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SONO 610 – Bangladesh, sale il bilancio dei morti dopo il crollo a Dacca

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(© Ansa) Il corpo di una donna intrappolato sotto le macerie

Bangladesh, sale il bilancio dei morti dopo il crollo a Dacca

Corpi rinvenuti in decomposizione. L’architetto del Rana Plaza: «Doveva ospitare uffici»

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Non si ferma il bilancio dei morti nel crollo del 24 aprile in Bangladesh.
I morti sono saliti a 610 dai 547 di venerdì 3 maggio. I corpi, ha riferito il luogotenente dell’esercito Imran Khan, vengono rinvenuti in stato di decomposizione, per cui risultano difficili le identificazioni. Il bilancio sembra destinato a salire.
Si tratta probabilmente del peggiore incidente mai avvenuto nella storia dell’industria di abbigliamento non solo in Bangladesh, ma nel mondo. Nel palazzo caduto a Dacca avevano sede almeno cinque fabbriche tessili.

PROGETTO ORIGINALE. Il «Rana Plaza», ha spiegato Massud Reza, l’architetto e professore universitario che ha firmato il progetto, «era stato ideato per ospitare un centro commerciale e degli uffici, non delle fabbriche tessili» e «il progetto originale prevedeva uno stabile di sei piani, compreso il seminterrato e centri commerciali sui primi tre livelli e il resto dedicato agli uffici. Mai si era parlato di nove o 10 livelli». «Addolorato ed angosciato» per la tragedia che ha colpito centinaia di lavoratori a Dacca, l’architetto 42enne ha voluto chiarire che il progetto originale dell’edificio (risale al 2004), non prevedeva la costruzione di uno stabile idoneo a sostenere pesi imponenti come macchinari tessili e generatori. «Quando abbiamo progettato l’edificio, il proprietario e l’immobiliarista non ci hanno mai detto che i piani del palazzo erano destinati a laboratori di creazione di abbigliamento».

AFFARI E LICENZA. L’industria dell’abbigliamento in Bangladesh ha un giro d’affari di 20 miliardi di dollari all’anno, costituendo circa l’80% delle esportazioni del Paese. Il palazzo di nove piani che ospitava negozi e laboratori tessili a Savar, città-satellite alla periferia Nord Ovest della capitale Dacca, si è accortocciato su se stesso il 24 aprile. Nel palazzo si trovavano circa 3 mila persone, la maggior parte impiegate in cinque fabbriche d’indumenti a basso costo per i colossi stranieri delle vendite al dettaglio.

Domenica, 05 Maggio 2013

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fonte lettera43.it

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E’ morta Agnese Borsellino

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fonte immagine facebook.com

E’ morta Agnese Borsellino

La moglie del giudice ucciso dalla mafia, nella strage di via D’Amelio nel ’92, era da tempo malata. Crocetta: “Ricorderò di lei la sua consapevolezza delle ingiustizie profonde della società”. Il cognato Salvatore: “E’ andata a raggiungere Paolo, adesso saprà la verità”

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PALERMOÈ morta Agnese Piraino Leto, moglie del giudice Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia il 19 luglio del 1992. Era malata da tempo. Ne dà notizia il governatore siciliano, Rosario Crocetta. “Con dolore vero sincero e immenso apprendo la notizia della morte di Agnese Borsellino, donna di singolare esempio di attaccamento e fedeltà alle istituzioni, di grande coraggio e grande forza – dice Crocetta – L’ho incontrata circa tre settimane fa, in ospedale: la lucidità delle sue idee, la determinazione nel condurre una battaglia di giustizia, la voglia di verità contrastava con le condizioni del suo corpo indebolito dalla malattia, vissuta con consapevolezza e dignità”.

“È morta una grande donna – aggiunge il Governatore siciliano -, un’eroina delle istituzioni che ha vissuto una delle tragedie più grandi che una persona possa vivere. Ricorderò sempre il sorriso della signora Agnese, la sua tranquillità e la sua consapevolezza delle ingiustizie profonde che ci sono nella società siciliana e italiana: la lotta alla mafia come valore da perseguire, come lotta per la libertà. L’idea che la nostra vita ha un senso soltanto se è coerente con i valori”.

“Abbiamo parlato oltre 2 ore l’ultima volta e avrei voluto farlo ancora. Lo farò oggi portandole un fiore, con la promessa di cercare di seguire il suo esempio e quello del nostro Paolo, una donna e un uomo che appartengono a tutti coloro che vogliono credere nella giustizia”.

