NO-TAV, BASSO PIEMONTE – Migliaia contro il Terzo Valico / VIDEO: 26 maggio 2012 ad Arquata Scrivia il Movimento No Terzo Valico invade le strade!
26 maggio 2012 ad Arquata Scrivia il Movimento No Terzo Valico invade le strade!
Pubblicato in data 26/mag/2012 da VocidellaMemoria
Ad Arquata Scrivia sabato 26 maggio 2012 un’unica voce da migliaia di manifestanti ha urlato una cosa ben chiara ai pochi che decidono sulla pelle di tutti: NO AL TERZO VALICO!
Poco importa se dalla Valpolcevera alla Val Lemme, passando per Arquata, Serravalle, Novi, Tortona, Pozzolo, Alessandria e Genova intere popolazioni dovrebbero pagare in denaro e scempio ambientale un’opera faraonica (115 milioni al chilometro), subire uno smarino che sarà probabilmente zeppo di amianto e non solo, il rischio più che concreto della devastazione di falde acquifere fondamentali, il proprio democratico dissenso ignorato se non disprezzato.
Il partito del tondino e del cemento ha ricevuto un messaggio netto e inequivocabile: GIU’ LE MANI DALLA NOSTRA TERRA!
Migliaia contro Terzo Valico
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Arquata Scrivia - Ad Arquata Scrivia in migliaia hanno sfilato nella marcia No Tav contro il Terzo Valico , l’infrastruttura ferroviaria tra Piemonte e Liguria. Ad organizzare la manifestazione i comitati Scrivia e No Tav Terzo Valico.

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Secondo gli oppositori del progetto sulla linea Genova-Rotterdam la realizzazione della linea causerebbe gravi danni alle sorgenti, «con la dispersione da 13 a 16 mila metri cubi all’acqua dalla galleria» e alla salute dei cittadini per la diffusione delle fibre d’amianto contenute nel materiale di scavo.
Oltre agli esponenti dei movimenti locali, tra Piemonte e Liguria, ha partecipato anche una rappresentanza di valsusini del movimento contro la Torino-Lione: hanno marciato dietro lo striscione “Giù le mani dalla Valsusa”. Tantissime le bandiere bianche con il caratteristico treno crociato, tra vessilli di partiti, movimenti ed associazioni (Prc, Sel, Pdci, Movimento 5 Stelle, Legambiente, Wwf).
Presenti anche i No Gronda, la Fiom Cgil di Alessandria e vari comitati cittadini, come quello che difende villa Sanguineti a Genova, una scuola della Valpolcevera che rischia di chiudere per far posto ad un cantiere del Terzo Valico.
Tanta gente si è unita alla protesta. Circa quattromila le persone in piazza. Il corteo ha percorso l’area esterna di Arquata e si è svolto in modo pacifico. Presente il sindaco di Arquata Paolo Spineto. Nel suo discorso il primo cittadino ha detto: «Questa manifestazione pacifica ha dimostrato che il Terzo Valico non è un problema per l’ordine pubblico ma rappresenta un pericolo per le nostre terre». Il sindaco ha poi dato appuntamento al consiglio comunale “aperto al pubblico” che si terrà la prossima settimana.
La manifestazione si è conclusa nella piazza dei Caduti ad Arquata dove si trovano due fontane in cui scorre l’acqua delle fonti della frazione di Rigoroso, fonti che scomparirebbero con la realizzazione del Terzo Valico.
MANDIAMOLI IN MINIERA – Se nell’aeroporto fantasma chiedono il premio di produzione

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Lo scalo «Gabriele D’Annunzio» di Montichiari, in provincia di Brescia.
Se nell’aeroporto fantasma chiedono il premio di produzione
Scioperano i 70 dipendenti. L’azienda: un’idea senza senso
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di Claudio Del Frate
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Lo scalo ‘Gabriele D’Annunzio’ di Montichiari in provincia di BresciaMILANO – «Di tutto avremmo bisogno, tranne che di finire sui giornali per storie come queste…»: Virginio Bettinsoli, presidente della società che gestisce l’aeroporto «D’Annunzio» di Montichiari (Brescia) prova invano a tamponare la falla. Ma come si può far passare sotto silenzio quello che è accaduto mercoledì nel tormentato scalo lombardo? Il sindacato di base Usb ha proclamato uno sciopero chiedendo per i circa 70 dipendenti della «D’Annunzio» il pagamento del premio di produzione e degli straordinari. Oltre all’assunzione di una serie di lavoratori precari. Nulla di strano, se non fosse che a Montichiari, ormai da due anni, non c’è più un volo di linea, non atterra neanche un monoplano, eccezion fatta per 9 voli delle Poste Italiane concentrati ogni notte tra l’una e le tre.
