Messico choc, vendetta narcos: in nove impiccati al ponte / VIDEO: Los Zetas cuelgan de puente a miembros del C.D.G.
Los Zetas cuelgan de puente a miembros del C.D.G., responsables de “calentar” plaza de Nuevo Laredo
Pubblicato in data 04/mag/2012 da MYUH10
Nuevo Laredo, Tamaulipas a 4 de Mayo de 2012, por (RN Noticias).- Los cuerpos sin vida de 9 personas a quienes se les atribuye ser los responsables del atentado con el coche bomba a las instalaciones del edificio Seguridad Púbica municipal de Nuevo Laredo, Tamaulipas, registrado el pasado 24 de abril aparecieron colgados en el puente vehicular de la carretera nacional Nuevo Laredo-Monterrey.
Una enorme manta con un mensaje de advertencia dirigido a las personas que “calienten” esta plaza estaba colgada del puente vehicular junto con los cuerpos de 5 hombres y 4 mujeres.
La manta decía textualmente. “Pinches golfas, así me los voy a ir acabando a todos los pendejos que mandes a calentar la plaza. Les voy a ir poniendo en su madre, en algo la tienen que cagar, y ahí le vamos a poner en su madre al pinche gringo, ahí está todo puto poniendo carros bomba y el pinche Juanito Carrizales todo puto porque le mate al pinche joto del Tubi que estaba llore y llore como vieja parturienta y el pinche metro 4 ahí andabas pidiéndole chicle al comandante Lazcano cuando te traía a puros vergazos, el R1 en Reynosa puto y ahora ahí andas de pinche mitotero, pero está bueno, ahí está tu pinche gente, los otros se me pelaron, pero ahí me los voy a chingar, al rato caen puto. Ahora ahí nos vemos bola de parapatras puto”
Con huellas de tortura y ensangrentados, estaban los cuerpos de las personas a quienes se les responsabiliza de los recientes hechos de violencia registrados en este municipio colindante con los Estados Unidos.
Las personas fueron torturadas y todos estaban con las manos atadas hacia atrás, unos traían esposas, mientras que otros tenían cinta color gris.
Visiblemente torturados, los cuerpos de las personas tenían los ojos vendados y su vestimenta estaba totalmente desgarrada y llena de sangre.
La aparición de los cuerpos colgados fue reportada alrededor de la una de la mañana al Centro de Comando, Cómputo, Control y Comunicaciones C4 y posteriormente fueron retirados por las autoridades correspondientes.
Picco di sangue tra i Los Zetas e il cartello rivale del Golfo
Messico choc, vendetta narcos: in nove impiccati al ponte
Appesi a Nuevo Laredo: uomini e donne. Poi la vendetta: cadaveri a pezzi in sacchi neri
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di Guido Olimpio
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MILANO – Marcano il territorio con i corpi smembrati. Con le persone lasciate penzolare da un ponte. Con i giornalisti imbavagliati per sempre con una raffica di mitra. Nelle ultime ore – non molto diverse da quelle che le hanno precedute – la narco-guerra messicana ha raggiunto uno dei suoi picchi di sangue. È inutile cercare di fare il bilancio definitivo, perché c’è sempre un morto ammazzato da aggiungere.
APPESI A UN PONTE – Solo a Nuevo Laredo, città al confine con il Texas, almeno 23 vittime, trucidate in modo orrendo. Poi quattro reporter freddati nello stato di Veracruz. E decine i «caduti» nella battaglia che dal 28 aprile infuria attorno a Choix, Sinaloa. Riprendiamo il filo (di sangue) da Nuevo Laredo. Sono le 1.30 della notte tra giovedì e venerdì. La polizia è avvisata che ci sono 9 impiccati appesi ad un ponte. Cinque uomini e quattro donne. Li hanno picchiati in modo selvaggio, poi li hanno messi lì. Come segno di ammonimento. C’è la «firma».
Nove corpi impiccati a un ponte in Messico

Su un lenzuolo i Los Zetas hanno scritto il loro comunicato dove accusano le vittime di appartenere al cartello rivale del Golfo. Una volta trescavano insieme, oggi sono nemici agguerriti. Con i primi ci sono quelli di Juarez e i «gatilleros» (killer) dei Beltran Leyva. Il Golfo, invece, ha il sostegno dei killer di Sinaloa, il cartello del boss dei boss, El Chapo Guzman. La polizia non fa a tempo a rimuovere i cadaveri che c’è un’altra chiamata. Alle 8.57, nei pressi degli uffici doganali lasciano dei sacchi neri e delle ghiacciaie. Gli agenti sanno già cosa li aspetta: nei sacchi corpi fatti a pezzi di 14 persone. Nelle ghiacciaie le teste. Non si esclude che la seconda strage sia una vendetta per gli impiccati.
RIVALITÀ PIÙ FORTI – I due episodi segnano soltanto uno dei punti di scontro. È l’intero narco-fronte ad essere in movimento. Le rivalità tradizionali si sono fatte ancora più forti per il tentativo di Sinaloa di «mettere a posto» i Los Zetas che ribattono colpo su colpo. Se tu entri nel mio territorio, io ti colpisco nel tuo. E cerco di formare alleanze tattiche con le gang giovanili o bande locali. Servono molte bocche da fuoco. Non sono scaramucce ma sparatorie che metterebbero in fuga anche i talebani. Di sicuro i narcos sono meglio armati dei guerriglieri. Nelle montagne attorno a Choix, ad esempio, non hanno esitato ad attaccare l’esercito con i Kalashnikov, i temuti fucili Barret in grado di bucare le blindature dei mezzi, i lanciagranate. I soldati, però, erano pronti e si sono inseriti nel «duello» tra Zetas e Sinaloa usando anche gli elicotteri. I gangster sono morti a decine: le cifre al ribasso parlano di 28 morti ma secondo altre fonti sono più di 50. Tutto provvisorio. Perché anche se dovessero calmarsi a Choix «scalderanno la piazza» da qualche altre parte.
Guido Olimpio
twitter@guidoolimpio
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MESSICO – Il trans Brigitte e la strage di Veracruz: Narcotraffico o squadroni della morte?
MESSICO
Il trans Brigitte e la strage di Veracruz
Narcotraffico o squadroni della morte?
Il mistero di Boca del Rio: scaricati in pieno giorno 35 cadaveri. Tra le vittime 12 donne, minori e due poliziotti

(TMNews) – Altri 14 cadaveri sono stati scoperti a Veracruz, città portuale dell’est del Messico, 48 ore dopo che 35 corpi erano stati ritrovati in due furgoni abbandonati nella metropoli messicana - fonte
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| Il trans Brigitte |
WASHINGTON – Chi ha ucciso il trans Brigitte e altre 34 persone? I narcos o uno squadrone della morte? La strage avvenuta a Veracruz (Messico) il 20 settembre sta riservando non poche sorprese, con le autorità in imbarazzo davanti all’attività di gruppi di vigilantes non proprio senza macchia.
