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Usa, sermone choc:«Chiudiamo i gay in un recinto e lasciamoli morire»


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Carolina del Nord

Usa, sermone choc:«Chiudiamo i gay in un recinto e lasciamoli morire»

Il pastore battista: «Senza riprodursi si estingueranno». Il video finisce in rete e provoca proteste e manifestazioni

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Il pastore Charles Worley Il pastore Charles Worley

MILANO – Un pastore battista americano provoca reazioni indignate su internet dopo che è apparsa in rete la sua proposta di rinchiudere gli omosessuali in recinti elettrificati come il bestiame e di tenerceli fino alla morte. Il reverendo Charles Worley ha lanciato la sua farneticante proposta il 13 maggio scorso nella chiesa battista di Maiden, una piccola città della Carolina del Nord, lo stato che questo mese ha vietato con un referendum i matrimoni gay.

MORIRANNO TUTTI - Parlando ai fedeli, Worley ha detto: «Costruiamo un grande recinto…mettiamoci dentro tutte le lesbiche e lanciamo dall’alto il cibo. Facciamo lo stesso anche con i gay ma assicuriamoci che le recinzioni siano elettrificate in modo che non possano uscire… dopo pochi anni moriranno, non potendosi riprodurre».

SDEGNO SUL WEB – Il sermone è stato ripreso e il video postato su Youtube, dove ha creato un’ondata di sdegno. Una associazione locale che si batte contro la discriminazione degli omosessuali ha invitato attraverso i social network la popolazione a partecipare ad una manifestazione di protesta, domenica prossima, davanti alla chiesa. «Dobbiamo riempire di gente la strada davanti alla chiesa per dire al mondo che l’odio non è benvenuto nella nostra comunità», si legge in un messaggio postato su Facebook dai «Cittadini della valle di Catawba contro l’odio».

CONTRO OBAMA – Il pastore, che ha ignorato le proteste, ha anche dichiarato che non voterebbe mai per un «assassino di bambini e un amante degli omosessuali», un implicito riferimento al presidente Barack Obama, sostenitore della libertà di aborto e dei matrimoni gay.

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fonte corriere.it

IN USA LA ‘RETE’ LA VOGLIONO KOSHER… – Le comunità ultra-ortodosse scendono in campo contro il «flagello» di Internet

Ma qualcuno, anche tra gli ultra-ortodossi, non è d’accordo…

Is Building a “Kosher Internet” Kosher? At What Point Does a Quest for Tzniut Become an Excuse for Thought Control?

B”H


I can understand that religious people don’t want to see revealing images, as there are a lot of very inappropriate images on the web. However, if they don’t, they should just have a simple program that disables images, right? 

Why do they need to build a whole “kosher internet”?

I would be very suspicious of a whole organization that was deciding what I could and could not view.  I just wouldn’t want to hand over my entire intellectual rights to some “minders” sitting in a drab office under the consultation of some “rabbis.”

This sounds just too close to cult behavior.  

At that point, is it still Judaism?  Don’t we practice a religion that encourages deep thought and intellectual curiosity about the world and provides not answers but discussions regarding how each issue should be handled?  

Isn’t this the tradition that gave us the Talmud?  What is the Great Midrash, but a discussion of difficult issues and how to deal with them in a halachic way?

Isn’t it a supreme oxymoron to say that one must limit knowledge in the name of Judaism?

M

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Le comunità ultra-ortodosse scendono in campo contro il «flagello» di Internet

In 60mila, da tutto il nord est Usa per denunciare i «mali della Rete». Fuori dallo stadio organizzata la protesta contro i leader

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di Andrea Marinelli

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NEW YORK – Domenica sera il Citi Field, stadio dei New York Mets, sarà tutto esaurito. Ad affollare le tribune dell’impianto non saranno però i tifosi della squadra di baseball newyorkese, ma 40.000 ebrei ultraortodossi, arrivati da tutto il nord est degli Stati Uniti per dichiarare guerra a internet e per mettere in guardia i fedeli sui pericoli provocati dalle nuove tecnologie. Mentre i Mets scenderanno in campo a Toronto, nello stadio di Flushing Meadows, nel Queens, non rimbomberà dunque il rumore delle mazze di legno e delle palle di sughero né si sentiranno le voci degli arbitri urlare uno strike, un punto o un’eliminazione. Gli uomini delle comunità ultraortodosse ascolteranno invece in silenzio il monito degli organizzatori della manifestazione, il gruppo rabbinico Ichud Hakehillos Letohar Hamachane sostenuto da due importanti figure locali, Israel Portugal, rabbino di Borough Park, e Matisyahu Salomon, influente leader religioso di Lakewood, in New Jersey.

ONLINE MA CHE SIA «KOSHER» – I coordinatori dell’evento, che nel programma dell’iniziativa hanno definito internet un “flagello”, lanceranno dal Queens una campagna contro il web e denunceranno “il male della rete”, costituito non solo dalla pornografia ma anche dal tempo speso sui social network intaccando i rapporti sociali e familiari. Organizzata alla vigilia del primo giorno del mese ebraico di Sivan, giorno considerato favorevole all’apprendimento dei giovani, la manifestazione ha l’obiettivo di salvare le generazioni future dalle cosiddette malattie sociali e dall’esposizione al mondo laico, portati dalla tecnologia e dal web. Fin dagli anni novanta, quando internet cominciò a diffondersi, le comunità ultraortodosse hanno provato a proibire o filtrare la rete per proteggere regole e tradizioni messe in pericolo dal mondo moderno. Questa sera gli organizzatori cercheranno quindi una soluzione per mantenere kosher il tempo passato online.

ASSUEFAZIONE AL WEB – Durante la serata non si parlerà però di proibire internet, come ha voluto puntualizzare ad alcuni quotidiani americani Eytan Kobre, avvocato e portavoce degli organizzatori. Gli speaker si focalizzeranno piuttosto sui pericoli che una rete non controllata potrebbe rappresentare per la comunità, rischi che non vengono solo dalla pornografia ma anche dall’assuefazione al web che limiterebbe rapporti umani, studio e lettura. Kobre ha specificato inoltre che i membri della comunità usano sì internet e smartphone, ma per lavorare e gestire le proprie attività commerciali.

DIRETTA TV PER LE DONNE – L’evento ha richiamato una folla oceanica dalle comunità di Brooklyn, le principali del paese, e dal resto della east coast americana. Oltre al Citi Field è stato affittato anche l’adiacente Arthur Ashe Stadium, dove si disputano gli US Open di tennis, che verrà gremito da altre 20.000 persone. Tutti uomini, visto che la manifestazione a causa delle rigide regole religiose è vietata alle donne, che potranno però assistere a una diretta video nelle scuole di Borough Park e Flatbush, quartieri di Brooklyn popolati dai gruppi ultraortodossi.

UN MILIONE E MEZZO DI DOLLARI - L’organizzazione è costata circa un milione e mezzo di dollari, mentre i biglietti sono stati venduti a 10 dollari l’uno. Nonostante il tutto esaurito però è ancora possibile trovare tagliandi per assistere alla manifestazione, ma al triplo del prezzo e, paradossalmente, su eBay.

LA CONTESTAZIONE - I 60.000 di Flushing Meadows non saranno però soli questa sera. Fuori dagli stadi è stato infatti indetto un raduno per protestare contro i leader ultraortodossi, denominato «Internet non è il problema». Il rally è stato annunciato da Footsteps, organizzazione che fornisce sostegno a tutti coloro che hanno lasciato le comunità ultraortodosse e che devono affrontare le conseguenze della propria scelta, a cominciare dall’ostracismo delle famiglie. La manifestazione di Footsteps proverà a dimostrare che il problema delle comunità non è internet, quanto piuttosto l’atteggiamento sdegnato con cui sono stati insabbiati e coperti i numerosi casi di abusi sessuali su minori venuti a galla a Brooklyn negli ultimi anni.

