Come Di Bartolomei
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di Francesco Vannutelli
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Vengo qui tutti gli anni.
Al parco, su via Nemorense, dove la mie gambe bambine corsero con gli amichetti da una parte all’altra, confuse e festanti, disordinate e instancabili.
Quante partite, quanti ricordi, su quel campo di terra e polvere che se tira vento non si riesce a tenere gli occhi aperti.
Vengo qui ogni anno, il trenta di maggio, da cinque anni ormai.
Porto il pallone con me, quello di quando ero bambino, quello che ho ritrovato nella vecchia cameretta a casa dei miei genitori, quando lui se ne è andato.
Vengo la mattina presto, prima di attaccare al ministero. Non c’è mai nessuno a quell’ora. Qualche anziano col giornale. Qualche barbone sulle panchine. Le ombre lunghe degli alberi nelle prime luci del giorno.
Arrivo al campetto da calcio e poggio a terra il mio pallone, tutto rovinato, graffiato, usurato.
Mi sfilo la giacca e la poggio a terra. Prendo la rincorsa e tiro, sempre nella stessa rete, piena di buchi, sotto la traversa sverniciata e arrugginita.
Vengo qui ogni trenta di maggio, poco dopo l’alba. Tiro un solo rigore, ogni anno lo stesso, colpendo preciso il pallone al centro dopo una rincorsa breve, per cercare di essere come Agostino di Bartolomei.
Quel trenta maggio del 1984 allo Stadio Olimpico io c’ero.
Ero un bambino di dodici anni con gli occhi grandi e il cuore in tumulto per l’emozione. Non avrei mai immaginato di riuscire a vedere la Roma in finale della Coppa dei Campioni. Mai e poi mai avrei potuto immaginare di essere lì, allo stadio, durante quella partita che mai più c’è stata.
Andavo a vedere le partite di campionato, nel settore distinti, quando mamma me lo permetteva, ma mai ero andato a vedere la partita in mezzo alla settimana, una partita internazionale. Fu sette giorni prima dell’incontro che mio padre tornò a casa dal lavoro con un sorriso e una busta da lettere sigillata in una mano. Io ero al tavolo della sala da pranzo chino sul quaderno a quadretti. “La vuoi vedere la finale?”, mi disse, e aprì la busta tirando fuori due tagliandi per la tribuna Tevere. Io iniziai a saltargli intorno urlando:«Vado a vedere la finale! Vado a vedere la finale!». Lui rideva, felice e orgoglioso.
A cena, di fronte al polpettone con i piselli ci spiegò che Iacovetti dell’ufficio sinistri aveva avuto mesi prima i biglietti come premio aziendale e non sapeva che farsene, visto che tifava per la Lazio. Erano amici, papà e Iacovetti; ogni lunedì commentavano a suon di battute i risultati della domenica. La sera papà tornava a casa e diceva: Iacovetti ha detto così… oppure sai cosa ho detto Iacovetti?. Rideva sempre, il mio papà, e ogni volta che rideva io ridevo con lui. «È stato proprio gentile», disse mio padre versandosi il vino nel bicchiere. «Glielo ho detto: quando la Lazio sarà in finale te li darò io i biglietti!», disse e poi scoppiò a ridere a crepapelle e io con lui.
La settimana che mancava alla finale viaggiò su due diversi binari temporali; da una parte mi sembrava non finisse mai, dall’altra mi sembrava che tra la sera in cui mio padre portò i biglietti e il giorno della grande partita fosse passata solo una notte di sonno.
In classe non ci credeva nessuno. Ero l’unico che conoscevano ad andare allo stadio. Solo il padre di Santucci, il commercialista di piazza Istria, andava in Montemario con una delegazione del suo circolo di canottieri, ma al figlio non se lo portava mica. Rosicava più di tutti, Santucci, mentre mi diceva che tanto dalla Montemario si vedeva meglio che dalla Tevere e che suo padre gli aveva promesso la maglia di Conti a fine partita. “E io gli ho detto: «Tranquillo Santucci, in televisione è come stare allo stadio, uguale uguale! Ti divertirai tantissimo!. Vedessi che faccia ha fatto, papà! Come gli rodeva!».
Quel mercoledì 30 maggio ero paralizzato dall’emozione. A scuola non parlai con nessuno, non incrociai nessuno sguardo, evitai ogni discussione sulla partita.
