Lavoro da morire: in Cina 600 mila morti all’anno

Lavoro da morire: in Cina 600 mila morti all’anno
Lo scorso lunedì la stessa sorte è toccata a Li Yuan, 24 enne di Pechino, morto per un arresto cardiaco
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Nel 2010 in Cina sono morte oltre 600mila persone per cause riconducibili a “stress dal lavoro”. Lo dicono fonti locali. La triste sorte è toccata lo scorso lunedì anche Li Yuan, 24 anni, dipendente della “Ogilvy & Mather”, una nota agenzia di pubblicità di Pechino.
Il ragazzo, impiegato nel reparto tecnologia, si è sentito male dopo aver lavorato per un mese intero 13 ore al giorno sette giorni su sette, festivi compresi. Trasportato immediatamente nell’ospedale più vicino è morto per un arresto cardiaco. La conferma del decesso è arrivata con un tweet della stessa Ogilvy & Mather che però ha puntualizzato: “Yuan non è morto per il super lavoro”, sottilineando invece come l’arresto cardiaco sia stato la conseguenza di una condizione già esistente del ragazzo.
La tragedia intanto ha fatto il giro del mondo e ha toccato l’opinione pubblica mondiale che punta il dito contro la Repubblica Popolare, Paese non esemplare in tema di diritti sul lavoro.
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fonte notizie.it.msn.com
L’Aquila, il giudice: “Il terremoto poteva essere previsto”

L’Aquila, il giudice: “Il terremoto poteva essere previsto”
Depositate le motivazioni di condanna di 4 tecnici per il crollo della Casa dello studente nel 2009. Per il gup Grieco “hanno ignorato tutte le prescrizioni”. Il sismologo Boschi: “I sismi non si prevedono, ma gli edifici crollano se costruiti male”
16 maggio 2013
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Il terremoto dell’Aquila che ha portato al crollo tra gli altri della Casa dello studente “non era affatto imprevedibile”. E’ quanto sostiene il giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco nelle motivazioni sulla sentenza di condanna di 4 imputati e assoluzione di altrettanti, depositate oggi 16 maggio. Sulla scorta delle indicazioni tecniche, per Grieco il sisma poteva essere previsto “essendosi verificato in quello che viene definito periodo di ritorno, vale a dire nel lasso temporale di ripetizione di eventi previsto per l’area aquilana”. Periodo che, scrive citando il consulente Luis Decanini, è stato indicato in circa 325 anni dall’anno 1000″. Inoltre, “si è trattato di un terremoto certamente non eccezionale per il territorio aquilano e assolutamente in linea con la sismicità storica dell’area”.
Secondo il gup del Tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco, inoltre, nella vicenda del crollo della ‘Casa dello studente’ i tre tecnici condannati per il crollo che si occuparono dei restauri del 2000 hanno “colpevolmente e reiteratamente ignorato tutte le prescrizioni”. Per quanto attiene invece al tecnico dell’Azienda per il diritto allo studio che gestisce l’immobile, Pietro Sebastiani, condannato a due anni e mezzo, il giudice ha rilevato che lo stesso “non ha provveduto a fare il collaudo statico dell’immobile”. Nella vicenda della Casa dello studente avvenuta in occasione del sisma del 6 aprile 2009 morirono 8 giovani. Per tutti gli imputati l’accusa è di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose.
“I terremoti non sono scientificamente prevedibili”, nel giorno e nel momento in cui possono accadere, “ma, quando accade un terremoto, gli edifici crollano se non sono costruiti con i criteri antisismici”. E’ commento alle motivazioni del giudice del il sismologo Enzo Boschi, intervistato dall’Adnkronos. “I terremoti provocano vittime perché gli edifici sono costruiti male, ed è un antico problema” aggiunge Boschi.
“Questa sentenza non riguarda il mio processo”, andato a sentenza il 22 ottobre scorso, “per il quale siamo ricorsi in appello” precisa l’ex presidente dell’Ingv. “I terremoti non sono prevedibili ma gli edifici possono venire giù anche senza scosse di terremoto, solo perché sono costruiti male” ribadisce lo scienziato.
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fonte tg24.sky.it
New Orleans, spari a parata festa della Mamma: almeno 19 feriti, tre sono in gravi condizioni / VIDEO: New Orleans Shooting Mother’s Day 17 Shot During New Orleans Mother’s Day Parade
New Orleans Shooting Mother’s Day 17 Shot During New Orleans Mother’s Day Parade
Pubblicato in data 12/mag/2013
At least 17 people were reportedly wounded during a Mother’s Day parade in New Orleans on Sunday. Among the victims was reportedly a 10-year-old girl who was grazed by one of the bullets.
According to the New Orleans Times-Picayne: While [New Orleans Police Department Superintendant Ron] Serpas said there were about 300 to 400 people in the Mother’s Day [parade], there were about 200 people in the area of the shooting. He said that about 10 NOPD officers were spread out throughout the second line and that three people were seen running from the shooting scene. Serpas said that the three suspects likely worked together and that at least two different weapons were used. One of the suspects is described as a man between 18 years old and 22 years old with short hair and a white shirt with blue jeans, Serpas said.
Nine people were taken to the area’s University Hospital, eight of them having sustained gunshot wounds, according to WWLTV. Three are said to be critical condition, while no fatalities have been reported in the shooting’s immediate aftermath, per the Times-Picayune.
More from the Associated Press: NEW ORLEANS — Gunmen opened fire on dozens of people marching in a Mother’s Day second-line parade in New Orleans on Sunday, wounding at least 17 people, police said. Police spokeswoman Remi Braden said in an email that many of the 17 victims were grazed and most of the wounds weren’t life-threatening. No deaths were reported. Police Superintendent Ronal Serpas told reporters that a 10-year-old girl was grazed in the shooting around 2 p.m. She was in good condition. He said three or four people were in surgery, but he didn’t have their conditions. Officers were interspersed with the marchers, which is routine for such events. As many as 400 people joined in the procession that stretched for about 3 blocks, though only half that many were in the immediate vicinity of the shooting, Serpas said. Police saw three suspects running from the scene in the city’s 7th Ward neighborhood. No arrests had been made as of late afternoon. Second-line parades are loose processions in which people dance down the street, often following behind a brass band. They can be impromptu or planned and are sometimes described as moving block parties.
