El Salvador, individuato dopo 31 anni il killer di monsignor Oscar Romero / GUARDATE IL VIDEO: Massacre in El Salvador during Oscar Romero’s funeral
Massacre in El Salvador during Oscar Romero’s funeral
Caricato da hellionsentinel in data 04/dic/2008
Snipers from the National Army fire from the top of buildings during Romero’s funeral in 1980 in the central San Salvador park. And yes, this is how OUR people suffered, thanks in part to the US’ involvement in Salvadorian affairs! The US supported the then-bloodthirsty junta with financial aid and arms. They only stopped helping the Salvadorian junta after the 4 nuns were murdered, only to resume their aid a few days later. The US has been responsible for literally millions of deaths throughout the 20th century via illegal coups, establishing dictatorships in 3rd world countries and CIA-backed private wars.
El Salvador, individuato dopo 31 anni il killer di monsignor Oscar Romero
E’ Marino Samayoa Acosta, faceva parte della disciolta Guardia nazionale. Procede la causa di beatificazione
.
CITTA’ DEL VATICANO – Lentamente, dal passato, la verità sulla morte di Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador ucciso dagli squadroni della morte, si sta facendo largo. Il quotidiano salvadoregno, Diario CoLatino, ha pubblicato una inchiesta su quel capitolo oscuro, dando finalmente un volto all’uomo che nel 1980 sparò contro quel vescovo coraggioso che non aveva paura di denunciare i crimini e sfidare apertamente la giunta militare.
L’assassino che lo uccise faceva parte della scomparsa Guardia Nazionale. Il suo nome è Marino Samayoa Acosta, è nato l’8 ottobre 1949. Il quotidiano spiega che il killer era membro del corpo di sicurezza del Presidente della Repubblica, il colonnello Arturo Armando Molina, e che sarebbe stato ‘assoldato’ direttamente dal figlio del Presidente, Mario Molina. La rivelazione ha subito fatto il giro del mondo.
Diario CoLatino afferma che pubblicherà prossimamente altre informazioni provenienti da “ambienti vicini al maggiore dell’Esercito Roberto D’Aubuisson”, che da sempre e da più fonti, dentro e fuori il Paese centroamericano, è indicato come il mandante dell’omicidio.
Il vescovo fu crivellato di colpi all’altare, mentre stava celebrando la messa nella cappella di un ospedale della capitale. Amado Antonio Garay Reyes, l’uomo che guidava l’auto che portò il killer sul luogo del crimine, ha confermato la storia, spiegando che entrambi provenivano dalla residenza dell’imprenditore Roberto Daglio dove si ultimarono i preparativi finali del crimine. Il quotidiano salvadoregno che da oltre 25 anni si occupa della vicenda, ha sottolineato che in questo modo verrebbero confermate le dichiarazioni rese ai giudici nel 2006 dagli altri due militari che presero parte nell’operazione: Alvaro Rafael Saravia ed Eduardo Avila Avila (ucciso in circostanze non ancora chiarite).
Se la giustizia terrena va avanti, allo stesso modo procede anche la causa di beatificazione aperta nel 1997 in Vaticano. Il postulatore della causa, monsignor Vincenzo Paglia ha affermato di recente che l’iter avanza senza problemi di sorta anche se occorrono i tempi tecnici per poter riconoscere il martirio di monsignor Romero.
Sulla vita di questo coraggioso prelato gravava, infatti, un’ombra: la sua presunta vicinanza alla Teologia della Liberazione, corrente teologica considerata dalla Chiesa profondamente sbagliata e per questo messa al bando agli inizi degli anni Ottanta. «Romero non era un vescovo rivoluzionario, ma un uomo della Chiesa, del Vangelo e quindi dei poveri» ha chiarito monsignor Paglia, aggiungendo che semmai fu vittima della «polarizzazione politica che non lasciava spazio alla sua carità e pastoralità». Romero avversava con coraggio sia la violenza espressa dal governo militare, sia quella della guerriglia.
.
.
