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Condannato per i commenti al suo blog, nove mesi per “istigazione a delinquere”

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fonte immagini asgard1.wordpress.com

Condannato per i commenti al suo blog
nove mesi per “istigazione a delinquere”

Rese note le motivazioni della sentenza con cui due mesi fa è stato condannato iil responsabile della pagine Facebook Cartellopoli, che si batte contro il degrado urbano della capitale. E’ la prima sentenza di questo tipo in Italia

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Cartellonistica stradale a Roma, quartiere Torrino (dal blog “MalaRoma“)

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di ALESSANDRO LONGO

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SONO STATI i commenti altrui a causare la condanna a nove mesi di carcere per il gestore della pagina Facebook Cartellopoli, dedicata alla lotta al degrado urbano di Roma. Sono arrivate infatti oggi le motivazioni della sentenza di due mesi fa con cui Massimiliano T. veniva condannato per “Istigazione a delinquere e apologia di reato”, su denuncia di una società di affissioni. Si apprende  solo oggi, quindi, che questa del Tribunale di Roma è la prima sentenza di questo tipo, in Italia e che apre scenari inediti. In sostanza, qualunque utente Facebook è ora a rischio di condanna, insomma: basta che tra i commenti ne appaia qualcuno che inviti a compiere reati di qualsiasi tipo.

La pagina di Cartellopoli si descrive come “Comitato online contro lo stupro, la svendita e la consegna della città di Roma alla lobby cartellonara”, questione di cui Repubblica si è occupata più volte in questi mesi.

Il problema, secondo il Tribunale di Roma, a quanto si legge nelle motivazioni odierne, è dato dai commenti postati da terzi, rimasti anonimi. Non solo: sono valsi la condanna anche i contenuti pubblicati in altri siti e poi ripresi sulla pagina. E cioè commenti che invitavano ad agire contro i cartelloni abusivi, ad organizzare iniziative di protesta. Come il blitz di Legambiente, di due anni fa. È così che ci è andato di mezzo il gestore della pagina, Massimiliano T., 34anni.

Afferma il Giudice nelle motivazioni della sentenza, infatti: “Pacifica essendo la responsabilità esclusiva in capo all’imputato per la gestione del blog (…) e dunque anche per il contenuto dei messaggi in esso pubblicati, è indifferente che si tratti di contenuti riferibili direttamente al T.  o ricevuti da altri utenti, essendo stato comunque il primo a curarne l’inserimento e la conseguente divulgazione al pubblico”.

“L’affermazione del T di non controllare il contenuto dei messaggi ricevuti prima di pubblicarli è priva di rilievo ai fini che qui interessano, sia perché formulata in termini assolutamente generici, sia perché la qualità dei contenuti di analogo tenore pubblicati sul blog nel corso del tempo è tale da rendere inverosimile che l’imputato potesse averne ignorato o male interpretato il contenuto”.

In base a quanto sostenuto dall’azienda che ha depositato la denuncia in Procura, sono state molte le azioni vandaliche, che hanno riguardato un centinaio di impianti in varie zone di Roma, messe in atto come “l’imbrattamento dei cartelloni con vernice spray e, successivamente, nel danneggiamento delle comici e nello smontaggio ed asporto delle plance pubblicitarie”.

“La sentenza è corretta in linea di diritto”, ribatte Andrea Monti, avvocato esperto di nuove tecnologie e fondatore dell’associazione Alcei per la libertà di espressione online. “Chi gestisce uno spazio di contenuti ha una responsabilità su tutto ciò che vi viene pubblicato. Se ci sono troppi commenti, deve dimostrare che non gli era possibile moderarli tutti ma che almeno ci ha provato”, continua. “Attenzione, vedete che è peggio per la libertà di internet se passa l’idea che le leggi non possono colpire pagine come Cartellopoli”, aggiunge Monti. “Significa dar ragione a coloro, come Laura Boldrini (presidente della Camera) che invoca nuove e più severe leggi sul web”.    (13 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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PROPAGANDA SOVIETICA – Caso Ruby, il grande inganno di Canale 5: scomparsi i fatti sgraditi a Berlusconi

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fonte immagine kataweb.it

Caso Ruby, il grande inganno di Canale 5: scomparsi i fatti sgraditi a Berlusconi

Lo speciale andato in onda in prima serata sulla tv di famiglia,alla vigilia della requisitoria di Ilda Boccassini, racconta solo la versione dell’imputato, in uno stile da propaganda sovietica. Nessuna immagine delle ragazze coinvolte, censurate le intercettazioni telefoniche più esplicite su quanto succedeva davvero nelle notti di Arcore

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di | 13 maggio 2013

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Strano modo di fare televisione: neanche una foto delle ragazze protagoniste del caso Ruby. Ecco il grande inganno del programma di Canale 5 “Ruby ultimo atto. La guerra dei 20 anni” (guarda il trailer). Degno di entrare nei manuali di storia di giornalismo. Sarebbe bastata una scelta delle foto delle ragazze del bunga-bunga per far capire agli spettatori di che cosa si stesse parlando. Invece niente. Una poderosa, quanto faticosa macchina della disinformazione. Ad avere voce, presentati come attendibili, i testimoni utili alla difesa: quelli che dicono che ad Arcore si svolgevano “cene eleganti“. Ragazze tutte pagate da Silvio Berlusconi, da anni da lui mantenute e ancora oggi regolarmente stipendiate con 2.500 euro al mese, più auto e case. Oppure camerieri, pianisti, cantanti, che devono a Silvio tutto quello che hanno.

Dei racconti fatti nelle intercettazioni, nessun accenno (si possono però ascoltare qui nel montaggio di ilfattoquotidiano.it). Eppure erano cose pesanti, tipo: “Più troie siamo e più bene ci vorrà“. Tutte parlavano di soldi, vera ossessione delle serate di Arcore. Addirittura alcune raccontavano di aver fatto l’esame del sangue per sapere se avessero contratto l’Aids. Nessuna traccia neppure delle testimonianze delle ragazze che hanno rivelato che alle feste avvenivano spogliarelli, danze erotiche, toccamenti alle parte intime, simulazione di atti sessuali. Poi, le prescelte all’X Factor del bunga-bunga potevano passare la notte con il presidente, ottenendo un compenso più alto. Niente di tutto ciò nel programma presentato da Andrea Pamparana, che un tempo faceva il giornalista. Voce all’avvocato Niccolò Ghedini. A Ruby. E a Berlusconi, naturalmente.

