CINEMA – Kerouac e la disperata ricerca della normalità convince Cannes / VIDEO: On The Road Official Movie Trailer
On The Road Official Movie Trailer 2012 (HD) Kristen Stewart, Garrett Hedlund, Sam Riley
Pubblicato in data 13/mar/2012 da ClevverNews
Kerouac e la disperata ricerca della normalità convince Cannes
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Ha sapore amaro la voglia di trasgressione, di liberazione dai crismi della società e dal rassicurante sogno americano degli anni Quaranta in “Sulla strada” di Walter Salles. Il regista brasiliano è riuscito nell’impresa ardua di trasporre l’omonimo romanzo di Jack Kerouac sullo schermo, convincendo la stampa, che lo ha applaudito questa mattina alla 65esima edizione del festival del cinema di Cannes.
Un adattamento che ha comportato anni di lavorazione per l’autore di “Central do Brasil”, che, prima di mettere mano al film vero, ha ripercorso le migliaia di chilometri descritte nel libro dall’autore culto della Beat Generation. Come aveva già fatto per Che Guevara nei monumentali “Diari della motocicletta”, Salles cerca di essere quanto più fedele possibile al protagonista del romanzo, l’alter ego di Kerouac, Sal Paradise (Sam Riley), aspirante scrittore.
Le scene iniziali sono un frullare di piedi che battono sulla strada, piedi che si muovono e saltano da un autobus all’altro sull’impulso dell’inquietudine di Sal, deciso ad abbeverarsi della vita, oltrepassando i limiti imposti dall’educazione e dalla “American way of life”. La spinta al viaggio avviene con la morte del padre del protagonista, cui si sovrappone la perdita del fratello maggiore. Da quel dolore prende l’abbrivio la liberazione dei sensi, attraverso la compagnia fraterna di Dean Moriarty (Garrett Hedlung), mentore di spregiudicatezza, di sua moglie Marylou (Kristen Steward), di Carlo Marx (Tom Sturridge). Dean e Carlo altro non sono che la trasposizione letteraria di Neal Cassady e del poeta beat Allen Ginsberg.
Sal riempie quaderni in cui riversa le sensazioni forti, provocate dalle serate a base di benzedrina, marijuana e alcol, al ritmo di jazz indiavolato, di sesso senza limiti – in gruppo, omosessuale, voyeristico – nell’intento di andare sempre più oltre e spegnere così il vuoto e l’irrequietudine. Nel piacere, come nella fatica estrema di guadagnarsi la vita, raccogliendo cotone o trasportando sacchi pesanti.
Ma pur nell’euforia, nella gioia pazza dell’adrenalina, si coglie sempre un disperato richiamo della “normalità” che metta ordine in una vita sbandata, che appaga ma poi ferisce. Lo dirà con sorpresa e gratitudine proprio all’inizio del film Marylou a Sal: “Sei gentile con me” e lo ripeterà verso la fine quando abbandonata per l’ennesima volta da Dean, nonostante abbia ceduto a tutti i suoi capricci erotici e trasgressivi pur di stargli accanto, deciderà di sposare un vecchio fidanzato, un marinaio.
Il massimo punto di compassione forse si raggiunge nella telecamera che riprende Old Bull Lee (Viggo Mortensen), alias William S. Burroghs, il più anziano dei poeti beat, che dorme con un bambino piccolo in braccio, dopo essersi iniettato una dose di eroina o nello sguardo disperato della seconda sposa di Dean, Camille (bravissima Kirsten Dunst), che caccia gli abiti del marito con la furia di una donna che sa di non poter bastare al marito nonostante i figli.
Tutto questo ha un prezzo ma anche un premio: quei quadreni diventeranno un romanzo memorabile. Il film di Salles è doloroso, bello, ben recitato, ma forse troppo classico per essere in competizione a un festival che vorrebbe regalare sempre novità e rottura.
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fonte ilsole24ore.com
“L’aria che tira”: il libro di Myrta Merlino sui nostri soldi ai tempi della crisi

“L’aria che tira”: il libro di Myrta Merlino sui nostri soldi ai tempi della crisi
Pubblichiamo uno stralcio del volume, che trae spunto dall’omonima trasmissione di La7 condotta dall’autrice e dà voce ai cittadini. Il primo capitolo si apre con la lettera di Eugenio, ex falegname che per dodici anni ha lottato contro un errore di Equitalia
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Pubblichiamo uno stralcio di “L’aria che tira. Noi e i nostri soldi in tempo di crisi” di Myrta Merlino (Sperling e Kupfer, prefazione di Gianni Stella). Il libro, che trae spunto dall’omonima trasmissione di La7 condotta dall’autrice, dà voce a centinaia di cittadini, interpretando ansie e speranze e offre una serie di approfondimenti sui temi economici che toccano la maggior parte degli italiani. Dalla la spesa alla recessione, fino ai mutui e risparmi a rischio. Si parla anche di lavoro che c’è e di quello che manca, di evasione e pensioni. Il primo capitolo “Evasori e tartassati” si apre con la lettera di Eugenio, ex falegname che per dodici anni ha lottato contro un errore di Equitalia.
“Se lo stato non paga”
Cara Myrta,
mi chiamo Eugenio e sono un ex falegname di Torino. Sono purtroppo costretto a usare la parola ex perché ho perso tutto: il mio laboratorio e i tre negozi di mobili che con impegno e fatica la mia famiglia amministrava da generazioni. Il mio incubo è iniziato nel 1999 con la morte di mio padre, a seguito della quale ho consultato un commercialista per effettuare un condono tombale sulla nostra attività. Poiché ne divenivo il proprietario dopo decenni di servizio, non volevo ereditare assieme a essa anche qualche vecchio debito con l’Agenzia delle Entrate.
Da un grave lutto famigliare ho voluto trovare un nuovo inizio, facendo pulizia e ricominciando a lavorare sodo sul futuro della mia famiglia nella legalità. Non appena mi è stata comunicata l’entità del condono l’ho pagato in un’unica rata e sono tornato a godermi la mia falegnameria; ma pochi mesi più tardi Equitalia mi ha contattato comunicandomi che il condono non era stato eseguito in maniera corretta e che pertanto sarebbe stato invalidato. Ho subito denunciato il commercialista a cui mi ero rivolto per scarsa perizia ma lui ha sempre sostenuto di aver svolto bene il suo lavoro.
Mi sono rivolto dunque a una trentina di commercialisti e avvocati, ma tutti i professionisti hanno confermato che il condono era stato effettuato correttamente. Questa operazione mi è costata 75.000 euro, dodici anni della mia vita e pesanti crisi depressive che hanno coinvolto me e i miei parenti più cari, portandomi alla dipendenza da psicofarmaci e a un urgente trapianto di fegato. I miei conti correnti sono stati pignorati, le case e i mobili ipotecati. Pezzo dopo pezzo, la mia vita è stata distrutta. Ora, dopo anni di tribunale, la Cassazione finalmente mi ha dato ragione: Equitalia ha dovuto riconoscere di aver commesso uno sbaglio all’epoca dell’archiviazione della mia pratica e mi ha inviato i provvedimenti di annullamento per tutte le cartelle esattoriali emesse. Oggi mi rivolgo a Lei in cerca di sostegno nel divulgare la mia storia: sento la necessità di lanciare un appello affinché le sofferenze a cui io e la mia famiglia siamo stati sottoposti non si ripetano. Chiedo a Equitalia e alle altre istituzioni l’assicurazione di controlli più approfonditi e attenti, e di un personale formato in maniera più completa. Nessuno merita di perdere lavoro e salute per una svista.
Eugenio
La storia di Eugenio non è una fra tante. È la storia delle storie, è il racconto di un uomo che nel suo piccolo ha vissuto e si è fatto carico, con tenacia e coraggio, di molti dei problemi che oggi affliggono il nostro Paese. È per questo che vorrei partire dal vissuto di quest’uomo per raccontarvi la nostra Italia, un’Italia di evasori, sì, ma anche un’Italia di tartassati. Di piccole-medie imprese che scontano l’inefficienza e i disservizi della Pubblica Amministrazione e della Giustizia e di privati cittadini che si ritrovano con le tasche svuotate per ripagare un debito pubblico da record mondiale e uno spread che ci toglie il fiato. Ma cosa c’entra poi lo spread con le tasse che paghiamo e con le «insaziabili» imposte dello Stato?
Cerchiamo di capirlo insieme, perché è così che la drammatica storia di Eugenio comincia a Torino e finisce, o quasi, negli studi del nostro programma a Roma, dove a ottobre dello scorso anno, dopo aver ricevuto la lettera che avete letto, ci siamo conosciuti di persona. L’incontro non è stato dei più semplici, perché accanto a Eugenio, quel giorno, sedeva l’uomo che rappresenta l’istituzione che per dodici lunghi anni ha ritenuto responsabile delle proprie sciagure. Quell’uomo si chiama Attilio Befera ed è il presidente di Equitalia, l’agenzia che bussa alla porta dei cittadini per riscuotere le tasse non pagate. Il problema, a ogni modo, è che Eugenio non è solo in questa tempesta.
Il Paese è pieno di storie come la sua, di artigiani e piccole-medie imprese che si trovano in crisi e hanno difficoltà a pagare il Fisco. E in questi casi, purtroppo, incontrano uno Stato poco comprensivo che, oltre a pretendere il pagamento immediato, applica sovrattasse e interessi proibitivi quando non si riesce a pagare immediatamente. Non si capisce allora perché lo Stato applichi due pesi e due misure. E già, perché lo Stato ha un debito enorme con le imprese, che ammonta ormai a 100 miliardi di euro. Un debito che, nel febbraio 2009, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha definito «una vergogna nazionale». Da allora sono passati quasi tre anni e la frase continua a essere estremamente attuale, e non solo: mentre l’economia ha cominciato a colare a picco, quel debito ha continuato a crescere.
Stando a quanto ci racconta l’Ordine dei commercialisti, il ritardo medio della Pubblica Amministrazione nei pagamenti è di 86 giorni, quasi tre mesi. Sembra poco, ma la media europea negli ultimi anni è rimasta stabile sui 27 giorni, a differenza della nostra che è progressivamente peggiorata. Per gli imprenditori lasciati in braghe di tela, però, il danno è doppio: in primo luogo devono far fronte all’indisponibilità, ovvero all’impossibilità, di spendere i soldi che aspettano di percepire dallo Stato, magari rimandando l’acquisto di materie prime o addirittura la corresponsione degli stipendi ai propri dipendenti; il secondo danno che subiscono è quello di doversi indebitare a loro volta per tirare avanti. Presi nel loro insieme, si stima che gli imprenditori creditori dello Stato abbiano a loro volta acceso debiti il cui costo totale, interessi compresi, ammonta a quasi 2 miliardi di euro. In altre parole, in attesa di ricevere i soldi dallo Stato, gli imprenditori chiedono denaro in prestito alle banche ma, per ogni ulteriore ritardo sul pagamento, gli stessi sono costretti a pagare interessi aggiuntivi sul prestito bancario. In totale, appunto, 2 miliardi di euro. Come se non bastasse, ci rimette la società tutta.
