Grecia, batosta per i partiti dell’austerity pro-euro

Grecia, batosta per i partiti dell’austerity
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Atene, 6 mag. (Adnkronos/Ign) – Crollo dei socialisti del Pasok, emorragia di consensi per i conservatori di Nuova Democrazia (anche se rimangono primo partito), boom della sinistra radicale e per la prima volta entra in Parlamento l’estrema destra neo-nazista di Alba d’Orata. E’ il verdetto elettorale del voto legislativo in Grecia, che oggi ha chiamato alle urne circa 9,9 milioni di elettori.
Una dura batosta per i due partiti principali pro-euro, uniti fino ad oggi in un governo di coalizione responsabile delle dure misure d’austerità, chieste dall’Europa per evitare il fallimento del paese. I dati degli exit poll, danno a Nuova Democrazia, il partito di Antonis Samaras, una percentuale di voti compresa tra il 17-20% (erano al mentre il Pasok si attesterebbe tra il 14-17%. La percentuale dei due partiti oscillerebbe tra il 31-37% dei consensi, contro il 77,4% del 2009.
Boom, invece, per l’Alleanza di sinistra Syriza che sarebbe diventato il principale partito di opposizione, conquistando un secondo posto dopo Nuova Democrazia con il 15,5-18%.
Gli exit poll danno anche il successo dell’estrema destra neo-nazista di Alba Dorata che ha superato la soglia di sbarramento del 3% ed è entrata in Parlamento con il 6-8%. “Siamo chiaramente il primo partito”, ha detto il ministro degli Esteri ombra di Nuova Democrazia, Panos Panagiotopoulos, alla televisione Mega, rivendicando la vittoria alle elezioni. Panagiotopoulos ha quindi riconosciuto il “forte terremoto” che ha colpito sia il suo partito sia i socialisti del Pasok.
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fonte adnkronos.com/IGN
Addio a Miriam Mafai, dalla Resistenza a Repubblica: una vita con le idee in prima linea
Addio a Miriam Mafai
Caricato da tg1 in data 09/apr/2012
Lutto nel mondo del giornalismo e della cultura. E’ morta a 86 anni Miriam Mafai. Il cordoglio di Napolitano: “Con lei scompare una delle piu’ forti personalita’ femminili italiane degli scorsi decenni”. Gianni Maritati, dal Tg1 delle 20
Addio a Miriam Mafai, dalla Resistenza a Repubblica: una vita con le idee in prima linea
La firma del giornalismo italiano aveva 86 anni, nel 1976 aiutò Scalfari a fondare il quotidiano. Cuore sempre a sinistra, ma non ha mai risparmiato critiche. Sempre in difesa della dignità delle donne, fu eletta al Senato, ma resistette un anno: “Una cosa è dare le noccioline alle scimmie e una cosa trovarti dentro la gabbia. Tutto mi appariva molto lento e molto faticoso, che non ne valeva la pena e infatti mi sono tirata da parte”
E’ morta Miriam Mafai. La giornalista e scrittrice aveva 86 anni. La Mafai ha intrapreso la carriera del giornalismo scrivendo su l’Unità e altri importanti quotidiani italiani. Ha contribuito alla nascita della Repubblica nel 1976 e ne è diventata editorialista. A darne notizia il sito internet della stessa Repubblica. “Un ricordo per Miriam Mafai, donna fortissima e dolcissima, giornalista che sapeva spiegare perché voleva capire” commenta il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, su twitter.
Come donne ”nessuno ci ha regalato niente”, ha detto una volta e forse è la frase che più si addice per ricordare meglio il temperamento di questa giornalista, e scrittrice, di vaglia, scomparsa oggi a Roma, che ha raccontato, dalle colonne di vari giornali (dall’Unità a Paese Sera, a Noi donne, a Repubblica), l’Italia degli ultimi 60 anni. Lo ha fatto partendo da idee di sinistra, ma senza mai risparmiare le critiche quando la sua parte politica sbagliava o era in ritardo nell’analisi dei cambiamenti della società.
Figlia di due pittori e intellettuali, Mario Mafai – esponente di spicco della Scuola Romana, e Antonietta Raphael – Miriam era nata a Firenze il 2 febbraio del 1926: in tempo per vedere il fascismo, l’Italia in guerra e le leggi razziali che avevano riguardato anche la sua famiglia, visto che la madre era ebrea e figlia di un rabbino lituano. Radici che Miriam ha sempre rivendicato con orgoglio come sue.
Attiva nell’opposizione al fascismo e nella Resistenza, una volta finito il regime Mafai è già un funzionario del Pci. Il partito la manda in Abruzzo. Nel 1948 sposa Umberto Scalia, anche lui uomo di partito designato ad occuparsi di affari internazionali. Hanno due figli: il primo, Luciano, destinato a diventare un dirigente sindacale; la seconda, Sara, che diventerà giornalista come lei. Dopo la Liberazione ha continuato la sua attività politica e dal 1951 al 1956 è stata assessore al Comune di Pescara. Nel 1957 la famiglia Scalia si trasferisce a Parigi, dove Umberto è in missione per il Pci. Ed è lì che avviene il debutto di Miriam nel giornalismo: Maria Antonietta Macciocchi, con cui ha lavorato durante la Resistenza, la fa diventare corrispondente di Vie nuove, altra storica pubblicazione della sinistra di quei tempi, fondata da Luigi Longo. Un anno dopo, il ritorno a Roma dove Mafai entra nell’Unità e nel 1961 ne diventa redattore parlamentare: comincia così quella grande consuetudine con il mondo politico di cui per tantissimi anni si occuperà.
Nel 1962 la sua vita privata cambia: si lega a Giancarlo Pajetta, il partigiano “Nullo”, uno fra i più importanti esponenti del Partito Comunista Italiano. Lui è già separato, per lei il matrimonio con Umberto è già finito. Eppure nel partito di allora l’unione suscita un qualche scandalo: “La mentalità – racconterà dopo – era grave. Dalle donne comuniste si pretendeva un grande rigore morale”. Quel sodalizio durerà 30 anni: Pajetta – lo racconterà lei stessa – è stato “l’unico amore” della sua vita. Un connubio fondato – sono sempre parole sue – su una reciproca autonomia, rara per quei tempi e forse anche oggi: “Ci siamo voluti molto bene Giancarlo ed io, ma – rivelerà – non abbiamo mai sacrificato pezzi della nostra esistenza”. Nota anche la citazione fulminante della Mafai: “Tra un weekend di passione con il mio Pajetta e un’inchiesta io preferirò sempre, deciderò sempre per la seconda”.
Dopo l’Unità ecco Paese Sera, altra storica testata di sinistra, ma differente dal quotidiano di partito fondato da Antonio Gramsci. La collaborazione con il giornale finisce però a metà degli anni Settanta: Miriam contribuisce nel 1976 alla fondazione di Repubblica, giornale destinato a diventare un punto di riferimento dell’area progressista e riformista italiana. Mafai è una firma di punta del giornale, tra le più inquiete ed originali: i suoi editoriali spaziano su tutti gli aspetti della vita nazionale, non escluso il costume.Dal 1983 al 1986 è stata anche presidente della Federazione nazionale della stampa. Il suo legame con la politica resta tuttavia intatto, tanto da portarla per una legislatura ad essere senatore del Partito democratico della sinistra. Lasciò un anno dopo: “Una cosa è dare le noccioline alle scimmie – spiegò una volta – e una cosa trovarti dentro la gabbia delle scimmie. Tutto mi appariva molto lento e molto faticoso, che non ne valeva la pena e infatti subito le elezioni successive mi sono tirata da parte”. Critica feroce del berlusconismo, ha spesso richiamato l’Italia ad un ritorno a valori diversi.
Attenta ai grandi e ai piccoli cambiamenti della società, Miriam Mafai ha travasato nei suoi tanti libri questa capacità di raccontare una società in movimento che si stacca dal passato: partiti tradizionali compresi. Nel libro “Botteghe oscure addio” (Mondadori, 1996) – con cui ha vinto il Premio Cimitile lo stesso anno – ha raccontato “come eravamo comunisti”, mentre in “Dimenticare Berlinguer” (Mondadori, 1996) si è occupata di sinistra italiana e tradizione comunista. Nel “Silenzio dei comunisti” (Einaudi, 2002) invece ha parlato – in un dialogo con Vittorio Foa e Alfredo Reichlin – di ciò che era giusto salvare di quella esperienza storica. Nel 2005 Miriam Mafai ha vinto il Premio Montanelli per la sua attività votata allo sviluppo della cultura italiana del Novecento, con particolare attenzione al mondo femminile. Ne sapeva qualche cosa. Del resto lo ha sempre sostenuto: alle donne “nessuno ha regalato niente”.
