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Italiani? Ma quale brava gente…

Brava gente

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Edward Kojo Akanor è un ghanese di 67 anni che abita a Verona e nonostante due infarti e un ictus continua a lavorare all’aeroporto di Villafranca fino all’ultimo giorno di vita per mandare soldi in Africa, dove sono rimaste la moglie paralitica e la figlia Matilda. Il 25 aprile il signor Edward muore e la famiglia di commercianti veronesi per i quali negli ultimi anni è stato anche più di un parente gli organizza i funerali: il 26 maggio, così da dar tempo alla figlia di ottenere il visto. Matilda si presenta alla nostra ambasciata di Accra con i timbri in regola, eppure le rispondono che manca un requisito essenziale: non è abbastanza ricca per andare ai funerali di suo padre. La giovane donna trasecola: in Ghana ho un lavoro, dice. Sì, ma lo stipendio è basso, replica il funzionario, chi ci garantisce che, scaduto il visto, lei non rimanga a Verona? Il fatto che qui ho una mamma paralitica di cui nessun altro si può occupare, insiste lei, e ciascuno avvertirà l’umiliazione di questo dialogo.

Fra le tante caselle che ogni burocrate è chiamato a sbarrare sui documenti, quella del buonsenso non c’è. Andrebbe aggiunta a mano, ma per farlo servono coraggio e un po’ di umanità, e non tutti ne sono provvisti. Perciò la famiglia italiana che si è accollata le spese della trasferta di Matilda ha scritto all’ambasciatore in persona, «pregandolo umilmente» di intervenire. I funerali sono domani e voglio ancora credere nel miracolo. Altrimenti la prossima volta che sentirò qualcuno dire «italiani brava gente» dal cuore mi uscirà una dolentissima pernacchia.

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fonte lastampa.it

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Usa, sermone choc:«Chiudiamo i gay in un recinto e lasciamoli morire»


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Carolina del Nord

Usa, sermone choc:«Chiudiamo i gay in un recinto e lasciamoli morire»

Il pastore battista: «Senza riprodursi si estingueranno». Il video finisce in rete e provoca proteste e manifestazioni

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Il pastore Charles Worley Il pastore Charles Worley

MILANO – Un pastore battista americano provoca reazioni indignate su internet dopo che è apparsa in rete la sua proposta di rinchiudere gli omosessuali in recinti elettrificati come il bestiame e di tenerceli fino alla morte. Il reverendo Charles Worley ha lanciato la sua farneticante proposta il 13 maggio scorso nella chiesa battista di Maiden, una piccola città della Carolina del Nord, lo stato che questo mese ha vietato con un referendum i matrimoni gay.

MORIRANNO TUTTI - Parlando ai fedeli, Worley ha detto: «Costruiamo un grande recinto…mettiamoci dentro tutte le lesbiche e lanciamo dall’alto il cibo. Facciamo lo stesso anche con i gay ma assicuriamoci che le recinzioni siano elettrificate in modo che non possano uscire… dopo pochi anni moriranno, non potendosi riprodurre».

SDEGNO SUL WEB – Il sermone è stato ripreso e il video postato su Youtube, dove ha creato un’ondata di sdegno. Una associazione locale che si batte contro la discriminazione degli omosessuali ha invitato attraverso i social network la popolazione a partecipare ad una manifestazione di protesta, domenica prossima, davanti alla chiesa. «Dobbiamo riempire di gente la strada davanti alla chiesa per dire al mondo che l’odio non è benvenuto nella nostra comunità», si legge in un messaggio postato su Facebook dai «Cittadini della valle di Catawba contro l’odio».

CONTRO OBAMA – Il pastore, che ha ignorato le proteste, ha anche dichiarato che non voterebbe mai per un «assassino di bambini e un amante degli omosessuali», un implicito riferimento al presidente Barack Obama, sostenitore della libertà di aborto e dei matrimoni gay.

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fonte corriere.it

TRIESTE – Ucraina suicida in commissariato: il vicequestore (dalle tendenze ‘fasciste’) indagato per omicidio colposo e sequestro di persona

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TRIESTE

Suicidio in commissariato
vicequestore “fascista” in congedo

Il questore di Trieste Giuseppe Padulano: “Sconvolto per il suicidio di Alina, questa non è la questura degli orrori. Se ci sono profili di illegittimità nella nostra azione ce ne prenderemo la responsabilità”

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di Cinzia Gubbini

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«Se ci sono profili di illegittimità nella nostra azione, ce ne prenderemo la responsabilità. Ma non si dica che questa è la questura degli orrori, perché non è vero. E lo dimostrano gli attestati di stima che stiamo ricevendo in queste ore difficili». Giuseppe Padulano, questore di Trieste, con una lunga esperienza «sul campo» – è stato dirigente tra le altre cose della squadra mobile della stessa città e della polizia di frontiera – non si tira indietro di fronte alle domande sullo scandalo sollevato dall’inchiesta che vede coinvolto il dirigente dell’ufficio immigrazione, Carlo Baffi, indagato per sequestro di persona e omicidio colposo. Una ragazza ucraina, Bonar Diachuk, si è suicidata il 16 aprile scorso nei locali del commissariato di villa Opicina.

Ne è scaturita un’indagine, condotta dal pm Massimo De Bortoli, che lascia intravedere una pratica sistematica di detenzioni illegali all’interno del commissariato, e un profilo del vicequestore Baffi a dir poco inquietante. A casa sua sono stati trovati vari testi antisemiti, dal classico Mein Kampf a «Come riconoscere un ebreo». Curiosità intellettuale? O, come ha detto l’Associazione nazionale dei funzionari di polizia, una normale libreria per chi ha lavorato nella Digos? Sarà, ma Baffi li leggeva all’ombra del busto e dei poster del Duce che sfoggiava come arredo. E si fosse limitato a farlo in privato. Il fermacarte del suo ufficio pare fosse un oggettino per amatori – sempre il Duce – ed è stata trovata una targa con su scritto «ufficio epurazione», invece di ufficio immigrazione. Nessuno l’ha mai vista? «Ma figurarsi se era appesa – dice il questore – posso assicurare che è stata trovata ben chiusa in un cassetto». E di Baffi, nessuno conosceva queste sue simpatie, forse non adatte a chi dirige un ufficio così delicato come quello dell’immigrazione? «I profili che sono emersi saranno oggetto di una attenta analisi interna», assicura il questore.

Il vicequestore indagato al momento «è in congedo», e a dirigere l’ufficio è stato mandato il capo di gabinetto di Padulano. Come dire, un uomo di fiducia in un momento difficile perché, come si può immaginare, la vicenda ha scatenato un putiferio. Al di là del «personaggio» Baffi, il suicidio della ragazza ucraina sta portando alla luce un altro lato «oscuro» del commissariato. Alina aveva patteggiato una pena il 13 aprile, ed era stata scarcerata il 14, un sabato. Il suo avvocato le aveva spiegato che sarebbe stata lasciata libera anche se avrebbe ricevuto un decreto di espulsione perché nel fine settimana non ci sono i tempi tecnici per la sentenza del giudice di pace e il decreto prefettizio. Invece la ragazza è stata prelevata da una volante della polizia, portata in commissariato, e lì rinchiusa in attesa del lunedì. Uno zelo non richiesto, lesivo della libertà personale poiché per essere detenuti è necessario un vaglio giurisdizionale. Ora all’esame della Procura ci sono i fascicoli di altri 49 immigrati trattenuti negli ultimi sei mesi a villa Opicina. «Lavoriamo con grande fatica, abbiamo a che fare con leggi complicatissime sull’immigrazione, cerchiamo di fare del nostro meglio. E chi a Trieste lavora al fianco degli immigrati lo sa – si difende Padulano – ci siamo mossi sempre rispettando la dignità di tutti. Anche nel caso, molto complesso, della ragazza che si è suicidata. È la cosa che mi colpisce di più come persona. Se ci sono profili di illegittimità nel nostro comportamento, ci prenderemo la responsabilità. Ora vogliamo solo collaborare con la Procura. Sono sicuro che riusciremo a chiarire tutto».

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fonte ilmanifesto.it

Sulla ‘questione’ Palestina, il ‘torto marcio’ di Israele; di Paolo Barnard


scritta su un muro a Hebron – fonte immagine

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[Palestina & Israele]

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TORTO MARCIO

presentazione

Ho dedicato anni del mio lavoro alla questione israelo-palestinese. Ho viaggiato in quelle terre, ho studiato molto, e sono arrivato a una conclusione, o meglio, a un giudizio storico. Premetto che un giudizio storico non dialoga con i singoli accadimenti, coi numeri e con le statistiche, ma solo con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia. Ebbene, la mia conclusione è che in Palestina la componente ebraico-sionista abbia torto marcio. Un torto orrendo, persino paradossale. Infatti Israele nacque sull’uso del terrore su larga scala, dei massacri di palestinesi, della loro spoliazione, umiliazione e vessazione oltre ogni umana decenza, sul sotterfugio e sulla menzogna. E non sto parlando degli avvenimenti contemporanei, ma di fatti accaduti 60, 80 anni fa. Il destino della parte araba era segnato, e fu segnato quarant’anni prima dell’Olocausto nazista: già ai primi del novecento infatti i palestinesi erano considerati dai padri del sionismo, e futuri fondatori di Israele, una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo. Il piano di pulizia etnica dei palestinesi prese vita alla fine del XIX secolo e non ha mai trovato soluzione di continuità fino ad oggi, e oggi come allora viene condotto dalla parte ebraica con una crudeltà senza limiti. L’immane tragedia dello sterminio ebraico nell’Europa di Hitler diede solo un impuso a quel piano, lo rafforzò, ma non lo partorì.
Va compreso da chiunque desideri capire l’intrattabilità odierna del conflitto israelo-palestinese, che i torti più macroscopici furono inflitti dalla parte sionista ai danni della popolazione araba di Palestina negli anni che vanno dagli albori del ‘900 ai primi anni ’50. I ‘giochi’ si fecero allora. Tutto quello che è accaduto in seguito, sono solo violente contrazioni e reazioni da entrambe le parti (col primato della violenza senza dubbio in mano ebraica) in seguito a quel cinquantennio di orrori e di grottesche ingiustizie patite dai palestinesi nella loro terra, perpetrati con la piena e criminosa collusione degli Stati Uniti e dell’Europa, ciechi sostenitori di Israele allora come oggi. Solo guardando il terrorismo palestinese con questa ottica si comprende come esso sia la reazione convulsa e disperata di un popolo seviziato oltre ogni possibile immaginazione da quasi un secolo, e non una peculiare barbarie islamica. E con la medesima ottica si comprende la follia ingiustificabile del piano sionista odierno, e la sua implacabile ingiustizia.