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Il luogo della sparatoria (ap)
New Orleans, spari a parata festa della Mamma: almeno 19 feriti, tre sono in gravi condizioni
Tre sospetti hanno aperto il fuoco tra le centinaia di persone che assistevano alla parata. Colpiti anche due bambini di 10 anni, che non sono grave. L’Fbi esclude si tratti di terrorismo
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APPROFONDIMENTI

Foto
New Orleans, sparatoria alla parata della festa della Mamma: 19 feriti
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video
New Orleans: sparatoria alla festa della mamma
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NEW ORLEANS – Almeno 19 persone, tra cui due bambini di dieci anni, sono state colpite quando qualcuno ha sparato tra le centinaia di persone che assistevano a una sfilata per la Festa della Mamma a New Orleans. Tre dei feriti sono in condizioni critiche e sono stati operati. I due bambini feriti, sfiorati da un proiettile, non sono gravi.
La polizia starebbe dando la caccia a tre sospettati che secondo Cbs hanno tra i 18 e i 22 anni, la pelle scura, capelli corti e vestono una maglietta bianca e blue jeans. Gli agenti li hanno visti scappare, ma non sono riusciti a fermarli. Secondo gli investigatori, non è chiaro se tra la folla ci fosse un obiettivo specifico o gli spari erano casuali. L’Fbi ha parlato di “violenza di strada”, escludendo si possa trattare di terrorismo.
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fonte repubblica.it
LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia

Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia
Nel 1990 vengono ritrovate nel covo milanese delle Brigate rosse 400 pagine risalenti al sequestro che confermano le accuse di Pecorelli. All’interno, la conferma dell’esistenza di una struttura anti-guerriglia segreta e duri attacchi contro l’ex senatore a vita. Una fitta trama di intrighi e omissioni che proseguono lungo tutta la vita del sette volte presidente del Consiglio, dallo scontro con Cossiga alla morte, avvenuta il 6 maggio scorso
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di Peter Gomez | 11 maggio 2013
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Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez.
Clicca qui per leggere la prima puntata (“Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”), la seconda (“Il rapporto con Sindona e l’Ambrosoli dimenticato”) e la terza (“Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi“)
MORO E DALLA CHIESA – Nell’ottobre del 1990, durante i lavori di ristrutturazione di un covo milanese delle Brigate rosse, perquisito 12 anni prima dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vengono ritrovate 400 pagine di documenti risalenti all’epoca del sequestro di Aldo Moro. Si tratta di una ventina di lettere inedite scritte dallo statista assassinato e, soprattutto, di una copia di un suo memoriale già consegnato alla magistratura dai carabinieri nel ’78. A quell’epoca la rivista Op aveva quasi subito ipotizzato che quel documento fosse incompleto. Aveva denunciato la scomparsa delle bobine su cui i terroristi avevano inciso gli interrogatori del democristiano, e aveva intensificato, partendo dal caso Caltagirone, gli attacchi contro Andreotti.
Le carte, misteriosamente ritrovate nel ’90, confermano parte delle denunce di Pecorelli. Nella nuova copia del memoriale sono, infatti, presenti brani nei quali viene affrontata la questione dell’esistenza in Italia di una struttura anti-guerriglia segreta (Gladio) e, soprattutto, ci sono alcuni durissimi passaggi riguardanti Andreotti. Moro per esempio parla dello scandalo Italcasse-Caltagirone e sostiene, tra l’altro, che la nomina del nuovo presidente dell’istituto di credito era “stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone che ha tutto sistemato…”. Come era già avvenuto nel caso delle bobine sul golpe Borghese registrate dal capitano La Bruna, insomma, ai magistrati nel ’78 era stato consegnato solo il materiale ritenuto più innocuo. Non è chiaro chi abbia materialmente omissato i memoriali e nemmeno si sa che fine abbiano fatto le bobine con gli interrogatori di Moro. E’ certo, invece, l’assassinio di Dalla Chiesa da parte di Cosa nostra.
Una volta andato in pensione il valoroso generale viene, infatti, inviato a Palermo come prefetto antimafia. E lì, abbandonato da tutti e attaccato pubblicamente dagli andreottiani ( definiti proprio da Dalla Chiesa in lettera indirizzata a Giovanni Spadolini, “la famiglia politica più inquinata del luogo”), crolla, con la moglie, sotto i colpi dei killer mafiosi. E’ il 3 settembre del 1982. La sua cassaforte sarà trovata vuota. Prima di accettare quell’incarico Dalla Chiesa aveva incontrato, tra gli altri, anche Andreotti. Subito dopo, nel proprio diario aveva annotato: “Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia si è manifesta per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato cui attingono i suoi grandi elettori […] sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione […] il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso…”. Il 12 novembre del 1986, Giulio Andreotti sarà interrogato come testimone al primo maxi-processo alla mafia. Al centro della sua deposizione ci sarà ovviamente il contenuto del diario dell’eroico generale. Che, incredibilmente, Andreotti tenterà di smentire. Per lui Dalla Chiesa si è, infatti, confuso.
Andreotti negherà, così, di aver fatto con lui nomi di Inzerillo e di Sindona. E soprattutto sosterrà che il generale non gli disse mai che non avrebbe avuto riguardi per il suo elettorato compromesso con la mafia. Quel giorno, continuando a difendere Lima e tutti i suoi accoliti, Andreotti dimostra però che almeno su un punto Dalla Chiesa davvero sbagliava. Il suo non era stato un errore di valutazione. Era qualcos’altro.