Per il resto della giornata i 4 chilometri di pista restano deserti, deserti i banchi del check in, senza lavoro i controllori di volo, i vigili del fuoco, i finanzieri, i poliziotti e i tassisti che presidiano questo scalo fantasma. La società di gestione, composta da enti pubblici bresciani, veronesi e trentini deve di continuo ripianare perdite che nel corso degli anni hanno superato i 30 milioni di euro e il 50% del personale è in cassa integrazione. Eppure si è arrivati al surreale sciopero di mercoledì che, per inciso, ha provocato disagi anche ai 9 voli superstiti della notte.
«Ma non siamo così sciocchi da chiedere il premio di risultato per questi ultimi anni, quando non c’è più un movimento: lo sollecitiamo per gli anni passati, ad esempio il 2007 e il 2009 quando a Montichiari qualcosa passava» specifica Mario Carleschi rappresentante dell’Usb. Già, solo che in quegli anni al massimo c’erano tre collegamenti giornalieri, non certo un’attività frenetica.
Il sindacato di base è la sigla che raccoglie i maggiori consensi tra il personale di Montichiari. «La realtà è che su questo scalo vige la massima incertezza – spiega Carleschi – e non si vedono prospettive per il domani. Da lì nasce il nostro sciopero, che punta a risultati concreti nell’interesse dei lavoratori». Ragionamento che non fa una grinza; ma come giustificare il pagamento di straordinari o l’assunzione dei precari se all’aeroporto manca il pane quotidiano, vale a dire passeggeri, decolli e atterraggi? «La società – prosegue il sindacalista – ha messo in cassa integrazione i lavoratori e anche per l’assistenza ai voli postali il personale è ridotto all’osso. Così basta che un atterraggio ritardi, che ci sia congestione nel carico e scarico delle merci e i lavoratori devono prolungare la loro permanenza oltre l’orario stabilito. Una parte di loro è inoltre assunta con contratto a termine e cambia di continuo: vi sembra logico che un’azienda faccia ricorso a dei precari quando ha i dipendenti in cassa integrazione?».
La logica, per la verità, viene meno in altre circostanze quando si parla dei rapporti sindacali dentro l’aeroporto bresciano; si è detto che l’Usb gode di largo consenso ma siccome non è firmatario dei contratti a livello nazionale la società «D’Annunzio» non riconosce la sigla autonoma come interlocutore. Così il dialogo tra le parti deve spesso avvenire attraverso convocazioni del prefetto.
«Ma ditemi voi come si può chiedere il pagamento di straordinari o bonus di risultato – si sfoga il presidente Bettinsoli – se solo nel 2011 abbiamo totalizzato 4 milioni perdite e non ci sono voli. È una richiesta senza senso che non sta in piedi e nemmeno i sindacati confederali l’hanno avanzata».
«Certo che quelli hanno una bella pretesa a reclamare l’applicazione del premio di produzione» ironizza a questo proposito Mauro Scalvini, segretario della categoria dei trasporti per la Cisl di Brescia. E perché mai? «Perché nel 2009 fu l’Usb a sollecitare la bocciatura di un accordo in quel senso. E dunque adesso a cosa si vogliono appellare? Piuttosto, si discuta per dare un serio futuro a Montichiari».
Già, il futuro: per il momento le idee appaiono poche ma confuse. Ancora nel marzo scorso l’assessore regionale lombardo Raffaele Cattaneo, rispondendo a un’interpellanza, auspicava per il D’Annunzio il traguardo di 3 milioni di passeggeri l’anno entro il 2015 mentre il Pd a Verona ne chiedeva la chiusura. E un piano in mano al ministero dello Sviluppo definisce Montichiari, assieme a un’altra manciata di aeroporti italiani minori, «non strategico». Che messa così suona come un eufemismo.