Scalfari commosso: “Era una donna libera”. “Se ne va una donna molto laica, libera, una donna di sinistra e una femminista militante”. Il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari affida a un’intervista audio sul sito del giornale il ricordo per la Mafai. “Questa notizia della scomparsa di Miriam – dice Scalfari, con la voce rotta dalla commozione – me l’aspettavo purtroppo, sapevamo che le sue condizioni erano gravi. Ma un conto è aspettarselo, un conto è sapere che un’amica non c’è più. Sono molto triste, se ne va una persona che è stata mia grande amica, preziosa per il giornale e direi per il Paese. Era tante cose insieme: aveva una vitalità eccezionale e un’allegria della vita. Era una donna di sinistra, militante, ma anche una femminista militante, cosa che nel Pci di allora non era così comune. Poi era molto laica, era il liberissimo pensiero”.
Napolitano: “Grande talento e combattività”. Con Miriam Mafai ”scompare una dellepiù forti personalità femminili italiane degli scorsi decenni: erede di un’alta tradizione intellettuale e artistica famigliare, si era impegnata giovanissima nella Resistenza romana, affermandosi presto come giornalista di grande talento e combattività, e quindi come significativa scrittrice in stretto legame con il movimento per l’emancipazione delle donne e con l’attività politica della sinistra”. E’ il ricordo commosso che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affida ad un messaggio partecipando al dolore dei figli, della sorella Simona e di tutti i familiari della giornalista. “Lo spirito critico con cui aveva ripercorso le sue scelte ideali – aggiunge il Capo dello Stato – era parte di un temperamento morale alieno da convenzionalismi e faziosità. Nel ricordare la schietta amicizia che ci ha così a lungo legati, mi resta vivissima l’immagine della sua umanità appassionata, affettuosa ed aperta”.
Bersani: “Protagonista del nostro tempo”. Cordoglio anche dal segretario del Pd Pierluigi Bersani: “Con Miriam Mafai se ne va una protagonista del nostro tempo. Giornalista, scrittrice, militante politica fin dai tempi della Resistenza, dirigente della sinistra italiana e deputata al Parlamento, fino ad essere parte della Direzione nazionale del Pd, Miriam Mafai ha vissuto tanti ruoli diversi ma sempre con intelligenza, passione e curiosità di sapere. Esprimo alla famiglia il cordoglio mio e del Partito democratico”. “E’ una perdita dolorosa per tutta la città di Roma e per tutti i cittadini a prescindere dagli orientamenti politici – aggiunge il sindaco di Roma Gianni Alemanno – La sua cristallina militanza politica, il suo impegno per la Liberazione della nostra città e dell’Italia, il rigoroso lavoro giornalistico l’hanno trasformata in un punto di riferimento del dibattito politico e culturale. Ai familiari, alla redazione di Repubblica e a tutti coloro che hanno condiviso il suo percorso umano e politico le sincere condoglianze mie e di tutta la città di Roma”. Messaggi di cordoglio sono arrivati da tutti gli esponenti politici di sinistra e di destra.
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GENOVA – Centomila in corteo per dire no alla mafia
Centomila in corteo per dire no alla mafia
Un’invasione pacifica aperta dai parenti delle vittime e da don Ciotti, presidente di Libera: “Oggi siamo qui per dire che la mafia perde e che noi vinciamo”. Dal Quirinale, il Capo dello Stato indirizza un messaggio di coraggio: “Il ricordo delle vittime della criminalità mafiosa, sottrae spazi alle organizzazioni criminali”. Don Ciotti: “Troppe zone grigie nella politica e nell’imprenditoria”
di RAFFAELE NIRI

Allora è vero, un altro mondo è possibile. Un’altra Italia, un’altra Genova. Questa volta non ci sono le mani bianche alzate, a fare da simbolo, ma i torniti polpacci degli scout. Ma, come nel corteo dei migranti di undici anni fa, vedi una valanga di ragazzi e capisci che “sperare si può”. Lo dicono, uno dopo l’altro, don Ciotti, don Gallo, Caselli, Landini della Fiom, Burlando, e poi quelli che “basta il cognome”, Placido Rizzotto, Rosanna Scopelliti, Sabina Rossa. Allora, a rovinare tutto, furono gli agenti e i black bloc. Oggi, che non c’è un secondo tempo, è lecito restare ottimisti.
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LE IMMAGINI: piazza della Vittoria – la folla – i volti
VIDEO: i parenti delle vittime – Don Ciotti: “I boss perderanno”
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Centomila persone - ma tra gli organizzatori qualcuno spara “centotrentamila” – hanno occupato ieri mattina Genova, con la benedizione del presidente della Repubblica che, all’alba, ha scritto un bel messaggio di sinistra a don Ciotti: “Le mafie si nutrono di sacche di opacità, l’assoluta fiducia nei principi di legalità che vi guida è fondamentale per cambiare il Paese”.
Eccola, la formula vincente: cambiare il Paese. Claudio Burlando, tra i primi a presentarsi in piazza della Vittoria col figlio Francesco, la ripete come un mantra: “Ci vorrebbero dieci don Ciotti per cambiare l’Italia”.
Di don Ciotti ce n’è uno, ma poi c’è Nando Dalla Chiesa, e c’è Anna Canepa, e c’è Gian Carlo Caselli (che sorride ai No Tav e i No Tav sorridono a lui, prima di andare a srotolare quattro enormi striscioni) e c’è don Gallo con Marco Doria, e che bello quando tutti sorridono, persino il candidato sindaco del centrosinistra.
C’è qualcosa di nuovo nell’aria e don Ciotti – che ha le antenne direttamente collegate al cuore – lo capisce al volo: “La politica sta cambiando passo e sta recuperando credibilità. Ma la verità vera e che c’è bisogno che torni una politica seria e al servizio della gente comune”.
Sembra la rappresentazione grafica del manifesto che è su tutti i muri della città, con il Pd in movimento e le facce dei Lorenzo Basso, dei Lunardon, dei giovani segretari di circolo che risalgono, allegri, una creusa. E loro – Tullo, Sabina Rossa, la Pinotti, il neopapà Victor Rasetto, ma anche il sindaco di Spezia Federici, Caleo di Sarzana, Lavarello di Sestri e una vagonata di altri primi cittadini – ci sono tutti. E tutti quelli di Sel, e di Rifondazione e del Pdci e dei mille rivoli della sinistra: pochissime le bandiere, molti i militanti.
Ma il grosso dei centomila sono gli scout che inventano un servizio d’ordine a sostegno dei familiari delle vittime, fasciando tutta la prima parte del corteo: scout arrivati da tutta Italia e quando ripartono non c’è una cartaccia per terra e anche questo rimanda ai giorni del G8. Un giorno di pensieri profondi ma soprattutto di gioia: “Genova ha risposto bene all’appello di Libera – commenta il sindaco Marta Vincenzi – c’è una grandissima partecipazione, come una volta alle manifestazioni, quelle belle” e Burlando, per fare un paragone, cita i funerali di Guido Rossa. Ecco, una giornata storica. Una giornata in cui ti togli i peli dalla lingua: “Il vero problema è la zona grigia del paese – scandisce don Ciotti, perché tutti capiscano – e c’è zona grigia anche nella Chiesa. La vera forza della mafia non sta dentro la mafia ma fuori da essa, in quella zona grigia costituita da segmenti della politica, delle professioni e dell’imprenditoria”.
Non viviamo, però, nel migliore dei mondi possibili, le infiltrazioni mafiose in Liguria non sorprendono più nessuno ed è su quel crocicchio maleodorante tra affari e centrodestra che punta il dito don Ciotti: “La cementificazione favorisce le infiltrazione criminali, i casi di Bordighera e Ventimiglia dimostrano infiltrazione profonde anche in Liguria e non c’è proprio niente di cui stupirsi”.
Ma la voglia di rispondere è forte, ed è uguale in don Ciotti come nel più sfigato degli scout. Basta guardare i volti – in un mix di tensione e allegria – mentre dal palco si alternano in tanti, a leggere gli 824 nomi dei morti di mafia. Sì, una speranza c’è davvero.
(18 marzo 2012)
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fonte articolo
15 ottobre: Una lezione per iniziare a cambiare la nostra apatia politica
15 ottobre: Una lezione per iniziare a cambiare la nostra apatia politica
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www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 17-10-11 – n. 381
fonte: http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osipbl17-009780.htm
Sallusti: hanno fatto bene a sparare a Carlo Giuliani. Ferrero: vaff. / VIDEO
Sallusti: hanno fatto bene a sparare a Carlo Giuliani. Ferrero: vaff. / VIDEO
Caricato da thesilvius36 in data 20/ott/2011
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ROMA – Bagarre giovedì sera nello studio di Matrix, la tramissione di Canale 5. Si parla degli scontri di sabato scorso a Roma con Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale e Piero Bernocchi leader storico dei Cobas. La discussione finisce su Carlo Giuliani, il giovane ucciso a Genova durante i disordini per il G8 del 2001, e a un certo punti Sallusti dice: «Hanno fatto bene a sparargli». Ferrero a quel punto si alza e urla a Sallusti: «Vaff…».