“Le saremo sempre vicini signora Agnese, così come saremo accanto ai suoi figli, in questo momento difficile di sofferenza, di dolore, consapevoli di avere accanto a loro una grande madre e un grande padre che li guardano dal cielo”, conclude Crocetta. La Regione siciliana parteciperà col proprio gonfalone ai funerali che si terranno domani mattina a Palermo.

L’annuncio del fratello di Paolo, Salvatore Borsellino su Facebbok: “E’ morta Agnese. E’ andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte”.

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fonte lasicilia.it

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FEMMINICIDIO, LETTERA APERTA – Josefa Idem, la violenza si elimina occupandosi di chi la perpetra

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Bologna, 8 marzo 2013 – Una ad una sono cadute a terra come le 124 donne uccise nel 2012 (15 in Emilia-Romagna) da mariti, fidanzati, ex fidanzati e altri uomini violenti – fonte ilrestodelcarlino.it

Josefa Idem, la violenza si elimina occupandosi di chi la perpetra

di Mario De Maglie

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http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/themes/carrington-blog/img/autori/NSomma-thumb.jpg?adf349

di | 5 maggio 2013

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Gentile ministra Josefa Idem,

siamo a venticinque! Venticinque donne che, nei primi quattro mesi del 2013, hanno trovato la morte per mano di un uomo. I numeri sono importanti, ma relativi, anche una sola donna uccisa sarebbe una cifra enorme! La dignità e la vita di un essere umano non possono essere contenute in un numero.

Lei fa parte di un nuovo governo, ma le chiedo se è davvero disposta ad andare oltre le vecchie dichiarazioni. Tutti scandalizzati e indignati in politica, ma i centri antiviolenza continuano a far fatica a tenere operativi i loro servizi perché non ci sono fondi.

Le scrivo in quanto ritengo sia necessario occuparsi anche, se non in primis, di loro: gli uomini che le violenze sulle donne le compiono. Una vittima che subisce una violenza va aiutata e supportata, ma non possiamo non prendere in considerazione anche lui. Possiamo pensare che sia un mostro, un criminale, ma sarebbe troppo facile, troppo sbrigativo, se lo facciamo siamo complici della sua insofferenza e la sua insofferenza si trasforma in violenza. Lui ha la sua storia, le sue difficoltà, le sue incapacità, a volte, è lui stesso ad aver subito o a subire delle violenze e, a volte, è possibile aiutarlo a cambiare il suo comportamento.

Gentile ministra sono tre anni e mezzo che lavoro come coordinatore al Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze, prima Associazione in Italia ad occuparsi della presa in carico degli uomini autori di comportamenti violenti affinché il maltrattamento in atto venga interrotto, ho parlato con decine di uomini che hanno leso la dignità delle loro compagne e le assicuro che ho potuto rilevare l’utilità del nostro lavoro in molte situazioni.

Certo fa rabbia che un uomo picchi una donna o un bambino, ma possiamo scegliere se utilizzare l’energia che dà questa rabbia per condannare il fenomeno oppure per comprenderlo. Nella mia personale esperienza è attraverso la comprensione che aiuto gli uomini a interrompere i comportamenti violenti e mai attraverso la condanna.

L’ho ascoltata in una intervista al Tg3 che parlava di creare una task force che si occupi della violenza di genere, cosa sicuramente positiva, ma si affretti perché ogni due giorni di ritardo costano la vita ad una donna e anche la vita dell’uomo che l’ha uccisa non sarà più la stessa.

Fate ciò che è necessario: tutelate le vittime, ma la violenza la si elimina occupandosi di chi ne è autore.

Infine un invito, non so se lei leggerà mai questo post, mi avvalgo semplicemente della capacità di diffusione e di visibilità che mi può dare questo blog: venga a trovarci, venga a conoscere il nostro lavoro o comunque interagiamo, conosciamoci perché come lei ha giustamente detto: “la prima cosa da fare è conoscere il fenomeno a fondo”. Sinceramente spero che potranno arrivarle, in qualche modo, le mie parole e che possano farle da stimolo per ulteriori riflessioni.