Molti imprenditori, infatti, coscienti dei rischi legati ai rapporti di lavoro che intrattengono con le Pubbliche Amministrazioni, rincarano i prezzi dei beni e dei servizi offerti già alla base, con un danno al sistema Paese di 1,6 miliardi di euro. E questo perché lo Stato lo finanziamo noi con le tasse, quindi il costo aggiuntivo di computer, stampanti e timbri lo paghiamo noi contribuenti ogni anno. Come mai noi cittadini dobbiamo pagare subito, anche se ci troviamo in difficoltà, mentre lo Stato non paga i suoi fornitori? E perché se abbiamo un’impresa e versiamo l’IVA sul nostro fatturato non ce la vediamo poi restituire per tempo dallo Stato sugli acquisti effettuati? Ebbene, spesso la ragione è che le nostre Pubbliche Amministrazioni si parlano fra loro poco e male, come ci racconta un’altra nostra amica, Tiziana Lo Monaco. Cinquant’anni e consulente presso i tribunali da quasi venti, Tiziana deve ancora ricevere dallo Stato ben 60.000 euro per il lavoro che ha svolto negli ultimi anni: 60.000 euro. Un’enormità! Tutto prende il via nel 2006, quando all’orizzonte si affacciano i primi sintomi della crisi che viviamo oggi e Tiziana inizia a ricevere in ritardo i primi pagamenti dal Tribunale di Torino. Si comincia con qualche mese e si finisce con più di tre anni, tanto che Tiziana incassa solo a luglio del 2011 il compenso per il lavoro svolto nel 2008. E la vita le crolla addosso: fare la spesa, pagare la benzina per recarsi in ufficio e saldare le bollette diventa sempre più difficile e, mentre i tassi di interesse del suo mutuo-casa salgono alle stelle, lei è costretta a rinegoziare con la banca la rata mensile. In ultimo, smette di pagare le tasse e i contributi, compresi quelli che fra qualche anno le dovrebbero permettere di accedere alla pensione. Ogni tanto qualche pagamento arriva, ma Tiziana ha fatto quello che avremmo fatto tutti noi: ci ha pagato le bollette e, nel frattempo, è andata a bussare alla porta dei propri genitori per chiedere un aiuto.
Ma il vero incubo ha inizio nel 2008, quando cominciano a esserle recapitate le prime cartelle esattoriali, con le quali Equitalia chiede di onorare le tasse arretrate che, a quel tempo, ammontavano a circa 8.000 euro. Tiziana decide di provare a rateizzare i pagamenti, ma al danno si aggiunge la beffa perché le viene comunicato un ulteriore importo di 9.000 euro da pagare, relativo a una vecchia richiesta di pagamento che lei aveva però già dimostrato di non dover corrispondere perché frutto di un errore. Il totale da pagare, quindi, secondo Equitalia, ammonta a oltre 17.000 euro! E a nulla è servito interloquire con i suoi uffici perché, non riconoscendo l’errore commesso, Equitalia ha proceduto a ipotecare la casa della nostra Tiziana. Tiziana si trova dunque in trappola: se vuole rateizzare, deve accollarsi anche il debito attribuitole per errore, in caso contrario deve pagare subito gli 8.000 euro dovuti. Come se non bastasse, le incessanti richieste di veder cancellata la «cartella pazza» dei 9.000 euro non dovuti non trovano risposta: la pratica è ferma – le rispondono da Equitalia – e per rimuovere l’ipoteca sulla casa dovrà versare di tasca propria le spese di cancellazione. Non si scappa. Poi nel gennaio 2011 una boccata d’aria. Il Tribunale di Alessandria è pronto a corrisponderle 11.000 euro di arretrati, di cui a questo punto Tiziana ha impellente bisogno per rimettere un po’ in sesto le sue finanze, ma arriva un’altra brutta notizia. Per una legge dello Stato, le Pubbliche Amministrazioni sono tenute a verificare che i propri fornitori e consulenti siano in regola con i pagamenti verso lo Stato prima di effettuarne a loro favore.
La legge, sacrosanta quando correttamente applicata, serve a garantire che chi lavora per la Pubblica Amministrazione non riceva soldi pubblici se, per esempio, non è in regola con il versamento dei contributi dei propri dipendenti. Nel caso di Tiziana è però evidente che manchi di buon senso. Non curante della particolarità del caso, Equitalia pignora il pagamento di 11.000 euro che il Tribunale di Alessandria deve a Tiziana per coprire il suo debito che inizialmente ammontava a 8.000 euro ma che, con il passare del tempo e il lievitare di interessi per mora, compensi di riscossione coattiva, spese esecutive e diritti di notifica, è arrivato a 11.000 euro. Gli stessi, o quasi, 11.000 euro che Tiziana si è guadagnata lavorando onestamente presso il Tribunale di Alessandria si volatilizzano così. In un soffio. Tiziana è l’esempio concreto di quanto sia facile passare dallo stato di creditore a quello di evasore. Eppure vanta un credito con i tribunali che, se fosse onorato, la solleverebbe da ogni problema. Ma dov’è finito il suo diritto a riscuoterli, magari pure con gli interessi? Se lo Stato pagasse, sono convinta che l’economia italiana riEcco come «lievitano» le cifre della cartella esattoriale quando non si paga entro i limiti di tempo stabiliti. All’ammontare delle tasse si aggiungono gli interessi di mora, il costo per la «riscossione coattiva», cioè il recupero forzato, del debito e infine le spese accessorie.
Myrta partirebbe e come me lo sono molti imprenditori italiani, quegli stessi imprenditori che, mentre aspettano i propri soldi, talvolta finiscono nelle maglie di Equitalia. In effetti, spesso abbiamo l’impressione che i soggetti maggiormente colpiti da Equitalia non siano coloro che eludono ed evadono il Fisco, quelli che si nascondono, quelli che sfuggono al sistema dei controlli, magari costituendo le proprie società in qualche paradiso fiscale o impiegando personale in nero. Ma che siano i piccoli contribuenti i bersagli facili dei controlli fiscali.
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fonte ilfattoquotidiano.it
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L’aria che tira. Noi e i nostri soldi in tempo di crisi
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Nikola Tesla, un genio di cui non si parla mai abbastanza
Elena e d io abbiamo appena finito di vedere il film ‘Il segreto di Nikola Tesla’, film che raccomandiamo assolutamente di vedere; lascia sgomenti il sapere, e il capire, come la nostra vita, e quella delle generazioni future, poteva essere molto diversa se l’avidità e le ‘ragioni’ dettate dal consumismo non l’avessero fatta da padroni. Tesla, per noi, non era uno sconosciuto, come inventore (ma lui preferiva definirsi ‘scopritore’, essendo già le risorse tutte presenti in Natura, e di cui lui studiava solo le applicazioni pratiche) e scienziato, ma lo scoprire la vastità, e la profondità, delle sue intuizioni ci ha lasciati sconvolti e amareggiati. Non sappiamo se siamo ancora in tempo, ma varrebbe la pena di tentare di mettere in pratica i suoi progetti per costruire un futuro diverso. Un futuro che è nel passato, e che dobbiamo solo ‘raccogliere’.

Nikola Tesla
L’automobile spinta dall’etere di Nikola Tesla

Tesla Motors of 2006 runs on a electric motor with a rack of batteries.
Nik’s Car was Wireless Dude! No need for downtime recharging it. Return to
Telsa Company like back in 1930. Wireless free radiant energy! - fonte
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Di Igor Spajic – tratto da Nexus Gold maggio-giugno 2005
www.nexusitalia.com
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La città di Buffalo, nel nord dello stato di New York negli USA, fu silenziosa testimone di un fatto straordinario nel corso di una settimana durante l’estate del 1931. Nonostante la depressione economica avesse compromesso la produzione e i commerci, la città nondimeno rimaneva una fucina di attività. Un giorno, tra le migliaia di veicoli che ne percorrevano le vie, una lussuosa automobile si fermò accanto, al marciapiede presso il semaforo di un incrocio. Un passante notò come si trattasse di una berlina Pierce-Arrow ultimo modello, coi fari che s’integravano con grazia nei parafanghi nel tipico stile di questa marca. Quello che caratterizzava l’auto in quella fredda giornata estiva era l’assoluta assenza di emissione di vapore o fumi dal tubo di scarico. Il passante si avvicinò al guidatore e attraverso il finestrino aperto commentò l’assenza di fumi dallo scarico. Il guidatore ringraziò il passante per i complimenti sottolineando che era così perché l’automobile “non aveva motore”.
Questa dichiarazione non è stravagante o maliziosa come potrebbe sembrare. C’era una certa verità in essa. Infatti, la Pierce-Arrow non aveva un motore a combustione interna; aveva invece un motore elettrico. Se l’autista si fosse preoccupato di completare la sua spiegazione al passante, avrebbe potuto dirgli che il motore elettrico non era alimentato da batterie – da nessun tipo di “carburante”.
L’autista era Petar Savo, e nonostante stesse guidando quell’auto non era il responsabile delle sue incredibili caratteristiche. Queste erano il lavoro dell’unico passeggero, un uomo che Petar Savo conosceva come uno “zio”: non altri che il genio dell’elettricità Nikola Tesla (18 56-1943).
Negli anni ’90 del 19′ secolo Nikola Tesla aveva rivoluzionato il mondo con le sue invenzioni per sfruttare l’elettricità, dandoci il motore elettrico a induzione, la corrente alternata (AC), la radiotelegrafia, il radiocomando a distanza, le lampade a fluorescenza ed altre meraviglie scientifiche. In realtà fu la corrente alternata polifase di Tesla e non la corrente continua di Thomas Edison ad inaugurare la moderna epoca tecnologica.
Tesla non rimase a dormire sugli allori ma continuò a fare scoperte fondamentali nei campi dell’energia e della materia. Scoprì i raggi cosmici decenni prima di Millikan e fu il primo a sviluppare i raggi-X, il tubo a raggi catodici e altri tipi di valvole.
Comunque, la scoperta potenzialmente più significativa di Nikola Tesla fu che l’energia elettrica può essere propagata attraverso la Terra ed anche attorno ad essa in una zona atmosferica chiamata cavità di Schumann. Essa si estende dalla superficie del pianeta fino alla ionosfera, all’altezza di circa 80 chilometri . Le onde elettromagnetiche di frequenza estremamente bassa, attorno agli 8 hertz (la risonanza di Schumann, ovvero la pulsazione del campo magnetico terrestre) viaggiano, praticamente senza perdite, verso ogni punto del pianeta. Il sistema di distribuzione dell’energia di Tesla e la sua dedizione alla free energy significavano che con l’appropriato dispositivo elettrico sintonizzato correttamente sulla trasmissione dell’energia, chiunque nel mondo avrebbe potuto attingere dal suo sistema.