Claudio Del Frate
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fonte corriere.it
Placido Rizzotto, riaperte le indagini sull’omicidio del sindacalista

Placido Rizzotto, riaperte le indagini sull’omicidio del sindacalista
Segretario della Camera del lavoro di Corleone, venne rapito dalla mafia la sera del 10 marzo 1948, massacrato di botte e buttato in una foiba
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PALERMO – La procura di Palermo ha riaperto le indagini sul rapimento e omicidio del sindacalista di Corleone Placido Rizzotto. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dal pm Francesca Mazzocco, è a carico di ignoti. Rizzotto, ex partigiano, socialista e segretario della Camera del lavoro di Corleone, venne rapito dalla mafia la sera del 10 marzo 1948 massacrato di botte e buttato in una foiba. I suoi resti sono stati riconosciuti solo pochi mesi fa, grazie al confronto effettuato dalla polizia scientifica col dna del padre, il cui cadavere è stato riesumato. È stato accertato che le ossa ritrovate erano sue. Ieri a Corleone sono stati celebrati i funerali solenni di Rizzotto alla presenza del capo dello Stato.
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fonte ilmessaggero.it
Mafia, funerale di Rizzotto a Corleone Napolitano: “E’ nella memoria condivisa” / Il nipote di Rizzotto, per 64 anni lo Stato ha preferito insabbiare

fonte immagine fp.cgil.lombardia.it
Mafia, funerale di Rizzotto a Corleone Napolitano: “E’ nella memoria condivisa”
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Corleone (Palermo), 24 mag. – (Adnkronos) – Un lungo applauso all’uscita dalla chiesa madre di Corleone ha salutato il feretro di Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso dalla mafia 64 anni fa, nel ’48, e i cui funerali si sono celebrati soltanto oggi alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Davanti a decine di bandiere della Cgil, di tutte le province della Sicilia, l’auto con i resti del sindacalista e’ stata salutata dalle centinaia di persone presenti.
Il capo dello Stato all’uscita della chiesa ha detto che “c’è molto di nuovo in Sicilia, c’è molto di nuovo nella coscienza della gente siciliana e, in modo particolare, dei givoani siciliani. E’ un elemento di forza per tutto il Paese”. Ai giornalisti che gli facevano notare che in poco meno di 24 ora ha raggiunto tre luoghi simbolici nella lolta alla mafia, come Capaci, Corleone e Portella della Ginestra il capo dello Stato ha risposto: “Naturalmente il filo conduttore è lo stesso. Rendere onore a chi ha combattuto e anche a chi ha pagato con la vita, perche’ i sacrifici hanno dato i loro frutti”.
Su Rizzotto poi ha aggiunto: “Certamente Placido Rizzotto è un capitolo della memoria condivisa di questo Paese”. “Abbiamo appena finito di celebrare i 150 anni dell’unita’ d’Italia – ha ricordato Napolitano – e sebbene la vicenda Rizzotto non ne faccia parte, non possiamo non considerarla a pieno titolo come memoria condivisa degli italiani”.
Di “eroe civile”, parla la leader Cgil Susanna Camusso presente ai funerali: “Noi andremo avanti nella ricerca della giustizia chiediamo la riapertura del processo perché questa pagina buia della storia possa essere chiusa”. E ancora: “Rizzotto era mosso da un profondo senso di giustizia”.
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fonte adnkronos.com/IGN
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altro articolo su Solleviamoci: «Funerali di Stato per Rizzotto». Il Web si mobilita
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Mafia: nipote Rizzotto, per 64 anni Stato ha preferito insabbiare
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(AGI) – Palermo, 24 mag. – “Siamo finalmente riusciti a dare a mio zio una degna sepoltura. Ma abbiamo dovuto attendere 64 anni. Si e’ preferito, infatti, insabbiare tutto”. Lo ha detto Angelo Rizzotto, nipote del sindacalista ucciso dalla mafia nel 1948, presente oggi ai funerali di Stato a Corleone. “Gli assassini di mio zio -ha ricordato- furono assolti per insufficienza di prove cosi’ come gli assassini di altri 47 sindacalisti uccisi dal 1946 al 1956. Nessuno di questi eroi, in lotta per i diritti dei lavoratori ha avuto giustizia. Lo Stato avrebbe dovuto fare di piu’. Per anni invece e’ stato completamente assente”. “Placido Rizzotto -ha detto ancora il nipote- ha creduto fortemente nella legalita’ e nella giustizia. Ha combattuto contro il sistema del potere mafioso senza alcun timore. Per questo e’ stato barbaramente ucciso.