Cordialmente la saluto e ci auguro un buon lavoro per un obiettivo comune, Mario De Maglie.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Boldrini: stop violenza sulle donne anche sul web. E la Idem assicura: task-force anti-femminicidio

http://musicafil.files.wordpress.com/2012/11/femminicidio-3.jpg?w=479
fonte immagine reset-italia.net

Boldrini: stop violenza sulle donne anche sul web.
E la Idem assicura: task-force anti-femminicidio

Il tweet del presidente della Camera: “L’obiettivo è arginare gli abusi, pure sulla rete. Grazie per la solidarietà, ma non ho mai parlato di anarchia o di una nuova legge per internet”. Il ministro per le Pari Opportunità annuncia un fronte comune, in difesa del sesso femminile

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“Obiettivo è arginare la violenza contro le donne, anche in rete”. E’ quanto scrive, sul proprio profilo twitter il presidente della Camera Laura Boldrini che sulle polemiche sollevate da un’intervista rilasciata a Repubblica, in cui denuncia le minacce ricevute via web, precisa: “Grazie per la solidarietà. Ma non ho mai parlato di anarchia o di una nuova legge per il web. Nell’intervista intendevo aprire un confronto sulla violenza contro le donne, che si manifesta anche attraverso internet. Un raffronto può servire. La pedopornografia, in rete, è seguita e perseguita con attenzione e preoccupazione. Quello che di sconcio accade contro le donne è, invece, spesso sottovalutato e ridotto a goliardata machista. E’ un problema che deve riguardare tutti. Sono certa – conclude Boldrini – che saprà condividerlo anche chi ha giustamente a cuore la libertà della rete”.

Dichiarazioni che seguono l’annuncio del ministro per le Pari Opportunità, Josefa Idem. “Il femminicidio è un fenomeno inaccettabile”, ha detto Idem ai microfoni del tg3. “Perciò intendiamo costituire un osservatorio nazionale che studi la violenza di genere per capire meglio che fenomeno dobbiamo combattere”. Una task force per contrastare gli abusi sulle donne. Che vede in prima linea tre ministeri: Pari Opportunità, Giustizia e Interni. Insieme, in difesa del sesso femminile.

Così, quella di Josefa, si prospetta un’entrata in scena carica d’energia. Con una carrellata di misure eccezionali. Un pugno di ferro considerato necessario dopo l’escalation di violenze. Sono tre gli omicidi in sole 24 ore: il primo, il 2 maggio scorso, della dicianovenne Ilaria Leone uccisa a Livorno dopo un tentativo di stupro; poi Alessandra Iacullo, trovata in un lago di sangue tra Ostia e Acilia sul litorale romano; e Chiara Di Vita, 27 anni.

A favore di una linea dura anche il ministro per l’integrazione, Cecile Kyenge che ha dichiarato: “Bisogna ricordare che nel 2012 sono state uccise 150 donne. E’ necessario promuovere una legge contro la violenza sulle donne e le politiche di genere. Serve un cambio culturale”. (04 maggio 2013)

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APPROFONDIMENTI

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fonte repubblica.it

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Operaio licenziato si suicida. La famiglia: colpa dello Stato

http://www.ilmattino.it/MsgrNews/MED/20130503_carrano.jpg
fonte immagine ilmattino.it

Operaio licenziato si suicida. La famiglia: colpa dello Stato

Manifesti affissi dai parenti nel Salernitano

02 maggio, 22:43

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NAPOLI  – ”Da parte della famiglia Carrano: tutto questo a causa dello Stato. Grazie”: lo hanno scritto sui manifesti mortuari i familiari dell’operaio Nicola Carrano, di 62 anni, che si e’ impiccato oggi ad Albanella (Salerno).

I manifesti sono stati affissi in paese dai familiari che, dalla lettera, si sono convinti che l’uomo si e’ suicidato a causa della mancanza di lavoro. Nicola Carrano era stato licenziato dalla ditta di calcestruzzi per la quale lavorava che era stata costretta a ridurre il personale a causa della crisi ed era poi fallita.

L’uomo, specializzato nella guida di betoniere, aveva cercato un nuovo lavoro, ma senza risultati. Da qualche tempo faceva piccoli lavori nel settore edile in vari cantieri, ma sempre in maniera saltuaria. Di recente era stato sottoposto a un intervento chirurgico e si era progressivamente chiuso in se stesso. Carrano era spostato e aveva tre figli. I funerali saranno celebrati domani a Matinella di Albanella.

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fonte ansa.it

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La fame uccide 260.000 persone in Somalia, la metà sono bambini / VIDEO: UN says Somalia famine killed nearly 260,000

UN says Somalia famine killed nearly 260,000


AlJazeeraEnglish AlJazeeraEnglish

Pubblicato in data 02/mag/2013

More than 250,000 people died in a famine in Somalia that ended in February, 2012, and half of them were children.
The figure released by the UN is almost double the previous estimate of deaths.
Aid agencies say thousands of people died needlessly, because the international community was slow to respond.