Lo sviluppo di una simile tecnologia rappresentava una minaccia troppo grande per gli enormi interessi di chi produce, distribuisce e vende l’energia elettrica.
La scoperta di Tesla finì con la sospensione dell’appoggio finanziario alle sue ricerche, l’ostracismo da parte della scienza ufficiale e la graduale rimozione del suo nome dai libri di storia. Dalla posizione di superstar della scienza nel 1895, Tesla nel 1917 era virtualmente un “signor nessuno”,, costretto a piccoli esperimenti scientifici in solitudine. Nei suoi incontri annuali con la stampa in occasione del suo compleanno, una figura sottile nel cappotto aperto di stile anteguerra avrebbe annunciato ai giornalisti le scoperte e gli sviluppi delle sue idee. Era un triste miscuglio di ego e genio frustrato.
Nel 1931, Nikola Tesla compì 75 anni. In una rara dimostrazione di omaggio da parte dei media, la rivista Time gli dedicò la copertina e un profilo biografico. L’anziano ingegnere e scienziato appariva emaciato anche se non sofferente, i suoi capelli ancora di un nero lucido e lo stesso sguardo lontano nei suoi occhi di sognatore.
Le Auto Elettriche Rimangono Indietro
All’inizio del ventesimo secolo, per le automobili elettriche le prospettive erano luminose. Futuristi come Jules Verne avevano anticipato veicoli elettrici alimentati da batterie che erano meccanicamente più semplici, silenziosi, inodori, facili da adoperare e con meno problemi di qualunque automobile con motore a benzina.
Nell’automobile con motore a benzina occorreva regolare la valvola a farfalla, l’anticipo dell’accensione, pompare sull’acceleratore e far girare il motore con una manovella. In un’auto elettrica bastava soltanto girare una chiave e premere l’acceleratore. Rilasciando l’acceleratore l’auto rallentava immediatamente.
Se necessario, in un’epoca in cui vi erano poche officine per auto, un normale elettricista poteva eseguire la manutenzione del semplice motore a corrente continua. Non vi era olio da cambiare, né radiatore da riempire, né pompe della benzina o dell’acqua da sistemare, nessun problema di carburazione, nessuna marmitta che si arrugginiva, nessun differenziale o trasmissione da controllare, e nessun inquinamento! Il grasso e l’olio erano limitati a un paio di cuscinetti a sfere del motore elettrico e ad alcuni raccordi del telaio.
Per le loro consegne i grandi magazzini impiegavano camion elettrici. I medici iniziarono a recarsi alle visite al domicilio dei pazienti con “l’elettrica”, sostituendo il proprio cavallo e calesse con qualcosa di altrettanto semplice da mantenere. Le donne preferivano le auto elettriche per la facilità di guida. Poiché le vetture elettriche erano limitate in velocità e autonomia dalle loro batterie, diventarono popolari come trasporti cittadini.
Al di fuori delle città, le strade dell’America di allora erano così primitive che diventarono riservate ai veicoli con motore a combustione interna, più veloci, con autonomia maggiore e in rapido progresso. Così, negli USA vi fu una specie di età dell’oro per i veicoli elettrici dopo che il resto del mondo iniziò ad abbandonarli. Detroit Electric, Columbia, Baker, Rauch & Lang e Woods furono le principali aziende tra quelle che producevano questo tipo di veicoli elettrici; si svilupparono nella loro nicchia di mercato con una serie di carrozzerie formali, spesso eleganti.
Il tallone d’Achille delle vetture elettriche, comunque, fu sempre la densità energetica delle sue batterie, ovvero la sua scarsità. Le batterie erano dei tipo al piombo, pesanti e ingombranti, e sottraevano molto spazio prezioso. Il peso eccessivo riduceva la maneggevolezza e limitava le prestazioni, anche per gli standard di quegli anni. I veicoli elettrici non potevano superare i 70- 80 Km/h , poiché a queste velocità la batteria si poteva distruggere in un attimo. Spunti attorno ai 60 Km/h si potevano sostenere per tempi brevissimi, e la tipica gamma di velocità dei percorsi era di 25- 35 Km/h . Le batterie richiedevano ricariche ogni notte e l’autonomia massima superava difficilmente i 160 chilometri . Nessun costruttore di veicoli aveva mai installato un generatore elettrico di corrente continua, che avrebbe potuto restituire piccole quantità di energia alle batterie mentre il veicolo era in movimento, aumentandone così l’autonomia. Vi furono promesse su future potenti batterie innovative sin dai tempi di Edison, ma alla fine non se ne vide traccia.
Non appena la velocità e l’affidabilità delle automobili a benzina migliorarono, le auto elettriche furono abbandonate e rimasero le preferite dai pensionati e dalle signore anziane. L’introduzione della messa in moto elettrica nelle auto a benzina mise il chiodo finale alla bara delle auto elettriche.
La Comparsa di Nikola Tesla
Negli anni ’60 un ingegnere aeronautico di nome Derek Alilers incontrò Petar Savo e sviluppò una lunga amicizia con lui. Durante il loro sodalizio durato dieci anni, Savo gli parlò del suo illustre “zio” Nikola Tesla e delle sue realizzazioni negli anni ’30. (Savo era un giovane parente di Tesla anche se non un nipote, ma si riferiva a lui come “zio”.)
Nel 1930 Nikola Tesla chiese a suo “nipote” Petar Savo di venire a New York. Savo (nato in Jugoslavia nel 1899, quindi 43 anni più giovane di Tesla) era stato nell’esercito austriaco ed era un esperto pilota, così colse fervidamente l’opportunità di lasciare la Jugoslavia (paese natale di Nikola Tesla). Si trasferì negli USA stabilendosi a New York.
Nel 1967, in una serie di interviste, Savo descrisse la sua parte nell’episodio dell’auto elettrica di Tesla.
Durante l’estate del 1931, Tesla invitò Savo a Buffalo, nello stato di New York, per mostrargli e collaudare un nuovo tipo di automobile che aveva sviluppato di tasca sua. Casualmente, Buffalo è vicina alle cascate del Niagara – dove era entrata in funzione nel 1895 la stazione idroelettrica a corrente alternata di Tesla che lo aveva innalzato al culmine della stima da parte della scienza ortodossa. La Westinghouse Electric e la Pierce-Arrow avevano preparato questa automobile elettrica sperimentale seguendo le indicazioni di Tesla. (George Westinghouse aveva acquistato da Tesla i brevetti sulla corrente alternata per 15 milioni di dollari all’inizio del 20′ secolo.)
La Pierce-Arrow adesso era posseduta e finanziata dalla Studebacker Corporation, e utilizzò questo solido appoggio finanziario per lanciare una serie di innovazioni. Tra il 1928 e il 1933 l ‘azienda automobilistica presentò nuovi modelli con motori ad 8 cilindri in linea e 12 cilindri a V, i futuristici prototipi Silver Arrows, nuovi stili e miglioramenti di tecnica ingegneristica. La clientela reagì positivamente e le vendite della Pierce-Arrow aumentarono la quota aziendale nel mercato delle auto di lusso, nonostante nel 1930 quest’ultimo fosse in diminuzione. In una situazione così positiva, progetti “puramente teorici” come l’auto elettrica di Tesla erano all’interno di questa sfera concettuale. Nella tradizionale mistura di arroganza e ingenuità dell’azienda, niente sembrava impossibile.
Così, per le sperimentazioni era stata selezionata una Pierce-Arrow Eight del 1931, proveniente dall’area di collaudo dell’azienda a Buffalo, nello stato di New York. Il suo motore a combustione interna era stato rimosso, lasciando intatti la frizione, il cambio e la trasmissione verso l’asse posteriore. La normale batteria da 12 volt rimase al suo posto, ma alla trasmissione era stato accoppiato un motore elettrico da 80 cavalli.
Tradizionalmente, le auto elettriche montavano motori a corrente continua alimentati da batterie, dato che quella continua è il solo tipo di corrente che le batterie possono fornire. Si sarebbe potuto utilizzare un convertitore corrente continua/corrente alternata, ma a quei tempi tali dispositivi erano troppo ingombranti per essere montati su un’automobile.
Il crepuscolo delle auto elettriche era già passato da tempo, ma questa Pierce-Arrow non venne dotata di un semplice motore a corrente continua. Si trattava di un motore elettrico a corrente alternata progettato per raggiungere 1.800 giri al minuto. Il motore era lungo 102 centimetri con un diametro di 76, senza spazzole e raffreddato ad aria per mezzo di una ventola frontale, e presentava due terminali di alimentazione indirizzati sotto il cruscotto ma lasciati senza collegamento. Tesla non disse chi costruì il motore elettrico, ma si ritiene che fu una divisione della Westinghouse. Sul retro dell’automobile era stata fissata un’antenna di 1,83 metri .
L’Affare “Etere-Arrow”
Petar Savo raggiunse il suo famoso parente, come quest’ultimo gli aveva chiesto, e a New York salirono assieme su un treno diretto verso il nord dello stato omonimo. Durante il viaggio l’inventore non commentò la natura dell’esperimento.
Arrivati a Buffalo, si recarono presso un piccolo garage dove trovarono la nuova Pierce-Arrow. Il Dr. Tesla sollevò il cofano e fece qualche regolazione sul motore elettrico a corrente alternata sistemato al suo interno. In seguito si recarono a predisporre gli strumenti di Tesla. Nella camera di un hotel delle vicinanze il genio dell’elettricità si mise a montare il suo dispositivo. In una valigia a forma di cassetta si era portato dietro 12 valvole termoioniche. Savo descrisse le valvole “di costruzione curiosa”, sebbene in seguito almeno tre di esse siano state identificate come valvole rettificatrici 70L7-GT. Furono inserite in un dispositivo contenuto in una scatola lunga 61 centimetri , larga 30,5 e alta 15. Non era più grande di un ricevitore radio ad onde corte. Al suo interno era predisposto tutto il circuito elettronico comprese le 12 valvole, i cablaggi e le resistenze. Due terminali da 6 millimetri di diametro e della lunghezza di 7,6 centimetri sembravano essere le connessioni per quelli del motore.
Ritornati all’auto del l’esperimento, misero il contenitore in una posizione predisposta sotto il cruscotto dalla parte del passeggero. Tesla inserì i due collegamenti controllando un voltmetro.
“Ora abbiamo l’energia”, dichiarò, porgendo la chiave d’accensione a suo nipote. Sul cruscotto vi erano ulteriori strumenti che visualizzavano valori che Tesla non spiegò.