Ci sono le prove, nero su bianco, di quanto ho appena affermato, e tutte da fonte ebraica autorevole, fra cui le ammissioni e gli scritti degli stessi padri fondatori di Israele.
Solo chi ha l’onestà intellettuale di voler leggere quelle prove può oggi comprendere perché Israele non ha e non può avere un diritto giuridico e morale di esistere, ma solo un diritto di fatto. Nessuno Stato può pretendere di essere legittimato dalla comunità internazionale dopo essersi edificato sulle più abominevoli violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, su fiumi di sangue di innocenti, su una pianificazione perfida e razzista. Oggi Israele c’è, e non lo si può certo sopprimere come Stato. Il suo unico diritto di esistere si fonda su questo pragmatismo, e naturalmente sul diritto di esistere degli israeliani che lo abitano. In ciò, esso condivide la medesima problematica con gli Stati Uniti, nati sul genocidio dei nativi ma pragamaticamente ormai legittimati ad esistere.

Che i sopraccitati concetti lascino sconvolto e scandalizzato pressoché chiunque li legga, è solo dovuto al fatto che sulla vicenda israelo-palestinese la storiografia occidentale e i media ad essa asservita ci hanno raccontato sempre e solo menzogne, una colossale e incredibile mole di menzogne, talmente reiterate da divenire realtà per chiunque. Questa mia non è l’ennesima speculazione delirante su chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone, né una fantasticheria negazionista. Quanto vado affermando è frutto, lo ripeto, di una autorevolissima ricerca storiografica con al suo attivo nomi di enorme prestigio accademico, e quasi tutti di origine ebraica.

Pochi sono i casi nella narrazione delle vicende umane in cui, in seguito a un approfondimento moralmente onesto dei fatti, si viene a scoprire una realtà indicibilmente diversa da quella comunemente acquisita. Il conflitto israelo-palestinese è forse il caso più scioccante.

Vi propongo di seguito alcune tracce per cominciare a orientarsi. Potete leggere le parti che riguardano Israele nel mio “Perché ci Odiano” (Rizzoli BUR 2006), e la cronologia degli eventi di quel conflitto al termine del libro. Vi troverete un’ampia panoramica, sia storica che dei fatti meno noti e più sconcertanti, con una rigorosa documentazione al seguito. Poi, sempre nell’ambito della revisione storica degli eventi fondamentali del passato, ritengo imprescindibile il lavoro dello storico ebreo israeliano Ilan Pappe, e la lettura del suo “La Pulizia Etnica della Palestina” (Fazi Editore 2008). E ancora due libri fondamentali, fra le migliaia: “Pity The Nation” di Robert Fisk (Oxford University Press, 1990), che partendo dalla tragedia del Libano ci svela cose agghiaccianti del passato di Israele, e “Palestine and Israel” di David Mc Dowell (I.B. Tauris & Co. Ltd Publishers, London 1989), altra mole di dettagli e fatti taciuti e sepolti dalla storiografia ufficiale.

La letteratura disponibile in questa materia è sterminata, per cui mi limito qui a segnalarvi alcuni fra i più veritieri e coraggiosi autori che potrete cercare facilmente in Rete. Fra gli autori stranieri: Prof. Noam Chomsky, Prof. Norman Finkelstein, Tariq Ali, Uri Avnery, Akiva Orr, Prof. Adel Safty, Prof. Edward Said, Prof. Ur Shlonsky, Prof. Edward Herman, John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, Shraga Elam, Tanya Reinhart, Amira Hass, Prof. Avi Shlaim, Oren Ben-Dor, Gideon Spiro, Prof. Francis A. Boyle, Meron Benvenisti, John Pilger, Gideon Levy…
Per quanto riguarda gli autori italiani e i siti meglio informati, vi lascio al contatto con l’eccezionale ed enciclopedico Andrea Del Grosso e al suo www.hawiyya.org. Lì c’è tutto (e più di tutto) quello che deve essere saputo sul conflitto israelo-palestinese, con l’impareggiabile pregio di essere narrato e curato dallo studioso più vicino all’imparzialità che io abbia mai conosciuto in Italia.
Poi ci sono i siti stranieri, ancora un oceano di scelte, fra cui raccomando: http://www.zmag.org/znet, http://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il, http://rhr.israel.net, http://otherisrael.home.igc.org.

Infine vi lascio a una breve selezione di articoli e documenti dal mio archivio.
Articoli in ordine: 1) Ottimo CounterPunch sulle lobby ebraiche negli USA 2) Considerazioni da un ex insider americano sulla vicenda di Mordechai Vanunu e sul pericolo nucleare israeliano 3) Due righe di Gianluca Bifolchi su Furio Colombo e sulla sua love story con Israele 4) & 4 bis) Due interessantissime ricostruzioni di come Israele abbia creato Hamas e ne abbia poi perso il controllo 5) Impareggiabile testimonianza dell’ex partigiano d’Israele e storico Akiva Orr su come Tel Aviv si sia armata con l’atomica sotto il naso di tutto il mondo 6) Un mio editoriale apparso sul Manifesto durante la sanguinaria invasione del Libano da parte di Israele nel luglio del 2006.
Documenti in ordine: 1) Ottima sintesi storica delle origini del conflitto in Palestina/Israele, e altri contributi alla comprensione del conflitto, pubblicata da Jews for Justice in the Middle East (aggiornata al 2002, ma utile per il retroterra) 2) Interessantissimo punto di vista dall’interno dell’esercito USA sul problema nucleare Iran-Israele, redatto dal Strategic Studies Institute, U.S. Army War College 3) Una diversa sintesi storica del conflitto israelo-palestinese raccontata dal celeberrimo Uri Avnery, uno dei maggiori e più coraggiosi testimoni ebrei israeliani ancora viventi di tutta l’epopea di quelle terre dal 1948 a oggi 4) Un eccezionale documento originale del 1949: la notoria Legge sulle Proprietà degli Assenti che preparerà il terreno all’immane furto delle terre arabe sottratte dalla neonata Israele ai palestinesi fuggiti dalle loro case di fronte all’infuriare della guerra del 1948, ma soprattutto a causa della campagna di pulizia etnica condotta dai gruppi terroristici ebraici di allora 5) Infine, una mia lettara polemica a un gruppo italiano pro-Palestina che mi invitava a presenziare l’ennesimo convegno sul conflitto. Leggetela per comprendere come, tristemente, anche in questo caso in Italia chi si fregia del titolo di ‘attivista’ mira a soddisfare innanzi tutto il proprio ego, e poi solo in secondo luogo e con estremo lassismo considera l’efficacia di ciò che fa, per non parlare del destino di coloro che vorrebbe ‘salvare’. La lettera contiene la mia proposta concreta per un attivismo efficace a favore della fine del conflitto in Palestina.

Ciò che sta accadendo da ormai 100 anni in quelle terre, è non solo una spaventosa tragedia di ingiustizia e di complicità internazionale nel perpetrarla, ma è anche la causa diretta della peggior minaccia alla pace dopo la fine della Guerra Fredda. La verità sulla genesi di quel conflitto va raccontata alle opinioni pubbliche fino in fondo, costi quel che costi, e giustizia va fatta, costi quel che costi. Tradotto: Israele ha torto marcio, e dovrà lavorare decenni per riparare all’orrendo misfatto della sua condotta in Palestina. Questo, per il bene dei palestinesi e degli israeliani in pari misura, perché senza giustizia, laggiù, nessuno avrà mai la pace. Che significa vita.

