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DISCRIMINAZIONE INTOLLERABILE – Marcia per La Vita sì, corteo per Giorgiana Masi no / Giorgiana Masi, ancora senza giustizia

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Marcia per La Vita sì, corteo per Giorgiana Masi no: “Divieto per motivi di ordine pubblico”

Una manifestazione che, secondo il candidato sindaco Sandro Medici, è stata vietata dalla Questura che avrebbe opposto un rifiuto “per l’impossibilità che si svolga in contemporanea con la Marcia per la Vita per una questione di ordine pubblico”

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Redazione10 maggio 2013

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La Marcia per la Vita sì, il corteo per Giorgiana Masi no. La Questura lo avrebbe vietato per motivi di ordine pubblico. E’ polemica negli ultimi giorni tra gli attivisti di collettivi autorganizzati e del movimento femminista che avevano in programma, come tutti gli anni, un corteo in memoria della giovane studentessa uccisa nel 1977 con un proiettile su Ponte Garibaldi che era in piazza quel giorno per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio.

I manifestanti avrebbero voluto marciare per ricordarla, per urlare  “contro i femminicidi” e per “la libertà delle donne”.Una manifestazione che, secondo quanto detto dal candidato sindaco Sandro Medici, è stata vietata dalla Questura che avrebbe opposto un rifiuto “per l’impossibilità di svolgere qualsiasi tipo di manifestazione in contemporanea con la Marcia della vita per una questione di ordine pubblico”.

In piazza ci saranno gli attivisti del movimento per la vita che contestano la legge 194, quella che regola l’aborto. Il corteo partirà  domenica mattina alle 9.30 dal Colosseo e arriverà a Castel Sant’Angelo.

Per Medici “è evidente che ci sia l’intenzione da parte del Campidoglio di non mostrare alcun dissenso nei confronti di un corteo che attacca diritti e libertà delle donne”. Oggi alle 18 i collettivi hanno organizzato un’assemblea pubblica in piazza Sonnino. L’intenzione sembra essere quella di marciare comunque.

“Non siamo disposti ad accettare che la Questura  impedisca domenica prossima ai cittadini romani di manifestare pacificamente il proprio dissenso nei confronti della manifestazione promossa da cattolici integralisti e neofascisti, negando il contro-corteo da Piazza Campo de Fiori a Ponte Garibaldi. E’ un fatto grave che lede la democrazia e la libertà di manifestare, tanto più che avviene in campagna elettorale. Nessuno potrà impedirci di scendere in piazza per dare voce a quella parte della città che su divorzio, aborto e quant’altro non vuole un ritorno al passato”. Lo dichiara Giovanni Barbera, candidato del Prc a presidente del nuovo Municipio I e al Consiglio comunale con la coalizione che sostiene Sandro Medici a sindaco.

“Aver voluto autorizzare la “Marcia per la vita” – continua Barbera – proprio il 12 maggio, giorno in cui ricorre anche l’anniversario della morte di Giorgiana  Masi, avvenuta nel 1977 a Ponte Garibaldi  durante una manifestazione non autorizzata a favore del referendum sull’aborto, rappresenta una grave provocazione che non possiamo assolutamente tollerare. Tanto più che la morte di Giorgiana Masi avvenne in un contesto molto simile a quello che la Questura sta creando. Anche in quell’occasione, nel 1977, il Ministro degli interni Cossiga aveva disposto un divieto a manifestare”.

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fonte romatoday.it

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Giorgiana Masi, ancora senza giustizia. Vietato il corteo

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ROMA – Domenica prossima ricorre  (oggi per chi legge, n.d.m.)il 36esimo anniversario della morte di Giorgiana Masi, che, il 12 maggio 1977, durante una manifestazione per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio, venne assassinata.

Anche quest’anno si celebrano manifestazioni in ricordo della giovane assassinata che dovrebbero convergere su Ponte Garibaldi, luogo in cui Giorgiana fu assassinata. Il condizionale p d’obbligo visto che la Questura ha vietato il corteo perché a Roma si svolgerà in quello stesso giorno la marcia antiabortista. Il divieto, fanno sapere gli organizzatori della manifestazione per Giorgiana, non sarà rispettato. “Domenica prossima – afferma Claudio Ortale, vice Presidente uscente del Consiglio del Municipio Roma 19 e candidato a consigliere al Comune di Roma – scenderemo in piazza come ogni anno perché questa città, prima di essere del Vaticano, è di tutti i cittadini e le cittadine che continuano a ricordare Giorgiana proseguendo quotidianamente le sue battaglie”.

