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GENERAZIONE PLAY – Gli studenti e la Liberazione: Salò in Basilicata e la Resistenza contro l’Austria


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Gli studenti e la Liberazione: Salò in Basilicata e la Resistenza contro l’Austria

Milano, Roma, Napoli: in giro per le scuole italiane sulle tracce della Resistenza e di ciò che ne rimane oggi, tra strafalcioni, tentativi azzardati di spiegazione e imbarazzo (poco). “La Liberazione? Mannaggia, questa la sapevo…”.

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di Franco, Paolin e Iurillo
ilFattoQuotidiano.it

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MILANO – ”Salò si trova in Basilicata”. “No, è vicino al lago di Como”
Il 25 aprile è l’anniversario della Liberazione, questo gli studenti del liceo classico Parini di Milano lo sanno. Ma da cosa ci si è liberati? “Mi sembra dagli austriaci. O dagli spagnoli”, risponde A., 15 anni. Lo corregge F., suo compagno in quinta ginnasio: “No, dall’occupazione nazista. Era la Seconda guerra mondiale”. Poi però va in crisi sulla Resistenza: “Chiedi troppo – ride seduto sul motorino –. Forse c’entrano i partigiani”. Lo interrompe A.: “I partigiani, quelli che venivano chiamati alle armi, ma si rifiutavano di andare a combattere perché erano contro il fascismo”. Ragazzi, la storia la studiate? “A scuola siamo ai Romani”. Proviamo con i repubblichini. Chi erano? “Penso che c’entrino con la Repubblica di Salò”. Non male, visto che poco dopo da un gruppetto di ragazze di quarta ginnasio esce solo un “mai sentiti”. Fai cenno a Salò e qualcosa torna in mente dai libri di terza media: “Mussolini ha instaurato lì una repubblica quando è stato cacciato dall’Italia”, spiega un po’ confusa C., 14 anni. Il mistero vero ora è dove sia Salò. C. lo colloca nell’Italia centrale, in Basilicata probabilmente. La sua compagna A. non è d’accordo: “Secondo me è al Nord”. Ma ci ripensa: “No, forse è vicino a Roma”. M. ha 17 anni e mette Salò su un lago. Quale? “Quello di Como”. Ahi. In seconda liceo, del resto, sono arrivati fino all’Unità d’Italia: il periodo della Resistenza è ancora lontano. Passa Carlo Arrigo Pedretti, il preside. Professore, senta che risposte. “Abbiamo una classe politica che non va”, si giustifica sotto la lapide che ricorda Giambattista Mancuso, il figlio del custode del Parini che morì a 22 anni mentre combatteva tra i partigiani. E la scuola? “Ne paga le conseguenze”.
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ROMA – ”I repubblichini erano quelli che stavano in Africa”
“La Liberazione? Mannaggia, questa la sapevo, ci ho fatto pure la tesina di terza media…”. Sull’alto muro che circonda lo storico liceo classico Mamiani (classe 1885), il poster dedicato ai ragazzi di Salò è stato appiccicato a bella posta. Negli anni Settanta il movimento studentesco era forte lì dentro. Ieri il poster che inneggia ai repubblichini l’hanno strappato via, ne resta solo un angoletto. Una ragazza ci pensa su: “Ma quali sono quelli di Salò? Quelli che stavano in Africa, mi pare”. La compagna le dà una gomitata: “No, dai, sappiamo della Resistenza, Mussolini e tutto quanto. Solo che il fascismo vero ormai è morto, quelli di adesso sono solo ragazzini che cercano di darsi delle arie”. Un altro conferma: “Essere di destra va di moda, perché il comunista è uno sfigato, il fascio è un figo che va contro la legge. Capito?”. Ma ci sarete al corteo dell’Anpi? Li conoscete i partigiani? “Sì, una volta sono venuti qua. Raccoglievano le firme, volevano i numeri di telefono” dice uno. Intorno ridono: “Macché, quelli erano gli ambientalisti, che c’entra. È che di queste cose non parliamo, tranne un prof dichiaratamente nostalgico. Ci dice: col Duce si stava meglio”. “Mio nonno fu rinchiuso in un campo di concentramento – aggiunge un tipo alto, col sorriso –, perciò so che significa la Liberazione. Se gli altri dicono stupidaggini io mi giro e taccio. Però non so se ci andrò al corteo”. “Io vorrei – risponde una ragazza seduta sul gradino –. Ma dobbiamo studiare un sacco, non ce la faccio proprio”. S’avvicina un’amica, le mette fretta: andiamo, è tardi. E il 25 aprile? “So solo che non si va a scuola, il resto boh. Mi sa che è grave, vero?”.
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NAPOLI – ”Cos’è la Resistenza? È l’associazione dei partigiani”
Almeno nel liceo intitolato a un eroe napoletano della Resistenza, per di più sito in piazza Quattro Giornate, che vanta tra i suoi diplomati il fior fiore di Napoli (anche il sindaco Luigi De Magistris), ti aspetti che gli studenti sappiano il significato del 25 aprile. Non è così. All’uscita dell’Adolfo Pansini, si raccolgono risposte inconsapevoli. Susy, 17 anni, interrogata a un tavolino del Caffè , sembra preparata: “Il 25 aprile è la festa della liberazione dal nazifascismo”. Brava. Peccato che collochi l’evento prima nel 1946, poi nel 1960. “La resistenza? L’associazione dei partigiani…”. E che differenza c’era tra i partigiani e i repubblichini? “Sinceramente non lo so”. La parola repubblichini fa spalancare gli occhi anche alle compagne di classe: “Non la sappiamo proprio”. Salò, questa sconosciuta. Federica, 17 anni, non sa definire la resistenza. “Ma il 25 aprile è una festa importante”. Sicuramente. Lorenzo, 15 anni, ha un concetto di 25 aprile tutto suo: “È la festa di liberazione degli ebrei dai nazisti”. Gli amici ridono, qualcuno inizia a cantare ‘Bella ciao’. Il coetaneo Luciano invece fa un figurone: in pochi secondi riassume la storia delle Quattro Giornate e sottolinea che “Napoli fu l’unica città a liberarsi da sola”. Alle 13.30 escono gli studenti dell’ultimo anno. La maturanda Annachiara, ci pensa un po’ poi spara: “Il 25 aprile è la festa di liberazione dai nazisti”? Col punto interrogativo. Ci sei arrivata per caso? “No, la stiamo studiando”. Ma alla domanda sul significato di “repubblichino” sorride e rimane muta. Il liceo all’ingresso espone questa targa: “‘Ad Adolfo Pansini’, giovane eroe delle Quattro Giornate di Napoli, caduto il 30 settembre 1943 – Per non dimenticare”.

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Addio a Miriam Mafai, dalla Resistenza a Repubblica: una vita con le idee in prima linea

Addio a Miriam Mafai

Caricato da in data 09/apr/2012

Lutto nel mondo del giornalismo e della cultura. E’ morta a 86 anni Miriam Mafai. Il cordoglio di Napolitano: “Con lei scompare una delle piu’ forti personalita’ femminili italiane degli scorsi decenni”. Gianni Maritati, dal Tg1 delle 20


Addio a Miriam Mafai, dalla Resistenza a Repubblica: una vita con le idee in prima linea

La firma del giornalismo italiano aveva 86 anni, nel 1976 aiutò Scalfari a fondare il quotidiano. Cuore sempre a sinistra, ma non ha mai risparmiato critiche. Sempre in difesa della dignità delle donne, fu eletta al Senato, ma resistette un anno: “Una cosa è dare le noccioline alle scimmie e una cosa trovarti dentro la gabbia. Tutto mi appariva molto lento e molto faticoso, che non ne valeva la pena e infatti mi sono tirata da parte”

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E’ morta Miriam Mafai. La giornalista e scrittrice aveva 86 anni. La Mafai ha intrapreso la carriera del giornalismo scrivendo su l’Unità e altri importanti quotidiani italiani. Ha contribuito alla nascita della Repubblica nel 1976 e ne è diventata editorialista. A darne notizia il sito internet della stessa Repubblica. “Un ricordo per Miriam Mafai, donna fortissima e dolcissima, giornalista che sapeva spiegare perché voleva capire” commenta il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, su twitter.

Come donne ”nessuno ci ha regalato niente”, ha detto una volta e forse è la frase che più si addice per ricordare meglio il temperamento di questa giornalista, e scrittrice, di vaglia, scomparsa oggi a Roma, che ha raccontato, dalle colonne di vari giornali (dall’Unità a Paese Sera, a Noi donne, a Repubblica), l’Italia degli ultimi 60 anni. Lo ha fatto partendo da idee di sinistra, ma senza mai risparmiare le critiche quando la sua parte politica sbagliava o era in ritardo nell’analisi dei cambiamenti della società.

Figlia di due pittori e intellettuali, Mario Mafai – esponente di spicco della Scuola Romana, e Antonietta Raphael – Miriam era nata a Firenze il 2 febbraio del 1926: in tempo per vedere il fascismo, l’Italia in guerra e le leggi razziali che avevano riguardato anche la sua famiglia, visto che la madre era ebrea e figlia di un rabbino lituano. Radici che Miriam ha sempre rivendicato con orgoglio come sue.

Attiva nell’opposizione al fascismo e nella Resistenza, una volta finito il regime Mafai è già un funzionario del Pci. Il partito la manda in Abruzzo. Nel 1948 sposa Umberto Scalia, anche lui uomo di partito designato ad occuparsi di affari internazionali. Hanno due figli: il primo, Luciano, destinato a diventare un dirigente sindacale; la seconda, Sara, che diventerà giornalista come lei. Dopo la Liberazione ha continuato la sua attività politica e dal 1951 al 1956 è stata assessore al Comune di Pescara. Nel 1957 la famiglia Scalia si trasferisce a Parigi, dove Umberto è in missione per il Pci. Ed è lì che avviene il debutto di Miriam nel giornalismo: Maria Antonietta Macciocchi, con cui ha lavorato durante la Resistenza, la fa diventare corrispondente di Vie nuove, altra storica pubblicazione della sinistra di quei tempi, fondata da Luigi Longo. Un anno dopo, il ritorno a Roma dove Mafai entra nell’Unità e nel 1961 ne diventa redattore parlamentare: comincia così quella grande consuetudine con il mondo politico di cui per tantissimi anni si occuperà.