-CounterPunch sulle Lobbies israeliane (Pdf)
-Daniel Ellsberg su Vanunu (Pdf)
-Furio Colombo e Israele
-La nascita di Hamas 1
-La nascita di Hamas 2
-La nascita dell’atomica in Israele
-Editoriale Barnard sul Manifesto 2006
-Le origini del conflitto israelo-palestinese (Pdf)
-Studio del Pentagono sul nucleare in Iran (Pdf)
-Uri Avnery sulla storia del conflitto in Palestina (Pdf)
-La legge sulle proprietà degli assenti, 1949 (Pdf)
-Lettera e proposte di Barnard per un attivismo efficace sul conflitto
-Neonazismo in Palestina
-ECCO QUELLO CHE IL 99% DEI CITTADINI COMUNI SA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE
-IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI
-UN DETTAGLIO, MA NON DA POCO
-YEHOSHUA: UN INSULTO A SEI MILIONI DI MARTIRI
-IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI: BARNARD e OSTELLINO
-Uno strumento per la Palestina: facile, pronto, usatelo
-LA VERGOGNA DEI NEGAZIONISTI ACCETTABILI
-La pietà  non selettiva. Una lezione da Bergen Belsen
-Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema: tappeto rosso al nazismo sionista a Gaza
-Cosa penso io, antisionista e critico dei crimini d’Israele, dell’Olocausto
-Israle ammazza civili per politica

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fonte

Girato su un barcone, accusa l’Italia. Nel film documentario «Mare chiuso» ecco le storie dei profughi fatti tornare indietro

Le testimonianze di eritrei, etiopi e somali raccolte da Andrea Segre e Stefano Liberti

In un video con il telefonino i migranti portati a Gheddafi

Girato su un barcone, accusa l’Italia. Nel film documentario «Mare chiuso» ecco le storie dei profughi fatti tornare indietro

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«Ci state gettando nelle mani degli assassini… Dei mangiatori di uomini…». Così gli eritrei fermati su un barcone supplicarono i militari italiani che li stavano riconsegnando ai soldati di Gheddafi. Avevano diritto all’asilo, quegli eritrei: furono respinti prima di poterlo dimostrare. C’è un video, di quell’operazione. Girato con un telefonino. Un video che conferma le accuse che due settimane fa hanno portato la Corte dei diritti umani di Strasburgo a condannare l’Italia.

Quel video, miracolosamente sottratto alle perquisizioni dei gendarmi italiani e libici, messo in salvo e gelosamente custodito per due anni nella speranza che un giorno potesse servire, è oggi il cuore di un film documentario che uscirà domani. Si intitola «Mare chiuso», è stato girato da Stefano Liberti e Andrea Segre e racconta la storia di un gruppo di profughi, in gran parte eritrei e cristiani, in fuga dalla guerra che da troppo tempo si quieta e riesplode sconvolgendo la regione.
«Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia», raccontano gli autori. Lo scoppio della rivolta contro il tiranno libico, nel marzo 2011, cambiò tutto. Migliaia di poveretti rinchiusi nei famigerati campi di detenzione di Zliten o Tweisha o nella galera di Khasr El Bashir riuscirono a scappare. E tra questi «anche profughi etiopi, eritrei e somali vittime dei respingimenti italiani che raggiunsero in qualche modo il campo Unhcr delle Nazioni Unite per i rifugiati a Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati».

L’atto di accusa contro l’Italia per avere violato le regole del diritto d’asilo è una conferma della sentenza della Corte di Strasburgo. Il processo, come noto, aveva un punto di partenza preciso: il 6 maggio 2009 a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le nostre autorità intercettarono una nave con circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea tra cui bambini e donne incinte. Tutti caricati su navi italiane e riaccompagnati a Tripoli «senza essere prima identificati, ascoltati né informati preventivamente sulla loro effettiva destinazione».
Le regole, come inutilmente tentarono allora di ricordare l’alto commissariato Onu per i rifugiati, le organizzazioni umanitarie, molti uomini di chiesa e diversi giornali tra i quali Avvenire e il Corriere , erano infatti chiarissime. La Convenzione di Ginevra del 1951 dice che ha diritto all’asilo chi scappa per il «giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche». E l’articolo 10 della Costituzione conferma: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo».

Non bastasse, il direttore del Sisde Mario Mori, al comitato parlamentare di controllo, aveva chiarito com’erano trattati i profughi in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…». Oppure, stando alla denuncia dell’Osservatorio sulle vittime delle migrazioni «Fortress europe», venivano abbandonati a migliaia in mezzo al deserto del Sahara. Per non dire della sorte riservata alle prigioniere. Spiegò un comunicato del servizio informazione della Chiesa: «Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l’85% delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate». L’Osservatore Romano ribadì: «Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi è nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno».

Il film documentario di Liberti e Segre, attraverso testimonianze da far accapponare la pelle, ricostruisce appunto come il destino di tanti uomini, donne, bambini fu segnato dalla violazione di tutti i diritti di cui dovevano godere. Basta mettere a confronto le parole di tre protagonisti di questa storia.
Muammar Gheddafi: «Gli africani non hanno diritto all’asilo politico. Dicono solo bugie e menzogne. Questa gente vive nelle foreste, o nel deserto, e non hanno problemi politici». Silvio Berlusconi: «Abbiamo consegnato delle imbarcazioni al fine di riportare i migranti in territorio libico, dove possano facilmente adire l’agenzia delle Nazioni Unite per mostrare le loro situazioni personali e chiedere quindi il diritto di asilo in Italia». Un anziano somalo filmato in un campo profughi: «Era domenica quando ci hanno riportato a Tripoli. I libici ci hanno portati via con dei camion container e poi nel carcere di Khasr El Bashir. Ci hanno bastonato. Ci hanno picchiati. Ci hanno rinchiusi».
Una testimonianza confermata da Omer Ibrahim e Shishay Tesfay e Abdirahman e tanti altri. Del resto Laura Boldrini, la portavoce, ricorda che l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati aveva denunciato l’impossibilità di svolgere laggiù, in Libia, sotto il tallone di un tiranno come Gheddafi che non riconosceva la convenzione di Ginevra, quell’attività prevista dagli accordi: «Non avevamo neppure accesso ai campi di detenzione. A un certo punto ci chiusero, dicendo che non avevamo le carte in regola. Per poi riaprire col permesso di trattare solo le pratiche vecchie».

Ma è la storia di Semere Kahsay, uno dei giovani che stava su uno di quei barconi, il filo conduttore del film. Eritreo, cristiano, in fuga dalla guerra, con tutte le carte in regola per godere del diritto d’asilo, nell’aprile 2009 riuscì a caricare la moglie incinta, un paio di settimane prima del parto, su un barcone per Lampedusa. Poi, messi insieme ancora un po’ di soldi lavorando in Libia, si imbarcò per raggiungere la moglie e la figlioletta nata in Italia. Un viaggio infernale. Il barcone troppo carico. L’avaria. La fine della scorta di acqua. La paura. L’arrivo di un elicottero italiano. L’apparizione di una motovedetta: «Eravamo felici. Felici». Poi la delusione. L’irrigidimento dei militari. Il ritorno a Tripoli. Il sequestro di documenti. La riconsegna ai libici. Il tentativo disperato e inutile di spiegare il suo diritto all’asilo. La prigionia. La guerra. La fuga verso la Tunisia. I nuovi tentativi per ottenere lo status di rifugiato.
Semere l’ha avuto infine, quell’asilo che gli spettava e che secondo il Cavaliere avrebbe potuto «facilmente» avere in Libia andando all’apposito ufficio. Dopo due anni e mezzo d’inferno. E solo grazie alla guerra civile libica, alla fine di Gheddafi e all’aiuto per sbrigare le pratiche che gli hanno dato gli autori di Mare chiuso . Che l’hanno seguito passo passo fino al suo arrivo, agognato, in Italia. Dove ha potuto infine ritrovare la moglie, vedere quella figlioletta mai conosciuta e regalarle, in lacrime, un chupa-chups.

14 marzo 2012 | 13:19

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fonte articolo

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E NOI ITALIANI SAPEVAMO…

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico

Guarda il documentario “Come un uomo sulla Terra”

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http://fortresseurope.blogspot.com       di Gabriele Del Grande

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SEBHA – “Con noi c’era un bambino di quattro anni con la madre, durante tutto il viaggio mi sono domandato: come si può mandare una madre con un bambino di quattro anni insieme ad altre cento persone stipate come animali in un camion come quelli per la frutta, dove non c’è aria e dove stavamo stretti stretti, senza spazio per muoversi, per 21 ore di viaggio, dove le persone urinavano e defecavano davanti a tutti perché non c’era altra possibilità? Abbiamo viaggiato dalle 16:00 alle 13:00 del giorno dopo. Durante il giorno ogni volta che l’autista faceva una sosta per mangiare noi rimanevamo chiusi dentro il rimorchio sotto il sole. Mancava l’aria e tutti si alzavano in preda al panico perché non si respirava e volevamo scendere. Guardare il bambino ci faceva coraggio. Quando il camion si fermava lo prendevamo e lo mettevamo vicino al finestrino. Si chiamava Adam. Il camion si è fermato almeno tre volte nel deserto per far mangiare gli autisti e per la preghiera… Verso l’una siamo arrivati a Kufrah… Quando sono sceso ho rubato il burro con il pane che tenevano appeso fuori dal container. Non avevamo mangiato per tutto il viaggio, eravamo 110 persone, compreso Adam di quattro anni e sua madre”

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Menghistu non è l’unico a essere stato chiuso dentro un container e deportato. In Libia è la prassi. I container servono a smistare nei vari campi di detenzione i migranti arrestati sulle rotte per Lampedusa. Ne esistono di tre tipi. Il più piccolo è un pick-up furgonato. Quello medio è l’equivalente di un camioncino. E quello più grande è un vero e proprio container, blu, con tre feritoie per lato, trainato da un auto rimorchio. Quando un rifugiato eritreo, nella primavera del 2006, me ne parlò per la prima volta, stentai a crederlo. L’immagine di centinaia di uomini, donne e bambini rinchiusi dentro una scatola di ferro per essere concentrati in dei campi di detenzione e da lì deportati, mi rievocava i fantasmi della seconda guerra mondiale. Mi sembrava troppo. Ma la figura del container ritornava, come un marchio di autenticità, in tutte le storie di rifugiati transitati dalla Libia che avevo intervistato dopo di lui. Finché quei camion ho avuto modo di vederli con i miei occhi.

