Una ricerca della BBC mostra che il mondo non apprezza Israele

Una ricerca della BBC mostra che il mondo non apprezza Israele
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DI ANTONIO DE MARTINI
corrieredellacollera.com
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Ogni anno la BBC fa un sondaggio a livello mondiale, intervistando ventiquattromila persone sparse in ventidue paesi diversi scelti scientificamente, per comprendere meglio il clima mondiale, i nuovi trend che affiorano e i temi da trattare nelle trasmissioni che, come noto, sono indirizzate al mondo intero.
I paesi più impopolari del mondo, risultano essere Iran, Israele, il Pakistan e la Corea del Nord.
Per la Corea del Nord e l’Iran, niente da ridire. Questi due paesi sono oggetto di una campagna di propaganda feroce, cinquantenaria l’una e trentennale l’altro.
Anche il Pakistan non é un paese che rifulga per la gestione delle Public relations e la macchina di comunicazione americana sta da tempo indicando questo paese come una concausa del problema afgano.
Particolarmente sorprendente, invece, la impopolarità di Israele, considerando le cifre investite dalla Agenzia Sionista di New York, il budget pubblicitario del turismo israeliano, la posizione di favore nei media, l’attività lobbistica quasi ovunque e la ” Hasbara, ” propaganda individuale che ogni ebreo – israeliano o no – riesce a fare a favore dello Stato di Israele nel mondo intero e che, a giudicare dal sondaggio, sembra proprio che stia sortendo l’effetto opposto.
Forse vale la pena esaminare qualche numero da vicino.
I dati dal quotidiano israeliano Haaretz che due giorni fa ha definito ” invero preoccupante” i numeri che seguono, sono stati rilevati tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012.

Anzitutto il dato globale: nel 2012 l’ impressione negativa su Israele, é del 50% degli intervistati, con un aumento del 3% rispetto al sondaggio 2011.
Negli Stati Uniti, il 50% degli intervistati ha una impressione favorevole di Israele.
In Europa il trend é in contrasto netto e in crescita:
SPAGNA: il 74% degli intervistati ha espresso una impressione sfavorevole su Israele, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente.
FRANCIA: contrari a Israele, il 56% con un incremento rispetto al 2011 di ben il 9%.
GERMANIA: addirittura il 69% dei tedeschi si é detto con impressione sfavorevole sullo Stato di Israele, ad onta della forte campagna educativa in atto da anni e ad onta del complesso che ogni concittadino di Hitler dovrebbe avere.
L’Inghilterra é al 68% di contrari, benché l’80% dei parlamentari conservatori siano iscritti alla associazione amici di Israele…… Non migliore la situazione nei paesi BRIC ( Cina, Brasile, India, Russia): BRASILE: contrario a Israele, il 58% degli intervistati
CINA : il 45%
L’INDIA il 29% ha una impressione sfavorevole di Israele.
LA RUSSIA ha una posizione interessante: il 25% dei russi ha una opinione favorevole contro il 26% di negativi.
Credo sia proprio questo il momento per Israele di esaminare la situazione e trarne le conseguenze in termini di politica palestinese e verso l’Iran.
Si ponga la domanda: a partire da quando l’opinione pubblica ha iniziato a mutare orientamento?
Cosa potrebbe fare per recuperare? Certo, non una guerra, certo non creare una caricatura dell’apartheid sud africano di trenta anni fa. Il mondo intero sembra percepire come vittime i nemici di Israele e fastidiosa la sua propaganda basata sulla ripetizione ossessiva di principii che poi nella pratica non hanno applicazione nei territori sotto il controllo di Tsahal.
Antonio De Martini
Fonte: http://corrieredellacollera.com
Link: http://corrieredellacollera.com/2012/05/19/una-ricerca-della-bbc-a-livello-mondiale-mostra-che-il-mondo-non-apprezza-israele/
19.05.2012
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“Un leader giovane e forse la rivoluzione” La ricetta degli italiani per uscire dalla crisi

The Road to Worldwide October (revolution) – Hoover Plan (placard) – Crisis (paper on table).
By Viktor Deni, 1931 - fonte immagine
“Un leader giovane e forse la rivoluzione”
La ricetta degli italiani per uscire dalla crisi
La recessione? Finirà fra tre anni, ma saremo tutti più poveri. Un sondaggio Ipr marketing, commissionato per il congresso delle Acli, ci rivela il rapporto tra il Paese e l’attuale fase di difficoltà economica. Con una sorpresa: per un cittadino su tre le riforme non bastano, bisogna rovesciare il sistema

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ROMA – Usciremo dalla crisi entro i prossimi tre anni, ma saremo più poveri. Per cambiare, il Paese avrebbe bisogno di riforme oppure – parola che sembrava uscita dal vocabolario della politica – di una rivoluzione. E il leader del futuro dovrà essere, prima di ogni altra cosa, giovane. Sono alcune delle risposte a un sondaggio di Ipr marketing commissionato dalle Acli – i lavoratori cattolici – alla vigilia del congresso che si aprirà domani a Roma. La fotografia insomma di un’Italia pessimista, rassegnata al peggioramento delle condizioni di vita. Ma disposta perfino a soluzioni estreme per uscire dall’attuale fase di stagnazione.
GUARDA TUTTO IL SONDAGGIO 1
Spese fuori controllo. Il campione è stato sottoposto a dieci domande, partendo dalla percezione della crisi. “Quanto peserebbe sul bilancio mensile della sua famiglia un spesa imprevista di cento euro?”, è stato chiesto. Per sei italiani su dieci (60,2%) molto o abbastanza. Al Sud la preoccupazione per una spesa fuori budget riguarda il 70,9% dei cittadini. Sopra la media anche le donne (68,7%) e gli under 35 anni (62,7%).
L’inizio della sofferenza. Ma quando è davvero cominciata questa crisi? Quasi la metà degli intervistati (47,5%) ha iniziato a percepirla nella vita quotidiana tra il 2010 e il 2011. Solo il 14,8% dichiara di essere stato in una situazione di sofferenza economica prima del 2008. Questa fase di recessione potrebbe rappresentare un’occasione di cambiamento? La grande maggioranza degli italiani (72,4%) non lo ritiene possibile.
Futuro. La parola futuro è associata al concetto di preoccupazione per il 27,4% del campione, all’insicurezza per il 17,3% e al pessimismo per il 12,4%. La speranza ha invece il sopravvento sul pessimismo per gli uomini oltre i 54 anni, i laureati e i cattolici praticanti.