 
I fatti
Giorgiana Masi, la diciannovenne studentessa e attivista radicale fu uccisa, il 12 maggio del 1977, durante gli scontri tra manifestanti e forze di polizia in piazza Navona. Un nome, quello di Giorgiana, indissolubilmente legato all’alto livello di tensione sociale che si respirava in quel periodo e assurto a simbolo, suo malgrado, di tutte le vittime della violenza di stato.  A più di trent’anni da quei tragici eventi, i responsabili del suo omicidio sono rimasti impuniti.
Una morte dai contorni poco chiari, quella di Giorgiana, su cui si allunga il triste sospetto, divenuto negli anni quasi una certezza, che a sparare su una giovane manifestante inerme non sia stato un compagno del movimento, come all’inizio si era voluto far credere, ma la mano armata di poliziotti in borghese, travestiti da autonomi e infiltrati in cortei e manifestazioni.

Il giorno in cui la vita di Giorgiana sarebbe finita sull’asfalto di ponte Garibaldi i Radicali avevano indetto, in piazza Navona, un sit – in per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio nonostante il divieto di manifestazioni pubbliche, decretato dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, a seguito dell’uccisione dell’agente Settimio Passamonti e il ferimento di cinque agenti di pubblica sicurezza durante gli scontri di piazza del precedente 21 aprile. Quella del 12 maggio doveva essere una giornata all’insegna dell’allegria e della nonviolenza, ma ben presto si tramutò in un vero e proprio fiume di sangue, con ferimenti e percosse. A pesare sulla coscienza collettiva una foto in particolare, scattata da Tano D’Amico, il fotografo ufficiale del Movimento che più di ogni altro ha saputo raccontare per immagini quei contraddittori e passionali anni Settanta: al centro dell’inquadratura si vede un poliziotto in borghese, vestito da autonomo, armato e pronto a sparare ad altezza uomo sulla folla. E come lui tanti altri. Immagini che confermano quanto i giornali dell’epoca raccontarono, testimoniando la ferocia gratuita con cui gli agenti si scagliavano contro inermi cittadini. Immagini che valsero più di mille parole e costrinsero l’allora ministro dell’Interno ad ammettere una parziale verità, passando da “non c’erano poliziotti tra la folla”, a “c’erano poliziotti in borghese, ma non armati” per finire a “c’erano poliziotti in borghese armati, tra la folla, ma non spararono”. Una mezza verità, avendo sempre l’ex ministro escluso che a sparare fossero stati i poliziotti, imputando piuttosto il tragico evento alle provocazioni dei manifestanti. E, così, in una sonnecchiosa e semivuota aula parlamentare, andò in scena l’interrogazione con cui l’on. Marco Pannella cercava di inchiodare  l’ex ministro alla sue responsabilità riguardo l’inadeguata gestione dell’ordine pubblico, non ottenendo altro che la sostituzione dell’allora questore di Roma. Nemmeno il Libro bianco, dossier redatto in quell’anno dai Radicali per far luce sulla morte di Giorgiana Masi, sortì effetto alcuno. Il processo istituito contro ignoti per la morte della studentessa, infatti, si chiuse nel 1981 per impossibilità a procedere. Ignoti i responsabili, ignoti gli eventuali mandanti e una sete di giustizia inappagata.

Il caso di Giorgiana Masi, tuttavia, si affaccia nuovamente alla ribalta pochi anni fa quando, dalle pagine del Corriere della Sera, Francesco Cossiga torna sulla questione, imputando ancora l’uccisione della giovane al fuoco amico dei compagni del Movimento. Poco tempo dopo, Cossiga prima di morire,  fu intervistato nel corso della trasmissione di Raitre “Report”,e lascò intendere di essere a conoscenza di alcuni segreti di Stato, segreti che non rivelerà mai. Tra questi, forse, anche il nome degli assassini di Giorgiana. I dubbi rimangono, così come rimane lo sconforto per la morte di una ragazza ancora in attesa di giustizia.

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fonte dazebaonews.it

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GITA ANDATA A MALE – Manifestazione Pdl Brescia, Berlusconi contestato: “Vergogna, buffone, mafioso”

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Manifestazione Pdl Brescia, Berlusconi contestato: “Vergogna, buffone, mafioso”

Piazza Duomo spaccata tra sostenitori e anti berlusconiani. Da una parte le urla contro il Cavaliere. Dall’altra le grida “Silvio, Silvio, Silvio” dei militanti. Lo scontro comincia ancora prima del comizio davanti all’albergo dove soggiornano i deputati del Popolo della libertà e prosegue anche al termine del discorso dell’ex premier quando rimangono a fronteggiarsi le due parti avverse che si scambiano insulti gettandosi addosso le rispettive bandiere

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di | 11 maggio 2013

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Un piazza spaccata tra contestatori e sostenitori. Da una parte le urla “vergogna!”, “buffone!”, “mafioso”. Dall’altra le grida “Silvio, Silvio, Silvio” dei militanti Pdl accorsi a sostegno di Silvio Berlusconi, sceso in piazza Duomo a Brescia per una manifestazione “contro l’uso politico della giustizia”.

Fischi e applausi che si contrappongono continuamente durante il comizio del Cavaliere. Una situazione a cui Berlusconi non è abituato, ma che ultimamente si è già trovato a fronteggiare. Come a Udine quando durante il comizio in occasione delle elezioni regionali il 18 aprile scorso, si trovò di fronte non solo ai supporter osannanti ma anche molti contestatori soprattutto appartenenti al Movimento 5 stelle.