Per questo il suo sogno e’ stato spezzato. Ma grazie alle tante persone che ancora oggi credono in questi valori, posso dire che il suo sacrificio non e’ stato vano”. Secondo Angelo Rizzotto, che e’ sindacalista della Uil siciliana, “la mafia sicuramente non e’ stata ancora sconfitta. Nel tempo ha cambiato volto e per questo bisogna lavorare ancora molto. Alla nostra Isola mancano lavoro e cultura. Ecco perche’ Cosa Nostra cresce e si arricchisce. Un primo successo sono stati sicuramente i terreni confiscati alla mafia, coltivati oggi da Libera Terra. Cio’ dimostra -ha affermato Rizzotto- che le idee di Placido Rizzotto sono ancora vive. Oggi il nostro obiettivo deve essere prima di tutto la tutela dei lavoratori onesti.
Dobbiamo dare un futuro ai giovani che lavorando possono vivere onestamente senza andare a incrementare l’esercito della mafia”.
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fonte agi.it
SCUOLA – Diecimila insegnanti in esubero riconvertiti sul sostegno. Ed è polemica

Diecimila insegnanti in esubero riconvertiti sul sostegno. Ed è polemica
Critica la Cgil: “Così ci sarà un’ulteriore riduzione dell’organico dei docenti”. E i precari non ci stanno: hanno seguito corsi di due anni per lavorare con i ragazzi disabili. Ora basteranno 120 ore di lezione
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di SALVO INTRAVAIA
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Taglio di 10 mila posti in arrivo attraverso la riconversione su sostegno degli insegnanti in esubero. Ma le associazioni di precari e di genitori non ci stanno. Lo scorso 16 aprile, il ministero dell’Istruzione ha emanato il decreto che consentirà a oltre 10 mila insegnanti in esubero - senza più una cattedra sulla quale insegnare a causa del megataglio di 87 mila posti operato dalla gestione Gelmini/Tremonti - di acquisire la specializzazione prevista per insegnare agli alunni portatori di handicap ed allontanare lo spettro della mobilità forzosa e del licenziamento.
Ma per la Flc Cgil “non è così che si risolve il problema degli esuberi”. Lo scorso mese di dicembre, sembrava tutto pronto ma poi l’Ansas - l’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica - preferì ritirare il bando per il reclutamento dei tutor per i corsi di riconversione che organizzeranno le università. A spingere il ministero a una pausa di riflessione sono state le proteste delle associazioni di disabili, Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) in testa, che non ritenevano sufficiente un corso di appena 120 ore per trasformare docenti in esubero in insegnanti di sostegno.
Ma dopo una revisione del bando che prevede un corso di 426 ore strutturato in tre livelli - base, intermedio e avanzato – il mese scorso è stato pubblicato il decreto che lancia i corsi. “Riteniamo che il tema esuberi per il comparto scuola - spiega Domenico Pantaleo - non possa essere archiviato stabilendo una riconversione su sostegno, volontaria, ma che nei fatti si traduce in scelta obbligata, essendo allo stato l’unica scelta possibile”. Entro il 25 maggio, i direttori scolastici regionali dovranno comunicare al ministero i nominativi di coloro che intendono seguire i corsi di riconversione e subito dopo partiranno le lezioni.
I docenti in esubero sono attualmente 10.443 e parecchi stanno aderendo alla proposta del ministero di riconvertirsi. Ma “è evidente - continua Pantaleo - che l’effetto di tutto ciò determinerà una ulteriore perdita di posti per i docenti a tempo determinato, innescando l’ennesima contrapposizione tra il personale”. I precari che lavorano su sostegno, alcuni da anni, sono almeno 40 mila e saranno proprio loro i primi a fare le spese della riconversione dei colleghi in esubero perché il decreto che istituisce i corsi prevede che basterà superare la prova finale del livello base per essere “utilizzati su posto di sostegno”.
Basterà seguire cioè 120 ore di corso per entrare in classe e lavorare con gli alunni disabili. Ma i precari non ci stanno. Pochi giorni fa, un gruppo di supplenti di Reggio Calabria ha scritto al ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, manifestando tutte le loro perplessità. “Vogliamo sottolineare che tali corsi generano una disparità di trattamento fra docenti, in quanto il titolo verrà conseguito con modalità diverse rispetto a quelle richieste al personale oggi in servizio, innescando una poco costruttiva ‘guerra fra poveri’, arrecano un notevole danno agli studenti”.