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fonte corriere.it

TRIESTE – Ucraina suicida in commissariato: il vicequestore (dalle tendenze ‘fasciste’) indagato per omicidio colposo e sequestro di persona

http://www.ilmanifesto.it/typo3temp/pics/74bdc8ebbb.jpg

TRIESTE

Suicidio in commissariato
vicequestore “fascista” in congedo

Il questore di Trieste Giuseppe Padulano: “Sconvolto per il suicidio di Alina, questa non è la questura degli orrori. Se ci sono profili di illegittimità nella nostra azione ce ne prenderemo la responsabilità”

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di Cinzia Gubbini

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«Se ci sono profili di illegittimità nella nostra azione, ce ne prenderemo la responsabilità. Ma non si dica che questa è la questura degli orrori, perché non è vero. E lo dimostrano gli attestati di stima che stiamo ricevendo in queste ore difficili». Giuseppe Padulano, questore di Trieste, con una lunga esperienza «sul campo» – è stato dirigente tra le altre cose della squadra mobile della stessa città e della polizia di frontiera – non si tira indietro di fronte alle domande sullo scandalo sollevato dall’inchiesta che vede coinvolto il dirigente dell’ufficio immigrazione, Carlo Baffi, indagato per sequestro di persona e omicidio colposo. Una ragazza ucraina, Bonar Diachuk, si è suicidata il 16 aprile scorso nei locali del commissariato di villa Opicina.

Ne è scaturita un’indagine, condotta dal pm Massimo De Bortoli, che lascia intravedere una pratica sistematica di detenzioni illegali all’interno del commissariato, e un profilo del vicequestore Baffi a dir poco inquietante. A casa sua sono stati trovati vari testi antisemiti, dal classico Mein Kampf a «Come riconoscere un ebreo». Curiosità intellettuale? O, come ha detto l’Associazione nazionale dei funzionari di polizia, una normale libreria per chi ha lavorato nella Digos? Sarà, ma Baffi li leggeva all’ombra del busto e dei poster del Duce che sfoggiava come arredo. E si fosse limitato a farlo in privato. Il fermacarte del suo ufficio pare fosse un oggettino per amatori – sempre il Duce – ed è stata trovata una targa con su scritto «ufficio epurazione», invece di ufficio immigrazione. Nessuno l’ha mai vista? «Ma figurarsi se era appesa – dice il questore – posso assicurare che è stata trovata ben chiusa in un cassetto». E di Baffi, nessuno conosceva queste sue simpatie, forse non adatte a chi dirige un ufficio così delicato come quello dell’immigrazione? «I profili che sono emersi saranno oggetto di una attenta analisi interna», assicura il questore.

Il vicequestore indagato al momento «è in congedo», e a dirigere l’ufficio è stato mandato il capo di gabinetto di Padulano. Come dire, un uomo di fiducia in un momento difficile perché, come si può immaginare, la vicenda ha scatenato un putiferio. Al di là del «personaggio» Baffi, il suicidio della ragazza ucraina sta portando alla luce un altro lato «oscuro» del commissariato. Alina aveva patteggiato una pena il 13 aprile, ed era stata scarcerata il 14, un sabato. Il suo avvocato le aveva spiegato che sarebbe stata lasciata libera anche se avrebbe ricevuto un decreto di espulsione perché nel fine settimana non ci sono i tempi tecnici per la sentenza del giudice di pace e il decreto prefettizio. Invece la ragazza è stata prelevata da una volante della polizia, portata in commissariato, e lì rinchiusa in attesa del lunedì. Uno zelo non richiesto, lesivo della libertà personale poiché per essere detenuti è necessario un vaglio giurisdizionale. Ora all’esame della Procura ci sono i fascicoli di altri 49 immigrati trattenuti negli ultimi sei mesi a villa Opicina. «Lavoriamo con grande fatica, abbiamo a che fare con leggi complicatissime sull’immigrazione, cerchiamo di fare del nostro meglio. E chi a Trieste lavora al fianco degli immigrati lo sa – si difende Padulano – ci siamo mossi sempre rispettando la dignità di tutti. Anche nel caso, molto complesso, della ragazza che si è suicidata. È la cosa che mi colpisce di più come persona. Se ci sono profili di illegittimità nel nostro comportamento, ci prenderemo la responsabilità. Ora vogliamo solo collaborare con la Procura. Sono sicuro che riusciremo a chiarire tutto».

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fonte ilmanifesto.it

MOSCA – In manette le Pussy Riot, band punk anti Putin / VIDEI

http://www.leggo.it/LeggoNews/PANORAMA/20120316_pussy_riot_5.jpg

In manette le Pussy Riot, band punk anti Putin

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Venerdì 16 Marzo 2012 – 13:54

MOSCA – Adesso è chiaro a tutti: il punk a Putin non piace. Non che ci sia molto da ridere se in un paese che vuole definirsi civile si adottano ancora metodi da Kgb. Quelli utilizzati dalla polizia Russa per la repressione, dei decisi contorni antidemocratici, contro le Pussy Riot, rock band salita agli altari della cronaca per aver intonato, lo scorso 21 febbraio, una preghiera punk all’interno della Cattedrale di Mosca: “Dio ci salvi da Putin”. La polizia russa ha arrestato una terza cantante del gruppo.

Irina Loktyeva era stata convocata come testimone e durante l’interrogatorio le è stato comunicato il fermo come persona sospetta di atti vandalici, ha reso noto il suo avvocato, Nikolai Polozov alle agenzie russe. Alla vigilia delle elezioni presidenziali erano state arrestate Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alyokhina, a cui è stata negata la libertà su cauzione: rimarranno in carcere, dove hanno iniziato uno sciopero della fame, almeno fino al 24 aprile. Le Pussy Riot hanno iniziato a esibirsi in luoghi simbolici del potere che contestano, vestite in abiti corti e passamontagna colorate. Sono diventate celebri con un video pubblicato su Youtube di una loro esibizione, anche questa di pochi minuti prima dell’intervento delle forze dell’ordine, sulla Piazza rossa in cui hanno cantato «Putin ha paura». Fanno parte del collettivo dieci-venti ragazze.

«Non volevamo insultare i credenti, abbiamo protestato contro il Patriarca che ha invitato i cristiani a non andare alle manifestazioni negando loro il diritto di partecipare alla vita politica», ha spiegato una delle componenti della band in una intervista al quotidiano Moscow news. Fra le 5.700 persone che hanno sottoscritto la petizione in cui si chiede al Patriarca di sostenere la scarcerazione delle donne, vi sono 23 preti ortodossi e 1.955 persone che si professano credenti.

