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I “Notturni”, l’inedito di De André, l’opera che Faber non scrisse


Cristiano De Andrè – fonte immagine

Sempre grande Faber. Non ci si poteva aspettare di meno da lui, che alle soglie del 2000 meditava una profonda riflessione sul millennio che stava per chiudersi di lì a pochi anni; un’opera, purtroppo, incompiuta perché Signora Morte (come sempre accade) l’ha ghermito nel momento inaspettato. Testamento spirituale? Non lo credo. Tutta la sua poetica riflette toni testamentari senza puzzare per questo di morte. Lui amava la Vita, e scavava fra le sue macerie, archeologo donchisciottesco, per riportare alla luce le meraviglie celate agli occhi degli stolti.

Ma, ora che non c’è più (perdonatemi, a me sembra ieri) questo progetto ‘incompiuto’ assume l’urgenza di un compito da assolvere NON in sua memoria ma come ‘imperio’, risposta al crollo sistematico di una società civile che non sa più (o non vuole) comprendere se stessa.

Un compito che (giriamo l’idea a Dori Ghezzi), sembra fatto apposta per la voce e la sensibilità del figlio di Faber, Cristiano. Se vorrà accettare tale compito, sappia che noi tutti, faberiani da sempre, lo riconosciamo non come sostituto ma come naturale complemento dell’Uomo-Poeta De Andrè.

mauro

I “Notturni”, inedito De André
l’opera che Faber non scrisse mai

Pubblicati per la prima volta in un libro gli appunti per un album a cui il cantautore stava lavorando pochi mesi prima che morisse. Una sorta di requiem per la fine del secolo musicato da quattro autori

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di GINO CASTALDO

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I "Notturni", inedito De André l'opera che Faber non scrisse mai Fabrizio De André

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ROMA – Era il buio l’ultima visione di Fabrizio De André, erano gli oscuri bagliori della decadenza del secolo morente ad affascinarlo, e il suo nuovo disco avrebbe dovuto intitolarsi Notturni, un progetto di cui è rimasto poco o nulla, idee e appunti sparsi, tracce di un grande e ambizioso sogno artistico. E sarebbe riduttivo pensare che l’idea fosse dovuta solo al presagio della sua fine, all’incombenza della morte. Un Requiem, forse, un’esplorazione profonda e lacerante delle forme della notte, per descrivere un mondo in cui il buio della ragione cominciava a prendere il sopravvento sui lumi della civiltà.

Era nota l’intenzione e a confortarla c’erano testimonianze e alcuni brevi frammenti ritrovati tra i suoi fogli. Ma ora un paio di documenti inediti gettano nuova luce sul progetto. Li riporta Riccardo Bertoncelli in una nuova edizione ampliata del suo libro Belin, sei sicuro?. Il primo, il più illuminante è un foglio di appunti che appartiene a Oliviero Malaspina, il cantautore che negli ultimi tempi della vita di De André era spesso al suo fianco. L’ha scritto insieme a Faber, ragionando appunto su questa nuova visione, e riporta alcune delle idee sulle quali De André si stava arrovellando negli ultimi mesi della sua vita. Nel foglio appare una sorta di scaletta che indica la probabile scansione dell’opera. “Punto uno: Storia di Paolino Cannone”, nome ovviamente inventato ma riferito a un amico sardo scomparso, a cui forse sarebbe stata dedicata una parte del progetto, che in un altro documento viene definito così: “Vita, miracoli, morte e ascensione di Paolino Cannone, Munchausen di Gallura, Paolino del Cannonau”. “Punto due: la cecità del potere”, e su questo punto De André indicava due riferimenti letterari, Camus e Celine. “Punto tre: morte per morte, il nichilismo e la sua spiritualità, l’uomo vocato alle estreme conseguenze del male”. “Punto quattro: Notturno come fenomeno fisico e atmosferico” e molto verosimilmente il riferimento, come indicato più in basso nel documento, sarebbe stato al De Rerum Natura di Lucrezio.

E c’è anche un ulteriore capitolo, un quinto punto intitolato semplicemente “Notturno d’amore”, seguito da un punto interrogativo. Forse un’ipotesi di riserva, visto che a quanto si sapeva Notturni doveva essere un’opera con quattro capitoli, quattro diversi pezzi musicali commissionati a diversi musicisti, ovvero Mauro Pagani, Piero Milesi, Mark Harris e probabilmente Luciano Berio. Di fronte alla diversità di questi autori lo stesso De André ebbe a dire che il problema non c’era: “perché la mia voce incolla tutto”, come spiegò a Milesi, dopo avergli consigliato di leggersi “La palude definitiva” di Giorgio Manganelli perché forse il suo pezzo avrebbe dovuto ispirarsi proprio a quel libro.

Il documento continua con altri riferimenti letterari da prendere in considerazione: la Bibbia, poi Lobo, riferito allo scrittore portoghese Antonio “Lobo” Antunes e soprattutto un nome, Cutolo, proprio lui il boss Raffaele Cutolo a cui De André aveva non troppo velatamente dedicato la sua celebre canzone Don Raffaè e col quale aveva poi avuto un scambio epistolare al punto che dal carcere Cutolo gli aveva inviato alcune sue poesie. Racconta Malaspina nel libro di Bertoncelli che lui e De André avevano isolato una frase di Cutolo sulla giustizia che forse sarebbe stata provocatoriamente posta come epigrafe dell’opera.

Da Mark Harris arriva un’altra sorpresa. Il progetto sembrava nebuloso, ancora troppo embrionale per prendere una forma definita, eppure lui ha ritrovato tra i suoi fogli una pianificazione del lavoro che aveva sottoposto a De André. Farebbe pensare che tutto sommato l’idea fosse più avanzata di quanto ritenuto fino a questo momento. Per quanto riguarda i testi c’è poco. Solo alcuni frammenti in possesso della Fondazione governata da Dori Ghezzi. Uno di questi lo trovammo all’Università di Siena, dove sono conservati tutti i documenti e dove è in corso da anni un attento lavoro di catalogazione. Era sul retro di un libro e diceva: “Notturno delle raganelle, notturno del vento, un intero raggio di sole (la raganella disidradata sul vetro inaridì/evaporò/bevve il sangue verde) Il falco gira, e gli attribuiscono infamie, e arriva l’acqua, come sempre in ritardo”. Una pallida eco di un progetto che avrebbe come di consueto segnato un punto fondamentale della storia della musica popolare italiana e più in generale della nostra cultura.

Mauro Pagani gli aveva chiesto se volesse una musica solare, positiva o qualcosa di negativo, di cupo. Fabrizio rispose: “Cupo? Altro che cupo, deve essere il Requiem di questo secolo”. In realtà l’11 gennaio del 1999 si spense la vita di De André lasciandoci un vuoto che niente e nessuno potrà mai colmare.

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fonte articolo

Malattie rare, la prima difficoltà trovare un medico che le riconosca / Malattie Rare, mozione al Senato / La poesia di un nostro lettore

Viverla tutta / LE STORIE

Malattie rare, la prima difficoltà trovare un medico che le riconosca

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Le testimonianze di malati che soffrono di patologie “poco” diffuse come la Sla, magari difficili da diagnosticare  e spesso escluse dalle prestazioni del servizio sanitario nazionale; si aggiungono alle migliaia di racconti inviati a Repubblica.it per la prima ricerca di medicina narrativa sul web

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di MAURIZIO PAGANELLI

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Malattie rare, la prima difficoltà trovare un medico che le riconosca
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ROMA - Alcuni le hanno “scoperte” da sé, facendo ricerche su internet. Altri hanno faticato anni prima di trovare il medico in grado di riconoscerle. Sono le persone affette dalle malattie rare, un altro spaccato di vite e drammi raccontati a Repubblica.it per l’iniziativa “Viverla tutta”, la prima ricerca di medicina narrativa sul web realizzata i8n collaborazione con l’Istituto superiore di Sanità. Ecco di seguito alcune delle testimonianze inviate da malati e loro familiari.

La malattia che ho scoperto da sola – “Per oltre 25 anni sono stata convinta di essere l’unica al mondo a soffrire di un disturbo che nessun medico era in grado di diagnosticare. I sintomi erano dolori simili a cistite, ma senza infezione. Senso di peso, fitte acute e indolenzimento costante via via più accentuato nella zona pelvica lato destro. Stimolo forte, ma difficoltà alla minzione, come da impedimento meccanico o contrattura. Il dolore, sempre sul lato destro, spesso coinvolge la gamba, lungo plesso nervoso, anche fino al piede. Nel quadro si inseriscono anche frequenti episodi di vera cistite. Ho fatto ecografie, cistoscopie, urografia, uretrocistografia, Rx colonna, Tac, Rm, Pes, mielografia; ho subito una sovradistensione idraulica dell’uretra e una pelviscopia, entrambe in anestesia generale. Ad alcuni di questi esami sono stata sottoposta durante un ricovero ospedaliero di 20 giorni. I risultati erano negativi o comunque non in grado di mettere a fuoco la patologia.