La ricetta. L’equità è la ricetta più invocata per uscire dalla crisi sociale: la reclama il 24,9 per cento degli intervistati; al secondo posto c’è la moralità (22,8 per cento), seguono la competenza delle classi dirigenti (18,5%) e l’innovazione (12,7%). Corollario della risposta sull’equità è quella sui ricchi e la crisi: per il 74,8% degli italiani sono i cittadini più facoltosi che devono sostenere il carico maggiore, in questo momento di difficoltà. Opinione condivisa in maniera trasversale, da tutti i segmenti socio-demografici della popolazione.
Il leader. Quale potrebbe essere l’identikit del leader in grado di farci uscire dalla crisi? La risposta più gettonata è una persona giovane (53%); seguono un laureato (per il 49%) e poi un esperto, magari docente universitario (37%). Poco conta che si tratti di una donna (25%), di una persona sposata (14%) o di un cattolico (14). Ancor meno che si tratti di un esponente di partito (6%). Ma quali sono gli interventi più urgenti? Per il 75 per cento degli intervistati, bisognerà occuparsi innanzitutto delle famiglie e dei conti dello Stato, e solo dopo tenere conto delle indicazioni delle istituzioni internazionali (56%). Insomma, no al puro rigore finanziario imposto finora dai diktat tedeschi.
Il metodo. Cosa occorre per cambiare il nostro Paese? La maggioranza degli intervistati (50,9%) propende per la strada delle riforme, con interventi graduali e condivisi (35,7%) ma anche impopolari (14,6%). I più propensi a una via riformista sono gli uomini, gli over 54enni, e i cattolici praticanti. L’aspetto forse più sorprendente è che per il 32,2 per cento degli intervistati – praticamente un italiano su 3 – l’unico mezzo per uscire dall’attuale situazione è la rivoluzione. C’è poi un 17,2% totalmente pessimista, che sentenzia: “questo Paese non cambierà mai”. Un dato da collegare, probabilmente, all’onda montante dell’antipolitica.
L’indicatore della ripresa. Il lavoro viene considerato come il primo segnale della ripresa dal 26,3 per cento degli intervistati, la ripresa dei consumi dal 19,8%. Opinione questa condivisa in maniera trasversale da tutta le fasce di popolazione intervistate.
Quando ne usciremo. Sui tempi, gli italiani sono moderatamente ottimisti. La crisi finirà entro 3 anni
per la maggioranza del campione: il 51,3%. Il 37,7% ritiene, invece, che servano dai 4 ai 10 anni. C’è uno zoccolo duro di pessimisti – pari al 10,9% – che invece ritiene l’attuale situazione senza ritorno.
Il dopo crisi. Usciremo dalla crisi, ma come? Il 40,2% degli italiani pensa che saremo in condizioni peggiori. Per il 30,5% , invece, l’Italia si riprenderà come prima. Ma c’è anche chi vede rosa: un terzo degli italiani immagina un futuro migliore quando la crisi sarà passata. Chi sono questi ottimisti? Soprattutto uomini (34,5%), di età matura cioè oltre i 54 anni (32%), e residenti nel Sud (33%). Nell’orizzonte dei prossimi 10 anni, il 44,7 per cento si immagina più povero contro un misero 19,1 che pensa a un miglioramento della propria condizione. Nelle risposte, si avverte qui una forte divaricazione in base al titolo di studio e all’età. L’approccio più ottimista è quello dei laureati e dei giovani.
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«Governo istituzionale», sì da un italiano su quattro. Il 60% dei cittadini teme che nel 2012 andrà peggio
«Governo istituzionale», sì da un italiano su quattro

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Il Paese è pessimista: il 60% dei cittadini teme che nel 2012 andrà peggio. Lo spettro della Grecia fa paura
I violenti e inaccettabili scontri avvenuti sabato a Roma hanno di fatto cancellato le ragioni di una protesta, quella degli «indignados», che voleva manifestare il profondo disagio vissuto oggi da una parte rilevante della popolazione, specialmente ma non solo giovanile, del nostro e di molti altri Paesi. L’allargamento delle disuguaglianze sociali, della disoccupazione, della mancanza di prospettive turbano gli italiani. Non a caso i cittadini esprimono in maniera sempre più accentuata pessimismo e sfiducia. Questo stato d’animo ha coinvolto praticamente tutti i cittadini: metà della popolazione afferma di essere «molto» e un altro 47% si definisce «abbastanza» inquieto. Ma non si tratta solo di angoscia per le sorti economiche del Paese: l’insicurezza pare riguardare tutti, anche a livello personale – lo dichiara l’84% – per le prospettive della condizione economica propria e della propria famiglia.
Insomma, il Paese è largamente pessimista. Per la situazione presente e per l’avvenire. Non sorprende, dunque, che anche le previsioni per il futuro dell’economia siano negative: quasi il 60% ritiene, infatti, che l’anno prossimo vedrà una ulteriore evoluzione in peggio della crisi attuale. E più di tre italiani su quattro intravedono il rischio che l’Italia finisca in una crisi come quella greca. Di fronte a questo stato di cose, occorrerebbe una forte iniezione di fiducia da parte delle istituzioni, che riesca a mutare il clima di opinione negativo e diffondere maggiore ottimismo sia in termini di atteggiamenti, sia, specialmente, di comportamenti. È ciò che la gran parte della popolazione, compresa una larga porzione dei votanti per i partiti di governo, chiede all’esecutivo. Ma che, sempre secondo la maggioranza degli italiani, non trova, per ora, riscontro nei fatti.
Nelle ultime settimane, era stata riposta qualche attesa nel più volte annunciato (ma per ora mai realizzato) «decreto Sviluppo» e nei diversi provvedimenti di rilancio che avrebbe dovuto contenere. Il consenso, rilevato dai sondaggi, per le misure di cui i giornali hanno dato anticipazione è, tra gli elettori dei partiti di governo, relativamente esteso. Perfino il condono fiscale trova il favore della netta maggioranza dei votanti per il Pdl, (ma non, significativamente, di quelli della Lega e, com’era prevedibile, degli elettori dei partiti di opposizione) e sembrerebbe poter costituire un possibile fattore di rilancio della fiducia verso Berlusconi da parte del suo elettorato.