IL MASSACRO – E’ pieno giorno a Veracruz quando in una strada nella zona di Boca del Rio appaiono degli uomini armati. Indossano divise, ma questo non vuol dire che siano agenti perché i narcos usano spesso abiti militari. Il commando ferma il traffico e scarica da due camioncini 35 cadaveri. Vicino il manifesto di rivendicazione che accusa le vittime di essere al servizio dei Los Zetas, una delle più importanti formazioni criminali.
LE INDAGINI – Tra le vittime vi sono 12 donne, due minori e almeno un paio di poliziotti. Qualche giorno dopo si aggiunge il nome di un personaggio noto nel sottobosco – e non solo – di Veracruz. E’ quello di Brigitte, un trans molto popolare e che si dice abbia tra i suoi clienti anche delle personalità. Risvolto strano: il 17, ossia tre giorni prima, era stato annunciato il suo assassinio ma Brigitte aveva smentito via Facebook. L’autopsia rivela che 34 persone sono state strangolate, solo una è stata finita con un colpo di pistola. E’ possibile che i killer non abbiano usato armi da fuoco per non lasciare tracce balistiche. Precauzione inusuale per i i narcos.
LA PISTA – Gli investigatori accusano il gruppo «Gente nueva», i sicari del Cartello di Sinaloa in guerra a Veracruz contro i Los Zetas. Ma la storia si complica quando la madre di una delle vittime denuncia: «Mio figlio era stato fermato dalla polizia municipale e da quel momento è scomparso». Vuol dire che è stato preso e assassinato da una squadrone della morte? I giornali non si sbilanciano, le autorità prendono tempo per «non violare il segreto istruttorio». Arrivano, infine, su Youtube due video di rivendicazione a nome dei Mata Zetas. Una sigla già nota che pretende di agire «in difesa del popolo» ma che in realtà fiancheggia Sinaloa e il Golfo contro i Los Zetas. Intanto i killer uccidono ancora – altre 15 persone – mentre nelle strade compaiono striscioni, messi dai narcos, che accusano la Marina di aver partecipato alle esecuzioni. Probabilmente si tratta di calunnie ma che aggiungono veleno.
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| Los Mata Zetas narco-formazione che sostiene di agire «in nome del popolo» |
LA PROCURA – Martedì, fonti giudiziarie non escludono il coinvolgimento nella strage di appartenenti alle forze dell’ordine. E si aprono così altri scenari. Il primo: i poliziotti hanno agito per conto del cartello di Sinaloa, una «pratica» piuttosto diffusa in Messico. Il secondo: gli agenti fanno parte di squadre che conducono una guerra segreta contro criminali, veri o presunti. Un fenomeno pericolosamente in crescita in diversi stati messicani. Secondo un esperto americano sarebbero almeno sei le formazioni di vigilantes attive nel paese. Alcune sono pagate da commercianti e sindaci. Altre composte da gruppi di cittadini. Altre ancora fanno da schermo agli assassini dei cartelli. Il governo, in difficoltà, ha reagito inviando diverse centinaia di agenti a Veracruz ed ha escluso che vi sia tolleranza per i giustizieri. Il procuratore locale ha invece minimizzato: “Non e’ successo nulla, tutto va bene”. Ma il mistero di Veracruz non e’ stato ancora risolto.
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Guido Olimpio
30 settembre 2011 09:25
MESSICO, ‘PIZZO’ RIFIUTATO – Danno fuoco a un casinò Almeno 53 morti a Monterrey – VIDEO
México: 53 mortos no incêndio de um casino
Pubblicato in data 26/ago/2011 da euronewspt
É um dos piores ataques dos últimos anos numa cidade mexicana. Pelo menos 53 pessoas morreram na sequência de um incêndio num casino em Monterrey, no norte do México, esta quinta-feira.
De acordo com o governador local, um grupo de homens armados deitou líquido inflamável no casino, ao que tudo indica gasolina. Outras testemunhas dizem que seis homens a bordo de dois carros lançaram granadas para o local.
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http://pt.euronews.net/
Violenza in Messico
Danno fuoco a un casinò
Almeno 53 morti a Monterrey
Il rifiuto di versare il pizzo dietro l’attacco messo a segno da sei uomini. Il presidente Calderon: atto di barbarie
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| (Reuters) |
MILANO – Sono almeno 53 le vittime dell’incendio appiccato da uomini armati in un casinò di Monterrey, nel nord del Messico. Lo ha riferito il governatore dello Stato Nuevo Leon, Rodrigo Medina, precisando che l’attacco è stato messo a segno da sei uomini, arrivato al «Casinò Royale» di Monterrey a bordo di due veicoli. I vigili del fuoco hanno impiegato quasi quattro ore per domare le fiamme. Il direttore della Protezione civile ha spiegato che un numero così alto di vittime è dovuto al fatto che, sentendo le esplosioni, molte persone si sono rifugiate nelle toilette e negli uffici invece di utilizzare le uscite di emergenza, non immaginando che l’incendio si sarebbe propagato così velocemente. Secondo la stampa locale, i casinò di Monterrey sarebbero oggetto di attacchi perché i proprietari si rifiutano di versare il pizzo a organizzazioni criminali legate al traffico di droga.
«ATTO ABOMINEVOLE» – Il presidente messicano Felipe Calderon ha condannato l’attacco su Twitter: «È con profonda costernazione che esprimo la mia solidarietà a Nuevo Leon e alle vittime di questo atto abominevole di terrore e barbarie». Calderon ha quindi chiesto al ministro dell’Interno, Francisco Blake, di raggiungere Monterrey per guidare personalmente l’inchiesta.