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fonte articolo

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Pussy Riot Punk Prayer Anti Putin FREE

Caricato da in data 09/mar/2012

Stories and News: http://betweentwosouths.blogspot.com
Storie e Notizie: http://alessandroghebreigziabiher.blogspot.com

Picchetti a favore della liberazione delle Pussy Riot

Caricato da in data 14/mar/2012

Mosca 8,3,2012
Una serie di picchetti di fronte alla polizia di Mosca in difesa della punk-femminista, che sono stati arrestati per un concerto AntiPutin nella Cattedrale di Cristo Salvatore
FonteVideo SvobodaRadio youtube

PUSSY RIOT – Aggressione ai picchetti

Caricato da in data 14/mar/2012

Mosca, 14 marzo 2012
Una serie di picchetti di fronte alla polizia di Mosca in difesa delle punk-femminista, che sono state arrestate per un concerto AntiPutin nella Cattedrale di Cristo Salvatore.
I sostenitori della comunità ortodossa hanno tentato di interrompere i picchetti a sostegno delle pussyriot .
FonteVideo:
SvobodaRadio youtube

Lega attacca Fini per critiche a moglie di Bossi. Botte alla Camera, seduta sospesa

Lega attacca Fini per critiche a moglie Bossi. Botte alla Camera, seduta sospesa

Calderoli: situazione inaccettabile. Cicchitto: andremo al Quirinale. Pd, Idv e Udc difendono il presidente / Video


La rissa tra Barbaro, a sinistra, e Rainieri (Giuseppe Lami – Ansa)

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ROMA – Bagarre nell’aula della Camera dove sono venuti alle mani deputati di Lega e Fli. La vicepresidente Rosy Bindi ha sospeso la seduta. E’ accaduto mentre stava per intervenire Italo Bocchino, dopo un durissimo attacco del capogruppo della Lega Marco Reguzzoni a Gianfranco Fini. Malgrado la sospensione, in Aula sono continuate le urla e le tensioni. La vicepresidente Rosy Bindi ha chiesto «scusa» ad alcuni ragazzi che assistevano ai lavori dalla tribuna del pubblico «per lo spettacolo non edificante a cui hanno assistito».

Reguzzoni ha stigmatizzato le parole di Fini ieri a Ballarò, soprattutto il passaggio sulla pensione baby di Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi. A quel punto è partito dai banchi della Lega il coro “dimissioni-dimissioni” rivolto al presidente della Camera.

Reguzzoni ha attaccato duro: «La Lega è una forza pacifica e responsabile, ma non tollera soprusi nè ingiustizie. È inopportuno che il presidente Fini si faccia partecipe di dibattiti con valutazioni politiche. Uno che fa politica non può sedere sul seggio più alto della Camera». Reguzzoni denuncia la «caduta di stile di Fini nel coinvolgere la moglie di un ministro, di un nostro ministro, offendendo tutti quelli che hanno pensioni in regola con le leggi, giuste o in giuste che siano, in vigore quando sono andati in pensione». Reguzzoni si riferisce al caso della moglie di Bossi, citata da Fini a Ballarò come baby pensionata a 39 anni. «Quando vigevano quelle leggi la Lega non era in Parlamento; Fini invece sì e non ha fato nulla per eliminarle. Da Fini – dice ancora Reguzzoni – c’è stata una caduta di stile per un movimento sempre rispettoso, mai sceso nel gossip, che mai ha fatto il nome di Fini che invece nel gossip c’è scesa eccome». E infine, Reguzzoni condanna il fatto che «un movimento politico, Fli, che mai candidato alle elezioni, ha il nome di Fini nel simbolo. E questo è inaccettabile».

Due deputati di Fli e Lega sono venuti alle mani. I commessi si sono frapposti, ma sono comunque volate le botte, in particolare tra Claudio Barbaro di Fli e Fabio Rainieri.

La seduta è ripresa con la presidenza assunta da Fini, accolto di nuovo dal coro della Lega “dimissioni, dimissioni”. Fini ha sorriso, chiedendo se qualche deputato avesse intenzione di intervenire sulla questione sollevata da Reguzzoni. Ha quindi preso la parola Bocchino, che stava intervenendo prima della sospensione, e ha chiesto la parola anche il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto.

«Gianfranco Fini ha il diritto, dovere di partecipare al dibattito politico mentre le priorità del paese sono altre, rappresentate dalla paralisi del parlamento perchè la maggioranza non è in condizioni di votare nulla. Guardate ad altre alte cariche istituzionali, per le quali emergono problemi più seri- ha detto Bocchino – Mentre Reguzzoni poneva un problema politico di piccolo cabotaggio il portavoce della Commissione europea affermava di attendere ancora decisioni da parte dell’Italia entro le 18 di stasera con misure concrete e un calendario certo. Questi sono i veri problemi con un governo che non riesce a mettere a punto misure concrete mentre qualcuno nega (a Fini) il diritto di partecipare al dibattito come invece vanno i vicepresidenti della Camera Maurizio Lupi e Rosy Bindi senza che nessuno glielo contesti».

Cicchitto: «Il nostro gruppo ha intenzione di investire la massima carica dello Stato della situazione di difficoltà drammatica dell’istituzione parlamentare determinata dal suo comportamento», ha annunciato Cicchitto, rivolto a Gianfranco Fini.

«Il presidente della Camera va valutato solo per il modo in cui presiede i lavori - ha detto capogruppo del Pd, Dario Franceschini – Non è la prima volta che un presidente della Camera sia anche un leader politico».

«Stendiamo un velo pietoso sulle contestazioni leghiste a Fini. In un paese normale la critica al presidente della Camera, terza carica dello Stato, che partecipa ad un dibattito televisivo politico sarebbe stata legittima, ma in questa situazione è semplicemente assurda – dice il capogruppo Idv Massimo Donadi – Tanto più che proviene da una forza politica il cui leader (e ministro) offende ogni giorno lo Stato, la Costituzione ed il Tricolore, si esprime col turpiloquio o, peggio, alzando il dito medio, minaccia la secessione e la rivolta. Comportamenti che, insieme a quelli altrettanto gravi di Berlusconi, hanno contribuito non poco al degrado politico e istituzionale dell’Italia. Solo quando Bossi e Berlusconi si saranno dimessi dai rispettivi incarichi la Lega avrà la legittimità politica per chiedere il rispetto del galateo istituzionale».

«Il comportamento del presidente della Camera è sempre stato improntato alla correttezza e questo in questo momento politico basta e avanza – ha detto il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini – Non c’è stato un solo atto da parte di Fini che non sia stato improntato alla correttezza istituzionale. Fini è soggetto politico, partecipa al dibattito e quindi viene anche attaccato. Di che stiamo parlando? I giornali parlano oggi di un accordo che sarebbe stato raggiunto tra Bossi e Berlusconi che riguarda però norme che sono già leggi dello Stato. Quindi di fatto è stata buttata la palla in tribuna… E noi che facciamo? Parliamo di trasmissioni tv? Attenzione, perché siamo su un crinale davvero pericoloso… Dare lezioni di deontologia venendo da certe esperienze e dopo aver assunto certi comportamenti è davvero difficile…».

«Non vi sembra più opportuno, colleghi di maggioranza, chiedere le dimissioni di chi ha portato l’Italia ad essere lo zimbello del mondo piuttosto che quelle del presidente della Camera?», dice Santo Versace, che non ha votato la fiducia al governo Berlusconi. Per lui, un coro a base di «buffone» e «voltagabbana» dai banchi del Pdl e della Lega.

Ci sono «episodi che hanno intaccato il ruolo di super partes» del presidente della Camera, ha sottolineato SIlvano Moffa, capogruppo di Popolo e territorio. A questo proposito ha ricordato «la composizione della Giunta del Regolamento e la decisione quando si è impedito di andare avanti nell’esame del rendiconto dopo la bocciatura dell’articolo uno». Da Moffa è arrivato un affondo contro Fini che, ha sostenuto, «ha svenduto la sua anima di destra a Vendola». Moffa è stato attaccato sonoramente da Fli al grido di «venduto», «buffone», «mercenario».