Ora, però, i contestatori sono molto più numerosi e appartenenti a più correnti, dai centri sociali al M5s. Lo scontro comincia ancora prima che Berlusconi comincia  parlare Piazza del Duomo è piena (diverse persone affacciate a finestre e balconi, anche), ma sostanzialmente divisa a metà. Nella prima, immediatamente sotto il palco, i sostenitori del Pdl, con anche una bandiera della Lega; nella seconda i contestatori che fischiano Berlusconi durante il suo intervento, gli gridano ‘buffonè, sventolando bandiere di Sel e Azione Antifascista. Mentre davanti, simpatizzanti del suo partito chiedono con uno striscione ‘Aiuto Silvio, no comunismò, più indietro un altro cartello avverte ‘occhio gente, Silvio mentè. Per chi assiste al comizio da metà piazza in su è quasi impossibile sentire chiaramente le parole dell’ex premier.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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IL PDL ‘PIANGE’ – Mediaset, Berlusconi condannato in appello. Ghedini: “Giudici prevenuti”

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fonte immagine giornalettismo.com

Mediaset, Berlusconi condannato in appello. Ghedini: “Giudici prevenuti”

A sentire Renato Schifani “per una certa magistratura la stagione della pacificazione è ancora lontana, e forse non arriverà mai”. Brunetta parla di “accanimento disgustoso” e attacca i giudici: “La condanna non colpisce il Cavaliere ma chi l’ha pronunciata”

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di | 8 maggio 2013

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Uso politico della giustizia, sentenza surreale, giudici prevenuti nei confronti di Silvio Berlusconi. Neanche il tempo di leggere la sentenza del processo d’Appello sul caso dei diritti tv Mediaset e dal Pdl arrivano reazioni incendiarie contro la decisione del giudice Alessandra Galli, figlia di Guido Galli, magistrato ucciso nel 1980 da Prima Linea a Milano. Il primo a parlare è il portavoce del partito berlusconiano Daniele Capezzone, secondo cui “oggi tutte le persone ragionevoli, al di là di ogni appartenenza politica e culturale, comprendono bene quello che accade: è letteralmente surreale e assurda la condanna di Silvio Berlusconi, contribuente recordman. Attendiamo che i garantisti di sinistra dicano qualcosa…”.

Sulla stessa linea d’onda l’ex ministro Maria Stella Gelmini: “L’uso politico della giustizia di certi magistrati contro Berlusconi non merita commenti: i voti degli italiani evidenziano il pensiero della gente sull’uso distorto della giustizia”. Più misurata nei toni, ma non nel succo la presa di posizione del legale del Cavaliere Niccolò Ghedini: “La forza della prevenzione è andata al di là della forza dei fatti” ha detto legale, che poi ha ammesso di avere “la consapevolezza che sarebbe andata così”. Alla domanda se la sentenza potrebbe mettere in dubbio la tenuta del governo, Ghedini ha risposto in maniera chiara: “Non mi interesso della stabilità politica del governo e non credo che ci sia una correlazione tra questa sentenza e la stabilità politica. Questa sentenza metta a rischio al stabilità del diritto e per me questo è più grave. Quella di oggi – ha concluso Ghedini – è una decisione totalmente al di fuori di ogni logica in qualsiasi altra corte d’appello d’Italia che non sia Milano”.

Più politica, invece, la reazione di Renato Schifani: “Continua la persecuzione giudiziaria nei confronti del presidente Berlusconi, leader politico che ha il consenso di dieci milioni di elettori – ha detto l’ex presidente del Senato – Evidentemente, per una certa magistratura la stagione della pacificazione è ancora lontana, e forse non arriverà mai. Soprattutto quando si nega con tanta ostinazione la verità dei fatti e ancor di più il buon senso”. Non politica, ma con suggestioni politiche la reprimenda di Maurizio Gasparri: “Contro Berlusconi una sentenza frutto di pregiudizi, priva di ragioni, lesiva della verità e della vita democratica – ha detto – Nessuno si illuda di alterare a colpi di sentenze politiche la realtà dell’Italia. E’ una vicenda folle e inaccettabile, che non fermerà l’azione di Silvio Berlusconi”.

Di sentenza “vergognosa e scellerata, indegna di un Paese civile” ha parlato invece Daniela Santanché, secondo cui “ieri qualcuno voleva impedire a Berlusconi di governare e pretendeva di sovvertire la volontà popolare degli italiani per via giudiziaria, oggi qualcuno sta operando per fare saltare il governo Letta e l’ipotesi di pacificazione nazionale. Parte della magistratura sta incendiando il Paese e provocando focolai di odio”. Il j’accuse della deputata del Pdl poi ha toccato il tema della persecuzione giudiziaria: “E’ allucinante dovere constatare che in un Paese democratico e civile si continui una vera e propria persecuzione ai danni del leader del maggior partito di centrodestra facendo uno spregiudicato uso politico della giustizia – ha detto la Santanché – Questa volta, nella fase politica nuova che stiamo vivendo, mi aspetto che almeno gli esponenti garantisti del Pd escano fuori dalla coltre di omertà e per una volta liberamente esprimano una opinione degna del loro pensiero”.