SENATORE A VITA - Il 27 luglio del ’90, il magistrato veneziano Felice Casson, è autorizzato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad acquisire nella sede del Sismi, documenti relativi a un’organizzazione segreta antiguerriglia destinata ad entrare in azione in caso d’invasione dai paesi del blocco sovietico. Il 3 agosto davanti alla Commissione stragi Andreotti spiega che la struttura è rimasta attiva fino al 1972. Il 12 ottobre viene ritrovato a Milano la copia del memoriale Moro in cui si fanno cenni all’organizzazione. Mentre montano le polemiche sulla strana scoperta, il 19 ottobre Andreotti fa arrivare in commissione un documento, sul frontespizio del quale compare per la prima volta la parola “Gladio”. Leggendo le dodici cartelle i parlamentari scoprono, però, che nel ’72 l’organizzazione non era stata sciolta, solo smilitarizzata e fatta rientrare nei servizi. Bettino Craxi intanto mette apertamente in dubbio le versioni ufficiali sul ritrovamento del secondo memoriale Moro. Parla di “manine e manone” e fa chiaramente intendere che i documenti dello statista (senza omissis) potrebbero essere stati fatti ritrovare apposta.
L’indagine della Commissione stragi prosegue. I capi dei servizi rivelano che Gladio è nata almeno nel ’51, quando era presidente del consiglio De Gasperi. Nel ’56 venne firmato un accordo segreto tra Cia e il Sifar in seguito al quale, tre anni dopo, Gladio entrò nelle strutture Nato. Tutti questi passaggi, ovviamente, avvennero all’insaputa del parlamento. Come campo di addestramento dei gladiatori veniva utilizzata la base militare di capo Marrangiu. E’ la stessa struttura dove, nel ’64, il capo del Sifar De Lorenzo aveva progettato di trasferire, in caso di colpo di Stato, tutti gli oppositori politici di sinistra. Andreotti in più interventi difende la legalità della struttura. E lo stesso fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, molto coinvolto nell’organizzazione di questi “patrioti”. Cossiga però ipotizza che Andreotti abbia reso nota l’esistenza di Gladio per screditarlo e costringerlo alle dimissioni. Ad avviso del presidente-picconatore, Andreotti ha in mente un solo obiettivo: mandarlo a casa in anticipo e farsi eleggere al suo posto con l’appoggio del partito comunista.
Tra Andreotti e Cossiga è scontro aperto. A seguito delle polemiche, nella primavera del ’91, il sesto governo Andreotti cade. Una settimana dopo si arriva al suo settimo e ultimo governo, dal quale escono però i repubblicani. In giugno Andreotti, va in Sicilia per due giorni. Qui sostiene, al fianco di Salvo Lima, i propri candidati alle elezioni regionali. Cosa Nostra è inquieta. La prima sezione della Corte di Cassazione deve decidere le sorti del primo maxi-processo. La presenza di un giudice come Corrado Carnevale, secondo i collaboratori di giustizia, aveva fatto fino allora dormire sonni tranquilli agli uomini d’onore. Ma il nuovo ministro di Grazia e Giustizia, il socialista Claudio Martelli, adesso aveva accanto a sé al ministero un giudice come Giovanni Falcone. Per le sorti del processo, nella mafia, si cominciava a temere. E non era un errore. Nell’ottobre del ’91, infatti, il presidente della corte di cassazione cambia d’autorità il collegio che giudicherà il maxi. Di lì a tre mesi gli imputati di rispetto saranno tutti condannati. Andreotti invece, a sorpresa, si riappacifica con Cossiga. Il presidente in novembre lo nomina senatore a vita. Il suo governo, cosa mai accaduta prima, adesso combatte seriamente la mafia.
MA I BOSS NON STANNO A GUARDARE – Il 12 marzo del ’92, Salvo Lima, il cugino di Sicilia, cade sotto i colpi di Cosa Nostra. Dopo mezzo secolo troppa gente in Italia aveva cominciato a non rispettare i patti. Esplodono di nuovo le bombe. Muore Giovanni Falcone. Muore Paolo Borsellino. La mafia scopre il 41 bis. Piegati dal carcere duro, gli uomini d’onore cominciano a raccontare. Alcuni di loro diranno di aver visto Andreotti da vicino. Altri parleranno per sentito dire. In aula al processo, contro l’ex presidente del Consiglio vengono prodotti e ripetuti decine e decine di verbali. Un fiume di ricordi, un mare di testimonianze che ora è inutile star qui ad analizzare. Perché alla fine, confermato dalla Cassazione, arriveranno un attestato di colpevolezza “fino alla primavera del 1980” e un’assoluzione per i fatti successivi. Abbastanza per salvare l’imputato Andreotti Giulio dalle pene comminate tribunale degli uomini. Troppo poco per evitargli di comparire, da lunedì 6 maggio 2013, davanti a quello della storia.
(4/4 fine)
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fonte ilfattoquotidiano.it
DISCRIMINAZIONE INTOLLERABILE – Marcia per La Vita sì, corteo per Giorgiana Masi no / Giorgiana Masi, ancora senza giustizia

Marcia per La Vita sì, corteo per Giorgiana Masi no: “Divieto per motivi di ordine pubblico”
Una manifestazione che, secondo il candidato sindaco Sandro Medici, è stata vietata dalla Questura che avrebbe opposto un rifiuto “per l’impossibilità che si svolga in contemporanea con la Marcia per la Vita per una questione di ordine pubblico”
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Redazione10 maggio 2013
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La Marcia per la Vita sì, il corteo per Giorgiana Masi no. La Questura lo avrebbe vietato per motivi di ordine pubblico. E’ polemica negli ultimi giorni tra gli attivisti di collettivi autorganizzati e del movimento femminista che avevano in programma, come tutti gli anni, un corteo in memoria della giovane studentessa uccisa nel 1977 con un proiettile su Ponte Garibaldi che era in piazza quel giorno per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio.