«Ho ascoltato tutti quelli che sono intervenuti. Si è trattato di osservazioni di carattere squisitamente politico che come tali meritano tutte uguale rispetto. Non è questa la sede per rispondere politicamente; finirei con il confermare quella accusa di partigianeria che mi viene mossa e che a mio avviso è insussistente. Saranno altre le sedi in cui, se lo riterrò, eserciterò il diritto di replica», ha detto Fini al termine del dibattito aggiornando la seduta alle 15. Qualcuno dai banchi della Lega ha sentenziato acidamente «sì, a Telemontecarlo…».

Quando il presidente Fini ha sospeso la seduta, il leghista Rainieri, che aveva avuto un uno scontro con Barbaro, è uscito dall’aula con la camicia sbottonata e rosso in volto. Quattro commessi sono intervenuti per circondarlo. Prima lo hanno portato in un corridoio laterale e poi lo hanno scortato fino al ristorante della Camera. In Transatlantico un capannello di deputati leghisti ha circondato il capogruppo di Fli, Benedetto Della Vedova, per chiedere le scuse formali di Barbaro per aver tentato di aggredire Rainieri in aula.

«Oggettivamente la situazione non è più accettabile. Lo dico da coordinatore di partito, come ministro non mi esprimo – ha detto Roberto Calderoli – Il governo non può esprimersi su questioni del Parlamento. Però, oggettivamente c’è un ramo del Parlamento che funziona come un violino e un ramo che non funziona affatto. Personalmente mi hanno insegnato che il pesce puzza sempre dalla testa».

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Mercoledì 26 Ottobre 2011 – 12:27    Ultimo aggiornamento: 13:58

fonte:  http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=167782&sez=ITALIA

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COSA E’ LA CRISI? LEGGETE QUESTO SAGGIO
(clicca sull’immagine per scaricare il Pdf)

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Scrive una fotografa italiana: “Presidente Napolitano, perché mi proibiscono di visitare Gerusalemme?”

PRESIDENTE NAPOLITANO, PERCHE’ MI PROIBISCONO DI VISITARE GERUSALEMME?

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La fotografa italiana Fatima Abbadi scrive al capo dello stato per raccontare la sua disavventura all’arrivo all’aeroporto di Tel Aviv. Interrogata per ore e infine espulsa senza alcun motivo. Una esperienza che ogni giorno vivono tanti altri viaggiatori in arrivo allo scalo israeliano.

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Roma, 25 ottobre 2011, Nena News – Caro Presidente, mi chiamo Fatima Abbadi, ho 33 anni, e sono una cittadina italiana. Scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile.
Sono nata in una terra straniera, negli Emirati Arabi Uniti, da padre arabo (Giordano) e madre Italiana, dove ho trascorso quasi tutta la mia infanzia, frequentando una scuola indiana. A quindici anni mi sono trasferita in Giordania dove ho terminato gli studi secondari in una scuola araba/americana. In queste terre straniere multi-culturali ho imparato il valore e l’importanza che la conoscenza di diverse culture può avere nella crescita e nell’educazione dell’individuo, creando in me un bagaglio culturale di inestimabile valore.

Una volta arrivata in Italia per gli studi universitari, è iniziata una ricerca culturale per capire al meglio le mie radici arabe ed europee, per scoprire il nesso tra occidente e medioriente. Ho scelto la fotografia come linguaggio di espressione e l’essere femminile come strumento di approccio per comunicare con gli altri. Non giudico la mia fotografia: lascio che ognuno sia in grado di cogliere da essa il mio messaggio.Ho sempre cercato di evidenziare la “bellezza” dell’essere umano, la sua essenza, la pace, l’amore, la tristezza, il dolore, la nascita e la gioia. Da 5 anni questa ricerca è diventata “progetto”, che mi ha portato a viaggiare in molti Paesi. La prima parte di questo progetto di ricerca umana/filosofica si è conclusa proprio all’inizio di quest’anno, con una prima raccolta di opere denominata “Women Through my Lens”, che è stata presentata ed esposta ad Amman (Giordania), città natale di mio padre.

Questo mio progetto mi ha portato a scegliere come meta di viaggio per le ferie estive di quest’anno “Gerusalemme”. Avevo scelto questa città perché, in primis, è un pilastro fondamentale per la mia fede (musulmana), ed è la città delle 3 più grandi Religioni monoteiste.

Ero alla ricerca dello “spirito” che da sempre lega l’uomo con il Divino.

Ero alla ricerca delle miei radici.

Gerusalemme è la culla delle civiltà, a livello storico, linguistico, culturale e perché no, anche culinario.

Volevo capire meglio e da vicino la religione ebraica.

Volevo scoprire le usanze e i costumi che le donne tramandano da generazioni in generazioni. Non ho preferenze di razza, colore o etnia. Il mio cammino mi porta a non avere barriere, pregiudizi o ad ettichettare qualcuno. La mia ricerca era mirata a tutte le donne in Terra Santa perché io credo nell’essere femminile, nel fatto che siamo tutte ambasciatrici di cultura ed educazione.

Volevo cercare di comprendere il perché di questi eterni conflitti che dissacrano questa città sin da tempi remoti. Credo anche nella umanità delle persone e sono convinta che pure nel dolore, nella sofferenza e nella cattiveria di una guerra, si possa trovare tanto amore da donare

Non mi spaventava questo viaggio.

Sono partita da Venezia il 26 agosto 2011, volo Alitalia 1464 delle 08.00, scalo Roma Fiumicino, per poi prendere il volo Alitalia 812 delle 11.35 che mi avrebbe portato a Tel Aviv alle 15.55, ora locale. Durante il mio viaggio, tutta una serie di riflessioni su questa nuova terra, per me straniera. Ero entusiasta. Continuavo a ripetermi una frase letta in un libro di Fatema Mernissi: “Le parole della nonna Jasmina: viaggiare non è un’occasione di spasso, ma di apprendimento. Passare frontiere, superare la paura dello straniero, fare lo sforzo di comprendoerlo, è decisamente un modo meraviglioso di arricchirci. Ci permette di capire chi siamo, e come la nostra vita ci tratta.“[1], che mi incoraggiava e mi caricava tantissimo. Mi ero fatto una scaletta di luoghi da visitare, di cibi da provare, speravo in storie da ascoltare e di poter narrare qualcosa del mio Paese, l’Italia.

Era un sogno che si stava realizzando e che da tanto portavo nel mio cuore.

Atterrata a Tel Aviv attorno le 16:30, al Controllo Passaporti mi vengono fatte tutta una serie di domande, tra le quali il nome di mio padre e di mio nonno paterno, e mi viene chiesto di accomodarmi in una sala d’attesa adiacente. In questa sala cerano tanti altri ragazzi chiaramente di origini arabe.

Uno ad uno venivano chiamati, intervistati e lasciati andare. Rimango da sola in questa stanza ed  attorno le 18:00 vengo chiamata, per ultima, e fatta accomodare in una nuova stanza con alcune persone. Mi viene ordinato di scrivere i miei contatti (telefonici, posta elettronica, indirizzo di residenza) in Italia ed inizia una ulteriore serie di domande sul mio soggiorno, in particolare il motivo del mio viaggio in Gerusalemme. Spiego che sono lì per motivi religiosi, per vedere la Terra Santa, da turista e per scattare qualche fotografia.

Mi è stato chiesto di che religione ero e il “grado di credo”. Non comprendendo appieno la domanda ho loro detto di essere di religione musulmana, come si dice “moderata”, e che i miei genitori sono di due religioni diverse.