Nel 1962 la sua vita privata cambia: si lega a Giancarlo Pajetta,  il partigiano “Nullo”, uno fra i più importanti esponenti del Partito Comunista Italiano. Lui è già separato, per lei il matrimonio con Umberto è già finito. Eppure nel partito di allora l’unione suscita un qualche scandalo: “La mentalità – racconterà dopo – era grave. Dalle donne comuniste si pretendeva un grande rigore morale”. Quel sodalizio durerà 30 anni: Pajetta – lo racconterà lei stessa – è stato “l’unico amore” della sua vita. Un connubio fondato – sono sempre parole sue – su una reciproca autonomia, rara per quei tempi e forse anche oggi: “Ci siamo voluti molto bene Giancarlo ed io, ma – rivelerà – non abbiamo mai sacrificato pezzi della nostra esistenza”. Nota anche la citazione fulminante della Mafai: “Tra un weekend di passione con il mio Pajetta e un’inchiesta io preferirò sempre, deciderò sempre per la seconda”.

Dopo l’Unità ecco Paese Sera, altra storica testata di sinistra, ma differente dal quotidiano di partito fondato da Antonio Gramsci. La collaborazione con il giornale finisce però a metà degli anni Settanta: Miriam contribuisce nel 1976 alla fondazione di Repubblica, giornale destinato a diventare un punto di riferimento dell’area progressista e riformista italiana. Mafai è una firma di punta del giornale, tra le più inquiete ed originali: i suoi editoriali spaziano su tutti gli aspetti della vita nazionale, non escluso il costume.Dal 1983 al 1986 è stata anche presidente della Federazione nazionale della stampa. Il suo legame con la politica resta tuttavia intatto, tanto da portarla per una legislatura ad essere senatore del Partito democratico della sinistra. Lasciò un anno dopo: “Una cosa è dare le noccioline alle scimmie – spiegò una volta – e una cosa trovarti dentro la gabbia delle scimmie. Tutto mi appariva molto lento e molto faticoso, che non ne valeva la pena e infatti subito le elezioni successive mi sono tirata da parte”. Critica feroce del berlusconismo, ha spesso richiamato l’Italia ad un ritorno a valori diversi.

Attenta ai grandi e ai piccoli cambiamenti della società, Miriam Mafai ha travasato nei suoi tanti libri questa capacità di raccontare una società in movimento che si stacca dal passato: partiti tradizionali compresi. Nel libro “Botteghe oscure addio” (Mondadori, 1996) – con cui ha vinto il Premio Cimitile lo stesso anno – ha raccontato “come eravamo comunisti”, mentre in “Dimenticare Berlinguer” (Mondadori, 1996) si è occupata di sinistra italiana e tradizione comunista. Nel “Silenzio dei comunisti” (Einaudi, 2002) invece ha parlato – in un dialogo con Vittorio Foa e Alfredo Reichlin – di ciò che era giusto salvare di quella esperienza storica. Nel 2005 Miriam Mafai ha vinto il Premio Montanelli per la sua attività votata allo sviluppo della cultura italiana del Novecento, con particolare attenzione al mondo femminile. Ne sapeva qualche cosa. Del resto lo ha sempre sostenuto: alle donne “nessuno ha regalato niente”.

Scalfari commosso: “Era una donna libera”. “Se ne va una donna molto laica, libera, una donna di sinistra e una femminista militante”. Il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari affida a un’intervista audio sul sito del giornale il ricordo per la Mafai. “Questa notizia della scomparsa di Miriam – dice Scalfari, con la voce rotta dalla commozione – me l’aspettavo purtroppo, sapevamo che le sue condizioni erano gravi. Ma un conto è aspettarselo, un conto è sapere che un’amica non c’è più. Sono molto triste, se ne va una persona che è stata mia grande amica, preziosa per il giornale e direi per il Paese. Era tante cose insieme: aveva una vitalità eccezionale e un’allegria della vita. Era una donna di sinistra, militante, ma anche una femminista militante, cosa che nel Pci di allora non era così comune. Poi era molto laica, era il liberissimo pensiero”.

Napolitano: “Grande talento e combattività”. Con Miriam Mafai ”scompare una dellepiù forti personalità femminili italiane degli scorsi decenni: erede di un’alta tradizione intellettuale e artistica famigliare, si era impegnata giovanissima nella Resistenza romana, affermandosi presto come giornalista di grande talento e combattività, e quindi come significativa scrittrice in stretto legame con il movimento per l’emancipazione delle donne e con l’attività politica della sinistra”. E’ il ricordo commosso che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affida ad un messaggio partecipando al dolore dei figli, della sorella Simona e di tutti i familiari della giornalista. “Lo spirito critico con cui aveva ripercorso le sue scelte ideali – aggiunge il Capo dello Stato – era parte di un temperamento morale alieno da convenzionalismi e faziosità. Nel ricordare la schietta amicizia che ci ha così a lungo legati, mi resta vivissima l’immagine della sua umanità appassionata, affettuosa ed aperta”.

Bersani: “Protagonista del nostro tempo”. Cordoglio anche dal segretario del Pd Pierluigi Bersani: “Con Miriam Mafai se ne va una protagonista del nostro tempo. Giornalista, scrittrice, militante politica fin dai tempi della Resistenza, dirigente della sinistra italiana e deputata al Parlamento, fino ad essere parte della Direzione nazionale del Pd, Miriam Mafai ha vissuto tanti ruoli diversi ma sempre con intelligenza, passione e curiosità di sapere. Esprimo alla famiglia il cordoglio mio e del Partito democratico”. “E’ una perdita dolorosa per tutta la città di Roma e per tutti i cittadini a prescindere dagli orientamenti politici – aggiunge il sindaco di Roma Gianni Alemanno – La sua cristallina militanza politica, il suo impegno per la Liberazione della nostra città e dell’Italia, il rigoroso lavoro giornalistico l’hanno trasformata in un punto di riferimento del dibattito politico e culturale. Ai familiari, alla redazione di Repubblica e a tutti coloro che hanno condiviso il suo percorso umano e politico le sincere condoglianze mie e di tutta la città di Roma”. Messaggi di cordoglio sono arrivati da tutti gli esponenti politici di sinistra e di destra.

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PARTIGIANI – 68 anni fa la strage della Benedicta

Caricato da in data 29/feb/2008

Da qualunque parte vi si salga le Capanne di Marcarolo sono un luogo deserto e selvaggio,chiamate cosi’proprio per i miseri rifugi per viandanti che sonol’unica costruzione nel raggio di kilometri.
Sulla strada nella nebbia appare un luogo dove uomini e donne normali affrontarono la storia che era ed e’ troppo grande per essere compresa.97 di loro pagarono con la vita il desiderio di una vita degna e libera.il loro sangue e’ sparso tra le ghiande dei boschi:La’ tra quei monti disabitati e sperduti e’ nata l’Italia,un pezzo della mia liberta’.Quella casa,quel ruscello,quell’albero,quelle fosse sono pregne del loro spirito che giace trafitto,ma sorridente per la vittoria di non essere morti invano.

VENTO DEL NORD .

Cumuli bui nel buio

notturno

dietro saette di sangue

vanno vengono stanno .

Frugano in cerca d’un cuore ,

parrebbe ,

e cozzano e il loro fragore

percuote e schianta il pianeta .

Nel sonno gemono gli uomini ,

inquieti .

Un bimbo ha gridato :

- Piove rosso , stanotte !-

la mamma s’è alzata

e piangeva per lui .

Ragazze si torcono , in sogno ,

braccate da lupi nel vento .

Tic-tac

fecero i loro cuori

con lo schianto del temporale .

Fuori bolliva una grandine fitta ,

schiumava sui vetri :

ricordava ai pochi superstiti

il fuoco della mitragliatrice .

In casa del fucilato gemeva la moglie :

- E il cervello ?

Chi l’ha raccolto , il cervello ,

nel fosso ?

Ora quest’acqua l’impasta col fango .

Mettete il suo cervello con lui ,

nella bara-.

I tuoni scrollavano i tetti ,

la pioggia balzava e fumava sui selci

della città .

Gli amanti aprirono gli occhi :

-Caro-

lei piano diceva a lui nell’orecchio ,

-qui sei ?-

- Qui sono-ma aveva vergogna

di essere lì a dirlo . E l’amato ,pensava :

- Qui sono ,

e non appeso a un uncino

vestito di rabbia bavosa ,

scagliato qua e là nella notte

da questo vento

a battere come una campana

l’ora della nostra vendetta

con i miei fratelli del Nord .

- Questo vento , questo-

sussurrò allora l’amata ,

-è questo il vento del Nord ?-

Pioventi fantasmi

gocciando dalle finestre sconnesse

risposero cercando il suo letto :

-Si-.

Ed ella mordeva tremando la spalla dell’uomo .

A quel crosciare di acque

un vecchio accendeva

un lumino ,

per leggere parole di fede ;

ma i fulmini gli distraevan lo sguardo

dai caratteri troppo minuti .

Prese un giornale e :

Massacro, distruzione, rapina

erano le parole del giorno .

Crollando lo stanchissimo capo

a ogni tuono sussultava gridando :

-Assassino ! Assassino !-

Da molto tempo una così imbrattata notte

di sangue e boati ,

di giustizia cruenta ,

subito battezzata ed assolta

dal cielo

non era toccata in sorte al paese .

-Domani- tutti anelavano ,

-domani avremo un bellissimo giorno .

Ma tali notti son lunghe .

Ci fu un tempo a che lo sentissero

gli animali

impennati davanti alle greppie ;

i galli chiocciarono come galline

i cani scavarono il fango ululando

cavalli sudarono di terrore.

Ci fu un tempo per i carcerati

di battere i capi entro la cella ,

di rodere i muri , mangiarli ,

per trovare uno scampo alla giustizia ;

mentre giustizia grondando

in nembo del settentrione cielo

li avvolgeva .

Ci fu un tempo per tutta la paura ,

per la speranza ,

in quel notturno vento di temporale .

All’alba :

-Pioveva rosso , stanotte !-

di nuovo ha gridato il bambino .

-Dormi-canta la mamma ,

-ancora un poco dormi , figlio.

L’acqua fa bene ai fiori .

Il vento spazza la terra .

Domani è tutto nuovo , tuo .

Dormi , piccino . 29 aprile 1945 ( Paola Masino )

Recupero delle salme dei caduti
Trasporto a valle delle bare dei martiri della Benedicta (maggio 1945)

68 anni fa la strage della Benedicta

La storia di un eccidio nazifascista compiuto nella provincia di Alessandria durante la guerra di Liberazione

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Il 7 aprile 1944 ingenti forze nazifasciste circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i partigiani e colpirono duramente i giovani, spesso impossibilitati a difendersi per la mancanza di un adeguato armamento e di esperienza militare. Il rastrellamento proseguì per tutto il giorno e nella notte successiva. Molti partigiani, sfruttando la conoscenza del territorio, riuscirono a filtrare tra le maglie del rastrellamento, ma per centinaia di loro compagni non ci fu scampo.
In diverse fasi i nazifascisti fucilarono 147 partigiani, altri caddero in combattimento; altri partigiani, fatti prigionieri, furono poi fucilati, il 19 maggio, al Passo del Turchino.