I precari, per ottenere la specializzazione su sostegno, hanno seguito corsi di due anni (per 800/1.600 ore) mentre ai docenti in esubero ne basteranno appena 120. “I percorsi di riconversione, che si effettueranno in modo affrettato e quindi superficiale, saranno frequentati da docenti, per la maggior parte, demotivati e poco inclini a tale tipo di insegnamento, considerato solo un ripiego per evitare la mobilità forzata o addirittura il licenziamento. Noi , precari di sostegno siamo fantasmi per la scuola, ma fantasmi che hanno lottato per acquisire la propria professionalità, che hanno affrontato anni di studio, che hanno coperto sedi disagiate, che hanno affiancato allievi con le più diverse patologie, che si sono aggiornati a loro spese”. E invitano Profumo “ad analizzare bene la situazione” per evitare di “essere privato del proprio lavoro e della propria dignità”, di diventare “figli di un Dio minore” a quarant’anni ed oltre.
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fonte repubblica.it
Crisi, sindacati in piazza il 2 giugno per il lavoro: il governo cambi marcia

Crisi, sindacati in piazza il 2 giugno per il lavoro: il governo cambi marcia
La manifestazione nel giorno della festa della Repubblica. Boom di fallimenti: in tre mesi chiuse tremila imprese
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ROMA – Cgil, Cisl e Uil manifesteranno nella capitale il 2 giugno nel giorno della «Festa della Repubblica». Lo annunciano i leader sindacali, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e «questa è una cosa spesso dimenticata. Abbiamo scelto questa data per riconfermare la nostra opinione», ha sottolineato Angeletti. «Porteremo i lavoratori a festeggiare la Festa della Repubblica», ha aggiunto, perché «nella crisi in cui stiamo vivendo la dimensione delle persone che lavorano è la più sacrificata».
Il governo cambi marcia. «Pensiamo che questa manifestazione sia un chiaro sintomo della nostra opinione che il governo deve cambiare marcia, ci auguriamo che il messaggio giunga chiaro e che il governo ne tenga conto», ha detto ancora il leader della Uil, parlando anche a nome dei leader di Cgil e Cisl.
Non si ferma intanto la corsa dei fallimenti: in base ai dati Cerved, in Italia nel primo trimestre dell’anno sono state aperte oltre 3.000 procedure, il 4,2% in più rispetto allo stesso periodo 2011. E la crescita dei default non si arresta da quattro anni: a partire dell’aprile 2008 le procedure sono in aumento. Un primo segnale positivo viene solo dai dati destagionalizzati: tra gli ultimi 3 mesi del 2011 e i primi 3 del 2012 il numero di fallimenti corretto per fenomeni di stagionalità e di calendario è in calo dell’1,1%, mantenendosi comunque a livelli molto più elevati rispetto a quelli pre-crisi.
I settori più colpiti. Il gruppo Cerved segnala che dal punto di vista settoriale il primo trimestre del 2012 ha confermato le tendenze del 2011: continua a ritmi intensi l’aumento dei fallimenti nell’edilizia (+8,4% rispetto ai primi tre mesi del 2011) e nel terziario (+4,1%) che risente degli incrementi osservati nella filiera informazione, della comunicazione e dell’intrattenimento, nella logistica-trasporti e tra le società immobiliari.
I segnali di speranza. Pur rimanendo il comparto caratterizzato dalla maggiore diffusione dei fallimenti (la “insolvency ratio”, cioè il numero di fallimenti ogni 10mila imprese, si è attestato a 9,8 punti contro il 5,5 osservato nel complesso dell’economia) continuano i segnali che fanno sperare in un’inversione di tendenza nell’industria: le richieste default sono in calo del 7,2% rispetto al primo trimestre del 2011.
Il centro Italia il più colpito. Anche a livello territoriale dei primi tre mesi del 2012 si confermano le dinamiche osservate nel corso degli ultimi periodi: i default continuano a crescere in tutta la penisola ad eccezione del Nord Est, in cui si registra una diminuzione dell’8,8% rispetto allo stesso periodo del 2011 grazie ai forti cali osservati in Veneto (-12,3%) e in Emilia Romagna (-12,2%). L’aumento dei fallimenti è invece particolarmente intenso nel Centro Italia (+12,7%), fortemente maggiore rispetto alla media nazionale, nel Mezzogiorno e nelle Isole (+6,5%), così come nelle Regioni del Nord Ovest (+4,9%). Pochi segnali positivi anche dai concordati preventivi, che nel primo trimestre 2012 risultano in aumento del 4,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso: l’incremento segna un’inversione di tendenza rispetto alle dinamiche positive osservate nel corso del 2011.