Al Jazeera’s Peter Greste reports.

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Somalia, strage di bambini per fameSomalia, strage di bambini per fame

Nel Sud Shabab vietano ingresso aiuti

La fame uccide 260.000 persone in Somalia, la metà sono bambini

La carestia che ha colpito il paese nordafricano ha provocato circa 260.000 morti, meta’ dei quali bambini sotto i 5 anni, soprattutto nel sud del paese. Un numero di vittime nettamente superiore ai 220.000 della carestia del 1992

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Roma, 02-05-2013

La fame si conferma il peggior nemico della Somalia. La carestia che ha colpito il paese nordafricano tra il 2010 e il 2012 ha provocato circa 260.000 morti, meta’ dei quali bambini sotto i 5 anni, soprattutto nel sud del paese dove gli integralisti islamici Shabab negano l’accesso ai principali operatori umanitari. Un numero di vittime nettamente superiore ai 220.000 della carestia del 1992.

I dati sono contenuti in un rapporto della Fao (l’agenzia Onu per l’alimentazione) e della Famine Early Warning Systems Network, finanziata dagli Usa. In base a questa “prima stima scientifica” della crisi, “il 4,6 per cento della popolazione totale e il 10 per cento dei bambini di meno di cinque anni sono morti nel sud e nel centro della Somalia” e nelle regioni piu’ colpite i bambini morti sono arrivati al 18 per cento. Questa carestia, come le altre che ciclicamente affliggono la Somalia, e’ stata causata dalla siccita’ ma e’ anche il frutto di piu’ di vent’anni di guerra civile – e di altri dieci di lotta ad al Qaida – che hanno devastato il paese, rendendolo uno dei luoghi piu’ pericolosi al mondo anche per gli operatori umanitari.

Lo scorso settembre, dopo otto anni di transizione, un governo sostenuto dalle Nazioni Unite e’ salito al potere portando un po’ di stabilita’ e sicurezza in alcune aree, costringendo gli Shabab (i militanti islamici integralisti legati ad al Qaida) ad arretrare nelle regioni meridionali. La maggior parte delle aree colpite dalla carestia era proprio sotto il loro controllo e la crisi e’ stata aggravata dal loro divieto di far entrare la maggior parte delle agenzie umanitarie straniere.

Il dossier carestia irrompera’ certamente anche alla conferenza internazionale sulla Somalia in programma il 7 maggio a Londra, che tra l’altro rappresenta il primo impegno all’estero del neoministro degli Esteri Emma Bonino. I donatori dovranno esaminare le misure piu’ opportune per sostenere i progressi realizzati finora dal governo somalo. E la crisi alimentare non potra’ passare in secondo piano rispetto alla guerra agli Shabab.

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fonte rainews24.it

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Usa, bimbo di 5 anni uccide la sorellina con un fucile / 5-year-old Ky. boy kills 2-year-old sister with his rifle

Una fiera di armi a Stamford, Connecticut

Usa, bimbo di 5 anni uccide la sorellina con un fucile

Tragedia in Kentucky. L’arma, progettata per minori, gli era stata regalata lo scorso anno. La vittima aveva due anni

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Nuovo, incredibile dramma delle armi in America. In Kentucky, un bambino di 5 anni ha ucciso la sorellina di 2 anni con un fucile calibro 22 progettato specificatamente per bambini che gli era stato regalato lo scorso anno e con cui giocava abitualmente.

La madre dei bambini si trovava in veranda quando ha udito lo sparo e si é precipitata in casa, trovandosi di fronte all’orrore. Secondo il medico legale Gary White, intervistato dal giornale locale The Lexington Herald-Leader, si è trattato di un incidente.

La polizia ha riferito che la bambina, Caroline Starks, è stata trasportata in ospedale, dove è stata dichiarata morta. L’arma con cui il bambino ha ucciso la sorellina è un fucile della Crickett dalle dimensioni ridotte progettato apposta per i bambini. Un regalo ricevuto l’anno scorso e conservato in un angolo di una stanza. «I genitori non sapevano che ci fossero ancora munizioni dentro», ha detto il medico legale, riportando le parole della madre.