Racconta la tua esperienza
Le storie dei pazienti
Malattie rare, oncologiche, cardiovascolari
I progressi della ricerca
La medicina narrativa

“Sono stata visitata da ginecologi, urologi, neurologi, ortopedici, che mi hanno prescritto infinite cure; nessuno ha capito il problema, qualcuno mi ha trattato come un’ipocondriaca. Non avendo alcun giovamento da queste cure mi sono rivolta a trattamenti alternativi: agopuntura, riflessologia plantare, shatzu, osteopatia, sedute metodo Mézière e Tomatis. Infine sono stata per 4 anni in analisi bioenergetica. Questi trattamenti mi hanno permesso di migliorare e tenere sotto controllo il dolore e di condurre una vita apparentemente normale. Durante un recente periodo di riacutizzazione dei sintomi, navigando in rete sono capitata in un sito dedicato alla patologia del nervo pudendo, dove ho trovato numerosi riscontri, anche allarmanti. Sono poi venuta in contatto con un urologo aggiornato in materia, che mi ha indirizzato al reparto di Multimedica a Sesto S. Giovanni dove c’è chi si occupa specificamente di questa patologia (che spero venga presto inserita nella lista delle malattie rare), definita CPPS (Cronic pain pelvic syndrome) o DPC (dolore pelvico cronico), e la diagnosi è stata confermata da Emg mirata. Seguo da un anno la cura farmacologica indicatami affiancata da alcuni mesi da un trattamento di FKT specifico, e la situazione è molto migliorata. Soprattutto, ora so di cosa soffro, che cosa devo fare, a quali specialisti competenti in materia posso rivolgermi. Pochi, perché i medici continuano a ignorare questa patologia, e di conseguenza anche i pazienti che ne soffrono”.

Addio balli e viaggi insieme, è arrivata la Sla – “Da un mese a mio marito è stata diagnosticata la Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Da quel momento la nostra vita insieme ha cambiato dimensione. Non faremo più un viaggio, non faremo più un ballo insieme, non andremo più al ristorante. La nostra vita di coppia si è trasformata in un rapporto malato-badante. Mi piacerebbe confrontarmi con altre donne nella mia stessa situazione”.

Sla, lo Stato del tutto assente
– “Mia sorella è malata di Sla con esordio bulbare da ormai 3 anni; sta lentamente entrando nella fase terminale. Devo dire che già la malattia è la peggiore che io conosca, ma a renderla ancora peggiore è l’assoluta assenza di interventi da parte dello Stato (al quale paghiamo le tasse) in favore di questi malati. La malattia è terribile, vieni mortificato giorno dopo giorno fino ad essere prigioniero del tuo corpo stesso, senza poterti muovere o parlare. Mi auguro che le istituzioni imparino ad acquisire sensibilità anche nei confronti di una piccola minoranza di malati, che peraltro sta aumentando sempre più di incidenza”.

Sla, la cura olistica a Pechino – “Tanti malati sono considerati dalla nostra sanità ‘vuoti a perdere’, senza speranza di guarigione, affetti da malattie rare, oggi sempre meno rare, ma sempre più incurabili, malattie di cui si sconosce insorgenza e terapia. Sono i malati che in Italia nessun ospedale assiste, palleggiati fra day hospital, day service, ricoveri temporanei in residenze sanitarie assistite, nel caso migliore curati in casa (se si hanno i mezzi economici). Sono pazienti tormentati con analisi sofisticate che non hanno altro scopo che accertare il livello di progressione del male e l’irreversibilità della patologia, facendo intascare soldi a palate non si sa esattamente a chi. Sono pazienti su cui si fanno grandi profitti, fino ai limiti dell’abominio e della crudeltà, come rilevato dalle recenti intercettazioni di telefonate di una clinica palermitana su pazienti moribondi: ‘Non gli faccio il farmaco, sono soldi buttati’.

“Sono storie di umiliazione e degrado, come quella del padre di un mio amico, che fu dimesso dall’ospedale in fin di vita e condotto, fra mille pene e difficoltà, in una casa per anziani (anche la moglie è malata e non poteva assisterlo) per morirci l’indomani mattina. Sono storie di amore ed eroismo, come quella di mio padre e mia madre, che ha resistito all’Alzheimer per dieci anni, accudita con gioia e allegria da mio padre: la sua dedizione le ha consentito di vivere per otto anni la malattia con ironia, circondata dall’amore di amiche e amici, che per lei organizzavano pranzi e feste e gite (voleva sempre andare a spasso). Sono storie di solitudine: in genere nessuno dei congiunti o degli amici accetta la malattia e il ‘vuoto a perdere’ si perde nel silenzio della sua solitudine.

“Sono storie di ostinata resistenza al dolore, di non rassegnazione, come quella che ora mi ha condotto, caregiver non più di mia madre, che è morta nel luglio di quest’anno, ma del mio compagno affetto da Sla, in un efficientissimo ospedale di Pechino, dove tentano di ‘riparare i cervelli’, applicando tutta la scienza della medicina occidentale con dedizione e determinazione tutte orientali, in una visione olistica e complessiva del corpo umano e delle sue malattie. Qui, senza spendere molto più di quanto si paga per non essere assistiti in Italia, per ‘riparare i cervelli’ un’équipe di medici con diverse specializzazioni collaborano e curano tutti gli altri organi, nel caso del mio compagno le disfunzioni renali, l’anemia che lo stava uccidendo, il fegato, l’ossigenazione del sangue. E pazienti su sedie a rotelle riprendono lentamente a camminare e bambini con masse muscolari atrofizzate muovono di nuovo le loro gambe e  ricominciano a giocare e sorridere. Qui il malato non è mai ‘vuoto a perdere’ e a ogni suo sintomo e problema si dedica cura, attenzione, gentilezza, quella gentilezza che nel nostro mondo è ormai scomparsa, e si cerca lenimento. E qui ho scoperto che la malattia è un lungo cammino di ardimento e speranza”.

Morbo di Addison, la vita a 22 anni – “Ho saputo di essere affetta dal Morbo di Addison quasi per caso e per fortuna prima di stare ‘realmente’ male grazie alla dottoressa che tutt’oggi mi segue e che considero il mio Angelo Custode in terra. All’inizio è stata veramente dura, sia per me che per la mia famiglia: io cercavo di non far preoccupare loro e loro cercavano di rendere il tutto meno pesante a me, ma sapere di avere una malattia rara, cronica e irreversibile che ti costringe a prendere cortisone a vita (con tutto ciò che di negativo ovviamente ne consegue) sapendo di rischiare il coma o addirittura la morte in qualsiasi momento, a soli 22 anni, non è semplice. Gradualmente ho imparato a conviverci, a non considerarla più una debolezza, ma a farne una forza che sprona ad andare avanti e fare sempre il massimo per dimostrare a se stessi e agli altri che se si vuole non esistono limiti!

“Oggi sicuramente guardo la vita con occhi diversi e le piccole cose, i piccoli problemi che prima mi sembravano insormontabili: adesso li affronto col sorriso perché è come se il peggio per me fosse passato, anche se so bene che non è così. Nonostante tutto, mi sento una ragazza fortunata, ho un grande problema, ma ho una grande famiglia e tante persone che mi circondano e riempiono d’amore e questo ormai è già tutto per me. Certo, non è sempre facile, i momenti in cui ti prende lo sconforto sono tanti, l’essere schiavi dei medicinali, dei tempi, degli orari è davvero pesante, ma non bisogna demoralizzarsi altrimenti diventa tutto vano. Soprattutto chi soffre della mia stessa malattia sa che l’importante è sì ‘stare bene’, ma soprattutto ‘sentirsi bene’. E in questo ognuno di noi può dare a se stesso una grande mano! Vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore… ciò che vuoi… una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. quindi: canta, ridi, balla, ama… e vivi intensamente ogni momento della tua vita… prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi”.

La fatica quotidiana e una figlia malata
– “Appartengo alle Forze dell’Ordine. Sono papà di una bambina affetta da malattia rara, in emodialisi e oggi in attesa di trapianto di rene. È dura. Anzi durissima. Mi rendo conto che i nostri governanti hanno altre magagne a cui pensare, ma non vorrei fare percepire questo mio grave disagio a mia figlia. Di guai e problemi ne ha tanti! Ma come fare? Come fare quando esaurirò il congedo dei due anni? Devo proprio sperare che sia vera l’imminente fine del mondo? Se questo avverrà, per i nostri cari governanti sarà la fine di una vita gloriosa, per me sarà la fine di un incubo che dura da una vita.