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fonte ilmessaggero.it
PRIMO MAGGIO – “Auguri a chi si è suicidato”, la provocazione di Casa Pound
“Auguri a chi si è suicidato”
la provocazione di Casa Pound
L’immagine di un lavoratore impiccato a un grande numero “1″, affissa davanti ai cimiteri di Bologna e di altre città emiliane. Blu, un piccolo sindacato nato dalle fila del movimento di estrema destra, celebra così il Primo Maggio. E attacca Cgil, Cisl e Uil

“Buon 1° maggio, lavoratore suicidato”. E’ quanto si legge, secondo una nota di Blu, Blocco lavoratori unitario, sindacato nato in seno a Casa Pound Italia, negli striscioni “choc” posizionati nella notte davanti ai cimiteri dei principali capoluoghi dell’Emilia-Romagna. “Una provocazione – scrive Blu – In tempi di crisi il 1° maggio si celebra anche cosi”.
Protagonista di recente di azioni analoghe, Blu ha compiuto l’azione simultaneamente in una cinquantina tra città e piccoli centri dal Nord al Sud del Paese. “Ci sono sindacati che non festeggiano”, si legge in calce ai volantini che stanno facendo il giro del web: l’immagine rappresentata è quella di un operaio impiccato che pende da un grande “1″. A lato la scritta: “Forse non ti interessa più, ma a Roma oggi c’è un gran concerto. Buon 1° maggio, lavoratore suicidato”.
La frase è poi finita anche sugli striscioni esposti dal sindacato di Cpi in tutti i capoluoghi della regione, tra cui Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna e Forlì.
“Rifiutiamo la logica da ‘panem et circenses’ dei sindacati, anche perché di ‘panem’, a differenza di quanto avveniva nell’antica Roma, oggi non se ne vede più – sottolinea Blu. Di fronte a una lista di imprenditori e lavoratori ‘suicidati’ da uno Stato strozzino che si allunga ogni giorno di più e a una riforma che punta a ridurre i lavoratori in stato di servaggio, Cgil, Cisl e Uil non sanno fare di meglio che pretendere di utilizzare come una vetrina, peraltro a costo zero, il concerto che si tiene oggi a Roma, sperando così di far dimenticare a suon di musica la loro inettitudine. Noi però a questo gioco ipocrita non partecipiamo. E’ il 1 maggio, ma non c’è niente da festeggiare”.
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LAVORO – La protesta di 6 operai nel cratere del Vesuvio, per una vertenza che si trascina dal 2008
Lavoro, la protesta di 6 operai nel cratere del Vesuvio
Ex dipendenti della cooperativa che porta lo stesso nome del vulcano, si sono calati all’alba con delle corde

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Sei lavoratori della ex cooperativa ‘Vesuvio, Natura e Lavoro’ stanno protestando all’interno del cratere del Vesuvio. Sul posto è presente la polizia. All’alba i sei si sono calati con delle corde nel cratere dove hanno allestito un riparo di fortuna.
“Resteranno lì fino a quando la Regione Campania non darà una risposta o un segnale”, informa il sindacalista Cisl, Ciro Fusco presente sul posto.
Sul luogo della protesta sono intervenuti i vigili del fuoco di Napoli, con due automezzi e una squadra di una decina di unità. Al momento sono impegnati in un presidio di sicurezza (i lavoratori calatisi nel cratere potrebbero essere investiti da smottamenti di materiale franoso) ma sono pronti anche a intervenire per aiutare i manifestanti nella risalita, che è ben più ardua della discesa.
Un altro gruppo di circa venti ex lavoratori è fermo a quota mille ai cancelli della biglietteria per il sentiero del Gran Cono. I lavoratori, per i quali è scaduta la mobilità in deroga, anche nei giorni scorsi hanno chiesto un incontro in Regione Campania insieme ai vertici dell’Ente Parco Nazionale Vesuvio pertrovare una soluzione alla vertenza che si trascina dal 2008.