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A Sebha ce n’è uno per ogni tipo. Siamo alle porte del grande deserto libico, nella capitale della storica regione del Fezzan. Da qui, fino al secolo scorso passavano le carovane che attraversavano il Sahara. Oggi alle carovane si sono sostituiti gli immigrati. Il colonnello Zarruq è il direttore del nuovo centro di detenzione della città. È stato inaugurato lo scorso 20 agosto. I tre capannoni si intravedono oltre il muro di cinta. Ognuno ha quattro camerate, in tutto il centro possono essere detenute fino a 1.000 persone. Nel parcheggio sterrato, è parcheggiato un camion con uno dei container utilizzati per lo smistamento degli immigrati detenuti. Con una pacca sulle spalle, il direttore mi invita a salire sulla motrice. Un Iveco Trakker 420, a sei ruote. Mi indica il tachimetro: 41.377 km. Nuovo di pacca. È rientrato ieri sera da Qatrun, a quattro ore di deserto da qui. A bordo c’erano 100 prigionieri, arrestati alla frontiera con il Niger. Entriamo nel container, dalle scale posteriori. L’ambiente è claustrofobico anche senza nessuno. Difficile immaginarsi cosa possa diventare con 100 o 200 persone ammassate una sull’altra in questa scatola di ferro. I raggi del sole filtrati dalla polvere illuminano le taniche di plastica vuote, a terra, sotto le panche di ferro. Su una c’è scritto Gambia.

 

L’acqua è il bagaglio essenziale per i migranti che attraversano il deserto. Ognuno prima di partire si porta dietro una o due taniche. Le riveste di juta per proteggerle dal sole e ci scrive su il proprio nome per riconoscerle una volta appese ai lati dei camion. Nelle traversate del Sahara la vita è appesa a un filo. Se il motore va in panne, se il camion si insabbia, o l’autista decide di abbandonare i passeggeri, è finita. Nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro che sabbia. Muoiono a decine ogni mese, ma le notizie filtrano difficilmente. Sulla stampa internazionale abbiamo censito almeno 1.621 vittime in tutto il Sahara. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, ogni viaggio conta i suoi morti. E ogni viaggio conta i suoi attacchi da parte di bande armate in Niger e Algeria.

Tra i cento migranti arrivati a Sebha nel container di ieri c’è anche una famiglia di Sikasso, in Mali. Padre, madre e bambino. Arrestati tre giorni prima, a Ghat, alla frontiera con l’Algeria. Li incontriamo nell’ufficio del direttore. Il piccolino ha otto anni, faceva la terza elementare. Il padre lo stringe affettuosamente tra le forti braccia, mentre racconta in arabo, al nostro interprete, che lui in Europa non ci voleva andare. Che era venuto a Sebha perché aveva già lavorato qui nel 2002, con una compagnia tedesca. Hanno con sé i passaporti, ma senza il visto libico. Nel campo sono chiusi in celle separate. Il bimbo sta con la madre. I loro nomi compaiono sulle liste dei prossimi aerei pronti a partire. Nei primi undici mesi dell’anno, soltanto da Sebha, hanno deportato più di 9.000 persone, soprattutto nigeriani, maliani, nigerini, ghanesi, senegalesi e burkinabé. Solo a novembre i rimpatri sono stati 1.120. Zarruq mi mostra l’elenco dei voli: 467 nigeriani deportati il 2 settembre, 420 maliani a metà novembre. Le ambasciate mandano qui i loro funzionari per identificare i propri cittadini, e poi si provvede al rimpatrio. Kabbiun e Ajouas hanno già incontrato l’ambasciata nigeriana. I piedi di Kabbiun sono scalzi. Lo hanno arrestato a Ghat, le scarpe le ha lasciate in mezzo al deserto. Ajouas invece viveva a Tripoli da sei anni. Nessuno di loro ha visto un giudice o un avvocato. Avviene tutto senza convalida e senza nessuna possibilità di presentare ricorso e tantomeno di chiedere asilo politico.

È il caso di Patrick. Viene dalla Repubblica democratica del Congo, recentemente tornata alle cronache per la crisi nella regione del Kivu. È stato arrestato un mese fa a Tripoli, mentre cercava lavoro alla giornata sotto i cavalcavia di Suq Thalatha. Possiamo parlare liberamente in francese, perché l’interprete non lo conosce. Mi porge un foglio spiegazzato dalla tasca. È il suo certificato di richiedente asilo politico. Rilasciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) a Tripoli, il nove ottobre 2007. Qua dentro è carta straccia. Come gli altri detenuti, Patrick non ha diritto di telefonare a nessuno, nemmeno all’Acnur. Se non trova prima i soldi per corrompere qualche poliziotto, anche lui, prima o poi, sarà deportato. E come lui i suoi compagni di cella. Sono camerate di otto metri per otto. I detenuti sono buttati per terra su stuoini e cartoni. La luce entra dalle vetrate in cima alle alte pareti. Ogni camerata è riempita con 60-70 persone. Stanno chiusi tutto il giorno, escono solo per i pasti, in un locale adibito a mensa, accanto a un piccolo chiosco dove i detenuti possono comprare bibite, dolci o medicine, sempre all’interno del muro di cinta.

Le compagnie aeree che si occupano delle deportazioni sono libiche: Ifriqiya e Buraq Air. I soldi pure, garantisce il direttore. Ma è difficile credergli. Dopotutto il rapporto della Commissione europea del dicembre 2004 parlava già allora di 47 voli di rimpatrio finanziati dall’Italia. Zarruq scuote il capo. Dice che da Roma hanno avuto soltanto due fuoristrada per il pattugliamento, con il progetto Across Sahara. E il nuovo centro di detenzione? Ha finanziato tutto la Libia, insiste. Ammette però che l’Italia si era impegnata a costruire un nuovo centro, e che la a sha‘abiyah, la municipalità, aveva anche predisposto un terreno. Ma poi non se ne è fatto niente. Intanto però il vecchio campo è stato restaurato e ampliato, grazie anche ai lavori forzati degli immigrati detenuti. Questo Zarruq non me lo può dire, ma sono voci che corrono tra i rimpatriati, dall’altro lato della frontiera, a Agadez, in Niger. Ad ogni modo, insiste, oggi tutti i rimpatri avvengono in aereo, anche quelli verso il Niger: Sono passati i tempi dei cosiddetti “rimpatri volontari”, quando, nel 2004, oltre 18.000 nigerini e non solo vennero caricati sui camion e abbandonati alla frontiera in pieno deserto, con le decine di vittime che ne seguirono a causa degli incidenti.

Ma Zarruq non ha intenzione di parlare di questo. E nemmeno il luogo tenente Ghrera. È lui il responsabile delle pattuglie nel Sahara. L’Italia e l’Europa si sono impegnate a finanziare alla Libia un sistema di controllo elettronico delle frontiere terrestri, firmato FinMeccanica. Lui alla sola idea sorride. Lavora nel deserto da 35 anni. Conosce bene il terreno. Per darci un’idea ci accompagna a Zellaf, 20 km a sud di Sebha. Ancora non siamo nel grande Sahara. Eppure davanti a noi non si vede che sabbia. I due fuoristrada, dopo una corsa a cento km all’ora sulle dune, fermano i motori. Ghrera e l’altro autista, ‘Ali, si lavano le mani nella sabbia. E si inginocchiano verso est. Dopo la preghiera, si riavvicinano. Controllare le rotte nel Sahara è impossibile, dice. Sono 5.000 km di deserto. Un’area troppo vasta e un terreno troppo accidentato Gli 89 autisti – quasi tutti libici – arrestati nei primi undici mesi del 2008 sono un’inezia rispetto alle migliaia di persone che attraversano il Sahara ogni anno. Alle missioni di pattugliamento partecipano gruppi di 10 fuoristrada. Stanno fuori per cinque giorni, ci spiega. Poi sorride. Ha trovato una bottiglia vuota di Gin, per terra. L’alcol in Libia è illegale. E infatti sulla bottiglia c’è scritto fabriqué au Niger, prodotto in Niger. Ghrera lancia la bottiglia nella sabbia, poco lontano. Non dice niente. I traffici non riguardano solo gli immigrati. Ci sono l’alcol, le sigarette, la droga, le armi. Prima di riaccendere il motore ribadisce il concetto: anche con il doppio delle pattuglie, il deserto rimane una porta aperta.

Il centro di detenzione di Sebha non è l’unico campo di detenzione al sud. Ce ne sono almeno altri cinque. Quelli di Shati, Qatrun, Ghat e Brak, nel sud ovest del paese, fanno capo a Sebha, nel senso che gli immigrati arrestati in queste località vengono poi smistati a Sebha dentro i container. L’altro campo si trova 800 km a sud est, a Kufrah, e lì vengono detenuti i rifugiati eritrei e etiopi in arrivo dal Sudan. È il carcere che gode della peggiore fama, tra gli stessi libici.