“Andare in prepensionamento, credeteci, non spassarsela o avere più tempo per organizzare le gite o le vacanze, avere la possibilità di lavorare e accudire mia figlia forse ansimando un po’ meno o avere la possibilità di dormire qualche ora in più e magari avere meno episodi di pressione alta che ti fanno temere sempre il peggio; o forse, finalmente, potrò decidere di fare quell’intervento che ora rifiuto perché mi obbligherà qualche giorno a letto… forse… forse… non si può mettere per iscritto la normalità degli atti quotidiani che vorrei affrontare con la stessa serenità con cui li affronta la gente baciata dalla fortune di avere figli normali. Capisco, è difficile e anche scomodo mettersi nei panni degli altri. Scusate avrei voluto fare gli auguri a Voi Tutti, invece di parlare delle mie cose intime. Credo che altre famiglie italiane vivano questa situazione”.

L’endometriosi esiste, ma non per lo Stato – “Sono una ragazza di 24 anni e da circa 10 soffro di endometriosi. I sintomi sono iniziati dal menarca, ma a causa delle credenze popolari sono stata portata da un ginecologo dell’Asl solo a 18 anni e solo per un colloquio durato 5 minuti dove mi sono sentita dire che era tutto normale e mi sono state prescritte gocce per la sindrome premestruale e mi è stato detto di mangiare tanti pomodori. Sei mesi dopo vengo portata in ambulanza da scuola al policlinico della mia città per emorragia. Dopo 12 ore ho firmato la dimissione volontaria perché mi sono sentita dire che non avevo niente, i dolori me li inventavo e l’emorragia me l’ero creata da sola. Quattro anni dopo mi reco presso una clinica privata e mi viene diagnostica la malattia, dopo nove mesi viene ritrattata e mi sento dire che la dottoressa si era sbagliata, che non avevo niente.

“Ora sono in cura presso un ospedale veneto, non ho più 1′ovaio, la tuba, pezzi di intestino. Sono celiaca, ma non mi passano i buoni per i prodotti perché l’endometriosi non è riconosciuta dallo Stato. Sono infertile e pure questa è una patologia a cui non viene dato un grande ascolto in Italia. E ovviamente tutto ciò che riguarda le mie cure, le mie visite, etc è tutto a carico mio perché lo Stato non mi passa niente perché ritiene milioni di donne affette da questa malattia cronica e invalidante, delle malate immaginarie!”.

La leggerezza con cui si tratta il più debole – “Passata la domenica, poi ecco il lunedì e ancora nessuna chiamata da Bologna. Porto il mio bambino a scuola, ma prima preparo la colazione; a tavola tutto è apparecchiato, ecco arriva il piccoletto e cambio canale alla tv perché al mio piccolo piace vedere i cartoni. Io trangugio medicine e colazione poi mi vado a preparare, poi chiamo il piccolo e facciamo la doccetta, ci vestiamo e via verso la scuola. Bacio il mio piccolo e lo abbraccio forte poi lo saluto. Torno a casa, ma questa di oggi è una giornata dura. Sono giù di morale e piango perché mi sento una nullità di fronte a questo mondo che gira forte e tutti corrono per raggiungere i loro obbiettivi e io, come dice il mio compagno, è come se fossi in stand-by; mi sento sola, sola nella mia solitudine interna, sola di fronte a uno Stato che preferisce renderti nullo, sola di fronte a un’azienda che ti considera ‘fuori’: è come se già avessero fatto il mio funerale, ma io non ci sto!

“Però oggi piango e parlo col mio compagno che mi tiene stretta tra le sue braccia, gli dico che mi sento come se mi avessero svuotato il cervello con un cucchiaino, sono scarica… Le mie ferie e i permessi, mi dicono, sono esauriti. Non mi risulta. Ed è da aprile che sono malata……… Sono arrabbiata! La leggerezza e la superficialità delle persone nei confronti di chi è più debole è disarmante. Ma io finché avrò vita urlerò! Tra un po’ dovrò vivere solo di 400 euro mensili, non avrò stipendio in quanto entrerò in congedo con la 104; la cosa ridicola è che le agevolazioni le hanno fatte per i parenti i quali non perdono lo stipendio, ma non per chi effettivamente avrebbe bisogno di un sostegno economico. Questa mattina vado avanti con i miei acquerelli di Recanati. Poi penso a ciò che ho saputo: la mia azienda essendo arrivata in Italia tra i primi 5 con Telethon avrà la possibilità di andare in Rai per parlare dell’iniziativa; e poi, quando la stessa azienda ha un caso di malattia rara, non se ne fa carico e non ti consente neanche il telelavoro. Assurdo! Belle facciate con arredi fradici”.

Un figlio per un giorno, dolore senza nome – “Era una giornata di sole impietoso e vento, figlio mio, quando ti abbiamo accompagnato al cimitero. Tu avevi un giorno, io mi sentivo addosso più di mille anni. La vita ti ha rubato il futuro, ci ha rubato il futuro insieme. È per questo che ti scrivo, ora, per restituirti almeno il passato. In questa tomba grigia, dove ti lasciamo circondato da fiori bianchi, dormi insieme a tua nonna, morta di cancro quando ero bambina, alla tua bisnonna, morta in un incendio, alla tua trisnonna, uccisa dai nazisti, al tuo trisnonno, fondatore di un impero industriale dai piedi d’argilla. Prendo un’orchidea dalla corona che ti abbiamo lasciato, da tenere sul comodino, segno della tua presenza con me. I figli sono figli per sempre. Ma è un dolore senza nome quello che porto dentro ora, dopo essere stata nove mesi piena di te. I viali del cimitero sono deserti, ed era un piccolo corteo quello che seguiva la tua bara bianca, piccola, presa in braccio con gentilezza da un necroforo ignaro di te. Ti ho vestito con una tutina azzurra, con due coniglietti bianchi disegnati, e ti ho messo una cuffietta bianca, ricamata mano da mia nonna, che prima di te ho messo io, appena nata.

“Non dimenticherò mai le tue mani, bianche e sottili, dalle lunghe dita perfette, il tuo piccolo mento deciso, i tuoi occhi scuri che solo per un momento mi hanno guardata, il tempo di un benvenuto, e di un addio. La cosa più difficile figlio mio, è il sentirmi bloccata, come in un fermo-immagine. È sentire che la vita, la mia vita, a un certo punto, ha deviato dalla strada prevista, dalla strada “giusta”, senza un motivo. E non sapere dove porterà. E allora mi rifugio, figlio mio, in un fermo-immagine perenne, un presente infinito, in cui mi sento rinchiusa, ma da cui non voglio fuggire. La tua assenza mi scava, mi sfoglia, mi denuda, minuto dopo minuto, strato dopo strato. Fino a quando? Mi separa dagli altri, come un vetro. Il mio dolore, è, ora, la casa dove io e te abitiamo, insieme”.

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24 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/speciali/salute/viverla-tutta/edizione2011/2011/10/24/news/viverla_tutta_le_malattie_rare-23763940/

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Malattie Rare, mozione al Senato. Si vuole l’ inserimento delle 109 malattie rare tra quelle esenti

Tra le richieste quella di definire una normativa che preveda l’autorizzazione temporanea di utilizzo per favorire l’accesso ai farmaci orfani

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di  Ilaria Ciancaleoni Bartoli

Martedì 25 Ottobre 2011 09:36

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ROMA – Venerdì scorso al Senato si è tornai a parlare di malattie rare. Con una mozione – presentata dalla senatrice Emanuela Baio insieme al senatore Tomassini, Presidente della Commissione Sanità in Senato, e sottoscritta da uno schieramento trasversale – si chiede al Governo di impegnarsi su due fronti ritenuti fondamentali. Il primo è l’ormai annosa problematica delle 109 patologie rare già individuata dall’Ex ministro Livia Turco che attendono di essere inserite nella lista delle patologie rare esenti da ticket. Il secondo punto che viene posto all’attenzione dell’esecutivo è invece è costituito da un blocco più eterogeneo di richieste tra le quali l’assistenza e la presa in carico dei malati, l’istituzione di un comitato nazionale per le malattie rare e la definizione di una migliore normativa per l’effettivo e tempestivo accesso ai farmaci orfani.