“My first rifle”, “Il mio primo fucile”, è lo slogan che la Crickett, la casa produttrice del fucile specializzata in armi per bambini, utilizza sul suo sito web. Il fucile calibro 22, oltre ad avere le dimensioni adatte per essere imbracciato dai più piccoli, è prodotto in vari colori, tra cui il rosa per le bambine. Le foto sul sito ritraggono giovanissimi intenti a prendere la mira e sparare, alcuni sotto gli occhi fieri dei genitori. La battaglia anti-armi del presidente Barack Obama è lungi dall’essere vinta.

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fonte lastampa.it

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http://media.washtimes.com/media/image/2013/05/01/crickett_s640x385.jpg?526caf6031d77ac66f737fb297ef3e3f80d2d6aa

5-year-old Ky. boy kills 2-year-old sister with his rifle

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By Associated Press
Wednesday, May 1, 2013

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BURKESVILLE, Ky. — A 5-year-old boy accidentally shot his 2-year-old sister to death in rural southern Kentucky with a rifle he had received as a gift last year, authorities said.

The children’s mother was home at the time of the shooting Tuesday afternoon but had stepped on to the porch for “no more than three minutes,” Cumberland County Coroner Gary White told WKYT-TV.


SPECIAL COVERAGE: Second Amendment and Gun Control


White told the Lexington Herald-Leader the boy received the .22-caliber rifle as a gift. He said the rifle was kept in a corner and the family didn’t realize a bullet was left inside it.

“It’s a Crickett,” White said, referring to a company that specifically makes guns, clothes and books for children. “It’s a little rifle for a kid. … The little boy’s used to shooting the little gun.”

White said the shooting was an accident.

It wasn’t immediately clear who gave the boy the gun or exactly what led up to the shooting. White did not return a telephone call from The Associated Press on Wednesday.

State police said in a brief news release the shooting occurred when the boy was “playing” with the rifle, but did not elaborate.

It is not clear whether any charges will be filed, said Kentucky State Police spokesman Trooper Billy Gregory.

“I think it’s too early to say whether there will or won’t be,” Gregory said Wednesday.

Keystone Sporting Arms, based in Milton, Penn., produced 60,000 Crickett and Chipmunk rifles in 2008, according to its website. It also makes guns for adults, but most of its products are geared toward children.

The company’s slogan is “my first rifle” and its website has a “Kids Corner” section where pictures of young boys and girls are displayed, most of them showing the children at shooting ranges and on bird and deer hunts. The smaller rifles are sold with a mount to use at a shooting range.

“The goal of KSA is to instill gun safety in the minds of youth shooters and encourage them to gain the knowledge and respect that hunting and shooting activities require and deserve,” the website said.

No one at the company answered the phone Wednesday.

According to its website, Bill McNeal and his son Steve McNeal decided to make guns for young shooters in the mid-1990s and opened Keystone in 1996 with just four employees, producing 4,000 rifles that year. It now employs about 70 people.

Burkesville sits near the Tennessee-Kentucky state line along the Cumberland River, among the foothills of the Appalachian Mountains. The small city is about 90 miles northeast of Nashville, Tenn.

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Obama: “Siria, usate armi chimiche. Pronti a rivedere la nostra strategia” / VIDEO: Obama Raises Concerns About Syrian Chemical Weapon Use

Obama Raises Concerns About Syrian Chemical Weapon Use

PBSNewsHour PBSNewsHour

Pubblicato in data 29/apr/2013

Syria’s Prime Minister Wael Nader Al-Halqi survived an assassination attempt in Damascus, where he was the target of a car bombing. Judy Woodruff reports on the latest violence in the Syrian war, as well as how the U.S. is grappling with claims that the Assad regime has likely used chemical weapons in recent weeks.

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Obama: "Siria, usate armi chimiche. Pronti a rivedere la nostra strategia"
Barack Obama (reuters)

Obama: “Siria, usate armi chimiche.
Pronti a rivedere la nostra strategia”

Il presidente Usa: “Prove che siano state usate ma non sappiamo dove, come e chi le abbia utilizzate. Necessario continuare ad investigare per avere certezze. Ma questo cambierebbe completamente lo scenario”. Tensione per Quirico, il giornalista de La Stampa scomparso da 20 giorni. Autobomba a Damasco, 14 morti

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WASHINGTON“La prova che sono state usate armi chimiche in Siria cambierebbe tutto, farebbe rivedere tutta la gamma delle nostre risposte strategiche”: Barack Obama parla della situazione in Siria in una conferenza stampa dalla Casa Bianca. Attacca il presidente Assad, che “ha perso credibilità, ha ucciso innocenti e deve lasciare il potere aprendo a una soluzione politica”, e accusa: ciò che sta accadendo in Siria una macchia per la comunità internazionale.

