tutto è cominciato con un docente di antropologia dell’Università di California a Los Angeles (meglio nota con il suo acronimo, Ucla), il professor Jeff Brantigham, che sette anni fa, con l’aiuto di un criminologo e di un matematico, ha messo a punto un metodo “scientifico” per predire i meccanismi che conducono a un crimine. “Avevamo intenzione di fare una ricerca puramente accademica”, racconta lo studioso, “ma strada facendo ci siamo resi conto che poteva avere delle applicazioni concrete”.

Il primo esperimento ha avuto per teatro la città californiana di Santa Cruz. Qualche esempio: due poliziotti si appostano nel parcheggio di un supermercato e poco dopo arrestano una donna che si apprestava a rubare un’auto. E ancora: un agente in borghese si nasconde in una strada apparentemente tranquilla, ma nel giro di qualche minuto arresta due uomini in flagrante delitto che stavano per compiere un furto. Il bello del sistema è che per decretarne il successo non serve nemmeno la flagranza o l’arresto: spostando i propri agenti nelle aree dove vengono previsti i reati, la polizia fa automaticamente opera di prevenzione. Il crimine cala, e non c’è neanche bisogno di portare i criminali in tribunale o in prigione, con tutte le spese che ne risultano per lo stato: ladri e assassini restano a casa propria, con le mani in mano, sentendosi per così dire scoperti in partenza.

Naturalmente non è un metodo infallibile: qualche volta l’algoritmo sbaglia. Ma a Los Angeles “PredPol” ha già fatto scendere le aggressioni del 33 per cento e i crimini violenti del 21, a Santa Cruz i furti sono calati del 19 per cento, e in questi giorni il rivoluzionario sistema è arrivato nella contea inglese del Kent, da dove se avrà successo si diffonderà nel resto della Gran Bretagna e forse in tutta Europa. “Abbiamo richieste da 200 nazioni”, dice il professor Brantigham.  (07 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

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Minority Report Trailer

VINCE SUPERPREMIO A LONDRA – Dino, genio informatico che l’Italia ha perduto


Pioneering Monoidics founder Dr. Dino Distefano has been named as 2012 winner of the British Computer Society’s Roger Needham award – fonte

Suo il software che non fa bloccare i mega pc

Dino, genio informatico che l’Italia ha perduto

Ricercatore vince superpremio a Londra

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dal corrispondente corriere.it
Fabio Cavalera

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LONDRA – E pensare che al concorso dell’università di Pisa, qualche anno fa, lo avevano bocciato. Non che Dino Distefano, laurea in informatica, non meritasse di entrare nei ranghi della ricerca. Anzi. Ma si sa come funzionano certe cose in Italia. I docenti hanno i loro protetti (qualche volta con le carte in regola) e il risultato è che chi è fuori dal circolo del «barone» deve scansarsi: si partecipa per il gusto di provare e poi si cambia strada.

La soddisfazione di Dino Distefano è di non avere mollato. Tappa numero uno in Olanda e porte aperte. Tappa finale in Inghilterra, porte ancora più aperte. «Se era andata male a Pisa perché non insistere lontano dall’Italia dove le raccomandazioni non contano?». Il risultato è che giovedì sera alla Royal Society di Londra, il gotha della scienza britannica, sarà proprio questo 39enne da Biancavilla (Catania) a salire sul palco per tenere una lezione e per ritirare il «Roger Needdham award», che è una sorta di Nobel dell’informatica (assieme al «Turing award») assegnato a quanti si sono distinti nei dieci anni successivi al conseguimento del dottorato (il Phd).

Dimenticato o respinto dall’Italia. Abbracciato dalla comunità scientifica mondiale e londinese, il nostro genio è diventato professore ordinario alla Queen Mary University. E un motivo c’è. Il computer, Dino Distefano, ha cominciato a maneggiarlo quando «le tecnologie erano ancora nell’età della pietra e ci divertivamo col mitico Commodore». Adesso Dino Distefano, lavorando di equazioni, di logica e di algoritmi, ha inventato e brevettato il «software dei software» che è la «medicina preventiva» per impedire che i grandi sistemi vadano in tilt.

Qualche applicazione pratica? Se voliamo pretendiamo la massima sicurezza e che i computer di bordo funzionino. Ebbene il «software dei software», chiamato «Infer», va a rilevare i difetti in anticipo, prima che l’elettronica sia installata sugli aerei. Se viaggiamo in auto confidiamo che il sistema dei freni controllato con i chip sia perfetto. «Infer» compie il check prima che il modello sia commercializzato. Se usiamo un personal con un programma particolare ci auguriamo che il video non diventi grigio. «Infer» analizza il sistema operativo e punta diritto alle imperfezioni.

Per una trentina d’anni il «crash» è stato il «problema da un miliardo di dollari». Quasi irrisolvibile. Lo si affrontava (senza certezze) assumendo squadre di matematici e assegnando a loro il compito di una ricerca manuale: il controllo delle complesse equazioni di base e dei linguaggi che governano i sistemi. «La novità è che ora schiacci un pulsante e la macchina svolge autonomamente l’operazione di cura preventiva». Grazie appunto al «software dei software».

Un piccola e importante rivoluzione. Ci giravano attorno parecchi ricercatori e scienziati. Dino Distefano col suo team (Cristiano Calcagno, un altro italiano, Peter O’Hearn e il coreano Hongseak Yang) ha messo il sigillo. «Dopo avere pubblicato le ricerche iniziali sulle riviste accademiche ci siamo accorti che stavano per soffiarci le idee». Dunque, la decisione di brevettare «Infer» e poi di fondare una start-up (la «Monoidcs Limited» con sede nell’Est di Londra), che marcia a gonfie vele.

Alle equazioni dello scienziato italiano e del suo gruppo si sono affidati l’Airbus (per i computer sugli aerei), la Toyota e la Mitsubishi, la Arm (i chip degli iPhone) e la Microsoft. «Sono tanti i ricercatori di altissimo livello in Italia, solo che sono assorbiti dalla didattica, non hanno spazio e risorse per dimostrare il loro valore, la loro fantasia, la loro intelligenza». Hobby? «Girare per i locali londinesi e perdermi con gli amici discutendo di matematica. Ma anche cinema e musica». Nostalgia dell’Italia? Dino Distefano sorride. «Per ora no». La Royal Society di Londra lo applaude e lo premia. Le eccellenze che noi dimentichiamo e perdiamo. Ogni commento è scontato.

Fabio Cavalera
twitter@fcavalera

27 novembre 2012 | 13:36

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fonte corriere.it

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