“In Italia sono circa 2 milioni le persone affette da malattie rare, e circa il 70 per cento è in età pediatrica – si legge nella mozione – Ad oggi in Italia non è ancora stata approvata una legge idonea ad affrontare e risolvere le tante problematiche dei pazienti e delle loro famiglie (…)  nonostante dalla XII Legislatura ad oggi siano stati depositati numerosi disegni e progetti di legge al riguardo. Il decreto del Ministro 279_2001, reca, all’allegato 1, l’elenco delle malattie riconosciute come rare dal Servizio sanitario nazionale. L’articolo 8 del suddetto decreto ministeriale prevede testualmente che “I contenuti del presente regolamento sono aggiornati, con cadenza almeno triennale, con riferimento all’evoluzione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, ai dati epidemiologici relativi alle malattie rare e allo sviluppo dei percorsi diagnostici e terapeutici di cui all’articolo 1, comma 28, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e successive modificazioni e integrazioni”.

Ad oggi, nonostante le previsioni di cui sopra, non si è proceduto ad alcun aggiornamento, sebbene il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 21 marzo 2008, mai entrato in vigore, recasse, all’allegato 7, un aggiornamento della malattie riconosciute come rare, integrando e sostituendo l’allegato 1 del decreto ministeriale n. 279 del 2001.

Considerato che – prosegue la mozione – le persone affette da patologie non ancora accreditate come rare sono prive di ogni tutela socio-assistenziale, costrette a sostenere interamente i costi di eventuali farmaci esistenti in commercio,delle visite specialistiche e delle terapie riabilitative; in ambito lavorativo non possono usufruire di congedi e permessi per malattie e in ambito scolastico sono privi dell’adeguata e necessaria assistenza. (…) I pazienti affetti da tali patologie risultano vittime di una disparità di trattamento che li esclude dal diritto alla salute sancito e tutelato dall’articolo 32 della Costituzione. Il riconoscimento delle malattie rare, oltre a rappresentare l’adempimento di un dovere di fonte costituzionale, potrebbe generare un risparmio in termini di costi legati alla spesa socio-sanitaria”.
In base a queste considerazioni il Senato impegna il Governo     

  • 1) ad adottare tutti gli strumenti necessari per procedere all’aggiornamento dell’elenco delle malattie rare di cui al decreto ministeriale n. 279 del 2001, includendo le 109 patologie già individuate dall’allegato 7 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 21 marzo 2008 e predisponendo le misure utili al fine di consentire un aggiornamento periodico del predetto elenco, in attuazione dell’articolo 32 della Costituzione;
  • 2) a porre in essere tutte le misure necessarie volte a: a) garantire la presa in carico dei malati affetti da malattie rare, in particolare attraverso l’accesso alle cure e l’assistenza, materiale, economica e psicologica; b) istituire un comitato nazionale per le malattie rare, in grado di monitorarne la fenomenologia, l’incidenza e la gestione dei relativi fondi; c) definire una normativa che preveda l’autorizzazione temporanea di utilizzo per favorire l’accesso ai farmaci innovativi cosiddetti orfani; d) promuovere la ricerca scientifica finalizzata ad individuare nuove terapie o farmaci per la cura delle malattie rare.

“E’ nostro dovere tutelare le persone affette da patologie non ancora accreditate come rare che ad oggi sono ingiustamente escluse da ogni forma di tutela socio- assistenziale – ha dichiarato nel presentare la mozione la senatrice Emanuela Baio – Sono 109 le patologie che attendono di essere incluse ai fini del riconoscimento dello status di malattie rare. E’ da anni che le Associazioni dei pazienti, tra cui il GILS, gruppo italiano per la lotta alla sclerodermia, chiedono giustizia. Un vuoto assistenziale che è nostro dovere colmare fornendo a tutti i pazienti, che in moltissimi casi versano in condizioni di salute precarie, risultati certi e tempi brevi per l’inserimento nei LEA di tutte queste patologie. Chiediamo al Governo un impegno responsabile al fine di stabilire uguaglianza dei trattamenti sanitari per tutti i cittadini sul territorio nazionale e in linea con i livelli essenziali di assistenza dell’Unione Europea”.

Oltre alla sclerodermia, alla quale fa accenno la senatrice Baio, sono altre 108 le malattie che attendono questo riconoscimento. Tra queste, solo per citarne alcune, l’ ipertensione arteriosa polmonare idiopatica, le anomalie dell’apparato ciliare, la sindrome da anticorpi anti-fosfolipidi, la  distonia idiopatica familiare, la febbre mediterranea familiare e la febbre periodica ereditaria, la sindrome di Menkes, la sindrome di Ondine, la progeria e la sindrome di Shwachman-Diamond.

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Da Ilaria Ciancaleoni Bartoli

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fonte:

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La poesia di Francesco

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Cara ,dolce malattia rara

Quando mi hai colpito,

Il mio umore è stato ferito.

La mia salute hai reso instabile e precaria,

Mi rendevi la vita un’po’ solitaria.

Ero pensieroso e sofferente,

Sentivo dentro di me il desiderio di avere vicino tanta gente.

Con la tua compagnia malattia rara, mi sembrava di percorrere un sentiero, buio, ripido e accidentato,

Ma in quel percorso tanta brava gente ho incontrato.

Gente , amici, parenti mi hanno trasmesso forza, la speranza ho ritrovato,

Solidarietà, affetto e bene mi hanno donato.

Era diventato tutto più bello, che mi sembrava di aver sognato,

Man mano che quel sentiero percorrevo, lo vedevo sempre più pianeggiante e illuminato.

Ed ecco scoccare dentro di me ottimismo, energia e la voglia di vivere con serenità,

L’ho ritrovata, scoprendo che nel cuore della gente c’è tanta umanità

ho riscoperto la grandezza e bellezza della vita,

La voglio vivere in compagnia di amici, parenti, la famiglia, a pieno con gioia e intensità.

La famiglia è un punto di riferimento meraviglioso, con il suo amore,

Ed ecco sollevato il mio umore.

Malattia rara, quel sentiero era diventato pianeggiante, pieno di luci colorate e sui bordi una siepe piena di fiori,

ho finalmente ritravato l’energia, la fiducia, la luce interiore la forza di vivere la vita a pieno tutte le sue componenti e tutti i suoi valori.

Francesco Lena

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Se qualcuno desiderasse mettersi in contatto con l’autore ci scriva, provvederemo a segnalare la sua richiesta

Scriveteci qui: solleviamociblog@gmail.com

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COSA E’ LA CRISI? LEGGETE QUESTO SAGGIO
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BLACK BLOC DI GOVERNO – 15 ottobre: il Viminale sapeva. E conosceva i nomi dei capetti incapucciati

15 ottobre: il Viminale sapeva

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Il ministero era stato avvertito di quello che sarebbe successo a Roma. E conosceva uno per uno i capetti degli incapucciati, tenuti sotto stretto controllo da anni. Ma ha scelto di non ‘filtrare’ il loro arrivo a Roma

(21 ottobre 2011)