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Venerdì 21 Ottobre 2011 – 12:14 Ultimo aggiornamento: 12:51
fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=167236&sez=HOME_INITALIA
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Berlinguer e la questione morale: l’intervista INTEGRALE

Enrico Berlinguer visita lo stabilimento FIAT di Mirafiori.
26 settembre 1980
Nel corso dei 35 giorni di blocco ai cancelli FIAT, durante la visita a Mirafiori di Enrico Berlinguer, segretario del PCI, ai lavoratori in lotta, un delegato FIM, Liberato Norcia gli chiede cos’è disposto a fare il partito comunista se i lavoratori occupano la fabbrica. Fondazione Vera Nocentini (Torino) – fonte immagine
Eugenio Scalari intervista Enrico Berlinguer
«I partiti sono diventati macchine di potere»
“ non fanno più politica, hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia”
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La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della
crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio…
…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…
Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione
italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è – se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.
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La Repubblica», 28 luglio 1981
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fonte: http://www.storiaestorici.it/public/allegati/files/7.pdf
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La questione morale nel PD..

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Questione morale: come ti manipolo Berlinguer / 2 – Scalfari: La sinistra, la morale e la diversità perduta / 3 – Chi ha paura della questione morale?
Questione morale: come ti manipolo Berlinguer
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tutti gli articoli dell’autore
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La memoria di Enrico Berlinguer rappresenta ancora oggi un patrimonio che va ben oltre i confini del vecchio Partito comunista. Non per nulla, il suo lascito politico-culturale è da sempre oggetto delle più accanite dispute ereditarie. E anche di qualche appropriazione indebita. Negli ultimi tempi, tuttavia, il fenomeno dell’uso strumentale e della deformazione polemica della figura di Berlinguer ha superato ogni limite. Fino al massimo paradosso: l’icona di Enrico Berlinguer utilizzata contro l’intera sinistra italiana, e addirittura contro i partiti e contro la politica in generale. Un gioco che si ripete ormai da anni, ogni qual volta la cronaca offra un qualche scandalo che tocchi gli ex comunisti, che si dimostrerebbero pertanto colpevoli di avere tradito l’insegnamento del loro antico leader sulla “questione morale”.
Il recente trentennale dall’intervista a Eugenio Scalfari, cadendo nel pieno delle polemiche sul caso Penati, ha dato naturalmente ampio spazio a questo tipo di operazioni. Sul Fatto quotidiano, Luca Telese è arrivato a mettere insieme, per l’occasione, il caso Greganti e la telefonata di Fassino e Consorte, la posizione critica di Napolitano nel dibattito interno al Pci degli anni ‘80 e le dichiarazioni di D’Alema al seminario di Gargonza del ’96. Articolo ripubblicato tale e quale come prefazione al libro appena uscito per Aliberti: “La questione morale – la storica intervista di Eugenio Scalfari”. Al contrario dell’articolo-prefazione di Telese, però, il testo dell’intervista pubblicato nel libro non è per niente “tale e quale” l’originale…
Senza che nemmeno il più piccolo segno tipografico lo denoti (tanto meno una riga in copertina o almeno nella presentazione), l’intervista è tagliata in più punti. E nemmeno di poco. All’appello mancano ben venti domande e altrettante risposte, senza contare i casi in cui la domanda di Scalfari o la risposta di Berlinguer risultano monche rispetto all’originale. L’operazione sconcerta per la sua disinvoltura, ma è solo il caso più estremo di un fenomeno ormai consolidato di riduzione della figura di Berlinguer alla caricatura del moralista (caricatura cui contribuiscono tanto i suoi critici quanto i suoi agiografi). E così, l’intera esperienza di un uomo politico che si scontrava con l’Urss di Breznev, tutta la complessa vicenda di un leader comunista che davanti ai massimi dirigenti del Pcus parlava del valore della democrazia, viene ridotta a una semplice intervista. Intervista, per giunta, largamente fraintesa, al punto da fare di Berlinguer – che considerava la causa prima della “questione morale” l’esclusione del Pci dal governo – una sorta di precursore di Diego Della Valle e dei tanti miliardari attualmente impegnati a gridare che i politici sono tutti uguali. Al punto da trasformare il capo di un partito comunista in un teorico della separazione tra politica ed economia.
Di fatto, a rimanere fuori dal libro sono tutte le affermazioni che complicano un po’ le cose, o che allargano il quadro: dal giudizio che Berlinguer dà del congresso del partito comunista polacco a quello sulla lotta al terrorismo, in cui il segretario del Pci critica duramente ogni cedimento rispetto alla linea della fermezza. E resta fuori anche la conclusione dell’intervista, con la bella risposta che il segretario del Pci, senza nominarlo, dà a Indro Montanelli: «Un giornalista invitò una volta a turarsi il naso e a votare Dc. Ma non è venuto il momento di cambiare e di costruire una società che non sia un immondezzaio?». La prima lezione che si può trarre da questo piccolo, clamoroso caso di autocensura editoriale è che per accusare qualcuno di avere tradito lo spirito del messaggio berlingueriano, possibilmente, bisognerebbe prima evitare di tradirne la lettera. La seconda è che un documento storico come l’intervista di Berlinguer non si può trattare come il brogliaccio di un’intercettazione telefonica mal trascritta, tagliata e ricopiata chissà come, chissà da chi. La storia non si lascia tagliuzzare a misura dei nostri pregiudizi: la discussione tra favorevoli e contrari alle posizioni assunte da Berlinguer in quella intervista era una discussione seria, tra persone serie. Non la si può ridurre agli schemi di un retroscena post-datato, con l’Unione sovietica al posto dell’Ulivo, Berlinguer nei panni di Prodi e Napolitano in quelli di D’Alema. Semmai, oggi, si potrebbe discutere se a essersi rivelata profetica, con il senno di poi, sia stata la denuncia berlingueriana sulla degenerazione dei partiti di governo (e non certo del Pci, di cui rivendicava con orgoglio la diversità) o invece la denuncia di chi, come Napolitano, temeva che isolando il Pci dal gioco politico la situazione non avrebbe fatto altro che peggiorare. Questa sì che sarebbe una discussione seria, e anche attuale. Ma una discussione seria sulla questione morale impone anzitutto di rispettare i fatti e le persone, la loro storia e le loro parole, evitando le strumentalizzazioni interessate, a fini politici o commerciali. Altrimenti è solo una recita senza senso, in cui non ci sono persone ma maschere, capaci di ripetere sempre e soltanto lo stesso ritornello (a conferma della tesi, nel libretto in questione, persino la foto di Eugenio Scalfari sul retro di copertina non è quella di Scalfari, ma di Giulio Bosetti, l’attore che lo interpreta nel film di Paolo Sorrentino “Il Divo”).
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13 ottobre 2011
fonte: http://www.unita.it/italia/questione-morale-come-ti-manipolo-berlinguer-1.341454
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IL COMMENTO
La sinistra, la morale
e la diversità perduta
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di EUGENIO SCALFARI IL 28 LUGLIO del 1981
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Berlinguer con alcune volontarie ad una festa del l’Unità – fonte immagine
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Repubblica pubblicò una lunga intervista con Enrico Berlinguer. Il tema era la questione morale. Non era la prima volta che il nostro giornale affrontava quell’argomento; gli antecedenti rimontavano a prima della fondazione di Repubblica; la questione morale era stata uno degli elementi fondanti dell’Espresso fin dai suoi primi numeri, con l’inchiesta di Manlio Cancogni sul “sacco di Roma” dei palazzinari in combutta con le grandi società immobiliari e con il Comune. Erano seguite le inchieste sulle frodi alimentari di Gianni Corbi e Livio Zanetti e molte altre fino alla lunga polemica sull’Eni, su Eugenio Cefis e sulla “razza padrona” dei boiardi di Stato.
Per il Partito comunista invece era la prima volta. La questione morale contro i “forchettoni” della Democrazia cristiana faceva parte dello scontro politico-elettorale e veniva ritorta contro il Pci con le impiccagioni di Praga e i rubli che il Partito comunista sovietico inviava regolarmente a quello italiano. Ma non investiva il rapporto tra i partiti e lo Stato.
A quell’epoca del resto non esisteva ancora il finanziamento pubblico dei partiti. Il Pci, oltre che sul tesseramento e sulle “Feste dell’Unità”, era appoggiato finanziariamente al Pcus, la Dc e i partiti di governo dalla Confindustria, dai grandi enti pubblici (Eni, Iri, Enel) ed anche da alcune “agenzie” americane. Questa era la situazione quando Berlinguer affrontò il tema da un punto di vista del tutto nuovo. L’incontro avvenne due giorni prima della pubblicazione. A quel colloquio, che durò tre ore e mezza, era presente Tonino Tatò, portavoce e principale collaboratore del segretario.
* * *
Il punto centrale dell’intervista fu questa frase di Berlinguer: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande e con i metodi di governo di costoro”.