Altri 400 partigiani furono catturati e avviati alla deportazione (quasi tutti a Mauthausen), ma 200 di loro riuscirono fortunosamente a fuggire, mentre i loro compagni lasciarono la vita nei campi di concentramento.

Il rastrellamento della Benedicta, che nelle intenzioni dei nazisti e dei fascisti avrebbe dovuto fare terra bruciata intorno alla resistenza, non riuscì tuttavia a piegare lo spirito popolare. Anzi, proprio dalle ceneri della Benedicta il movimento partigiano, dopo aver avviato una riflessione anche spietata sugli errori compiuti, riuscì a riprendere vigore: la divisione “Mingo”, attiva nell’ovadese, ebbe tra i suoi promotori proprio alcuni degli scampati alla Benedicta. Altri partigiani continuarono la loro esperienza in formazioni della Val Borbera e in altre divisioni partigiane dell’appennino alessandrino.

Nel 1996 il Presidente della Repubblica ha conferito alla Provincia di Alessandria la medaglia d’oro al valore militare per l’attività partigiana, con una motivazione che fa espresso riferimento all’eccidio della Benedicta come evento emblematico della Resistenza del nostro territorio.

dal sito dell’Associazione “Memoria della Benedicta”

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Emilio CASALINI “Cini”
comandante 5° distaccamento della III Brigata Liguria

Un canto nato alla Benedicta: Siamo i ribelli della montagna  
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di Franco Castelli
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Il canzoniere partigiano , come hanno ormai chiarito gli etnomusicologi, si compone essenzialmente di rielaborazioni, adattamenti, parodie di motivi precedenti, appartenenti alla tradizione militare o popolare, a inni del movimento operaio nazionale o internazionale, a canzonette di consumo. Pochi i canti originali, nel testo e nella melodia. Uno di questi è nato sui monti della nostra provincia, in circostanze drammatiche che è giusto far conoscere. Se Fischia il vento viene composto su un’aria sovietica, se Pietà l’è morta modifica attualizzandolo il testo di un canto alpino del 1915-18, se Bella ciao nasce dopo la Resistenza su un antico motivo di ballata, uno dei più intensi e significativi inni partigiani, Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna), viene creato nel marzo del 1944 sull’Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi “Liguria” dislocati alla cascina Grilla con il comandante Emilio Casalini “Cini”.

Sulle circostanze e modalità reali della genesi di questo originale canto della Resistenza, disponiamo della testimonianza diretta di Carlo De Menech, allora diciottenne commissario politico del distaccamento.

Ad un certo punto avvertiamo la necessità di creare qualcosa che riguardi noi e tutti i giovani dela nostra generazione, esaltandone la Resistenza in aderenza alla realtà della lotta che conduciamo. Sarà la nostra storia e traccerà le dure vicende della vita partigiana e gli ideali che la sostengono. Su questi presupposti Cini prende l’iniziativa e un bel giorno comincia a scrivere delle parole su un foglio di carta biancastra da impaccare; in mancanza di tavolo, utilizza una grossa pietra posta all’ingresso della “caserma”, che serviva ai contadini per battervi le castagne, e noi facciamo circolo attorno a lui proponendo e sugerendo vocaboli e argomenti. Dopo alcuni giorni la bozza è stesa (…). In distaccamento c’è uno studente di musica, ventenne, Lanfranco, al quale viene consegnato il testo delle parole che si porta appresso durante il servizio di sentinella sul monte Pracaban; al ritorno, le note sono vergate su un pezzo di carta da pacchi (…).

Siamo i ribelli della montagna, con la sua originalità del testo e della musica, diventa così la nostra canzone, la canzone del 5° distaccamento, in cui si potrà riconoscere la storia di tanti altri giovani che, come noi, hanno scelto la montagna e la libertà.

Carlo De Menech, Siamo i ribelli della montagna, dattiloscritto inedito (1975), depositato presso l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria.

Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì sull’aride montagne
cercando libertà fra rupe e rupe
contro la schiavitù del suol tradito.
Lasciammo case, scuole ed officine
mutammo in caserme le vecchie cascine
armammo le mani di bombe e mitraglia
temprammo i muscoli e i cuori in battaglia.

Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir.

Di giustizia è la nostra disciplina
libertà è l’idea che ci avvicina
rosso sangue, il color della bandiera
siam d’Italia l’armata forte e fiera.
Sulle strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate
provammo l’ardor per la grande riscossa
sentimmo l’amor per la patria nostra.

Siamo i ribelli della montagna…

E’ un testo per molti aspetti paradigmatico, e per i contenuti, e per la qualità della sua “scrittura”, che rivela un certo grado di cultura. Sin dall’incipit denuncia la sua origine urbano-metropolitana (genovese, per la precisione) tracciando quella simbolica opposizione “belle città/aride montagne” che appare come lo specimen della traiettoria di una rivolta politico-morale partita dalla città ma vissuta nella campagna, nel paesaggio aspro e selvaggio dei monti. I principi ideali che animano la lotta partigiana (giustizia, libertà, fede in un mondo migliore) si conquistano a duro prezzo (“viviam di stenti e di patimenti”) alla severa scuola della montagna, in cui si dissolvono come per incanto differenze sociali, privilegi, egoismi.

Nel tono generale del canto, nella sua stessa melodia baldanzosa, in certe formule testuali, paiono rinvenirsi suggestioni, moduli e stilemi risorgimentali, alla Mameli (vedi “la schiavitù del suol tradito” o “l’ardor per la grande riscossa”). Dalle belle città è una canzone fresca, giovane, piena di vento e di speranza, in cui si sente vibrare la tensione utopica e la grande carica di idealità civile e politica che animò la stagione partigiana. E’ commovente pensare che appena qualche settimana dopo la composizione di questo inno, sull’altopiano del Tobbio si abbattè un uragano di ferro e di fuoco, e molti di quei coraggiosi “ribelli della montagna” finirono fucilati alla Benedicta o al passo del Turchino, braccati sui monti come belve, uccisi in battaglia o deportati nei campi di sterminio.

Con i sopravvissuti, sopravvisse anche il canto, che divenne il simbolo della rivincita morale contro la ferocia del nemico, il segnale della riscossa partigiana, e come inno della rinata Divisione “Mingo” accompagnò il movimento di liberazione ligure-piemontese sino alla vittoria finale .

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Clicca qui per la versione dei Ratti della Sabina

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25 aprile di nuovo nel mirino Il governo: “Sostituiamolo con il 18, il giorno che la Democrazia Cristiana vinse le elezioni”

25 aprile di nuovo nel mirino
Il governo: “Sostituiamolo con il 18″

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L’esecutivo  ha accolto la “raccomandazione” di un parlamentare Pdl per sostituire alla celebrazione della Liberazione quella delle prime elezioni politiche vinte dalla Dc. Il presidente del’Anpi, Smuraglia: “Una provocazione e una follia”. Insorge l’opposizione: “Vile e inutile”

25 aprile di nuovo nel mirino Il governo: "Sostituiamolo con il 18"

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ROMA - Non c’è pace per la festa della Liberazione. Dopo aver rischiato di cadere sotto la mannaia della manovra economica 1, il 25 aprile finisce nuovamente nel mirino. Il governo ha accolto ‘come raccomandazione’ l’ordine del giorno presentato dal parlamentare bolognese del Pdl, Fabio Garagnani, contenente la proposta di sostituire il 25 aprile con il 18 aprile 1948, giorno delle elezioni politiche vinte dall’allora democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi. Una proposta che ha ricevuto subito la netta risposta negativa del presidente dell’Anpi (l’Associazione Nazionale dei partigiani) Carlo Smuraglia: “Una provocazione dell’on. Garagnani e una follia del governo che l’accoglie come raccomandazione. Penso che non se ne farà nulla. Ma se ci provassero troverebbero la ferma opposizione di tanti italiani che li farebbero rapidamente desistere”. Immediate le reazioni indignate dell’opposizione: “Proposta vile e inutile”. E la Lega lancia la provocazione: “Allora si festeggi anche la legge truffa del ’53″.

Proprio oggi, si legge in una nota, “ho ricevuto dal servizio di controllo parlamentare la conferma scritta dell’accoglimento ‘come raccomandazione’ da parte del Governo del mio ordine del giorno che, in sede di discussione della manovra finanziaria del 14 settembre, impegnava ed impegna il Governo a sostituire la festività del 25 aprile con il 18 aprile 1948 che, a parere mio, è la  vera data fondante ed unificante della democrazia italiana”.

Immediata, si diceva, la replica dell’Anpi. Il presidente Smuraglia è letteralmente allibito: “Questo parlamentare, evidentemente, cerca la provocazione. Mi domando come davanti ai problemi economici gravissimi di questo Paese gli possa essere venuta in mente un’idea così assurda. Il 25 aprile è una festività consolidata nella mente e nel cuore di tanti italiani. Come si può pensare di sostituirla con il ricordo di un’elezione politica vinta da una parte. Non ha nessun senso e nessuno la prenderà in considerazione”. Ma Smuraglia ce l’ha anche di più con l’esecutivo che ha accettato di riceverla addirittura come “raccomandazione”: “Bastava un minimo di senso per capire che si trattava di una proposta irricevibile, anzi, neppure formulabile. Questa doveva essere la risposta di un governo serio… Invece… Evidentemente sono confusi… Comunque, se a qualcuno venisse l’idea di prendere sul serio questa cosa, l’Anpi fa sapere fin d’ora che ci saranno risposte adeguate, immediate e fermissime”.

E non sono mancate le proteste dell’opposizione. “Garagnani – ha affermato Ettore Rosato, esponente dell’Ufficio di presidenza del gruppo del Pd - sta alzando un polverone per niente, come è solito fare. Il 25 aprile non si tocca e dunque l’accoglimento ‘come raccomandazione’ da parte del governo del suo ordine del giorno è praticamente carta straccia. Resta un gesto politico vigliacco e provocatorio da parte di un governo che non sa guidare il Paese e tenta di tappare i buchi con dosi massicce di propaganda”. A Rosato ha fatto eco il senatore Pd Paolo Giarretta: “Il governo e la sua maggioranza, non contenti di dividere Paese sui problemi dell’oggi, vorrebbero dividerlo anche sulla sua storia dimostrando purtroppo di essere uomini piccoli dai pensieri piccoli”.