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26 agosto 2011
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MESSICO – Ciudad Juárez: lo sterminio di una famiglia di attivisti per i diritti umani
Ciudad Juárez: lo sterminio di una famiglia di attivisti per i diritti umani
A Donna Sara, 76 anni, originaria di un paesino vicino a Ciudad Juárez, nel Nord del Messico, hanno già ammazzato quattro dei suoi dieci figli, un nipote e una cognata, tutti militanti per i diritti umani. Adesso, dopo l’ennesimo sequestro, tutta la famiglia chiede asilo negli Stati Uniti
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di Gennaro Carotenuto
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CIUDAD JUÁREZ – Tredici persone della famiglia Reyes Salazar si sono presentate venerdì ad uno dei ponti internazionali che uniscono Ciudad Juárez (Chihuahua, Messico) a El Paso (Texas, Stati Uniti). Da poche ore, nel Municipio di Guadalupe, 60 chilometri a sud-est nella Valle di Juárez, che corre lungo la frontiera e chiave per il passaggio di droga verso gli USA, era stata sequestrata una loro familiare, Isela Hernández Lara, ennesima violenza in uno Stato, il Chihuahua, dove si sono concentrati un terzo dei 50.000 morti della guerra per il narcotraffico voluta dal presidente messicano Felipe Calderón. Il sequestro era il triste definitivo segnale che per quella famiglia, impegnata da sempre sul fronte dei diritti umani, non ci sarebbe stata né pietà né protezione da parte dello Stato.
La persecuzione era cominciata a novembre 2008. Julio César Reyes Reyes, nipote di Sara, fu sequestrato e assassinato. Colpivano sua madre, Josefina Reyes Salazar, da oltre un decennio una figura pubblica nei movimenti contro i femminicidi, per i diritti umani e contro la militarizzazione della lotta al narcotraffico. Denunciò in maniera dettagliata le responsabilità dell’esercito messicano nel sequestro e nell’assassinio del giovane. La Procura della Repubblica neanche aprì un’inchiesta.
Per zittirla un altro figlio di Josefina, Miguel Ángel, fu arrestato per spaccio. Giurando sull’innocenza del ragazzo, Josefina entrò in sciopero della fame. Ne ottenne la liberazione per vederselo riarrestato poche settimane dopo. Josefina fu assassinata il 3 gennaio del 2010 sulla porta del suo negozietto di barbacoa, carne arrostita alla messicana. Ad agosto fu la volta del fratello Rúben che cadde sotto i colpi dei sicari con le mani bianche di farina dopo una notte a fare il suo lavoro di panettiere.
Il 9 febbraio 2011 Marisela e Claudia, si presentarono a denunciare –in una città di 1.5 milioni di abitanti dove l’impunità è assoluta- il sequestro di Magdalena, Elías e Ornela, moglie di quest’ultimo. Sull’auto dove viaggiava con i due figli e la cognata c’era anche Donna Sara e un nipotino. Le sorelle decisero di accamparsi sotto il tribunale di Ciudad Juárez per esigere –come da decenni i parenti dei desaparecidos fanno in questo Continente- la restituzione in vita dei familiari.
In risposta fu bruciata la casa di Donna Sara, a meno di cento passi da una caserma dell’Esercito. Allora andarono a Città del Messico, sotto il Senato della Repubblica: “non abbiamo né denaro né conoscenze; possiamo solo chiedere giustizia” disse Marisela. Appena tre politici, tra i quali il candidato di centro-sinistra alla presidenza, Andrés Manuel López Obrador, vollero incontrarle. La riunione fu interrotta dalla notizia del ritrovamento dei tre corpi torturati, riesumati da una fossa clandestina: tanto vi basti, sembravano dire quei poveri resti.
Francia, Canada, Venezuela e Stati Uniti offrirono asilo politico all’intera famiglia. “Grazie –affermò Marisela- restiamo qui, e comunque non andremo negli Stati Uniti, paese che consideriamo corresponsabile di ciò che avviene da noi”. I Reyes Salazar, come molte delle associazioni di Ciudad Juárez, denunciano sistematicamente che la maggior parte dei crimini verrebbe da parte delle forze armate che, concordano molteplici osservatori, tra i quali Anabel Hernández, sono parte in causa in una guerra per il controllo dell’export di droga verso gli Stati Uniti.
Le accuse di anni degli attivisti, confermate questa settimana dal New York Times, stigmatizzano il ruolo del vicino del Nord. Chi si oppone diviene un nemico comune per tutti i contendenti e sono almeno venti, solo negli ultimi tre anni, gli attivisti per i diritti umani assassinati. Nello scorso giugno la famiglia ha partecipato alla “Carovana per la pace con giustizia e dignità”, della quale figura principale è il poeta Javier Sicilia, che ha unito Città del Messico a Juárez, 2.000 km più a nord. Olga (la sua testimonianza), altra figlia di Sara, era al fianco di Sicilia alla testa del corteo.
La risposta a tanta dignità, in questo agosto juarense, è stata il sequestro di Isela. Un sequestro, insieme alla richiesta d’asilo che Sara e i suoi figli avevano sempre cercato di evitare, che grida al mondo quanto ingannevole sia la politica orchestrata dal governo Calderón. Se neanche ad una sola famiglia, da anni nell’occhio del ciclone, è stato possibile garantire sicurezza, tutto quanto propagandato ai quattro venti dal governo è una irresponsabile, se non criminale, illusione.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
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23 agosto 2011
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Le donne di Ciudad Juárez: Vittime, madri e sicarie
Le immagini, sotto il titolo del post, le abbiamo inserite noi di solleviamoci. Vi abbiamo risparmiato la visione di foto molto più crude, per rispetto anche delle donne stesse, che non vogliamo trasformare certo in macabro spettacolo. Tuttavia, è anche giusto ‘vedere’ rappresentata, pur se in minima parte, la violenza che continua a perpetrarsi a spese delle donne. Sulle donne, ma anche delle donne. Purtroppo.
mauro
Nella città dei «femminicidi» molte «chicas» hanno preso le armi.
Le donne di Ciudad Juárez
Vittime, madri e sicarie




fonte immagini
La guerra tra narcotrafficanti e gli omicidi sessuali non hanno risparmiato nessuna famiglia
CIUDAD JUÁREZ (Messico) — Al cimitero di San Rafael, a pochi chilometri da Ciudad Juárez (città di confine con gli Stati Uniti, un milione e 300 mila abitanti) sono sepolti i cadaveri di 36 donne — diciotto delle quali mai identificate— e 19 bambini, tutti vittime della guerra del narcotraffico. Tra loro una studentessa di appena 16 anni, Rubi, uccisa a febbraio da un sicario degli Zetas, il gruppo più aggressivo dei Signori della droga: lo stesso che avrebbe poi provveduto ad eliminare, dietro ordine del capobanda Hariberto Lazcano detto El verdugo, il boia, la madre della ragazza, abbattuta a raffiche di mitra mentre denunciava l’impunità dei banditi davanti al municipio di Chihuahua, capoluogo della regione. Marzialmente definite chicas Kalashnikov per l’arnese che portano sempre in spalla quando scendono sul sentiero di guerra contro i sei gruppi armati dei narcotrafficanti, le amazzoni messicane se le devono pure vedere con gli schieramenti interni: quale il Cartello del Golfo, in perenne rivalità (talvolta cruenta) con la compagine narco-militare degli Zetas. Per Hillary Clinton, i narcos sono «un’insurrezione criminale», una bestiaccia nata o cresciuta grazie anche al massiccio contributo degli Usa. Come dimostra il fatto che ogni anno gli americani mandano in fumo 65 miliardi di dollari per alimentare il mercato degli stupefacenti, marijuana, coca, eroina, metanfetamine, provocando stordimenti e deliri di massa. Solo a Ciudad Juárez vivono (o sopravvivono) 80 mila cocainomani.