L’unica teste d’accusa a cui il programma ha dato voce: Ambra Battilana, la cui credibilità è subito smontata con la lettera che ha poi mandato a Berlusconi. E Ruby? Pagata con 57 mila euro “per avviare un centro estetico” (mai visto). Ragazza che ha “commosso tutti raccontando la sua storia”. Altro che sesso: non poteva spingere “ad altro che a commiserazione”. Ammette di essere bugiarda, ma il programma di Mediaset sa distillare le sue verità. Panzane sul numero dei processi di Berlusconi e sul numero di intercettazioni di questo processo. Ma nessuna voce a contraddire, a rettificare, a inserire un minimo di verità dei fatti in un programma di regime sovietico prima di Breznev.

Sul reato più grave di cui Berlusconi è accusato (la concussione), la trasmissione dà il meglio di sé. Afferma che nessuna pressione è stata fatta da Silvio, nella notte del 27 maggio 2010, per far uscire Ruby dalla questura di Milano, nel timore che potesse rivelare l’altro reato (la prostituzione minorile). Dà per certo che Berlusconi non sapesse la vera età della ragazza. Che la credesse davvero nipote di Mubarak. E che l’intervento di quella notte di frenetiche telefonate tra Parigi e Milano fosse solo di evitare un incidente diplomatico. Garantisce che Berlusconi parlò di Ruby direttamente a Mubarak, in un precedente incontro internazionale: circostanza smentita dai testimoni presenti, secondo cui il rais egiziano non capì neppure la battuta di Silvio su una ragazza egiziana di sua conoscenza.

La pm dei minori ha ribadito in aula che le sue disposizioni erano chiare: tenere la ragazza in questura finché non si fosse trovato un posto in comunità. Il programma se la cava sostenendo che i funzionari di polizia potevano decidere di loro iniziativa che cosa fare. E si guarda bene dal dire in che mani finì quella notte: a casa di una prostituta brasiliana, dopo essere stata affidata a Nicole Minetti, compagna di bunga-bunga, insignita per una notte dell’inesistente qualifica di “consigliera ministeriale”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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LIBERTA’ D’INFORMAZIONE – Sulla gazzarra contro Yoani Sánchez a Perugia, a mo’ di chiosa…

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Sulla gazzarra contro Yoani Sánchez a Perugia, a mo’ di chiosa…

Se Yoani Sánchez è stata bravissima a costruire la propria immagine come una sorta di Biancaneve dell’opposizione anticubana, chi può essere così stupido da travestirsi da strega cattiva? Chi può minimamente pensare che uno solo dei presenti al Festival del Giornalismo potesse simpatizzare per chi si presentava come aggressore rispetto all’aggredita?

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di

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Ci sono poche cose insopportabili più del “come volevasi dimostrare”. Eppure… Già lo scorso 5 aprile avevo avvisato (dissociandomene senza malintesi possibili) dell’atto di ripudio contro Yoani Sánchez, puntualmente verificatosi in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Avevo ingenuamente offerto in alternativa la mia disponibilità a tenere a Perugia un seminario universitario sulla figura dello scomparso presidente venezuelano Hugo Chávez, che studio da molti anni e sul quale ritengo di aver molto da dire, sulla recente campagna elettorale, che ho vissuto in prima persona a Caracas, su Nicolás Maduro, che ho avuto occasione di conoscere proprio nel mio ultimo viaggio, magari arricchendolo con le mille conversazioni con amici cubani sulle difficili riforme nell’isola. Cose complesse, non contenibili in slogan, come non è contenibile in slogan lo iato tra la storia della Cuba di oggi, pienamente parte del processo integrazionista latinoamericano e quella dei vetero-procubani a prescindere. Questi pretenderebbero che Cuba non cambiasse mai in un revanscismo uguale e contrario a quello dei banditi amici di Yoani che stanno a Miami. La differenza è che i primi sono innocui e a Yoani fanno gioco permettendole di passare da vittima. I secondi sono pericolosissimi come testimoniò il caso di Fabio di Celmo, l’italiano assassinato a Cuba e per l’assassino del quale nessun governo italiano si è mai degnato di chiedere l’estradizione.

Hanno preferito cancellare il seminario. Smaniavano per l’atto di ripudio, che noia un’occasione di condivisione di conoscenza. E così si sono fatti il loro spettacolino retrò a base di “yankee go home” offrendo un pessimo servizio innanzitutto alla Rivoluzione cubana, che può fare a meno di tali pasdaran che ne umiliano la complessità e le persistenti ragioni per riproporre una stantia contrapposizione frontale dalla quale Cuba in ogni modo tenta di sfuggire e che riesce perfino a far fare bella figura ad un personaggio opaco come Yoani Sánchez. Io ovviamente ero già lontano da Perugia, nonostante qualche disinformatore antilatinoamericano abbia provato diffamatoriamente a chiamarmi in causa.

Se Yoani Sánchez è stata bravissima a costruire la propria immagine come una sorta di Biancaneve dell’opposizione anticubana, chi può essere così stupido da travestirsi da strega cattiva? Chi può minimamente pensare che uno solo dei presenti al Festival del Giornalismo potesse simpatizzare per chi si presentava come aggressore rispetto all’aggredita? Neanche l’ultimo dei miei studenti in scienze della comunicazione sarebbe stato così grossolano come i contestatori di Yoani. Neanche il più dogmatico dei difensori cubani della rivoluzione poteva pensare che fosse utile a quella causa il solo fumo del sospetto di voler mettere a tacere Yoani. Chi ha dato il passaporto a Yoani se non il governo cubano? Anche induttivamente come vi salta in mente di impedirle di parlare? Bisognerebbe essere addentro a certi dibattiti, alle sofferte riflessioni di un Abel Prieto e di decine di intellettuali cubani sulla voglia di aprire, di liberare, anche il sistema mediatico e il dramma delle difficoltà di farlo rispetto ad un nemico che resta pericolosissimo.