Durissimo Renato Brunetta: ”Accanimento disgustoso. La sentenza contro Silvio Berlusconi è politica, anzi anti politica, perché colpendo lui si favoriscono i disegni disgregatori del nostro Paese – ha detto il capogruppo Pdl alla Camera – L’ingiustizia è così ripetuta e palese che per fortuna la grande maggioranza dei cittadini capisce benissimo che una parte della magistratura non ha nessuna credibilità. La condanna non colpisce Berlusconi ma chi l’ha pronunciata”. Fabrizio Cicchitto, invece, è convinto che la decisione dei giudici non avrà conseguenze sul governo: “Si tratta di una azione che dà il senso di come la vita politica italiana sia dominata da una perversa anomalia – presidente della commissione Esteri di Montecitorio – Mentre esprimiamo la più netta condanna di questo ennesimo intervento politico di settori della magistratura non cadremo nella provocazione insita in tutto ciò e cioè non faremo ricadere sul governo le conseguenze di cio che sta avvenendo sul piano politico giudiziario”.

E mentre il Popolo della Libertà “piange”, a Montecitorio c’è chi applaude per la decisione dei giudici. I parlamentari del Movimento 5 Stelle per un incontro con Stefano Rodotà hanno accolto con un lungo applauso la notizia della conferma in appello della condanna a 4 anni di Silvio Berlusconi per il caso Mediaset. Poco dopo Vito Crimi, capogruppo M5S al Senato, ha preso la parola per precisare che la sentenza di oggi prevede anche l’interdizione del Cavaliere dai pubblici uffici per 5 anni. A seguire un altro lungo applauso dell’assemblea. “C’è chi vuole impedire la pacificazione, che ci volete fare…” ha commentato, ironizzando, Stefano Rodotà durante l’incontro con i parlamentari del M5S. ”E ora si acceleri nella giunta per le elezioni del Senato, appena sarà costituita, sull’ineleggibilità di Silvio Berlusconi” ha detto la capogruppo M5S alla Camera, Roberta Lombardi, secondo cui “ci sono molte motivazioni per farlo. C’è una legge del ’57 che viene disattesa e ora c’è questa sentenza” sul caso Mediaset, “per quanto provvisoria, perché bisognerà aspettare la Cassazione, che getta una bella ipoteca”.

Da Scelta Civica, invece, attaccano chi attacca. “L’unica cosa di scandaloso che trovo sono le dichiarazioni dei parlamentari del PdL e degli avvocati di Silvio Berlusconi. Le sentenze si appellano di fronte ai giudici naturali non scappando dai processi, come suggerisce l’on. avv. Nicolò Ghedini”. A parlare il senatore di Sc Tito Di Maggio, commentando la conferma in appello della condanna a Silvio Berlusconi. “Non commento vicende giudiziarie” ha detto invece Massimo D’Alema, a margine di una iniziativa a Firenze.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Siria, Bonino: “Non esiste soluzione militare”. Cina e Turchia a Israele: “Raid inaccettabili”

Siria, Bonino: "Non esiste soluzione militare". Cina e Turchia a Israele: "Raid inaccettabili"
Netanyahu durante la visita in Cina (ap)

Siria, Bonino: “Non esiste soluzione militare”
Cina e Turchia a Israele: “Raid inaccettabili”

Netanyahu, in visita a Pechino, costretto a incassare le proteste del governo cinese. Dopo i bombardamenti di domenica scorsa, costati la vita a 120 persone, alza la voce anche la Turchia: “Nessun pretesto può giustificare queste operazioni”. Il ministro degli Esteri italiano: “Mi auguro linea unitaria del governo”

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TEL AVIV- Cina e Turchia alzano la voce contro Israele per i raid aerei in Siria. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, durante la visita del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ribadito che la Cina si oppone fermamente all’uso della forza in Siria e ha chiesto a Tel Aviv di astenersi da nuove azioni militari.

Il portavoce ha ribadito che per la Cina la sovranità di una nazione merita rispetto e che la situazione attuale è molto complicata e sensibile. Il premier israeliano, è ancora a Shanghai ed è atteso nei prossimi giorni a Pechino, dove ieri è avvenuto l’incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo palestinese Mahmoud Abbas, al quale la Cina ha ribadito il suo sostegno.

Parole ancora più dure arrivano da Istanbul. I raid aerei israeliani sulla Siria sono “inaccettabili”, ha detto il premier turco, Recep Tayyp Erdogan. “Nessun pretesto – ha aggiunto – può giustificare queste operazioni”. Turchia e Israele poprio in queste ore sono impegnate nel dossier relativo ai risarcimenti per le vittime dell’abbordaggio alla Freedom Flotilla avvenuto nel maggio del 2010. Secondo gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong con sede nel Regno Unito, sono più di 120 le vittime del raid israeliano che domenica scorsa ha preso di mira una struttura militare nei pressi di Damasco.