“La conferma dell’accoglimento di un ordine del giorno che impegna il governo a sostituire la festività del 25 aprile con quella del 18 aprile 1948 – ha sottolineato l’Idv con la deputata Silvana Mura- dimostra la confusione e la debolezza di un governo che nella seduta del 14 settembre, non avendo più i numeri in aula, ha accolto tutti gli odg presentati per evitare di subire ripetute sconfitte. La vicenda, però, dimostra anche in maniera incontrovertibile come alcuni esponenti del pdl che dicono di ispirarsi a quella che fu l’opera svolta dalla Democrazia cristiana, siano in realtà quanto di più lontano dai valori e dalla cultura politica di quel partito. A nessuno dei grandi leader storici della Dc così come ai parlamentari più oscuri di quel partito sarebbe infatti mai venuto in mente – ha sottolineato ancora-  di disconoscere la ricorrenza del 25 aprile 1945, perché la Dc e i cattolici si riconoscevano in pieno nel movimento della resistenza di cui furono parte importante. È per questo che la Dc storica fu protagonista della ricostruzione dell’italia ed è per questo che invece il Pdl è protagonista della decadenza del nostro Paese”.

Contraria alla proposta di Garagnani anche la Lega, che attraverso il senatore Fabio Rizzi, lancia una provocazione: quella di festeggiare la legge truffa del ’53: “Sostituire il 25 aprile ’45 con il 18 aprile ’48? Cosa senza alcun riferimento storico se non quello che la Democrazia cristiana vinse le elezioni e il Fronte popolare le perse. La storia è storia: il 25 aprile 1945 fu la sconfitta del nazifascismo, grazie agli alleati, al Cln e al sollevamento popolare. A questo punto- è la provocazione di Rizzi- Garagnani proponga anche di festeggiare la legge truffa del ’53! Seriamente: penso che uno come de Gasperi si sarebbe fatto una grande risata su una provocazione come questa solo per stare sui giornali”.

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28 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/09/28/news/25_aprile-22366363/?rss

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CINEMA – “Rudolf Jacobs”: La storia di un nazista che diventa partigiano sbarca al Festival di Venezia

“Rudolf Jacobs”

La storia di un nazista che diventa partigiano sbarca al Festival di Venezia

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20 agosto 2011

  | Eloisa Moretti Clementi
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La Spezia – Un eroe etico, ma anche «un personaggio complesso», che «viveva nel suo tempo» e che «ha saputo compiere una scelta»: è Rudolf Jacobs nelle parole di Luigi M. Faccini, il regista di Lerici con alle spalle 45 anni di film e documentari, che ha girato il docufilm “Rudolf Jacobs: l’uomo che nacque morendo”, che farà parte della sezione “Controcampo” al prossimo Festival del Cinema di Venezia.

Un storia che affonda le radici nel suo territorio, quello compreso tra il borgo marinaro e le campagne di Sarzana: il 3 settembre del 1944, il capitano della Marina tedesca decise di passare dall’altra parte, con i partigiani della Resistenza, abbandonando i suoi privilegi, ma anche il “suo” Terzo Reich, sull’orlo della disfatta.

La sua storia eroica finirà tragicamente due mesi dopo.

Il film di Faccini, prodotto da Marina Piperno, sarà proiettato il 2 settembre a Venezia.

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fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/la_spezia/2011/08/20/AOVBLLw-festival_partigiano_diventa.shtml

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Synopsis della storia

Nato nel 1914, Rudolf Jacobs era figlio di un importante architetto di Brema. Esperto in costruzioni difensive, venne destinato nel levante ligure per rafforzarne le coste, sulle quali Rommel temeva uno sbarco alleato. Visse in una splendida villa requisita, sulle alture di Lerici, e da lì diresse l’organizzazione TODT.
Alla Spezia era giunto nell’autunno del 1943. Passato alla Resistenza italiana il 3 settembre del 1944, morì due mesi dopo, esattamente il 3 novembre, mentre comandava un’azione contro le brigate nere acquartierate in un albergo di Sarzana. Sepolto in questa città, Rudolf Jacobs è insignito della medaglia d’argento al valor militare, mentre per lunghissimi anni, in Germania, fu considerato un “disperso”.

Chi lo conobbe dice che fosse alto, ossuto, gentile, con una buona conoscenza della lingua italiana. Nei paesi circostanti presto si vociferò di un tedesco, di nome Iaco, che sequestrava derrate alimentari agli accaparratori e le distribuiva gratuitamente alla popolazione affamata. I partigiani delle sap (squadre di azione patriottica) ne sorvegliarono i comportamenti, infine gli fu fatta giungere notizia delle ruberie commesse dai fascisti che dirigevano una cooperativa alla quale era affidata l’edificazione dei bunker costieri. Rudolf Jacobs allontanò i dirigenti fascisti, accettando di sostituirli con il fascista moderato che le sap lericine gli avevano proposto. Da quel momento, e per alcuni mesi, i cantieri della TODT ingaggiarono decine di disoccupati, salvandoli dalla deportazione in Germania. Con gli utili di quella cooperativa venne addirittura approntato un ospedaletto da campo partigiano. Poco tempo dopo Rudolf Jacobs rivelò la sua scelta di collaborare con la Resistenza e di combattere contro i propri connazionali.

Che cosa indusse Rudolf Jacobs ad abbandonare i privilegi che le sue funzioni progettuali e amministrative gli consentivano? Entrare nella Resistenza significava prenotare un incontro con la morte. Si potrebbe perfino pensare che desiderasse la morte, come espiazione di una colpa insopportabile, quella di essere stato anch’egli strumento dello sterminio hitleriano. Mobilitarsi contro Hitler, deporlo o ucciderlo, era diventato il progetto di molti tedeschi, ed anche il banco di prova di un eventuale armistizio con gli anglo-americani. Il fallimento del tentativo di von Stauffenberg, il 21 luglio 1944, fu un colpo mortale per la congiura di cui faceva parte persino il generale Rommel, eroe nazionale soprannominato “la volpe del deserto”. Hitler restò in vita e la guerra si inasprì, per quasi ancora un anno.
Rudolf Jacobs, invece di rassegnarsi alla prigionia in un campo alleato, dove sarebbe certamente finito prima di tornare in patria, scelse di battersi. Quando si presentò al comando della formazione partigiana Muccini seppe dire: «Darei la mia vita pur di abbreviare di un solo minuto questa guerra insensata…»

Sulla scelta di Rudolf Jacobs influì certamente l’eco delle stragi che le SS di Reder condussero contro le popolazioni di Sant’Anna di Stazzema, San Terenzo Monti, Vinca. Anche la notizia del bombardamento che rase al suolo Amburgo, città nella quale vivevano i suoi due figli e la moglie, dovette segnare la sua mente.

I partigiani sarzanesi scoraggiarono la sua volontà di combattere. Rudolf Jacobs poteva essere uno dei costruttori della Nuova Germania. Fu inutile. Dopo piccole azioni nelle quali aveva mostrato capacità di comando, con dieci dei suoi compagni, alcuni di nazionalità russa e polacca, tra i quali l’attendente austriaco che l’aveva seguito, e gli italiani che potevano assomigliare a soldati tedeschi, preparò l’attaccò al presidio delle “brigate nere” di Sarzana. Là dentro i fascisti torturavano i prigionieri politici e abusavano delle donne. Bisognava dare un segno di forza e giustizia alla città. All’ora di cena, in un buio 3 novembre del 1944, in dieci contro settanta, marciarono attraverso la città…
Rudolf Jacobs chiese, in tedesco, di conferire con il comandante. Aveva detto ai suoi: «Non appena la porta dell’albergo si dischiude ci si fa strada con i mitra e le bombe a mano…». Non fu così che avvenne. Jacobs sparò a chi gli aprì e si lanciò dentro l’albergo, ma la sua machinenpistole si inceppò. Venne colpito ripetutamente e ucciso. Anche l’attendente austriaco, che lo spalleggiava, fu colpito. Gli altri, dopo la sparatoria, si ritirarono, mentre il corpo di Rudolf Jacobs restava nelle mani dei fascisti. Un distaccamento della Muccini prese il suo nome e in suo nome combatté fino al 25 aprile 1945. Che un capitano tedesco avesse voluto condividere con loro la lotta di Liberazione dal nazifascismo ancora oggi è motivo di orgoglio in Lunigiana.
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Solo recentemente la sua città natale, Brema, ha potuto celebrare la scelta esemplare del suo concittadino. Non un “disperso”, né un “traditore”, ma un “maestro di pace e di civiltà”, degno di essere riconosciuto tra i protagonisti di una epopea che, oggi, nel percorso, seppur faticoso, dell’Unione Europea, cerca la strada della sua definitiva realizzazione.
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Napolitano, Costituzione non si tocca. Fischi a La Russa / IL VIDEO

Da: | Creato il: 25/apr/2011

Napolitano, Costituzione non si tocca. Fischi a La Russa. I VIDEO

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napolitano

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NAPOLITANO, LA COSTITUZIONE NON SI DISCUTE
Forte richiamo al rispetto della Carta Costituzionale da parte del Capo dello Stato, che a chiusura del suo discorso all’Altare della Patria ha dichiarato: «Si proceda alle riforme considerate mature e necessarie, come in questi anni ho sempre auspicato; lo si faccia con la serietà che è doverosa e senza mettere in forse punti di riferimento essenziali, in cui tutti possono riconoscersi». «Senza mettere in forse – ha aggiunto – quei principi e quella sintesi, così comprensiva e limpida, dei diritti di libertà, dei diritti e dei doveri civili, sociali e politici, che la Costituzione ha nella sua prima parte sancito».

NAPOLITANO, NON PREVALGA CIECO E ACCESO SCONTRO, TENERE FERMO CIÒ CHE CI UNISCE NONOSTANTE CLIMA ELETTORALE
«Non facciamo prevalere il cieco e acceso scontro» nonostante ci sia già un clima elettorale. Bisogna tenere fermo ciò che ci unisce e che ci tiene uniti come italiani. È questo l’appello che arriva dal capo dello Stato Giorgio Napolitano durante la cerimonia per il 25 aprile.
NAPOLITANO,SERVE NUOVO SENSO RESPONSABILITÀ NAZIONE
«La difficoltà delle sfide di oggi e del futuro richiedono nuovo senso di responsabilità nazionale, una rinnovata capacità di coesione nel libero confronto delle posizioni alla ricerca di ogni terreno di convergenza». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo intervento all’Altare della Patria in occasione della cerimonia per il 25 aprile.

NAPOLITANO,RESISTENZA HA RECUPERATO VALORI NASCITA D’ITALIA
Il periodo della Resistenza ha recuperato quei valori di «libertà, indipendenza e unità» che sono alla base della nascita della nazione italiana 150 anni fa. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano alla cerimonia del 25 aprile all’Altare della Patria. «Ci sono – ha detto Napolitano – punti di contatto evidenti nonostante la distanza e le diversità tra i due momenti della lotta alla liberazione e la nascita dell’Italia 150 anni fa. Le forze migliori della nostra storia diedero libertà, indipendenza e unità, valori che furono recuperati nella Resistenza con il recupero della nostra libertà negata dal fascismo, dell’indipendenza negata dal nazifascismo e dell’unità recuperata dopo la divisione in due del paese nel conflitto».