Ma, in assenza di iniziative da parte del governo, la maggioranza degli italiani continua a vedere con favore le sue dimissioni. Ormai solamente il 17% – ma molto meno, il 13%, tra i giovani fino a 24 anni – auspica la permanenza di Berlusconi alla guida dell’esecutivo. La percentuale è in diminuzione nel tempo: era il 27% a gennaio e il 19% un mese fa. Colpisce, a questo riguardo, il trend relativo agli elettori della Lega, che costituisce una componente fondamentale del governo: a metà settembre il 40% dichiarava di desiderare la continuazione del governo Berlusconi, oggi questa quota si è ridotta al 22%. Anche tra gli elettori del Pdl l’idea di una prosecuzione dell’attuale governo, pur maggioritaria, si restringe: oggi si dichiara contrario il 22%, a fronte del 20% del mese scorso. Questo atteggiamento si ripercuote anche sulle intenzioni di voto, che vedono un’ulteriore diminuzione del favore al Pdl e una crescita dei consensi per i partiti di centro (in particolare Fli di Fini) e per le forze più marcatamente di sinistra (in particolare Sel).
Si allarga invece la percentuale di chi condivide la prospettiva di un nuovo esecutivo guidato da un’alta personalità istituzionale: questa è oggi l’opinione di più di un italiano su quattro (26%, era il 17% a metà settembre). Ma, come noto, la gran parte dei cittadini vuole le elezioni anticipate: le chiede in questo momento il 43%. Si estende, cioè, l’opinione che sia meglio «sparigliare le carte» e provare a percorrere una nuova via per lo sviluppo del Paese.
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Renato Mannheimer
17 ottobre 2011 15:58
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Omosessuali discriminati e invisibili: I dati di una ricerca sul posto di lavoro
Omosessuali discriminati e invisibili
i dati di una ricerca sul posto di lavoro
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Pisa – Miki, 34 anni, discriminata perché trans – fonte articolo
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L’indagine realizzata da Arcigay rivela che il 19% è stato trattato in modo ingiusto, il 26,6% non ha fatto parola della propria identità sessuale, quasi il 5% licenziato perché lgbt. E in tutti i casi le percentuali salgono se si tratta di persone trans
La presentazione della ricerca
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ROMA – Il 19% degli omosessuali ha subito discriminazioni sul posto di lavoro, il 13% ha visto respinta la propria candidatura a causa della propria identità sessuale (si sale al 45% per le persone trans), il 26,6% è completamente “invisibile” sul luogo di lavoro mentre il 39,4% non nasconde la propria omosessualità con la maggioranza dei colleghi o dei clienti. Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine “Io sono io lavoro”, la prima ricerca scientifica nazionale realizzata in questo campo. Realizzata da Arcigay e presentata oggi a Roma, ha raccolto 2.229 questionari compilati da persone lgbt, ha intervistato 52 testimoni qualificati e ha ascoltato 17 storie di discriminazione sul lavoro da parte di altrettante persone.
Oltre il 60% preferisce quindi “non dirlo” sul posto di lavoro. Dove vi sono altre persone omosessuali o trans cresce tendenzialmente la visibilità. Il celare la propria identità sessuale è, per la maggior parte, funzionale a evitare trattamenti sfavorevoli: la maggioranza di quanti vivono nell’invisibilità, infatti, teme che svelando la propria identità sessuale subirebbe un peggioramento della propria condizione lavorativa. Tuttavia, questa aspettativa non è confermata dall’esperienza di coloro che hanno fatto outing, la maggior parte dei quali ritiene che la propria situazione non sia sostanzialmente cambiata, o sia addirittura migliorata.
L’effetto positivo della visibilità sul lavoro è confermato anche dalla maggiore soddisfazione lavorativa registrata tra quanti sono visibili sul lavoro rispetto agli ‘invisibili’. Il 4,8% ha dichiarato di essere stato licenziato o di non essersi visto rinnovare ingiustamente il contratto in ragione della propria identità sessuale negli ultimi dieci anni, percentuale che sale al 25% tra le persone trans. Il 19,1% ha dichiarato di essere stato trattato iniquamente sul lavoro in quanto omosessuale, e la percentuale sale al 45,8% delle persone trans da femminile a maschile e addirittura al 56,3% delle persone trans da maschile a femminile. Per la maggioranza degli intervistati, comunque, il presente è migliore del passato (è ottimista il 48,5% del campione) e il futuro sarà migliore del presente (lo vede positivamente il 54,6%). Meno rosee sono le previsioni di quanti sono stati licenziati o hanno subito un trattamento ingiusto in ragione della propria identità sessuale.
“La discriminazione – commenta Raffaele Lelleri, sociologo e responsabile scientifico della ricerca – colpisce direttamente una minoranza di lavoratori lgbt. L’impatto indiretto è invece molto più ampio: secondo alcuni osservatori, esso è persino universale, visto che tutte le persone lgbt si trovano, prima o poi, a domandarsi se essere visibili o meno sul lavoro, ad anticipare le conseguenze del proprio coming out. Sorprende l’uniformità territoriale di questi fenomeni: Nord, Centro e Sud appaiono infatti accomunati da questi fenomeni. Non sorprende invece, purtroppo, la vera e propria emergenza in cui vivono le persone trans che lavorano, la maggior parte delle quali viene tuttora respinta o espulsa dal mercato”.
“Questa è un’indagine che non dà ricette – sottolinea Rosario Murdica, responsabile progetti della segreteria nazionale Arcigay – ma dà visibilità a un mondo spesso invisibile che esiste e va tutelato. E’ una fotografia che regaliamo alla classe politica, e speriamo che prima o poi da quel mondo giunga una risposta”. “Sappiamo – gli fa eco Paolo Patanè, presidente di Arcigay – che questo è un periodo in cui l’agenda politica è distratta da altri temi: crisi economica e conti da sanare. Ma è nei periodi di recessione che il clima si fa più rovente e le discriminazioni si accentuano”.
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12 ottobre 2011
fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/12/news/gay_lavoro-23103455/?rss
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QUALUNQUEMENTE – Il «Partito du pilu» di Cetto La Qualunque ha il 9% di potenziali elettori
Chiù pilu per tutti

Il «Partito du pilu» di Cetto La Qualunque ha il 9% di potenziali elettori
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di Antonia Bordignon
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Il «Fronte dell’Uomo Qualunque» di Guglielmo Giannini, il movimento che alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 ottenne il 5,3% dei consensi degli italiani appena uscita dal fascismo e dalla guerra, oggi si chiamerebbe «Partito du pilu» di Cetto La Qualunque e avrebbe un potenziale elettorato del 9%. Cetto La Qualunque, al secolo è Antonio Albanese, protagonista del film «Qualunquemente», in uscita nelle sale questo weekend, è un candidato di pura finzione, come il suo partito. I suoi potenziali elettori, invece, sono italiani veri, in carne e ossa che alle urne metterebbero la croce sul suo nome.