E più oltre: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali. Oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito. Tutto è lottizzato e spartito. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni sono chiamate a compiere sono viste prevalentemente in funzione dell’interesse di partito e di corrente e del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se procura vantaggi di clientela, un’autorizzazione viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi. La situazione è drammatica”.
La citazione è lunga ma necessaria. Essa formula la diagnosi del leader comunista sullo stato del Paese e indica la terapia: i partiti debbono ritirarsi dalle istituzioni e tornare alla loro funzione costituzionalmente indicata di centri di aggregazione del consenso popolare. Questo e non altro era il compito che Berlinguer auspicava ai partiti, a cominciare dal proprio. In quegli stessi mesi, in coincidenza con quell’intervista, Bruno Visentini lanciò dalle colonne di Repubblica il progetto di sottrarre la formazione dei governi alle segreterie dei partiti, affidando la nomina del presidente del Consiglio e dei ministri al Capo dello Stato come prevede la Costituzione ma come non era mai sostanzialmente avvenuto. Ma la proposta cadde nel vuoto e non fu mai raccolta salvo che dal governo Ciampi del 1992, undici anni dopo quest’intervista.
A rivisitarla oggi si arriva alla conclusione che la terapia abbia funzionato ben poco ed anzi che il malanno diagnosticato da Berlinguer e poi colpito dall’azione della magistratura negli anni dal ’92 al ’94, si sia ulteriormente aggravato. Se tanti anni fa la corruzione andava a vantaggio dei partiti e delle correnti, oggi va a vantaggio di semplici individui. C’è stata cioè una personalizzazione della corruzione che emana dal vertice del potere esecutivo con l’acquiescenza di quello legislativo e le leggi “ad personam”. Il resto viene da sé a cascata, con la creazione di un’immensa clientela che partecipa alla spartizione del bottino attraverso il sopruso sul più debole. A qualunque livello della piramide sociale c’è sempre un più forte e un più debole. Il sopruso subito viene trasferito al livello sottostante.
La reazione che ne risulta sbocca nell’antipolitica ed è una reazione malata, anarcoide e aperte a tutte le tentazioni. Il più delle volte l’antipolitica produce forme di tirannia, non importa di quale colore si ammanti. Di destra o di sinistra, il colore d’una tirannia è posticcio. La sostanza è la provocazione, il sopruso, l’abolizione dei diritti e – se necessario – delle libertà private. La libertà pubblica è già stata soppressa. Questo è l’itinerario inevitabile dell’antipolitica. È molto rara nella storia un’eccezione a questo percorso.
* * *
L’intervista con Berlinguer sulla questione morale provocò alcune domande che sussistono tuttora. Fino a che punto il Pci era esente dal male che il suo leader denunciava? In che modo doveva avvenire il ritiro dei partiti dalle istituzioni? Le attuali forze di centrosinistra sono esenti dal malaffare che ha continuato a contaminare il centrodestra? La prima domanda noi la ponemmo a Berlinguer. Lui rispose che il suo partito non aveva partecipato al malaffare. Gli fu obiettato che, a causa della guerra fredda, il Pci non poteva accedere al governo nazionale, mancava quindi l’occasione e la tentazione del malaffare. Lui ammise che l’occasione di diventare ladri non c’era stata ed aveva quindi rappresentato in qualche modo una salvaguardia morale e auspicò con maggior forza la necessità di avviare il processo di disoccupazione delle istituzioni prima che la “diversità” comunista venisse a cadere.
Quella diversità è caduta da tempo, le occasioni e le tentazioni ci sono ormai sia a destra che a sinistra. Lo stesso Bersani l’ha riconosciuto. Ha chiesto al senatore Tedesco di dimettersi dal partito e dal Senato; è stato accontentato solo sul primo punto ma non sul secondo. Ha chiesto a Filippo Penati di dimettersi dalle cariche che occupa nella Regione lombarda. È stato accontentato, ma forse avrebbe dovuto chiedergli anche di sospendersi dal partito. Non lo ha fatto ma a nostro avviso dovrebbe farlo: la separazione tra chi è imputato di corruzione e il partito cui eventualmente appartiene non ha niente a che fare col garantismo. La presunzione di innocenza vale sul piano giudiziario ma non su quello politico.
Infine: quale itinerario può evitare il pericoloso scivolamento nell’antipolitica e bonificare democraticamente la contaminazione del malaffare? La risposta è semplice da dirsi e difficile ma non impossibile da attuarsi: il riformismo. Un riformismo di alto livello che cominci appunto con il ritiro dei partiti da tutte le istituzioni a cominciare dalla Rai.
Walter Veltroni propose già un anno fa quel ritiro, affidando la gestione dell’azienda ad un consiglio nominato dal Capo dello Stato, che scegliesse un consigliere delegato. La proposta andava nel senso giusto ma il Partito democratico non si pronunciò su di essa. È auspicabile che lo faccia ed estenda il ritiro a tutte le istituzioni. Questo è l’inizio del riformismo, il quadro entro il quale le forze politiche possono e debbono operare per modernizzare il paese, affrontare la crisi economica, preservare l’equanimità. La legge elettorale completa il quadro perché, se ben fatta, restituisce al Parlamento la sua funzione di rappresentanza della sovranità popolare riscattandolo dalla soggezione in cui l’ha relegato la legge attuale.
Le forze del centrosinistra e il Pd che oggi ne rappresenta il perno possono e debbono aver l’ambizione di riformare il Paese intercettando il vento nuovo che si è manifestato da qualche mese. La collaborazione delle forze di centro è essenziale all’attuazione di questo percorso.
La destra risorgerà in una versione europea e repubblicana solo quando il berlusconismo sarà stato archiviato. Fino ad allora è inutile aspettarsi un rinnovamento che non ha spazio politico per esprimersi. Ci vorrebbe un Dino Grandi sia nel Pdl sia nella Lega, ma non c’è. Sinistra e centro imbocchino la strada del riformismo. Il resto verrà quando il popolo sovrano deciderà il suo destino.
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28 luglio 2011
fonte: http://www.repubblica.it/politica/2011/07/28/news/scalfari_commento-19714900/
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Eugenio Scalari – Enrico Berlinguer
Chi ha paura della questione morale?
In una intervista rilasciata e Repubblica il 28 luglio 1981, Luigi Berlingue proponeva il tema di una “questione morale”. Nello scenario politico e nelle emozioni dei primi anni Ottanta, i termini di questa “questione” sembravano investire i partiti di governo che, in una sorta di immobile continuità nelle procedure e nelmetodo di governo, potevano tutti tra loro confondersi in quella che oggi, con termine orami ufficialnmente accettato e corrente, chaiamao “casta”. A rileggerla oggi, e in presenza del dibattito precongrassuale del Partito Democratico, si può anche andare più in là. comunque il testo mantiene inalterata la sua attualità. Eccone un estratto.
“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. […]
Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.[…]
Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese. […]
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. [...]
Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude”. Enrico Berlinguer.
La morale, o se preferite la domanda è la seguente: ma di chi sta parlando Enrico Berlinguer?
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video correlati
Marco travaglio rilegge l’intervista a Berlinguer
Enrico Berlinguer, la revisione: “il primato della democrazia”
Faccia a faccia con Enrico berlinguer: 1983
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PER NON DIMENTICARE – VIDEO – Quegli anni di lotta: 1975, ‘Pagherete caro pagherete tutto’ , Varalli assassinato dai fascisti, Zibecchi assassinato dai carabinieri / Intervista a Claudio Sabelli Fioretti – Direttore di ABC nel 1975
‘Pagherete caro pagherete tutto’
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Il documentario prodotto dal collettivo del cinema militante durante le giornate dell’aprile 1975 a Milano prima, durante e dopo gli assassinii di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi. 46 minuti di filmati sugli avvenimenti, le manifestazioni, gli scontri
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di udsfirenze
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Pagherete caro pagherete tutto 1975, prima parte
Pagherete caro pagherete tutto 1975, seconda parte
Pagherete caro pagherete tutto 1975, terza parte
Pagherete caro pagherete tutto 1975, quarta parte
Pagherete caro pagherete tutto 1975, quinta parte
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Pino Masi – per Claudio Varalli [1975]
Caricato da agitazioni in data 10/giu/2008
[1975]
Testo e musica di Pino Masi
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Claudio Varalli aveva 17 anni, abitava a Bollate in provincia di Milano, frequentava l’Istituto Tecnico per il Turismo, che oggi è intitolato a suo nome, ed era un militante del Movimento Lavoratori per il Socialismo.
Il pomeriggio del 16 aprile 1975 Claudio Varalli, di ritorno da una manifestazione per il diritto alla casa, stava attraversando con altri compagni Piazza Cavour.
Nella piazza c’era un gruppo di fascisti che distribuiva volantini: in realtà, come sempre in quegli anni, quel tipo di presenza non era che un pretesto per conquistare una zona, imponendovi una sorta di coprifuoco per qualsiasi espressione di antifascismo e aggredendo chiunque fosse, anche solo per l’aspetto, definibile di sinistra.