I manifestanti avrebbero voluto marciare per ricordarla, per urlare “contro i femminicidi” e per “la libertà delle donne”.Una manifestazione che, secondo quanto detto dal candidato sindaco Sandro Medici, è stata vietata dalla Questura che avrebbe opposto un rifiuto “per l’impossibilità di svolgere qualsiasi tipo di manifestazione in contemporanea con la Marcia della vita per una questione di ordine pubblico”.
In piazza ci saranno gli attivisti del movimento per la vita che contestano la legge 194, quella che regola l’aborto. Il corteo partirà domenica mattina alle 9.30 dal Colosseo e arriverà a Castel Sant’Angelo.
Per Medici “è evidente che ci sia l’intenzione da parte del Campidoglio di non mostrare alcun dissenso nei confronti di un corteo che attacca diritti e libertà delle donne”. Oggi alle 18 i collettivi hanno organizzato un’assemblea pubblica in piazza Sonnino. L’intenzione sembra essere quella di marciare comunque.
“Non siamo disposti ad accettare che la Questura impedisca domenica prossima ai cittadini romani di manifestare pacificamente il proprio dissenso nei confronti della manifestazione promossa da cattolici integralisti e neofascisti, negando il contro-corteo da Piazza Campo de Fiori a Ponte Garibaldi. E’ un fatto grave che lede la democrazia e la libertà di manifestare, tanto più che avviene in campagna elettorale. Nessuno potrà impedirci di scendere in piazza per dare voce a quella parte della città che su divorzio, aborto e quant’altro non vuole un ritorno al passato”. Lo dichiara Giovanni Barbera, candidato del Prc a presidente del nuovo Municipio I e al Consiglio comunale con la coalizione che sostiene Sandro Medici a sindaco.
“Aver voluto autorizzare la “Marcia per la vita” – continua Barbera – proprio il 12 maggio, giorno in cui ricorre anche l’anniversario della morte di Giorgiana Masi, avvenuta nel 1977 a Ponte Garibaldi durante una manifestazione non autorizzata a favore del referendum sull’aborto, rappresenta una grave provocazione che non possiamo assolutamente tollerare. Tanto più che la morte di Giorgiana Masi avvenne in un contesto molto simile a quello che la Questura sta creando. Anche in quell’occasione, nel 1977, il Ministro degli interni Cossiga aveva disposto un divieto a manifestare”.
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fonte romatoday.it
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Giorgiana Masi, ancora senza giustizia. Vietato il corteo
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ROMA – Domenica prossima ricorre (oggi per chi legge, n.d.m.)il 36esimo anniversario della morte di Giorgiana Masi, che, il 12 maggio 1977, durante una manifestazione per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio, venne assassinata.
Anche quest’anno si celebrano manifestazioni in ricordo della giovane assassinata che dovrebbero convergere su Ponte Garibaldi, luogo in cui Giorgiana fu assassinata. Il condizionale p d’obbligo visto che la Questura ha vietato il corteo perché a Roma si svolgerà in quello stesso giorno la marcia antiabortista. Il divieto, fanno sapere gli organizzatori della manifestazione per Giorgiana, non sarà rispettato. “Domenica prossima – afferma Claudio Ortale, vice Presidente uscente del Consiglio del Municipio Roma 19 e candidato a consigliere al Comune di Roma – scenderemo in piazza come ogni anno perché questa città, prima di essere del Vaticano, è di tutti i cittadini e le cittadine che continuano a ricordare Giorgiana proseguendo quotidianamente le sue battaglie”.
I fatti
Giorgiana Masi, la diciannovenne studentessa e attivista radicale fu uccisa, il 12 maggio del 1977, durante gli scontri tra manifestanti e forze di polizia in piazza Navona. Un nome, quello di Giorgiana, indissolubilmente legato all’alto livello di tensione sociale che si respirava in quel periodo e assurto a simbolo, suo malgrado, di tutte le vittime della violenza di stato. A più di trent’anni da quei tragici eventi, i responsabili del suo omicidio sono rimasti impuniti.
Una morte dai contorni poco chiari, quella di Giorgiana, su cui si allunga il triste sospetto, divenuto negli anni quasi una certezza, che a sparare su una giovane manifestante inerme non sia stato un compagno del movimento, come all’inizio si era voluto far credere, ma la mano armata di poliziotti in borghese, travestiti da autonomi e infiltrati in cortei e manifestazioni.
Il giorno in cui la vita di Giorgiana sarebbe finita sull’asfalto di ponte Garibaldi i Radicali avevano indetto, in piazza Navona, un sit – in per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio nonostante il divieto di manifestazioni pubbliche, decretato dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, a seguito dell’uccisione dell’agente Settimio Passamonti e il ferimento di cinque agenti di pubblica sicurezza durante gli scontri di piazza del precedente 21 aprile. Quella del 12 maggio doveva essere una giornata all’insegna dell’allegria e della nonviolenza, ma ben presto si tramutò in un vero e proprio fiume di sangue, con ferimenti e percosse. A pesare sulla coscienza collettiva una foto in particolare, scattata da Tano D’Amico, il fotografo ufficiale del Movimento che più di ogni altro ha saputo raccontare per immagini quei contraddittori e passionali anni Settanta: al centro dell’inquadratura si vede un poliziotto in borghese, vestito da autonomo, armato e pronto a sparare ad altezza uomo sulla folla. E come lui tanti altri. Immagini che confermano quanto i giornali dell’epoca raccontarono, testimoniando la ferocia gratuita con cui gli agenti si scagliavano contro inermi cittadini. Immagini che valsero più di mille parole e costrinsero l’allora ministro dell’Interno ad ammettere una parziale verità, passando da “non c’erano poliziotti tra la folla”, a “c’erano poliziotti in borghese, ma non armati” per finire a “c’erano poliziotti in borghese armati, tra la folla, ma non spararono”. Una mezza verità, avendo sempre l’ex ministro escluso che a sparare fossero stati i poliziotti, imputando piuttosto il tragico evento alle provocazioni dei manifestanti. E, così, in una sonnecchiosa e semivuota aula parlamentare, andò in scena l’interrogazione con cui l’on. Marco Pannella cercava di inchiodare l’ex ministro alla sue responsabilità riguardo l’inadeguata gestione dell’ordine pubblico, non ottenendo altro che la sostituzione dell’allora questore di Roma. Nemmeno il Libro bianco, dossier redatto in quell’anno dai Radicali per far luce sulla morte di Giorgiana Masi, sortì effetto alcuno. Il processo istituito contro ignoti per la morte della studentessa, infatti, si chiuse nel 1981 per impossibilità a procedere. Ignoti i responsabili, ignoti gli eventuali mandanti e una sete di giustizia inappagata.