In questa insurrezione la signora Yaretzi, 27 anni, sposata con due figli, alla vita domestica dopo un intermezzo alla Scuola militare ha preferito quella di guerrigliera, di chica Kalashnikov. In un’intervista in carcere sfodera tutto l’odio di cui era capace, «perché alla scuola ti insegnano a non voler bene a nessuno, quando ne esci hai il cuore di pietra. Del resto in Messico, morte è la parola favorita». Schietta com’è, Yaretzi non nasconde un breve trascorso «come puttana», ma è adamantina quando parla del suo impegno politico-militare: «Signori non si nasce. Si diventa» scandisce con fermezza. «Però mentre gli uomini lo fanno perché si divertono ad ammazzare noi donne lo facciamo per il denaro. O almeno questo è il caso mio. Dire che lo si fa per amore o per un ideale è una cazzata». Entrò come recluta a 20 anni e il suo primo incarico, come per tutti i novizi, è di lavare i pavimenti sporchi di vomito o sangue: quindi assumerà il ruolo di Condor (stanare il nemico nei suoi nascondigli), poi quello di Lince (che arresta e tortura) e infine «mi misi ad uccidere » diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e «con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi ».
Analizzando la situazione socio-politica di Ciudad Juárez, Leobardo Alvarado, uomo di cultura che non ama la definizione di intellettuale, ricorda che furono proprio le donne ad alzare la voce nel ’93/’94 quando la parola «femminicidio» non era stata ancora coniata. «Questa—dice—era una città di almeno 10 mila orfani di guerra e di giovani che non riconoscevano più i valori tradizionali della famiglia o della Chiesa. Il ragazzino che finiva in carcere, vi trovava la migliore università possibile del crimine e quando usciva veniva subito arruolato dalla bande». Sempre più frequenti i delitti contro le donne: 25 le vittime nel 2007, 164 nel 2008 e 50 casi nel gennaio- febbraio di quest’anno. Bersagli prediletti degli assassini chi lavora in organizzazioni per i diritti umani o chi, seguendo il messaggio evangelico, soccorre vecchi, malati e gente ridotta in condizioni di estrema povertà. Verdetto o punizioni non cambiano. La Redim (organismo che si occupa dei diritti dell’infanzia) fa un bilancio agghiacciante nel suo più recente rapporto, da cui emerge che 1300 minorenni sono morti ammazzati negli ultimi quattro anni, mentre assomma a 27 mila la folla dei tossicodipendenti. Non mancano poi episodi di contorno, macabri, raccapriccianti: come quando i condannati a morte erano costretti, prima dell’esecuzione, a coprirsi il volto con una maschera raffigurante il muso osceno di un maiale. Lontano anni luce il Messico glorioso, cupo e dolente di Pancho Villa, Madero, Zapata: anche se, per quelli dalla mia generazione, l’unico vero volto di quest’ultimo rimane quello ombroso di Marlon Brando.
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Molti villaggi nella zona sono listati a lutto. Bussiamo alla casupola di Olga Alanis, dove sullo scaffale del tinello, accanto al televisore, c’è la foto di sua figlia Monica, che avrebbe oggi 20 anni. «Uscì di casa giovedì 26 marzo di due anni fa—racconta la madre senza mai staccare gli occhi dal ritratto—e non l’abbiamo più vista. Quel giorno mi telefonò per dirmi che sarebbe rientrata sul tardi e non stessi in pensiero. A volte, all’ora di cena, metto ancora quattro piatti in tavola, come se la porta dovesse spalancarsi da un momento all’altro. Era una ragazza inquieta ma studiosa, le volevano tutti bene. Come diciamo noi da queste parti, era povera e bella». Il marito, che le siede accanto, ogni tanto la stringe forte alle spalle, come per assecondarla nella speranza che sia ancor viva la sua bambina. Ma lui non crede alle fate e nel suoi occhi c’è il riverbero della spaventosa certezza che ha nel cuore, quando ci accompagna a vedere la stanzetta della figlia, al primo piano. «L’abbiamo lasciata tale e quale il giorno che è sparita!», sussurra. Il letto sfatto, i cuscini addossati alla parete, i tre orsacchiotti che «le tenevano compagnia la notte». E aggiunge: «Sento ancora la voce delle amichette che al mattino la chiamavano dalla strada; dai, Moni, svegliati dormigliona ».
Sono circa 10 mila i desaparecidos in Messico, di cui la maggior parte trova rifugio nel Texas e in California transitando clandestinamente a El Paso, la frontiera con gli Stati Uniti. Questo era anche l’obiettivo di Israel Arzate, 26 anni, scomparso da casa a fine gennaio del 2010, ma non ce l’ha fatta. Dopo mesi di ricerche, la madre riuscì a trovarlo in una caserma messicana dov’era detenuto sotto l’accusa (mai provata) di aver preso parte al massacro di Villas de Salvarcar (15 morti). «Quando l’ho visto— ha raccontato la donna— mi s’è spezzato il cuore, l’avevano torturato brutalmente; i piedi bruciati, i testicoli sanguinanti, la testa avvolta in una borsa di plastica, sul petto i segni dalle sigarette spente dai soldati per tenerlo sveglio. Ma più di tutto lo feriva la battutaccia velenosa dei carcerieri quando gli dicevano: anche la tua mamma è in prigione, ragazzo mio. Ma stai tranquillo, non le manca niente. Noi ce la facciamo a turno giorno e notte».