Poi, il tema più caldo, il fattore in grado di mutare la situazione in modo radicale: “Ci sono prove che siano state usate armi chimiche in Siria, ma non sappiamo dove, come, quando e chi le abbia usate”. La questione delle armi chimiche è un “game changer”, ovvero un elemento che può cambiare completamente lo scenario. “Si aprirebbero nuove opzioni”, dice, “saremmo pronti a rivedere la nostra strategia”.

Ma prima di rischiare un’escalation incontrollata, è necessario avere certezze. Servono ulteriori prove prima di decidere come agire in Siria, dice Obama. E’ necessario continuare ad investigare, “per raggiungere certezze” perché giudizi affrettati potrebbero rendere più difficile mobilitare la comunità internazionale. E aggiunge di aver già chiesto da un anno “a Pentagono e intelligence” di preparare opzioni per una azione in Siria.

Il capo della Casa Bianca, che in passato aveva definito il possibile uso di armi chimiche come uno spartiacque nella crisi siriana, non ha voluto dire quali passi potrebbe ora intraprendere.

Autobomba a Damasco. La situazione in Siria rimane gravissima. Anche oggi un’autobomba, parcheggiata nei pressi dell’uscita posteriore del ministero dell’Interno, nel centralissimo quartiere di Marjeh, a Damasco, è stata fatta esplodere in pieno giorno, provocando una carneficina. Sono almeno 14 i morti, una settantina i feriti.

Tensione per il giornalista Quirico. E continua l’apprensione per il giornalista italiano Domenico Quirico, de La Stampa, che non da più notizie di sè da venti giorni. Il giornale ha “deciso di mettere sulla testata un fiocchetto giallo, come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie”, ha detto il direttore Mario Calabresi. A seguire il caso è personalmente il ministro Emma Bonino  e “la Farnesina sta operando attraverso l’Unità di Crisi e in raccordo con tutte le strutture dello Stato interessate”.

Amedeo Ricucci, un altro giornalista, della Rai, fermato per giorni in Siria insieme ad altri colleghi, si augura che Quirico stia bene e stia scrivendo, magari in una zona dove non è possile comunicare. In quella zona della Siria “puoi andare solo al seguito di belligeranti – spiega – e ti fanno spegnere il cellulare per non essere rintracciati dal segnale. Poi da lì è difficile uscire dalla Siria, riattraversando il confine libanese in montagna”.

Ma in Siria, dice Ricucci, i giornalisti sono diventati bersagli, anzi “strumenti di guerra”. E’ diventato tanto pericoloso che “le grandi testate non mandano più inviati”. Quirico, ricorda, è l’ennesimo caso: 36 giornalisti uccisi in due anni. E sono solo quelli dichiarati, aggiunge.  (30 aprile 2013)

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APPROFONDIMENTI

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fonte repubblica.it

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PEGGIO CHE SCHIAVI – Bangladesh, oltre 300 morti nel crollo: operai obbligati a lavorare nonostante il pericolo di cedimento

euronewsit euronewsit

Pubblicato in data 26/apr/2013

http://it.euronews.com/ Protestano contro le precarie condizioni di sicurezza in cui sono costretti a lavorare. Gli impiegati del tessile e dell’abbigliamento, il settore che regge l’economia del Bangladesh, non sono rimasti in silenzio di fronte alla morte di quasi 300 loro colleghi, sepolti nel crollo di un edificio alla periferia di Dacca. Non sono mancati, in un tale contesto di animosità, atti di vandalismo e scontri con la polizia.

Un rappresentante sindacale, Ramesh Roy, chiede che il governo, i proprietari dell’edificio crollato e le cinque imprese di abbigliamento che avevano la loro sede all’interno del palazzo, concorrano in parti uguali ai risarcimenti economici.

A due giorni dal crollo, continuano le ricerche dei sopravvissuti. Giovedì sera, 41 persone sono state estratte da una stanza al quarto piano, rimasta miracolosamente intatta. Altre 20 sono state localizzate, vive, ma al momento non è stato ancora possibile raggiungerle. In tutto, 300 o 400 persone sarebbero sotto le macerie.

E intanto il proprietario dell’edificio, un politico del partito di maggioranza, risulta latitante.