Domenica 11 Settembre 2011 – 13:41
fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=162647&sez=HOME_NELMONDO
________________________________________________________________
CRONACHE DA FIRENZE
Guatemala oggi alle urne. Favorito il ‘generale della pace’ Molina: “Urge mano dura!” – VIDEO: ¿Qué hay con el Frente? – Rigoberta Menchú y el cierre de campaña
Visión Siete: Elecciones en Guatemala
Caricato da TVPublicaArgentina in data 08/set/2011
Columna de Internacionales de Telma Luzzani. En el cierre de campañas, las encuestas señalan que de los nueve candidatos, solo tres tienen posibilidades de una segunda vuelta en las elecciones presidenciales que se celebran el domingo en Guatemala, país aquejado por pobreza estructural y altos índices de inseguridad. El general Otto Pérez Molina (Partido Patriota) encabeza los sondeos con su eslogan “Urge mano dura” y minimiza las denuncias que lo acusaron ante la ONU por violación de los derechos humanos durante la guerra civil. Rigoberta Menchu Tum, premio Nobel de la Paz, quedaría fuera de la contienda. Emitido por Visión Siete, noticiero de la TV Pública argentina, el jueves 8 de setiembre de 2011. http://www.tvpublica.com.ar
¿Qué hay con el Frente? – Rigoberta Menchú y el cierre de campaña
Caricato da frenteampliogt in data 07/set/2011
Programa de 15 minutos presentando la oferta del partido Frente Amplio de Izquierda, para su participación en las elecciones de Guatemala en 2011.
Guatemala oggi alle urne
Favorito il “generale della pace”
.

fonte immagine
.
I candidati sono comunque tutti espressione di una destra che, nonostante abbia provocato 36 anni di guerra civile, 200 mila assassinati, 40 mila desaparecidos, si riafaccia sull’arena politica di un paese stremato dalla violenza del crimine e del narcoterrorismo
.
dall’inviato di Repubblica DANIELE MASTROGIACOMO
.

.
CITTA’ DEL GUATEMALA – A volte ritornano. Anche i personaggi più discussi. Con il loro passato pieno di ombre e di sospetti che riaffiorano nel presente. Ma tornano. E possono vincere. Otto Pérez Molina, 60 anni, generale in pensione, il “generale della pace” come ama definirsi in pubblico, leader del Partido Patriota (Pp), oggi potrebbe trionfare al primo turno delle elezioni presidenziali che si tengono qui in Guatemala. Oltre al presidente, al vice, si nominano 158 deputati del Congresso, 333 sindaci e 20 delegati al Congresso Centroamericano.
I dati, confermati da ripetuti sondaggi, dànno per vincente Molina: raccoglie il 51 per cento dei voti e distacca di oltre 20 punti i suoi avversari. Due, in particolare, tra i dieci candidati, cercano di insidiarlo: Manuel Baldizòn, 46 anni, imprenditore, populista di Libertad democratica renovada (Lider) e Eduardo Suger, 54 anni, esponente di Compromiso, Renovaciòn y orden (Creo). Ma non c’è partita; troppo distacco e poi giocano tutti sullo stesso fronte.
Sono espressione di una destra che, nonostante abbia provocato 36 anni di guerra civile, 200 mila assassinati, 40 mila desaparecidos, si riafaccia sull’arena politica di un paese stremato dalla violenza del crimine e del narcoterrorismo. “Abbiamo bisogno di una svolta. Di un uomo forte, di qualcuno che metta ordine in questo caos”, si giustifica Félipe, l’autista del taxi che mi guida in un giro per la città. Lo dice con aria seria, guardando dritto davanti a sé. Incurante della realtà che ci appare: una marea umana che riempie i marciapiedi con carretti, furgoni, banchi, tende fatte di stracci e con i quali, ogni giorno, improvvisa il commercio della sopravvivenza. Se Otto Pérez Molina dovesse vincere, sarebbe il primo ritorno di un generale, nel paese dominato e distrutto dai generali, dopo 15 anni di pausa con goveni civili. Anche se il suo ritorno non significa automaticamente l’arrivo dell’Esercito.