Rispetto alla cappa oppressiva della disinformazione e della propaganda mainstream contro il grande continente progressista, che contributo credevano di dare i protagonisti della gazzarra della Sala de’ Notari? Rispetto alla verità su quella Yoani che Ruggero Po di Radio Rai chiama “Olgiata Habanera”, la ricca signora che fa la dissidente negandosi al telefono e facendo rispondere dalla cameriera credono di avere aggiunto qualcosa? È così che pensate di diffondere informazione contro-egemonica? Sarà il destino cinico e baro il responsabile del fatto che le vostre istanze siano del tutto marginali?

Risultano -e chiudo- particolarmente tristi ed irricevibili le critiche al Festival Internazionale del Giornalismo e ad Arianna Ciccone. Non è forse la rassegna perugina ad aver rotto lo scorso anno il neo-maccartismo italiano contro Gianni Minà che ho potuto intervistare nella bella cornice del Teatro del Pavone facendone uno degli eventi chiave del Festival 2012? Arianna Ciccone andava bene lo scorso anno e invece è una nemica del popolo quest’anno? Ma per favore!

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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fonte gennarocarotenuto.it

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Scomparso da giorni in Siria l’inviato de La Stampa Domenico Quirico

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Domenico Quirico – fonte immagine

Scomparso da giorni in Siria l’inviato de La Stampa Domenico Quirico

È entrato nel paese il 6 aprile dal Libano, per raccontare per la quarta volta il dramma della guerra civile. Tre giorni dopo l’ultimo contatto. Venti giorni di ricerche nel massimo riserbo, in collaborazione con la Farnesina, hanno dato finora esito negativo

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di Mario Calabresi
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Da venti giorni abbiamo perso i contatti con il nostro inviato Domenico Quirico, in Siria per una serie di reportage dalla zona di Homs.

Due settimane di ricerche, fatte in modo silenzioso e riservato ma in ogni direzione, coordinate dall’Unità di crisi della Farnesina, non hanno dato sinora alcun risultato concreto e così abbiamo condiviso con le autorità italiane e la famiglia la decisione di rendere pubblica la sua scomparsa, sperando di allargare il numero delle persone che potrebbero aiutarci ad avere informazioni.

Domenico è entrato in Siria il 6 aprile, attraverso il confine libanese, diretto verso Homs, area calda dei combattimenti, per poi spingersi, se ce ne fosse stata la possibilità, fino alla periferia di Damasco.

Era partito dall’Italia il 5 aprile per Beirut, dove era rimasto una giornata in attesa che i suoi contatti si materializzassero: la mattina di sabato 6 aprile gli abbiamo telefonato per avvisarlo del rapimento dei colleghi della Rai nella zona di Idlib. Ci ha spiegato che il suo percorso sarebbe stato completamente diverso e che ci avrebbe richiamato una volta passato il confine. Nel pomeriggio, alle 18:10, ha mandato un sms con cui annunciava al responsabile Esteri de La Stampa di essere in territorio siriano.

Due giorni dopo, lunedì 8, ha prima mandato un messaggio alla moglie Giulietta, per confermarle che era in Siria e che era tutto ok, poi verso sera l’ha chiamata a casa. La linea era molto disturbata, ha spiegato che di lì a poco il cellulare non avrebbe preso più e che le persone con cui viaggiava gli avevano chiesto di non utilizzare il satellitare, che sarebbe stato quindi in silenzio per qualche giorno ma di non preoccuparsi.

Martedì 9 ha ancora mandato un sms a un collega della Rai nel quale diceva di essere sulla strada per Homs. E’ stato questo l’ultimo contatto diretto avuto con Domenico.

Prima di partire ci aveva avvisato che non avrebbe scritto niente mentre era in Siria e che per circa una settimana sarebbe rimasto in silenzio: la copertura della rete dei cellulari è saltata in molte zone dell’area di Homs e usare il satellitare non è prudente perché così si segnala la propria presenza.

Siamo abituati ai silenzi di Domenico, che si ripetono quasi in ogni suo viaggio, tanto che l’ultima volta che era stato in Mali non lo avevamo sentito per sei giorni. Fanno parte del suo modo di muoversi e lavorare: ha sempre sostenuto che le tecnologie e le comunicazioni sono il miglior modo per farsi notare e mettersi in pericolo. La sua strategia è di viaggiare da solo, tenendo un profilo bassissimo e mimetizzandosi tra le popolazioni, al punto di condividere con un gruppo di profughi il rischio della traversata in barcone tra la Tunisia e Lampedusa.

D’accordo con la famiglia dopo sei giorni di silenzio, lunedì 15 aprile, abbiamo avvisato l’Unità di Crisi della Farnesina del viaggio di Quirico e del suo silenzio. Il giorno dopo abbiamo fornito ogni elemento sui suoi spostamenti per far partire le ricerche. Ricerche che non si sono mai interrotte, e di cui apprezziamo gli sforzi fatti in ogni direzione, ma dal terreno fino ad oggi non sono arrivati segnali di alcun tipo.

La scelta di non dare notizia e non pubblicizzare la scomparsa è stata presa, in accordo con le autorità italiane, per evitare di attrarre l’attenzione su Domenico in una zona ad alto rischio di sequestri. Nell’ipotesi che potesse essere in una situazione di difficoltà e cercasse di uscire, ci è stato spiegato che era bene non dare visibilità alla sua presenza.

La grande angoscia delle sua famiglia e di tutti noi, colleghi e amici di Domenico, finora è stata tenuta riservata e anche gli amici che ha nelle altre testate hanno rispettato questo silenzio che speravamo favorisse una soluzione. Purtroppo non è stato così e per questo abbiamo ora deciso di rendere pubblica la sua scomparsa.

Domenico Quirico, 62 anni, è uno dei giornalisti italiani più seri e preparati nell’affrontare situazioni a rischio. Negli ultimi anni ha raccontato il Sudan, il Darfur, la carestia e i campi profughi nel Corno d’Africa, l’esercito del signore in Uganda, ha seguito interamente le primavere arabe, dalla Tunisia all’Egitto, è stato più volte in Libia per testimoniare la fine del regime di Gheddafi. Nell’agosto 2011 nel tentativo di arrivare a Tripoli veniva rapito insieme ai colleghi del Corriere della Sera Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina e di Avvenire Claudio Monici. Nel sequestro veniva ucciso il loro autista e solo dopo due giorni drammatici venivano liberati.