Il sondaggio vero del partito finto
I dati emergono da un sondaggio dell’istituto Lorien Pubblic Affairs, divisione di Lorien Consulting, commissionato dal mensile «Formiche», curato da Paolo Messa, per il numero di febbraio, anticipato oggi dal Riformista. L’indagine ha coinvolto un campione rappresentativo di 600 cittadini, strutturati per sesso ed età, intervistati tra il 13 e il 14 gennaio 2011. Per rendere la finzione più realistica i promotori del film hanno utilizzato finti gazebo elettorali con tanto di militanti, gadget, firme, foto ricordo e in cotanta scenografia, il «Partito du pilu» si è presentato agli elettori con lo slogan «chiu pilu per tutti», più pelo per tutti. In quella settimana (prima, quindi, che scoppiasse il caso di Ruby Rubacuori con le piccanti rivelazioni sulle feste in casa del premier, Silvio Berlusconi), solo il 22,7% del campione conosceva lo slogan e aveva sentito parlare di Cetto La Qualunque. Ma nella geografia elettorale, il suo partito avrebbe ottenuto un 2,3% di voti certi e un 6,8% di voti probabili. Il 16,8% ha risposto che avrebbe votato «probabilmente no», il 66,8% «sicuramente no». Gli indecisi il 7,4%.
Cetto batte Rutelli, Lombardo, Bonino
Nel sondaggio Lorien, i voti certi dell’Uomo Qualunque hanno superato quelli dell’Api di Rutelli (1,3%), della Federazione della sinistra (1,2%), dei Radicali (0,7%), dell’Mpa di Raffaele Lombardo (0,5%). Con l’aggiunta del 7% circa di voti probabili, i qualunquisti sarebbero in vantaggio su Sinistra e libertà (7,7%), Udc (6,7%), Idv (6%) e Futuro e libertà (5%), ma anche sul moralista Beppe Grillo (3,4%). Insomma, fatta eccezione per Pdl (30,2%), Pd (24,8%) e Lega (12,3%), il cafone e depravato Cetto sarebbe un temibile concorrente per tutti i partiti minori.
L’elettore tipo del Partito du Pilu
Ma chi vota Cetto Laqualunque?. Quel 22,7% del campione di italiani che lo conosce, è entusiasta di questo delinquente calabrese prestato alla politica: il 60,3% dà, infatti, un giudizio tra molto (31,4%) e abbastanza (28,9%) positivo. Ma come è l’elettore tipico? In netta maggioranza è un uomo (63%); è inserito nel mondo del lavoro o pensionato (il 58,7% ha un’età compresa tra 25 e 54 anni) ; è in prevalenza meridionale (41,7%) ma con ampi consensi anche nel nord-est (32,9%); vive in piccoli comuni (64,7% sino a 30mila abitanti); ha un livello di istruzione piuttosto basso (40,9% elementare e media inferiore); la categoria più affollata è quella dei pensionati (30,6%), ma nel mondo del lavoro raccoglie consensi soprattutto tra liberi professionisti, imprenditori, dirigenti (11,4%) , impiegati/quadri ( 22,2%); è concentrato in prevalenza nel settore privato (64,4%).
Alle origini dell’Uomo Qualunque
Per andare alle origini dell’Uomo Qualunque, bisogna risalire al 27 dicembre 1944. In quel giorno esce a Roma, il nuovo settimanale «L’Uomo Qualunque», fondato da Guglielmo Giannini, giornalista, brillante commediografo napoletano, anticonformista, liberale e repubblicano che si scaglia, già allora, contro la casta dei politici di professione e interpretando lo sdegno di tutti gli italiani che assistevano «all’ignobile spettacolo di un arrivismo spudorato, al brulicare di una verminaia di ambizioni, a una rissa feroce per conquistare i posti di comando dai quali poter fare il proprio comodo e i propri affari». Il successo è clamoroso. In tre giorni Giannini riesce a vendere ottantamila copie e due anni dopo si presenta alle elezioni conquistando oltre il 5% dei voti. Oggi Cetto, con la sua parodia trasversale e sgrammaticata dell’antipolitica, farebbe molto meglio
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20 gennaio 2011
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Albanese ci spiega i sondaggi che gli danno il 9,1%: «Fantascienza! Ma il mio Cetto intercetta la realtà»
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di Cristina Battocletti
10 gennaio 2011
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«Ma guarda che cosa è capitato…», ridacchia Antonio Albanese quando gli vengono messi sotto il naso i risultati del sondaggio dell’osservatorio politico nazionale Lorien per Formiche, che su un campione di 600 persone il 13 e il 14 gennaio scorso ha verificato la credibilità del possibile candidato Cetto La Qualunque alle prossime elezioni politiche.

Il Partito du pilu: 9% di potenziali elettori. Cetto batte Rutelli, Lombardo e Bonino
Cetto, il personaggio inventato da Albanese otto anni fa, già noto per le sue comparsate in teatro e alla trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, diventa ora il protagonista del film “Qualunquemente”, nei cinema da venerdì 21 gennaio. Man mano che apprende i risultati sgrana gli occhi: il 22,7% lo conosce, il 60,3% dà un giudizio positivo, ma la bomba arriva con il 9,1% , la percentuale delle persone che lo voterebbe. «Scusa, scusa», cerca di soffocare una risata, mentre si allarga sul viso un’espressione di incredulità. Incredibile eh? «Beh, non incredibile» e si fa serio. «Questa è vera fantascienza». All’ultimo dato, quello che profila l’aderenza del suo Cetto alla realtà, secondo cui il 74,1% degli intervistati lo ritiene molto verosimile, commenta con piglio serio: «Beh, sono molto orgoglioso di questo perché è vent’anni che lavoro, vado per la mia stradina, non mi faccio condizionare, se avessi ascoltato certi consigli sarei ora al “Grande fratello”. Assieme ad autori e giornalisti amici – io sostengo che i giornalisti sono gli unici a raccontare il nostro tempo – cerchiamo di guardare il nostro tempo con attenzione. Ma forse lo devo soprattutto alle mie origini operaie: l’arte deve essere popolare e devi avere anche la possibilità di conoscerla. C’è una certa fetta della cultura italiana che questo lo dimentica, sono i primi relegati a parlare solo a determinate persone. Noi vogliamo parlare a tutti, vivere la gente, frequentarla con serenità, molto interesse e gioia. Non aprire solo una finestrina, ma di spalancare a 360 gradi tutte le finestrine».
E infatti Cetto esprime tutte le pulsione basilari, per lo più animalesche, dell’essere umano: dall’attrazione per lo sfarzo, alla mascolinità esibita, al disprezzo per le donne che considera solo come degli oggetti, all’avversione per la legalità. Non a caso uno dei suoi slogan è: «Basta con la disoccupazione! Basta con il carovita! Basta con la giustizia!». Cetto, candidato sindaco alle elezioni del suo paese in Calabria, le vince, ma con i brogli e questo comunque fa capire che la gente in generale è molto migliore del suo Cetto, che sarà spregevole, ma è terribilmente schietto. «Devo dire grazie alle mie origini operaie».