MARONI A NAPOLITANO: GRAZIE DI COLTIVARE MEMORIA COMUNE
«Grazie per aver coltivato una memoria comune». Lo ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, rivolgendosi al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando all’altare della patria in occasione della festa della Liberazione.
Il «lavoro della memoria nella celebrazione del 25 aprile è prezioso e importante», perchè si tratta di una «data che segna al conclusione di un dramma», «scia di sofferenze del popolo itailano», un «passaggio decisivo», un «punto di arrivo di una vicenda dolorosa» e «un punto di partenza della ricostruzione della nostra democrazia». È un passaggio del discorso del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, all’altare della patria in occasione della festa della Liberazione.

LA RUSSA FISCHIATO ALL’ALTARE DELLA PATRIA
Il ministro della Difesa Ignazio La Russa è stato fischiato da alcuni cittadini che assistevano alle celebrazioni del 25 aprile all’Altare della patria. Quando il ministro ha preso la parola per fare il suo intervento alla cerimonia si sono levati alcuni fischi, ma La Russa ha proseguito con il suo discorso.

«Sono certo che il Presidente Napolitano vorrà redarguire i pochissimi stolti in verità che hanno espresso dissenso per le presenza dei Ministri del Governo Berlusconi il 25 aprile». Lo afferma il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. «Se non si partecipa ad alcune cerimonie scattano le critiche. Se si partecipa, qualcuno – osserva Gasparri – non è d’accordo. «Non sarà qualche nostalgico di Togliatti o della ‘volante rossà a prevalere, ma l’amore per la libertà di tutti gli italiani. Ma i faziosi di sempre vanno condannati con chiarezza» conclude Gasparri.

A TORINO 9 ORE DI MUSICA ININTERROTTA PER FESTEGGIARE IL 25 APRILE
Nove ore di musica ininterrotta con oltre venti artisti e gruppi italiani che si alternano sul palco insieme agli studenti piemontesi per venti letture sul tema della Resistenza. Torna per il quarto anno consecutivo il grande concerto del 25 aprile in occasione della Festa Nazionale della Liberazione. A ingresso gratuito, il concerto prende il via alle 15 in piazza San Carlo, per una giornata di musica e letture fino a mezzanotte.

SINDACO MORATTI, APRIAMO STAGIONE RICONCILIAZIONE
«Abbiamo bisogno di aprire una stagione nuova, fatta di memoria e di riconciliazione». Questo il messaggio del sindaco di Milano Letizia Moratti per il 66/o anniversario della Liberazione. Il primo cittadino ha preso parte in mattinata alle celebrazioni istituzionali del 25 aprile in città, deponendo corone sulle targhe commemorative sul municipio in piazza Scala, alla Loggia dei Mercanti e al sacrario dei Caduti a Sant’ Ambrogio. «Questa memoria e questa riconciliazione – ha detto il sindaco, ricandidata alle elezioni di maggio – sono ancor più importanti nell’anno del 150/o anniversario dell’Unità d’Italia, perchè ci aiutano a guardare avanti con il senso del nostro passato ma anche con la consapevolezza che la storia futura si costruisce con il rispetto, con l’attenzione all’ altro. Per questo credo che una stagione di riconciliazione sia quanto mai necessaria».

COMANDANTE ‘OTELLO’, TOCCARE L’ART. 1? FERMARE ACEFALI
«Vogliono toccare l’articolo 1 della costituzione? Io dico che occorre subito un’azione forte, non dico cruenta, non coi mitragliatori, ma con la stessa convinzione dei partigiani quando dovettero liberare l’Italia dai nazi-fascisti». Parola del battagliero comandante ‘Otellò, Placido Armando Follari, 88 anni ottimamente portati, a capo del distaccamento della nona Brigata Santa Justa, Vessillo tricolore, «cattolica, così Berlusconi – chiosa – non può dire nulla». Parla durante la cerimonia in memoria del 25 aprile, al Guardino Inglese di Palermo. Medaglia al valore militare, Croce al merito di guerra, Distintivo d’onore per avere partecipato al Corpo volontari per la libertà, il comandante ‘Otellò ricorda di avere fermato con i suoi uomini per 45 minuti i tedeschi sulla sponda nord del Po prima dell’arrivo delle truppe inglesi: «Un’azione memorabile. Dobbiamo fare lo stesso adesso, fermare – senza mitragliatori, ovviamente – quegli acefali che pensano di modificare le parti fondamentali della Costituzione e che farebbero bene a fare un altro mestiere. Il primo articolo non si tocca e tutti sono obbligati a difendere questo principio: dal servo più umile che sono io, ai servi più grandi che sono il capo del governo e il presidente della Repubblica».

ZINGARETTI, MANIFESTI? SEGNO FRUSTRAZIONE CODARDI
«Giudico quei manifesti come segni di impotenza e di frustrazione». Lo ha detto il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, che stamane ha deposto una corona a Porta S.Paolo in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile. «Sono dispetti di quattro deficienti e codardi – ha aggiunto – che non avendo la forza e l’onesta di esprimere le proprie idee lo fanno nel silenzio della notte e non firmandosi. Il che – ha concluso Zingaretti – conferma di che pochezza di persone stiamo parlando».

TUTTO PRONTO AD ALTARE PATRIA PER CERIMONIA UFFICIALE
È tutto pronto in piazza Venezia per le celebrazioni all’Altare della Patria del 66esimo anniversario della Liberazione. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sarà accolto dall’inno d’Italia suonato dalla banda dell’esercito. Quindi passerà in rassegna il reparto d’onore e deporrà una corona d’alloro all’Altare della patria. Alla cerimonia ci saranno il ministro dell’Interno Roberto Maroni e quello della Difesa Ignazio La Russa. E poi il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il presidente della Regione Lazio Renata Polverini, il sindaco di Firenze Matteo Renzi e il presidente della Toscana Enrico Rossi con altri rappresentanti delle istituzioni toscane. Alla fine delle celebrazioni il presidente Napolitano consegnerà una medaglia d’oro al valore civile ai familiari di Mario Pucci fiorentino ucciso a vent’anni dalle squadracce fasciste. Presenti anche molte delegazioni dell’Anpi.

LA CGIL A LAMPEDUSA
Stamattina una delegazione della Cgil porterà fiori sulle tombe dei «morti senza nome» sepolti a Lampedusa, dove un angolo del cimitero è stato dedicato ai migranti che hanno perso la vita nelle traversate dal Nordafrica all’isola delle Pelagie. «È il nostro modo di celebrare il 25 aprile – dice il segretario della Cgil siciliana, Antonio Riolo, che guida la delegazione di cui fanno parte il responsabile migrazione del sindacato, Pietro Milazzo, e due dirigenti della Fiom di Brescia -. Vogliamo sottolineare che questi migranti sono anche vittime del rigurgito neo fascista e capitalista che investe l’Europa». «In questo luogo di frontiera – aggiunge Riolo – arrivano migranti in cerca di pane e libertà, del diritto a una vita dignitosa e a un mondo più giusto. Il 25 aprile è l’occasione per ricordare chi muore per affrancarsi dall’oppressione». Lo scorso 2 aprile, nel pieno dell’emergenza immigrazione, la Cgil ha aperto a Lampedusa una sede del sindacato.

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25 aprile 2011

fonte:  http://www.unita.it/italia/napolitano-costituzione-non-si-tocca-fischi-a-la-russa-i-video-1.286598

Hessel: “Cittadini indignatevi e agite”

Hessel: “Cittadini indignatevi e agite”

Il 93enne ex partigiano e diplomatico, autore del caso letterario dell’anno, è intervenuto alla Biennale della democrazia

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di Andrea Giambartolomei

17 aprile 2011

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“L’educazione non deve essere solo trasmissione di sapere, ma anche di valori, deve stimolare lo spirito critico. E non solo: deve far sviluppare il senso di responsabilità per le azioni concrete”. Sembra una risposta a quanto detto sabato da Silvio Berlusconi sulla scuola pubblica quella data ai giovani della Biennale della Democrazia da Stéphane Hessel, l’autore di Indignatevi (Add editore, 2011), un “libricino” che in Francia ha venduto 1.900.000 copie (“Ah, non ancora due milioni, c’est malheureux”, dice con ironia). Tedesco naturalizzato francese, ex partigiano, membro della commissione che creò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ed ex diplomatico, Hessel ha 93 anni e una grande vivacità mentale. Domenica mattina in tanti sono accorsi per assistere al dibattito sull’obbedienza e le disobbedienza dei cittadini con il magistrato milanese Armando Spataro. Alle ragazze e ai ragazzi, a cui si rivolge il suo messaggio di indignazione e attivismo sociale, consiglia di “entrare a far parte di gruppi che si impegnano su una questione concreta, su un problema specifico da sbloccare”. Insomma, “engagez-vous”, come il nuovo libro uscito da poco in Francia. Ilfattoquotidiano.it ha incontrato Hessel prima del suo intervento.

In Italia motivi per indignarsi ce ne sono ma solo una parte minoritaria della società lo fa

Le resistenze sono sempre minoritarie quando sono all’inizio. In Francia, la Resistenza ha dovuto aspettare il 1942 per diventare più importante, ma alla fine è diventata una forza. Nei regimi democratici bisogna provare a migliorare il sistema sbarazzandosi delle lobby, che secondo me sono il vero problema. Bisogna obbligarli a condividere i loro benefici col popolo.

In pratica la situazione deve esasperarsi ulteriormente?

In Nord Africa il problema era relativamente semplice. C’erano più dittatori, Mubarak, Ben Alì ed era normale che i giovani manifestassero. Ma quello che stupisce è che sono riusciti a sbarazzarsi dei dittatori. All’improvviso ci siamo chiesti se anche noi fossimo capaci a sbarazzarsi dei nostri dirigenti, ma non è così facile, perché non sono dei dittatori. Possiamo non amarli, batterci contro loro, ma non è come se fossero Hitler o Mussolini, e quindi bisogna essere più circospetti. E qui la non-violenza diventa importante.

Nel suo libro ricorda che dopo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, a cui lei ha contribuito, molti Stati colonizzati impugnarono il documento per la loro lotta di liberazione. Indignatevi è uscito nei mesi delle rivolte. Si sente un ideologo delle ribellioni?