Salii sulla 127 di papà che ancora non riuscivo a parlare. La sciarpa di lana a bande gialle e rosse che mia madre mi aveva fatto a maglia tre anni prima per il mio esordio all’Olimpico come tifoso mi pizzicava la pelle, avevo caldo, ma non la volevo levare. Non potevo farlo.
Il Liverpool era fortissimo. Erano tutti campioni abituati a vincere, mi diceva papà in macchina. Lui si ricordava quando nel ‘77 avevano battuto proprio qui a Roma i tedeschi del Borussia non mi ricordo cosa. Era la loro prima finale e vinsero subito. E vinsero pure l’anno dopo, contro il Bruges. E di nuovo nell’81, contro il Real Madrid, una delle squadre più forti della storia del calcio. «Ma ‘sta volta è diverso», diceva papà suonando il clacson a festa insieme alle auto degli altri tifosi incolonnati verso lo stadio. «Stavolta noi giochiamo in casa, e anche se loro sono più forti, noi siamo di più, perché stasera la Roma giocherà in ottantamila contro undici, e vedremo se non avranno paura, gli inglesi!» Scoppiò a ridere e io con lui. Non mi sentivo più agitato. Mio papà aveva detto che tutto sarebbe andato bene e io gli credevo. Ci mettemmo a cantare cori da stadio insieme agli altri che a coppie di due ci sfilavano al fianco in motorino.
Allo stadio sentii l’agitazione montare di nuovo, mentre prendevamo posto sulle gradinate facendoci largo tra la folla.
Papà fumava una sigaretta dietro l’altra e io lo guardavo, eccitato e nervoso come non lo avevo mai visto. Mangiammo i panini con la frittata che mamma ci aveva preparato, con il pane fresco del fornaio di via Fibreno, e le zucchine e il prosciutto crudo che univano dolce e salato nella mia bocca. Il sapore mi scioglieva lo stomaco e mi faceva stare meglio. Mamma era bravissima a cucinare, ma quel panino era speciale, c’era qualcosa che lo distingueva da ogni cosa avessi mai mangiato in vita mia. Era più buono di tutto: più buono del ragù di salsiccia che preparava quando veniva nonno a pranzo la domenica; più buono della carbonara che mi faceva quando prendevo un bel voto a scuola. Più buono persino della Nutella che mangiavo a colazione durante le feste di Natale. Era la cosa più buona che avessi mai mangiato. Ne godetti ogni boccone, guardando le bandiere sventolare tutto intorno a me e i fumogeni levarsi pigri verso il cielo.
Quando le squadre entrarono in campo, sentii il cuore esplodermi in petto.
I tifosi inglesi provarono a intonare un timido “You’ll never walk alone”, ma vennero sommersi da un repentino “Roma!” scandito tre volte, in coro, fortissimo, da tutti i tifosi giallorossi. “Roma!”, una volta, per la gioia. “Roma!”, una seconda volta, per la speranza. “Roma!”, la terza volta, per cacciare via la paura.
La Roma giocava con la maglia bianca come segno di cortesia verso i Reds che si trovavano ad essere ospiti.
Battemmo noi, Graziani ebbe la prima occasione della partita, ma furono loro ad andare in vantaggio al quarto d’ora con Neal, al termine di una confusa azione nella nostra area. A pareggiare prima della fine del primo tempo ci pensò Pruzzo con un colpo di testa dei suoi, su cross perfetto di Bruno Conti dalla sinistra. La Roma c’era.
Il resto della partita volò via in una tensione crescente. Il secondo tempo lasciò il risultato invariato, così come i supplementari. I nostri spingevano, Graziani ebbe una buona occasione, ma il Liverpool era ben organizzato e sicuramente più abituato di noi a gestire la tensione.
Si arrivò ai rigori che le squadre erano esauste. Era la prima volta che una finale di Coppa dei Campioni veniva decisa dal dischetto. Era la serata delle prime volte, in qualche modo.
Furono i Reds a calciare il primo rigore, con il difensore Steve Nicol. Tutto l’Olimpico tratteneva il fiato. Io presi la mano di mio padre e gliela stritolai di incredula felicità quando vidi il pallone volare alto sopra la traversa. Aveva sbagliato! Il Liverpool aveva sbagliato il primo rigore! Ora tutto è possibile!