Dietro richiesta dello zio, Savo mise in moto. “Il motore è partito”, disse Tesla. Savo non sentiva alcun rumore. Nonostante ciò, coi pioniere dell’elettricità sul sedile del passeggero, Savo selezionò una marcia, premette sull’acceleratore e portò fuori l’automobile.
Quel giorno Petar Savo guidò questo veicolo senza combustibile per lungo tempo, per circa 80 chilometri attorno a Buffalo, avanti e indietro nella campagna. Con un tachimetro calibrato a 190 chilometri orari a fondo scala, la Pierce-Arrow venne spinta fino a 145 km/h , e sempre con lo stesso livello di silenziosità del motore.
Mentre percorrevano la campagna Tesla diventava sempre più disteso e fiducioso sulla sua invenzione; cominciò così a confidare a suo nipote alcuni suoi segreti. Quel dispositivo poteva alimentare le richieste di energia del veicolo per sempre, ma poteva addirittura soddisfare il fabbisogno energetico di un’abitazione – e con energia in avanzo.
Pur se riluttante, inizialmente, a spiegarne i principi di funzionamento, Tesla dichiarò che il suo dispositivo era semplicemente un ricevitore per una “misteriosa radiazione, che proviene dall’etere” la quale “era disponibile in quantità illimitata”.
Riflettendo, mormorò che “il genere umano dovrebbe essere molto grato per la sua presenza”.
Nel corso dei successivi otto giorni Tesla e Savo provarono la Pierce-Arrow in percorsi urbani ed extraurbani, dalle velocità estremamente lente ai 150 chilometri all’ora. Le prestazioni erano analoghe a quelle di qualunque potente automobile pluricilindrica dell’epoca, compresa la stessa Pierce Eight col motore da 6.000 cc di cilindrata e 125 cavalli di potenza.
Tesla raccontò a Savo che presto il ricevitore di energia sarebbe stato utilizzato per la propulsione di treni, natanti, velivoli e automobili.
Alla fine della sperimentazione, l’inventore e il suo autista consegnarono l’automobile in un luogo segreto, concordato in precedenza – il vecchio granaio di una fattoria a circa 30 chilometri da Buffalo. Lasciarono l’auto sul posto, ma Tesla si portò dietro il suo dispositivo ricevitore e la chiave d’accensione.
Questo romanzesco aspetto dell’affare continuò. Petar Savo raccolse delle indiscrezioni secondo le quali una segretaria aveva parlato delle prove segrete ed era stata licenziata. Ciò spiegherebbe un impreciso resoconto sulle sperimentazioni che apparve su diversi quotidiani.
Quando chiesero a Tesla da dove arrivasse l’energia, data l’evidente assenza di batterie, egli rispose riluttante: “Dall’etere tutto attorno a noi”.
Alcuni suggerirono che Tesla fosse pazzo e in qualche modo collegato a forze sinistre e occulte. Tesla fu incensato. Rientrò assieme alla sua scatola misteriosa al suo laboratorio di New York. Terminò così la breve esperienza di Tesla nel mondo dell’automobile.
Questo incidente dell’infrazione nella sicurezza può essere apocrifo, dato che Tesla non disdegnava di utilizzare la pubblicità per promuovere le sue idee ed invenzioni, sebbene quando questi dispositivi mettevano in pericolo lo status quo dell’industria egli aveva ogni buona ragione per essere circospetto nei suoi rapporti.
L’azienda Pierce-Arrow aveva già toccato il culmine del suo successo nel 1930. Nel 1931 era in calo. Nel 1932 l ‘azienda perse 3 milioni di dollari. Nel 1933 vi furono problemi amministrativi anche nell’azienda madre Studebacker che vacillò sull’orlo della liquidazione. L’interesse passò dall’innovazione alla pura sopravvivenza, e qui la Pierce-Arrow abbandona il nostro racconto.
Un mistero all’interno di un enigma
Circa un mese dopo la pubblicazione dell’episodio, Petar Savo ricevette una telefonata da Lee DeForest, un amico di Tesla e pioniere nello sviluppo delle valvole termoioniche. Egli chiese a Savo se i test lo avessero soddisfatto. Savo rispose con entusiasmo e DeForest lodò Tesla come il più grande scienziato vivente al mondo.
In seguito, Savo chiese a suo “zio” sugli sviluppi del ricevitore energetico in altre applicazioni. Tesla rispose che era in contatto con uno dei principali cantieri nautici per realizzare una nave con un dispositivo simile a quello dell’automobile elettrica sperimentale. Tuttavia, non gli si potevano chiedere maggiori dettagli dato che era ipersensibile riguardo alla sicurezza del suo dispositivo – e non si può dargli torto. In passato, potenti interessi avevano cercato di ostracizzare Tesla, ostacolando ogni suo sforzo per promuovere ed applicare le proprie tecnologie.
Chi scrive non è a conoscenza di alcun documento pubblico che descriva un esperimento nautico, o se quest’ultimo accadde. Non venne divulgata alcuna informazione.
Il New York Daily News del 2 aprile 1934 riportava un articolo intitolato “Il sogno di Tesla di un’energia senza fili vicino alla realtà”, che descriveva un “esperimento programmato per spingere un’automobile utilizzando la trasmissione senza fili di energia elettrica”. Questo successe dopo l’episodio e non vi era menzione di “free energy”.
Nel periodo in cui l’automobile dovrebbe essere stata svelata, la Westinghouse Corporation , sotto la presidenza di F. A. Merrick, pagò per la sistemazione di Tesla al New Yorker, il più nuovo e lussuoso hotel di New York. In esso l’anziano scienziato visse gratuitamente per tutto il resto della sua vita. Tesla venne anche reclutato dalla Westinghouse per ricerche non ben specificate sulle trasmissioni senza fili ed egli interruppe le sue dichiarazioni pubbliche sui raggi cosmici.
Forse che la Westinghouse comprò il riluttante silenzio di Tesla sulle sue scoperte free energy? Oppure venne finanziato per proseguire dei progetti segreti talmente speculativi da non costituire una minaccia per il complesso industriale nell’immediato futuro? Cala il sipario su un mistero all’interno di un enigma.
Riferimenti
- Abram, Arthur, “The Forgotten Art of Electric-Powered Automobiles”, The Cormorant, bollettino del Packard Club (data sconosciuta)
- Intervista di Derek Ahiers a Petar Savo, 16 settembre 1967 (dagli archivi di Ralph Bergstrasser)
- Childress, David H., The Fantastic Inventions of Nikola Tesla, Adventures Unlimited Press, Illinois , 1993, ISBN l932813-19-4
- Childress, David H. (ed.), The Tesla Papers, Adventures Unlimited Press, Illinois , 2000, ISBN 0-932813-86-0
- Decker, Jerry, “Tesla’s Electric Car – The Moray Version”, KeelyNet BBS, postato il 31 gennaio 1993
- Extraordinary Technology, vol. 1, nr. 2, aprile/maggio/giugno 2003
- Greene, A.C., “The Electric Auto That Almost Triumphed”, Dallas Morning News, 24 gennaio 1993
- Nieper, Hans A., Revolution in Technology, Medicine and Society, MIT Verlag, Oldenburg, 1985, ISBN 3-925188-07-X (inizialmente pubblicato in Germania come Revolution in Technik, Medizin, Gesellschaft, 1981)
- Siefer, Marc I., Wizard. The Life and Times of Nikola Tesla, Birch Lane Press/Carol Publishing Group, NJ, 1996, ISBN 1-55972-329-7
- Seife, C., “Running on Empty”, New Scientist, 25 aprile 1998
- Southward Car Museum Trust Inc., The illustrated Motor Vehicle Collection, Paraparaumu, Nuova Zelanda, ISBN 0-47305583-X
- TFC Books FAQ, http://www.tfcbooks.com/tesiafaq e Vassilatos, Gerry, “Tesla’s Electric Car, KeelyNet BBS
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fonte disinformazione.it
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Il Segreto di Nikola Tesla – Film in DVD
Tutto sulla sua vita, la sua formazione, le sue invenzioni, la sua intelligente sensibilità… – Nuova Edizione Doppiata in Italiano
LIBRI – “La meccanica del cuore”, fiaba su amore e diversità

“La meccanica del cuore”
fiaba su amore e diversità
Dietro una trama fantastica Mathias Malzieu, leader del gruppo rock francese Dionysos, narra in toni poetici della passione, dell’amicizia, della realtà e della pena di diventare adulti. A metà tra la favola e il romanzo di formazione
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di SILVANA MAZZOCCHI
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Mathias Malzieu
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Una favola poetica come una canzone e visionaria come un sogno, un racconto tenero, ironico e profondo, capace di commuovere e far riflettere sui deflagranti effetti della passione e dell’amore, sul valore della lealtà e dell’amicizia, sulle pene del diventare adulti, e sui tanti aspetti della “diversità”. E’ La meccanica del cuore, terzo romanzo di Mathias Malzieu, 38 anni, cantante leader del gruppo rock francese Dionysos, un libro dalla trama fantastica, ma non troppo.
Jack nasce nel 1874 in una notte tanto ghiacciata che il suo cuore si blocca e continua a vivere solo grazie a Madeleine, un’eccentrica strega-levatrice che gli inserisce nel petto un orologio a cucù. Il bambino cresce e lei lo accudisce con materna sollecitudine. Tra l’altro, gli canta sempre una canzone: Love is dangerous for your tiny heart, per ricordargli che lui , così diverso, non si può permettere l’amore e il batticuore che provoca. Perché, se si emoziona troppo, se si arrabbia, se soffre, ma anche se è troppo felice, il suo cuore potrebbe non reggere e spezzarsi.
Ma Jack s’innamora di una piccola danzatrice nomade, Miss Acacia, e viaggerà per mezza Europa per ritrovarla in Spagna, a Granada dove lei si esibisce. Nel lungo viaggio, lo accompagnano un mago orologiaio che sogna le fotografie in movimento (il cinema che verrà) e tante speranze. E, soprattutto, la determinazione a vivere la sua vita e a non rinunciare alla sua passione amorosa, a dispetto di quell’orologio che lo rende da sempre inviso agli occhi di tutti. Jack non si arrende e corre mille avventure; a Granada abita e lavora (grazie al suo cuore di legno fa ridere i viaggiatori su un treno fantasma) in una sorta di villaggio stravagante l’extrardinarium, dove vivrà l’amore con il suo cucù impazzito. Intanto, per comunicare con Madeleine e con i suoi amici, si serve (e non sempre con successo) di un servizievole piccione viaggiatore. Finale struggente, a metà tra la fiaba e il romanzo di formazione, fantasy, s’intende.