Cauta la posizione italiana: “Non ritengo esistano soluzioni militari possibili in Siria, almeno nell’immediato” ha detto a Londra il ministro degli Esteri Emma Bonino dicendosi convinta che la via di uscita alla crisi nel Paese debba essere “politica”. Il ministro ha sottolineato come “la situazione in Siria sia drammaticamente insopportabile”, e come in questo momento serva “evitare di fare ulteriori danni”. “Quello che è certo – ha aggiunto – è che tutti speriamo in una soluzione politica. Ma spingere in questa direzione significa anche fare in modo che le forze sul terreno siano più equilibrate”.

Per quanto riguarda la posizione italiana, ha spiegato la titolare della Farnesina, “sabato e domenica nel seminario convocato dal premier Enrico Letta con tutti i ministri saranno toccati i temi più caldi” anche di politica estera, e “mi auguro che in quella sede si consolidi una linea unitaria del governo italiano”. “Spero – ha aggiunto Bonino – che la posizione sia omogenea anche a livello di Europa: stiamo infatti vivendo lo stesso dibattito che c’è stato in passato con Sarajevo e la Bosnia, e mi auguro che l’Europa abbia imparato la lezione e parli con una voce sola”.

Il ministro poi, interpellata sulla scomparsa del giornalista della Stampa, Domenico Quirico, ha detto: “Il fatto che non ci sia stata nessuna reazione della Siria alla notizia non mi sembra un elemento molto positivo. Non è certo un segnale positivo”.

Intanto Israele ha ufficalmente confermato che un colpo di mortaio proveniente dal territorio siriano si è abbattuto sulle alture contese del Golan, annesse unilateralmente dallo Stato ebraico. Il proiettile è esploso in un campo, senza provocare feriti né danni. E’ il terzo episodio del genere in appena 24 ore, dopo i due razzi sparati ieri dalla Siria e caduti sul versante israeliano della linea del cessate-il-fuoco, la frontiera di fatto tra i due Paesi che teoricamente sono in stato di guerra dal 1967. (07 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Commissioni, no a Nitto Palma: salta intesa Pd-Pdl. Riecco Formigoni

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Commissioni, no a Nitto Palma: salta intesa Pd-Pdl. Riecco Formigoni

La terza votazione domani alle 14. Casson (Pd): sosterremo un nostro candidato. L’ex presidente lombardo all’Agricoltura del Senato

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ROMA – L’intesa Pd-Pdl frana sulla nomina di Francesco Nitto Palma alla presidenza della commissione Giustizia del Senato. Il candidato del Pdl ex guardasigilli non ha ottenuto la maggioranza. I sì sono stati solo 12, mentre la maggioranza sarebbe dovuta essere di 14 visto che i componenti della commissione sono 26. La terza votazione si terrà mercoledì alle 14.

Nitto Palma non passa, polemica Pd-Pdl.
«Il no a Francesco Nitto Palma presidente della commissione Giustizia è un fatto politico, una cosa organizzata, non un caso di franchi tiratori. Ognuno ora dovrebbe assumersi le sue responsabilità», ha detto il presidente dei senatori Pdl Renato Schifani. «Domani dalla terza votazione noi voteremo un nostro candidato». Ad assicurarlo è Felice Casson del Pd dopo che sul nome di Francesco Nitto Palma (Pdl), ci sono state ben due fumate nere. «Un accordo politico? Evidentemente non c’era», risponde Casson uscendo dalla Commissione. «Cercavamo un candidato condiviso – aggiunge – ma se tutto il Pd non lo ha votato evidentemente non lo è». Dopo le votazioni, sono rimasti nell’Aula della Commissione Giustizia per circa 20 minuti, senatori del Pd, di Sel e del Movimento 5 Stelle, mentre quelli di Pdl, lega e Gal se ne sono subito andati.

Senato.
Il senatore Pier Ferdinando Casini (Udc) è stato eletto presidente della commissione Esteri a Palazzo Madama. Giuseppe Francesco Marinello (Pdl) all’Ambiente. Altero Matteoli a Lavori pubblici e telecomunicazioni. L’ottava commissione è considerato uno snodo strategico per la politica delle telecomunicazioni e delle tv. Ragione per cui il Pd aveva posto un veto sul nome di Paolo Romani, considerato troppo inserito nell’orbita berlusconiana. Matteoli ha ricevuto 15 sì e tre schede bianche. Altri tre voti sono andati al senatore del Movimento 5 Stelle Marco Scibona. All’Industria Massimo Mucchetti del Partito Democratico. Maurizio Sacconi è stato eletto con 17 sì presidente della commissione Lavoro. I vicepresidenti sono Anna Maria Parente (Pd) e Emanuela Munerato (Lega). Roberto Formigoni (Pdl) è stato eletto presidente della commissione Agricoltura. Per l’ex presidente della Regione Lombardia ci sono stati 18 voti a favore e 6 schede bianche. Emilia Grazia De Biasi (Pd) alla Sanità. All’Istruzione Pubblica e Beni Culturali Andrea Marcucci (Pd).