Il caso di Giorgiana Masi, tuttavia, si affaccia nuovamente alla ribalta pochi anni fa quando, dalle pagine del Corriere della Sera, Francesco Cossiga torna sulla questione, imputando ancora l’uccisione della giovane al fuoco amico dei compagni del Movimento. Poco tempo dopo, Cossiga prima di morire, fu intervistato nel corso della trasmissione di Raitre “Report”,e lascò intendere di essere a conoscenza di alcuni segreti di Stato, segreti che non rivelerà mai. Tra questi, forse, anche il nome degli assassini di Giorgiana. I dubbi rimangono, così come rimane lo sconforto per la morte di una ragazza ancora in attesa di giustizia.
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fonte dazebaonews.it
Guatemala: 80 anni per genocidio all’ ex dittatore Rios Montt / FILM: Tropa de Elite – Gli Squadroni Della Morte

Guatemala: 80 anni per genocidio all’ ex dittatore Rios Montt
19:12 11 MAG 2013
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(AGI/EFE/REUTERS) – Citta’ del Guatemala, 11 mag. - Jose’ Efrain Rios Montt, dittatore del Guatemala fra il marzo 1982 e l’agosto 1983, e’ stato oggi riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanita’, e condannato di conseguenza a ottant’anni di carcere: cinquanta per la prima imputazione e trenta per le altre due. E si trattava soltanto delle accuse relative all’uccisione, nel dipartimento nord-occidentale di Quiche’, di 1.771 civili appartenenti al gruppo indigeno dei Maya Ixil, quasi una goccia nel mare rispetto agli oltre 250.000 morti accertati durante la lunga guerra civile guatemalteca, dal 1960 al 1996, di cui segno’ la fase piu’ violenta e sanguinaria proprio il periodo in cui Rios Montt fu di fatto il padrone del Paese, prima di essere rovesciato con un golpe analogo a quello con cui aveva usurpato il potere. Si tratta di un verdetto clamoroso, accolto con grida di giubilo dalle centinaia di persone, per lo piu’ vittime sopravvissute o parenti di quelle decedute, assiepate nell’aula del Tribunal Primero A de Mayor Riesgo di Citta’ del Guatemala: mai era accaduto che a un ex capo di Stato una condanna per genocidio fosse inflitta da parte della magistratura nazionale, non soltanto in Centro America o in America Latina bensi’ nel mondo intero. “Giustizia!”, e’ stato il boato esploso all’esterno una volta appreso l’esito del processo contro l’ex politico democristiano e generale a riposo.
L’interessato ha ascoltato la lettura della sentenza a volto impassibile e, quando la presidente del collegio Jazmin Barros ha annunciato che gli sarebbero stati revocati gli arresti domiciliari e che sarebbe stato trasferito in carcere, si e’ limitato ad annuire. Poi pero’ ha subito preannunciato appello, definendo il giudizio “illegale” e liquidandolo come un mero “show politico internazionale”. Assolto invece il capo dei servizi segreti dell’epoca, Jose’ Rodriguez. La dittatura di Rios Mont fu contraddistinta da una brutale e sistematica applicazione della politica della terra bruciata: assassinii, torture, stupri, esecuzioni sommarie, sparizioni, interi villaggi saccheggiati e incendiati, il tutto per impedire che semplici contadini potessero prestare aiuto ai guerriglieri di sinistra che combattevano contro le Forze Armate regolari e i paramilitari filo-governativi degli ‘squadroni della morte’.
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fonte agi.it
Bangladesh, donna viva sotto le macerie dopo 17 giorni, mille vittime. Camicie Benetton dalla fabbrica distrutta
La foto-simbolo della tragedia di Dacca che sta facendo il giro del mondo – fonte immagine foreignpolicyblogs.com
Bangladesh, donna viva sotto le macerie dopo 17 giorni, mille vittime. Camicie Benetton dalla fabbrica distrutta
Più di mille i morti nel palazzo crollato. L’azienda italiana ammette: una piccola fornitura era stata subappaltata

La donna estratta viva dalle macerie dopo 17 giorni dal crollo
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ROMA – Una donna è stata trovata viva sotto le macerie del palazzo crollato vicino Dacca, in Bangladesh, il 24 aprile scorso.
La superstite, Reshma, rimasta sotto le macerie per 17 giorni, è stata recuperata praticamente illesa e date le circostanze, relativamente in buone condizioni. Intanto è salito a 1.033 morti il bilancio delle vittime. Stamani i soccorritori hanno estratto una ventina di corpi dalle macerie del Rana Plaza, l’edificio di nove piani di Savar, città a 30 chilometri a sud della capitale. Sotto i resti del palazzo ci sono ancora un numero imprecisato di dispersi.