Così accadde anche quel pomeriggio: gli squadristi si avventarono contro i giovani; questi reagirono; uno dei fascisti, Antonio Braggion, non esitò a estrarre una rivoltella e a sparare ripetutamente colpendo mortalmente alla nuca Claudio.
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Intervista del 1995 a Claudio Sabelli Fioretti – Direttore di ABC nel 1975

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D -Puoi ricostruire il clima degli anni ’70 dal punto di vista dell’informazione?
R- C’era una certa contrapposizione nel senso che la scelta di campo era qualche cosa che segnava. Io lavoravo in quei tempi a Panorama, avevo iniziato nel ’69 a Panorama, il quale passava addirittura per essere un pericoloso organo di controinformazione e pensa che il direttore era Lamberto Sechi, un tranquillo signore che oggi diremmo liberal-democratico. Infatti la vera controinformazione si faceva nel Bollettino di Controinformazione Democratica. Stetti 5 o 6 anni a Panorama e poi ebbi l’occasione di cambiare di andare in un giornale un po’ più radicale. Questo definisce un po’ il clima di quei tempi.
Oggi come ieri, gente come me sentiva il bisogno..allora avevo 30 anni, oggi ne ho 50…si sentiva il bisogno di uscire dall’equivoco della stampa, tra virgolette borghese e chiudersi in una nicchia un po’ più protetta in cui ci si guardasse tra amici in cui non si dovesse più fare mediazione, troppa mediazione. Li, mi ricordo, c’erano alcuni giornalisti, Marco Nozza, Marco Fini che facevano un po’ di informazione accettabile, sicuramente accettabile, intendo nel clima…D’altra parte calcola che siamo agli inizi, ai timidi inizi del terrorismo. Non era ancora come sarebbe diventato dopo, però cominciava a diventare difficile essere di sinistra: Come oggi, se tu dici che sei per prodi sei “uno sporco comunista”…è incredibile questa parola che riciccia dopo 20 anni come offesa riferita a gente…Prodi comunista…persino Dini
D- Veniamo ad ABC che tu dirigevi: che giornale era?
R- ABC, ve lo ricordate tutti è stato un giornale che era una grande bandiera della rivoluzione del costume ed anche delle lotte civili. L’editore era Cardella, che oggi si occupa di tossicodipendenza, il leader della comunità che è stata quella di Rostagno, Saman, mi chiamò, ricordo che vendeva 15.000 copie, una cosa quasi inesistente. Io deciso di spostarlo completamente: togliemmo ogni residuo di culi e di tette, lo portammo obbiettivamente molto a sinistra e…nella redazione c’era, non o, Audino, ricordate Savelli editore, c’era Lidia Ravera, c’era Guido Passalacqua, tutta gente più o meno legata a Lotta Continua..e questo spostamento a sinistra, facendo una roba serissima, alla Panorama però di sinistra, proprio di sinistra tosto, grandi inchieste sull’Autonomia operaia, documenti di Curcio come piovesse, avemmo addirittura una perquisizione della polizia perché il giorno stesso che Curcio scappò da Casale Monferrato, noi pubblichiamo un documento di Curcio. Al di là della follia di pensare che Curcio esce dal carcere e la prima cosa che fa viene ad ABC a portarci un documento, ce lo avevamo già da tempo, potevano pensarlo, lo pensavano. Le tentavano tutte..distribuendo volantini fuori dalle caserme che invitavano alla diserzione, fu una cosa ignobile…e il risultato fù che in breve tempo da 15.000 copie passammo rapidamente a 12.000/13.000 copie. Il giornale era obbiettivamente brutto, dal punto di vista grafico era brutto, politicamente era molto spinto…però cominciava pian piano a farsi riconoscere
D- All’indomani dei fatti del 16 e 17 aprile, ABC uscì con 2 numeri, prima un numero speciale poi un’altra edizione con una denuncia molto dura nei confronti delle forze dell’ordine e dei fascisti, ci racconti i retroscena di quel numero e come arrivarono in redazione le notizie?
R- Avevo appena conosciuto un giovane giornalista, collaboratore di Panorama, Sergio Frau, che oggi lavora alla Repubblica , firmammo il contratto e lo mandammo a seguire la manifestazione, questa grande manifestazione che sarebbe poi sfociata…erano già successi degli incidenti, era già morto Varalli, era il 17 aprile e lo mandammo a seguire questa manifestazione. Lui vide la manifestazione, vide gli incidenti , che cosa successe e dopo le fotografie saranno abbastanza chiare: Infatti noi pubblicammo anche la sequenza dei camion presa da un fotografo che stava dall’altra parte della piazza: le fotografie sono sempre cose ferme, ma lui era lì, lo scrivemmo, era talmente grossa la cosa che decidemmo di fare uno speciale. Il giorno dopo c’era un’enorme manifestazione e noi facemmo una edizione speciale con le fotografie degli incidenti. I quotidiani non mettevano le fotografie proprio a quei tempi, i settimanali aspettavano e noi uscimmo il giorno dopo con le fotografie degli incidenti in cui si capiva benissimo tutto. I titoli erano…non vorrei sbagliare ma erano “Varalli assassinato dai fascisti, Zibecchi assassinato dai carabinieri”. Il risultato fu una grande penetrazione nel mondo della sinistra, per la prima volta si capì che ABC era qualche cosa di diverso da quello che uno pensava. Fù incredibile vedere questa marea di giovani, di operai, di gente incazzata tutti quanti con in mano il nostro giornale. Dopo 3 giorni uscì il numero normale, nel frattempo c’erano state le dichiarazioni del ministro dell’interno che era Gui allora, che diceva che non era stato sparato neanche un colpo: Frau, che era il nostro lì e aveva visto i poliziotti sparare e poi c’erano stati anche dei fotografi…noi pubblicammo in prima pagina le foto dei poliziotti che sparavano…
D – ..con il titolo “le menzogne di Gui”..
R- sì, “le menzogne di Gui”. Il giornale esce, ora non ricordo il giorno, mettiamo che esca lunedì, martedì ci hanno chiuso!
D- Si è trasferito qualche cosa di questa esperienza, di questa informazione…da ABC a Cuore?
R- ma io direi che c’è tutto nel senso che…io vedo una tale analogia con quei tempi…se devo essere sincero considero più rischiosi questi, oggi…oggi che se non stiamo attenti qualcuno ci toglie tutto. Oggi sento più di allora l’esigenza di vivere in un giornale che, non dico ..allora si diceva fare controinformazione, oggi basta dire informazione, oggi poca gente fa informazione: Oggi è più importante non fare più mediazioni, non fare più collusioni,..cercare di mettersi d’accordo. Oggi bisogna stare da una parte o dall’altra, rispettabilissimo anche chi sta dall’altra parte, però non bisogna più fare confusione.
Per questo mi sento come all’ora ad ABC, devo dire mi sento meglio, ABC vendeva 15.000 copie, qui ne vendiamo 80.000……….
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IL LIBRO – Ideologia, errori e generosità Quando a sinistra c’era “Dp” / Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra
IL LIBRO
Ideologia, errori e generosità
Quando a sinistra c’era “Dp”
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Il 9 giugno 1991 si scioglieva a Riccione Democrazia Proletaria. A distanza di vent’anni, un libro di Matteo Pucciarelli ripercorre la storia del micropartito che, tra grandi illusioni e sbandate storiche, simboleggia un’era della politica scomparsa per sempre
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di CONCETTO VECCHIO
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Durante un congresso dell’ultrasinistra, nel bel mezzo di una discussione sui destini del comunismo, la moglie di un compagno prese il microfono e lanciò il suo sasso al marito che stava seduto alla presidenza: “Sai cosa ti dico? Che io ho ti ho fatto da serva per anni, per farti fare il grande dirigente. Ora c’è che mi sono stufata: ho trovato una persona che mi piace e me ne vado”. Nessuno dei 2500 delegati fiatò. La discussione seguì l’ordine del giorno.
Questa istantanea, raccolta da Matteo Pucciarelli in “Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia proletaria” (Edizioni Alegre) 1 in libreria a vent’anni dalla fine di Dp (Riccione, 9 giugno 1991), ci dice, più di tante parole, quel che negli anni Settanta voleva dire la militanza in un partito della sinistra extraparlamentare: un mondo al cui altare sacrificare tutto se stessi.
Quindici anni dura la storia gracile di Democrazia proletaria – Dp – micropartito a sinistra del Pci. Nasce come cartello elettorale alle politiche del ’76, l’anno di massima espansione della sinistra, e la sua coalizione, del quale faceva parte anche Lotta Continua, convinta di far concorrenza al Pci prende subito una sonora sberla fermandosi a un misero 1,52 per cento. Ma allora, con il proporzionale senza sbarramento, era sufficiente a portare a Montecitorio sei deputati, tra cui il primo disoccupato organizzato Mimmo Pinto, che poi avrà un ruolo centrale nel Settantasette romano. La fondazione formale del partito avviene nel 1978, durante il sequestro Moro, al Jolly di via Tiburtina, esprimendo questa posizione: “Contro lo Stato, contro le Br”.