Le prime donne a pronunciare la parola femminicidio, ricorda la signora Imelda Marufo, un’autorità nel mondo accademico, furono due docenti dell’Università, la professoressa Diana Russel e la sua collega Marcela Lagarre: ma già da oltre 20 anni la catena dagli omicidi stava sfoltendo la popolazione femminile dì Ciudad Juárez. All’origine della mattanza, secondo gli esperti, un’incontenibile misoginia diffusa in tutti i ceti sociali: le prime vittime, maggiorate fisiche con fiumi di capelli neri, di bassa estrazione e disperatamente povere. Ma i delitti si consumavano anche tra le pareti domestiche. Ed è più che amara la conclusione di Imelda quando dice: «Le autorità non intervengono perché la cosa non le interessa o, peggio ancora, perché sono personalmente coinvolte in quei crimini». Chi faccia un salto alla fossa comune del Panteón San Rafael, una trentina di chilometri fuori città, non potrà sottrarsi a un profondo senso di sgomento, amarezza e perfino di paura. Qui sono sepolti i morti che nessuno reclama, anche perché nessuno vuole esporsi alla vendetta dei sicari responsabili della strage. Qualche croce di marmo o di legno spunta qui e là sul tappeto di terra arida e rossiccia, ma su poche, pochissime, trovi inciso un nome con le date di nascita e di morte. Quasi per scusarsi di tanta negligenza, la nostra guida ci ricorda un detto assai comune da queste parti: «Nella Valle di Juárez anche il vento ha paura».
Nel camposanto di Guadalupe riposano (si fa per dire) quattro membri della stessa famiglia, quella degli Amaya: Omar, sindaco della città, ucciso nel 2006 a 33 anni, suo padre Apolonio, lui pure primo cittadino, ucciso nel 2007 cinquantanovenne, Maria ed Aglae, madre e sorella di Omar, di 57 e 29 anni, eliminate nel 2008 da mano ignota. «Ma tutti sanno chi c’è dietro quella mano», commenta Ignacio Montea, il becchino, che aggiunge, indicando un cumulo di terra fresco dove è stata appena interrata una bara: «Come tutti, noi sappiamo chi ha fatto fuori i quattro ragazzi che ho appena sepolto la settimana scorsa. Scriva pure che qui il lavoro non manca ». A Ciudad Juárez e lungo la frontiera i fucili non tacciono mai e si deve soprattutto alla frenetica attività dei due gruppi meglio organizzati e costantemente riforniti di materiale bellico (El Cártel del Pacifico e gli Zetas) se nel territorio del Messico, avverte lo scrittore Charles Bowden, si stanno espandendo i killing fields di cambogiana memoria. Sorprende che le autorità militari messicane avessero inizialmente sottovalutato il fenomeno degli Zetas, che, per loro, «non esistevano ». Anche il loro capo, Heriberto Lazoano, dato più volte per morto negli ultimi due anni, è vivo e vegeto e ha trovato un rifugio sicuro a Potosi.
L’ultima nostra passeggiata (o pellegrinaggio) in Messico è verso il tempio della Santa Muerte, una piccola grotta scavata nella roccia e a malapena illuminata dalle fiammelle delle candele. Hai netta l’impressione che il tuo cammino terreno stia per finire qui. Quasi nessuno parla. C’è solo quel tenue bisbiglio che senti in chiesa durante le funzioni, nei momenti culminanti della cerimonia liturgica. La caverna è quasi tutta occupata da un cupo presepe messicano, con statuette della Madonna, che però indossa indumenti funerei e tiene la falce; in una è più bianca dei ceri, un’altra veste una luminosa tunica gialla, altre ancora sono fasciate da colori gentili come il celeste, il verde primavera, il rosa dell’alba. La padrona di casa, signora Yolanda Salazar, ricorda che possono accedere al tempio tutti coloro che credono in Dio, siano essi cristiani, cattolici o d’altra fede. La porta (che non c’è) è però severamente sbarrata per chi abbia un qualche contatto col crimine organizzato. La signora Yolanda raccomanda ai devoti di non mancare alla Messa solenne che si celebra ogni domenica alla Santa Muerte, alle dodici in punto, a pregare per il «povero Messico » che — diceva il dittatore Porfirio Diaz — ha la sfortuna di essere «così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti».
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Ettore Mo
16 agosto 2011
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Documental El Komander, NarcoPeliculas & Violencia en Cd. Juarez
Caricato da NewReleasesMx in data 11/ago/2011
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NUOVA GANG – Messico: ora tra i narcotrafficanti spuntano pure i Cavalieri templari
In alcune cerimonie indossano elmi e tuniche bianche con la classica croce rossa
Messico: ora tra i narcotrafficanti spuntano pure i Cavalieri templari
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E’ nata una nuova gang che si ispira all’antico ordine con tanto di codice di regole da rispettare

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| Una pagina del manuale |
WASHINGTON (USA) – Uccidono, decapitano, sono legati al mercato della droga. Ma fingono di essere “puri” e buoni. Al punto da definirsi i nuovi «Cavalieri templari». Ne sono così convinti che hanno pubblicato il loro codice d’onore. Una ventina di pagine con le disposizioni per i seguaci. Un manuale illustrato con le immagini dei guerrieri medioevali. Il documento, sequestrato questa settimana dall’esercito messicano durante un raid nello stato di Michoacan, rivela le stranezze di un gruppo criminale coinvolto in dozzine di omicidi. IL MANUALE – Nelle pagine del «codice» c’è un elenco di principi ferrei che contrastano con i metodi sanguinari usati dalla gang. 1) I membri dell’ordine devono combattere contro il materialismo, l’ingiustizia e la tirannia. 2) I Cavalieri templari lanceranno una battaglia ideologica per difendere i valori della società basati sull’etica. 3) Giuro e prometto che cercherò di proteggere gli oppressi, le vedove, gli orfani. 4) Un Cavaliere non può essere preda del settarismo e di una mentalità chiusa…Un templare deve sempre cercare la verità, perché Dio è la verità. 5) L’ordine promuove il patriottismo ed è l’espressione dell’orgoglio della nostra terra. 6) I Cavalieri devono essere umili e i più rispettabili. 7) Il Cavaliere che tradisce i templari sarà punito con la morte, le sue proprietà confiscate e la sua famiglia subirà la stessa sorte. Otto) E’ proibito abusare delle donne, dei minori o usare il potere per ingannarli. 9) Per l’uso della forza letale è necessaria un’autorizzazione. 10) Quando un Cavaliere rompe la regola del silenzio dei templari sarà condannato a morte.
RACKET DELLE ANFETAMINE – Il cartello è nato in marzo quando un gruppo di banditi si è staccato dalla «Familia», organizzazione di ispirazione messianica coinvolta nel narcotraffico nella regione di Michoacan. A guidare i «templari» sarebbe un ex maestro elementare conosciuto come «La Tuta». I «Cavalieri» distribuiscono il loro manuale nelle campagne dove fanno opera di proselitismo e reclutano sicari. Imitando i loro rivali, affermano di voler difendere i più deboli dall’invasione del crimine, ma nella realtà sono coinvolti nel racket delle anfetamine. Che difendono a colpi di mitra. I «Templari» si muovono spesso in convogli armati che partecipano ad attacchi contro la polizia o che sfilano nelle vie di una città per dimostrare «chi comanda». Molte di queste scorrerie sono filmate e poi postate su Youtube. In uno degli accampamenti dei «templari» sono stati trovati elmi e tuniche bianche con la classica croce rossa che i criminali indossano per foto e video usati poi nella propaganda. Rispetto alla Familia – sostengono le autorità – i «Cavalieri» sono molto più aggressivi e tendono ad avere maggiore visibilità. Inoltre in questi mesi, oltre che a colpire i loro ex complici, hanno dichiarato guerra ai «Los Zetas», il cartello che è passato all’offensiva in numerosi stati messicani.