Mi è stato chiesto dove avrei soggiornato e ho loro risposto che non avevo ancora prenotato il luogo, in quanto avevo con me una lista di ostelli ed un convento di suore e che avrei deciso solo dopo aver visionato il posto. Nel peggiore delle ipotesi avevo una amica conosciuta tramite un social network, che scrive per una rivista italiana on-line, che mi avrebbe ospitato in caso di problemi.

Tutto questo in stile “interrogatorio” con toni bruschi, urla, minacce di essere picchiata od imprigionata se avessi mentito.

L’intervista (chiamiamola comunque così) è durata circa due ore. In questo lasso di tempo sono stata accusata di essere bugiarda e di non voler collaborare (collaborare a cosa? Sono accusata?).

Ad un certo punto mi è stato intimato di accedere a tutti gli account di posta elettronica e di Social Network ai quali sono iscritta, senza possibilità di rifiuto (Facebook – Twitter – Gmail).

Da intervista siamo passati a una minuziosa ispezione di tutto quanto fosse il mio mondo, pubblico e privato: su Facebook hanno sfogliato tutti i messaggi scambiati con gli amici e familiari, le fotografie pubbliche e quelle condivise  con pochi intimi, con relative prese in giro, risa, burla ed insinuazioni. Una violazione della mia intimità. Violenza psicologica.

Dopodiché è iniziato un vero e proprio incubo: nello scorrere la lista di amici hanno notato ragazzi palestinesi, ignorando ovviamente i pochi ma pur presenti israeliani e di religione ebraica. Inoltre hanno visto tra la lista di amici anche il nome di Vittorio Arrigoni, che mi aveva inserito nella sua lista qualche settimana prima della sua prematura ed inaspettata morte. Ho chiesto la sua amicizia in quanto il suo messaggio di pace, “Restiamo Umani”, è per me la base dei rapporti umanitari. Nemmeno da morto ha ricevuto il giusto rispetto, trattato da assassino. Ed io sono diventata terrorista. Hanno insinuato che io fossi affiliata a movimenti attivisti o contro Israele. Non hanno dato peso a tutti i miei messaggi di pace su quelle stesse pagine che mi hanno ingustamente ed inspiegabilmente “incriminata”. D’altronde io non collaboravo, dicevano. Continuavo a spiegare il mio amore per la cultura, lo scopo del mio viaggio. Ero lì per esaudire un mio sogno, ero lì per uno scambio culturale: ho ricevuto odio e rabbia. Spesso cedevo ai loro metodi intimidatori e brutali ed alle loro minacce, ho pianto molto per paura, continua umiliazione e a volte per disperazione. E più cedevo più venivo assalita; sono stata forzata a leggere ad alta voce mentre piangevo poesie d’amore a me rivolte, brani in lingua araba, derisa e minacciata.

Ho cercato di comprendere i motivi di tanto accanimento, ho chiesto loro di leggere le mie interviste online, di controllare i miei lavori fotografici, per dimostrare loro che non sono una “minaccia”: minaccia per cosa poi, non lo so ancora.

Non avevo più niente se non vestiti ed il denaro che mi hanno lasciato, sequestrandomi tutto il resto. Avevo paura. Paura di essere picchiata. Paura di non tornare a casa.

Al termine dell’interrogatorio sono stata portata senza motivo nell’edificio detentivo aeroportuale e chiusa in una cella, priva di ogni cognizione di igiene, in condizioni inumane: i corridoi e la stanza dovo sono stata rinchiusa con altre 9 donne erano illuminate solo dalla luce della luna, un odore indescrivibile di marcio e di sporco, quasi soffocante. Sedie e letti incrostati di sporco, di luridume di anni ed anni. Nel terrore. Non penso di aver mai pianto così tanto in vita mia.

Ma nei momenti più bui del mio “soggiorno” a Tel Aviv, io, abituata a cercare a credere sempre nel “Restiamo Umani”, grande insegnamento di Vittorio, sono riuscita ugualmente a trovare cose positive: 3 episodi, piccoli gesti di solidarietà, conforto e sostegno.

Un’agente, che mi suggeriva per il bene della mia salute, di bere dell’acqua poiché mi stavo disidratando a causa del pianto;

una coppia di americani di religione ebraico ortodossa incontrati in una pausa del mio interrogatorio, che raccontandomi lo loro analoga avventura subita in un altro paese, maltrattati ed umiliati come io lo ero stata in quel momento, mi hanno dato forza, ricordandomi di rimanere umana, con la speranza che un giorno la gente la smetta di condannarsi reciprocamente per motivi etnici o religiosi;

e durante il controllo del mio bagaglio, quando un’agente ha visto che l’intera valigia era piena di giocattoli e vestiti per bambini, dopo avermi chiesto perché ed ascoltato la mia risposta “Se il mio percorso in Gerusalemme mi porterà ad incontrare bambini bisognosi o malati, siano arabi od israeliani, musulmani, cattolici od ebrei, ho pensato di portare in dono sorrisi ed un biriciolo di felicità a chi non la riceve quotidianamente”, mi dice che è dispiaciuta di quello che ho subito e che ci vorrebbero più persone come me.

Ma non sono una minaccia, una terrorista?

La mattina successiva, il 27 Agosto alle 05.00 del mattino mi hanno fatta uscire di cella, caricato sull’aereo in partenza per Roma, dove sono stata “accolta” e “scortata” nell’ufficio di polizia aeroportuale di Fiumicino, dove mi è stato riconsegnato il passaporto con un timbro a doppia barra: “Accesso Negato”. Un timbro non meritato, una libertà negata: una condanna a vita per una cittadina onesta, che era giunta in Terra Santa per conoscere le proprie origini, per portare le propria cultura ed arricchirsi della “loro”, un’ambasciatrice di umanità e di solidarietà per i bisognosi, l’insegnamento di Gesù.

Urla, minacce, incomprensioni, pregiudizi sulle mie origini “ARABE”, nella terra di Israele, terra di grandi popoli, storia e grande democrazia

Avrei dovuto rimanere in Israele per 16 giorni. L’incubo è durato 16 ore. Il responso a pagina 16 del mio passaporto.

Alle 08.00 ero nuovamente in Italia, grazie all’encomiabile e rapido aiuto delle Istituzioni Italiane che tanto e bene hanno operato per farmi uscire da questa situazione assurda, surreale, senza che niente di peggio mi potesse accadere.

Questa lettera per capire il motivo di questo “Accesso Negato”, di questo accanimento, di questa umiliazione.

Ancora non so il perché.

Fatima Abbadi

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fonte:  http://nena-news.globalist.it/?p=13824

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COSA E’ LA CRISI? LEGGETE QUESTO SAGGIO
(clicca sull’immagine per scaricare il Pdf)

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ELEZIONI – Svizzera, vince la destra populista. Vola la Lega ticinese anti-italiana

ELEZIONI


fonte immagine

Svizzera, vince la destra populista
Vola la Lega ticinese anti-italiana

L’Udc perde 7 seggi ma si conferma primo partito con il 27% dei voti al Consiglio nazionale. Nel cantone di lingua italiana trionfa il partito del “discepolo” di Bossi Giuliano Bignasca: premiata la sua campagna contro i lavoratori frontalieri

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di FRANCO ZANTONELLI

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Svizzera, vince la destra populista Vola la Lega ticinese anti-italiana Giuliano Bignasca, leader della Lega dei Ticinesi

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Si sono confermati primo partito svizzero, tappezzando il paese con cartelloni che dicevano “stop all’immigrazione di massa” e spendendo, grazie anche al proprio leader carismatico, il miliardario 70 enne Christoph  Blocher, il doppio degli altri partiti, ovvero l’equivalente di 7 milioni di euro. L’Udc, l’Unione Democratica di Centro, sfiora il 27 per cento dei voti al Consiglio Nazionale, l’equivalente della Camera dei Deputati italiana e, pur perdendo 7 seggi, lascia il secondo partito, quello socialista, al 18,9 per cento.