Nell’ultimo anno ha coperto per tre volte la guerra in Mali, è stato in Somalia e ora per la quarta volta è in Siria. Nei suoi primi due viaggi siriani era stato ad Aleppo, dove aveva raccontato i bombardamenti e la prima fase della rivolta. Nell’ultimo aveva invece seguito i ribelli spingendosi fino nella zona di Idlib.

Ha voluto tornare di nuovo per raccontare l’evoluzione di un conflitto che si è allontanato troppo dalle prime pagine dei giornali e che – ci ripeteva – nonostante i suoi orrori non scuote la società civile occidentale.

La cifra del giornalismo di Domenico Quirico è una tensione fortissima alla testimonianza, che deve essere sempre diretta e documentata. Domenico non ha mai accettato di raccontare stando al di qua del confine, attraverso le voci dei profughi o dei fuoriusciti, lo trova eticamente inaccettabile. Ci ha sempre ripetuto che bisogna stare dentro i fatti e che un bombardamento lo si può raccontare solo se si è sotto le bombe insieme alle popolazioni, con cui bisogna condividere emozioni e destini.

Per questo è partito ancora una volta: per onorare il mestiere che ama.

Noi restiamo tenacemente attaccati alla speranza di avere al più presto sue notizie, di continuare ad ascoltare i suoi racconti, e la sua capacità di analisi mai ideologica o faziosa. Lo aspettiamo insieme alla moglie, alle figlie, ai suoi amici e ai nostri lettori.

Per segnalare questa nostra attesa abbiamo deciso di mettere sulla testata del giornale un fiocchetto giallo, come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie.

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fonte lastampa.it

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Articolo 21: 120mila firme contro querele anti-Gabanelli

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Articolo 21: 120mila firme
contro querele anti-Gabanelli

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Centoventimila firme «per dire no ai nuovi bavagli e a quelli che già ci sono» e per una nuova legge sulla diffamazione che fermi le intimidazioni tramite legali e al tempo stesso rispetti la privacy dei cittadini: è il risultato della petizione on line lanciata da Articolo21 e da Change.org con Libera informazione dopo la stratosferica richiesta di danni avanzata dall’Eni contro Report e la sua autrice e conduttrice Milena Gabanelli per un’inchiesta giornalistica andata in onda lo scorso dicembre.

Le associazioni hanno presentato l’iniziativa presso la Federazione nazionale della stampa (Fnsi), il cui segretario, Franco Siddi, ha manifestato «timori per questa legislatura» e ha sottolineato che serve una legge «che apra le porte alla libera informazione, non che le chiuda». Beppe Giulietti di Articolo 21 ha messo l’accento sulla preoccupazione per il programma dei ‘saggi’ che «non contiene nulla sul conflitto di interessi e non ha una riga sul diritto di cronaca. C’è molto, invece, sulla limitazione delle intercettazioni. Fateci scalare posizioni dal 57mo posto nel mondo, nella classifica della libertà di informazione». Le querele “temerarie vengono fatte da chi querela per intimidire con cifre che preoccupano qualsiasi editore, preoccuperebbero anche Mondadori, senza dimenticare che servono a colpire giornalisti precari che guadagnano 5 euro ad articolo”, ricorda Stefano Corradino, il direttore di Articolo 21.

«Come si fa – si legge nell’incipit della petizione – per impedire a un giornalista di indagare e permettere ai cittadini di conoscere la verità? Fascismo, stalinismo e logge massoniche avevano i loro metodi coercitivi. Oggi la censura preventiva e l’intimidazione si attuano con espedienti più moderni, e solo apparentemente meno perversi e repressivi. Ad esempio intentando una causa nei confronti di una giornalista e chiedere un risarcimento milionario perché una sua inchiesta ha cercato di fare luce sulle zone d’ombra di una multinazionale».

Le 120mila firme vengono consegnate oggi alla presidente della Camera Laura Boldrini da una delegazione dei promotori, della quale farà parte anche Milena Gabanelli.

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fonte unita.it

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ANTICIPAZIONE – Brianza: tra Lega, clan della camorra e minacce di morte al giornalista dell’Espresso

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Monza, operazione Briantenopea (Foto by fabrizio radaelli) – fonte immagine

Anticipazione – l’articolo integrale venerdì nel nuovo numero dell’Espresso

In Brianza tra Lega e clan

Il terzo sindaco più influente della Lega Nord in Italia. Il vicepresidente di Confindustria Monza e Brianza. I familiari del locale capitano dei carabinieri. In affari tra loro. E anche con una società della camorra. Un incredibile intreccio di interessi descritto da un’inchiesta di Fabrizio Gatti nel nuovo numero de l’Espresso

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di Fabrizio Gatti

(18 aprile 2013)

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Mario Barzaghi, vicepresidente Confindustria di Monza Mario Barzaghi, vicepresidente Confindustria di Monza
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Il terzo sindaco più influente della Lega Nord in Italia. Il vicepresidente di Confindustria Monza e Brianza. I familiari del locale capitano dei carabinieri. In affari tra loro. E anche con una società della camorra. Un incredibile intreccio di interessi descritto da un’inchiesta di Fabrizio Gatti nel nuovo numero de l’Espresso permette di capire i meccanismi dell’infiltrazione criminale nell’economia lombarda. Il cuore di questa connection è a Seregno, 44 mila abitanti e una distesa di famosi mobilifici nella provincia di Monza.
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Lì il sindaco leghista Giacinto Mariani, ex tenutario di un locale per strip-tease e socio di impresari che nella loro discoteca a Lissone ospitavano le serate dei killer della ‘ ndrangheta, è riuscito a farsi eleggere due volte. La famiglia del sindaco e quella del comandante dei carabinieri hanno creato una società assieme all’imprenditore Mario Barzaghi, numero due di Confindustria di Monza e Brianza. Intervistato da Gatti, Barzaghi – dopo aver ammesso gli affari davanti alla telecamera – ha sequestrato il giornalista per un’ora nel suo ufficio e l’ha minacciato di morte.
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La +Energy srl - che aveva come azionisti Barzaghi, i familiari del sindaco e dell’ufficiale dal 2010 – ha creato un accordo con la Simec. Un’azienda sequestrata lo scorso ottobre dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché ritenuta del clan dei casalesi. La +Energy importa pannelli fotovoltaici dalla Cina. La Simec li installa. E alla fine, almeno fino a quando non vengono aboliti, si incassano gli incentivi statali. Le due società sono legate da un accordo di riservatezza: si impegnano a mantenere segreta qualsiasi informazione «ad esempio documenti, progetti, risorse tecniche, dati societari».
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Non solo. Nei mesi in cui la compagna del sindaco entra in società con il vicepresidente di Confindustria, il primo cittadino presenta la bozza del nuovo piano di governo del territorio. Proprio su una grande area, la stessa su cui il cavalier Barzaghi ha creato la sua Effebiquattro, primo produttore di porte in Italia, è prevista una trasformazione record. Da zona industriale a polifunzionale con 121 mila metri quadri di negozi, appartamenti, uffici e torri di 63 metri d’altezza. Il progetto viene bocciato perfino dai consiglieri comunali di centrodestra. E il sindaco lo ritira nello scorso dicembre.
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GUARDA IL VIDEO