In Francia e non solo (il libro è stato tradotto e stravenduto in mezzo mondo) La meccanica del cuore si è rivelato un successo eccezionale e subito il libro, stracolmo di immagini suggestive, è diventato un film d’animazione, con la direzione dello stesso Mathias Malzieu, e con produttore Luc Besson. Protagonista assoluto è ancora Jack, fragile ragazzo freak da cuore a cucù, naturalmente con miss Acacia e il piccolo esercito di personaggi bizzarri che animano il romanzo. La colonna sonora, Malzieu l’ha scritta in parallelo al libro e, con i Dionysos, ha realizzato i suoni ideali: centinaia di orologi e i rumori delle loro ricariche…
Il cuore e l’amore sono misteri per tutti anche nella realtà, ma lei ha scelto la favola…
“Volevo affrontare la passione amorosa con mezzi ludici, per raccontarla completamente, sia nei suoi aspetti di crudeltà che in quelli meravigliosi. E ho scelto la favola per poter confezionare i miei personaggi con la massima libertà creativa e lasciare il campo libero a ogni invenzione. E potersi sorprendere, un po’ come un cuoco che inventa una ricetta in tempo reale, mentre la cucina. La favola permette un rapporto eccezionale con l’effetto sorpresa, la giubilazione della scrittura. Fino a mettere un orologio al posto del cuore, una cosa che fa paura, ma anche invidia… è questa la grande palpitante avventura. La favola è un gioco di costruzione magica, un modo diverso di confrontarsi con la realtà”.
Lei è un cantante di un gruppo rock, e poi fa musica, scrive e ora firma anche un film, come coniuga queste tre forme artistiche?
“Tutto è sempre connesso. Può accadere che i miei personaggi nascano in una canzone, muoiano alla fine di un mio libro e rinascano in un film o in un concerto. Sinergie che mi tengono in continua tensione, e non mi consentono mai di riposarmi su ciò che è ormai acquisito. Insomma, sono come un allievo perenne che impara dalle sue esperienze, uno scolaro sapiente e pazzo esposto continuamente al rischio che le sue stesse esperienze gli esplodano teneramente sul muso. I miei libri si nutrono della vita sociale e artistica che faccio con il mio gruppo e, a loro volta, i miei personaggi rendono possibili le mie canzoni. Amo questo spazio aperto da caccia al tesoro, questa intima sfida. Mi piace l’idea di cantare i libri, di leggere rock ‘n roll e di fabbricare un “extrardinarium”, quella specie di parco d’attrazioni in miniatura che mi è frullata in testa. Fra coloro che più sono riusciti a recepire questo mio particolare “universo” c’è l’illustratrice Nicoletta Ceccoli, con cui ho avuto l’opportunità di lavorare nel mio film d’animazione tratto dalla Meccanica del cuore, dal titolo di Metamorfosi a bordo cielo“.
Jack e la strega mamma Madeleine, il libro è anche un po’ autobiografico?
“Le mie storie sono sempre autobiografiche, ovviamente sul piano emozionale. Sono come fragili passerelle, ponti tra i miei sogni e la realtà. La prima e la seconda fase della vita, l’infanzia e l’età adulta, una mistura tessuta con il mio quotidiano, i miei fantasmi e le mie angosce più terrificanti. Potrei definire tutto questo una fiction dell’autocoscienza, una rappresentazione esagerata della mia esistenza, una formula che mi permette, contemporaneamente, l’autoironia e l’accesso a un mondo fantastico. Non ho mai dato troppo peso concettuale alla scrittura, ma oggi mi sento bene in questo fragile equilibrio fatto di storie vere, vita realmente vissuta e chimère”.
Mathias Malzieu
La meccanica del cuore
traduzione di Cinzia Poli
Feltrinelli
pag 147, euro 15.
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fonte articolo
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12 dicembre e Il malore attivo dell’anarchico Pinelli di nuovo in libreria
12 dicembre e Il malore attivo dell’anarchico Pinelli di nuovo in libreria
Una macchia che ancora tinge la storia nazionale, per non dimenticare, per non ripetere
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di Riccardo Melito
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Grazie alla NdA press è disponibile in libreria una nuova edizione del lavoro a cura di Adriano Sofri, Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, pubblicato nel 1996 da Sellerio. Questa interessante e rigorosa controinchiesta è impreziosita da un dvd che raccoglie il “film perduto” di Pierpaolo Pasolini e Giovanni Bonfanti, militante di Lotta continua, intitolato 12 dicembre e dedicato all’omicidio del ferroviere milanese. Nel dvd sono presenti anche 50 minuti assolutamente inediti di filmati di cinema militante degli anni ’70, realizzati proprio dalla formazione extraparlamentare. Sarebbe però riduttivo dire che il film si occupi esclusivamente di Pinelli e della strage di Piazza Fontana. I quaranta minuti della pellicola risentono fortemente, come da ammissione dello stesso Goffredo Fofi che collaborato alla sua realizzazione, dell’influenza pasoliniana, quello che viene rappresentato è quindi più uno spaccato dell’Italia di quegli anni che una vera e propria opera sulla strage più infame e sull’omicidio più oscuro della penisola. Viene alla mente l’altra opera d’interviste di Pasolini: Comizi d’amore. 12 dicembre è un viaggio lungo tutta la nazione da Torino a Reggio Calabria. Emblematiche dell’influenza pasoliniana sono le riprese fatte ai bambini o la bellissima intervista dell’operaio sordomuto di Bagnoli.

Due documenti diversissimi quindi, un film ed una sentenza giudiziaria, quella conclusiva dell’inchiesta sulla morte di Pinelli, legati tra loro da una data fatidica, quella appunto del 12 dicembre 1969, giorno in cui tutta l’Italia fu scossa dalla madre delle stragi di stato, quella della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Una data che segna “l’inizio della fine”. “Il punto iniziale della strategia della tensione che ha sconvolto l’Italia durante tutto l’arco degli anni ’70 distruggendo una generazione di intellettuali, politici e giovani, relegando il paese alla miseria culturale, imprenditoriale e politica attuale. La trama di servizi segreti deviati e neofascisti bombaroli ha segnato più di ogni altra questione, gli ultimi quaranta anni della nostra storia nazionale”, scrive Massimo Roccaforte della NdA. Il libro è inoltre arricchito da una nuova introduzione scritta da Mauro Decortes del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, lo stesso frequentato da Pinelli, e da una postfazione di Goffredo Fofi.

Gli eventi raccontati e mostrati dai filmati sembrano antichi, lontani anni luce dal nostro presente, quasi fossili di un’epoca preistorica, sarebbe meglio dire premediatica. Ciò che però rimane di un’attualità disarmante è l’infamia gettata dalla vicenda. Un’ombra che si stende sul sistema politico e su quello giudiziario allo stesso modo. Su quello politico per le implicazioni dello stato nella strategia della tensione, per le sue connivenze con le frange mai epurate del fascismo, per il suo uso sfrontato della repressione, dei servizi segreti deviati e delle stragi. Sul piano giudiziario per l’inchiesta relativa alla strage e quella sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, caduto dal quarto piano della questura di Milano, entrambe rimaste insolute. Nel caso della seconda, la vicenda si tinge di toni surreali visto che la sentenza definitiva, firmata dal giudice dalla fama non esattamente onesta, Gerardo D’Ambrosio, attribuisce le cause del tragico evento ad un “malore attivo” non ben identificato, scagionando gli imputati, tutti membri delle forze dell’ordine. Alla fine del libro e del dvd rimane in bocca il sapore amaro dell’ingiustizia, del dolore di Licia, moglie di Giuseppe e della madre del ferroviere, della rabbia, perché la morte di Mussolini e la liberazione da parte degli statunitensi e, soprattutto, dei partigiani non hanno segnato assolutamente la fine del fascismo. Rimane, allo stesso tempo, anche il desiderio di non arrendersi di non smettere di lottare per un mondo più libero e egualitario, resta, per dirla con le parole di Decortes: “il valore della memoria, ma non come commemorazione”. “Credo – continua il militante – che rammentarci del passato serva soprattutto a capire meglio il presente”. Una memoria che è quindi strumento di vita e di lotta, di comprensione e di lettura, in un paese che ancora non ha fatto i conti con i propri scheletri nell’armadio.

Titolo: 12 dicembre, un film e un libro
Autore: Pierpaolo Pasolini e Lotta continua
Editore: NdA press
Prezzo: € 13,90
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fonte articolo
‘PECORANERA’: «Cari detrattori… né furbo né evasore Voi guardate il dito e non la luna»

«Cari detrattori… né furbo né evasore
Voi guardate il dito e non la luna»
Pecoranera, alias Devis Bonanni, il 27enne che ha scelto di vivere immerso nella natura, risponde alle critiche dei lettori
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Per due giorni la storia di Devis Bonanni è stata tra le più lette del sito. Sono arrivati tanti commenti, tra cui alcuni fortemente critici. L’autore di Pecoranera ha deciso di rispondere. Ecco la lettera integrale.
MILANO- Amici miei finisco ora di leggere i commenti all’articolo uscito sul sito del Corriere, e il cuore mi batte forte mentre scrivo questa risposta. Dai più sono etichettato come un figlio di papà proprio perché ammetto di vivere in una casa di proprietà. Altri mi danno dell’evasore, chi del furbo parassita che succhia i servizi senza pagare le tasse, altri ancora mi mettono in guardia contro gli acciacchi dell’età. Ebbene sì, cari detrattori, tutte le critiche che mi si muovono sono plausibili ma riscontro l’atteggiamento tipico dello stolto che guarda il dito mentre il dito indica la luna. La mia esperienza è parziale proprio perché si tratta della vita di un singolo, di un giovane di ventisette anni che per forza di cose non può aver messo in ordine il mondo né aver dato risposta a tutti i problemi della vita. Ma rifiutare la riflessione che propongo significa precludersi delle possibilità, vivere del motto «tanto il mondo va così, che ci vuoi fare».
VIVERE DA SFIGATI – Nel mio piccolo mondo di figlio di papà appena maggiorenne ho capito qual era il mio percorso e per dieci anni ho proseguito in un’unica direzione, quella di cambiare stile di vita. Ho rinunciato a studiare agraria all’università per lavorare per cinque anni come tecnico informatico (ad oggi ho pagato cinque anni di contributi pieni su nove, a ventisette anni), dunque conosco bene il significato della parola lavoro. È con questi stipendi che mi sono comperato un pezzo di terra, due serre, un motocoltivatore e tutto il necessario per fare il contadino. È con questi stipendi che ho messo da parte una riserva di emergenza per il temuto dentista. Sono anche riuscito a starmene lontano dalla città, a capire che in montagna ci sono molte risorse fisiche e spirituali, la stessa montagna abbandonata dove vivere è da sfigati. Salvo nel mio caso in cui il giudizio vira a privilegio di pochi. A questi sono seguiti i quattro anni da disoccupato dove la mia nuova occupazione è stata il lavoro nei campi che mi ha fatto apprendere il significato della parola fatica ben più che il lavoro d’ufficio. Zappando la terra, non ci crederete, si ottiene del cibo e divengono rade le visite al supermercato. Lavorando a quattro passi da casa ho potuto vendere l’auto e iniziare un’altra attività part-time: pedalare.