Camera. Il deputato del Pdl, Francesco Paolo Sisto, è stato eletto presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera. Vicepresidente Rosa Maria Villeco Calipari del Pd). L’altra carica di vicepresidente invece è probabile che sarà di Massimo Artini, grillino, che però essendo stato eletto anche segretario dovrà prima optare. La presidenza della Giunta delle autorizzazioni della Camera dovrebbe andare a Fratelli d’Italia con Ignazio La Russa. Guglielmo Epifani è il nuovo presidente della Commissione Attività Produttive della Camera. Michele Meta (Pd) presidente della commissione Trasporti, Cesare Damiano al Lavoro, Ermete Realacci (Pd) all’Ambiente. Un grillino, Alfonso Bonafede, è stato eletto vicepresidente della commissione Giustizia della Camera. Insieme al deputato del Movimento 5 Stelle, ha avuto la vicepresidenza anche Carlo Sarro, del Pdl. Agli Affari sociali Pierpaolo Vargiu di Scelta civica. Alla Difesa l’esponente del Pdl, Elio Vito. Fabrizio Cicchitto agli Esteri. Francesco Boccia (Pd) al Bilancio. Michele Bordo (Pd) alle Politiche comunitarie.

Vicepresidenze, scontro Sel-M5s.
Intanto è scontro tra Sel e M5s sulle vicepresidenze. «Ci aspettavamo il rispetto da parte del M5S dell’accordo tra le opposizioni. Lo hanno rifiutato e si sono presi tutto, accaparrandosi le poltrone di vicepresidente e segretario in tutte le commissioni della Camera», attacca Gennaro Migliore, capogruppo di Sel, che li accusa di essere «affetti da poltronismo». Sel accusa il Movimento 5 Stelle di aver «rifiutato un accordo tra le opposizioni» sulle nomine negli uffici di presidenza delle commissioni della Camera «perché hanno detto che si sarebbero presi tutto. E così è stato. Si sono accaparrati – sottolinea il capogruppo Gennaro Migliore – tutte e 28 le poltrone di vicepresidenti e di segretari. In questo modo rappresentano plasticamente cosa intendono loro per svolgere la funzione istituzionale». «Noi abbiamo votato scheda bianca – aggiunge Migliore – perché non siamo affetti da poltronismo». Sel non ha avuto nessun vicepresidente o segretario di commissione.

Il post di Crimi.
«Anche solo immaginare di dare le presidenze che ci spettano a Sel e Lega, significa tentare di fare un Gran Premio facendo correre gli avversari con il muletto, ma il risultato non sarebbe tagliare il traguardo, bensì schiantarsi contro le tribune alla prima curva seria, essendosi privati dei freni»., aveva scritto il capogruppo M5S al Senato Vito Crimi sul blog di Beppe Grillo in un intervento titolato appunto ‘le riserve all’opposizione’. «L’opposizione parlamentare non si sceglie (né tantomeno la si costruisce) tra quelle che fanno più comodo. L’opposizione è quella uscita dalle urne e dalla legge elettorale: ogni altra alchimia ispirata al gioco delle tre carte è una manovra di palazzo innaturale e dannosa, che mira a indebolire gli anticorpi del sistema Paese e, così facendo, prende in giro gli elettori e mortifica la loro intelligenza e le loro speranze di cambiamento» afferma Crimi che ricorda: «la prassi vuole che le presidenze del Copasir e della Vigilanza Rai vadano all’opposizione». Ovvero, osserva, «al MoVimento 5 Stelle e quindi ai quasi nove milioni di cittadini che lo hanno votato, non a due movimenti che rappresentano una frazione infinitesimale del Paese e che hanno fatto campagna elettorale al fianco di Berlusconi e di Bersani, come costole di uno stesso organismo. O la prassi vale solo quando serve a congelare la formazione delle commissioni permanenti?». Viti Crimi è stato designato dal gruppo dei senatori del M5S come candidato presidente per il Copasir. Indicato anche il senatore Bruno Marton come componente della commissione sui servizi segreti. Il gruppo M5S di Palazzo Madama ha poi indicato Alberto Airola come componente della commissione di Vigilanza Rai. Si completa così la squadra di parlamentari M5S per le commissioni bicamerali: Vito Crimi, Bruno Marton e Angelo Tofalo al Copasir; Roberto Fico, Alberto Airola, Stefano Vignaroli, Dalila Nesci, Mara Liuzzi.