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Intervistato da Gatti nella sede della sua azienda, Barzaghi parla davanti alla telecamera del ruolo dei familiari del sindaco e di quelli del capitano. Poi, alla richiesta di spiegare meglio il suo ruolo, il vicepresidente di Confindustria si alza minaccioso dalla scrivania. Pretende la cancellazione dell’intervista e impedisce all’inviato de l’Espresso di uscire. Si avvicina più volte con i pugni stretti. Promette di spaccare il muso al giornalista: «Lo ammazzo io questo qua. Lo accoppo. Perché di qua el va foeura no», di qua non esce, «almeno vado in galera, ma vado in galera a ragion veduta». Continua così per un’ora. E quando arrivano i carabinieri ribadisce: «Perché il signore deve ringraziare Gesù Cristo di non incontrarmi per strada poi. Sì, sì, sono minacce proprio».

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Quirinale, Gabanelli, imbarazzata e commossa: “Ci penso stanotte. Ci vuole competenza, non penso di averla”

Quirinale, Gabanelli: "Ci penso stanotte. Ci vuole competenza, non penso di averla"
Milena Gabanelli

Quirinale, Gabanelli: “Ci penso stanotte.
Ci vuole competenza, non penso di averla”

La giornalista, imbarazzata e commossa per il risultato delle quirinarie del Movimento 5 Stelle: “È una botta in testa. In questo momento mi sento inadeguata a tutto”. E se ci fosse motivo, la candidatura non  impedirebbe una inchiesta di Report su M5S

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ROMA”Ci penso stanotte, non saprei cosa rispondere, è una cosa più grande di me e credo che per ricoprire un ruolo così alto ci voglia una competenza politica che io non credo di avere”. Milena Gabanelli, nel corso di un’intervista a Ballarò, che già stamattina si era detta commossa dai risultati delle quirinarie del Movimento 5 Stelle, che afferma, “sono una botta in testa”. Ma, aggiunge, non pensa di avere le competenze adatte al ruolo: “È un riconoscimento professionale e morale da parte dei cittadini. Gli sono grata perché per me e il mio gruppo è molto importante: è stata riconosciuta la nostra indipendenza, forse è il riconoscimento più importante ricevuto fino a oggi”.

Fuori ruolo. ”C’è mai stato un giornalista al Colle? – si chiede Gabanelli -. Forse è la prima volta che si pensa a una giornalista al Colle”. E aggiunge: ”Il Movimento 5 Stelle ha dimostrato che è possibile percorrere una strada che, attraverso meccanismi diversi, ha individuato persone indipendenti e libere, è una strada molto interessante”. Ma alla candidatura non si sente pronta: ”In questo momento mi sento inadeguata a tutto – continua la candidata del Movimento 5 stelle al Quirinale – sono imbarazzata”.

Un’inchiesta su M5S. Il riconoscimento ottenuto, però, non impedirebbe una inchiesta di Report sul Movimento 5 Stelle: ”Se ce ne fosse motivo sì, non mi sono mai piegata, non ho mai fatto politica, non ho interesse a legarmi a qualche partito. Guarda caso da quattro mesi stiamo lavorando alla prossima puntata che riguarda le onorificenze di Stato”.

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fonte repubblica.it

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Alemanno contro la Gabanelli dopo Report, il sindaco annuncia querela

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Alemanno contro la Gabanelli dopo Report, il sindaco annuncia querela

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LA PUNTATA DI REPORT

14/04/2013

ROMANZO CAPITALE

Un’inchiesta che assomiglia a un film noir. Solo che è tutto vero.

I subappalti per la metro C infiltrati dalle mafie; la nuova banda della Magliana che entra negli affari che contano; i mille consulenti del Comune, i debiti milionari delle municipalizzate; lo scandalo delle tangenti sui filobus. E tanti omicidi. Non è Romanzo Criminale, questa è la Roma vera degli ultimi anni.

Report passa al setaccio le zone grigie di una città aggredita per accaparrarsi il fiume di danaro che la attraversa. L’urbe eterna è piena di debiti, talmente indebitata da dover svendere i gioielli di famiglia. Ad attendere al varco c’è una nuova criminalità.

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È guerra tra il Campidoglio e Milena Gabanelli, conduttrice di Report (Rai 3), dopo la puntata che ieri sera ha messo sul banco degli imputati la “malamministrazione” del sindaco. «Alla Gabanelli solo una risposta: querela per diffamazione e risarcimento danni per le menzogne contro Roma in onda su “Report”». Così, su twitter, il primo cittadino Gianni Alemanno è partito oggi al contrattacco per il lungo servizio che ricostruiva, tra l’altro, l’inchiesta sugli appalti per i filobus e da cui è derivato l’arresto dell’ex ad di Eur spa e amico personale di Alemanno, Riccardo Mancini.