E allora Visconti? «E infatti tendenzialmente Visconti ha raccontato una parte del paese altolocata… Per esempio uno dei film più belli in assoluto, “Il gattopardo”, fatto in quel modo straordinario, con quel monologo che è riuscito a pareggiare la bellezza del film , però… ha attratto solo una parte della nostra società e va bene così, è un film capolavoro, ma lui non raccontava il suo tempo. Si è servito di un libro universale che è sempre attuale, ma che era scritto da un altro signore. È stato molto bravo a riconoscere quel libro e a valorizzarlo, soprattutto a livello estetico, ma se parliamo di sociologia o quello che ci gira intorno, in quel momento onestamente, non è veramente sociologicamente rappresentativo … Visconti arriva da quel mondo, da quell’eleganza e quella nobiltà. Io non invidio mai quelle nascite, perché ti perdi delle emozioni e una gioia profonda… E come quando vieni allattato al seno e guadagni più anticorpi…». Albanese ha, quando pronuncia la parola anticorpi, un sorriso carezzevole. Parla velocemente, ma senza mai perdere il filo del discorso, con la gestualità in cui si riconoscono certi suoi personaggi: Alex Drastico, Frengo e stop, il ministro della paura, Epifanio. Anche se, certo, meno esasperata.
Ma torniamo ai risultati del sondaggio: il 9,1% voterebbe oggi, se ci fossero le elezioni politiche, Cetto La Qualunque. «No, no, no, non mi interessa, questa è fantascienza, è Matrix», dice Albanese con decisione, come se gli si volesse accollare un etichetta che rifiuta. Lui e il regista, Giulio Manfredonia, hanno appena finito di ripetere che il loro non è un film politico, è un film fumetto, che la sceneggiatura era pronta tre anni fa e non ha niente a che fare con gli scandali sessuali che coinvolgono la politica in questi giorni. «Pensa che un anno fa dicevamo: guarda che colpo se fosse stato pronto adesso … e sei mesi fa ci mangiavamo le mani e dicevamo… pensa se fosse pronto adesso… E sono sicuro che se lo avessimo presentato tra sei mesi avremmo detto “che gran c… che esce adesso”. L’ho già detto e ripetuto: questo è un film comico. Smettiamo di volergli dare un etichetta». E torna alla carica: «Sai come è nato il personaggio di Cetto? Piero (Guerrera, uno degli sceneggiatori n.d.r) mi ha raccontato una scena a cui ha assistito. Un bambino di dieci anni sullo stretto di Messina guarda una barca a vela ed esclama: “Papà, papà guarda la barca a vela!” e quello gli risponde: “Fatti i cazzi toi”».
Ma tornando ai risultato del sondaggio… «Forse riesco a interpretare il nostro tempo perché sono attento, vado a teatro, questa è la comicità». A proposito della comicità, i film di questo genere stanno andando benissimo al botteghino. Anche se allora i personaggi erano per lo più perdenti, si può forse parlare di una nuova commedia all’italiana, come quella che ci ha reso famosa l’Italia negli anni Sessanta? «Lo dice la parola stessa, si parla di commedia degli anni Sessanta. Il tempo cambia e muta anche la morfologia delle persone, figurati il carattere, il pensiero e le condizioni. Le nostre di condizioni sono quelle di alterare, esasperare, rendere ridicolo il vincente. Abbiamo portato fino in fondo la missione e siamo stati coraggiosi in questo. La commedia all’italiana è da amare e ricordare con gioia, ma sono gli anni Sessanta, non c’era il computer, otto miliardi di cose, tua madre si vestiva in un altro modo. Milano era diversa. È importante. La politica era diversa, c’era una morale e un’etica diversa. Il film cerca di rendere ridicolo un certo tipo di politica, la sua caduta morale. Ma il suo punto nevralgico è il rapporto tra Cetto e il figlio».
Melo, questo è il nome del figlio di Cetto, grazie forse all’assenza del padre, latitante per quattro anni, cresce delicato, attratto dall’arte, con una fidanzata senza curve con cui si scambia dolcezze. Per il padre questi sono segni di incredibile fragilità. «Ho visto che porti il casco», dice nel film a un certo punto Cetto a Melo. «Guarda che ti prendono per ricchione, non farlo mai più, io ho una certa credibilità in paese».
«Ci sembrava importante guardare alle nuove generazioni», sottolinea Albanese. Ma se le generazioni crescono con i valori di Cetto, allora è un cane che si morde la coda… Come spezzare la catena? «Uno dei modi è cercare di rendere ridicoli i personaggi che esaltano questi valori. Credo che la nostra sia la prima commedia dove un personaggio vince, ma è ridicolo dall’inizio alla fine. Io credo nell’intelligenza ma anche nell’ironia del mio pubblico e questa cosa viene captata, soprattutto in tivù».
Visto l’aspetto, anche vostro malgrado politico, sarà un film che interesserà il cosiddetto ceto medio riflessivo impegnato? «Non credo. Il personaggio di Cetto nasce otto anni fa e l’ho portato anche a teatro, dove il pubblico era assolutamente eterogeneo, dal ragazzino al professore universitario. C’è nel personaggio una facilità comica con un gestualità, con le parole» e qui Albanese si sbraccia con le mosse tipiche di Cetto con frasi (“cchiù pilu per tutti”) che vengono apprezzate. «È arrivato il momento di fare capire che questi personaggi sono brutti, si vestono male, usano le donne malissimo. Questo film è un omaggio al nostro paese e alle donne. Noi vogliamo prendere in giro questa politica che è gestita e rappresentata da persone insignificanti e ridicole».
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Bufera nell’Idv. Flores D’Arcais a Di Pietro: «Manipoli i sondaggi»
Il direttore di Micromega: «Hai detto ai tuoi di votare in un certo modo»
Bufera nell’Idv. Flores D’Arcais
a Di Pietro: «Manipoli i sondaggi»
Replica il leader: «Sei accidioso, superbo e invidioso»
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| Antonio Di Pietro (Liverani) |
MILANO – Vacanze natalizie senza pace per l’Italia dei valori e il suo leader Antonio Di Pietro. L’eurodeputato Luigi De Magistris aveva aperto insieme alla collega Sonia Alfano e al consigliere regionale Giulio Cavalli la «questione morale» all’interno del partito dopo che alcuni eletti sono passati a sostenere il governo di Berlusconi. Ora scoppia la bufera con Micromega e il suo direttore Paolo Flores D’Arcais.