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di Gianluca Di Feo
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Quello che abbiamo davanti sarà un autunno caldo ma alla prima prova il sistema dell’ordine pubblico ha messo in piazza vecchi errori, che si trascinano da un decennio esatto. Nel sabato nero di Roma non hanno funzionato né l’apparato di prevenzione, né il dispositivo di repressione della violenza. Analizzare la devastazione di piazza San Giovanni con i moderni criteri di controllo dei disordini – raccolti quattro anni fa da David Waddington in “Policing public disorder”, un volume che ha fatto scuola in tutto l’Occidente – mostra un déjà-vu rispetto al G8 di Genova, sintomatico dell’incapacità delle nostre istituzioni di adattarsi alle sfide.
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Difficile dire cosa è andato peggio. Di sicuro, le forze di polizia hanno fallito nel tutelare il pacifico corteo dei Disobbedienti: un movimento che – come evidenzia l’articolo di Naomi Klein – è ancora meno organizzato dei no global e quindi non ha nessuna forma di servizio d’ordine che possa isolare violenti o provocatori. E non si è nemmeno riusciti a proteggere una larga fetta della città dalla devastazione: non un reticolo di vicoli ma alcune delle piazze e delle strade più grandi della capitale, dove i mezzi della polizia avevano spazi di manovra. Certo, alla fine il bilancio è stato grave ma di gran lunga inferiore ai danni provocati negli ultimi anni dalle rivolte urbane dei sobborghi di Parigi o da quelle recentissime della regione di Londra. Merito della freddezza di molti degli agenti schierati sul campo e della compostezza della stragrande maggioranza dei manifestanti. Ma se si guarda agli scontri del sabato nero come a una prova generale di quello che crisi economica e politica potrebbero innescare nelle prossime settimane, allora c’è da preoccuparsi.
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Anzitutto la prevenzione. Il black bloc è composto da una piccola rete di collettivi, sempre gli stessi, tenuti sotto stretta sorveglianza da almeno 15 anni. Abbiamo un servizio segreto interno, le Digos e il Ros dei carabinieri, che si occupano prioritariamente di loro: dopo la sconfitta dell’ultima colonna brigatista nel 2003, gli anarchici insurrezionalisti restano l’unica minaccia. Dei loro leader si conosce tutto: nomi, luoghi, relazioni. Ogni attività, ogni spazio di incontro sono monitorati da unità specializzate, che dispongono di risorse e strumenti tecnologici. Quello che sarebbe accaduto e chi lo avrebbe realizzato era noto da diversi giorni, almeno da una settimana: il vertice dell’intelligence e quello del Viminale sapevano.
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Forse non era chiara l’evoluzione organizzativa del “blocco”, che nella Val di Susa ha avuto modo di consolidare la sintonia tra gruppi ideologicamente e geograficamente lontani. In più Atene – da sempre la capitale mondiale dell’arcipelago insurrezionalista – nell’ultimo anno è diventata una zona franca dove le felpe nere d’Europa si addestrano a dominare la piazza. Ma anche questi fenomeni erano chiari a chi ha il polso della situazione. E avrebbero imposto un’attenzione maggiore per prevenire. Come? Le tattiche sono chiare: negoziazione e dissuasione.
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La prima è considerata fondamentale da tutti gli esperti, ma è resa difficile da un quadro politico dominato dalla sfiducia e dall’assenza di figure politiche o istituzionale capaci – a livello nazionale o locale – di dialogare con i duri. Sugli strumenti legislativi per la dissuasione si è aperto un dibattito politico: viene invocato il ritorno alla legge Reale con il fermo preventivo dei soggetti pericolosi. Norme speciali, introdotte durante gli anni di piombo: bastano i roghi di piazza San Giovanni a giustificare provvedimenti così straordinari? Negli ultimi anni Londra e Parigi hanno affrontato situazioni molto più drammatiche senza limitare le libertà costituzionali.
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Con gli attuali poteri di polizia e magistratura sarebbe stato possibile “filtrare” l’arrivo a Roma dei casseur? I veterani delle forze dell’ordine sono divisi. Alcuni sostengono che si poteva tentare di isolare i “soliti sospetti” o comunque attivare controlli mirati per far capire che i loro piani erano stati individuati. Altri ritengono che iniziative simili avrebbero solo aumentato la tensione. Ma di sicuro sul fronte della prevenzione nei giorni precedenti alla marcia le autorità hanno scelto di non fare nulla.
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Quanto alla repressione, ancora una volta ha prevalso la tattica della “zona rossa”: uomini e mezzi migliori sono stati allineati a difesa dei palazzi del potere, trasformando il resto di Roma in una città aperta alle incursioni dei violenti, liberi di scegliere dove e come colpire. Su questo schieramento troppo statico hanno pesato ataviche abitudini italiane, come l’ossessiva frammentazione delle forze dell’ordine. La piazza viene affidata a un misto di polizia, carabinieri e – cosa più assurda – finanzieri. Con un addestramento comune limitato o nullo: non esistono esercitazioni congiunte. I battaglioni mobili dell’Arma, per esempio, nell’ultimo decennio hanno fornito soprattutto i quadri delle missioni all’estero, a cui viene dedicata la preparazione più intensa e gli equipaggiamenti più moderni.
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Tutti poi cominciano a sentire l’effetto dell’invecchiamento degli uomini in compiti dove l’allenamento fisico è fondamentale: l’età media oggi si avvicina a quarant’anni, troppi per correre dietro a ragazzini indossando casco, corazza e scudo. Sulla carta l’organico è poderoso: oltre 3 mila poliziotti di 14 reparti mobili, 2 mila carabinieri di nove battaglioni e un migliaio di finanzieri dei Baschi verdi. Ma i militari di Arma e Fiamme Gialle sono usati come tuttofare, che si occupano di qualunque attività operativa sul territorio – dai pattugliamenti contro gli scippatori ai blitz antimafia – mentre i fondi per prepararsi al controllo dei dimostranti sono sempre di meno. La stessa cosa accade per i mezzi, usurati dalla quotidianità o inadatti sin in partenza. Dopo il G8 di Genova sono stati acquistati 160 blindati anti-sommossa d’ultima generazione – gli RG12 progettati in Sudafrica – che però nella zona calda di Roma si sono visti alla spicciolata. Nei viali del Laterano c’erano soprattutto furgoni Iveco – alcuni con le gomme lisce – come quello che è rimasto in trappola: incapace di fare retromarcia tra i detriti, senza vetri anti-sfondamento o protezioni antincendio. Ma il gigantesco apparato dell’ordine pubblico ormai è tarato sull’ordinaria follia degli stadi: una costosa routine che ogni domenica logora personale e veicoli. E quando bisogna affrontare sfide diverse, si torna ad arroccarsi. Come è accaduto nella capitale, con la muraglia intorno a Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi, che ha lasciato corteo e città scoperte.
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Gli ufficiali sul campo dicono che nel sabato nero le riserve erano poche e mal coordinate: ben 11 dei 30 poliziotti feriti venivano dal reparto mobile di Senigallia, che serve come supplente in tutte le emergenze italiane dal presidio nei centri immigrati ai controlli anticamorra. Nella caserma marchigiana si lamentano carenze di carburante e ore di straordinario mai pagate: la stessa protesta che percorre i ranghi di tutti i corpi. Invece a Roma ci sarebbero dovute essere squadre motivate e pronte per interventi selettivi, per isolare le “falangi” degli insurrezionalisti dalla massa pacifica. Nel 2005 al G8 di Edimburgo il tentativo dei black bloc di infiammare il corteo fu fermato dai reparti sbarcati da tre elicotteri alle spalle dei “duri”, in modo da tagliarli fuori con una manovra da manuale. Un’attività che richiede personale molto addestrato e un coordinamento in tempo reale. Elicotteri con telecamere che trasmettano direttamente informazioni a chi sta sulla piazza, dirigenti e squadre in grado di muoversi subito. Invece a Roma si è scelto il male minore: di fare il meno possibile pur di evitare “il morto”. Una non scelta, che rappresenta di fatto la resa delle istituzioni.
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Avvenire contro il matrimonio omosessuale della Concia “Espediente legislativo e moda culturale”. Ma i sessi non sono due, ma molti di più

Sterile polemica (quando l’errore fa orrore)

Sarebbe bene alla Cei, e ai trombettieri di Avvenire, dare una ripassata alla genesi storica ed alla evoluzione dell’istituzione della famiglia (in primis) oltre che aggiornarsi sulla questione delle classificazioni sessuali. Nel linguaggio estremamente prudente adottato non si parla di aberrazione o perversione sessuale, nel caso della Concia, ma si punta il dito sulle “categorie ontologicamente diverse”. Diverse da chi? In natura esiste l’unione maschio-femmina (sia nel genere umano come in quello animale) per la procreazione (e quindi la prosecuzione) della specie, con meccanismi di regolazione ben precisi (la Natura NON sbaglia) come esiste l’unione sessuale di componenti dello stesso sesso. Di quale sesso poi… La scienza è arrivata a classificare 4, 5 e più sessi diversi nel genere umano (e ancora ne sta classificando). Errori? Se di errore si può parlare è di chi ‘pontifica’ a difesa della propria visione della vita e non rispetta visioni ‘diverse’.

La deputata Concia (che stimo moltissimo) ha fatto la sua scelta sposando la sua amica del cuore. E l’ha pubblicizzizzato. Non doveva farlo, solo perché a qualche benpensante poteva dare fastidio? Tutti hanno diritto alla felicità. E se ciò rende qualcuno triste, beh, signori, al mio paese direbbero che sono solo… Ci siamo capiti.

mauro

fonte immagine: http://www.poterefemminile.com

LA POLEMICA

Avvenire contro il matrimonio della Concia
“La deputata si autostrumentalizza”

Avvenire contro il matrimonio della Concia "La deputata si autostrumentalizza"

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CITTA’ DEL VATICANO – “Un gesto politico, una scelta strumentale per scatenare l’ennesimo, sterile, scontro”. Così l’Avvenire qualifica in un commento il matrimonio tra la deputata Pd Paola Concia e la sua compagna in Germania. “Una scelta – scrive il quotidiano cattolico – aderente ai peggiori modelli mediatici e commerciali che, da parte di una donna di sinistra, alternativa e controcorrente, almeno secondo l’immagine che lei stessa ama esibire, francamente delude un po’”. Ma “quello che colpisce e lascia perplessi è la straordinaria macchina del consenso che si è messa in moto per trasformare un momento comunque intimo in un episodio segnato da una pesante etichettatura ideologica”.