Scelgono twitter per commentare il servizio anche gli avversari di Alemanno per la corsa al Campidoglio, come l’imprenditore Alfio Marchini – «Alemanno disse: “Marchini non l’ho mai conosciuto e per me é un ufo”. Dopo Report rimane uno dei complimenti più belli mai ricevuti. A casa!» – mentre il candidato sindaco del centrosinistra, Ignazio Marino, scrive: «Alemanno ignora Roma mentre soffoca per cemento e illegalità. Cambiamo tutto: trasparenza, stop superstipendi e consulenze ad amici».

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fonte ilsole24ore.com

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FOTOGRAFIA E STORIA – Ecco gli scatti di Robert Capa scomparsi per decenni: il mistero della valigia messicana / PHOTO: The story of the “Mexican Suitcase”

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Ecco gli scatti di Robert Capa scomparsi per decenni: il mistero della valigia messicana

“Sono stati pubblicati gli scatti che Capa consegnò ad un amico prima di lasciare l’Europa per scappare dal regime nazista”

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di Michele Tarantini, pubblicata il 11 Aprile 2013, alle 09:11
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La fotografia, ed in particolar modo il mondo del reportage, sono certamente legati al momento storico in cui sono stati realizzati; esistono casi in cui gli avvenimenti hanno influenzato non solamente il linguaggio fotografico ma anche le vicessitudini delle fotografie vere e proprie, come il caso di cui vi parliamo oggi. Sono infatti stati pubblicati alcuni scatti realizzati intorno agli anni ’30 da Robert Capa, ed andati –quasi- persi per circa cinquant’anni.

Robert Capa, un maestro non solo del reportage ma della fotografia in toto, realizzò infatti una serie di scatti nella Spagna di Franco devastata dalla guerra civile, immagini doppiamente preziose dato che la maggior parte della documentazione fotogiornalistica di quegli anni è concentrata principalmente su quanto stava accadendo nel centro Europa.

Robert Capa, prima di vedersi costretto ad abbandonare il vecchio continente per poter fuggire dal regime nazista, consegnò gli scatti realizzati in Spagna ad un suo amico, Imre Wiess, in modo tale da poterli salvare nel caso gli fosse capitato qualcosa.

Gli scatti furomo poi consegnati da Weiss a terzi e scomparirono per molto tempo. Diversi anni dopo la morte di Robert Capa, il fratello Cornell (fondatore del Centro di Fotografia di New York) è riuscito finalmete a venire in possesso dei negativi perduti. Maggiori informazioni riguardanti la rocambolesca storia di quello che viene chiamato “mexican suitcase” possono essere trovate a questo indirizzo

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fonte fotografidigitali.it

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The Mexican Suitcase trailer

The212BERLIN The212BERLIN

Caricato in data 04/ago/2011

If it were a children’s story, we might ask why they hid themselves for so long.
The Recovered Lost Photographs from the Spanish Civil War: Exile and Memory.

A documentary by Trisha Ziff

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http://museum.icp.org/mexican_suitcase/mexicase_banner8.jpg

The story of the “Mexican Suitcase”

In late December 2007, three small cardboard boxes arrived at the International Center of Photography from Mexico City after a long and mysterious journey. These tattered boxes—the so-called Mexican Suitcase—contained the legendary Spanish Civil War negatives of Robert Capa. Rumors had circulated for years of the survival of the negatives, which had disappeared from Capa’s Paris studio at the beginning of World War II. Cornell Capa, Robert’s brother and the founder of ICP, had diligently tracked down each tale and vigorously sought out the negatives, but to no avail. When, at last, the boxes were opened for the 89-year-old Cornell Capa, they revealed 126 rolls of film—not only by Robert Capa, but also by Gerda Taro and David Seymour (known as “Chim”), three of the major photographers of the Spanish Civil War. Together, these roles of film constitute an inestimable record of photographic innovation and war photography, but also of the great political struggle to determine the course of Spanish history and to turn back the expansion of global fascism.

Taro and Capa

We have determined that the film rolls in the Mexican Suitcase break down roughly into a third each by Chim, Capa, and Taro. Almost all of the film is from the Spanish Civil War, taken between May 1936 and spring 1939. There are two exceptions: two rolls of film by Fred Stein taken in Paris in late 1935, which include both the famous image of http://shopping.icp.org/mexican_suitcase/images/ms_story_stein.jpg” rel=”lytebox[storygallery]“>Gerda Taro at a typewriter and the picture of Taro and Capa at a café, and another two rolls from Capa’s trip to Belgium in May 1939. It is not immediately apparent why these four rolls were packed with the work from Spain.

The Suitcase does not contain a complete collection of any of Capa’s, Taro’s, or Chim’s Spanish Civil War coverage, but includes many of the important stories. From Capa, we see images of destroyed buildings in Madrid, the Battle of Teruel, the Battle of Rio Segre, and the mobilization for the defense of Barcelona in January 1939, as well as the mass exodus of people from Tarragona to Barcelona and the French border. There are several rolls of Capa’s coverage of the French internment camps for Spanish refugees in Argelès-sur-Mer and Barcarès taken in March 1939. We have found Chim’s famous image of the woman nursing a baby during a land reform meeting in Estremadura taken in May 1936, as well as his portraits of Dolores Ibárruri, known as La Pasionaria. There are many images of his coverage of the Basque country and the Battle in Oviedo. From Taro, we have dynamic images of the new People’s Army training in Valencia, the Navacerrada Pass on the Segovia front, and her last photographs taken while covering the Battle of Brunete, where she was killed on July 25, 1937.

Jewish immigrants from Hungary, Germany, and Poland, the three photographers found a home in the culturally open Paris of the early 1930s. Friends and colleagues, they often traveled together in Spain. They published in the major European and American publications covering the war, regularly contributing to Regards, Ce Soir, and Vu, and then Life. Their combined work in Spain constitutes some of the most important visual documentation of the war. These negatives had been considered all but lost until 1995.

Exactly how the negatives reached Mexico City is not yet definitively known. In October 1939, as German forces were approaching Paris, Robert Capa sailed to New York to avoid capture by the Germans and internment as an enemy alien or Communist sympathizer.1 As far as we understand, Capa left all his negatives in his Paris studio at 37 rue Froidevaux, under the supervision of his darkroom manager and fellow photographer Imre “Csiki” Weiss (1911–2006). In a letter dated July 5, 1975, Weiss recalled, “In 1939, when the Germans approached Paris, I put all Bob’s negatives in a rucksack and bicycled it to Bordeaux to try to get it on a ship to Mexico. I met a Chilean in the street and asked him to take my film packages to his consulate for safekeeping. He agreed.”2 Csiki, also a Jewish Hungarian émigré, never made it out of French-controlled territory and was interned in Morocco until 1941, when he was released with the help of both Capa brothers and arrived in Mexico late that year.