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Guido Olimpio
20 luglio 2011(ultima modifica: 21 luglio 2011 08:45)
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ADDIO A UN AMICO – Ya se mira el horizonte, Matteo / Dubbi sulla morte di Matteo Dean?
Ya se mira el horizonte, Matteo
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di Vittorio Sergi
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[Sabato 11 giugno, in un tragico incidente stradale, è morto un collaboratore di Carmilla: Matteo Dean, di soli 37 anni, italiano residente in Messico, giornalista, ricercatore. Dava il suo apporto prezioso a varie testate italiane e messicane, tra cui la nostra (vedi qui, qui e qui). Lo ricordiamo con commozione attraverso le parole di un suo amico molto stretto, Vittorio Sergi.] (V.E.)
“lento
viene el futuro
con sus lunes y marzos
con sus puños y ojeras y propuestas
lento y no obstante raudo
como una estrella pobre
sin nombre todavía”
Mario Benedetti, “Lento pero viene”
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Nella notte tra sabato e domenica Matteo è morto, nel pieno della sua vita, della sua lotta, dei suoi amori. E’ morto nel Messico che amava e che insieme a lui in tanti abbiamo imparato ad amare con la sua gente, la sua terra dura e vitale, la sua disperazione e la sua magia.
Per lui il Messico è stato molto più che una passione della gioventù, ha seguito dall’inizio e con interesse e condivisione profonda, la storia di uno dei movimenti di liberazione più significativi degli ultimi 20 anni: l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e tante altre iniziative di lotta che dal basso si sono sviluppate in Messico a partire dall’insurrezione zapatista del primo gennaio 1994. E’ rimasto fedele fino all’ultimo a quella visione che nasceva da una militanza in prima persona, nella strada, nel suo tempo. Anche nel suo lavoro di ricercatore e di giornalista indipendente, prima di tutto venivano le persone, le loro storie, il Mexico de abajo. Dai sentieri delle montagne del Chiapas fino alla frontiera di Tijuana ed oltre nel cuore degli States, il suo impegno a fianco degli ultimi e dei ribelli è sempre stato diretto, orizzontale e coraggioso. Per questo nel corso degli anni ha anche subito l’espulsione dal Messico come tanti altri compagni internazionali ma era riuscito a ritornare ed aveva scelto di radicarsi nel paese che amava. Ha scelto di vivere nel quartiere periferico di Tepepan dove ha animato insieme ad altri compagni messicani un collettivo di quartiere mentre continuava a lavorare come insegnante di italiano e si impegnava sempre di più nel giornalismo di inchiesta e nella ricerca. In questo campo ha introdotto in Messico il dibattito internazionale sui temi della precarietà tra i lavoratori e le lavoratrici ed ha condotto una importante inchiesta sulle nuove forme dell’outsourcing collegando i movimenti sindacali con quelli contro la globalizzazione neoliberista.
Negli ultimi anni il suo lavoro l’ha portato a viaggiare in tutta l’America Latina e in Europa dove ha raccolto tante storie diverse, tutte accomunate da un irriducibile desiderio di giustizia e libertà sociale. Nella sua biografia c’è tutta la passione di una generazione che ha saputo ricostruire una grammatica dell’internazionalismo in nome dell’umanità e della dignità.
Con Matteo dal 2001 ad oggi ho avuto la fortuna di condividere chilometri, giorni e notti, difficoltà e allegrie in Messico, negli USA ed anche in Europa quando riuscivamo a incontrarci. E ricordo che a volte il suo impegno intenso nel lavoro lo faceva diventare oltremodo serio fino a che poi non si liberava con una risata luminosa o con un abbraccio forte. Matteo, un compagno la cui patria era il mondo intero era però anche orgoglioso delle sue origini triestine, di quella terra di confine, fiera e partigiana e ritrovava gli echi di quella storia in un mondo solcato da barriere, conflitti e divisioni. E alla storia dei suoi compagni di quella terra, dai partigiani fino ai centri sociali di oggi, riannodava sempre il filo rosso dell’autonomia e dell’uguaglianza.
Purtroppo quando una vita si interrompe così all’improvviso tante cose restano incompiute, ma nel caso di Matteo sono certo che tutta la sua eredità sia ancora tra noi, negli occhi e nelle mani di chi l’ha conosciuto e con lui ha condiviso un pezzo dei suoi racconti, della sua rabbia, della sua speranza
Ya se mira el horizonte Matteo!
Firenze 13 giugno 2011
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fonte: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/06/003929.html
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Dubbi sulla morte di Matteo Dean?
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Il settimanale messicano Proceso lancia alcuni dubbi sulla morte di Matteo Dean, il giornalista e attivista italiano investito da un camion a Toluca sabato scorso.
In particolare Proceso intervista la moglie di Matteo, Sol Rojo, che si sofferma su alcune circostanze della morte del corrispondente del Manifesto dal Messico: il fatto che il camion non abbia cercato in alcun modo di evitare l’impatto né segnalato in alcun modo il non poter frenare e che abbia trascinato il corpo di Matteo per 30 metri. Inoltre denuncia che non sarebbe stata compiuta alcuna indagine per verificare se effettivamente il camion ha avuto un guasto meccanico ai freni (il motivo addotto a giustificazione dell’incidente). Il camionista poi sarebbe stato immediatamente rilasciato e non sono state acquisite dagli inquirenti né sue dichiarazioni né le immagini delle telecamere del casello dove è avvenuto l’incidente.
Infine è ignoto se il Consolato italiano abbia fornito la dovuta assistenza legale alla vedova di Matteo per evitare che (al di là di dubbi sulla volontarietà) anche l’omicidio colposo di Matteo possa finire nel calderone dell’impunità tipica del Messico di questi anni, anche per lottare contro la quale aveva dedicato la vita.