Un risultato che, nel Canton Ticino, è ancora più evidente, in quanto l’Udc, alleatasi con la Lega dei Ticinesi, con una campagna anti-lavoratori frontalieri italiani, ha portato la destra populista al 27,2 per cento, ovvero a diventare la prima formazione politica di questo angolo di Svizzera, situata al confine con l’Italia. “Tutto come previsto, i ticinesi hanno detto chiaramente di aver paura dell’Europa e di voler bocciare anche l’apertura delle frontiere”, il commento del leader leghista, Giuliano Bignasca. Il quale ama farsi ritrarre a tu per tu con Umberto Bossi, pur lanciando, quotidianamente, dai suoi giornali gratuiti, strali e contumelie contro i 40 mila concittadini del Senatur che ogni giorno attraversano la frontiera per recarsi a lavorare nel Canton Ticino. Nel mirino di Bignasca c’è, pure, Giulio Tremonti, spesso definito “fascetto”, al quale il presidente leghista, facendosi abilmente interprete dei sentimenti dei banchieri ticinesi, non perdona i ripetuti scudi fiscali ed i frequenti attacchi al segreto bancario svizzero.

Ancora più espliciti i sentimenti anti-italiani del sodale di Bignasca in queste elezioni, il presidente dell’Udc locale, Pierre Rusconi. Inscenando una campagna elettorale che equipara i frontalieri italiani e il solito Giulio Tremonti a dei ratti, Rusconi è riuscito a spianarsi la strada per un seggio al Consiglio Nazionale. “Aspettavamo questo momento da 90 anni”, ha detto commosso, in televisione, a risultati elettorali acquisiti.

Stessa musica a Ginevra dove Mauro Poggia, del Mouvement Citoyens Genevois, sempre battendo il tasto dei frontalieri, questa volta di quelli francesi, che portano via il lavoro agli svizzeri, ha raggiunto Rusconi in Parlamento, sottraendo un seggio ai socialisti. Poggia, oltretutto, ha la doppia nazionalità, svizzera e italiana tanto che nel 2008 si presentò candidato al Senato nell’Udc di Casini.

Se, alla luce di questi risultati, il leader carismatico della destra svizzera, Christoph Blocher, può ritenere di aver seminato con successo negli oltre 20 anni di politica isolazionista condotta alla guida della sua Udc, queste elezioni finiscono per dargli un dispiacere. A Zurigo era candidato al Consiglio degli Stati, il Senato elvetico, ma è arrivato solo terzo. Gli toccherà partecipare al ballottaggio, previsto in novembre, per sperare di venire eletto.

Insomma da questa tornata elettorale esce il ritratto di una Svizzera sempre più moderata e conservatrice. Basti pensare al successo dei Verdi Liberali, che coniugano le ragioni dell’economia con quelle dell’ecologia. Ottengono 12 seggi, a scapito dei Verdi tradizionali che erano dati in forte crescita per l’effetto Fukushima.
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23 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/23/news/svizzera_vince_la_destra_populista_vola_la_lega_ticinese_anti-italiana-23739155/?rss

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Flashmob contro la crisi a Roma: quattro denunciati /Video

Flashmob contro la crisi a Roma: quattro denunciati /Video

“Ci piace ballare e non pagare” dal Corso a piazza Venezia e al Colosseo. Iniziative firmate Hard Bass Crew


Il flashmob al Colosseo

Video
 Il flashmob al Corso e a piazza Venezia
 Il flashmob al Colosseo

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ROMA – Il pugno duro contro le manifestazioni a Roma ha fatto le sue prime vittime nei promotori di veloci flashmob organizzati contro la crisi. Quattro di loro sono stati denunciati per manifestazione non autorizzata.

Le iniziative non preavvisate, come è nella natura di un flashmob, sono state effettuate da gruppi di studenti contro la crisi a via del Corso, a piazza Venezia e al Colosseo: ballando, hanno impegnato per pochi minuti la sede stradale senza grossi disagi al traffico. La parola d’ordine era “ci piace ballare e non pagare”.

Gli studenti indossavano maschere di politici e personaggi del mondo del cinema, nell’iniziativa messa in scena dagli Hard Bass Crew, il cui slogan è «Ridoniamo vita alle città dei morti viventi». Mascherati con i volti di Berlusconi, Prodi, D’Alema e di vari supereroi, hanno attraversato via del Corso, piazza Venezia, i Fori Romani e il Colosseo ballando al ritmo di musica techno.

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Venerdì 21 Ottobre 2011 – 20:44    Ultimo aggiornamento: Sabato 22 Ottobre – 11:44

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=167293&sez=HOME_ROMA#

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Tunisia, il Salafismo esce dall’ombra

Tunisia, il Salafismo esce dall’ombra

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Gli attacchi a Nessma TV, che ha trasmesso il film “Persepolis”, hanno fatto emergere la realta’, non marginale, di un movimento in espansione in un paese che della laicita’ faceva, almeno in apparenza, la sua bandiera

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di FABIO MERONE

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Tunisi, 16 ottobre 2011, Nena News – Si vive a disagio nella Tunisia di questi giorni. La dimensione della polemica sulla diffusione del film “Persepolis” o il cosiddetto “caso Nessma” ha preso una misura francamente incomprensibile.

Human Rights Watch, dopo le “aggressioni” a Nessma Tv, aveva tuonato che bisogna riconoscere la libertà di espressione e si era scandalizzata dell’iniziativa di un gruppo di avvocati e di “cittadini comuni” che si erano costituiti parte civile, intentando una denuncia per “diffamazione della religione”.

Nella Tunisia di questi giorni é calata una cappa soffocante di tensione e paura.

Non sono bastate le scuse pubbliche del direttore della rete Nabil Karoui, che, dopo aver denunciato atti di intimidazione, faceva una spettacolare retromarcia e dichiarava mercoledi in un’intervista alla radio Shams fm:“siamo tutti musulmani”.

Due giorni fa eravamo a Sidi Bouzaiz nel pieno della mobilitazione del “venerdì della rabbia”. Partendo dalla moschea principale della città, un corteo organizzato ha percorso tutto il centro della citta’ al grido di “Allah wa akbar”.

Anni fa era talmente raro trovare una donna velata, che se per caso la si vedeva passare te ne saresti accorto dalla curiosità dei passanti che, meravigliandosi, avrebbero esclamato: “sharqi”, orientale!

La vulgata ufficiale pretendeva che questi costumi non appartenessero alla tradizione del paese. Lo stato reprimeva chi si azzardava ad imitarli con la scusa che si trattava di segni di appartenenza politica. Che andassero questa gente a ricordarsi del romantico “sefseri”, il lungo abito bianco di cotone che usavano le brave nonne tunisine!

La donna tunisina non é mai stata emancipata, come lo pretendeva il “femminismo ufficiale” di matrice bourghibista. Non c’é mai stata in questo paese una rivoluzione di genere e neanche una presa di coscienza su larga scala. Erano gli uomini di solito a ripetere la cantilena: “ln Tunisia la donna é libera!”.

Eppure sbarcando a Tunisi venendo dal Medio Oriente si aveva un colpo d’occhio “spettacolare”. L’Avenue Bourghiba si presentava al visitatore straniero in un abito vanitoso. Le poliziotte che dirigevano il traffico con autorevolezza e disciplina facevano da cornice ad uno scenario degno di un paese che si voleva mostrare con un volto moderno.