Csiki’s 1975 letter may be the earliest known document of the story of the missing negatives. Neither John Morris, a picture editor who first met Capa in New York in 1939 and remained a close friend and colleague until Capa’s death, nor Inge Bondi, who joined the New York Magnum office in 1950 and worked there for twenty years, recalls Capa ever mentioning the missing negatives or expressing any remorse that many of his most famous images of the Spanish Civil War had disappeared.3

In 1979, on the occasion of the inclusion of Capa’s work in the Venice Biennale, Cornell published a call to the photographic community seeking any information on his brother’s lost negatives following the appearance of a text about Capa’s work by John Steinbeck in the French magazine Photo. “In 1940,” Capa wrote, “before the advance of the German army, my brother gave to one of his friends a suitcase full of documents and negatives. En route to Marseilles, he entrusted the suitcase to a former Spanish Civil War soldier, who was to hide it in the cellar of a Latin-American consulate. The story ends here. The suitcase has never been found despite the searches undertaken. Of course a miracle is possible. Anyone who has information regarding the suitcase should contact me and will be blessed in advance.”4 Unfortunately, no new information surfaced. There were discussions of a trip to Chile to seek out the “Latin-American consulate.” There was even a dig in the French countryside following reports that the negatives had been buried there.5 Nothing was found.

As for the suitcase, we now know that at some point it was turned over to General Francisco Aguilar González, the Mexican ambassador to the Vichy government in 1941–42. We do not know when or under what circumstances this happened. It is highly plausible that in the anxious, underground environment of the thousands of Jewish and foreign refugees seeking exit visas out of France in the south, Csiki sensed the danger of his situation and passed the negatives to someone who could either bring them to safety or immediately put them in hiding. Whether Aguilar was the knowing receiver of the negatives or whether he ever had any idea of their significance (or even that he possessed them) is not yet clear. It is perhaps because the value of the negatives was understood that they survived, yet it is also possible that they survived because it was not known what they were and they quietly escaped attention. Aguilar later returned to Mexico City, the negatives presumably packed among his belongings. He died in 1971. The whereabouts of the negatives were never known during Capa’s lifetime.

Robert Capa notebook

In the ensuing years, there have been three other stories of major troves of Capa/Taro/Chim work being found in unexpected locations. In 1970, Carlos Serrano, a Spanish researcher in the Archives nationales in Paris, uncovered eight notebooks of contact prints of negatives made in Spain by Capa, Taro, and Chim. The small notebooks, about 8 x 10 inches, contain some 2,500 tiny images from 1936–39 pasted onto the pages, which functioned basically as contact sheets. These notebooks were produced to show the full coverage of stories to potential editors and to keep track of which images were used by the publications. Some of the images are annotated with consecutive numbers, others with publication information and other markings; some are identified by photographer and some are not. In total, these notebooks are the most personal and comprehensive artifacts of the work by these three photographers. In Capa’s possessions was a similar notebook with images from August 1936 by Capa and Taro. This is now in the collection of the International Center of Photography. The eight other notebooks remain in the Archives nationales in Paris.

The history of the notebooks is also interesting. The record numbers of the notebooks indicate that they are partof a collection from the French Ministry of the Interior and Security of the State, which were entered into the Archives in 1952 without any indication of when or why the material was collected.6 The record numbers of the notebooks fall between the personal papers of Gustav Rengler, arrested by the French police in September 1939, and a folder from the Agence Espagne, the Communist agency in France that distributed news and photographs about the Spanish Civil War, which may have been raided during the same period.7 Richard Whelan, Capa’s biographer, has suggested that since the notebooks were used as a tool to sell pictures, it is possible they had been borrowed by the agency and never returned.

Additional Capa material was found in Paris in 1978. Bernard Matussiere, who lives in Capa’s old studio at 37 rue Froidevaux, discovered 97 negatives, 27 vintage prints, and one contact notebook from China in the attic.8 Matussiere had inherited the apartment from photographer Émile Muller, for whom he had worked as an assistant for eighteen years. Muller not only knew Capa, but was also left in charge of the contents of Capa’s apartment when both Capa and Weiss left Paris in 1939.9 The images found in the messy attic were of Capa’s coverage of the Front Populaire in Paris, the Spanish Civil War, and the Sino-Japanese War. Matussiere made his find public in an article in Photo in June 1983. Following publication, Matussiere turned over the negatives to Cornell Capa.10 The negatives and notebooks are now in the collection at ICP.

In 1979, about 97 photographs of the Spanish Civil War were found in the Swedish Ministry of Foreign Affairs. This collection of prints was part of a case of documents and letters belonging to Juan Negrín, prime minster of Spain’s Second Republic, who lived in exile in France after the civil war until his death in 1956. According to Lennart Petri, the Swedish ambassador to Spain, a small suitcase containing the documents was delivered—we do not know by whom or in what circumstances—to the Legation of Sweden in Vichy. At the end of World War II, this case was sent to the Archives of the Swedish Ministry of Foreign Affairs.11 The documents and letters mostly date from the last months of the war, especially January 1939, and were organized into three sections: documents pertaining to the Ministry of National Defense, documents from other ministries, and general correspondence arranged alphabetically. It is not clear why Negrín had the prints, although there is speculation that Capa actually gave him the prints in 1938 or 1939, possibly for distribution or for an eventual publication or exhibition.12 The images are from August 1936 through January 1938 and are by Capa, Taro, Chim, and the unexpected fourth member of this group of photographers, Fred Stein. The images span the war: Capa’s coverage of the bombing of Madrid in late 1936 and the Battle of Teruel in the winter of 1937, Taro’s of Segovia and Madrid in 1937, and Chim’s photographs of the Basque country. (Included in the group is one of two known vintage prints of The Falling Soldier.) The documents now reside in the Archives of the Spanish Civil War in Salamanca.