Félipe vive nel settore 2, uno dei 12 in cui è divisa questa immensa metropoli dove il 52 per cento della popolazione, a maggioranza india Maya, che qui aveva il cuore del suo grande Regno, si arrangia in condizioni di estrema povertà. Il suo quartiere è un agglomerato di case fatte in lamiera aggrappate ai costoni di uno dei canyon che scivolano dall’altipiano di Città del Guatemala verso le vallate solcate da fiumi e circondate dalla foresta. Me lo indica. E, con un sorriso amaro, mi fa notare che a poche centinaia di metri, dietro altre case e botteghe, logore ma in muratura, sorgono i settori 10 e 12, le aeree residenziali, quelle dei ricchi, ornate da grattacieli in vetro e schiere di villette con i giardini curati.
Uscito dall’incubo delle stragi, delle torture, delle scomparse, il Guatemala fatica a conquistarsi spazi di democrazia. Tre decenni di una spietata guerra civile hanno soddisfatto le aspettative delle classi latifondiarie e placato le ossessioni anticomuniste degli Stati uniti ai tempi della Guerra fredda. Ma hanno anche lasciato un vuoto che oggi condiziona il futuro del paese.
La violenza scatenata dall’esercito nel 1954 durante il regime del colonello Carlos Castillo Armas, condannato a morte e poi evaso quattro mesi prima di guidare un colpo di Stato orchestrato dalla Cia, ha provocato l’unico vero genocidio etnico di tutta l’America Latina. Assieme a decine di migliaia di indios, massacrati nei loro villaggi rasi al suolo e incendiati, sono scomparse fisicamente anche quelle intelligence politiche che oggi avrebbero potuto concorrere alle elezioni. Ma non esistono più. Perfino il Premio Nobel per la Pace Rigoberta Manchiù, forse la figura più nota dell’opposizione guatemalteca per le sue denunce sulle atrocità commesse, raccoglie un misero 1 per cento dei consensi. Per avere più forza ha unito sotto il suo nome tutte le sigle della sinistra che nel 1982, per reagire alla violenza dei militari e degli squadroni della morte, formarono fino al 1996 l’Unidad révolucionaria nàcional guatemalteca (Urng), un fronte clandestino armato.
Il presidente uscente, il socialdemocratico Alvaro Còlom, negli ultimi 4 anni ha cercato di avviare timide riforme che puntavano a una distribuzione delle ricchezze create con l’esportazione di caffè e lo sfruttamento di importanti materie prime. Ma è stato contrastato dalla solite poche famiglie che contano e che sono sempre contate in Guatemala.
Se un tempo c’era la United fruit che tramava con la Cia statunitense e si affidava ai militari golpisti, ora sono le industrie minerarie e quelle agroalimentari a decidere il destino di una nazione. Con una novità importante che si è inserita nello scacchiere politico: il narcotraffico. I Cartelli della droga, soprattutto “Los Zetas” messicani, hanno creato le loro basi in Guatemala. Perché è più facile riciclare l’immenso tesoro che accumulano ogni giorno e possono gestire con tranquillità, grazie alla corruzione imperante, il traffico verso i ricchi clienti del Nord America.
In città non si nota lo spaccio, di fatto non esiste. Il mercato, quello vero, è altrove, all’estero. Qui è tutto più soffuso, come il fiume di denaro che scorre nelle solite mani, ma carico di violenza. Si spara e si uccide con una facilità impressionante. Non c’è guatemalteco che non abbia avuto un furto, un’aggressione. “Al semaforo ti bussano sul vetro della macchina con la canna della pistola e ti svuotano le tasche”, spiega con rassegnata ironia il cameriere di un caffè del centro. I racconti e gli aneddoti si sprecano. C’è chi ha subito rapine camminando poche centinaia di metri; chi si è trovato minacciato dai banditi, mischiati tra i passeggeri, mentre viaggiava sui taxi collettivi verso i villaggi dell’interno. Trenta candidati locali sono stati fatti fuori. Il capo dell’Osa, l’Organizzazione degli Stati americani José Miguel Insulza, ha espresso grande preoccupazione. Si temono atti di violenza, nonostante la presenza sul territorio di 24 mila agenti, il 33 per cento in più delle ultime elezioni.