Si seguono:
Su Youtube http://bit.ly/wV2enX
Su Facebook : http://www.facebook.com/euronews.fans
Twitter: http://twitter.com/euronewsit

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http://www.ilpost.it/files/2013/04/167304142_10.jpg
Il palazzo di otto piani crollato a Dacca, 24 aprile 2013 (MUNIR UZ ZAMAN/AFP/Getty Images) – fonte

Bangladesh, oltre 300 morti nel crollo:
operai obbligati a lavorare
nonostante il pericolo di cedimento

Prendevano 14 centesimi al giorno. Arrestati 8 proprietari delle imprese tessili ospitate nell’edificio. Una donna ha partorito tra le macerie

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ROMA – È salito a 340 il numero dei cadaveri estratti dalle macerie dell’edificio di nove piani crollato mercoledì nel quartiere di Savar, alla periferia di Dacca. L’edificio ospitava cinque laboratori tessili che confezionavano abiti per alcuni grandi nomi di moda low cost, tra i quali l’inglese Primark, Mango, Matalan, Premier Clothing. I lavoratori morti sotto le macerie lavoravano per 14 centesimi all’ora. Ieri violenti disordini si sono registrati a Dacca quando una folla oceanica, inclusi migliaia di lavoratori dell’industria tessile del Bangladesh, è scesa in strada per protestare: ci sono stati scontri con la polizia.

Tra i superstiti estratti dal palazzo di Dacca c’è anche una donna che ha partorito un bambino mentre era intrappolata sotto le macerie. Lo riferisce l’agenzia di stampa del Bangladesh BSS. Non è dato sapere quali sono le condizioni della madre e del neonato, subito ricoverate in un ospedale. A quattro giorni dalla sciagura, i soccorritori continuano a estrarre persone vive dall’edificio, scavando con le mani, dopo che diversi testimoni hanno sentito urla di persone intrappolate tra le macerie. Il lavoro è reso più difficile oggi dalla pioggia. Da ieri sera almeno 23 persone sono state salvate grazie a dei «tunnel» scavati tra i lastroni di cemento armato. Il Daily Star riferisce che i soccorritori continuano a udire delle voci che chiedono aiuto dal terzo piano dell’edificio. Per raggiungere le persone intrappolate sono state chiamate persone di corporatura minuta in grado di infilarsi tra le fessure dello stabile crollato. Intanto viene «pompato» dell’ossigeno sotto i detriti per garantire aria sufficiente a coloro che sono bloccati. Nella speranza di salvare ancora superstiti, il responsabile dell’esercito (che guida i soccorsi) ha deciso di rinviare l’uso dei bulldozer. L’utilizzo dei macchinari per rimuovere le macerie era, infatti, previsto stamattina, allo scadere delle 72 ore.

I soccorritori hanno pubblicato una lista di 761 persone date per disperse dai familiari nel crollo del palazzo alla periferia di Dacca. Lo riferisce il sito internet bdnews24.com. L’elenco è stato compilato sulla base delle informazioni dei parenti di coloro che lavoravano nel complesso del «Rana Plaza» e che non hanno più notizie dei loro cari. La lista comprende nomi e foto delle persone scomparse.

Otto arresti. Almeno otto persone sono state arrestate, tra cui due responsabili di aziende di abbigliamento, in connessione con il crollo del palazzo. Lo riporta l’agenzia di stampa nazionale Bss citando fonti di polizia.Tra gli arrestati ci sono Mahbubur Rahman Tapas e Bazlul Samad Adnan, proprietari della New Weave Bottoms e della New Weave Style, la moglie del proprietario del “Rana Plaza”, Mitu Akter, e due ingegneri della municipalità di Savar, Imtemam Hossain e Alam Miah, accusati di aver minimizzato la gravità dei cedimenti registrati dalla struttura dell’edificio all’inizio della settimana. Sono stati prelevati dalle proprie abitazioni in un raid notturno. È stato anche detenuto un cugino, Jahangir Hossain, del proprietario del palazzo di otto piani Sohel Rana, un esponente del partito di maggioranza dell’Awami League. L’uomo risulta irreperibile ed è ricercato dalla polizia. il «Rana Plaza» ospitava un centro commerciale, una banca privata e cinque aziende di abbigliamento con circa tremila dipendenti.

Da tre giorni si scava tra le macerie. Le squadre di soccorso che nelle ultime ore sono riuscite a raggiungere altre 14 persone ancora in vita, recuperando però anche 13 cadaveri.