Nicholas Silberfaden

The negatives contained in the so called Mexican Suitcase were discovered among General Aguilar’s effects by the Mexican filmmaker Benjamin Tarver, which he inherited after the death of his aunt who was a friend of the General. After seeing an exhibition of Spanish Civil War work by Dutch photojournalist Carel Blazer in Mexico City, Tarver contacted Queens College professor Jerald R. Green in February 1995 seeking advice on how to catalogue the material and make it accessible to the public. “Naturally it would seem prudent to have this material…become an archive available to students and researchers of the Spanish Civil War,” Tarver wrote.13 Green, a friend of Cornell Capa, contacted Cornell and told him of this letter.

Cornell Capa subsequently made numerous attempts to contact Tarver and obtain possession of the film, but, oddly enough, Tarver proved elusive and disinterested. In the fall of 2003, in preparation for the 2007 exhibitions at ICP on the work of Capa and Taro, the late Capa biographer Richard Whelan and chief curator Brian Wallis launched a new effort to return the negatives to Cornell Capa. In early 2007, Wallis enlisted the aid of independent curator and filmmaker Trisha Ziff, based in Mexico City. Ziff first met Tarver in May 2007,14 and over the next several months helped to persuade him that the negatives belonged at ICP with the rest of the Capa and Taro Archives and a large Chim collection. No money was exchanged. On December 19, Ziff arrived at ICP with the Mexican Suitcase. The missing negatives had finally come home.

Cynthia Young
Assistant Curator, The Robert Capa and Cornell Capa Archive
2008

Photo © Nicolas Silberfaden

ICP is also grateful to the help of Alene Davidoff, Karl Katz, and Ben Shneiderman for their help in recovering the Suitcase.

1. His application for accreditation as a photographer to the French Ministry of Foreign Affairs had been denied, as his associations with Communist publications was suspect. By September 1939, 15,000 foreigners living in France had been deported to concentration camps in the south. Among the well-known artists in Mille interned in 1939 were Hans Bellmer, Max Ernst, and Wols.

2. Letter from Csiki Weiss to Cornell Capa, July 5, 1975, Cornell Capa Archives, International Center of Photography, New York. This letter was written in response to the controversy spurred by the publication of Phillip Knightley’s The First Casualty: From the Crimea to Vietnam: The War Correspondent as Hero, Propagandist, and Myth Maker (New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1975), where he suggests that Capa’s Falling Soldier was staged. In the letter, Weiss attests to the fact that Capa shot the negative and certifies its authenticity.

3. Emails and discussions with the author April–May 2008.

4. Photo, no. 143 (August 1979).

5. Email from Jean-Jacques Naudet, editor of Photo, February 28, 2008.

6. Carlos Serrano, Robert Capa: Cuadernos de Guerra en España (1936–1939) (Valencia: Sala Parpallo, 1987), p. 26.

7. Michel Lefebvre, “L’héritier de Robert Capa réclame 4,500 photos à la France,” Le Monde, November 8, 2005.

8. Photo, no. 189 (June 1983).

9. Michel Lefebvre, “Les tribulations de la ‘valise mexicaine’ de Robert Capa,” Le Monde 2, February 9–15, 2008, pp. 24–26.

10. David Markus, “The Capa Cache,” American Photo (October 1983), pp. 90–95.

11. Fotografías de Robert Capa sobre la Guerra Civil española (Madrid: Ediciones el Viso, 1990), p. 11, and Isabel Soto, “A Photographic Legacy from Spain’s Civil War,” New York Times, December 26, 1990.

12. Richard Whelan, This Is War! Robert Capa at Work (New York: International Center of Photography, 2007), p. 87, note 15. Capa photographed Negrín delivering a speech at the farewell ceremony to the International Brigades on October 25, 1938.

13. Letter from Tarver to Green, ICP Archives.

14. See Trisha Ziff’s account of her involvement at www.zonezero.com/magazine/fs_essays.html.

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fonte museum.icp.org

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Finlandia, la radio parla latino. La “lingua morta” racconta l’attualità

Finlandia, la radio parla latino. La "lingua morta" racconta l'attualità

Finlandia, la radio parla latino.
La “lingua morta” racconta l’attualità

C’è l’elezione di Papa Francesco e la sede Petrina vacante, ma anche l’insediamento di Obama e gli esperimenti nucleari in Corea. Sulla radio nazionale finlandese le notizie più importanti, una volta a settimana, vengono lette nella lingua degli antichi romani. E su Internet audio e testi da consultare in ogni momento

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HELSINKI‘Novus papa Franciscus’, ma non solo. Anche ‘Comitia Italiae parlamentaria’ e ‘Corea Septentrionalis contumax’: sono titoli di notizie recenti, ma raccontate in ‘lingua morta’. Accade in Finlandia dove la Radio nazionale, da oltre vent’anni, ha deciso di dedicare al latino un giornale radio, ‘Nuntii latini’.

La rassegna delle notizie più importanti degli ultimi sette giorni, lette nell’antica lingua dei romani, può essere ascoltata sintonizzandosi sulle frequenze radio, scaricata via iPod, ma anche collegandosi al sito Internet dove, oltre, a udire la voce del team di studiosi che segue il progetto, si possono leggere i testi fedelmente tradotti.

AUDIOL’attualità parla latino

Nessuno sa con precisione quanti ascoltatori seguono il programma. “Credo che siano decine di migliaia – spiega Sami Koivisto, giornalista del notiziario – E’ chiaro che il web sta dando linfa nuova a un linguaggio considerato morto”. Il venerdì sera, prima delle notizie principali, la Radio nazionale presenta sei brevi approfondimenti in latino. Nelle ultime settimane si è parlato della crisi a Cipro e dell’elezione di Papa Francesco.

Certo la pronuncia non è proprio perfetta (l’accento nordico è abbastanza marcato), ma il successo riscosso dall’emittente fa pensare che nel mondo gli amanti del latino siano molti di più di quanto non si creda. E sebbene sia ipotizzabile che Cicerone poco capirebbe leggendo o ascoltando ‘De experimentis nuclearibus’, per chi vuole rinfrescare le proprie reminiscenze scolastiche o allenarsi un po’ con le traduzioni, è un esercizio perfetto. (09 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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