“Non si tratta in alcun modo – spiega il giornale della Cei – di mettere in dubbio la qualità dei sentimenti di Paola e Ricarda. Ma di chiedersi per quale motivo debbano farsi pretesto per il solito polverone propagandistico e il solito caso a orologeria. E’ davvero così stravagante la nostra Costituzione che riconosce e regola la famiglia (articoli 29, 30 e 31) come società naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna?”. “Mettendo per un momento da parte le istanze del matrimonio religioso come delineato dalla Chiesa Cattolica, non varrebbe almeno la pena – si chiede ancora il giornale della Cei – di ricordare che, anche sul piano del diritto naturale, complementarietà e fertile progettualità sono condizioni irrinunciabili per parlare di un rapporto d’amore sancito sul piano pubblico?”.

“Da qui – ricorda Avvenire – discende la rilevanza civile di un matrimonio, anzi, questo la costituisce”. “Matrimonio e unioni omosessuali appartengono – conclude l’articolo – a categorie ontologicamente diverse. E non saranno espedienti legislativi nè mode culturali a colmare questa distanza obiettiva”.

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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07 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/08/07/news/avvenire_contro_il_matrimonio_della_concia_la_deputata_si_autostrumentalizza-20138033/?rss

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SARZANA (La Spezia) – Pronto al decollo il Festival della Mente – Il programma

Pronto al decollo il Festival della Mente

http://www.ilsecoloxix.it/r/IlSecoloXIXWEB/la_spezia/foto/2011/07/13/BOMBAMANOMENTE_012-H110712124951-004.jpg
La presentazione della manifestazione

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Sarzana – Ottava edizione e un successo che aumenta di anno in anno. È di nuovo tempo del Festival della Mente di Sarzana. E questa volta la crisi e le difficoltà che il nostro Paese sta vivendo la faranno da padrone nei dibattiti culturali che caratterizzano da sempre la manifestazione. Si comincia con una lectio magistralis sulla disuguaglianza nei suoi tanti aspetti, tenuta dalla sociologa Chiara Saraceno.

Fra gli ottantadue eventi in programma spiccano quello del sociologo Bauman, del critico-saggista Marco Belpoliti, del critico Berardelli, dello storico Prosperi, della scrittrice spagnola Grandes e del genetista Boncinelli. Ma i momenti chiave di quest’anno sarrano gli spettacoli, ovvero le anteprime. L’attore Giuseppe Battiston e il cantautore Gianmaria Testa presenteranno Italy, il loro spettacolo su Pascoli e l’immigrazione. L’attore Silvio Orlando invece metterà in scena il dialogo etico-filosofico di Diderot Il nipote di Rameau. Il Festival si svolgerà dal 2 al 4 settembre.

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12 luglio 2011

fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/la_spezia/2011/07/12/AOpHvXk-pronto_festival_decollo.shtml

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TELEVISIONE, DOVE TUTTI SI ARRICCHISCONO – Sgarbi debutta ed è subito flop. La Rai ‘taglia’ il programma ma continua a pagare il critico

TELEVISIONE

La questione è: siamo più ‘coglioni’ noi ad ascoltare le sue stronzate o lo è lui che ce le propina (con lautissimi guadagni, peraltro..)?

mauro


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Sgarbi debutta ed è subito flop
La Rai sospende il programma

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Risultati poco incoraggianti per il primo appuntamento di “Ci tocca anche Vittorio Sgarbi”, ieri sera su RaiUno. Circa due milioni di telespettatori: la metà di quello che RaiUno realizza abitualmente in quella fascia oraria. Viale Mazzini dice stop ma onorerà comunque il contratto. Il critico: “Non mi aspettavo questi ascolti”

Sgarbi debutta ed è subito flop La Rai sospende il programma Sgarbi durante il programma
con in mano la sua “testa”

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ROMA – Risultati d’ascolto ben poco lusinghieri per il primo appuntamento con Ci tocca anche Vittorio Sgarbi, il programma condotto dal critico d’arte e politico in onda ieri in prima serata su RaiUno. Gli ascolti non sono andati oltre l’8,3% di share, con circa due milioni di spettatori: la metà di quello che, di solito, RaiUno realizza in quella fascia. Meglio tutti gli altri. A partire dalla finale di Europa League 1 fra le squadre portoghesi, che ha ottenuto il 9,35% di share con due milioni 577 mila spettatori. Ma soprattutto Chi l’ha visto?, dedicato alla vicenda di Melania Rea 2, con oltre quattro milioni di spettatori e il 15,6% di share; e poi Le Iene con tre milioni e mezzo di spettatori e il 15%; I liceali, su Canale 5, con il 15% di share. Considerato il risultato, la Rai ha deciso di sospendere il programma. “La decisione è stata comunicata al professor Sgarbi – si legge in una nota di viale Mazzini – che l’ha condivisa”. E in serata è arrivata anche una nota della direzione di RaiUno che esclude la
possibilità che possano andare in onda sulla rete ammiraglia ulteriori puntate del programma: il direttore Mauro Mazza – si legge nella nota – alla richiesta del critico di avere una seconda chance ha risposto scherzosamente: “Caro Vittorio, Rai1 ha già dato… Grazie, basta così”. L’azienda sarebbe comunque orientata a onorare il contratto sottoscritto con il conduttore.
ASCOLTA L’INTERVISTA 3

Il commento. “Non mi aspettavo questi ascolti, ma volevo fare quella trasmissione”, ha detto il critico d’arte in conferenza stampa. “Non sono pentito e non volevo fare altro”. Sgarbi non ha poi risparmiato un attacco a Roberto Saviano: “Ha successo parlando di mafia ma non parla mai di energie rinnovabili. Prendo atto che abbiamo visioni diverse: per me combattere la mafia significa combattere gli interessi che ha nel fotovoltaico. Non ho intenzione di cedere e chiederò 10 milioni di euro ai giornali che hanno parlato di mafia a Salemi”. Ai microfoni 4di Radio Capital Sgarbi ha poi affondato ulteriormente sull’autore di Gomorra: “Saviano – ha detto – è una di quelle persone che si compiacciono di far vedere l’Italia brutta”.

L’opposizione: “La Rai spieghi”. Positiva l’accoglienza di tutta l’opposizione alla decisione di Viale Mazzini.  “Un programma come quello di Sgarbi, voluto nell’ultima stagione di Masi come direttore generale Rai, per ragioni non certo televisive, che fa l’8% su Rai1 in prima serata, non poteva che essere immediatamente chiuso”, ha commentato il capogruppo Pd in commissione di Vigilanza, Fabrizio Morri. “Occorrerebbe ora sapere  quanto è costata ai contribuenti questa scellerata avventura e magari chiedersi se i danni arrecati alla Rai non possano essere richiesti ai responsabili veri di questa figuraccia da parte del servizio pubblico”. Sulla stessa linea il collega Udc in commissione, Roberto Rao: “La decisione assunta dalla Rai dopo il flop di ascolti della prima puntata era obbligata. Resta il dubbio – ha concluso Rao -  di quanto sia costata e quanto ancora costerà all’azienda questa operazione, se è vero che per la sola scenografia, che difficilmente potrà essere riutilizzata, sia stato speso quasi un milione di euro. Su questo la Rai deve fare chiarezza”.

La puntata. Le immagini del Giudizio universale di Michelangelo e sequenze di catastrofi, dal crollo delle Torri Gemelle allo tsunami in Giappone al terremoto dell’Aquila. Sulle note del Dies Irae. Il programma si è aperto così, con una sigla di forte impatto seguita da un monologo che doveva durare 22 minuti (due piu di Roberto Saviano a Vieniviaconme 5) e invece finisce con l’occupare quasi l’intera trasmissione. Fino al colpo di teatro finale, l’ingresso in studio del figlio ventenne Carlo. Completo nero e camicia bianca, Sgarbi entra nello studio, chiama accanto a sé il vescovo di Noto, don Staglianò, poi si rivolge agli spettatori: “Vogliamo mostrare ciò che l’Italia è, la sua grandezza, non il male, non il pettegolezzo, non il vizio di cercare il male degli altri, vorremmo far vedere il bene”. Il monologo entra nel vivo, il tema è la paternità ma il filo conduttore è sempre lui, Sgarbi. Che chiama a raccolta un ampio pantheon di “padri” – Cossiga e Carmelo Bene, Pasolini, Walter Chiari. Digressione sulle vicende giudiziarie che hanno coinvolto, con l’inchiesta della Guardia di finanza di Trapani, il comune di Salemi di cui è sindaco: “Una macchina costruita per ostacolare il programma”, sostiene. Parla di bellezza e paesaggio e la butta in politica, denuncia lo “scempio” degli impianti eolici (a meno di un mese dal referendum sul nucleare) nelle campagne italiane, soprattutto pugliesi. La chiusura con il figlio, Carlo Brenner Sgarbi, che molte cose ha in comune con il padre, prima fra tutte l’atteggiamento di chi si sente molto sicuro di sé. In scaletta ci sarebbero ancora tante cose ma il tempo stringe. “Sarà per la prossima puntata”, commenta paziente la bionda Monica Marangoni. Lui si ravvia i capelli, “forse sarà l’ultima diretta”, dice. Mai battuta fu più profetica.