Intanto una piccola folla ha dato l’ultimo saluto a Matteo a Città del Messico. Era tanta la gente che gli era amica o si era incontrata con lui in oltre dieci anni di vita, lavoro e militanza nel paese nordamericano. Racconta Fabrizio Lorusso che hanno intonato “Bella Ciao”, messicani e italiani insieme. Il suo corpo è stato cremato e rientrerà a Trieste dov’era nato 36 anni fa.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
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MESSICO – Lotte tra narcos, in campo i «mostri» / VIDEOREPORTAGE: Los zetas (english). Mexican gang called “los zetas”
Caricato da Azteka in data 28/nov/2010
MESSICO
Lotte tra narcos, in campo i «mostri»
Sempre più numerosi i camion blindati usati dalle bande per proteggere le spedizioni di droga e i raid
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WASHINGTON – Gli scontri tra narcos messicani sono sempre più intensi. E le gang si organizzano con nuovi mezzi: in speciali officine vengono costruiti gli ormai famosi «mostri», camion blindati usati negli assalti e per scortare i convogli di droga. Domenica pomeriggio l’esercito messicano ha sequestrato nella cittadina di Camargo (al confine con il Texas), alcuni mezzi corazzati in modo artigianale. Delle vere «testuggini» con torrette e feritoie. Il ricorso a questi veicoli è una risposta alla presenza di armi sempre più temibili nelle mani dei cartelli. All’inizio i banditi usavano solo pistole e mitra Kalashnikov, poi sono passati ai razzi Rpg e alle granate.
ARMI ANTICARRO - E’ aumentato il sequestro da parte dell’esercito di sistemi di controcarro di varia provenienza. Pezzi acquistati nel mercato centramericano (Salvador, Guatemala) o importati dall’Est Europa. Altri sono invece arrivati dagli Stati Uniti. In un recente combattimento nello stato di Nayarit un corteo di mezzi dei Los Zetas è caduto in una trappola. In testa al convoglio c’erano un paio di fuoristrada blindati che sono stati distrutti con ordigni simili a quelli impiegati dai ribelli in Afghanistan o in Iraq. Altri mezzi sono stati inceneriti a colpi di Rpg: 29 i trafficanti uccisi. I «mostri» servono per proteggere le spedizioni di droga oppure nei raid che i cartelli lanciano in territorio «nemico». I primi a costruirli sono stati i «Los Zetas», una delle organizzazioni più attive e feroci nelle zone al confine Messico-Stati Uniti.
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Guido Olimpio
06 giugno 2011
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Se n’è andato Samuel Ruiz, il vescovo degli indios
Se n’è andato Samuel Ruiz, il vescovo degli indios

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Lo scorso 24 gennaio è deceduto a Città del Messico, Samuel Ruiz, vescovo emerito di San Cristobal de Las Casas, Chiapas.
Don Sam, come lo chiamavano affettuosamente i suoi collaboratori, il tatic (padre, in lingua tzeltal), com’era conosciuto tra gli indios, o il caminante, come si autodefiniva, non era un vescovo qualsiasi. Fu arbitro, interlocutore e accompagnatore del movimento zapatista soffrendo per questo calunnie e persecuzione.
“Poche persone hanno influito tanto sulla formazione del moderno movimento indigeno in Messico come Samuel Ruiz”, ha scritto il giornalista Luis Hernández Navarro. “Poche persone hanno cambiato tanto la propria visione del mondo e della vita sotto l’influsso dei popoli indigeni come il responsabile della diocesi di San Cristobal. I popoli indigeni l’hanno convertito in un prelato differente; lui in cambio li ha aiutati a costituirsi in soggetti storici”.
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Il vescovo Samuele Ruiz nel 1998
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Io ateo furibondo, lui vescovo
Era nato nel 1924, a Irapuato, Guanajuato, una delle regioni più retrograde del Messico, roccaforte del tradizionalismo e dei cristeros, i temibili integralisti cattolici. Ordinato sacerdote nel 1949, fu designato vescovo di San Cristobal dieci anni dopo. La Chiesa e lo Stato praticavano allora un indigenismo paternalista e ipocrita facendo a gara per circuire le popolazioni maya che soffrivano di una miseria atavica. Samuel Ruiz sembrava l’uomo adatto. Studioso brillante, ligio al Vaticano, aveva conseguito un dottorato in teologia a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, ed era il prelato più giovane del Messico. Nulla faceva immaginare il suo straordinario destino.
Lo conobbi negli anni 80 per un’intervista sulla situazione dei rifugiati guatemaltechi – anch’essi indigeni, anch’essi maya – che fuggivano la dittatura militare e che lui sosteneva coraggiosamente. Tra le centinaia di persone che contribuì a salvare vi era anche Rigoberta Menchú, futuro premio Nobel per la pace. Bussai timidamente alla porta della diocesi di San Cristobal e, cosa strana per un vescovo, mi aprì proprio lui, don Samuel. Vestiva abiti civili e l’unico indizio della sua condizione di religioso era un crocefisso sulla giacca grigia. Ero – sono – un ateo furibondo e mi sentivo assai scomodo alla presenza di un principe della chiesa, però il ghiaccio si ruppe alla svelta. Ricordo di aver sperimentato la stessa sensazione, quando intervistai monsignor Juan Gerardi, il coraggioso vescovo del Quiché barbaramente assassinato nel 1998. Don Samuel mi colpì per i modi gioviali e uno spiccato senso dell’umorismo. Terminata l’intervista, non resistetti alla tentazione di fargli alcune domande personali.
– Quando cambiò la sua posizione nei confronti degli indios?
– Al mio arrivo nel 1960, decisi di incominciare visitando la diocesi. Fu un trauma. Il Chiapas era un baluardo del latifondismo. Vi erano molta miseria e un razzismo crudele. Non potevo rimanere indifferente. A poco a poco, compresi che la povertà non era una condizione naturale, ma il prodotto di una struttura di dominazione feroce. Invece di convertire, venni convertito.
Giusto per curiosità, gli domandai se aveva lavorato anche con i lacandoni, un’etnia maya che vive nelle regioni più remote e allora inaccessibili della giungla. La risposta illustra il personaggio:
– No. Loro hanno una religione molto bella, sono decisi a preservarla e noi li rispettiamo.
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Contro i Cacicchi
Non era una dichiarazione retorica. Piuttosto conservatore rispetto alla questione dell’aborto o dell’omosessualità (non era il suo terreno), Samuel Ruiz difese vigorosamente la libertà religiosa e non esitò a combattere i cacicchi anche quando si dicevano cattolici. Uomo d’azione ancor più che d’idee, mantenne una posizione polemica nei confronti della gerarchia cattolica e della classe dominante. Mentre i suoi predecessori avevano brindato con i coletos – la razza padrona di San Cristobal – lui percorse il Chiapas in lungo e in largo, a dorso di mulo, a cavallo, in jeep e anche a piedi. Imparò tre lingue maya (tzeltal, tzotzil e tojolabal), dormì sulla nuda terra e si nutrì della saggezza comunitaria.