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SONDAGGIO – D’Arcais in una «lettera aperta» accusa Di Pietro di aver manipolato i risultati di un sondaggio di Micromega sulla questione aperta da De Magistris. Fino al 26 dicembre, racconta D’Arcais, quasi l’80% considerava più che ragionevole l’allarme lanciato da De Magistris, mentre lunedì la risposta più favorevole a Di Pietro è passata in poche ore dal 6% al 20% ed è in aumento: «Miracolo!», commenta. Dice ancora D’Arcais che ha le prove che ai militanti Idv è stato inviato un sms dall’apparato dirigente del partito in cui si invita a votare «per il presidente» al sondaggio di Micromega. «Circa 3.000 voti hanno manipolato i risultati», aggiunge. «Con queste manipolazioni, caro Antonio, cosa ci guadagni?», conclude D’Arcais. «Per un dirigente politico che vuole opporsi al berlusconismo non mi sembra proprio la cosa migliore: è tipico dei media berlusconiani, infatti, fare il maquillage alla realtà, raccontare un’Italia di plastica e paillettes, anziché affrontare quella vera. Cosa ci guadagni, a fare come loro?».
«ACCIDIOSO, SUPERBO E INVIDIOSO» – Non si è fatta attendere la replica di Di Pietro nel suo blog, che accusa Flores D’Arcais di «accidia, superbia e invidia». Flores D’Arcais, dice l’ex magistrato, «ha mistificato casi sporadici di umane debolezze con il collasso morale di un partito che ha fatto della legalità la sua bandiera portante e il suo asse di riferimento. Mi sta bene il sondaggio, a condizione che non sia condotto in modo furbastro e omissivo, come invece ha fatto Flores D’Arcais. È ovvio, infatti, che all’inizio sono stati solo i lettori assidui di Micromega a rispondere. È altrettanto ovvio che, finite le feste, l’intera “società in rete” si è mossa e si siano create spontaneamente in rete “passaparola” e le percentuali siano andate modificandosi a favore dell’ingiustizia dell’accusa». Per Di Pietro, quindi, non solo D’Arcais ha peccato di accidia («dato che il sondaggio non rispondeva più ai suoi desideri lo ha sospeso», ma l’accidioso è colui che, pur potendo fare qualcosa, non lo fa per noia e indifferenza, ndr) ma anche di superbia e invidia. «Caro Paolo – conclude Di Pietro – posso assicurarti che né tu né Micromega eravate al centro dei miei pensieri: a Natale preferisco il presepe. A te ricordo invece che l’accidia e la superbia portano all’inferno dei sentimenti».
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Redazione online
27 dicembre 2010
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Rapporto Transparency International – Corruzione, un milione di italiani coinvolti
Transparency International: male i partiti politici e i media
Sondaggio sulla corruzione,
un milione di italiani coinvolti
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Oltre il 40% degli intervistati non ha fiducia in alcuna istituzione. Si salvano onlus, istruzione e forze dell’ordine
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MILANO – Permessi per le utilities, per pagare meno imposte, per ottenere sconti nelle transazioni immobiliari e doganali. Ma a preoccupare è anche l’indice di corruttibilità riferito al sistema sanitario e a quello giudiziario. In cifre: oltre un milione di italiani (pari al 3,8% della popolazione adulta) ha pagato tangenti o è stata concussa. A riferirlo un rapporto pubblicato da Transparency International che ogni anno elabora un barometro della corruzione globale (Gcb) e che mappa il fenomeno della corruzione in rapporto alla visione che di essa hanno i cittadini.
SCENARIO DEPRIMENTE – Nel capitolo dedicato all’Italia emerge un quadro non proprio idilliaco, che coinvolge diversi settori del vivere associato e penalizza soprattutto la politica (i partiti sono al vertice della corruttibilità nella percezione degli intervistati e di certo le notizie relative al voto di fiducia del prossimo 14 dicembre non hanno influito positivamente). Ma anche i media vengono percepiti come «corrotti» (voto 3,3 su una scala di 5), le imprese (3,7 su 5) e il Parlamento (4 su 5). Bene, invece, le organizzazioni non governative, l’esercito, il sistema dell’educazione e dell’istruzione, la polizia. «E’ la voce della gente – dice Maria Teresa Brassiolo, presidente di Transparency Italia –. Il dato sconfortante è l’aumento della sfiducia: in Italia il 40% delle persone non si fida di nessuna delle istituzioni prese in esame».
TENDENZA IN AUMENTO – A consolarci è il panorama globale: il 60% degli oltre 91.500 persone intervistate in 86 Paesi crede che la corruzione negli ultimi tre anni sia aumentata a livello mondiale. Un fenomeno maggiormente riscontrato in Europa e Nordamerica (rispettivamente il 73% e il 67% degli intervistati percepisce una crescita della corruzione) e che in termini assoluti fa quasi impressione: una persona su quattro, si legge nel rapporto, ha ammesso di aver pagato una tangente per ottenere un servizio nella sanità, nell’istruzione, nel fisco. Con buona pace della presunta superiorità morale occidentale.
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Fabio Savelli
09 dicembre 2010
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L’INDAGINE – I figli sorpassano a destra i genitori, la spinta da maschi e regioni rosse
L’INDAGINE
I figli sorpassano a destra i genitori
la spinta da maschi e regioni rosse
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Replicato un test del 1975 sull’”ereditarietà” delle idee politiche. Sondaggio degli istituti Gramsci e Cattaneo. Il tasso di “fedeltà” tra generazioni è più alto nelle famiglie progressiste
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di MICHELE SMARGIASSI
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BOLOGNA – La mela continua a cadere abbastanza vicino all’albero. Ma adesso cade dalla parte opposta. Trentacinque anni fa i figli scavalcavano a sinistra i genitori: oggi li scavalcano a destra. Se i figli sono il futuro di un paese, tira brutta aria per la sinistra italiana, ma i numeri parlano chiaro: quella che sembrava un’ovvietà antropologico-sociale al limite del luogo comune (“a vent’anni siamo tutti rivoluzionari”) viene smentita da una ricerca congiunta dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto Cattaneo di Bologna che verrà resa pubblica oggi. Frugando in una vecchia indagine del 1975 sull’orientamento politico degli italiani, i tre ricercatori (Piergiorgio Corbetta, Dario Tuorto, Nicoletta Cavazza) si sono imbattuti in una piccola miniera non ancora sfruttata: alcune centinaia di questionari compilati in parallelo da genitori e figli delle stesse famiglie. Hanno incrociato quei dati, poi hanno deciso di ripetere il sondaggio oggidì, a una generazione di distanza, intervistando oltre quattrocento coppie genitori-figli.