E’ un impasto di utopismo, ecologismo ante litteram e soprattutto critica al modello sovietico: tutte cose che viste con gli occhi di oggi appaiono incomprensibili. Nasce lì la vezzosa definizione del “piccolo partito delle grandi ragioni”. Dp non andò mai oltre l’1,7 per cento. Con Mario Capanna (nella foto con la bandiera del partito, ndr), che era finito a scrivere sul Giornale, espresse a lungo un europarlamentare. Ma anche diversi deputati e un senatore poi passato con i Verdi, Guido Pollice.
La guida del partito nei primi anni è affidata a Vittorio Foa. Molti dei dirigenti, come Giovanni Russo Spena, Gian Paolo Patta e Domenico Jervolino, vengono dalle fila cattoliche. Altri si sono fatti le ossa sulle barricate del ’68. Giuliano Pisapia fece giovanissimo il suo primo comizio proprio per Dp, a Rho. E’ di Dp anche Peppino Impastato, che la mafia di Tano Badalamenti uccide a Cinisi il giorno dell’assassinio di Aldo Moro, e della cui memoria ancora oggi tanti giovani giustamente si nutrono.
Ideali generosi, l’ideologia che tutto sussume, ma anche sbandate storiche. Il merito di Pucciarelli, un giornalista di 27 anni, e che ha speso un anno tra ricerche di archivio e interviste ai reduci, è di far risaltare quella militanza di minoranza come un modo di vivere: case vendute per finanziare il partito, stipendi da fame (i parlamentari cedevano l’80 per cento dell’indennità al partito perché bisognava avere la stessa busta paga degli operai). Russo Spena ricorda così lo sbandamento del ’77: “L’arrivo della droga a fiumi, famiglie che si rompevano, fu una crisi esistenziale per tanti di noi”. Ed è straziante il racconto sul suicidio di Marco Riva, 21 anni, uno dei redattori del Quotidiano dei lavoratori, l’organo del partito diretto da Daniele Protti e Vittorio Borelli, che si toglie la vita l’8 gennaio del 1979.
Si finisce sempre per avere nostalgia delle cose che non si sono vissute, e gli anni della grande ubriacatura ideologica – l’Italia dal 1968 al 1980 (l’anno della fine del terrorismo e della nascita di Canale 5) - continuano a produrre studi, libri, film. C’era il cancro del terrorismo a corrodere il Paese, ma in nessun periodo come negli anni Settanta si approvarono così tante riforme. La fede nella politica moltiplicava le reti di amicizie e conoscenze. Soprattutto, pur fra i tanti errori commessi, si aveva la sensazione che la storia avesse un senso: e questo viene fuori dal libro di Pucciarelli.
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20 agosto 2011
fonte: http://www.repubblica.it/politica/2011/08/20/news/democrazia_proletaria-19776849/?rss
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Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra, in “Il calendario del popolo”, numero 589,
luglio/agosto 1995
Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra

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di Sergio Dalmasso
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Con lo scioglimento di Democrazia Proletaria nel processo costituente di Rifondazione comunista (giugno 1991), è scomparsa, di fatto, l’ultima formazione della nuova sinistra italiana, erede e continuatrice di una stagione ricca di contraddizioni, anche di errori e di presunzioni, ma certamente significativa nella storia della sinistra e dell’intera società italiana.
La formazione dei “gruppi”, non più microcosmi legati solo a riferimenti ideologici o da richiami ad alcune delle eresie storiche nel movimento comunista, ma realtà corpose, spesso con forti legami nella società è un portato della seconda metà degli anni Sessanta che mette in discussione modi e pratiche consolidate e propone una rottura nella teoria e nei comportamenti.
Per la prima volta, la strategia dei partiti storici del movimento operaio italiano è messa in discussione da spinte di massa. Se al PSI viene rimproverata la pratica governativa sempre più subordinata (è del ‘64 la caduta del primo governo Moro l’unico a cui si possono attribuire intenti riformatori, è del ‘66 l’unificazione “socialdemocratica” con conseguente calo anche della tensione e del costume interni), il PCI è criticato anche duramente per la strategia gradualistica (è rimessa in discussione la “via nazionale”, quasi simbolico lo scontro in un dibattito, a Pisa, fra Togliatti ed Adriano Sofri), l’accettazione, anche se critica, della politica sovietica di coesistenza pacifica (nascono nel ‘64 i primi gruppi “filocinesi”), per le ambiguità irrisolte della sua linea complessiva (inizia una rilettura eterodossa della sua storia che coinvolge il rapporto Togliatti-Gramsci, la svolta di Salerno, l’unità nazionale…)1. Lo stesso PSIUP che su più punti (radicalità delle lotte di fabbrica e dello scontro internazionale) ha “scavalcato a sinistra” il PCI è giudicato come formazione ambigua, spesso “copertura a sinistra” del riformismo e del revisionismo (termine ideologico molto in uso).
Nel 1972, la prima presentazione elettorale della nuova sinistra si trasforma in un disastro. “Il Manifesto” che ha da poco consumato la sua uscita dal PCI e da un anno pubblica il quotidiano, non va oltre lo 0,7%, “Servire il popolo”, il più consistente dei gruppi m-l, raggiunge lo 0,2%, il “Movimento popolare dei lavoratori”, espressione di settori di dissenso cattolico e capitanato da Livio Labor lo 0,4%. Nella dispersione (oltre un milione di voti) è coinvolto il PSIUP, ormai in crisi frontale, che, nonostante l’1,8% non raggiunge il quorum. Se “Il Manifesto” riesce a reggere, MPL e PSIUP si sciolgono e confluiscono nel PSI e nel PCI.
Le minoranze di sinistra (per il MPL Russo Spena, ]ervolino, Migone, Bellavite, per il PSIUP Miniati, Protti, Ferraris e soprattutto Vittorio Foa) rifiutano l’ingresso nelle formazioni maggioritarie e scelgono di continuare un’esperienza di nuova sinistra. Nel dicembre ‘72 al congresso costitutivo di Livorno, nasce il Partito di Unità Proletaria (PdUP). Nel 1974, dopo complesse discussioni che anticipano le divisioni successive, la fusione fra PdUP e Manifesto dà vita al PdUP per il comunismo.
È questo l’anno in cui dalla miriade di gruppi e partitini emergono le tre forze maggiori: Lotta Continua, Avanguardia Operaia e appunto il PdUP per il comunismo. Lotta Continua sta lasciando alle spalle la fase “estremistica” e tenta di sistemizzare la propria impostazione. La indicazione di voto al PCI per le regionali del ‘75 nell’ipotesi del “PCI al governo” come base per una transizione al socialismo, va in questa direzione. Avanguardia Operaia, nata a Milano nel ‘68, si è progressivamente ingrandita attraverso aggregazioni di varie formazioni che le hanno permesso di assumere una dimensione nazionale. L’ipotesi di unificazione di tutta l’area leninista viene abbandonata a favore dell’incontro dell’ “area della rivoluzione” e anche l’atteggiamento verso il sindacato inizia a modificarsi.
Per le regionali del 15 giugno ‘75 AO e PdUP scelgono l’alleanza elettorale in 6 regioni e in vari comuni. In altre, il PdUP correrà da solo. In Piemonte AO da sola con la sigla “Democrazia operaia”. La sigla scelta dalle due organizzazioni è “Democrazia proletaria”. Era già stata proposta all’assemblea costitutiva del PdUP, nel 1972, ma bocciata dalla base che aveva rifiutato che in essa fosse compresa una parte del nome del partito (la DC) che da oltre 25 anni si combatteva.
La DC di Fanfani, già sconfitta al referendum contro il divorzio (maggio ‘74), subisce un nuovo tracollo. Si produce il più folte spostamento elettorale a sinistra del dopoguerra che avantaggia soprattutto il PCI (33%) la cui ipotesi di “compromesso storico” sembra offrire l’unica alternativa credibile alla trentennale egemonia democristiana. La sinistra conquista comuni, province, regioni. La tendenza sembra inarrestabile e tale da garantire prospettive certe di governo anche a livello nazionale. La nuova sinistra sfiora il 2% con punte positive in Toscana, in Calabria, a Milano. Inizia il dibattito sull’unificazione AO-PdUP.
L’area è, però, divisa su problemi di fondo. Al primo congresso nazionale del PdUP per il comunismo, le due vecchie anime tornano a polemizzare su questioni mai risolte: la presenza nel sindacato, i rapporti con il PCI, l’ipotesi del governo delle sinistre, la concezione del partito, la stessa unificazione con AO. Prevale, di poco, la componente del Manifesto (Magri, Castellina … ) su quella del PdUP (Miniati, Foa, Migone … ). Astenuto il piccolo gruppo che fa capo a Luigi Pintor.