Mohamed Tarnish è il presidente dell’Organizzazione per i diritti umani, una ong libica finanziata dalla Fondazione di Saif al Islam Gheddafi, il primogenito del colonnello. Ci incontriamo al Caffè Sarayah, a due passi dalla Piazza Verde, a Tripoli. La sua organizzazione, sotto la guida del suo predecessore, Jum‘a Atigha, ha ottenuto il rilascio di circa 1.000 prigionieri politici e si è battuta per il miglioramento delle condizioni delle carceri libiche. Da un paio d’anni hanno accesso anche ai centri di detenzione degli immigrati. Ne hanno visitati sette. Ha la bocca cucita, davanti a noi c’è un funzionario dell’agenzia per la stampa estera del governo libico. Ma riesce comunque a farci capire che il centro di Kufrah è il peggiore. Le condizioni del vecchio fabbricato, il sovraffollamento, la scadenza del cibo e l’assenza di assistenza sanitaria.

Per capire il significato delle allusioni di Tarnish, rileggo le interviste fatte ai rifugiati eritrei ed etiopi nel 2007.“Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto” – “Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini” – “Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone” – “Di notte mi portavano in cortile. Mi chiedevano di fare le flessioni. Quando non ce la facevo più mi riempivano di calci e maledivano me e la mia religione cristiana” – “Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c’era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi” – “C’erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli” – “I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti”. È il ritratto di un girone infernale. Ma anche di un luogo di affari. Sì perché da un paio d’anni la polizia è solita vendere i detenuti agli stessi intermediari che poi li porteranno sul Mediterraneo. Il prezzo di un uomo si aggira sui 30 dinari, circa 18 euro.

Non sono stato autorizzato a visitare il centro di Kufrah e non ho potuto verificare di persona. Tuttavia il fatto che le versioni dei tanti rifugiati con cui ho parlato coincidano nel disegnare un luogo di abusi, violenze e torture, mi fa pensare che sia tutto vero. Nel 2004 la Commissione europea riferiva che l’Italia stava finanziando il centro di detenzione di Kufrah. Nel 2007 il governo Prodi smentiva la notizia, dicendo che si trattava di un centro di assistenza sanitaria. Poco importa. Dal 2003, Italia e Unione Europea finanziano operazioni di contrasto dell’immigrazione in Libia. La domanda è la seguente: perché fingono tutti di non sapere?

Nel 2005, il prefetto Mario Mori, ex direttore del Sisde, informava il Copaco: “I clandestini [in Libia, ndr.] vengono accalappiati come cani… e liberati in centri… dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi”. Ma i funzionari della polizia italiana sapevano già tutto. Già perché dal 2004 alcuni agenti fanno attività di formazione in Libia. E alcuni funzionari del ministero dell’Interno, hanno visitato in più occasioni i centri di detenzione libici, Kufrah compreso, limitandosi a non rilasciare dichiarazioni. E l’ipocrita Unione Europea? Il rapporto della Commissione europea del 2004, definisce le condizioni dei campi di detenzione libici “difficili” ma in fin dei conti “accettabili alla luce del contesto generale”. Tre anni dopo, nel maggio 2007, una delegazione di Frontex visitò il sud della Libia, compreso il carcere di Kufrah, per gettare le basi di una futura cooperazione. Indovinate cosa scrisse? “Abbiamo apprezzato tanto la diversità quanto la vastità del deserto”. Sulle condizioni del centro di detenzione però preferì sorvolare. Una dimenticanza?

[1] Testimonianza raccolta dalla scuola di italiano Asinitas, Roma, 2007

http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/frontiera-sahara-i-campi-di-detenzione.html

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fonte articolo

Arabia Saudita, le donne non posso votare: Appello per boicottare le elezioni / VIDEO: Saudi Women are SLAVES and SERVANTS enslaved by The Saudi Arabian Kingdom?!

Saudi Women are SLAVES and SERVANTS enslaved by The Saudi Arabian Kingdom?!

Caricato da in data 13/set/2011

according to arabiannight 100. saudi arabian people are masters and Leaders
but the faggot does not even living in his SAUDI ARABIAN reality since the Saudi Women/Girls are SLAVES and SERVANTS enslaved by The Saudi Arabian Kingdom?!

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Le donne? Le vogliono così…

Arabia Saudita, le donne non posso votare
Appello per boicottare le elezioni

Sul Web un gruppo di 60 intellettuali ha lanciato la campagna a favore dell’introduzione del suffragio universale e della possibilità di candidature femminili nelle prossime consultazioni amministrative del 29 settembre

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di Enrica Garzilli

24 settembre 2011

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Siamo nel terzo millennio ma in Arabia Saudita le donne non possono votare. Così un gruppo di intellettuali lancia una campagna online per boicottare le prossime elezioni amministrative, le uniche ammesse nel Paese, previste per il 29 settembre prossimo. Una campagna nata sui blog.

Circa 60 intellettuali sauditi lanciano una protesta perché alle donne sia permesso di prendere parte al voto passivo e attivo, cioè di votare e di partecipare in qualità di candidate, per eleggere i membri di 219 consigli municipali del Paese, che è diviso amministrativamente in 13 emirati. Dato che le donne non possono manifestare in pubblico perché, secondo Nadya Khalife, ricercatrice di Human Rights Watch, loro sono delle “perenni minori”, gli intellettuali si oppongono in prima persona alle decisioni del Consiglio della Shura, l’organo di consultazione politica composto da una rosa di capi clan e tribù locali nominati dal Consiglio dei ministri, che ha deciso di proibire un’altra volta il suffragio universale.

Le prime elezioni amministrative si sono tenute la prima volta nella storia del Paese, governato da una monarchia ereditaria islamica assolutista, il 10 Febbraio 2005. Queste riguardavano solo la metà dei seggi, mentre l’altro 50% era nominato dal re. Solo i maschi avevano diritto al voto. Al tempo il governo ha giustificato l’esclusione delle donne dicendo che gli scrutatori non erano in gradi di verificare la loro identità perché molte non possedevano i documenti. Nello stesso tempo il governo proibiva alle donne anche di essere votate. Nel 2000 il ministro degli Interni ha dato inizio a una campagna per il rilascio dei documenti alle donne di almeno 22 anni, con l’intenzione di semplificare le attività quotidiane e di evitare falsificazioni di firma.

Il 28 marzo scorso, all’annuncio delle elezioni di settembre, inizialmente fissate per il 22, ‘Abd al-Rahman Dahmash, presidente del comitato generale per le elezioni amministrative, ha dichiarato: “Ora non siamo preparati alla partecipazione delle donne alle elezioni”. Dopo 6 anni il governo asserisce di non essere ancora in grado di allestire dei seggi separati per uomini e donne, dato che la legge islamica prescrive che i due sessi non si mischino fra loro. ‘Abd al-Rahman Dahmash ha promesso che le donne potranno votare in un prossimo futuro, senza specificare quando.

L’Arabia Saudita ha preso la decisione di escludere le donne dal pieno godimento dei diritti politici nonostante abbia sottoscritto le convenzioni internazionali sui diritti umani. Nel 2000 ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw). Anche la Carta Araba dei Diritti Umani, adottata dalla Lega degli stati arabi nel maggio del 2004 ed entrata in vigore nel marzo del 2008, è stata sottoscritta dall’Algeria, il Bahrain, la Giordania, la Libia, la Palestina, il Qatar, la Siria, gli Emirati Arabi Uniti, lo Yemen e l’Arabia Saudita. L’articolo 24 (3) della carta dice che ogni cittadino ha il diritto di accedere a libere elezioni in condizioni di uguaglianza e l’articolo 3 afferma in più paragrafi che la carta ha il compito di garantire che tutti gli individui godano degli stessi diritti e la stessa effettiva libertà, senza distinzione di sesso.

Nel resto dei paesi del Golfo, l’Oman, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq e l’Iran, le donne votano e possono candidarsi. Nel 2002 anche nel Bahrain le donne conquistano il diritto di voto e nel 2010 Fatima Salman vince le elezioni municipali. In Kuwait nel 2005 alle donne vengono riconosciuti i pieni diritti politici e due vengono elette alle amministrative, mentre nel 2009 quattro siedono al Parlamento.

Le donne in Arabia Saudita sono escluse anche da altre forme di partecipazione politica. Il re Abdullah bin Abdul-Aziz Al Saud, che nomina i membri del Consiglio della Shura, non ha mai nominato una donna, benché nel 2006 il presidente della Shura abbia nominato sei donne come consigliere. Nel 2009 il re ha deciso che Norah Abdallah al-Faiz diventasse vice ministro dell’Istruzione, responsabile per l’educazione delle ragazze.

L’appello al boicottaggio delle elezioni da parte dei 60 intellettuali è contemporaneo all’annuncio da parte della commissione per le elezioni dell’inizio della campagna elettorale, che vede oltre 1,2 milioni di uomini aventi diritto al voto, anche se è prevista una partecipazione molto più bassa. I votanti potranno scegliere fra oltre 5000 candidati. Solo maschi. In Arabia Saudita la partecipazione alla vita pubblica è un affare per soli uomini.

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fonte:
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Cisgiordania, inarrestabili le violenze di gang di coloni e soldati contro i palestinesi / VIDEO

FRANCE 24 Reporters: The ‘guardians’ of Israel

Pubblicato in data 16/set/2011 da

Reporters – They are fighting tooth and nail for the land they claim is theirs. Increasingly heavily armed and highly trained, the West Bank settlers see themselves as Israel’s first line of defence. France 24′s Gallagher Fenwick went to the West Bank to reveal the inner workings of the Israeli settlers’ defence system.