PEDALARE – Proprio così, pedalare è un lavoro perché genera mobilità, la stessa mobilità per cui paghiamo profumatamente la benzina, l’autostrada, il bollo, l’assicurazione, l’ammortamento e la manutenzione di carrozze sempre più care. Ecco che le mie gambe sono diventate belle grosse e se prima andavo come una cinquecento ora scatto come una berlina. Da bravo figlio di papà ho una casa bella calda grazie alla fiamma che brucia nella cucina a legna sulla cui piastra cucino di tutto. E da grande privilegiato possiedo anche un boiler per l’acqua calda della doccia, sempre a legna. Il fuoco va acceso e tenuto vivo, non basta girare la manopola del riscaldamento. E non c’è bolletta da pagare, quella di Zar Putin per cui il nostro amato ex-premier faceva tanti viaggi in Russia. Io mi rivolgo ai boschi e vi assicuro che gli alberi non camminano fino a casa mia, né un ciocco si spacca per telecinesi. Ma non leggete queste parole come polemiche, piuttosto cercate di intuire la mia carica di ragazzo che ragiona e s’incazza per le critiche proprio perché comprende che sono plausibili ma anche venate di disfattismo. Nel mio libro, titolato appunto «Pecoranera», ho cercato di raccontare con sincerità la mia esperienza e proporre degli spunti di riflessione anziché dogmi ecologici, sociali o politici. Solo una cosa: non dite mai che io non so cosa significhi la parola fatica perché altrimenti vi invito a passare qualche giorno da me per convincervi del contrario!
Devis Bonanni
18 marzo 2012 | 17:53
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VUOI IL LIBRO?
VAI AL SITO DELLA MARSILIO EDITORE
LIBRO, PASSAPAROLA – Nel Paese dei delitti ambientali tante le storie di “Toghe verdi”
PASSAPAROLA
Nel Paese dei delitti ambientali
tante le storie di “Toghe verdi”

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Nel libro di stefania Divertito le esperienze di magistrati e avvocati impegnati in battaglie di “resistenza” sul fronte dell’ecosistema. E in Italia c’è un reato di questo tipo ogni 43 minuti
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di SILVANA MAZZOCCHI
Stefania Divertito
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Scenari naturali compromessi, vite stravolte da scempi ambientali, leggi manovrate e plasmate per permettere abusi, interessi privati che prevalgono su quelli pubblici. Diffusa impunità per i responsabili, ma anche lampi di coscienza civile che si risveglia e che cresce. Con Comitati e associazioni di cittadini-vittime che, finalmente, cominciano a trovare ascolto e sostegno da parte di alcuni investigatori coraggiosi, magistrati, avvocati, impegnati in battaglie civili che si oppongono al sonno delle coscienze e all’immobilismo della rassegnazione. Stefania Divertito, giornalista d’inchiesta che da lungo tempo si occupa di problematiche legate all’ambiente ha raccolto in Toghe verdi alcune di queste storie di “resistenza”. Solo alcune, ma emblematiche in un Paese che di reati ambientali ne conta un elenco infinito. In Italia, sottolinea Divertito citando i dati ufficiali, “si compie un delitto contro l’ambiente ogni 43 minuti, senza distinzione tra Nord e Sud”. E il 2010 è stato l’anno nero degli eco-delitti, tanto che, nei tribunali, ormai agiscono “almeno trecento eco-avvocati, contando solo quelli del Wwf”.
Del resto l’elenco delle ferite inflitte alle risorse naturali del Paese è lungo e vario: il Mugello sventrato, Malagrotta, Praia a Mare, Porto Tolle, luoghi che evocano acqua rubata, discariche inquinanti, il business dei rifiuti sempre più fiorente, una criminalità agguerrita, spesso aiutata dalle lungaggini della giustizia, dalle mille pieghe della burocrazia, dai cavilli procedurali.
Il libro si chiude con un’intervista a Raffaele Guariniello, punta di diamante della procura di Torino, un magistrato da sempre in prima fila nella lotta contro i disastri ambientali (è stato, tra l’altro, il regista dell’inchiesta che ha portato alla condanna dei dirigenti della Tyssen Krupp per la morte di sette operai). Guarineliello lancia l’idea di una Superprocura nazionale specializzata nel settore per tagliare i tempi dei processi, affinare le tecniche investigative, contrastare la burocrazia e, finalmente, scongiurare il fantasma della prescrizione. E se un’autorevole toga verde come Guariniello la propone come ricetta vincente “per impedire che restino impuniti quei reati che contribuiscono alla rovina del territorio e della nostra salute”, c’è da credergli.
Divertito, può riassumere la toponomastica degli scempi italiani?
Onestamente non è possibile farlo. Farlo in modo esaustivo e completo, almeno. Da Nord a Sud, isole comprese, ogni giorno si aggiungono, alla già corposa lista, nuovi scempi ambientali. In Toghe verdi ho selezionato le storie che mi sono sembrate più rappresentative cercando anche quelle meno note in funzione delle loro vicende giudiziarie e così, a ben vedere, è emersa una toponomastica dei grandi processi ambientali e un’altra sui grandi processi “abortiti”, falliti. Torino, Roma, Firenze, Padova, Cagliari e anche Paola, sono le procure dove ho potuto apprezzare l’efficienza della macchina investigativa. Altrove inchieste altrettanto importanti per la collettività (come la Stoppani di Genova) sono rimaste impigliate nella prescrizione dopo indagini troppo lunghe. Mi ha colpito come tutto dipenda dalla dedizione del singolo giudice: manca una rete di competenze che si faccia sistema, coadiuvando le indagini. Concordo con il procuratore Guariniello: occorre una mega procura ambientale che si faccia carico di queste competenze spesso molto specialistiche e tecniche.
Il rapporto tra la reazione dei cittadini e la magistratura nella sua esperienza
Diffidenza. Questo è il termine che mi viene subito in mente. Il cittadino rimane incredulo quando sa che, sulla base di una denuncia, viene aperta un’inchiesta dalla magistratura. Non gli sembra vero che qualcuno possa interessarsi a una problematica che riguarda la propria salute ma, soprattutto, in base alla mia esperienza, più volte mi son trovata davanti a cittadini che dicevano: “Tanto non porterà a niente”. Però, laddove ci sono magistrati noti per i risultati ottenuti, oppure inchieste che hanno portato a condanne e risarcimenti, allora sento che l’atteggiamento cambia, e arriva la speranza. Questo accade soprattutto con avvocati di parte civile agguerriti e competenti. Emblematico è il caso dell’avvocato Ezio Bonanni, uno dei più attivi nelle battaglie contro l’amianto: ho assistito a conferenze dove famiglie di persone decedute ingarellate in vicende giudiziarie spesso lunghissime e dai risultati per nulla scontati, non hanno mostrato segni di cedimento perché l’esperienza di quella toga è garanzia per le loro lotte.
Come conciliare le esigenze di progresso con la difesa dell’ambiente?
La stagione dell’”ambientalismo del no” credo sia passata. C’è un nuovo approccio ormai evidente, dovuto anche alle numerose conferenze scientifiche, e allo scambio di informazioni con esperti di tutto il mondo, scambio possibile soprattutto grazie al web, che ha dimostrato che scienza, progresso e ambiente possono andare di pari passo. Ad esempio, a chi propone come unica ricetta per lo smaltimento dei rifiuti la costruzione di inceneritori, il comitato Waste Zero di Fiumicino, ha risposto invitando in un affollato convegno Paul Connett, esperto Usa che ha applicato con successo a San Francisco la teoria dei Rifiuti zero, riducendo drasticamente la produzione pro capite dei rifiuti. Perché non da noi? Così facendo la quantità residuale del ciclo dei rifiuti in discarica è minima. Così a Firenze: a chi vuole sventrare il cuore sotterraneo della città per costruire una stazione Alta Velocità ex novo, i comitati cittadini propongono soluzioni alternative, altrettanto efficaci e molto, molto più economiche. Sono solo degli esempi, ma dimostrano che un altro progresso è possibile.
Stefania Divertito
Toghe verdi
Prefazione di Eerri De Luca
Verdenero inchieste – Edizioni Ambiente
pag 175, euro 14
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24 ottobre 2011
fonte: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/10/24/news/passaparola_24_ottobre-23785925/?rss
Amazon farà i contratti agli scrittori, tagliate fuori le “vecchie” case editrici
Amazon farà i contratti agli scrittori,
tagliate fuori le “vecchie” case editrici
Il sito di e-commerce metterà in vendita quest’autunno 122 libri
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Amazon pubblicherà presto libri. Il sito, da anni leader nell’e-commerce, dopo aver mandato in pensione le librerie adesso ha iniziato a incoraggiare alcuni scrittori ad allontanarsi dagli editori proponendo direttamente contratti per i loro testi.
Amazon pubblicherà 122 titoli negli Stati Uniti, libri che coprono tutti i generi e saranno sia in forma “fisica” che in quella di e-book. Il sito di e-commerce di Seattle ha assegnato la scelta degli autori al veterano del mondo dell’editoria Usa Laurence Kirschbaum. Scontenti gli editori, secondo alcuni Amazon sta tentando alcuni dei loro scrittori di punta e sta rosicchiando la loro fetta di mercato.
“Tutti hanno paura di Amazon”, ha detto al “New York Times” Richard Curtis, un agente che si occupa di e-book, “Se sei una libreria, Amazon compete con te da anni, se sei un agente Amazon ti sta rubando da mangiare perché offre gli autori la possibilità di pubblicare direttamente senza usarti come intermediario” Uno degli amministratori delegati del sito di e-commerce, Russell Grandinetti, ha difeso la compagnia e ha affermato che oggi “le uniche persone necessarie per pubblicare un libro sono lo scrittore e il lettore.
Tutti quelli che si trovano in mezzo a loro hanno gli stessi rischi e le opportunità” sia tu un sito di e-commerce o un piccolo editore. Il NY Times ha citato un caso emblematico, quella dell’autrice hawaiana Kiana Davenport che ha pubblicato con Penguin il suo libro “The Chinese’s Soldier Daughter” e ha affidato ad Amazon una raccolta e-book di racconti brevi “Cannibal Nights”. La casa editrice ha deciso di recidere il contratto con l’autrice, ha ritirato il libro e le ha fatto causa. La Penguin non ha commentato, ma l’avvocato della Davenport ha detto: “Vogliono dare il buon esempio, se pubblichi con Amazon lo fai a tuo rischio e pericolo”.