Gli scavi hanno raggiunto l’uscita del palazzo a pian terreno dove molti operai si erano ammassati dopo i primi segni di cedimento dello stabile. «Molti dei corpi recuperati negli ultimi giorni erano sotto le rampe di scale dove forse avevano cercato riparo», ha detto il generale Azmal Kabir, che guida un team di genieri impegnati nelle sgombero. Sembra che l’uscita del palazzo fosse chiusa al momento del crollo. Intanto continua il difficile riconoscimento dei corpi che sono in avanzato stato di decomposizione dopo 17 giorni. Finora sono stati seppelliti in fosse comuni oltre 150 corpi, mentre oltre 100 cadaveri sono in attesa di essere identificati attraverso l’esame del dna.
Benetton. Intanto ieri il sito americano Huffington Post ha aperto la sua home page con questo titolo: «Sangue sulle camicie. Il ceo di Benetton ammette i legami del suo gruppo con la tragedia del Rana Plaza». Nel pezzo una intervista con Biagio Chiarolanza, la prima dell’amministratore delegato del gruppo italiano da quando il palazzo di Dacca è crollato facendo strage di operai, due dei quali uniti in un ultimo abbraccio in una drammatica foto che ha fatto il giro del mondo.
Chiarolanza ha detto al sito americano che Benetton aveva acquistato tra dicembre 2012 e gennaio 2013 una partita relativamente piccola di camicie – circa 200 mila – da una società chiamata New Wave Style, che gestiva una delle fabbriche dentro il Rana Plaza. «New Wave al tempo del disastro non era una dei nostri fornitori ma uno dei nostri diretti fornitori indiani aveva subappaltato due ordini», ha detto l’amministratore delegato.
Le affermazioni del manager contrastano con quelle con cui Benetton, subito dopo il crollo, aveva negato via Twitter ogni coinvolgimento con le fabbriche presenti nel palazzo: «Nessuna delle aziende coinvolte sono fornitrici del gruppo Benetton o dei suoi brand», aveva garantito l’azienda italiana. Anche se poi cinque giorni dopo il gruppo di Ponzano Veneto, sempre via Twitter, aveva cambiato versione e ammesso che un unico ordine era stato completato e consegnato da uno dei produttori che operavano nel palazzo crollato molte settimane prima del disastro.
Una parziale marcia indietro, provocata anche dalla scoperta di etichette del marchio dei “Colori Uniti” tra le macerie dell’edificio crollato assieme a quelle del colosso svedese H&M, dell’irlandese Primark, del canadese Joe Fresh, e dell’americano Wal-Mart.
Ma l’intervista di Chiarolanza è servita anche a puntare i riflettori sul labirinto di appalti e subappalti – per Benetton oltre 700 aziende in 120 paesi – che tengono in piedi il sistema della moda a buon mercato, rendendo a volte impossibile tracciare con certezza il cammino di magliette e jeans dalla fabbrica al consumatore. «Non lasceremo il Bangladesh. Noi possiamo aiutare quel Paese a migliorare le proprie condizioni. Ma occorrono un ambiente di lavoro migliore e migliori misure di sicurezza», ha detto Chiarolanza al sito americano.
Intanto però nelle fabbriche di Dacca si continua a morire: ieri 8 persone, tra cui i direttori della fabbrica, sono bruciate nel rogo della Tung Hai Sweater.
Ultimo aggiornamento: 15:37
Schianto nel porto di Genova, abbattuta la torre piloti: 6 morti. Vivo un disperso
Pubblicato in data 07/mag/2013
La cronaca dell’incidente, le prime informazioni date dal Capo Ufficio Relazioni Esterne della Guardia Costiera, Filippo Marini.
Servizio di Giuseppe Malara
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I resti della Torre dei piloti sul molo di GenovaUna nave portacontainer contro la torre
Schianto nel porto di Genova, abbattuta la torre piloti: 6 morti. Vivo un disperso
“E’ davvero difficile riuscire a spiegare cosa sia successo, perche’ la nave non doveva essere lì”, ha detto il presidente dell’Autorità portuale di Genova Luigi Merlo, che in porto segue le operazioni di ricerca dei dispersi. Aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo. Il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi: subito riunione e relazione in Parlamento
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Genova, 08-05-2013
Notte di ricerche ininterrotte a Genova, dove è stato definito il bilancio, ancora provvisorio, dell’incidente avvenuto alle 23 di martedì notte. Sei i morti accertati. I feriti, tutti ricoverati in ospedale, sono quattro; quattro anche i dispersi.
Forse un’avaria al motore
Il motore della Jolly Nero potrebbe avere avuto un’avaria che le ha impedito di seguire la giusta rotta per uscire dal porto, finendo contro la torre di controllo. E’ una ipotesi su cui sta indagando la procura. “Ma al momento non siamo in grado di dare una versione ufficiale sull’accaduto”, dice il procuratore Michele Di Lecce.
Indagato il comandante della nave
E’ stato indagato di omicidio colposo il comandante della nave Jolly Nero. Secondo quanto si apprende, il comandante, interrogato in qualita’ di indagato, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’interrogatorio è avvenuto nella notte.
Trovato vivo un disperso
Una persona è stata ritrovata viva sotto le macerie e recuperata dai soccorritori: è un centralinista Maurizio Potenza, a riferirlo è stato il figlio dell’uomo, Federico. “E’ stato portato all’ospedale San Martino”, ha detto, spiegando che andava a raggiungerlo
Identificate due delle vittime
Identificate due vittime dell’incidente al porto di Genova. Si tratta di Michele Robazza, 41 anni di Livorno, pilota del porto di Genova, e di Davide Morella, di 34 originario di Bisceglie, della Capitaneria di porto
Gli altri due morti sono un altro sottufficiale della Capitaneria di Porto, e un impiegato del corpo Piloti di Genova.
Un terribile schianto
Al Molo Giano si continua a lavorare per cercare di liberare la banchina da cio’ che resta della Torre di controllo del Porto, una struttura in cemento alta oltre 50 metri. Alle 23 di martedi’ e’ stata colpita in pieno, e inspiegabilmente, dalla poppa della porta container Jolly Nero, della linea Messina. E’ venuta giu’ di schianto, seppellendo tutti coloro che c’erano al suo interno, 13 persone secondo – appunto – il bilancio provvisorio reso noto dalle forze dell’ordine.