Le ragazzine che passeggiavano con jeans attillati, sguardi ammiccanti, facevano degna concorrenza alle loro coetanee della riva opposta del mediterraneo.

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Le donne si incontravano in tutti i settori pubblici: pubblico impiego, trasporto, medicina, insegnamento, persino tassiste. Il gentil sesso, insomma, senza aver mai fatto una lotta per l’emancipazione, e senza aver mai rivendicato un’autonomia contro la società patriarcale, sfruttava i vantaggi di una politica volontarista nel campo dell’uguaglianza delle opportunità.

Dall’apparenza brillante, questo sistema aveva dei limiti intrinseci. Primo fra tutti la colpa di basarsi sull’apparato ideologico del potere. In secondo luogo, non lasciando esprimere una reale cultura femminista, si applicava con l’uso indiscriminato della violenza poliziesca.

Le moschee, sotto la stretta tutela del Ministero degli affari religiosi, sceglievano gli imam che, nella predica del venerdì, dovevano fare atto di omaggio al presidente della Repubblica. I luoghi di culto venivano aperti soltanto durante le ore di preghiera ed era severamente vietato attardarsi o raggrupparsi nei suoi paraggi, fosse soltanto per commentare con amici le parole della preghiera.

Senza che ci fosse una legge esplicita, era di fatto vietato portare il velo o farsi crescere la barba come segno religioso distintivo. Negli anni bui della repressione (anni ’90) era rischioso persino portare nella borsetta un corano o un libro religioso. Anche quella era una forma di “ghorba” (estraniamento). Un paese che in casa  viveva le pratiche religiose, ma che negli spazi pubblici poteva essere incriminato se lo dava a dimostrare.

Se questa era la Tunisia di ieri, è immaginabile lo shock quando, dopo il 14 gennaio, sono apparsi i salafiti in mezzo alle strade a gridare “Allah wa Akbar!” (Dio  è grande).

Chi siano questi salafiti, tuttavia, nessuno lo sa. Il tunisino mediamente ignora la religione nella sua sofisticazione dottrinaria. Quando non praticava lo faceva per “ignoranza”, ora che pratica continua ad avere la stessa “ignoranza”. Non c’é stato nella società un recupero di spiritualità o di religiosità nel senso profondo del termine, così come prima non c’era stata una riflessione o una presa di coscienza della laicità.

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Tunisi, i giorni della rivoluzione di gennaio

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Le donne velate in Tunisia non sono apparse dopo il 14 Gennaio. Era un fenomeno che covava sotto le ceneri, che già il regime di Ben Ali non riusciva più a contenere. Quando nel 2007 ci sono stati gli avvenimenti di Soliman, in cui un gruppo armato sbucato dal nulla, ha accettato uno scontro a fuoco con la polizia e di cui si disse che stava preparando degli attentati contro la Tunisia “miscredente”, il governo capì che come una pentola a pressione il paese rischiava di esplodere se lo si continuava a tenere sotto pressione. Da quel momento sempre più donne incominciarono a prendere il coraggio ad uscire per strada con il velo, finché con un decreto ad hoc il potere fece capire che avrebbe adoperato una maggiore tolleranza.

Il fenomeno del ritorno al religioso, nel suo aspetto esteriore, non é dunque una sorpresa dell’ultima ora. Quali siano le sue conseguenze sociali e politiche per il destino del paese é tuttavia un’incognita.

Dicevamo che di questi salafiti non si sapeva niente, e men che meno del fenomeno genericamente definito “islamista”. La sinistra ha incominciato a lanciare i suoi allarmi fin dall’inizio quando si é sentita invadere dal nuovo spazio pubblico conquistato da queste forze. Le ragazzine, che prima spavalde non temevano di mostrarsi nella loro civetteria (sempre proporzionata al contesto), incominciano a sentirsi più insicure e, soprattutto nei quartieri popolari, si sparge la voce che uomini con le barbe e le tuniche religiose intimano le donne di comportarsi da “brave musulmane”. Sono gli islamisti.

Inizialmente tutti puntano il dito contro il Nahdha: gli islamisti sono loro. Questi ultimi, temendo uno scenario all’algerina, tentano il più possibile di mantenere un basso profilo in attesa delle elezioni. Questo gli varrà l’accusa della sinistra che li taccerà di “doppio giochismo”.

Nelle loro dichiarazioni pubbliche i leader del movimento fanno di tutto per apparire moderati e responsabili, difendendo in ripetuti interventi pubblici lo statuto personale (considerato interpretazione legittima della sharia), la libertà e l’autonomia della donna nel mondo del lavoro e nella società, lo stato di diritto e la democrazia.

Dentro il movimento convivono diverse anime e la loro base sociale può estendersi certamente ad elementi (soprattutto giovanili) più estremisti; tuttavia l’opinione pubblica del paese, alla vigilia delle elezioni, riconosce il Nahdha come partito legittimo della nuova scena politica. A provarlo la posizione del partito islamista riguardo alle manifestazioni del “venerdì’ della rabbia”.

Rached Ghannouchi, a margine di un meeting elettorale tenutosi contemporaneamente alle manifestazioni di rabbia, dichiara che il Nahdha non é nei cortei. Dai commenti successivi appare addirittura che il partito di ispirazione islamica sposi, insieme alla sinistra, la teoria della strategia della tensione pre-elettorale. Nahdha si pone da partito responsabile ed invoca la cessazione delle agitazioni sociali.

In questo “venerdì della rabbia”, da Sidi Bouzid, c’é tanta gente “normale”. Ma a capeggiare i cortei sono le bandiere nere dei salafisti di “Hizb Attahrir”!

E’ una scena impressionante quella che ci si para davanti. Circa dieci mila persone, diligentemente organizzate ed attente a non far debordare il corteo, inneggiano slogan a favore di uno Dato islamico e dell’applicazione della sharia.

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Un manifestante issa la bandiera nazionale

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Amici locali che ci hanno accompagnato dicono che é stata toccata una sensibilità diffusa. Non c’entrano i salafiti, la religione é di tutti e ci sono dei limiti che non devono essere oltrepassati. Aggiungono, a dimostrazione della loro tesi, che tutti gli uffici pubblici della città si sono astenuti dal lavoro, in forma di disubbidienza civile (non sono stato tuttavia in grado di verificare questa informazione di cui nessun giornale ha parlato).

Eppure quella “gente nomale” che era scesa in piazza soltanto perché si era sentita offesa in una parte intima della sua sensibilità religiosa, lasciava che a condurre la piazza fosse “il partito della liberazione”.Quando si parla di Salafiti in Tunisia si parla di loro.

Ultimo nato della nebulosa islamista locale, pare che fossero presenti da lungo tempo ed agivano mimetizzandosi nei quartieri popolari.

Il termine salafita in arabo significa gli “antenati” e si riferisce a quella tradizione da sempre presente nella storia dell’ Islam  che individua nelle prime tre generazioni (a contare da quella che ha vissuto con il profeta ) i “salaf salahin” (gli antenati pii). Sono salafiti tutti quelli che rivendicano il ritorno alle pratiche originali di questi primi adepti “puri” della religione. Dottrinariamente questo movimento disconosce ogni forma di bidaa (innovazione), considerandola contraria alla retta fede. Queste tendenze sono apparse storicamente nell’Islam nei periodi di crisi. Il loro maggior teorico di riferimento, il siriano Ibn Taymiyya é, non a caso, contemporaneo delle invasioni dei Mongoli in Medio Oriente (XIV sec.).