Operai obbligati a lavorare nonostante il rischio del crollo. Secondo Asia News, gli operai erano stati obbligati a tornare al lavoro nonostante la polzia avesse avvertito i proprietari delle industrie del pericolo crollo: gli operai sarebbero stati ricattati dai proprietari che minacciavano di non pagarli. Alcuni video girati poco prima del crollo mostrano delle crepe nelle mura con evidenti segni di riparazione e alcuni pilastri privi di cemento, mentre la polizia parla con i dirigenti, probabilmente nel tentativo di convincerli a far evacuare l’edificio.

Le polemiche. Qual è il costo in vite umane della maglietta a basso costo comprata nelle catene di high street come Gap o H&M o nei grandi magazzini discount come Walmart? Il New York Times ha alzato la voce: «Il crollo ha puntato di nuovo i riflettori sulle pessime condizioni in cui milioni di operai producono abiti per i consumatori europei e americani». In novembre, ricorda il quotidiano in un editoriale, ci fu un rogo in un altro impianto che produceva per Walmart e Sears: i morti in quell’inferno furono 112. «La gravità e la frequenza di questi disastri è un atto di accusa contro l’industria globale dell’abbigliamento e di dettaglianti come Gap, Walmart e H&M che comprano miliardi di abiti dal Bangladesh ma finora si sono rifiutati di chiedere e di pagare per adeguate misure di sicurezza negli impianti che producono le loro ordinazioni».

Polemiche in Gran Bretagna: secondo John Hilary, direttore della Ngo War on Want, l’industria del vestito a basso costo è «automaticamente collegata a questo tipo di disastri». Per quanto uno cerchi di acquistare «eticamente», in materia di vestiti ogni aspirazione del genere è veramente difficile, ha scritto sul Guardian la columnist Susanna Rustin: «Tutte le grandi catene, compresa Primark che si riforniva nell’edificio distrutto a Rana Plaza e che ha promesso di ‘aiutare dove possibilè le famiglie dei morti, hanno politiche etiche che possono essere consultate online, ma nessuna ha una etichetta Fairtade nelle vetrine dei negozi, ed è dunque impossibile sapere se la maglietta che indosso oggi è macchiata di sangue».

Condoglianze da Mario Monti. Il presidente del Consiglio uscente e ministro degli Esteri ad interim, Mario Monti, ha inviato al ministro degli Esteri del Bangladesh, Dipu Moni, un messaggio di condoglianze per la tragedia avvenuta in Bangladesh. «È con profonda costernazione – si legge in un comunicato della Farnesina – che ho appreso del tragico incidente che è costato la vita a centinaia di persone nella capitale Dacca. Esprimo a nome mio personale e del Governo italiano le più vive condoglianze a Lei e a tutte le famiglie delle vittime».

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fonte ilmessaggero.it

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DOPO 31 ANNI – Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa: caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:  caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:
caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Palermo, dopo 31 anni la borsa di pelle emerge dal bunker del tribunale. Dopo l’assassinio, la Polizia trasmise alla Procura il reperto senza far cenno alle carte. Segnalata dall’anonimo al pm Di Matteo, doveva contenere nomi eccellenti

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di ATTILIO BOLZONI e SALVO PALAZZOLO

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PALERMO - L’hanno ritrovata dopo trentuno anni, cercando nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo. È vuota, hanno portato via tutto. Non c’è più niente dentro la borsa di pelle marrone di Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale prefetto ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982 a colpi di kalashnikov.

La scoperta è di qualche giorno fa, la ricerca nelle viscere del Palazzo di giustizia è partita dall’anonimo (probabilmente scritto da un carabiniere molto informato sui misteri siciliani) che era arrivato nell’autunno scorso al pm Nino Di Matteo. L’anonimo denominava il suo scritto in codice – “Protocollo Fantasma” – e invitava i pm a investigare su 22 punti. Uno riguardava proprio la borsa del generale Dalla Chiesa.

Così sono ricominciate le ricerche e si è arrivati al ritrovamento. Ma dei documenti nessuna traccia.

Tre decenni dopo, il “caso Dalla Chiesa” è finito in archivio. Condannati come “esecutori” e “mandanti” il solito Totò Riina e i soliti macellai della sua ciurma: Vincenzo Galatolo, Francesco Paolo Anzelmo, Calogero e Raffaele Ganci, Nino Madonia. Sui mandanti “altri”, anche per il delitto Dalla Chiesa come per tutti i delitti eccellenti di Palermo solo ombre.

L’ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E REPUBBLICA+

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fonte repubblica.it

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