DP cartello elettorale
A marzo, Lotta Continua modifica improvvisamente la propria scelta di voto al PCI e propone liste unitarie di tutta la nuova sinistra per le politiche anticipate (giugno ‘76). Il PdUP si spacca e accetta l’ipotesi unitaria solo davanti al fatto compiuto (rischio di scissione e rottura delle prospettive di unificazione con AO), ma contro l’indicazione della maggioranza degli iscritti. La sigla è “Democrazia Proletaria”. Nel simbolo, alla falce e martello sul mondo stilizzato del PSIUP e del PdUP, si sovrappone il pugno chiuso di Lotta Continua. I candidati di LC sono collocati fra gli ultimi posti delle liste. Si hanno, di fatto, due campagne elettorali parallele e spesso poco omogenee.
Il 20 giugno il PCI cresce ulteriormente (34,4%, suo massimo storico), ma non si verifica il sorpasso sulla DC che invece recupera, agitando il pericolo comunista. Crolla il PSI (sulla sconfitta inizierà l’era di Craxi).
A DP va poco più di mezzo milione di voti 0,5%). 6 i deputati: Magri, Milani, Castellina, Gorla, Corvisieri, Pinto (gli ultimi due subentrano a Foa, dimissionario, eletto in due circoscrizioni).
DP ha puntato sul governo delle sinistre e su una forte affermazione, capace di condizionarlo. Tutta la prospettiva si è rivelata errata. Inevitabile la crisi. Lotta Continua va, di fatto, ad un autoscioglimento. Al congresso nazionale di Rimini (autunno ‘76) l’organizzazione si frammenta per comparti sociali (operai, donne, giovani). La critica del femminismo è lacerante. È impossibile esercitare qualunque forma di direzione politica, occorre una rifondazione dal basso, praticata dai movimenti emergenti. Rinasce la vecchia matrice spontaneista, antileninista, per anni bloccata dalle mediazioni politiche e dalla “sterzata a destra” del gruppo dirigente. Nel PdUP e in AO esplodono più fortemente le contraddizioni irrisolte. Dopo vari tentativi di mediazione, soprattutto ad opera della componente sindacale, il PdUP si spacca nel febbraio ‘77.
Alcune federazioni tentano invano di rilanciare una ipotesi unitaria. Pesa fortemente anche la critica femminista al “vecchio modo di fare politica”. Anche Avanguardia Operaia si scinde, dopo che il segretario Aurelio Campi viene accusato di eccessivo appiattimento sul PdUP di Magri e messo in minoranza. Alle scissioni seguono le unificazioni fra le due “destre” e le due “sinistre”. Dopo lunghe trattative il nome e il simbolo del PdUP restano a Magri, Castellina e Campi. Quelli di Democrazia Proletaria alla “”costituente AO – PdUP Lega” (la Lega dei comunisti, presente soprattutto in Toscana e a Roma sua una delle più interessanti riviste dell’intera area, “Nuovo Impegno”)2.
Frammentato il gruppo parlamentare: 3 deputati al PdUP; 1 (Gorla) a DP; senza collocazione di partito Pinto, dopo lo scioglimento di LC; Corvisieri, lasciata Avanguardia Operaia con una forte polemica “da sinistra” e su posizioni di movimento, si avvicinerà in seguito al PdUP3.
Inizia il difficile processo di costituzione di DP partito, in una fase in cui fortissima è la critica verso la “forma partito” da parte dei movimenti che vanno formandosi, estendendosi e collocandosi in rottura frontale verso ogni struttura organizzata (a febbraio vi è la contestazione al comizio di Lama all’università di Roma, a settembre il convegno di Bologna contro la repressione).
La costituente di DP tenta di rapportarsi e di aprirsi ai nuovi movimenti e alla contestazione operaia (assemblea del Lirico, a Milano, nella primavera ‘77, opposizione alle scelte sindacali dell’EUR, febbraio 1978, in cui si evidenzia l’appoggio del sindacato alla scelta dei governi di unità nazionale).
La costituzione ufficiale avviene al 1° congresso nazionale (Roma, aprile ‘78) nel difficile tentativo di mantenere una prospettiva rivoluzionaria in una fase che non lo è (vengono superati facili “ottimismi” del “movimento”), di non cancellare il marxismo con facili liquidazioni che stanno passando anche nella sinistra, di dare espressione politica all’opposizione sociale (si scommette sulla non normalizzazione della situazione, sulla ricomposizione del blocco sociale).
Non semplici l’eterna questione della presenza o meno nel sindacato (l’opposizione ad alcune lotte autonome provoca difficoltà con la sinistra sindacale) e l’atteggiamento verso la violenza (anche se netta è l’opposizione al terrorismo – siamo nel periodo del rapimento Moro). Anche sul partito permangono differenze. Partitisti e movimentisti conviveranno per anni e con fasi alterne.
Il quotidiano dei lavoratori diventa l’organo del partito. Per i militanti nasce il periodico Democrazia proletaria. La rivista Unità proletaria, diretta prima da Daniele Protti, poi da Pino Ferraris, si qualifica e diventa utile strumento di riflessione (avrà sempre un carattere molto aperto). Molti e differenziati i campi di intervento, dalla tematica giovanile alla questione energetica (nasce il comitato per il controllo delle scelte energetiche e la battaglia antinucleare diventa terreno di aggregazione soprattutto per i giovani), dalla questione delle minoranze nazionali (convegno europeo a Cagliari nel febbraio 79) alla presenza nel radicarsi di un tessuto di radio di sinistra.
Il tonfo di Nuova Sinistra Unita
La crisi dei governi di unità nazionale nasce dall’impossibilità per il PCI di pagare ulteriori prezzi ad una politica di riforme promesse e mai attuate e di sostanziale logoramento del rapporto con la sua base sociale. L’impossibilità di formare una nuova maggioranza porta alle ennesime elezioni anticipate. Parte di DP propone liste unitarie di movimento e non di partito, aperte a PdUP e radicali e garantite da comitati locali, nati dalla base e capaci di controllare le candidature, la campagna elettorale e gli eletti. È una impostazione basista, portata a sopravvalutare la valenza politica dei movimenti, fortemente ispirata dalla sinistra sindacale. La proposta è avversata da alcune federazioni (soprattutto Milano e Trento) e da settori operai che ritengono verrebbe cancellata la centralità delle lotte di fabbrica all’interno di una alleanza generica e priva di priorità. L’assemblea nazionale di Bellaria (16/18 marzo 1979) rovescia parzialmente l’impostazione: se viene riproposta l’ipotesi di liste di movimento, si chiede venga mantenuto il simbolo di DP. Permangono, però, ambiguità e spinte divergenti. Pochi giorni dopo un documento firmato da esponenti della sinistra sindacale, di LC, del dissenso cattolico, da intellettuali, ripropone la lista unitaria di movimento.
In DP e sul suo quotidiano, il dibattito è intenso e mostra posizioni divaricate. Il PdUP rifiuta l’ipotesi unitaria e sceglie liste con proprio simbolo e con il Movimento lavoratori per il ocialismo (MLS), erede del movimento studentesco della Statale.
Nonostante questo, DP accetta l’ipotesi di liste non di partito. Nasce Nuova Sinistra Unita (NSU). Aderiscono a NSU, oltre a DP, parte di Lotta Continua che nelle diverse scelte dei suoi leaders (Boato e Pinto radicali, alcuni con il PCI…) e dei suoi militanti (parte consistente verso l’area dell’autonomia) dimostra ora il suo autentico scioglimento, esponenti del dissenso cattolico, di Magistratura, Psichiatria e Medicina Democratica, delle radio libere, della sinistra sindacale che, però, non candida i suoi personaggi più significativi.
La campagna elettorale è generosa, ma priva di fisionomia, spesso velleitaria, somma di presunzioni e debolezze, incapace di definire in positivo un programma credibile. Si hanno differenze di impostazione e di proposta tra settore sociale, area geografica, età, come testimoniano le stesse esperienze televisive e si rivela impossibile consolidare nome e simbolo nuovi in poche settimane .
I risultati sono sconfortanti: l’8 giugno NSU raccoglie 300.000 voti (0,8%); pur in una sconfitta della sinistra (il PCI flette nettamente pagando gli anni dell’ “unità nazionale” e il PSI di Craxi stenta a decollare), il PdUP, inaspettatamente, riesce a raccogliere parte dello scontento nell’area del PCI e ad ottenere il quorum, proprio a Milano, dove la scelta per NSU ha provocato polemiche e difficoltà in Democrazia Proletaria.
DP si salva per il rotto della cuffia alle europee della settimana successiva (0,7% e 250.000 voti). Eletto Mario Capanna. È una boccata di ossigeno che dimostra una discreta tenuta e la possibilità di continuare.