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fonte ilmessaggero.it

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MAFIA & POLITICA – Crocetta: «Grazie a Dell’Utri? Ora il premier cacci Miccichè»

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Crocetta: «Grazie a Dell’Utri?
Ora il premier cacci Miccichè»

Il presidente Sicilia: «Nessun attacco giustizialista, ma non si possono ringraziare personaggi condannati per mafia»

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Di Salvo Fallica

6 maggio 2013

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«Le frasi di Gianfranco Miccichè con le quali ha in pratica ringraziato Marcello Dell’Utri per l’aiuto che avrebbe ricevuto per entrare nel governo Letta, sono semplicemente inaccettabili, anzi incommentabili. Uso questo termine per far capire tutta la mia delusione per l’accaduto». Così il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, interviene su l’Unità sulla polemica sollevata dalle dichiarazioni al Corsera del nuovo sottosegretario.

Crocetta spiega: «L’Unità ha scritto che se parla così, Miccichè è incompatibile con il governo Letta. Io credo che le sue frasi siano davvero inaccettabili in una democrazia, sono parole che suscitano una profonda indignazione in tutti coloro che credono nella dimensione dell’etica. Sia chiaro, nessun attacco giustizialista contro Miccichè, nessuno aveva messo un veto su di lui. Quel che è inaccettabile è che ringrazi Dell’Utri, che lo ricordo è un condannato per mafia in appello».

Crocetta lascia trapelare tutta la sua amarezza: «Questo non è un caso giuridico, non c’entra nulla il giustizialismo. Nessuno aveva discusso del processo Dell’Utri. Nessuno ha fatto obiezioni sulla persona Miccichè, non capisco che motivo aveva di citare Dell’Utri. In fondo il caso Miccichè l’ha creato Miccichè medesimo, ha fatto tutto da solo. Credo che occorra fare chiarezza su una questione che è primariamente culturale ed etica. Non si possono ringraziare condannati per mafia o personaggi indagati per mafia. Per molto meno, per una frase inopportuna, il presidente Letta ha spostato il sottosegretario Biancofiore da un settore ad un altro, credo debba intervenire con urgenza sul caso Miccichè».

Lei è molto critico sullo squilibrio a favore del centrodestra di ministri e sottosegretari siciliani.
«Squilibrio è un eufemismo, la Sicilia è stata penalizzata, sottovalutata, direi mortificata. È pensabile che su 4 sottosegretari isolani solo uno sia del centrosinistra? Quale messaggio si manda agli elettori, già disorientati del centrosinistra, che questa tornerà ad essere una terra del centrodestra? Per la prima volta nella storia in Sicilia sconfiggiamo alla regionali la destra e nessuno pensa a valorizzare questa vittoria. È incredibile. Nessuno mi ha chiamato. E non mi riferisco solo al nuovo governo, ma soprattutto al mio partito, il Pd».

Il Pd vive uno dei momenti più difficili della sua storia…
«Allo stato attuale è un partito senza una guida, ma le correnti pesano. Basta guardare alle scelte di ministri e sottosegretari di altre regioni d’Italia».

Presidente, proprio in queste ore vi è che imputa a lei, la debolezza del Pd in Sicilia. Cosa risponde?
«Sono critiche infondate. Io sono un esponente del Pd, che ha portato alla vittoria il partito ed il centrosinistra alla Regione Sicilia. In molti hanno parlato e parlano di modello Sicilia, si vede che nel mio partito questo successo non piace a tutti. Da quando è in campo il Megafono, è cresciuto tutto il centrosinistra ed anche il Pd. La nascita del Megafono l’ha voluta, giustamente Bersani, per rafforzare la coalizione, che in Sicilia è stata storicamente in minoranza. Ho lavorato con lealtà ed in sinergia con Bersani ed il Partito democratico, non consentirò a nessuno di manipolare la verità. Continuerò ad impegnarmi in questo partito per farlo uscire dalle difficoltà enormi nelle quali si trova. Sa cosa invece è paradossale? Che nel mio partito non mi coinvolgano nelle scelte della linea direttiva nazionale».

È per un reggente od un segretario con pieni poteri?
«In attesa che si celebri il congresso vi è solo una soluzione possibile, che Bersani ritiri le sue dimissioni. Può ancora farlo, per il bene del partito, del governo e dell’Italia. Bersani è un uomo che ha compreso ed incoraggiato il cambiamento avvenuto in Sicilia, è equilibrato e coraggioso. In pochi lo dicono, ma se abbiamo avuto la rielezione di un presidente della Repubblica di alto profilo quale Napolitano è merito anche di Bersani».

Qual è il suo giudizio sul governo Letta?
«Enrico Letta è una persona preparata, seria, è per cultura attento ai ceti deboli, ha idee razionali per il rilancio dell’economia. Ma la formazione del governo ha diversi punti deboli. Già l’elettorato soffre l’alleanza necessaria con il Pdl, se poi, come in Sicilia, invece di valorizzare il cambiamento lo mortifichi, parti con il piede sbagliato. Provi ad immaginare gli elettori di centrosinistra che sentono le frasi di Miccichè? Una delusione profonda, indicibile. Sul piano culturale e non solo politico, dobbiamo tenere dritta la barra del timone dell’etica e della legalità. Se non ci opponiamo a quei messaggi è finita. Io sono in prima linea nella lotta alla mafia, rischio la vita, non posso accettare messaggi sbagliati. Su questo dico a Letta: intervieni».