Molti sono, invece, gli scrittori che stanno usufruendo di questo nuovo modo di pubblicare, come Lauren Saville che ha speso 2.200 dollari per mandare in stampa un libro dedicato alla madre e ha venduto solo 600 copie, dopo aver letto una recensione su una rivista specializzata Amazon ha deciso di annoverarla fra i suoi scrittori e la Saville ha deciso che non si affiderà mai più a un editore.
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17 ottobre 2011
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“E’ un profeta dei nostri tempi”. La prefazione di Moni Ovadia all’ultimo libro di don Gallo
“E’ un profeta dei nostri tempi”. La prefazione di Moni Ovadia all’ultimo libro di don Gallo
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“In lui si compie il miracolo dell’ubiquità. La passione per l’uomo, per la vita e per l’accoglienza dell’altro si coniugano in questo specialissimo uomo di fede con un folgorante humor che dissipa ogni esemplarità predicatoria per aprire la porta del dialogo fra pari a chiunque voglia entrare, cristiano o musulmano, ebreo o buddhista, credente o ateo”
Pubblichiamo la prefazione di Moni Ovadia, tratta da “Se non ora, adesso. Le donne, i giovani e la rivoluzione sessuale”, l’ultimo libro di don Andrea Gallo, in uscita per Chiarelettere.
“Don Andrea Gallo, prete da marciapiede come lui stesso si definisce, è uno dei sacerdoti più noti e più amati che abitino il nostro disastrato paese. Centinaia di migliaia di persone lo sentono come un fratello, moltissimi fra costoro lo considerano una guida, un maestro, un compagno nell’accezione militante del termine, ma il Gallo è prima di tutto e soprattutto un essere umano autentico. In yiddish si dice «a mentsch». La nostra nascita nel mondo come donne e uomini è un evento deciso da altri anche se la costruzione in noi del capolavoro che è un essere umano autentico dipende in gran parte dalle nostre scelte. Il tratto saliente di questo percorso è l’apertura all’altro laddove si manifesta nella sua più intima e lancinante verità, ovvero nella sua dimensione di ultimo, sia egli l’oppresso, il relitto, il povero, l’emarginato, il disprezzato, l’escluso, il segregato, il diverso.
L’apertura all’altro, sia chiaro, non si manifesta nel melenso atto caritativo che sazia la falsa coscienza e lascia l’ingiustizia integra e perversamente operante, ma si esprime nella lotta contro le ingiustizie, nell’impegno diuturno per la costruzione di una società di uguaglianza, di giustizia sociale, in una vibrante interazione di pensiero e prassi con una prospettiva tanto laicamente rivoluzionaria, quanto spiritualmente evangelica. Il «Gallo» è radicalmente cristiano e sa che il messaggio di Gesù è un messaggio rivoluzionario, radicale e non moderato, ed è per questo che l’hanno messo in croce, per la destabilizzante radicalità del cammino che indicava. «Beati gli ultimi perché saranno i primi» non è un invito a bearsi in una permanente condizione di minorità per il compiacimento delle classi dominanti, ma è un’incitazione a mettersi in cammino per liberare l’umanità dalla violenza del potere, per redimerla con l’uguaglianza. La parola ebraica ashrei, tradotta correntemente con beato, si traduce meno proditoriamente con in marcia, come propone il grandissimo traduttore delle scritture André Chouraqui.
È questa consapevolezza che fa di don Gallo un profeta e non nell’accezione volgare e stereotipata con cui spesso si vuole sminuire o sbeffeggiare il ruolo di questa figura, ma nel senso più profondo di uomo che incarna la verità dei grandi pensieri ripetutamente e capziosamente pervertiti dai funzionari del potere, siano essi i soloni del regno terreno, siano essi i chierici del cosiddetto regno celeste. Questa è la ragione per la quale il profeta trasmette la parola del divino e il divino del monoteismo ha eletto come suo popolo lo schiavo e lo straniero, l’esule, lo sbandato, il fuoriuscito, il diverso, il meticcio avventizio perché tali erano gli ebrei e non un popolo etnicamente omogeneo come oggi vorrebbe uno sconcio delirio nazionalista. In questa sua fondamentale opera che deve essere letta da chiunque voglia capire le parole illuminate di questo prete da marciapiede, Gallo ci ricorda che l’etica è più importante della fede, come il filosofo e grande pensatore dell’ebraismo Emmanuel Lévinas suggerisce nel suo saggio Amare la Torah più di Dio.
Come già il profeta d’Israele Isaia dichiara con parole infiammate, il Signore stesso chiede agli uomini di praticare etica e giustizia perché disprezza la fede vuota e ipocrita dei baciapile: Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i Miei Atri? Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Il profeta autentico non predice il futuro, non è una vox clamans nel deserto, è l’appassionata coscienza critica di una gente, di una comunità, di un’intera società, ed è questa coscienza che si incide nella prole perché le parole diventino fatti, azioni militanti a ogni livello della relazione interumana e per riconfluire in parole ancora più gravide di quella coscienza trasformatrice.
Questo è a mio parere il senso che don Gallo attribuisce al primato della coscienza espresso mirabilmente nel documento conciliare Nostra Aetate uscito dal Concilio vaticano II voluto da Giovanni XXIII, il «papa buono», ma buono perché giusto. Con il poderoso strumento della sua coscienza cristiana, antifascista, critica, militante, laica ed evangelicamente rivoluzionaria, il prete cattolico Gallo riesce a confrontarsi con i temi socialmente più urgenti ed eticamente più scabrosi, smascherando moralismi, le rigidità dottrinarie, le ipocrisie che maldestramente travestono le intolleranze per indicare il cammino forte della fragilità umana come via per la liberazione. Quest’ultima e intima verità dell’uomo, Andrea Gallo la conosce, la sente e la ritrova nelle parole più impegnative delle scritture perché istituiscono l’umanesimo monoteista, ma anche l’umanesimo tout court nella sua dirompente radicalità: «Ama il prossimo tuo come te stesso, ama lo straniero come te stesso, ciò che fai allo straniero lo fai a Me».
La passione per l’uomo, per la vita e per l’accoglienza dell’altro si coniugano in questo specialissimo uomo di fede con un folgorante humor che dissipa ogni esemplarità predicatoria per aprire la porta del dialogo fra pari a chiunque voglia entrare, cristiano o musulmano, ebreo o buddhista, credente o ateo. In don Gallo si compie il miracolo dell’ubiquità: lui è radicalmente cristiano e anche irriducibilmente cattolico, ma potrebbe anche essere uno tzaddik chassidico, così come è un militante antifascista e un laicissimo libero pensatore. Per me il Gallo è un fratello, un amico, una guida certa, un imprescindibile e costante riferimento. Per me personalmente, la speranza tiene fra le labbra un immancabile sigaro e ha il volto scanzonato di questo prete ribelle.
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Se non ora, adesso
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Questione morale: come ti manipolo Berlinguer / 2 – Scalfari: La sinistra, la morale e la diversità perduta / 3 – Chi ha paura della questione morale?
Questione morale: come ti manipolo Berlinguer
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tutti gli articoli dell’autore
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La memoria di Enrico Berlinguer rappresenta ancora oggi un patrimonio che va ben oltre i confini del vecchio Partito comunista. Non per nulla, il suo lascito politico-culturale è da sempre oggetto delle più accanite dispute ereditarie. E anche di qualche appropriazione indebita. Negli ultimi tempi, tuttavia, il fenomeno dell’uso strumentale e della deformazione polemica della figura di Berlinguer ha superato ogni limite. Fino al massimo paradosso: l’icona di Enrico Berlinguer utilizzata contro l’intera sinistra italiana, e addirittura contro i partiti e contro la politica in generale. Un gioco che si ripete ormai da anni, ogni qual volta la cronaca offra un qualche scandalo che tocchi gli ex comunisti, che si dimostrerebbero pertanto colpevoli di avere tradito l’insegnamento del loro antico leader sulla “questione morale”.
Il recente trentennale dall’intervista a Eugenio Scalfari, cadendo nel pieno delle polemiche sul caso Penati, ha dato naturalmente ampio spazio a questo tipo di operazioni. Sul Fatto quotidiano, Luca Telese è arrivato a mettere insieme, per l’occasione, il caso Greganti e la telefonata di Fassino e Consorte, la posizione critica di Napolitano nel dibattito interno al Pci degli anni ‘80 e le dichiarazioni di D’Alema al seminario di Gargonza del ’96. Articolo ripubblicato tale e quale come prefazione al libro appena uscito per Aliberti: “La questione morale – la storica intervista di Eugenio Scalfari”. Al contrario dell’articolo-prefazione di Telese, però, il testo dell’intervista pubblicato nel libro non è per niente “tale e quale” l’originale…
Senza che nemmeno il più piccolo segno tipografico lo denoti (tanto meno una riga in copertina o almeno nella presentazione), l’intervista è tagliata in più punti. E nemmeno di poco. All’appello mancano ben venti domande e altrettante risposte, senza contare i casi in cui la domanda di Scalfari o la risposta di Berlinguer risultano monche rispetto all’originale. L’operazione sconcerta per la sua disinvoltura, ma è solo il caso più estremo di un fenomeno ormai consolidato di riduzione della figura di Berlinguer alla caricatura del moralista (caricatura cui contribuiscono tanto i suoi critici quanto i suoi agiografi). E così, l’intera esperienza di un uomo politico che si scontrava con l’Urss di Breznev, tutta la complessa vicenda di un leader comunista che davanti ai massimi dirigenti del Pcus parlava del valore della democrazia, viene ridotta a una semplice intervista. Intervista, per giunta, largamente fraintesa, al punto da fare di Berlinguer – che considerava la causa prima della “questione morale” l’esclusione del Pci dal governo – una sorta di precursore di Diego Della Valle e dei tanti miliardari attualmente impegnati a gridare che i politici sono tutti uguali. Al punto da trasformare il capo di un partito comunista in un teorico della separazione tra politica ed economia.