(sorride) Io e Sylvie Crossman (l’editrice che ha “scoperto” Hessel e pubblicato il libro per le éditions Indigènes, ndr) abbiamo avuto la tentazione di dire “Vedete, abbiamo avuto ragione a pubblicare questo libro perché subito dopo sono cominciate le rivoluzioni”, ma non esageriamo. Il mio libricino è una cosetta. Ma quello che è interessante è la coincidenza: c’è un sentimento di pericolo che si espande ovunque, in Africa, Medio Oriente e anche in Europa, e dunque il libro si appella ai cittadini dicendo loro che possono indignarsi e agire, perché come cittadini hanno delle responsabilità. Ogni cittadino dev’essere cosciente della sua capacità d’intervenire e bisogna che agisca con coraggio e determinazione.

In quanto non-violento, cosa pensa dell’intervento militare francese in Libia voluto da Nicolas Sarkozy?

Non amo Sarkozy, ma per quanto riguarda l’intervento militare la vedo così: la Libia ha subìto il contagio molto serio di Egitto e Tunisia. Le persone si sono dette: “Siamo sotto un dittatore insopportabile. Gli altri sono partiti e Gheddafi deve partire”. Ma non avevano gli stessi mezzi per farlo. Bisognava aiutarli affinché non fossero massacrati.

Ma il problema è la violenza, a cui lei si oppone.

C’è una contraddizione, sì. Possiamo risolverla aspettando che anche a Tripoli sorga la rivolta e possiamo contribuire rendendo più difficile la situazione di Gheddafi, distruggendo le sue basi e facendo un’azione diplomatica in cui siano coinvolti gli Stati arabi e africani, evitando di colpire i civili. È molto difficile.

Le espulsioni degli extracomunitari sono uno dei motivi per indignarsi di cui lei tratta. Cosa pensa del comportamento di Francia e Italia sulla questione degli immigrati?

Dovrebbero accordarsi per accogliere quelli che vengono dall’Africa del Nord, insieme e con intelligenza. La questione si risolve anche coinvolgendo i paesi d’origine, cosa che non è stata fatta a sufficienza.

Lei scrive anche che non apprezza gli indifferenti. Si è ispirato ad Antonio Gramsci?

Sono gramsciano e considero che la sua maniera di porre il problema dell’impegno mi si addica. Il pensiero italiano ha contribuito molto. Anche Giuseppe Mazzini diceva che bisogna impegnarsi e uscire dall’indifferenza.

Pierluigi Battista del Corriere della Sera definisce il vostro libro pieno di concetti banali, in cui il solo scopo è l’indignazione. Come risponde?

Accetto la critica, ma se leggiamo bene il libro non c’è solo l’indignazione, ma anche l’elenco dei problemi a cui bisogna trovare delle risposte. È l’inizio dell’affermazione delle lotte ecologiste, per la giustizia.

Ha ricevuto anche delle critiche sulla questione palestinese?

Il governo israeliano mi ha criticato perché m’impegno politicamente per il riconoscimento dello Stato palestinese. Mi hanno chiesto perché non lo faccio anche per il Congo, la Cecenia o altri, ma io ci sono stato più volte (nel 2007 e mi sento responsabile. Altri sono stati in Cecenia, parleranno loro della Cecenia.

Una curiosità. In Francia vi chiamano “papy” (nonno, ndr)?

No.

Lo sa che “papi” è il nome con cui le giovani ragazze di Silvio Berlusconi lo chiamano. Non la indigna questa cosa?

Sinceramente sì. Trovo che sia cattivo e scandaloso. Abbiamo bisogno di avere un po’ di ammirazione per le persone che ci dirigono, ma non è possibile né in Francia, né in Italia.

In Italia diciamo che c’è una gerontocrazia. Però forse i giovani hanno ancora bisogno di persone come voi?

Sì, ma non troppe (ride). Abbiamo soprattutto bisogno di giovani impegnati e coraggiosi, ma gli anziani che ci sono possono essere degli utili testimoni. I giovani possano ricevere delle buone informazioni su quello che i loro nonni hanno fatto. Ce n’è bisogno, sì, ma non troppi.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/17/hessel-cittadini-indignatevi-e-agite/105144/


SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE – La Resistenza e la memoria, di Daniele Biacchessi


La Resistenza e la memoria

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immagine realizzata dalla sezione ANPI di San Remo (Im)

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di Daniele Biacchessi

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24 luglio 1943, ore 17: inizia la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, organismo costituzionale e direttorio politico del Partito Nazionale Fascista,  Alle 3 di notte del 25 luglio, viene approvato l’ordine del giorno dei gerarchi Giuseppe Bottai, Dino Grandi e Galeazzo Ciano, prevede la restituzione dell’alto comando al Re. Benito Mussolini viene destituito e subito arrestato.

25 luglio, ore 22:45: il popolo italiano apprende dalla radio che il Re ha assunto il comando supremo delle Forze Armate e il piccolo maresciallo Pietro Badoglio il governo militare del paese con pieni poteri. Poco dopo il piccolo Badoglio indica già le sue prime direttive. Non so se avete presente, il piccolo Badoglio che detta le sue condizioni:

«… la guerra continua e l’Italia resta fedele alla parola data… chiunque turbi l’ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito».

Benito Mussolini, ormai ridotto a un ducetto, viene trasferito per tre giorni alla caserma della Legione Allievi Carabinieri, nel quartiere Prati di Roma. Poi spostato via mare nelle isole di Ventotene, Ponza, Maddalena. Infine, rinchiuso in una cella a Campo Imperatore, sorvegliato da duecentocinquanta uomini tra carabinieri e guardia di finanza.

Ovunque, nelle città e nei paesi, manifestazioni di piazza salutano la caduta del regime fascista.

3 settembre 1943: a Cassibile, in Sicilia, viene firmato il testo del breve armistizio tra il generale Giuseppe Castellano, per conto del maresciallo Pietro Badoglio, e il generale Walter Bedell Smith, per conto di Dwight D. Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo.

8 settembre 1943, ore 19:45: dopo cinque giorni di lunghe ed estenuanti trattative, il piccolo Pietro Badoglio annuncia l’armistizio dai microfoni dell’E.I.A.R.:

«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower… La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Roba da duri, gente con le palle, gente che non ha paura, che sfida il nemico a testa alta, direte voi. E invece no…..

9 settembre 1943, ore 5:10: il Re, la famiglia reale e Pietro Badoglio, seguiti da un corteo di generali e funzionari, abbandonano Roma diretti a Pescara, dove li attende una corvetta che li trasporta in Puglia. L’Italia è ormai occupata da ore dai nazisti. L’esercito regolare muore schiacciato da una guerra più grande delle sue possibilità militari, abbandonato a se stesso nelle ore dell’agonia, dal Re e dal comando supremo militare. Gli ufficiali di professione attendono ordini che non arriveranno mai. I soldati sfondano le porte, escono dalle camerate, abbandonano le caserme, le armi pesanti e leggere, i mezzi, i “muli di Badoglio”, barattano per pochi soldi ogni abito borghese, ogni via di scampo, ogni ritorno a casa. L’Italia si trasforma in un’immensa retrovia dove i soldati fuggono e si nascondono nelle case di famiglia, nei boschi, nelle valli, tra sentieri impervi e piccoli borghi e rifugi di montagna.

Intanto, il feldmaresciallo Erwin Rommel liquida le nostre armate al Nord, il feldmaresciallo Albert Kesserling quelle del Sud, mentre si oppone alle forze anglo-americane, sbarcate a Salerno e Taranto.

E allora? Che si fa in questi casi?

Allora inizia la Resistenza.

La guerra dell’Italia partigiana incomincia proprio quando termina la guerra del regime. L’armata ribelle si forma dopo la disfatta di quella regia e fascista. All’inizio sono poche migliaia di persone. In certi luoghi di montagna, mentre scendono a valle i soldati dell’esercito in rotta, risalgono gruppetti di studenti universitari, operai delle fabbriche delle città, ufficiali del corpo degli alpini, intellettuali, scrittori, giornalisti, professionisti affermati, contadini. La minoranza del settembre 1943 è l’avanguardia di una Resistenza che ha radici lontane: nelle fabbriche, nei campi, nelle scuole, nelle prigioni, tra i fuoriusciti in Francia e i confinati a Ventotene, fin dentro l’esercito fascista. I Comitati di opposizione interpartitici diventano Comitati di Liberazione Nazionale, CLN. Persone con idee diverse, spesso contrapposte, ma unite da un’idea comune: organizzare la lotta armata contro gli occupanti tedeschi.

13 settembre 1943: la radio tedesca annuncia la liberazione di Benito Mussolini dalla sua prigione, un albergo sul Gran Sasso d’Italia. Il giorno dopo il Duce va a Rastenburg, in Germania, in aereo. Hitler lo attende davanti al bunker. Mussolini è nelle sue mani, il Führer è il suo padrone politico e militare. Il Duce è ormai un fantoccio del Terzo Reich.

18 settembre 1943: da Radio Monaco, Benito Mussolini riprende le redini del “nuovo fascismo” nato sotto l’ombrello nazista:

«Riprendere le armi a fianco della Germania e del Giappone, nostri alleati… preparare senza indugio le nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia… eliminare i traditori…».

Nell’Italia occupata dai nazisti nasce la Repubblica Sociale Italiana.

I ribelli si posizionano sopra Boves (teatro della prima strage nazifascista nel nostro paese), tra i laghi Maggiore e di Como (all’hotel Meina vengono trucidati un gruppo di ebrei), sulle Prealpi venete, sopra Sassuolo, sul Monte Amiata, sul Pratomagno, nelle valli abruzzesi.

La guerra di liberazione è lunga, dura, estenuante.

Prosegue tra forti avanzate, rastrellamenti dei nazifascisti, faticose ritirate, umilianti ripiegamenti, ancora avanzate, azioni di sabotaggio e attacchi contro postazioni strategiche, occupazioni di paesi e valli (Alba e Langhe, Montefiorino, Ossola, Valsesia sono i luoghi più importanti), insurrezioni di città (Napoli, Firenze, Milano, Torino, Genova), fino all’aprile del 1945, i giorni della resa dei conti finale e della libertà conquistata.

A che prezzo?

Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945: 45.000 partigiani civili italiani morti in combattimento o fucilati dopo atroci torture; 22.000 mutilati e invalidi; 45.000 soldati uccisi in azione, quelli che dopo l’8 settembre 1943 decidono di schierarsi contro i nazifascisti; oltre 10.000 militari della Divisione Acqui, impegnati a Cefalonia e Corfù assassinati dai nazisti; 650.000 soldati rinchiusi nei lager per essersi rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò, 40.000 sterminati, come altri 36.000 civili; 15.000 tra civili, partigiani, simpatizzanti della Resistenza trucidati nelle oltre duemila stragi naziste e repubblichine avvenute in Italia.