I salafiti sono genericamente dei ‘moralizzatori’ e si distinguono tra coloro che hanno l’obiettivo di diffondere la “vera religione” (in questo assomigliano molto ai missionari evangelisti) e sono molto vicini al wahabismo ufficiale saudita (sono comparsi in tutto il mondo arabo con la diffusione dei predicatori nei canali satellitari religiosi finanziati dai sauditi) e coloro che ritengono invece che bisogna fare la guerra contro gli stati “miscredenti” e costringerli ad applicare la “vera religione”.  Questi ultimi sono i salafiti jihadisti che sono apparsi negli anni 80 in Afganistan durante la guerra contro l’Unione sovietica.

Il “partito della liberazione”, che ha come stendardo la bandiera nera del califfato Abbaside, é un movimento trans-nazionale e panislamista che aborra la democrazia e le elezioni ed ha come progetto politico l’instaurazione del califatto in tutto il mondo musulmano.

Il termine islamista é dunque troppo generico e non aiuta fare la differenza tra  chi spinge per l’islamizzazione della società e chi ha un progetto politico finalizzato ad influenzare la costruzione delle istituzioni del nuovo stato.

Sintetizzando possiamo allora dire che la società tunisina si é andata progressivamente islamizzandosi, ma non da oggi e non come conseguenza dell’apertura democratica né per il progetto politico di chicchesia. Il vestimentario delle donne per le strade lo testimonia. Il recupero dei simboli religiosi altrettanto. E l’intensità delle manifestazioni di questi giorni ne sono una prova inconfutabile.

E’ altrettanto vero che la carta islamista é un boccone troppo ghiotto e troppo facile da strumentalizzare da parte di chi vede la normalizzazione del processo di costruzione dello stato democratico come uno spauracchio.

C’é da chiedersi quindi chi sia stato ad ordinare gli attacchi con bottiglie molotov alla casa del direttore di Nessma Tv. E cosa ci sia dietro questo crescendo di violenza che é arrivato ad un punto tale da spingere tutti gli operatori della rete, tecnici e giornalisti, a chiedere in un comunicato alla TAP (agenzia di stampa ufficiale) la protezione delle proprie persone e delle proprie famiglie!!!

Il “partito della liberazione”, e cioé i salafisti per eccellenza in Tunisia, pur essendo verbalmente aggressivi e moralizzatori nella pratica sociale, non hanno mai usato la violenza né l’hanno mai predicata. Se il Ministero degli Interni gli ha rifiutato il visto di riconoscimento del partito é solo perché non riconoscono ufficialmente la democrazia. Il Nahdha, da parte sua, si é nettamente distanziato da questi ultimi, entrando  definitivamente nel parterre della politica rispettabile tunisina.

Per oggi é stata convocata una manifestazione a Piazza Pasteur “contro le violenze scatenate dal caso Nessma”. I laici, o semplicemente il resto della società che é rimasta fin ora a guardare, tenterà forse timidamente di recuperare un po’ di terreno. Nena News

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fonte:  http://nena-news.globalist.it/?p=13549

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Egitto, Il governo presenta una proposta di legge per legalizzare i luoghi di culto, come chiede la minoranza cristiana

Dovrebbe accelerare il rilascio di permessi per la costruzione delle chiese

Egitto, Il governo presenta una proposta di legge per legalizzare i luoghi di culto

La risposta del Consiglio dei ministri egiziano va incontro alle richieste avanzate da anni dalla minoranza cristiana


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MILANO – Resta alta la tensione al Cairo dopo gli scontri di domenica tra fedeli copti ed esercito che hanno provocato 25 morti e oltre 300 feriti (il numero di 36 morti indicato da fonti copte in mattinata, non ha trovato conferme). Per correre ai ripari il governo egiziano, si è riunito sotto la presidenza del primo ministro, Essam Sharaf, e ha deciso provvedimenti a favore della minoranza copta (il 10 per cento della popolazione di 80 milioni di abitanti). Tra i provvedimenti il Consiglio dei ministri egiziano ha presentato un progetto di legge per «legalizzare la situazione dei luoghi di culto senza licenza». La regolarizzazione delle chiese cristiane in Egitto era una delle principali rivendicazioni dei copti che domenica hanno manifestato di fronte alla sede della tv di stato, dopo che l’incendio di una chiesa ad Edfu, nel sud del Paese.

FRATTINI – Quella dei copti d’Egitto resta comunque una situazione d’emergenza. Quella di una minoranza che, secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini sta già fuggendo dall’Egitto. «Si parla di 100.000 cristiani che avrebbero lasciato l’Egitto non sappiamo se queste cifre siano vere», ha detto da Lussemburgo auspicando una risposta forte del governo contro i responsabili delle violenze contro i copti.

FUNERALI – Nel pomeriggio si sono svolti i funerali delle vittime copte degli scontri, concelebrati dal capo della chiesa copta d’Egitto, papa Shenuda Terzo. Nel tempio erano presenti anche musulmani che hanno cantato con i copti «Cristiani e musulmani siamo una sola mano», evocando slogan già scanditi in piazza Tahrir nei primi giorni della rivoluzione del 25 gennaio. Al possibile esodo di 100.000 cristiani dall’Egitto avevano fatto riferimento nelle settimane scorse fonti della chiesa coopta, a sostegno di dichiarazioni sulla persecuzione e la discriminazione della loro minoranza religiosa. E risponde proprio a questa denuncia il segno che il governo egiziano, nella sua riunione straordinaria di oggi, ha voluto dare decidendo di aggiungere al codice penale un articolo riguardante le discriminazioni religiose, per esempio sui luoghi di lavoro o in altre attività pubbliche.

COMMISSIONE D’INCHIESTA – L’articolo proposto prevede condanne alla reclusione e multe fino a 30 mila lire egiziane (circa 8 mila euro) per chi si renda responsabile eventuali discriminazioni. Ma il governo ha anche deciso di formare – come aveva ordinato qualche ora prima il Consiglio Supremo delle Forze Armate – una commissione d’inchiesta sugli incidenti di domenica, presieduta dal ministro della giustizia, nonchè l’avvio di un dibattito che duri due settimane sulla legge che riguarda i luoghi di culto ed, infine, la decisione di preparare una proposta di legge per accelerare il rilascio di permessi per la costruzione dei luoghi di culto.

LUOGHI DI CULTO – Questa è infatti una fonte costante di tensioni tra musulmani e cristiani d’Egitto: la settimana scorsa una chiesa realizzata apparentemente senza permesso era stata distrutta ad Assuan e le proteste di domenica al Cairo si riferivano proprio a questo episodio, per il quale i coopti hanno chiesto a gran voce la rimozione del governatore di Assuan, ritenuto responsabile di aver seminato zizzania contro i coopti. La risposta del governo egiziano va incontro in modo diretto alle richieste avanzate da anni dalla minoranza cristiana riguardo ad un riconoscimento reale della sua presenza e del suo contributo allo sviluppo dell’Egitto. Non a caso il ministro Frattini ha valutato che in Egitto «c’è un’escalation che ci preoccupa molto. Questa è una sfida per il governo transitorio che deve dimostrare che la prevenzione e la reazione saranno più energiche di quelle avute sotto il regime di Mubarak». Il titolare della Farnesina ha inoltre rilevato che la punizione dei responsabili delle violenze contro i copti in Egitto «sarebbe un buon segno in vista della prima tornata delle elezioni di novembre»

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Redazione online
10 ottobre 2011 21:55

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_ottobre_10/governo-egitto-proposta-legge-luoghi-culto_89e5f48e-f378-11e0-9003-e42e185dfd5a.shtml

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