Di fatto, a rimanere fuori dal libro sono tutte le affermazioni che complicano un po’ le cose, o che allargano il quadro: dal giudizio che Berlinguer dà del congresso del partito comunista polacco a quello sulla lotta al terrorismo, in cui il segretario del Pci critica duramente ogni cedimento rispetto alla linea della fermezza. E resta fuori anche la conclusione dell’intervista, con la bella risposta che il segretario del Pci, senza nominarlo, dà a Indro Montanelli: «Un giornalista invitò una volta a turarsi il naso e a votare Dc. Ma non è venuto il momento di cambiare e di costruire una società che non sia un immondezzaio?». La prima lezione che si può trarre da questo piccolo, clamoroso caso di autocensura editoriale è che per accusare qualcuno di avere tradito lo spirito del messaggio berlingueriano, possibilmente, bisognerebbe prima evitare di tradirne la lettera. La seconda è che un documento storico come l’intervista di Berlinguer non si può trattare come il brogliaccio di un’intercettazione telefonica mal trascritta, tagliata e ricopiata chissà come, chissà da chi. La storia non si lascia tagliuzzare a misura dei nostri pregiudizi: la discussione tra favorevoli e contrari alle posizioni assunte da Berlinguer in quella intervista era una discussione seria, tra persone serie. Non la si può ridurre agli schemi di un retroscena post-datato, con l’Unione sovietica al posto dell’Ulivo, Berlinguer nei panni di Prodi e Napolitano in quelli di D’Alema. Semmai, oggi, si potrebbe discutere se a essersi rivelata profetica, con il senno di poi, sia stata la denuncia berlingueriana sulla degenerazione dei partiti di governo (e non certo del Pci, di cui rivendicava con orgoglio la diversità) o invece la denuncia di chi, come Napolitano, temeva che isolando il Pci dal gioco politico la situazione non avrebbe fatto altro che peggiorare. Questa sì che sarebbe una discussione seria, e anche attuale. Ma una discussione seria sulla questione morale impone anzitutto di rispettare i fatti e le persone, la loro storia e le loro parole, evitando le strumentalizzazioni interessate, a fini politici o commerciali. Altrimenti è solo una recita senza senso, in cui non ci sono persone ma maschere, capaci di ripetere sempre e soltanto lo stesso ritornello (a conferma della tesi, nel libretto in questione, persino la foto di Eugenio Scalfari sul retro di copertina non è quella di Scalfari, ma di Giulio Bosetti, l’attore che lo interpreta nel film di Paolo Sorrentino “Il Divo”).
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13 ottobre 2011
fonte: http://www.unita.it/italia/questione-morale-come-ti-manipolo-berlinguer-1.341454
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IL COMMENTO
La sinistra, la morale
e la diversità perduta
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di EUGENIO SCALFARI IL 28 LUGLIO del 1981
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Berlinguer con alcune volontarie ad una festa del l’Unità – fonte immagine
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Repubblica pubblicò una lunga intervista con Enrico Berlinguer. Il tema era la questione morale. Non era la prima volta che il nostro giornale affrontava quell’argomento; gli antecedenti rimontavano a prima della fondazione di Repubblica; la questione morale era stata uno degli elementi fondanti dell’Espresso fin dai suoi primi numeri, con l’inchiesta di Manlio Cancogni sul “sacco di Roma” dei palazzinari in combutta con le grandi società immobiliari e con il Comune. Erano seguite le inchieste sulle frodi alimentari di Gianni Corbi e Livio Zanetti e molte altre fino alla lunga polemica sull’Eni, su Eugenio Cefis e sulla “razza padrona” dei boiardi di Stato.
Per il Partito comunista invece era la prima volta. La questione morale contro i “forchettoni” della Democrazia cristiana faceva parte dello scontro politico-elettorale e veniva ritorta contro il Pci con le impiccagioni di Praga e i rubli che il Partito comunista sovietico inviava regolarmente a quello italiano. Ma non investiva il rapporto tra i partiti e lo Stato.
A quell’epoca del resto non esisteva ancora il finanziamento pubblico dei partiti. Il Pci, oltre che sul tesseramento e sulle “Feste dell’Unità”, era appoggiato finanziariamente al Pcus, la Dc e i partiti di governo dalla Confindustria, dai grandi enti pubblici (Eni, Iri, Enel) ed anche da alcune “agenzie” americane. Questa era la situazione quando Berlinguer affrontò il tema da un punto di vista del tutto nuovo. L’incontro avvenne due giorni prima della pubblicazione. A quel colloquio, che durò tre ore e mezza, era presente Tonino Tatò, portavoce e principale collaboratore del segretario.
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Il punto centrale dell’intervista fu questa frase di Berlinguer: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande e con i metodi di governo di costoro”.
E più oltre: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali. Oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito. Tutto è lottizzato e spartito. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni sono chiamate a compiere sono viste prevalentemente in funzione dell’interesse di partito e di corrente e del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se procura vantaggi di clientela, un’autorizzazione viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi. La situazione è drammatica”.
La citazione è lunga ma necessaria. Essa formula la diagnosi del leader comunista sullo stato del Paese e indica la terapia: i partiti debbono ritirarsi dalle istituzioni e tornare alla loro funzione costituzionalmente indicata di centri di aggregazione del consenso popolare. Questo e non altro era il compito che Berlinguer auspicava ai partiti, a cominciare dal proprio. In quegli stessi mesi, in coincidenza con quell’intervista, Bruno Visentini lanciò dalle colonne di Repubblica il progetto di sottrarre la formazione dei governi alle segreterie dei partiti, affidando la nomina del presidente del Consiglio e dei ministri al Capo dello Stato come prevede la Costituzione ma come non era mai sostanzialmente avvenuto. Ma la proposta cadde nel vuoto e non fu mai raccolta salvo che dal governo Ciampi del 1992, undici anni dopo quest’intervista.
A rivisitarla oggi si arriva alla conclusione che la terapia abbia funzionato ben poco ed anzi che il malanno diagnosticato da Berlinguer e poi colpito dall’azione della magistratura negli anni dal ’92 al ’94, si sia ulteriormente aggravato. Se tanti anni fa la corruzione andava a vantaggio dei partiti e delle correnti, oggi va a vantaggio di semplici individui. C’è stata cioè una personalizzazione della corruzione che emana dal vertice del potere esecutivo con l’acquiescenza di quello legislativo e le leggi “ad personam”. Il resto viene da sé a cascata, con la creazione di un’immensa clientela che partecipa alla spartizione del bottino attraverso il sopruso sul più debole. A qualunque livello della piramide sociale c’è sempre un più forte e un più debole. Il sopruso subito viene trasferito al livello sottostante.
La reazione che ne risulta sbocca nell’antipolitica ed è una reazione malata, anarcoide e aperte a tutte le tentazioni. Il più delle volte l’antipolitica produce forme di tirannia, non importa di quale colore si ammanti. Di destra o di sinistra, il colore d’una tirannia è posticcio. La sostanza è la provocazione, il sopruso, l’abolizione dei diritti e – se necessario – delle libertà private. La libertà pubblica è già stata soppressa. Questo è l’itinerario inevitabile dell’antipolitica. È molto rara nella storia un’eccezione a questo percorso.
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L’intervista con Berlinguer sulla questione morale provocò alcune domande che sussistono tuttora. Fino a che punto il Pci era esente dal male che il suo leader denunciava? In che modo doveva avvenire il ritiro dei partiti dalle istituzioni? Le attuali forze di centrosinistra sono esenti dal malaffare che ha continuato a contaminare il centrodestra? La prima domanda noi la ponemmo a Berlinguer. Lui rispose che il suo partito non aveva partecipato al malaffare. Gli fu obiettato che, a causa della guerra fredda, il Pci non poteva accedere al governo nazionale, mancava quindi l’occasione e la tentazione del malaffare. Lui ammise che l’occasione di diventare ladri non c’era stata ed aveva quindi rappresentato in qualche modo una salvaguardia morale e auspicò con maggior forza la necessità di avviare il processo di disoccupazione delle istituzioni prima che la “diversità” comunista venisse a cadere.
Quella diversità è caduta da tempo, le occasioni e le tentazioni ci sono ormai sia a destra che a sinistra. Lo stesso Bersani l’ha riconosciuto. Ha chiesto al senatore Tedesco di dimettersi dal partito e dal Senato; è stato accontentato solo sul primo punto ma non sul secondo. Ha chiesto a Filippo Penati di dimettersi dalle cariche che occupa nella Regione lombarda. È stato accontentato, ma forse avrebbe dovuto chiedergli anche di sospendersi dal partito. Non lo ha fatto ma a nostro avviso dovrebbe farlo: la separazione tra chi è imputato di corruzione e il partito cui eventualmente appartiene non ha niente a che fare col garantismo. La presunzione di innocenza vale sul piano giudiziario ma non su quello politico.
Infine: quale itinerario può evitare il pericoloso scivolamento nell’antipolitica e bonificare democraticamente la contaminazione del malaffare? La risposta è semplice da dirsi e difficile ma non impossibile da attuarsi: il riformismo. Un riformismo di alto livello che cominci appunto con il ritiro dei partiti da tutte le istituzioni a cominciare dalla Rai.
Walter Veltroni propose già un anno fa quel ritiro, affidando la gestione dell’azienda ad un consiglio nominato dal Capo dello Stato, che scegliesse un consigliere delegato. La proposta andava nel senso giusto ma il Partito democratico non si pronunciò su di essa. È auspicabile che lo faccia ed estenda il ritiro a tutte le istituzioni. Questo è l’inizio del riformismo, il quadro entro il quale le forze politiche possono e debbono operare per modernizzare il paese, affrontare la crisi economica, preservare l’equanimità. La legge elettorale completa il quadro perché, se ben fatta, restituisce al Parlamento la sua funzione di rappresentanza della sovranità popolare riscattandolo dalla soggezione in cui l’ha relegato la legge attuale.
Le forze del centrosinistra e il Pd che oggi ne rappresenta il perno possono e debbono aver l’ambizione di riformare il Paese intercettando il vento nuovo che si è manifestato da qualche mese. La collaborazione delle forze di centro è essenziale all’attuazione di questo percorso.
La destra risorgerà in una versione europea e repubblicana solo quando il berlusconismo sarà stato archiviato. Fino ad allora è inutile aspettarsi un rinnovamento che non ha spazio politico per esprimersi. Ci vorrebbe un Dino Grandi sia nel Pdl sia nella Lega, ma non c’è. Sinistra e centro imbocchino la strada del riformismo. Il resto verrà quando il popolo sovrano deciderà il suo destino.
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28 luglio 2011
fonte: http://www.repubblica.it/politica/2011/07/28/news/scalfari_commento-19714900/
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Eugenio Scalari – Enrico Berlinguer
Chi ha paura della questione morale?
In una intervista rilasciata e Repubblica il 28 luglio 1981, Luigi Berlingue proponeva il tema di una “questione morale”. Nello scenario politico e nelle emozioni dei primi anni Ottanta, i termini di questa “questione” sembravano investire i partiti di governo che, in una sorta di immobile continuità nelle procedure e nelmetodo di governo, potevano tutti tra loro confondersi in quella che oggi, con termine orami ufficialnmente accettato e corrente, chaiamao “casta”. A rileggerla oggi, e in presenza del dibattito precongrassuale del Partito Democratico, si può anche andare più in là. comunque il testo mantiene inalterata la sua attualità. Eccone un estratto.
“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. […]
Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.[…]
Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese. […]
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. [...]
Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude”. Enrico Berlinguer.
La morale, o se preferite la domanda è la seguente: ma di chi sta parlando Enrico Berlinguer?
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