La torre, di cemento e vetro, si e’ come ”afflosciata” nelle acque nere di molo Giano. Dei quattro feriti accertati, due sono stati ricoverati in codice rosso, altri due sono in condizioni meno gravi. I quattro si sono salvati perche’ sarebbero riusciti a gettarsi in mare prima del crollo della torre.
Poche le speranze, invece, di trovare in vita i dispersi. Sommozzatori dei vigili del fuoco hanno scandagliato il fondo del porto per tutta la notte, mentre decine di uomini del soccorso lavorano per rimuovere le macerie della torre e delle due palazzine della Capitaneria crollate dopo l’urto. Si opera anche con l’ausilio di un pontone, in condizioni difficili.
Nave sequestrata
Subito dopo l’incidente si sono recati sul posto il sindaco, Marco Doria, il prefetto, Giovanni Balsamo, il presidente dell’AP, Luigi Merlo, l’armatore, Stefano Messina. Sconvolti. ”E’ una tragedia inspiegabile” ha detto Merlo. ”Siamo senza parole, e disperati” ha aggiunto Messina. La nave e’ stata sequestrata. Secondo alcune testimonianze avrebbe avuto un’avaria ai motori, per cui era diventata ingovernabile. ”Di certo non doveva essere li”’ ha commentato Merlo. ”Una nave di quelle dimensioni non puo’ far manovra in quella zona”. Il sindaco Doria ha proclamato il lutto cittadino.
In seguito all’urto la torre si e’ inclinata di 45 gradi, e molte persone o sono rimaste intrappolate all’interno, o sono cadute in mare. ”Siamo sconvolti, una cosa cosi’ non era mai successa nell’intera storia del nostro gruppo” ha detto l’armatore, Stefano Messina, quasi piangendo. ”Siamo senza parole, disperati”. Messina e’ subito accorso in porto appena saputa la notizia. Con lui sono arrivate anche le autorita’ cittadine, a cominciare dal sindaco, Marco Doria, e dal presidente dell’Autorita’ Portuale di Genova, Luigi Merlo.
Lupi, subito riunione e relazione in Parlamento
Il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi sta partendo per Genova per una “immediata riunione operativa con autorita’ portuale, capitaneria di Porto e magistratura”. Lo ha riferito lo stesso Lupi parlando a Radio anch’io e aggiungendo che riferira’ “immediatamente” in Parlamento. Al momento, comunque, l’incidente per Lupi, che si e’ detto “vicino alle vittime e ai familiari” è “inspiegabile il mare era calmo” quindi “sembra che la cosa possa essere legata solo a una manovra errata o a una avaria”.
Aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo
La Procura di Genova ha ovviamente aperto un’inchiesta sulla tragedia. Il sostituto procuratore della Repubblica intervenuto sull’incidente, Walter Cotugno, ha posto sotto sequestro la nave e, ancora in porto, ha interrogato il comandante. Tutte da accertare le cause. Dalle prime testimonianze raccolte, sembrerebbe che due motori si siano bloccati e che la nave sia pertanto divenuta ingovernabile. La torre e’ stata colpita dal fianco sinistro della poppa della nave, in quel momento carica di container. L’incidente e’ avvenuto al Molo Giano. Numerosissimi i mezzi dei vigili del fuoco, delle forze dell’ordine e dei soccorritori intervenuti in porto, decine le pilotine utilizzate per perlustrare il bacino alla ricerca dei dispersi: almeno tre di loro sarebbero rimasti intrappolati nell’ascensore della palazzina.
Sull’incidente in porto, la Procura di Genova ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo. Lo ha detto il procuratore capo, Michele Di Lecce, impegnato in porto. “Stiamo ascoltando diverse persone. Ci sono problemi preliminari. L’ipotesi e’ quella di omicidio colposo contro ignoti” ha detto.
Lutto cittadino
Il sindaco di Genova Marco Doria ha proclamato il lutto cittadino per l’incidente avvenuto nel porto. Le modalita sono ancora da definire e la scelta potrebbe essere quella di proclamarlo non per oggi ma per domani.
I soccorsi
Almeno una decina di sommozzatori dei Vigili del fuoco sono impegnati nelle ricerche, mentre un pontone meccanizzato è stato portato nella zona della torre crollata.
Dei quattro feriti, due sono stati ricoverati in codice rosso. Sono stati portati all’ospedale Galliera e all’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.
La nave
La Jolly Nero è stata spostata dal molo Giano, dove è avvenuto l’incidente dell’urto con la torre di controllo, in un altro punto del porto, per permettere ai soccorsi di intervenire.
A bordo della nave ci sarebbero state 10 persone dell’equipaggio, incolumi. La Jolly Nero fa parte della flotta della societa Ignazio Messina e ha una stazza lorda di 40.594 tonnellate e una stazza netta di 17.083 tonnellate. La sua lunghezza è di 239,26 metri.
“Inspiegabile”
L’incidente avvenuto nel porto di Genova è “difficilmente spiegabile”, sottolinea ai microfoni della tv locale Primocanale Luigi Merlo, il presidente dell’autorita portuale di Genova. “La serata – spiega – era perfetta. Non c’è mare, non c’è vento, la luminosita è perfetta. La manovra non doveva essere fatta in quell’area lì. La nave stava uscendo dal porto, si tratta di un mezzo non di enormi dimensioni. Sara l’autorita giudiziaria a indagare, al momento è difficilmente spiegabile ciò che è avvenuto”.
Crolla un palazzina
Non solo la torre piloti, ma anche tutta la palazzina adiacente di tre piani è caduta. “Stanno tutti cercando – spiega Merlo – di recuperare le persone in mare o sotto la struttura che non c’è più. La torre storica è rimasta in piedi ma la torre piloti e la struttura adiacente sono venute giù. La struttura non c’è più, si vedono solo macerie”. Nella palazzina c’erano gli alloggi del personale e gli uffici.