Quel che hanno scoperto è una vera e propria inversione di tendenza nella trasmissione ereditaria di valori e ideologie: i figli sono diventati più conservatori dei padri. Visto che c’è una generazione di mezzo, si può anche dire: chi la fa l’aspetti: chi trent’anni fa aveva abbandonato “da sinistra” i propri padri, ora si trova aggirato a destra dai propri figli. Unico elemento costante: sono sempre loro a muoversi, i ragazzi. Infatti, allora come oggi, il gruppo dei genitori si colloca più o meno al centro dello spettro destra-sinistra; ma il gruppo irrequieto dei figli, che nel ’75 era più a sinistra del gruppo dei genitori di circa un punto (in un arco convenzionale da 0=sinistra a 6=destra), oggi è più a destra di 0,3 punti. I maggiori responsabili dell’inversione a U, altro dettaglio che non farà piacere ai progressisti, sono i rampolli (soprattutto i maschi) delle famiglie meno istruite, meno ricche e che vivono nelle regioni “rosse”: quelle dove l’omogeneità ideale tra padri e figli una volta era più forte. Insomma è proprio lo “zoccolo duro” dell’insediamento elettorale storico della sinistra, le famiglie unite, proletarie, laboriose, tutte casa e cellula, che si sta sfarinando.
Eppure, a ben vedere, la grande maggioranza delle famiglie continua a trasmettere ai figli le proprie visioni del mondo. Il “tasso di dissimilarità” generazionale italiano è in fondo piuttosto limitato (1,6 punti su una scala di dieci), la grande maggioranza dei figli somigliano ai padri, si rassicurino dunque i genitori: sono buoni pedagoghi politici. E i genitori di sinistra, nonostante la frana, riescono ancora a tenere i figli dalla loro parte più spesso di quelli di destra. Su cento genitori che votano un partito di sinistra, 75 hanno figli che li imitano, mentre su cento genitori di destra solo 60 hanno figli che votano come loro. La famiglia progressista insomma “convince” di più. Ipotesi lusinghiera: i suoi valori sono più robusti, moralmente superiori e resistenti all’usura. Ipotesi realistica e tecnica: è più facile riconoscere una continuità nei partiti di sinistra (Pci-Ds-Pd) che nei partiti di destra (la novità assoluta della Lega ha spaccato le famiglie dell’ex area Dc). In ogni caso, le distanze tra il proselitismo familiare di sinistra e quello di destra si sono drasticamente accorciate: nel ’75 le percentuali di “ereditarietà” politica erano di 86 a 36 a favore dei genitori di sinistra. Un altro sorpasso probabilmente è in vista.
Ora, però, non è il caso di tirare conclusioni epocali. Il ribaltone intra-familiare avviene in realtà in un contesto in cui la politica ha perso spessore, significato, autorevolezza. Dalle domande di controllo sulla preparazione e l’attività politica effettivamente svolta, si scopre che i figli di quell’epoca immediatamente post-sessantottina erano più informati, coinvolti e impegnati dei loro genitori: oggi è l’inverso. E metà dei figli intervistati oggi non sa dare una convincente spiegazione della differenza fra sinistra e destra: erano solo il 30% nel ’75. Allora, le baruffe domestiche esplodevano perché i ragazzi erano “impegnati” politicamente e i genitori apatici e qualunquisti; oggi per l’esatto contrario. Dunque, di che parliamo? “Di famiglie che condividono molto più spesso l’indifferenza che l’impegno, dove la polarità destra-sinistra ha perso quasi ogni significato”, sintetizza il professor Corbetta. Le mele cadono vicino all’albero, ma hanno sempre meno sapore.
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26 novembre 2010
fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/11/26/news/padri_figli-9517350/?rss
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Caccia, l’80% degli italiani vuole limitarla
Berlusconi si schiera con la Brambilla: battaglie condivise maggior parte dei cittadini
Caccia, l’80% degli italiani vuole limitarla
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Sondaggio del ministero del Turismo: favorevoli ad impedire l’accesso dei cacciatori ai fondi privati
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ROMA – La stragrande maggioranza degli italiani sarebbe d’accordo con la proposta di vietare l’accesso dei cacciatori ai terreni privati per l’esercizio dell’attività venatoria. È questa, infatti, l’opinione dell’80 per cento del campione, rappresentativo dell’intera popolazione, interpellato da Ipsos in un sondaggio condotto per conto del ministero del Turismo. Solo il 18 per cento degli intervistati si dichiara contrario.
REFERENDUM E QUORUM – Su questa materia il «Comitato per la creazione di un’Italia Animal Friendly», istituito presso il ministero del Turismo, ha avviato una seria valutazione in merito ad una proposta legislativa di riforma dell’art.842 del Codice civile, che possa correggere questa anomalia tutta italiana e allo stesso tempo aumentare le misure di sicurezza per cittadini e turisti, rispondendo così alle richieste pervenute al Ministero da moltissimi italiani. Come si ricorderà, la parte rilevante di questa norma, che consente l’accesso dei cacciatori ai terreni altrui, fu sottoposta a referendum, da ultimo, nel 1997, con altri sei quesiti eterogenei. Il quorum non scattò, ma la percentuale di sì tra i voti validi fu già allora dell’80,9 per cento.
«CACCIA PERICOLOSA» – «È dovere delle istituzioni ascoltare la voce dei cittadini e tradurre le loro richieste in politiche concrete» ha sottolineato il ministro Michela Brambilla, commentando il risultato del sondaggio. «Dall’inizio della mia attività di governo – aggiunge – ho ricevuto un numero oramai incalcolabile di lettere da cittadini che mi chiedono interventi sul fronte del rispetto degli animali e dei loro diritti, sia perché il nostro Paese corrisponda maggiormente a questo condiviso sentimento sia per migliorare la nostra immagine all’estero. Tra le richieste più frequenti vi è certamente quella di politiche volte a favorire la convivenza con gli animali domestici. Mentre forti contrarietà e lamentele mi vengono espresse nei confronti degli episodi clamorosi di maltrattamento di cui si è purtroppo reso protagonista il nostro Paese, così come nei confronti di manifestazioni ed attività che vedono uno sfruttamento degli animali». «Ma certamente – continua il ministro – le lettere più numerose riguardano la caccia. Gli italiani lamentano disagio e insicurezza per il fatto che i cacciatori entrano nei loro terreni privati e sparano troppo vicino alle abitazioni, così come privazione di libertà per il non potere godere tranquillamente dei nostri boschi e delle nostre campagne senza il timore di essere impallinati. Del resto, che la caccia sia pericolosa è testimoniato anche dal fatto che questi primi due mesi di stagione venatoria hanno già visto la morte di undici persone e il ferimento di altre dodici, non tutti cacciatori».