Toccava a noi adesso. Dovevamo approfittare del vantaggio, portarci avanti e chiudere in bellezza una stagione incredibile. Graziani si avvicinò al dischetto ma fu raggiunto da Agostino Di Bartolomei, il capitano, il numero dieci. «Tiro io», gli disse. Agostino era il nostro rigorista principale. Era sempre lui dal dischetto quando capitava un fallo in area. Un esecutore implacabile, un destro preciso e potente che non dava scampo ai portieri avversari.
Di Bartolomei era il mio giocatore preferito. Così calmo, così ordinato, sempre preciso nelle aperture, violentissimo nel momento in cui si trattava di concludere a rete. Un vero Capitano, che sapeva guidare i compagni, aiutandoli e indirizzandoli sul campo. Ci fu un momento, un paio di anni prima, in cui Falcao stava per diventare il mio idolo prendendo il posto di Agostino. Fu durante la partita contro la Fiorentina. Era una delle prime volte che andavo allo stadio e Falcao fece un assist di tacco al volo per Pruzzo che tutt’oggi rimane uno dei gesti atletici più belli che io abbia mai visto su un campo da calcio. Era facile rimanere ipnotizzati dalla classe del brasiliano, o dalle serpentine di Conti. Ma di Agostino di Bartolomei mi conquistava ogni volta quella serena tristezza che gli si poteva leggere negli occhi, quell’aria che lo faceva apparire a me, bambino appassionato di film western, un eroe, un cowboy solitario e leale, serio e silenzioso, implacabile con la sua pistola.
Il capitano sistemò la palla sul dischetto e prese la rincorsa, breve, come sempre; un passo e mezzo, il minimo necessario per caricare il suo destro, la sua pistola, di potenza pura.
Tirò forte, centrale, spiazzando il portiere del Liverpool. Nel suo destro mise tutta la rabbia, tutta la speranza della sua città, dei suoi tifosi. . Era l’uomo con la pistola che batte l’uomo con il fucile, il pistolero che caccia i banditi all’assalto della banca, solo, con la sua colt.
La gioia fu enorme. Lo stadio stava per esplodere. Una sola voce incitava il nostro portiere Tancredi a neutralizzare anche il successivo rigore inglese. Ma la palla entrò.
Il resto poi è noto; le danze di Grobbelaar e la palla spedita alta da Conti; la traversa di Graziani e il rigore trasformato da Kennedy.
Il Liverpool divenne campione d’Europa per la quarta volta. Avrebbe vinto ancora, negli anni successivi. La Roma non è più tornata così in alto, in Europa.
Quando tutto fu finito, mentre gli inglesi festeggiavano in campo e sugli spalti, mi lasciai crollare sulla gradinata. Ero esausto, come se avessi giocato io la partita. Mio padre mi diede una pacca sulla spalla. Il suo sorriso era pieno di amarezza e delusione, ma batté le mani, insieme agli altri romanisti, per ringraziare la squadra.
In quel momento io ero lontanissimo dagli spalti, lontano dagli altri tifosi, lontano da mio padre.
Mentre sedevo lì, nello stadio che lentamente si vuotava, non riuscivo a pensare alla sconfitta. La partita era una cosa lontana, irreale. Non vedevo la traversa che ci aveva negato la gioia della vittoria, non mi chiedevo perché Falcao non avesse tirato il rigore. Rivedevo solo Di Bartolomei che allontanava il suo compagno e sistemava la palla sul dischetto. E tirava. Forte. E segnava. Per tutti noi. Rivedevo quel rigore all’infinito. Un passo e mezzo e gol. Lo vivevo come se fossi lui. Sentivo la palla battere sul collo del piede destro mentre la calciavo e vedevo la rete gonfiarsi davanti a me.
E all’improvviso capii di essere felice, comunque. Capii che in quella sconfitta c’era tutta la fatica della squadra e dei suoi tifosi, c’era il sogno di una città intera, c’era il lavoro di mio padre, le sue mani buone che mi avevano dato il biglietto. Quelle mani che ora applaudivano la squadra sconfitta, che ringraziavano insieme a migliaia di altre. Mi unii a loro, battendo le mie, alzandomi in piedi, e guardando mio padre negli occhi, e nel suo sorriso.