Nel 1974 (12-15 ottobre), aiutò a organizzare il Congresso Indigeno, importante antecedente del movimento neozapatista e pietra miliare nel lungo processo di emancipazione delle comunità autoctone. Quel Congresso fu, per usare la definizione dello storico Antonio García de León, una specie catarsi collettiva che sfociò in rivendicazioni storiche (terra, libertà, cultura, salute, alloggio…) e numerose organizzazioni contadine alcune delle quali esistono tuttora.
Fra i suoi meriti vi è quello di aver accolto molti dissidenti della chiesa messicana ed anche alcuni stranieri, come l’indimenticabile André Aubry. (…)
Nel 1989, fondò il Centro de Derechos humanos Fray Bartolomé de las Casas – Frayba per gli amici – che ancora oggi accompagna le lotte degli indios ed è oggetto di continue campagne diffamatorie. Girolamo Prigione, il tenebroso nunzio apostolico, amico dei narcos e del presidente Carlos Salinas (1994-2000), fece di tutto per rimuoverlo, senza però riuscirci. Don Samuel sapeva difendersi.
Lo rividi in ottobre del ‘93 a un Congresso celebrato a Oaxtepec, nel Morelos. Ecco le sue parole:
– La situazione è delicata. Finora i popoli indigeni hanno mostrato una grande moderazione, però è necessario dare risposta alle loro richieste prima che sia troppo tardi.
Aveva notizia dell’imminente ribellione? È difficile pensare di no, anche perché era un segreto di Pulcinella. L’anno prima, si erano moltiplicate le manifestazioni di malcontento in occasione delle contro-celebrazioni per il Quinto Centenario e in maggio la rivista messicana Proceso aveva pubblicato un lungo reportage su uno scontro avvenuto nella Serra Lacandona tra un gruppo guerrigliero e l’esercito.
È chiaro che don Samuel, convinto pacifista, non condivideva la via armata, però il primo gennaio 1994 non dubitò a schierarsi dalla parte degli indigeni ribelli.
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L’addio a Samuel Ruiz – fonte immagine
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“Nonostante le differenze”
Il governo Zedillo (1994-2000) minacciò di arrestarlo e subì un attentato dal quale uscì miracolosamente illeso. Il resto è storia recente. Nel 1999, al compiere settantacinque anni, rinunciò alla diocesi con grande soddisfazione dei vescovi conservatori. Prima di andarsene “convertì” alla causa degli indios, monsignor Raúl Vera, il prelato che la curia gli aveva accollato per controllarlo. Ritornò allora a Guanajuato, però conservò la presidenza onoraria del Frayba continuando la lotta da altre trincee. Lo preoccupava la crescente presenza dell’esercito nella vita del Messico e il ritorno alla sporca guerra. Nel 2008, dopo l’arresto e la successiva scomparsa di alcuni militanti dell’Ejército Popular Revolucionario, EPR – un’organizzazione armata attiva a Oaxaca e in altre regioni –, creò su richiesta dello stesso EPR, una nuova commissione di mediazione. Don Samuel era instancabile.
Il 25 gennaio, il cadavere del vescovo arrivò a San Cristobal per l’estrema sepoltura. Rimase esposto trentotto ore nella Cattedrale di San Cristobal; trentotto ore che rimarranno come simbolo di speranza e di lotta. Migliaia di indios giunsero a rendergli l’ultimo omaggio dai quattro angoli del Chiapas ed anche dal Guatemala. Un rappresentante de Las Abejas, un gruppo pro-zapatista vicino alla diocesi che nel 1997 fu oggetto di un terribile massacro, disse:
– Tatic, non sei più tra noi. Hai fatto quello che dovevi. Ci hai insegnato a lottare. A non vivere come schiavi ciechi, subordinati al mal gobierno. Dì al Padre Nostro che il massacro di Acteal rimane impune.
Il 27 gennaio, l’EZLN ruppe un lungo silenzio: “Per quanto non siano state poche, né secondarie le differenze, i disaccordi e le distanze, vogliamo rimarcare un impegno e una traiettoria (…). Don Samuel Ruiz Garcia e i cristiani come lui hanno avuto, hanno e avranno un posto speciale nel cuore scuro delle comunità indigene zapatiste. (…) Dal 1994, per il suo lavoro nella CONAI, in compagnia di donne e uomini che crearono quella istanza di pace, don Samuel ricevette pressioni, persecuzioni e minacce, compresi attentati contro la sua vita (…). Oggi quegli attacchi non sono finiti. (…) Se ne va don Samuel, ma rimangono molti altri che (…) lottano per un mondo terreno più giusto, più libero, più democratico, ossia, per un mondo migliore”.
Il 28 gennaio il Consiglio direttivo del Frayba ha deciso di conferire la presidenza a tatic Raúl Vera il quale, nel frattempo, è diventato più radicale di don Samuel.
La storia continua.
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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/361/41.htm#1
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MESSICO – Ad Acapulco 15 cadaveri decapitati, un’altra mattanza dei narcotrafficanti
MESSICO

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Ad Acapulco 15 cadaveri decapitati
un’altra mattanza dei narcotrafficanti
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CITTA’ DEL MESSICO – Quindici corpi decapitati sono stati trovati nei pressi di un centro commerciale di Acapulco, nota località turistica nello Stato messicano di Guerrero. I responsabili locali dell’apparato di sicurezza hanno reso noto che si tratta di “uomini tra i 25 e i 30 anni”. La macabra scoperta è stata fatta dopo che una telefonata aveva avvertito di un’auto in fiamme. Giunti sul posto, sul marciapiede lungo lo shopping center Plaza Senderos i poliziotti hanno scoperto i 15 cadaveri, sui quali erano stati lasciati dei messaggi, e cinque vetture abbandondate.
“Tutte le teste si trovano nello stesso posto, ad eccezione di una che era semistaccata dal corpo e che presentava a sua volta una ferita per un colpo d’arma da fuoco”, hanno riferito fonti della sicurezza.
Nell’area di Acapulco sono presenti i sicari della ‘Familia’, uno dei principali cartelli narcos del Messico, che è da tempo in lotta con un’altra organizzazione, quella degli ‘Zetas’ alleata a sua volta con il cartello del ‘Pacifico Sur’. Dal 2006 la violenza dei narcotrafficanti ha provocato in Messico oltre 30 mila morti.
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08 gennaio 2011
fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/08/news/acapulco_8_gennaio-10984807/?rss
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