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TARANTO – La marcia ‘padronale’ degli ottomila, contro la chiusura dell’Ilva. E contro la salute dei propri figli

fonte Sospiriamo, Taranto
Taranto: Il processo sull’acciaieria e i tumori. La battaglia degli ambientalisti
La marcia degli ottomila per l’Ilva
Gli operai ignorano il veto sindacale: «Se chiude siamo alla fame» I periti: l’esposizione continuata agli inquinanti fa morire ancora
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di Goffredo Buccini
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TARANTO – I compagni gli marciano attorno e lo sfottono: «Dai, parla per noi, Alessa’!». E Alessandro Mancarella nella sua tuta blu dice che è incavolato come una belva: «Pure assassini di bambini, ci hanno chiamato! Mi hanno chiesto: e se tuo figlio s’ammala per colpa dei vostri fumi maledetti? Beh, io rispondo che lo dovrei curare, e dunque dovrei lavorare il doppio, senza soldi non li possiamo curare i nostri figli».
Si schiarisce la gola, il manutentore meccanico Mancarella, 34 anni, da dieci all’Ilva. Ha pubblicato una lettera dignitosissima sulla Gazzetta del Mezzogiorno («difendo il mio lavoro, non chi mi paga») e molti lo cercano, adesso, gli manca solo la consapevolezza per essere leader di questi operai senza classe operaia, monadi senza un’idea del noi : «Dicono che il padrone ci ha minacciato per mandarci qui a manifestare? Abbiamo timbrato il cartellino e ci hanno fatto uscire, è vero. Ma guardati attorno, siamo migliaia: le puoi minacciare migliaia di persone? Me, non m’hanno minacciato».
Otto del mattino, ponte girevole, snodo tra la Taranto Vecchia e moribonda e la Taranto nuova e stuprata. Sfilano in massa i lavoratori dell’Ilva: con gli operai ecco gli impiegati, i capi e i capetti, quelli del Sil, la «polizia interna», gente delle cokerie, degli altiforni, tute verdi e beige e rosse assieme a quelle blu, in ottomila su undicimila dipendenti della grande acciaieria dei Riva. Sfilano per difendere la loro fabbrica dal rischio del sequestro chiesto a suo tempo dai carabinieri del Noe. Dalle ordinanze durissime del sindaco Stefano. Dagli ecologisti militanti e dai cittadini qualsiasi che chiedono soltanto un’aria migliore. Sfilano contro il timore che il padrone si stufi di tante grane e porti la produzione chissà dove. «Vedi, io non vorrei morire di cancro, ma neppure di fame», ci dice un veterano, trent’anni di «area a caldo»: «Ma il cancro è solo eventuale; se l’Ilva chiude, la fame invece è sicura».
Così oggi gli operai sfilano ignorando il sindacato che aveva detto no a questa «manifestazione padronale»: «Meglio fidarsi del padrone che ci dà il pane», ci dicono i giovani, ormai tanti, coi piercing e i tatuaggi esibiti, la voglia di scappare via appena possibile dall’inferno preso in eredità dai padri. Era dai tempi del Pci che non si vedeva tanta gente in strada tra piazza Castello e il Lungomare, ma adesso non c’è uno straccio di bandiera rossa, questa Marcia degli ottomila – piaccia o no – è tutta nel segno della famiglia Riva, che intanto annaspa sotto una montagna d’accuse a due chilometri da qui, davanti al gip Patrizia Todisco, nel tribunale protetto dai carabinieri e assediato dagli ambientalisti: 91 morti in sette anni solo nei quartieri Borgo e Tamburi, dicono i periti della Todisco. La grande acciaieria ha ucciso e uccide ancora, dicono, inquinando le falde, avvelenando l’erba e gli animali, intossicando gli umani, nonostante gli interventi degli ultimi anni e i soldi spesi per metterci una toppa. L’incidente probatorio si chiude cristallizzando atti d’accusa che peseranno eccome nelle decisioni finali, questa è anche una marcia della disperazione.