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19 maggio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/05/19/news/flop_sgarbi-16466244/


Spada di Damocle su 15 mila processi per truffa, omicidio colposo e corruzione

Spada di Damocle su 15 mila processi per truffa, omicidio colposo e corruzione

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I numeri del Csm. Nella maggioranza si teme che il parere di Palazzo Marescialli “pesi” sul Quirinale. Il timing del Guardasigilli prevede che la riforma sia legge entro fine maggio

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di LIANA MILELLA

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Spada di Damocle su 15 mila processi  per truffa, omicidio colposo e corruzione 

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E’ UN calcolo, chiuso in un cassetto del Csm, la mina che potrebbe mettere in crisi la prescrizione breve. Quella stima, studiata a ridosso del parere in cui la nuova norma “salva Silvio” viene considerata “un’amnistia sostanziale”, parla di un 10% di processi a rischio, per un numero più o meno pari a 15mila. Tanti sarebbero, in Italia, i dibattimenti destinati a finire al macero. Con imputati fino a quel momento incensurati, e quindi liberi fruitori della prescrizione in versione scontata.

Ben 15mila pur di chiudere subito un processo di Berlusconi, il caso Mills; forse, nel 2013, un altro suo guaio giudiziario, il caso Mediaset. Al Csm si preoccupano, ma non si stupiscono. Perché, come spiega chi in questi anni a palazzo dei Marescialli ha sempre studiato le norme ad personam cucite su misura per Berlusconi, la logica è sempre la stessa: guardare al caso concreto, quello del premier, cercare di affrontarlo con l’obiettivo di chiuderlo, senza curarsi degli effetti che questo poi provoca sul sistema giudiziario italiano. È accaduto con la legge blocca-processi d’inizio legislatura, centomila dibattimenti a rischio, poi con le intercettazioni, poi con il processo breve. Come dice l’autorevole fonte del Csm: “È il loro modo di intendere la politica della giustizia, a misura di premier”. Senza curarsi “dell’odiosa lista dei reati che finiranno impuniti”. Le truffe, gli omicidi colposi, le corruzioni. Reati che hanno un tempo ordinario medio di prescrizione tra io sette e i dieci anni. A cui bisogna toglierne due o tre perché il delitto non si scopre subito. Restano, ben che vada, cinque o sei anni per fare tre gradi di giudizio. Un tempo risibile rispetto all’attuale durata media dei processi nel nostro Paese.

Quella stima rimbalza alla Camera. Dove, già da 48 ore, la maggioranza teme che il giudizio tranchant del Consiglio possa allarmare il Quirinale e innescare dei possibili dubbi sulla legge. C’è chi, tra i berlusconiani, teme di rivedere un film già visto. Il presidente della Repubblica che, nel momento di passaggio del ddl da una Camera all’altra, quando il Parlamento tace, chiama a sé il Guardasigilli Alfano, o esercita un’efficace moral suasion attraverso i suoi uffici legislativi, per spiegare che forse qualche dettaglio va ripensato. Sarà un caso, ma è accaduto sia per le intercettazioni che per il processo breve. Potrebbe accadere anche per la prescrizione breve? Altrimenti, ragionano gli uomini del Cavaliere, perché il presidente avrebbe autorizzato il Csm a chiudere così in fretta, e con un contenuto così duro, il parere sulla prescrizione breve per gli incensurati?

Da via Arenula spiegano però che il ministro della Giustizia è tranquillo. Angelino Alfano, da quando si è aperto il dibattito a Montecitorio, non ha mai lasciato il banco del governo. Attorniato dalle donne ministro, soprattutto la Gelmini e la Prestigiacomo, ha diretto la maggioranza, ha retto le critiche dell’opposizione. All’insegna di una considerazione che gli è abituale: “Chi fa ostruzionsimo poi non può chiedere il dialogo”. Non ha battuto ciglio quando, per tre volte durante l’ostruzionismo dei futuristi, Nino Lo Presti lo ha rimproverato di non aver fornito al Paese “i dati dell’impatto sui processi”, di non aver detto “quanti aborti clandestini, quanti maltrattamenti in famiglia, quante violenze private, quante corruzioni resteranno impunite”. Il Guardasigilli sta pensando di dire la sua opinione sulla legge chiudendo la discussione mercoledì prossimo. Assumendo sulle spalle l’onere politico della prescrizione breve.

Del resto il fronte del ministero della Giustizia sta all’opposto rispetto al Csm. I tecnici di Alfano hanno studiato e hanno garantito al loro ministro due cose. La prima: oggi in Italia sono già 170mila i processi che “muoiono” per prescrizione. Quindi non si può parlare di effetto amnistia, come fa il Csm, se a questa cifra già pesante se ne aggiunge una di impatto ben minore, quei 15mila in più. La seconda questione è più pregnante e, a quanto dicono quelle stesse fonti, avrebbe “tranquillizzato” del tutto il Guardasigilli. Nel 2005, quando fu approvata la legge Cirielli che già rimaneggiava i tempi della prescrizione riducendoli in generale, ma con una scansione modulata sulla recidiva, non ci furono problemi né con il Quirinale, né con la Consulta. L’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, che pure aveva bloccato altre leggi sulla giustizia (famoso lo stop all’ordinamento giudiziario), firmò questa senza problemi. Egli riconobbe, secondo l’attuale maggioranza, che era discrezione del governo regolare in modo differente i tempi di estinzione dell’azione penale. Questo è considerato adesso “il punto di forza maggiore dell’attuale legge”, quello che “mette a tacere” sia gli allarmi del Csm, che quelli dell’opposizione. Per questo Alfano sta in aula senza imbarazzi. Convinto che non solo essa passerà a Montecitorio, ma che entro una settimana sarà al Senato. E lì può diventare legge subito dopo il voto per le amministrative. Il processo Mills si chiuderà grosso modo qualche giorno dopo.

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08 aprile 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/04/08/news/spada_di_damocle_su_15_mila_processi_per_truffa_omicidio_colposo_e_corruzione-14652084/?rss

150 ANNI E ANCORA CERCARE L’UNITA’ – Pasolini: Alla mia nazione / La storia d’Italia nelle parole di Pasolini

foto di glauco’s & antonella’s

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Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è.In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975

Alla mia nazione
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

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fonte: http://www.club.it/autori/grandi/pierpaolo.pasolini/poesie.html

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La storia d’Italia nelle parole di Pasolini

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La storia d'Italia nelle parole di Pasolini

A quasi trentasei anni dalla sua morte, continuiamo a invocare il nome di Pier Paolo Pasolini, con la stessa disperazione con cui un Paese bisognoso di eroi, nell’accezione brechtiana dell’espressione, non li trova. Perché molti di noi vorrebbero la voce un po’ nasale e severa del poeta, scrittore e regista come guida perché l’Italia ritrovi una strada di decenza e sviluppo.
Sulla voce di Pasolini e su immagini di repertorio che raccontano il nostro Paese dal secondo dopoguerra è costruito il bel documentario del 2006 di Matteo Cerami e Mario Sesti, edito da Feltrinelli in un bel cofanetto con un libro che contiene i testi del film e altri ancora.

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Sono i testi di Pasolini che, letti dalla voce di Toni Servillo, si affiancano, rafforzandole, alle immagini: i curatori hanno fatto una scelta efficace delle parole dell’intellettuale. Sono annotazioni, considerazioni estemporanee, stralci di articoli, ma anche poesie, talvolta selezionate tra quelle che Pasolini aveva più care, poiché pensate e scritte in friulano, la lingua (della) madre. Non è un caso che sia una voce femminile a recitarle in originale, con l’inconfondibile timbro di Servillo a sovrapporsi ad esse, in una traduzione necessaria, per quanto limiti la musicalità dei versi.Scorrono intensi e dolorosi i cinquanta minuti circa di La voce di Pasolini, e regalano emozioni e pensieri, specialmente quando è la vera voce del Pasolini regista a manifestarsi. Gli autori del documentario, infatti, hanno recuperato una registrazione in cui PPP detta degli appunti per uno dei tanti film mitici della storia del cinema italiano, quel Porno-Teo-Kolossal che doveva essere interpretato da Eduardo de Filippo e Ninetto Davoli, e che non vide mai la luce, a causa dell’omicidio del novembre 1975.