Inevitabili le polemiche nel dopo-voto. Sotto accusa chi ha sostenuto la scelta di NSU. La campagna elettorale è giudicata negativamente per la mancanza di chiarezza, il velleitarismo e la presunzione. DP è stata indebolita proprio laddove (Milano, le fabbriche … ) aveva maggiori possibilità di affermazione. Inesistente la presenza su giornali e radio. Il Quotidiano dei lavoratori chiude per deficit. La mancanza di ogni finanziamento statale grava sulle realtà centrale e periferica.
DP partito
La continuazione dell’esistenza di DP è decisa dall’assemblea nazionale dei delegati (Arezzo, 7-8 luglio ‘79). Criticati l’eccessivo politicismo e partitismo della prima metà anni Settanta, ma anche e soprattutto l’eccessivo movimentismo dell’ultimo periodo. Si riafferma la centralità operaia. Si rilancia l’ipotesi di un partito strutturato, capace di offrire linea e direzione politica. Si consuma silenziosamente il distacco di parte consistente dell’ex PdUP (Foa, Miniati, Ferraris, Migone … ) contraria ad una stretta “partitista” e convinta della semplice possibilità di coordinamento di esperienze differenziate (per area geografica e comparto sociale).
Nel febbraio ‘80, ritorna in edicola Il quotidiano dei lavoratori (settimanale), si stabilizza il bollettino Democrazia proletaria.
Il secondo congresso nazionale (Milano, 31 gennaio – 3 febbraio 1980) riconferma le scelte della centralità operaia, nel tentativo di un più stretto rapporto tra classe operaia e nuovi movimenti per “l’unificazione proletaria e anticapitalistica” e la necessità di una struttura politica, rifiutando le critiche di marginalità e residualità con cui culturalmente e politicamente vengono vissute le forme organizzate. Sono respinte le ideologizzazioni per cui all’ “autonomia del politico” si contrappone “l’autonomia di un sociale” indistinto, non più considerato sede del conflitto di classe. Nette le scelte internazionaliste, favorite dall’ingresso a pieno titolo nel partito, di Mario Capanna. Molta attenzione alle difficoltà del PCI. Il congresso definisce compito di DP quello di intessere un dialogo con settori dell’area sociale e del corpo politico della sinistra storica, che si ritiene attraversata da profonda crisi di identità. DP superati residui ideologizzanti ed estremistici, può da un lato esaltare la propria specificità, dall’altro intervenire positivamente sulla “crisi” dei partiti storici e del sindacato.
Non si elegge un segretario politico, ma un direttivo di 28 componenti. Vittorio Foa, in commissione, svolge il suo ultimo intervento in DP, da cui si allontanerà immediatamente dopo.
Alle regionali di giugno crescono i voti, ma i seggi conquistati sono pochi. I 270.000 voti (0,9010) nelle 15 regioni in cui si vota danno appena tre seggi (Lombardia, Campania, Veneto). La mancata raccolta di firme in varie province impedisce l’elezione di consiglieri in Lazio e in Piemonte e premia invece il PdUP. Il seggio sfuma in Toscana e in Liguria per poche decine di voti.
È, comunque, il segno che DP può reggere e crescere e che è sfumato il disegno del PdUP di presentarsi come la “terza forza” del movimento operaio, l’unica a sinistra del PCI.
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FARE SINISTRA – Una proposta alternativa al “rossobrunismo”

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Una proposta alternativa al “rossobrunismo”
Un’associazione fondata su temi concreti, non su speculazioni ideologiche, legata al perseguimento di un obiettivo sociale

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Il direttore Gaudenzi, discutendo in un editoriale intitolato Note di buon augurio del progetto di “fronte comune” auspicato da “Rinascita”, mi ha fatto l’onore di citare esplicitamente il mio nome. Colgo la palla al balzo ed esprimo, in poche righe, il mio pensiero a riguardo.
Infatti, non mi sfuggono le forse insormontabili difficoltà relative ad un progetto di “fronte comune” che unisca gruppi convenzionalmente classificati come “sinistra” ad altri convenzionalmente classificati come “destra”. La triste parabola di “Sinistra Nazionale” (quando si sfrondò l’albero fino a lasciare un tronco spoglio), ben nota a chi oggi propone il “fronte comune”, dovrebbe essere di monito: allora, poi, si trattava di riunire sigle che venivano da un medesimo ambiente politico-culturale. Oggi non ci sarebbe più nemmeno quest’uniformità di fondo.
Gli alternativi, a “sinistra” come a “destra”, non sono mai riusciti ad unirsi: da una parte si sono frammentati per il settarismo, dall’altra per il ducismo, le rispettive malattie storiche ed esistenziali delle due frange. Se i “sinistri” non riescono ad unirsi coi “sinistri”, e i “destri” con i “destri”, quante possibilità vi sono che riescano ad unirsi i “sinistri” coi “destri”? Tanto più che due pregiudizi speculari separano gli uni dagli altri. Da un lato, l’antifascismo della “sinistra”. Dall’altro, se non un autentico anticomunismo, quanto meno l’anti-antifascismo della “destra”. Sintomatico che uno dei primi interventi sul “fronte comune” abbia sollevato la questione del 25 Aprile, vera pietra dello scandalo che si pone a muro invalicabile tra le due parti: da un lato idolatrato, dall’altro vituperato. Ed anche se il miracolo riuscisse, ed avvenisse una siffatta “convergenza delle estreme”, che si guadagnerebbe? Il “rossobrunismo” ha ormai un fascino ridotto a poche avanguardie politico-culturali, quasi esclusivamente concentrate a “destra”. Il clamoroso fallimento della lista “fascio-comunista” di Pennacchi a Latina è un altro segnale inquietante per simili progetti sincretici. Il gioco, a mio modestissimo avviso, non vale la candela.
Che si può fare allora?
La prima proposta alternativa che vorrei lanciare è questa: cominciare a contare le teste anziché i gruppi, le idee anziché le ideologie. Si cerchi d’avvicinare tra loro gli individui, soprattutto quelli qualificati (siano essi intellettuali o professionisti, giornalisti o imprenditori, politici o scienziati) ma non solo. Gli individui sono per natura più flessibili dei gruppi: la psicologia delle masse (cristallina fin da quando ne scrisse Le Bon) è al contrario improntata all’oltranzismo ed all’intolleranza. Morale: è più facile unire dei singoli che delle collettività.
Strettamente connesso al primo, il secondo punto: rinunciare a costruire una sintesi attorno a logiche movimentiste, ad ambizioni di bassa politica o, al contrario, di altissima (rivoluzioni epocali ecc.). Mirare modestamente ad un’associazione d’individui anziché ad irrealizzabili coalizioni di movimenti politici. Lasciando libero ogni individuo di scegliere se e come fare politica militante, di scegliere se e quale dottrina seguire, in una parola non imponendogli una fedeltà esclusiva: così diviene molto più facile stringere relazioni.
Puntare, insomma, su un’associazione ad hoc, formata attorno ad una determinata tematica, o comunque un paniere ristretto di temi, su cui si possa facilmente creare un consenso anziché perdersi in infinite diatribe dottrinarie. Un’associazione fondata su temi concreti, non su speculazioni ideologiche. Un’associazione a tempo, legata al perseguimento di un obiettivo ben preciso, raggiunto il quale il legame viene meno, a patto che non sopraggiungano nuovi temi comuni a fare da collante.
Non è difficile, nella situazione attuale, individuare un tema attuale, concreto, fondamentale, che possa fungere da collante per una siffatta associazione d’individui: l’assalto dei potentati stranieri ed interni che, strumentalizzando la crisi del debito pubblico (e magari fomentandola tramite una speculazione politicamente diretta), ricattano il nostro paese imponendo l’applicazione dei dettami neoliberali, intimando la resa al tristemente noto Washington Consensus. La loro ricetta di “risanamento” è nota: smantellamento dello Stato sociale, svendita del patrimonio pubblico, passaggio in mani straniere dell’industria e dei beni strategici italiani. Seguendo questa “cura”, forse, tra venti o trent’anni non saremo più indebitati, ma l’Italia sarà ridotta ad un paese del Secondo o Terzo Mondo. La classica cura peggiore del male.
Perché, allora, non mobilitare singoli di buona volontà – a prescindere che siano di “destra”, “sinistra” o “centro”, militanti o apolitici, conservatori o rivoluzionari – per difendere l’Italia da un attacco concreto, esiziale, che si sta consumando ora sotto i nostri occhi, anziché vagheggiare coalizioni politiche tanto rivoluzionarie quanto impraticabili?
Va da sé che, se il fine non vuol essere solo quello di fare testimonianza, ma d’opporre una resistenza concreta all’offensiva in corso contro l’Italia ed il suo popolo, si dovrà uscire anche dall’ottica della “convergenza delle estreme”, del rassemblement dei dissidenti d’ogni colore, per cercare invece appoggi anche all’interno del Sistema: dove certo non mancano persone che sarebbero disposte a difendere il paese nel presente e fatidico momento storico, in cui se ne sta decidendo il futuro.
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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO
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11 agosto 2011
fonte: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=9998
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