L’avvertimento
“Gia quando c’era vento forte l’ascensore si fermava”, racconta un operatore che ha lavorato per anni nella torre di controllo. “Non facevamo appoggiare neanche i rimorchiatori – aggiunge – perché creavano vibrazioni. Mai più ci si aspettava che una nave appoggiasse la poppa”.
I testimoni
“Intorno alle 23 ho sentito un forte rumore. Sono uscito fuori e non credevo ai miei occhi. Ho cominciato a vedere all’istante gente che usciva di corsi e mezzi che arrivavano”, è la testimonianza di una guardia giurata che lavora nel porto di Genova. “Sono andato a chiudere le finestre e mi sono accorto della nave attaccata alla banchina”, racconta Gian Enzo Duci, presidente degli Agenti marittimi. “Poi guardando meglio mi sono reso conto dell’accaduto. Poi un sms di una persona che stava su un rimorchiatore. Temo di conoscere le persone disperse e decedute. Sono molto scosso. Non so come sia successo”, aggiunge. “Ero in servizio qui al molo Giano quando ho sentito lo schianto. Il tempo di fare il giro e tornare indietro e ho visto. Subito abbiamo pensato che fosse qualche nave che si era scontrata. Torno indietro e non vedo pi· la torre pilota. Mi affiaccio e vedo tutte macerie e questa nave che si era allontanata”, racconta Girolamo Cuomo, operatore del porto di Genova.
Le possibili cause
Difficile individuare la causa della tragedia. In collegamento con Primocanale, l’ex comandante Rossano, pilota in pensione che ha lavorato al porto di Genova, con 33 anni di servizio alle spalle, avanza l’ipotesi di una avaria: “Se c’è una avaria al timone – spiega – può succedere una simile tragedia. Anziché accostare a dritta, lasciando il porto nuovo, la nave è andata dritta e ha picchiato contro la torre. Una piccola nave aveva gia toccato l’ala nordovest degli uffici della torre, una cabina a mezzo piano. Si tratta di un incidente in cui la macchina ha avuto un black out”.
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fonte rainews24.it
GENOVA – Una nave abbatte la torre dei piloti. Tre morti, 6 feriti e almeno 4 dispersi
Una nave abbatte la torre dei piloti
Tre morti, 6 feriti e almeno 4 dispersi
Una nave è finita contro la torre controllo del porto di Genova. Il bilancio delle vittime è ancora incerto. Gravi i feriti trasportati in ospedale. Interogato il comandante della Jolly Nero: forse un guasto ad un motore la causa della disgrazia

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La torre di controllo del porto di Genova è stata abbattuta da una portacontainer che ha speronato il grattacielo di cemento e vetro alto 54 metri. L’incidente si è verificato poco dopo le 23. La nave Jolly Nero della linea Messina stava uscendo dal porto accompagnata da una ‘pilotina’, la piccola imbarcazione che segue i mercantili quando manovrano nello scalo.
Secondo una prima ricostruzione dell’incidente, uno dei motori della portacontainer si è bloccato improvvisamente costringendo la nave a sbandare verso terra. La parte poppiera del mercantile ha urtato violentemente contro la torre dei piloti che si è abbattuta su una palazzina vicina sbriciolandosi in tonnellate di detriti.
Il bilancio, ancora provvisorio, parla di tre morti, tra cui una donna, due militari della Capitaneria di porto ed un pilota, quattro feriti, di cui 2 non in pericolo di vita, ma ci sono ancora almeno 4 dispersi per i quali, più passano le ore, più le speranze di ritrovarli in vita diminuiscono. Così ha riassunto il portavoce della Capitaneria, ma il presidente dell’Autorità portuale Luigi Merlo ha parlato invece di sette dispersi, sei militari della guardia Costiera e un dipendenti dei Rimorchiatori.
Non è chiaro se i dispersi siano rimasti intrappolati nell’ascensore della palazzina o se siano finiti in mare. Cani addestrati per la ricerca delle vttime dei terremoti, fiutano le macerie per rintracciare possibili sopravvissuti. I feriti sono stati trasportati dal 118 in due ospedali della città, al Galliera e a Villa Scassi, a Sampierdarena. Due di loro non sono in pericolo di vita, uno è stato sottoposto ad intervento chirurgico, un altro ha raggiunto il pronto soccorso in ipotermia perché l’urto della nave contro la torre lo ha sbalzato in mare.
La procura di Genova ha aperto un’inchiesta sull’incidente. La nave è stata posta sotto sequestro e il comandante viene ora interrogato dal magistrato di turno, Walter Cutugno che si è recato in porto per raccogliere le prime informazioni. Il sindaco Marco Doria, raggiunto il porto, ha annunciato che nel giorno dei funerali delle vittime proclamerà il lutto cittadino.
“Ho sentito un fracasso terribile e sono uscito dal mio gabbiotto”, dice Roberto, l’addetto all’ingresso di molo Giano, 200 metri dal disastro. “Ho visto una cosa incredibile: la torre dei piloti era inclinata, la nave c’era finita contro e l’aveva abbattuta. Mi sono attaccato al telefono e ho chiamato la centrale operativa. I soccorsi sono stati immediati”.
La nave che ha investito la torre di controllo dei piloti, la Jolly Nero della società ‘Ignazio Messina’, ha un dislocamento di 40.594 tonnellate; è lunga 239 metri e ha una larghezza di 30 metri (scheda): era diretta a Napoli e avrebbe poi fatto rotta per Port Said, in Egitto.
(07 maggio 2013)
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Redazione Online
5 maggio 2013 (modifica il 6 maggio 2013)
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fonte corriere.it
































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