Dal 1943 al 1945, l’Italia occupata dai nazisti diventa un enorme mattatoio dove gli oppositori al regime fascista vengono arrestati illegalmente, trasferiti in ville tristi come Villa Fossati a Milano, cantine, pensioni anonime come Oltremare e Jaccarino a Roma, trasformati in luoghi di detenzione come il palazzo di via Rovello dove la tortura è una pratica sistematica per i prigionieri.

La Carovana della morte, il Reparto Speciale di Polizia guidato da Pietro Koch, scivola lungo l’Italia come serpe affamata, cerca uomini e donne con idee diverse per placare la sua sete di sangue.

Il Reparto Speciale di Polizia entra nelle loro case.

Li stana come animali braccati: incatena le loro mani.

Mani grosse.

Non affusolate e ben curate come quelle degli aguzzini, ma mani da macellai, enormi.

Mani di contadini rugose, screpolate.

Mani di meccanici, sempre un po’ macchiate d’olio esausto.

Mani di donne giovani, ma già abituate a tirar su tre figli: mani forti per non crescere delinquenti, mani delicate per non lasciarli in balia della notte, svegli.

Mani di lavoratori che non hanno orario se non seguire la luce del giorno e l’oscurità della notte.

Mani callose di falegnami.

E poi ancora.

Mani di elettricisti coi capelli lunghi tenuti legati dietro la testa.

Mani di operai e manovali capaci di alzare 150 chili senza la paura di cadere sfiniti.

Mani di carta vetrata, con la polvere che è ormai tutt’uno con la pelle, sono le mani dei minatori di pietre che feriscono talvolta.

E tuttavia non fanno male come le bastonate che schioccano quei vigliacchi in guanti neri o guanti bianchi.

Aguzzini le cui mani sotto la pregiata stoffa che le nasconde sono rosse di sangue altrui, incancrenite di dolore appiccicato per sempre, eterna condanna.

Una volta che ha completato il carico, la carovana della morte, il Reparto Speciale di Polizia riprende il suo viaggio per giungere alla destinazione finale: Villa Fossati detta Villa Triste.

Uomini, donne, ragazzi, ragazze, gente felice lasciata in balia di aguzzini feroci passano da Villa Triste nei soli 45 giorni milanesi.

Non tutti vengono uccisi: ma cosa vedono i loro occhi?

Quanta voglia di campare può esserci per gente che ha visto esseri umani tramutarsi in dèmoni, facce deformate dalle urla del comando?

Quale orizzonte puoi inseguire, se hai sentito uomini e ragazzi e donne provare sulla pelle ancora liscia la cancrena del bastone, il gemito del collo spezzato…

Il fuoco dell’inferno divora la speranza di un futuro.

Il terrore fa prigionieri gli occhi.

Quando gli uomini di Pietro Koch arrivano a Milano nel giugno del 1944, si portano dietro un numero elevato di nefandezze.

A Roma la banda Koch fornisce a Kappler, Pribke, Hass liste di detenuti poi mandati al macello alle Fosse Ardeatine.

Ma a Milano Pietro Koch perfeziona la tecnica.

Quando gli aguzzini entrano nelle case di antifascisti e partigiani rubano i loro averi.

Oggetti di valore, denaro, gioielli, orologi, pellicce, fucili da caccia, indumenti calze da seta, generi alimentari, persino protesi dentarie in oro.

Poi trasferiscono i detenuti nelle camere di sicurezza di Villa Triste.

Le persone arrestate vengono fatte oggetto di sevizie particolarmente efferate: formidabili pugni, schiaffi, calci, colpi inferti mediante bastoni di legno e di ferro, anche a spirale intrecciata e retrattili, frustini, nervi di bue, fustigazione dei testicoli.

I detenuti vengono portati in una cella detta carbonaia, richiusi in un pertugio detto “buco”, legati in due l’uno all’altro e appesi per giorni senza mangiare.

Alcuni sono costretti a pulire il pavimento dal proprio sangue con i gomiti.

Altri vengono trasportati per le scale tenendoli per i piedi così che il capo batte ogni scalino.

Colpi fortissimi vengono inferti alla regione cardiaca e al centro dello stomaco, oppure dritti contro gli occhi e le orecchie per provocare cecità e sordità, oppure ancora colpi alla mascella diretti a svellere i denti.

Ad altri ancora viene applicato alla fronte un semicerchio di ferro con due punte alle tempie oppure un telaio in legno che comprime il corpo umano contro una striscia chiodata.

Per i detenuti delle Ville tristi si alternano docce gelide e bollenti, gelide e bollenti, gelide e bollenti, così per ore, che diventano giorni.

Tortura per estorcere informazioni preziose, per demolire la dignità delle persone, per ucciderle…

Ma non subito… no…

Poco alla volta…

Gli aguzzini delle Ville Tristi ne studiano di notte e di giorno… bisogna esserci portati… non si possono compiere certi atti efferati e magari poi tornare a casa, baciare i propri figli come se nulla fosse successo…

Non puoi dire che torturi solo per il piacere di veder soffrire vite umane…

Torturi perché vuoi annullare ogni possibilità di opporsi ad un sistema che tu stesso hai costruito.

Non é una follia patologica, è una lucida consapevolezza.

Luoghi di tortura dove si entra e non si esce vivi.

Case anonime, garage, ville che si trasformano in centri di detenzione.

E hanno nomi precisi… indirizzi… località….

A Milano…Via Paolo Uccello, via Rovello.

Ora se credi ti possa esser bastato

Voglio che mi accompagni fino in fondo alla caina

Là dove l’uomo non è mai arrivato

Là dove vi è la disumana violenza e la rovina.

Qui l’arte non riesce più a sostenere

La metafora, l’immagine, il suono dell’abisso

Perché il confine non lo puoi oltrepassare

Perché laggiù l’uomo, non è più uomo: è crocifisso.

Le menti lucide di carnefici senza ritegno

Annullano il concetto primitivo di razza umana

Non riesco più a pensare, abbasso gli occhi e mi sdegno

Di fronte ad un boia ancor più feroce di una mammana.

Cosa può esserci di più tremendo di violenta morte?

Cosa si può immaginare che superi qualsiasi aberrazione?

Apri gli orecchi quel che sto per dirti è veramente troppo forte

E se vuoi andartene, fallo ora, è la tua ultima occasione.

Per dirti questa cosa non voglio usare mezze parole

Perché se dici di appartenere al genere umano

È ora di illuminare la coscienza con il sole

È ora di gridare, agire e fare un gran baccano.

Chino il capo come uomo abbattuto da altro uomo

Non chiedo perdono per i boia degli abissi

Taccio, ma non sarò mai domo

E griderò con tutta la mia rabbia e con gli occhi vergognosi e bassi

Che ormai il tempo della giustizia è tramontato

Questo è il tempo della verità e dei grandi passi.

Come ricordare oggi i valori della Resistenza?

La memoria è come un film in bianco e nero.

A volte viene nascosta, chiusa chiave nei cassetti della storia.

Ma altre volte, quella memoria torna, ritorna, e lascia tracce.

Non è memoria buona per anniversari, per tutte le stagioni, buona per parate militari, per finti applausi, buona per politici con la bandiera italiana in mano e l’ipocrisia nel cuore.

E’ memoria viva, quotidiana, un ponte tra generazioni diverse che vivono o hanno vissuti tempi diversi.

E’ un impegno civile, quotidiano, fatto di piccole cose, di gesti, di atti pubblici, soprattutto di parole.

Io racconto una storia a te e tu la racconterai ad altri figli, ad altri amici.

E fino a quando queste storie avranno gambe per poter camminare, queste storie non moriranno mai.

Quando qualcuno si stancherà di raccontarle, queste storie moriranno due volte, con le persone e con le ingiustizie.

“I gendarmi del revisionismo” e “I gendarmi della memoria”.

Si, siamo fieri e orgogliosi di questa definizione, siamo proprio i “gendarmi della memoria”.

Siamo quelli che hanno deciso di stare da una parte, non abbiamo cambiato bandiera solo per vendere qualche libro in più.

Pensiamo cioè che il peggiore dei partigiani stava dalla parte della democrazia, e il migliore dei repubblichini di Salò era alleato dei nazisti responsabili dello sterminio pianificato di milioni di ebrei e di oppositori politici.

Nessuna parificazione tra partigiani e fascisti.

Il sangue dei vinti non può essere mischiato con quelli dei vincitori.

Niente retorica ma giù le mani dai valori scritti nella nostra Costituzione, la più bella in Europa, valori antifascisti.

Costituzione italiana

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro.

Art.10

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Art. 11.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Art. 17.

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Art. 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

E’ per questi e altri motivi che i nostri padri hanno combattuto il fascismo, hanno sognato un paese democratico.

Non disperdiamo mai questi valori.

E’ la nostra carta d’identità, il nostro dna, l’unico modo per stare insieme davvero.

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fonte:  http://www.radio24.ilsole24ore.com/blog/biacchessi/?p=391

LILLE HENRIVENDE INGE – Ciao, piccola grande Inge! La nuotatrice che ha conquistato il cuore della gente / The swimmer whose defiance captivated their hearts

Addio, ‘Piccola dolce Inge’

Lille Henrivende Inge – fotograf: Ukendt

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La scorsa settimana Inge Sørensen, all’età di  86 anni, danese e nuotatrice di fama mondiale, la più giovane ad aver vinto una medaglia olimpica, è morta nella sua casa di New Jersey, USA.

Aveva solo 12 anni, quando vinse una medaglia di bronzo nel nuoto, alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, e si rifiutò  di gridare  Heil Hitler mentre era sul podio. Nella foto è al centro tra la concorrente giapponese, medaglia d’oro, e la tedesca medaglia d’argento. La giapponese fece l’inchino al Führer, la tedesca, ovviamente salutò col braccio teso mentre la piccola Inge non mosse muscolo e rimase con le braccia distese lungo il corpo, rifiutandosi, così, di omaggiare il dittatore tedesco.

Inge al suo ritorno in patria fu accolta da eroina da una folla di ben 30.000 persone. A lei è stata dedicata anche una canzone, molto popolare in Danimarca

‘Little Captivating Inge’ fu presa a simbolo dalla resistenza danese durante l’occupazione tedesca, nel 1943, e, da allora, rimase per sempre nei cuori della gente.

mauro

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The Copenhagen Post

The swimmer whose defiance captivated their hearts

Thursday, 17 March 2011 14:46 Jennifer Buley Culture

‘Little Inge’, Denmark’s super swimming star dies and with her a piece of history

As a 12-year-old, Inge Sørensen from Skovshoved won a bronze medal at the 1936 Olympics and the love of an entire nation (Photo: Scanpix) 

She was just 12 years old when she swam to a bronze medal at the 1936 Olympics in Berlin and refused to heil Hitler as she stood on the winners’ podium.