Le cronache raccontano di un avvocato che ha pronosticato la sua morte. Nel video che ha girato accusava il presidente nel caso fosse stato ucciso. E’ stato freddato pochi giorni dopo. Quel video, come un testamento postumo, ha avuto la forza di una denuncia che ha fatto discutere per settimane i socialnetwork. Molti hanno parlato di provocazione, di ricatti, hanno sostenuto che l’avvocato fosse solo un folle che cercava notorietà. Ma la morte di Facundo Càbral, noto cantante argentino, non è una leggenda. Un paio di settimane fa era venuto in Guatemala per promuovere il suo ultimo disco e fare un po’ di beneficienza. E’ stato colpito da una raffica di proiettili mentre si dirigeva all’aeoroporto. Non era lui l’obiettivo ma chi lo accompagnava: aveva dei conti in sospeso.
Le statistiche sono agghiaccianti: 16 omicidi al giorno, 60 per cento dei quali attribuiti alla malavita organizzata, per il 98 per cento rimasti impuniti. Solo nel 2010 sono state ammazzate 5960 persone. Su una popolazione di 14 milioni significa che ogni 100 mila abitanti, 41,5 persone vengono assassinate. Si spara per nulla. Un gesto sbagliato, una reazione impulsiva. Basta anche solo trovarsi nel mezzo di una sparatoria improvvisa. “La responsabilà”, concordano tutti, “è del narcotraffico”.
Eppure l’ex generale Pérez Molina ha perso le scorse presidenziali proprio perché aveva puntato tutta la sua campagna sulla violenza e la lotta alla criminalità. Battuto al ballottaggio da Ivaro Colòm, questa volta ha evitato di far leva sulla paura; ha promesso l’aumento del salario minimo, ora fissato a 304 dollari, e una riforma del fisco su cui insistono molto i consiglieri americani per rafforzare l’economia.
Dai file di wikiLeaks messi in rete dal gruppo di Assange si scopre quanto sia ancora presente e decisiva l’influenza statunitense. Gli interessi Usa in Guatemala restano importanti; questo è un paese che offre la più ampia e forte economia di tutto il Centroamerica: il Pil è di 20 mila milioni di dollari. Molina punta a innalzarlo di un punto: dal 4 al 5 per cento. Nei dialoghi con l’ambasciatore Usa, poi cablati a Washington, si apprende che l’ex generale aveva timore del suo passato. Era convinto che l’ex first lady e moglie del presidente Còlom, anche lei candidata ma con poche possibilità di successo, tramasse per tirare fuori delle prove compromettenti. Le ripetute denunce che indicano l’ex generale come corresponsabile di tantissime stragi, quando era capitano e poi maggiore dell’esercito, sempre operativo sul campo, non hanno però sortito alcun effetto.
Il candidato favorito nega ogni suo coinvolgimento nelle mattanze e nei raid criminali contro le popolazioni indigene Maya. Si considera, al contrario, l’autore dell’accordo, mediato dall’Onu, con l’opposizione armata nel 1996 quando era capo di Stato maggiore. “La firma su quel foglio l’ho messa io”, replica indignato davanti ai video e alle dichiarazioni dell’epoca che lo accusano. “E poi il paese ha bisogno di voltare pagina. Io sono il generale della pace”. Quando i colleghi guatemaltechi gli hanno chiesto come fosse riuscito a usare oltre un milione di dollari per la campagna elettorale, violando apertamente la legge che stabilisce un tetto di 125 dollari nelle spese, ha parlato di “donazioni spontanee”. Nessuno lo dice, ma è facile immaginare da parte di chi.
.
.
11 settembre 2011
_____________________________________________________________
ADDIO A UN AMICO – Ya se mira el horizonte, Matteo / Dubbi sulla morte di Matteo Dean?
Ya se mira el horizonte, Matteo
.
di Vittorio Sergi
.
[Sabato 11 giugno, in un tragico incidente stradale, è morto un collaboratore di Carmilla: Matteo Dean, di soli 37 anni, italiano residente in Messico, giornalista, ricercatore. Dava il suo apporto prezioso a varie testate italiane e messicane, tra cui la nostra (vedi qui, qui e qui). Lo ricordiamo con commozione attraverso le parole di un suo amico molto stretto, Vittorio Sergi.] (V.E.)