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fonte unita.it

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«Dell’Aquila non frega niente a nessuno» Il sindaco fa rimuovere il tricolore dalla città

tvuno l'aquila tvuno l’aquila

Pubblicato in data 06/mag/2013

TVUNO L’AQUILA – http://www.tvunoaq.tv
Il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, rimette la fascia tricolore nelle mani del presidente della Repubblica. “Che venga lo Stato a parlare con gli aquilani disperati per la mancanza di fondi per la ricostruzione – ha detto il primo cittadino – la burocrazia sta ammazzando la città.

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http://www.ansa.it/webimages/news_430/2012/3/23/27811533a30c34c3d4033c662fe119c1.jpg
Cantieri fermi all’Aquila – fonte immagine ansa.it

LETTERA AL CAPO DELLO STATO E AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

«Dell’Aquila non frega niente a nessuno»
Il sindaco fa rimuovere il tricolore dalla città

Il primo cittadino Cialente: «Se entro quindici giorni non arriveranno i fondi per la ricostruzione me ne andrò»

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di Nicola Catenaro

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Massimo Cialente (Ansa/Lattanzio)Massimo Cialente (Ansa/Lattanzio)
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L’AQUILA – «Qui stiamo letteralmente crepando ma dell’Aquila non frega niente a nessuno». Parole del sindaco, Massimo Cialente, il quale lunedì ha annunciato di voler rispedire la fascia da primo cittadino al presidente della Repubblica e di aver ordinato a una squadra di operai dell’ente di rimuovere le bandiere tricolori da tutti gli edifici del Comune. Scuole comprese. Perché, ha detto nel corso di una conferenza stampa, lo Stato ha abbandonato L’Aquila.

LE FRASI DEL SINDACO - Uno «Stato assolutamente insensibile, privo di solidarietà e del senso stesso dell’emergenza che stiamo vivendo, una disperazione che non finisce mai». Parole dure, come quelle messe nero su bianco nella lettera che lo stesso Cialente, con il sostegno dell’intera giunta, ha inviato al Capo dello Stato, al presidente del consiglio Enrico Letta e ai ministri interessati. «Sono quattro anni che la ricostruzione non parte – scrive il sindaco dell’Aquila- , quattro anni che la città, uno dei centri storici più importanti d’Italia, è deserta, distrutta. Muta testimonianza dell’inefficienza del sistema Paese. Dopo la vergognosa parentesi del commissariamento, finalmente, con la legge cosiddetta Barca, gli strumenti per la ricostruzione sono passati ai Comuni». Un segnale importante, secondo Cialente, da cui si è ripartiti con maggiore determinazione. «Ci siamo dati da fare – prosegue il sindaco nella sua nota -, abbiamo cercato, nonostante le mille difficoltà, di avviare a definizione migliaia di progetti, perché l’imperativo fosse ridare una casa ad oltre quarantamila sfollati e restituire il centro storico alla sua vita. Alla sua dignità». Le speranze di ripartire si scontrano presto con un’altra realtà. «Dal mese di ottobre – si legge ancora nella lettera – sono finiti i soldi. Dal mese di ottobre i cantieri che erano aperti hanno dovuto sospendere i lavori ed oltre duemila progetti, pari ad oltre 300 grandi condomini e 60 aggregati, aspettano solo il finanziamento per poter riprendere l’attività di ricostruzione. Dietro a questi numeri vi sono migliaia di famiglie che attendono».

FONDI - Un’attesa che logora le speranze dei cittadini aquilani. I quali, fino a qualche tempo fa, speravano di poter ottenere i 985 milioni di euro previsti dalla delibera CIPE numero 135 del dicembre 2012. Ma questi soldi, ad oggi, ancora non arrivano. «Siamo stufi di andare col cappello in mano a pietire i nostri diritti – ha detto nel suo sfogo il primo cittadino dell’Aquila -. Se entro quindici giorni non arriveranno i fondi per la ricostruzione attesi da dicembre, me ne andrò. All’Aquila vengano Napolitano, Letta e sottosegretari a parlare con la gente, noi non ce la facciamo più». Cialente è un fiume in piena: «Vogliamo sapere se L’Aquila è concretamente una questione nazionale. In città c’é un clima di rabbia e disperazione che il prefetto e il questore, cioè la rappresentanza dello Stato nel nostro territorio, non hanno assolutamente capito». Proprio in relazione allo stato d’animo dei cittadini, il sindaco ha denunciato di aver recentemente subito un’aggressione: un gruppo di disoccupati senza casa lo ha affrontato con rabbia chiedendo spiegazioni dei ritardi.

6 maggio 2013 | 20:22

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fonte corriere.it

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