Last week ‘Little Captivating Inge’ Sørensen, an 86-year-old Danish expat and world-class swimmer who remains the youngest female swimmer to ever win an Olympic medal, died at her home in New Jersey, USA.

It was Denmark’s legendary radio journalist Gunnar ‘Nu’ Hansen, who gave Sørensen the epithet ‘Little Captivating Inge’, while reporting live for Danish Radio from the Olympics in Berlin. The nickname stuck and even inspired a popular song.

Denmark was captivated by the little girl from Skovshoved who took the bronze for the 200 metres breaststroke.

When she returned from the games, her train, the Berlin Express, was met by 30,000 fans. Sørensen was paraded through the streets of Copenhagen to the harbour, where she was met by a boat that sailed her ceremoniously home to Skovshoved, just north of Copenhagen.
In a 2006 interview she told Politiken newspaper she had been blessed with natural ability and barely trained at all – then she apologised for bragging.

“I trained one hour a week at the swimming hall in Østerbro. The rest of the time was in the harbour or at the beach in Skovshoved – where I played in the water with my friends and swam out to the stone that I called ‘my dad’s stone’. If I really wanted to do something special, then I might swim to the stone two times. I was a sort of natural talent, who lived by the strength in my legs and barely felt the water’s resistance at all, because I was so thin. I had nothing like the other swimmers’ power. Oh, that sounds like bragging – nobody wants to hear about that.”

She said that she had given up watching television years ago, because she hated to see how commercialised sports had become.

But Sørensen was one of the most admired and popular athletes of her era – as big, or even bigger, than a Caroline Wozniacki – not only because she was extremely gifted and ‘captivating’, but because she refused to compete in the Nazis’ propagandist sports competitions during Second World War.

Professor Hans Bonde from the University of Copenhagen wrote the book ‘Football with the Foe: Danish sport under the swastika’ (2008) about how athletes and the sports federation (DIF) co-operated with the Nazis during the German occupation of Denmark from 1940-1945.

‘Little Captivating Inge’ was the subject of a popular 1930′s song 

Throughout the 1930s, the Nazis had used ‘Aryan’ or ‘north Germanic’ female sports stars to create heroic images of the “perfection of the Aryan race”, Bonde writes. Leni Riefenstahl’s famous film, ‘Olympia’, from the 1936 Olympics, epitomised the propaganda.

“Women swimmers were incomparably the most popular sportspeople of the time, and attention was primarily focused on Ragnhild Hveger, Inge Sørensen and Jenny Kammersgaard,” he writes. But unlike Hveger and Kammersgaard, Sørensen was “less willing to compete in games with the occupying forces”.

Hveger and Kammersgaard, both Nazi sympathisers, enthusiastically took part. Like something out of the film ‘Escape to Victory’, Nazi leaders were especially anxious to get Denmark’s star swimmer and darling, Inge Sørensen, to compete against the German champion Annie Kapell, but she refused.

Sørensen herself never said whether her refusal to compete for the Nazis was an act of conscience. Hveger, an Olympic silver medallist, complained that Sørensen’s parents would not let her.

“We don’t know her motives. Since she didn’t have any hesitations to meet the Germans during the war in Denmark, the argument that it was her parents’ fear that prevented her from going to Germany to compete seems probable,” Bonde told The Copenhagen Post.

When the Danish resistance to German occupation took hold and began to grow in 1943, the image of then 12-year-old ‘Little Captivating Inge’, who did not heil Hitler when she stood on the winners’ podium in 1936, became a symbol for the Danish resistance.

Bonde writes that it was “a dreadful human temptation” for world-class Danish athletes in their prime years, barred from competing with athletes outside the Axis power countries, to accept the Nazi invitation to compete.

Phenomenally talented Inge Sørensen, who broke 14 Danish records and three world records as an 11-year-old and won Olympic bronze when she was just 12 years and 24 days old – the second youngest female winner of a medal after Luigina Giavotti, an 11-year-old Italian gymnast who won a silver in 1928 – did not fall into that temptation. We can only wonder what she would have achieved in her sport if not for the Second World War .

After the liberation in May 1945, the Danish athletes who co-operated with the Nazis were disgraced, and the DIF itself was at pains to “shake the mental images of Danish-German collaboration from its memory as quickly as possible …  through hastily-organised matches against Denmark’s English liberators and against Nordic sister nations,” Bonde writes.

‘Little Inge’, who remained neutral, was forced to retire as an amateur and ‘go professional’ in 1944 at the age of 20 when she took an education as a swimming instructor. According to the stricter rules that governed amateur athletics at the time, her education disqualified her from amateur competition.

She moved to neutral Sweden, where she helped train the Swedish swimming team, leading them to victory in an international competition in September 1945.

Sørensen married her swimming companion, the engineer Janus Tabur, in 1948, and the couple settled in the US in 1951.

But they never lost their affinity for the water, and on three occasions sailed their own boat across the Atlantic to pay visits home to Denmark.

Half of Inge Sørensen’s ashes will be scattered over her garden in New Jersey, and the other half over her family grave in Ordrup Kirkegård.

‘Football with the Foe: Danish sport under the swastika’, by Hans Bonde, is available from www.universitypress.dk

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fonte:  http://www.cphpost.dk/component/content/51217.html?task=view

XV CONGRESSO – “I partigiani non muoiono, ecco i giovani” Così l’Anpi rilancia la sua Storia

XV CONGRESSO

“I partigiani non muoiono, ecco i giovani”
Così l’Anpi rilancia la sua Storia

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A Torino, un’associazione in forte crescita (131 mila iscritti e presenze in tutta Italia) si prepara al momento in cui non ci saranno più ex-combattenti. “Perpetrare la memoria” e lottare contro i fascismi di oggi. Il presidente Raimondo Ricci denuncia la “deriva autoritaria” del governo Berlusconi

"I partigiani non muoiono, ecco i giovani" Così l'Anpi rilancia la sua Storia

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TORINO – Solo quindici anni fa l’Associazione Nazionale dei Partigiani sembrava destinata a finire con la scomparsa (per ragioni del tutto anagrafiche) degli ultimi partigiani combattenti già ora ridotti a poche migliaia (31, ad esempio in tutta la Provincia di Roma). Oggi invece, al teatro Carignano di Torino, il presidente dell’Anpi, Raimondo Ricci (quasi 90 anni), ha inaugurato il quindicesimo congresso nazionale presentando, non senza un certo orgoglio, un’associazione viva e vegeta con 131mila iscritti (nel 2008 erano 95.000), presenze organizzate in tutte e 110 le province italiane, sezioni nascenti a getto continuo un po’ dappertutto e giovani che si iscrivono in numeri del tutto inattesi. Una delle ragioni, probabilmente, va ricercata in quella “deriva autoritaria” che Ricci ha descritto all’inizio della sua snella relazione (appena 7 pagine) che il Paese sta vivendo e che “si manifesta in continui attacchi alla Costituzione, considerata dal premier come una remora o un impedimento all’attività di governo”.

E l’Anpi, in questi anni, ha saputo perpetuare la sua “necessità storica” attirando molta gente di tutte le età proprio sul tema della difesa della Costituzione e sull’antifascismo inteso non solo come conservazione della memoria della Guerra di Liberazione dal nazifascismo, ma anche (e ormai soprattutto) come trasposizione di quei valori nella lotta alle molte forme del fascismo di oggi. E, sottolineando che, purtroppo, questo sarà probabilmente l’ultimo congresso (il prossimo si terrà tra 5 anni) in cui i partigiani veri possono ancora essere protagonisti e dare un contributo, Ricci ha ricordato la modifica dello statuto dell’Anpi che, un quinquennio fa, ha permesso l’iscrizione (in qualità, appunto di “antifascisti”) di “coloro che intendono impegnarsi per conservare, tutelare e diffondere” quei valori. L’operazione, evidentemente, è riuscita e, adesso, l’Anpi è una delle poche organizzazione del centrosinistra che vede crescere la sua forza e la sua influenza. Ricci ha detto che l’Asociazione partitgiani intende svolgere proprio il compito di “recuperare e attualizzare la nostra Storia” e di riportare a tutti i livelli della politica e della vita nazionale i motivi, i temi (a partire dalla difesa della libertà in tutte le sue forme) che furono alla base della vicenda partigiana. ”I partigiani non muoiono – ha detto Marisa Ombra, che ha aperto il congresso torinese – loro saranno la nuova Anpi: stiamo cercando di avvicinare i giovani a diventare la nuova classe dirigente dell’associazione. I nuovi partigiani sono le donne, gli studenti, tutti quegli italiani che con generosità, passione, entusiasmo stanno opponendo un muro ai detrattori dei diritti e del vivere civile”.

E il primo riconoscimento al congresso (cui partecipano 316 delegati e che si conclude domenica) è venuto dal messaggio augurale del capo dello Stato. “Ho gia’ avuto modo di ricordare – ha scritto Giorgio Napolitano – celebrando a Reggio Emilia la ‘Giornata del Tricolore’, l’insostituibile ruolo della Resistenza nella liberazione dal fascismo e nella affermazione di principi che vennero poi consacrati nella Costituzione repubblicana: l’amore di Patria al di fuori di abberranti chiusure nazionalistiche, la ricerca di una effettiva giustizia sociale, l’aspirazione alla pace attraverso la partecipazione alle organizzazioni internazionali e la creazione in Europa di una comunita’ sovranazionale di stati democratici”.

”Nelle celebrazioni di Italia 150 – ha sottolineato il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino che ha aperto i lavori – c’e’ la volontà di una parte grande dell’opinione pubblica di essere protagonista. C’entra molto con la Resistenza che è stata una guerra di popolo e ha creato le basi per la Costituzione, fondamento delle istituzioni di cui la gente vuole riappropriarsi. Bisogna perseverare la memoria perché solo così si può sconfiggere la paura e riconquistare la speranza”. Protagoniste del congresso – al quale sono intervenuti la leader della Cgil, Susanna Camusso e il presidente emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky  – sono le donne (un terzo dei delegati e presidenti di una quarantina dei 110 comitati provinciali) e i giovani sotto i trent’anni che hanno inaugurato una nuova stagione dell’associazione.  ”Dobbiamo avere la capacita’ di indignarci – ha affermato Diego Novelli, presidente dell’Anpi di Torino – perché il motore della resistenza antifascista è stato proprio la forza e lo spirito dell’indignazione. L’Anpi ha la forza morale per scuotere le coscienze, denunciare le barbarie che tutti i giorni sono davanti ai nostri occhi”. Messaggi anche dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani e da Piero Fassino.

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24 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/03/24/news/i_partigiani_non_muoiono_ecco_i_giovani_cos_l_anpi_rilancia_la_sua_storia-14059978/?rss

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