Agostino di Bartolomei si sparò un colpo di pistola al cuore sul terrazzo della sua casa di San Marco, in provincia di Salerno, la mattina del 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla finale contro il Liverpool. Lasciò un biglietto con poche parole; «Mi sento chiuso in un buco». Si disse che era pieno di debiti, che i problemi economici lo avevano portato alla depressione e quindi al suicidio, che si sentiva escluso dal mondo a cui era appartenuto per tutta la vita, a cui aveva dato tutto; il mondo del calcio.
Tu, papà, te ne sei andato nella notte tra il 29 e il 30 maggio di cinque anni fa. Il cuore ha ceduto all’improvviso, ha detto il medico. Si è spento, come una lampadina che si fulmina all’improvviso, mentre stavi dormendo accanto alla mamma, a tua moglie.
Il referto dice che ha smesso di battere poco prima della mezzanotte, ma io non ci credo. Mi piace pensare che abbia resistito quei pochi minuti che mancavano al nuovo giorno per farti andar via in una data importante nella storia della tua squadra, nella tua storia.
Quando il dottore ci disse che ti eri spento serenamente risentii per un istante il sapore di quel panino nella mia bocca, forte e buonissimo come non mai, e vidi il tuo sorriso accanto a me allo stadio, mentre applaudivamo alla sconfitta più bella della nostra storia insieme.
Scappai via dall’ospedale, sfrecciai in macchina verso casa nostra, in via Archerusio. Corsi in camera mia. Cercavo il mio pallone, quello che mi comprasti quando iniziai ad andare al parco a giocare con gli amici. Mi tolsi la giacca e la cravatta e come tanti anni prima mi fiondai per strada, saltando intere rampe di scale, dribblando i pedoni troppo lenti, con il pallone sotto il braccio.
Non trovai nessuno al campo. Solo le porte, una di fronte all’altra, e un gatto, pigra sentinella, accoccolato al centro della distesa d’erba secca.
Iniziai a calciare la palla più forte che potevo dentro la rete. Una, due, dieci, cento, non so più quante volte. Sudavo e calciavo, calciavo e sudavo, e da un momento all’altro, senza preavviso, sentii il pianto esplodermi negli occhi. Mi buttai a terra, nella polvere, piangendo tutte le lacrime del mondo.
Da allora vengo qui ogni anno, il trenta di maggio, al parco, su via Nemorense, dove le mie gambe bambine corsero con gli amichetti da una parte all’altra, confuse e festanti, disordinate e instancabili. Porto il pallone con me, quello di quando ero bambino, quello che ho ritrovato nella mia cameretta a casa nostra quando tu te ne sei andato.
Arrivo al campetto da calcio e poggio a terra il mio pallone, tutto rovinato, graffiato, usurato.
Prendo la rincorsa, un passo e mezzo soltanto, e tiro, sempre nella stessa rete, sempre nello stesso punto, sotto la traversa sverniciata e arrugginita.
Un solo rigore. Sempre lo stesso. Per essere come Di Bartolomei.
30 maggio 1984, Roma
Liverpool F.c. – A.S. Roma 5 – 3 ai rigori
(1 – 1 dopo tempi supplementari)
Liverpool: Grobbelaar, Neal, Kennedy, Lawrenson, Whelan, Hansen, Dalglish, Lee, Rush, Johnston, Souness.
A disposizione: Robinson, Bolder, Nicol, Hodgson, Gillespie.
Allenatore: Joe Fagan.
Roma: Tancredi, Nappi, Nela, Righetti, Falcao, Bonetti, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani.
A disposizione: Malgioglio, Oddi, Strukelj, Chierico, Vincenzi.
Allenatore: Nils Liedholm.
Arbitro: Erik Fredriksson (Svezia).
Marcatori: Neal (L) 14’; Pruzzo ( R) 44’.
Rigori: Nicol (L) fuori; Di Bartolomei ( R) gol; Neal (L) gol; Conti ( R) fuori; Souness (L) gol; Rightti ( R) gol; Rush (L) gol; Graziani ( R) fuori; Kennedy (L) gol.
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(13 febbraio 2011)
fonte: http://www.flaneri.com/index.php/blog/post/come_di_bartolomei
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