LO SCONTRO NEL PDL – Nelle settimane scorse il ministro Brambilla era stata fatta oggetto di una critica neppure tanto velata da parte degli eurodeputati del Pdl, guidati da Sergio Berlato, uno dei parlamentari che sono punto di riferimento del mondo venatorio, che avevano sottoscritto un documento per chiedere al premier Berlusconi sostanzialmente di zittirla e di impedirle di rilasciare dichiarazioni contro la caccia. Nei giorni scorsi, però, Berlusconi ha scritto ad un gruppo di associazioni animaliste e ambientaliste – Enpa, Lipu, Animalisti italiani, Fare verde, Lav e Lega del cane – che gli avevano inviato nei giorni scorsi un documento che esprimeva preoccupazione in merito all’attività venatoria e agli attacchi subiti dalla Brambilla «da parte della lobby della caccia estremista». E nella lettera il premier sembra schierarsi al fianco del ministro. Berlusconi ringrazia le associazioni «per l’importante lavoro che svolgono a tutela della natura e della biodiversità , un grandissimo patrimonio che il mondo ci ha regalato in milioni di anni e di cui tutti dobbiamo essere custodi». E quanto alle iniziative a difesa della fauna il Cavaliere spiega che «un grande Paese deve rappresentare un esempio anche in queste battaglie, che sono condivise dalla maggior parte degli italiani». La Brambilla, in particolare, «in accordo con la presidenza del Consiglio, si è resa interprete di queste esigenze e opera con efficacia per la loro tutela».
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| Una manifestazione di cacciatori davanti alla sede della Regione Lombardia (Fotogramma) |
«NON VI VOTIAMO PIÙ» – Una risposta che soddisfa gli animalisti ma che crea forti malumori tra i cacciatori che su siti e forum di riferimento non perdono occasione di attaccare, spesso con toni piuttosto accesi, l’on. Brambilla ma anche la sottosegretaria Martini, a sua volta in primo piano nelle battaglie animaliste. BigHunter, uno degli spazi dove più vivace è il dibattito attorno alla pratica venatoria, pubblica una foto dell’accoppiata Berlusconi-Brambilla e dà conto della posizione del capo del governo in un pezzo dal titolo «Ora sappiamo». Il primo commento dei lettori in calce all’articolo, peraltro uno di quelli più pacati, è inequivocabile: «Finalmente è caduta la maschera!!!! Presidè… ma noi lo sapevamo già!! Stia sereno…. e si dimentichi dei nostri (almeno i miei) voti. Saluti!!».
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Redazione online
30 ottobre 2010
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Governo, consensi solo dal 30%
Governo, consensi solo dal 30%

Le priorità: dei cinque punti, il fisco è quello più sentito dagli elettori. Ultimo il federalismo
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di Renato Mannheimer
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I cinque punti che Berlusconi ha indicato come priorità (tasse, giustizia, Mezzogiorno, sicurezza, federalismo) costituiscono un programma ampio e impegnativo, sulla cui realizzazione molti nutrono dubbi. È certo, tuttavia, che Berlusconi ha, in questo momento, necessità di imprimere nuova linfa all’azione dell’esecutivo. Non solo in relazione agli equilibri politici interni, quanto per frenare il declino di consensi per l’operato del governo, in atto ormai da mesi e che ha portato a una forte contrazione del seguito per il Pdl, attestatosi in questi giorni attorno al 29%. Se si domanda agli italiani «come valuta l’operato complessivo del governo fino a questo momento?», solo meno di un terzo (30%) risponde in modo positivo, mentre quasi tutti i restanti esprimono un giudizio critico. È significativo il fatto che, su questo argomento e diversamente da quanto accade per tante altre questioni politiche, quasi tutti manifestano un’opinione e le risposte «non so» sono pochissime (2%).
I consensi per il governo sono in misura simile a quanto rilevato a inizio luglio (31%), ma sensibilmente inferiori a quanto emerso nei mesi precedenti: a marzo erano 39%, a giugno erano 33%. Segno che la crisi crescente di fiducia verso l’esecutivo è ancora in atto. Naturalmente, essa non si presenta con la stessa intensità nelle varie categorie di cittadini. Esprimono maggior disagio i giovani fino a 24 anni e i residenti nel Meridione (che vedono con più timore il federalismo). Nonché, ovviamente, gli elettori del centrosinistra, tra i quali i giudizi critici superano l’84%. Ma anche tra i votanti per i partiti di maggioranza c’è una considerevole area di insoddisfazione, che oltrepassa un quarto di questi ultimi (26%, con un’accentuazione tra i leghisti).
E, ancora, si registra una pericolosa prevalenza (81%) di delusi dall’attività di governo nel settore cruciale degli indecisi sul partito (e, spesso, sullo schieramento) da votare alle prossime eventuali elezioni. Tutto ciò comporta perplessità sulla effettiva capacità del governo di fare le riforme promesse. Solo sei mesi fa la maggioranza degli italiani (58%) dichiarava di credere comunque all’attuazione di queste ultime. Oggi, questa posizione è espressa dal 44%, mentre la gran parte degli intervistati (53%) si dice incredula sulla realizzazione. Anche in questo caso, lo scetticismo è presente, in misura minoritaria (19%), nell’elettorato di centrodestra e, in maggioranza (67%), tra gli indecisi.
Restano comunque diffuse le aspettative che qualcosa si realizzi. Esse riguardano tutte e cinque le tematiche proposte da Berlusconi, considerate nel loro complesso essenziali e urgenti. C’è tuttavia una graduatoria di priorità attribuita dagli italiani. Essa vede primeggiare la questione fiscale e l’attesa della riduzione delle tasse, già oggetto più volte del programma elettorale del centrodestra e ribadita dal presidente del Consiglio anche nelle sue ultime dichiarazioni. Seguono la riforma della giustizia, il Mezzogiorno e la sicurezza, mentre il federalismo fiscale, pur reputato importante, si colloca in una posizione di minore urgenza percepita dalla popolazione, specie tra i residenti al Sud. Insomma, gli italiani si mostrano fortemente scettici, ma, al tempo stesso, speranzosi che qualcosa si riesca a fare. E Berlusconi, che conosce bene la situazione essendo un cultore dei sondaggi, deve, per recuperare voti e popolarità, cercare di andare incontro alle loro attese.
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10 ottobre 2010
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