E dunque gli operai sfilano anche contro Stefano e la Todisco: «Dopo tutti a casa del sindaco e del gip», scrivono sugli striscioni l’uno uguale all’altro, serigrafati e inappuntabili, che certo sanno tanto di manina aziendale. Sfilano quasi sfidando la legge, derubricando a perizie di parte le conclusioni dei tre professori di chiara fama scelti dalla giudice: «L’esposizione continuata agli inquinanti emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi dell’organismo che si traducono in eventi di malattia e morte». Si raccoglie dalle sette del mattino davanti alla portineria A il popolo di questa fabbrica grande due volte la città che oggi invade la città. Dicono che l’azienda paghi anche gli straordinari, oggi, chiudendo persino un occhio sulle coperture fisse, le «comandate»: di certo un turno di notte viene soppresso per facilitare la partecipazione. Fuori ci sono pullman del trasporto provinciale. «Li ha pagati uno del Sil, della sicurezza Ilva», giura un sindacalista a fine giornata, chissà. Per due ore i pullman fanno la spola dalla fabbrica a piazza Fontana, sfornano migliaia di tute multicolori. «Noi l’abbiamo fatta la nostra manifestazione, quattro giorni fa, con tutt’altro significato», sbotta corrucciato Vittorio Massanelli, vicecommissario della Fim-Cisl.
Erano in duemila. Adesso in ottomila snobbano il sindacato e il suo veto. «Tanti sindacalisti sono corrotti, tanto vale stare coi padroni», dicono, senza esibire prove, molti ragazzi in tuta blu. «Magari fossero corrotti, vorrebbe dire che contano ancora qualcosa», ridacchia amaro un padre nobile delle lotte anni Sessanta, sotto anonimato. Massanelli sbuffa: «E va bene! Se in ottomila ci voltano le spalle vuol dire che non contiamo granché. Soprattutto se chi manda gli operai in piazza ha il potere di metterli sulla black list ».
E ci sarà pure, la lista nera. Ma tra gli ottomila del corteo che per ore gira in centro si respirano dramma e realtà. Stride il confronto con la scena surreale che si consuma nelle stesse ore dietro le transenne del tribunale. Duecento ragazzi. Centri sociali e liceali, vaghi, rabbiosi e entusiasti. «Noi l’Ilva non la vogliamo», scrivono con lo spray sui loro striscioni. «Ma ai suoi operai ci teniamo», aggiungono, come fosse possibile comporre l’ossimoro. Almeno loro ci sono. I sindacalisti Uilm, per dire, stanno chiusi all’Appia Palace a dibattere di «compatibilità»: «Il ballo di Versailles mentre cade la Bastiglia», mormora Fulvio Colucci, autore di Invisibili , un bel volume su questo dramma collettivo. Alessandro Marescotti, ambientalista di lungo corso in corsa alle Comunali, spicca grigio tra gli studenti e gli antagonisti, e ammonisce che per prima cosa bisogna vietare la raccolta delle lumache attorno all’Ilva, «sai, mangiano le foglie inquinate!». Vallo a spiegare a quegli operai in corteo che, accidenti a loro, gli ricordano tanto i «cafoni di Fontamara»: le lumache, ragazzi, occhio alle lumache.
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fonte articolo
Fiat condannata dal tribunale di Bologna: condotta antisindacale contro la Fiom. E’ la quinta volta nell’ultimo anno
Fiat condannata dal tribunale di Bologna: condotta antisindacale contro la Fiom
Il Lingotto fa sapere che farà opposizione al decreto
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TORINO – Il tribunale di Bologna ha condannato la Fiat per attività antisindacale alla Magneti Marelli di Bologna riconoscendo alla Fiom il diritto di avere rappresentanti sindacali. E’ la prima sentenza di alcune decine di cause presentate dal sindacato guidato da Maurizio Landini contro il Lingotto. La Fiat non commenta, ma fa sapere che farà opposizione al decreto.
Landini: l’azienda applichi lo Statuto dei lavoratori e le leggi. «E’ la quinta volta, in cinque diversi Tribunali, che nell’ultimo anno la Fiat viene condannata per comportamento antisindacale per atti e azioni contro la Fiom, i suoi iscritti e i suoi delegati». Così il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, commenta la sentenza di Bologna. «Si dimostra che il nuovo contratto imposto dalla Fiat, più che per ragioni produttive, economiche e organizzative – osserva Landini – ha l’obiettivo di escludere il sindacato più rappresentativo del settore e di limitare le libertà sindacali delle singole persone. È il momento della responsabilità verso le lavoratrici, i lavoratori della Fiat e verso il Paese: la Fiat applichi in tutti i suoi stabilimenti lo Statuto dei lavoratori, le leggi e i principi costituzionali; il Parlamento si esprima; il governo convochi un incontro tra l’azienda e le organizzazioni sindacali per ottenere garanzie certe d’investimento di tutela occupazionale e produttiva per tutti gli stabilimenti del Gruppo Fiat».
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