FRANCE 24 INTERNATIONAL NEWS 24/7
http://www.france24.com/en

REPORTERS
http://www.france24.com/en/taxonomy/emission/18016
http://www.france24.com

Palestinian Police Train Ahead of Expected UN Statehood Bid

Caricato da in data 19/set/2011

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Palestinian police are training to prevent violence following the upcoming Palestinian statehood bid at the United Nations. The bid is expected to trigger protests from Palestinians.

Sunday saw Palestinian police hold a training exercise session. They were acting out possible violent situations that could take place ahead of an expected statehood bid at the UN this week.

During the drill, policemen in riot gear confronted those who enacted the role of Palestinian protesters. The mock protesters were trying to reach areas controlled by Israel. And the police forces were acting out the evacuation and arrest of these protesters.

[Jean Frederic Martin, EU adviser to the Palestinian police]:
“”As you see they have reached a very high professional level and you’ll see that they are able to arrest demonstrators, violent demonstrators, without using force, just using tactic and skills. And you can see that they have a lot of…they have a large panel of techniques that they can use in every situation. And I feel really confident.”

Ismail Hanaysha is the head of the Palestinian private forces. He says that they train to prevent protesters from reaching areas controlled by the Israeli army, during possible violent riots.

[Ismail Hanaysha, Head of Palestinian Private Forces]:
“We are, as you will see in our training now… to protect the people from any danger.”

Palestinian President Mahmoud Abbas says he will be demanding full UN membership of a Palestinian state. He will seek a vote on the issue in the UN Security Council at the UN General Assembly next week.

The United States firmly opposes Abbas’s decision, and is most likely to veto the vote. The US argues that a Palestinian state can only be created through direct negotiations.

President Abbas say he wants recognition as a state within the 1967 borders.

This border encompasses the West Bank and the Gaza Strip, including East Jerusalem. These were areas that Israel captured in the 1967 Arab-Israeli war.

Israel withdrew its settlers from Gaza in 2005 but still has control over its airspace and coastline.

Cisgiordania, inarrestabili le violenze di gang di coloni e soldati contro i palestinesi

Scritto il 2011-09-19 in News

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Cisgiordania – Pal-Info, InfoPal. Fonti d’informazione israeliane con il quotidiano “Yedioth Ahronoth” hanno riportato una notizia che dà luogo a inquietanti scenari per i prossimi giorni.

“I coloni israeliani stanno organizzando marce e manifestazioni di ampia portata domani, martedì 20 settembre, contro i cittadini palestinesi nella Cisgiordania occupata”.

Annunciando questi eventi, i coloni hanno fatto sapere di essere pronti ad aprire il fuoco contro i palestinesi nel caso di minaccia o qualora dovessero avvicinarsi alle colonie.

Alla marcia hanno dato il titoloPer il controllo di terra palestinese” e hanno pianificato di raggiungere le sedi dell’esercito israeliano, mentre altre marce sono attese a Tell er-Rabi’ (Tel Aviv) – quest’ultima indetta dagli estremisti di destra israeliani – e presso altre colonie israeliane come Betel (al-Quds/Gerusalemme), Kiriyat Arba’ e Har Manoach (al-Khalil/Hebron).

“Porteremo la lotta all’interno delle aree dell’Autorità palestinese (Anp)”, hanno affermato alcuni esponenti dei coloni israeliani, ufficializzando l’intenzione di rispondere all’iniziativa palestinese per il voto alle Nazioni Unite.

Un gruppo di estremisti tra i coloni, auto-definitosi “i giovani delle colline”, guidati da Meir Bartel minaccia “l’annessione totale di terra in risposta al voto all’Onu“.

“Organizzeremo manifestazioni di protesta per dimostrare che questa terra appartiene al popolo di Israele”.

Parallelamente a queste notizie – preludio di una cronaca fitta di incidenti e previsioni di fatti di violenza – lo scorso fine settimana è stato segnato da continui atti di violenza dei coloni contro la popolazione palestinese occupata.

La settimana è iniziata con altrettante storie di violenza dei coloni israeliani.

Questa mattina, a Bourin, (Nablus) coloni armati hanno aperto il fuoco contro l’abitazione del palestinese Sa’id an-Najjar. Non si riportano feriti, ma danni all’edificio.

“Nel villaggio di ‘Awarta, una quindicina di coloni – stando al racconto di testimoni oculari – hanno tentato di invadere la comunità palestinese, per essere respinti dai residenti”.

Ghassan Douglas, responsabile Anp per il monitoraggio delle attività coloniali nel nord della Cisgiordania occupata, ha confermato questi ultimi fatti di cronaca, affermando che “l’aumento nella frequenza di questi attacchi è dovuto al fatto che i coloni dispongono di armi consegnate loro dall’esercito d’occupazione israeliano”.

Proprio a Nablus, le scorse settimane erano stati formati alcuni gruppi di volontari per fornire un servizio di controllo e protezione agli ingressi delle comunità palestinesi.

Similmente a quell’iniziativa, anche ad Hebron oggi è stata creata una sala operativa straordinaria composta da giovani volontari, internazionali, ma anche avvocati e giornalisti.
‘Isa ‘Amr, coordinatore del gruppo di giovani contro gli insediamenti israeliani ha fatto sapere che questo organo opererà in tutta la zona di Hebron, non essendoci qui un’area meno vulnerabile delle altre agli attacchi dei coloni israeliani.

Hebron, infatti, è circondata completamente da insediamenti e avamposti coloniali israeliani, mentre il centro cittadino è un luogo fantasma abitato da entrambi: palestinesi ai piani inferiori e coloni israeliani su quelli superiori.

Dal monitoraggio, si passerà al trasferimento di testimonianze degli abusi dei coloni a gruppi per i diritti umani internazionali.

Domenica mattina, gruppi di ebrei scortati da militari e poliziotti israeliani sono entrati da porta al-Mughrabi, a Gerusalemme, disposti in file fino a raggiungere la moschea di al-Aqsa.

Nessuno crede alla notizia della propaganda israeliana secondo la quale “si è trattato di una visita nell’ambito di un programma turistico rivolto a ebrei dall’estero”. Le fonti palestinesi hanno così commentato: “Tra di essi si celano i coloni pronti a creare scompiglio tra la comunità palestinese gerosolimitana”.

Dal governo della Striscia di Gaza è stata chiesta l’immediata formazione di un gruppo per il controllo e la protezione dell’area sacra.

Sempre domenica, il giovane palestinese Ahmed ‘Abdel Fattah è stato investito deliberatamente da un colono. E’ accaduto nell’area di Salfit, da dove proviene la vittima (villaggio di Jima’een). Fonti medico-ospedaliere hanno fatto sapere che le condizioni di ‘Abdel Fattah sono stabili, ma che il ragazzo non è fuori pericolo di vita.

Nell’arco di poche ore, un episodio simile è accaduto a sud della Cisgiordania occupata ai danni di Mahmoud ‘Adwah Sabarnah, 36enne che si recava nella fabbrica di pietre dove lavora. Sulla strada principale di Beit Ummar (Hebron Nord) l’uomo è stato preso a sassi dai coloni, ha riportato contusioni su tutto il corpo ed è stato soccorro d’urgenza all’ospedale statale provinciale.

Sabato sera, un gruppo di coloni israeliani appostati sulla strada per Yanoun, dove erano stazionati anche i militari dell’esercito, hanno fermato e rapito un palestinese che viaggiava sulla propria automobile.

Il cittadino palestinese, residente nel villaggio di ‘Aqarbah (Nablus Sud), è stato costretto a scendere dall’abitacolo dell’auto ed è stato portato via dai coloni verso una località sconosciuta.

La famiglia del palestinese scomparso ha rilasciato parole di condanna per l’inerzia dei soldati israeliani considerati “responsabili per la vita del proprio familiare”.

L’area di Nablus è stata presa d’assalto in maniera massiccia e particolarmente preoccupante, nelle ultime settimane: moschee incendiate, slogan razzisti e intimidatori rivolti ai cittadini palestinesi, e continue aggressioni a persone e proprietà.

Tutto questo avviene nell’ambito della campagna di vendetta preannunciata dai coloni israeliani per la decisione dell’Autorità palestinese di chiedere alle Nazioni Unite il riconoscimento internazionale dello Stato palestinese.

Sempre sabato, nell’area di Jenin, terreni palestinesi coltivati sono stati incendiati nel villaggio di Seelat ad-Dhaher.
Testimoni oculari hanno riferito dell’arrivo nei campi palestinesi di 15 coloni israeliani scortati dai militari.
“Hanno gettato materiale incendiario sui raccolti e, immediatamente, le fiamme si sono propagate sui campi di grano.
Poco dopo l’azione, sono giunti sul posto i vigili del fuoco che hanno tentato di spegnere le fiamme già molto estese”.

Nella stessa area, il giorno prima alcuni coloni avevano tentato di rapire un giovane pastore palestinese che era riuscito a mettersi in salvo scappando via.