Intessuto nel discorso sull’Italia che forma l’asse principale del documentario, quindi, ve n’è un altro, accompagnato dalle immagini di Gianluigi Toccafondo. Pasolini racconta quello che, secondo le sue intenzioni, sarebbe stato il film conclusivo della sua carriera di cineasta, un film duramente accusatorio rispetto allo stato delle cose, con trasfigurazioni mitiche di metropoli quali Roma, Milano e Parigi. Voleva rappresentare tre tipi di utopia, con il film, destinati a crollare in maniera apocalittica e a portare con loro la Fede, ultimo orizzonte ideale e continuo punto di confronto del Pasolini regista e sceneggiatore, ma non solo. Basterebbe forse solo questo prezioso documento per rendere La voce di Pasolini un documentario da vedere a tutti i costi, ma il film principale che si trova nel dvd viene affiancato da diversi extra, tra cui è doveroso segnalare almeno La fine di Salò, un’inchiesta sul finale dell’ultimo film di Pasolini in cui vengono intervistati attori, autori, tecnici e amici e vengono mostrate immagini inedite catturate sul set del film.

di Francesco Locane 16/02/2011

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fonte:  http://www.pamperofundacion.it/uncategorized/la-voce-di-pasolini-riflettere-sulla-storia-ditalia/

Da domani a Firenze Convegno Internazionale: Raccontare il desiderio omosessuale

Da domani a Firenze convegno internazionale

Raccontare il desiderio omosessuale

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Raccontare il desiderio omosessuale: è questo il tema del primo convegno di alto profilo internazionale dedicato alla letteratura gay, organizzato dalla Provincia di Firenze e dall’Istituto Italiano di Scienze Umane a Firenze giovedì 17 e venerdì 18 marzo, nelle sedi di Palazzo Medici Riccardi e di Palazzo Strozzi

.Maureen Duffy – fonte immagine

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Roma, 16-03-2011 – Raccontare il desiderio omosessuale: è questo il tema del primo convegno di alto profilo internazionale dedicato alla letteratura gay, organizzato dalla Provincia di Firenze e dall’Istituto Italiano di Scienze Umane a Firenze giovedì 17 e venerdì 18 marzo, nelle sedi di Palazzo Medici Riccardi e di Palazzo Strozzi.

Al convegno intitolato “L’arte del desiderio. Omosessualità, letteratura, differenza” interverranno gli scrittori Franco Buffoni, Paul Burston, Maureen Duffy, Mario Fortunato, Massimo Fusillo, Tommaso Giartosio, Adam Mars-Jones, Marco Mancassola, Sarah Schulman, Walter Siti e Valeria Viganò. L’assise è stata realizzata grazie al lavoro scientifico dell’Istituto di Scienze Umane, con la cura di Nadia Fusini, Valeria Gennero e Gian Pietro Leonardi.

L’esistenza di una “letteratura omosessuale”, sottolineano gli organizzatori del convegno, è da sempre una questione controversa: “appare tuttavia evidente come la nuova visibilità attribuita all’esperienza di uomini e donne omosessuali abbia fatto emergere negli ultimi decenni un mondo di relazioni affettive, politiche e artistiche di grande varietà e ricchezza”.

Difficile stabilire in modo nitido che cosa ne delimiti i confini: la vita erotica, presunta o dichiarata, di chi scrive? I temi trattati? La presenza di scelte formali legate da un rapporto privilegiato all’argomento omosessuale? Saranno questi alcuni degli interrogativi a cui cercheranno di rispondere i relatori dell’assise.

 

 

Maureen Duffy

Walter Siti

Valeria Viganò

Mario Fortunato

Sarah Schulman

Marco Mancassola

Adam Mars-Jones

Franco Buffoni

Tommaso Giartosio

Paul Burston

Massimo Fusillo

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=151031

17 MARZO – Quel giorno indossiamo tutti una coccarda tricolore

17 marzo- Riti e modernità: Il discorso di Benigni sembra aver svegliato la Nazione

Quel giorno indossiamo tutti una coccarda tricolore

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Dalla Lega a Durnwalder, così i «nemici» hanno aiutato a rendere il 17 marzo una ricorrenza vera

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Indro Montanelli sosteneva che a Bossi, un giorno, avremmo dedicato monumenti nelle piazze italiane, di fianco a quelli di Giuseppe Garibaldi. Lo considerava, infatti, un patriota involontario. Esaltando l’inesistente Padania, la Lega ci ha obbligati a ragionare sull’Italia esistente.

Fingendo di disprezzare la nazione, ha risvegliato il nostro sentimento nazionale (poco a tanto che sia). A Umberto Bossi ha dato una mano Roberto Calderoli. Uno e l’altro persone più ragionevoli di quanto vogliano far credere: lo prova il fatto che la Lega s’è tenuta lontana dalla violenza. Definendo «una follia costituzionale» la festa nazionale del 17 marzo, il ministro della Semplificazione – nomen omen – ne ha decretato il successo.

Il nostro tribalismo è talmente radicato che, per combinare qualcosa, dobbiamo trovare un avversario. Il 150° dell’Unità si trascinava tra comitati comatosi, mostre periferiche e i discorsi eccitanti come tisane. Gli avversari dell’epoca – gli austriaci, la Chiesa cattolica – sono buoni amici dello Stato italiano. La sinistra, a lungo sospettosa del tricolore, oggi lo sventola con convinzione. Uno sbadiglio gigantesco stava per coprire l’anniversario. Ci hanno pensato l’altoatesino Luis Durnwalder e l’europarlamentare Mario Borghezio: un monumento anche a loro, per favore. Il primo ha spiegato che «il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare»; il secondo ha distillato perle di saggezza radiotelevisiva. «Il festival di Sanremo è una festa padana», ha spiegato a Radio 24. Poi, turbato dall’inno all’inno (di Mameli), ha cambiato idea: «Benigni? Peggio di Ruby. Fa semplicemente schifo il prostituirsi di un artista alle esigenze della retorica di una parte del Paese contro l’altra».

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A questo punto, direi, è fatta. Il 17 marzo si avvia a essere una vera festa, nuova e sentita. Tenessimo i negozi chiusi, potremmo approfittarne per pensare. Un’attività che non ha conseguenze immediate sul prodotto interno lordo; ma non fa mai male. Potremmo trovare, per esempio, un modo originale di celebrare insieme un giorno fondamentale della nostra storia comune. Il 25 aprile è la festa del sollievo, il 2 giugno il sigillo di una decisione civile, il 4 novembre la commemorazione di una vittoria militare. Il 17 marzo dovrebbe essere il ricordo gioioso di un momento epico (diciamolo: non sono molti, nella nostra storia).

Epico: come la rivoluzione francese, l’indipendenza americana, la vittoria inglese contro i nazisti. L’Italia a metà dell’Ottocento era rock. Andate a Pavia, visitate la mostra «Le università erano vulcani». Guardate i ritratti dei fratelli Cairoli – quattro su cinque caduti per la patria che sognavano – e vedrete ragazzi italiani: stesse facce, stessi occhi, stesse espressioni. La casa della mamma Adelaide – piazza Castello, angolo strada Nuova – era la base di Garibaldi in una città che Ugo Foscolo aveva infiammato, anni prima, declamando «O italiani, io vi esorto alle storie perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare…». Un riassunto folgorante della nazione di ieri e di oggi.
Una nazione che Roberto Benigni sembra aver svegliato, uscendo prepotentemente dal recinto dei Five Millions Club (i cinque milioni di italiani che acquistano i quotidiani, leggono qualche libro e discutono di questi temi). Venti milioni di telespettatori sono tanti. Ma ricordiamoci che siamo una nazione specializzata in buone intenzioni che quasi mai riusciamo a trasformare in buoni comportamenti (anche perché ora non ce lo chiede più nessuno, mentre prima ce lo chiedevano nel modo sbagliato).

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Reduci garibaldini (seduto, l’eroe e volontario magiaro colonnello Stefano Dunyov – Pistoia) – fonte immagine

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Ringraziare Benigni e Bossi, idealmente uniti nel loro diverso patriottismo, è un buon punto di partenza. Ma non basta. Bandiere ne abbiamo sventolate molte; balconi ne abbiamo addobbati; fasce tricolori ne abbiamo viste tante, di traverso a petti non sempre meritevoli. Il rischio di rivedere il già visto, giovedì 17 marzo, è forte.
Perché non portare allora una coccarda tricolore, quel giorno? Francesi, inglesi, tedeschi e americani, in occasioni particolari, mettono all’occhiello bandiere, distintivi e papaveri. È un segno collettivo che denota una scelta personale: le bandiere si guardano, una coccarda s’indossa. I leghisti di stretta osservanza non lo faranno? Non è un problema. Loro, come abbiamo visto, aiutano in altro modo.

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Beppe Severgnini
20 febbraio 2011

fonte:  http://www.corriere.it/politica/11_febbraio_20/coccarda-severgnini-tricolore_b860150e-3cc3-11e0-b1ac-bc0b2e3568ae.shtml

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