Sono i coloni israeliani che, dal 2005, anno in cui l’insediamento israeliano di Homesh fu evacuato, tentano con frequenza di farvi ritorno.

http://www.palestine-info.info/ar/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7NtrV1a4W3g3nOPCeG%2fv%2bI9PeEHWXb4OvkvF19bzOZTygn4ZlFuZzOlRMXMgTt82GuvNOA2lxPF1WsKLR4oe6%2fLkuhZncKj8A4GWF2vRBqrw%3d

http://www.palestine-info.co.uk/en/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7jkeC2mQOAJ2r1rycoAMy%

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fonte:  http://www.infopal.it/leggi.php?id=19356

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INDIPENDENZA PALESTINESE – Hebron, l’attesa della tempesta / VIDEO: Israeli settlers shooting at Palestinians in Hebron

Israeli settlers shooting at Palestinians in Hebron

Caricato da in data 02/lug/2011

Israeli settlers shooting at Palestinians in Hebron

Hebron, l’attesa della tempesta

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Hebron, emblema dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, si prepara alla dichiarazione del 20 settembre. Qui più che in ogni altro posto si teme la rabbia dei coloni che gia’ tormentano la popolazione della città vecchia

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di GIORGIA GRIFONI

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Hebron (Cisgiordania), 15 settembre 2011, Nena News (le foto sono di Giorgia Grifoni) – “Non sono affatto ottimista riguardo alla dichiarazione del 20 settembre. Tutti qui hanno paura. I coloni potrebbero diventare molto violenti, e i soldati anche”. La signora Zlikha, 50 anni, non nasconde la sua apprensione per quello che da molti viene considerato un momento storico per il popolo palestinese. Assieme a circa  150.000 palestinesi, teme per le manifestazioni che i coloni potrebbero organizzare dopo il voto nelle strade di Hebron, la loro città.

Il cuore del centro storico è l’emblema dell’occupazione israeliana della Cisgiordania. Una linea orizzontale spacca in due la città, dividendola in zona H1 e H2: la prima è abitata da palestinesi, la seconda è stata occupata gradualmente dai coloni israeliani a partire dal 1978, dieci anni dopo la fine della guerra dei sei giorni.  La “via dei Martiri”, che attraversa la città vecchia da est a ovest, è diventata una strada fantasma: chiusa al transito per persone e veicoli palestinesi , è caratterizzata da tutta una serie di porticine da cui i palestinesi  non possono uscire. Per raggiungere la moschea al-Ibrahimi, che si trova a due minuti di cammino, devono uscire dalla porta sul retro o dal tetto, prendere tortuose strade che aggirano il quartiere e dopo una ventina di minuti sono a destinazione. Una volta questa via ospitava una parte del suq, ma quando sono arrivati i coloni (per i quali Hebron è il secondo luogo sacro dopo Gerusalemme per via delle tombe dei Patriarchi)- per “riprendersi il quartiere che appartiene alla comunità ebraica da millenni”, le saracinesche dei commercianti palestinesi si sono lentamente chiuse una dopo l’altra. Spesso attaccati a sassate e calci dai coloni –ebrei ultraortodossi che mirano a riconquistare la totalità della Palestina storica o Eretz Yisrael, sotto gli occhi annoiati dei soldati israeliani che dovrebbero garantire anche la loro sicurezza, i palestinesi rimasti in via dei Martiri si sentono in gabbia e hanno paura.

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Shuhada Street nella zona H 2 di Hebron, il 20% della citta’ controllato dall’esercito israeliano.

“I coloni creano problemi quasi tutti i giorni qui –racconta Badia, 33 anni, dell’ associazione “Youth against the settlements”- e i soldati non li fermano mai. Proteggono i coloni, ma dovrebbero proteggere anche noi, secondo il protocollo di Hebron del 1997. I settlers sono considerati come civili dall’esercito, e quindi per loro viene applicato il codice civile: ma per noi, che viviamo magari nello stesso palazzo, viene applicata la legge militare”.

L’unita dell’esercito israeliano di stanza nella città di Hebron è la Brigata Kfir, la più giovane dell’Idf, ed è dispiegata un po’ in tutta la Cisgiordania. “È l’unità peggiore –sostiene Murad, 27 anni, anche lui dell’associazione “Youth against the settlements”- perché è quella che era di stanza anche a Gaza. Sono molto aggressivi. E le cose si complicano quando uno di questi soldati èoriginario di Hebron stessa”.

Badia racconta di alcuni episodi in cui i soldati non si sono dati pena di intervenire neanche per i turisti attaccati da coloni. “Una volta ho visto alcuni soldati mandare dei bambini a disturbare un gruppo di visitatori europei: per la legge israeliana, i soldati non possono toccare i bambini dei coloni, e ovviamente non si sono disturbati a fermarli neanche quando hanno bastonato un turista handicappato”.

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Tutto chiuso in Shuhada Street, passano soltanto coloni e jeep militari.

Il balcone della signora Zlikha, quello che da su via dei Martiri, è completamente circondato da una gabbia. Sopra di essa ci sono molti sassi. “Prima che mettessi questa gabbia – lamenta Zlikha- i coloni erano soliti arrampicarsi su per il muro ed entrare in casa mia. Una volta sono tornata da casa di mio fratello e ho trovato il mio soggiorno pieno di sassi e vetri. I soldati guardano, e non fanno nulla. Quando protestiamo, ci dicono di andare a casa. Una volta ho chiesto a uno di loro perche mai ci dicessero di andare a casa, o ci imponessero il coprifuoco: ha risposto che per loro è più facile controllare noi, perchè i coloni sono fuori controllo”.

Ma se sono davvero fuori controllo, e armati fino ai denti, perche l’Idf li sta preparando a suon di granate assordanti e lacrimogeni a fronteggiare un eventuale attacco palestinese dopo il voto? “Se nelle altre colonie della Palestina li stanno preparando con tecniche di autodifesa e armi- continua Zlikha- qui è anche peggio. Dieci giorni fa ho assistito a un’esercitazione di militari, qui nella strada. Una trentina di soldati da una parte interpretavano i Palestinesi: sventolavano bandiere, facevano rotolare i copertoni e tiravano sassi. Dall’altra parte c’erano almeno 50 soldati e una decina di veicoli militari che cercavano di attaccarli. Eco quello che ci aspetta, ecco cosa vuol dire essere “protetti” da loro”.

Che i palestinesi organizzino o meno delle manifestazioni all’indomani del voto, molti sostengono che saranno semplicemente delle marce pacifiche. Anche Abu Mazen ha invitato il popolo palestinese a non cedere alle provocazioni dei coloni. Zlikha è convinta che sia questa la strategia giusta da seguire per resistere all’occupazione, ed e quello che incoraggia nei bambini. “Più rispondiamo in modo non violento e più i soldati e i coloni diventano furiosi. Una volta, ad esempio, i soldati hanno fatto irruzione a casa di mio fratello e pretendevano che tenessimo chiusa una porta che ci permetteva di passare nell’appartamento accanto. Al nostro rifiuto, ci hanno portati tutti per strada e lasciati lì per più di quattro ore. Allora ho chiesto a mia cognata che era in casa di prepararci dei pop corn e della limonata: quando li abbiamo offerti ai soldati israeliani pensavo che sarebbero esplosi. Questo tipo di resistenza li fa impazzire di rabbia”.

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Nella via palestinese un tempo affollata e centro di commerci ora sventolano le bandiere di Israele.

“I coloni parlano di preparazione agli scontri – conclude Badiah- ma noi non permetteremo che questo accada. Non lasceremo che ci trascinino sul terreno della violenza, il loro terreno preferito. L’unica cosa che faremo sarà far valere i nostri diritti: perche questa è la nostra terra e noi abbiamo il diritto di avere uno Stato sulla nostra terra”. Nena News

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15 settembre 2011

fonte:  http://www.nena-news.com/?p=12793

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La copertina del mensile di settembre

Stato palestinese, Israele contrattacca

14/09/2011 – MEDIO ORIENTE

Stato palestinese, Israele contrattacca

Attesa per la richiesta dell’Anp di un riconoscimento all’Onu.
Lieberman: dure conseguenze.
Scontro per il video su YouTube

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Sale la tensione in vista dell’imminente richiesta che l’Autorità Nazionale Palestinese presenterà all’Onu per il riconoscimento di un proprio Stato. Il documento verrà presentato al Palazzo di Vetro il 22 settembre e il ministro degli Esteri israeliano, l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ha lanciato un nuovo monito, avvertendo che l’iniziativa produrrà «gravi» e «dure» conseguenze.

L’Anp, però, non arretra. Il presidente Abu Mazen ha definito la decisione «irreversibile», promettendo che non verrà fatta alcuna marcia indietro. Il muro contro muro è sconfinato anche in un’irrituale campagna mediatica: Israele ha lanciato su YouTube un video in cui propone la «verità sul processo di pace», affossato dall’«ostinazione araba» e dalla propaganda sulla «cosiddetta occupazione» che sarebbe «smentita dai fatti». Il filmato, ha ribattutto un irritato portavoce dell’Anp, Xavier Abu Eid, è «una caricatura con elementi razzisti» che mira a «nascondere fatti che tutto il mondo conosce come reali».

Pure le diplomazie occidentali e del mondo arabo sono in subbuglio. Il capo della politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, è volata a Gerusalemme, dove ha incontrato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e altri esponenti del governo; ieri aveva fatto tappa al Cairo, dove era intervenuta al vertice della Lega Araba. E proprio dalla capitale egiziana, il premier turco, Recepp Tayyp Erdogan, aveva posto sulle aspirazione palestinesi il sigillo di Ankara, ai ferri corti con Israele per l’incidente della Navi Marmara: «Riconoscere lo Stato palestinese non è un’opzione ma un dovere», aveva tuonato il leader turco, acclamato al Cairo come nuovo “campione” del mondo arabo, lui che arabo non è».

La Russia ha già fatto sapere che appoggerà il ricorso dell’Anp mentre gli Usa, contrari alla proposta, hanno minacciato di usare il veto al Consiglio di Sicurezza. Proprio per questo l’Anp – che conta sull’appoggio di circa 126 Paesi – potrebbe decidere di rivolgersi direttamente all’Assemblea generale dell’Onu, dove occorre il consenso di due terzi dei membri. Si tratterebbe di una votazione senza alcun effetto guridico ma dal notevole impatto morale. Ancora incerto, infine, l’esatto contenuto della risoluzione palestinese: secondo fonti citate dal quotidiano “Yediot Ahronot”, sono in corso negoziati con i delegati europei per smussare il documento e ridurne gli effetti politici. Le modifiche prevederebbero anche un preciso richiamo alla necessità di colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: una formula che potrebbe spingere i Paesi Ue a votare a favore e non metterebbe in imbarazzo Washington.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/420226/

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CRONACHE DA FIRENZE

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La copertina del mensile di settembre

23 SETTEMBRE 2011, Riconoscimento dello Stato Palestinese: E poi? / Israel’s new tactic: Use Cairo embassy attack to argue against Palestinian statehood

 


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Riconoscimento dello Stato Palestinese: E poi?

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L’Autorità Palestinese non ha intenzione di ritrarre la richiesta congiunta all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza ONU. Le conseguenze dell’eventuale riconoscimento dello Stato palestinese rimangono però oscure.

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DI IKA DANO

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Beit Sahour (Cisgiordania), 13 settembre 2011, Nena News. Il 23 settembre l’Autorità palestinese  presenterà ufficialmente domanda per il riconoscimento dello Stato palestinese all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Poco si sa del contenuto del discorso del presidente Abu Mazen, tenuto segreto per “motivi di sicurezza”. Sicuro è il voto negativo di Israele, Stati Uniti e dei loro minuscoli alleati nel Pacifico. Ma l’approvazione di due terzi dei 193 stati membri sarebbe sufficiente al riconoscimento della Palestina  entro le frontiere del 1967 come “osservatore permanente di stato non membro”. Oggi stesso, il deputato Fatah e membro dell’OLP Mohammed Shtayyeh ha ribadito che non si desisterà dal doppio piano di azione: contemporaneamente verrà presentata domanda anche al Consiglio di Sicurezza, dove il solo veto USA basterebbe a far cadere l’iniziativa.

L’occupazione militare dei Territori palestinesi ha creato una realtà indiscutibile di 500 000 coloni, più di 500 checkpoints militari, un muro di separazione lungo 760 km, quasi il doppio di quella che dovrebbe essere la frontiera della Palestina, la Linea Verde dell’armistizio del 1949. I Territori palestinesi non hanno accesso ai Paesi confinanti e neppure controllo delle proprie risorse naturali e finanziarie. Solo negli ultimi mesi, gli impiegati pubblici si sono visti versare solo metà dello stipendio dall’Autorità palestinese, trattenuto al cinquanta per cento sui conti di Israele. Difficile credere che il mero cambiamento di nome da Territori a Stato palestinese possa implicare un cambiamento radicale della realtà.

“La questione non è se lo Stato palestinese verrà riconosciuto o meno. Ció che conta è capire con quale fine e con quale strategia si andrà alle Nazioni Unite” dichiara Nassar Ibrahim, scrittore e ricercatore palestinese. “L’iniziativa di settembre sarebbe dovuta essere il risultato di una riflessione politica e di valutazione del fallimento del processo di pace iniziato con Oslo venti anni fa – continua Ibrahim – Se la scelta di rivolgersi all’ONU, chiedendo l’applicazione delle tante risoluzioni cadute nel nulla, significa uscire una volta per tutte dalla trappola dei negoziati, puó essere un nuovo inizio. Altrimenti rimarrà l’ultima carta da giocare per la leadership in crisi”.

Gli fanno eco diversi esponenti della società civile, sinora all’oscuro della strategia politica dell’Autorità. Insieme ai partiti della sinistra palestinese, al movimento israelo-palestinese Tarabut e al partito comunista israeliano, hanno firmato una dichiarazione di supporto all’iniziativa, a condizione che questo passo non vada a toccare quelle che sembrano essere i punti cardinali della causa palestinese:  che la rappresentanza nelle istituzioni internazionali rimanga all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) -  in cui siedono tutti i partiti politici – e non all’Autorità Palestinese – attuale governo in carica senza legittimazione democratica dal 2010. E che il diritto al ritorno dei sei milioni di rifugiati palestinesi – dichiarato dalla risoluzione ONU 194 – rimanga inalienabile.

Da quando l’iniziativa si Settembre è stata annunciata, il dibattito legale sulle implicazioni di un eventuale riconoscimento della Palestina è dilagato. L’ex consigliere di Arafat, Francis A.Boyle, già impegnato nella dichiarazione di indipendenza della Palestina del 15 novembre 1988, assicura che l’OLP non verrebbe deligittimato e continuerebbe a rappresentare tutti i “cittadini palestinesi”, che siano rifugiati all’estero, residenti dei Territori Occupati o facciano parte del 20% di attuali cittadini di Israele. Il diritto al ritorno alle proprie case, siano queste nello Stato palestinese o israliano, non verrebbe annullato. Altri pareri legali, tra cui quello dell’avvocato Guy Goodwin-Gill di Oxford, mettono in guardia dalle consequenze catastrofiche che un’eventuale Stato palestinese avrebbe, liquidando la questione dei rifugiati e dell’OLP.

Aldilà dei tecnicismi legali, l’eventuale nuovo Stato palestinese sarà confrontato con lo stesso problema: quello della fine dell’occupazione militare che lo rende, comunque, uno Stato non sovrano.

Ai tanti disillusi, prima di tutto tra la popolazione palestinese che sembra aspettare più che altro con uno stanco sorriso i risultati di questa nuova iniziativa fatta più di dichiarazioni e comma che non di cambiamenti concreti, viene in aiuto lo storico israeliano Ilan Pappé. All’eventuale riconoscimento dello Stato palestinese potrebbe seguire una reazione violenta da parte palestinese, frutto dell’ennesima delusione di fronte alla realtà immutata dei fatti. Oppure l’inizio della fine dell’ideologia sionista alla base dello Stato di Israele, che – ora più che mai – dovrà accorgersi  della connessione tra le tensioni interne e l’occupazione militare. Pappé conclude: “Alle Nazioni Unite assisteremo al funerale della soluzione dei due stati”. Nena News

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fonte:  http://www.nena-news.com/?p=12763

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Israel’s new tactic: Use Cairo embassy attack to argue against Palestinian statehood

Posted: September 13, 2011 by crescentandcross

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Haaretz

Israel’s overseas ambassadors have been instructed by the Foreign Ministry to use last weekend’s attack on the Israeli embassy in Cairo to convince decision-makers in the countries where they serve that United Nations recognition of a Palestinian state will lead to a violent eruption in the West Bank.

Eviatar Manor, head of the ministry’s international organizations branch, sent a telegram to this effect to Israel’s embassies, under the headline “September – an updated assessment and instructions.”

In the cable, Manor told the envoys to continue their efforts to convince senior foreign officials not to support the Palestinians’ statehood bid at the United Nations, and to convey the message that, “What we saw in Cairo demonstrates that, despite the declarations by Abu Mazen [Palestinian Authority President Mahmoud Abbas] and other senior Palestinians that they are not planning a violent confrontation, the violence could also come from the street.”

Manor also wrote in the cable that although the Palestinians have stated publicly that they are approaching the UN secretary-general about being recognized as a full UN member state, the Foreign Ministry maintains its assumption that this is a tactical ploy.

“The Palestinians are selling their willingness to compromise on an application to the Security Council in exchange for getting support for having the General Assembly upgrade their status to a state that isn’t a full member,” Manor wrote.

Full members can only be approved by the Security Council, where the United States has threatened to veto the move.

But Manor stressed that applying to the General Assembly isn’t really a compromise, because the Palestinians know that full membership isn’t realistic – and not just because of an American veto.

“We must stress the fundamental issue of the Palestinians trying to determine the results of negotiations through the United Nations and diplomatic warfare against Israel,” Manor wrote. “The Palestinians are trying to convince people that this move will advance the peace process, while we expect exactly the opposite.”

According to the ministry’s information, the Palestinians may finish the draft of the resolution that they hope to advance in the General Assembly by the end of this week.

“A debate on the Palestinian request is expected to take place on September 27 or later,” with a vote not expected until October, Manor wrote.

Manor told the envoys to warn their interlocutors that giving the Palestinians the status of an observer state will also enable them to join international organizations and conventions, which they would leverage to censure Israel in various forums, such as the International Criminal Court in the Hague. They would also use the new status to try to impose measures of sovereignty in the West Bank, Manor wrote.

“This will lead to confrontation and put our economic, security and humanitarian cooperation at risk,” he wrote.

Prime Minister Benjamin Netanyahu met yesterday with German Foreign Minister Guido Westerwelle and stressed the importance of bilateral talks, while also decrying Palestinian unilateral moves.

Last week he spoke by phone to Spanish Prime Minister Jose Luis Rodriguez Zapatero and German Chancellor Angela Merkel to express the same concerns.

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fonte:  http://theuglytruth.wordpress.com/2011/09/13/israels-new-tactic-use-cairo-embassy-attack-to-argue-against-palestinian-statehood/

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CRONACHE DA FIRENZE

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