“lento
viene el futuro
con sus lunes y marzos
con sus puños y ojeras y propuestas
lento y no obstante raudo
como una estrella pobre
sin nombre todavía”
Mario Benedetti, “Lento pero viene”
.
Nella notte tra sabato e domenica Matteo è morto, nel pieno della sua vita, della sua lotta, dei suoi amori. E’ morto nel Messico che amava e che insieme a lui in tanti abbiamo imparato ad amare con la sua gente, la sua terra dura e vitale, la sua disperazione e la sua magia.
Per lui il Messico è stato molto più che una passione della gioventù, ha seguito dall’inizio e con interesse e condivisione profonda, la storia di uno dei movimenti di liberazione più significativi degli ultimi 20 anni: l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e tante altre iniziative di lotta che dal basso si sono sviluppate in Messico a partire dall’insurrezione zapatista del primo gennaio 1994. E’ rimasto fedele fino all’ultimo a quella visione che nasceva da una militanza in prima persona, nella strada, nel suo tempo. Anche nel suo lavoro di ricercatore e di giornalista indipendente, prima di tutto venivano le persone, le loro storie, il Mexico de abajo. Dai sentieri delle montagne del Chiapas fino alla frontiera di Tijuana ed oltre nel cuore degli States, il suo impegno a fianco degli ultimi e dei ribelli è sempre stato diretto, orizzontale e coraggioso. Per questo nel corso degli anni ha anche subito l’espulsione dal Messico come tanti altri compagni internazionali ma era riuscito a ritornare ed aveva scelto di radicarsi nel paese che amava. Ha scelto di vivere nel quartiere periferico di Tepepan dove ha animato insieme ad altri compagni messicani un collettivo di quartiere mentre continuava a lavorare come insegnante di italiano e si impegnava sempre di più nel giornalismo di inchiesta e nella ricerca. In questo campo ha introdotto in Messico il dibattito internazionale sui temi della precarietà tra i lavoratori e le lavoratrici ed ha condotto una importante inchiesta sulle nuove forme dell’outsourcing collegando i movimenti sindacali con quelli contro la globalizzazione neoliberista.
Negli ultimi anni il suo lavoro l’ha portato a viaggiare in tutta l’America Latina e in Europa dove ha raccolto tante storie diverse, tutte accomunate da un irriducibile desiderio di giustizia e libertà sociale. Nella sua biografia c’è tutta la passione di una generazione che ha saputo ricostruire una grammatica dell’internazionalismo in nome dell’umanità e della dignità.
Con Matteo dal 2001 ad oggi ho avuto la fortuna di condividere chilometri, giorni e notti, difficoltà e allegrie in Messico, negli USA ed anche in Europa quando riuscivamo a incontrarci. E ricordo che a volte il suo impegno intenso nel lavoro lo faceva diventare oltremodo serio fino a che poi non si liberava con una risata luminosa o con un abbraccio forte. Matteo, un compagno la cui patria era il mondo intero era però anche orgoglioso delle sue origini triestine, di quella terra di confine, fiera e partigiana e ritrovava gli echi di quella storia in un mondo solcato da barriere, conflitti e divisioni. E alla storia dei suoi compagni di quella terra, dai partigiani fino ai centri sociali di oggi, riannodava sempre il filo rosso dell’autonomia e dell’uguaglianza.
Purtroppo quando una vita si interrompe così all’improvviso tante cose restano incompiute, ma nel caso di Matteo sono certo che tutta la sua eredità sia ancora tra noi, negli occhi e nelle mani di chi l’ha conosciuto e con lui ha condiviso un pezzo dei suoi racconti, della sua rabbia, della sua speranza
Ya se mira el horizonte Matteo!
Firenze 13 giugno 2011
.
fonte: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/06/003929.html
______________________________________________________
Dubbi sulla morte di Matteo Dean?
fonte immagine
.
Il settimanale messicano Proceso lancia alcuni dubbi sulla morte di Matteo Dean, il giornalista e attivista italiano investito da un camion a Toluca sabato scorso.
In particolare Proceso intervista la moglie di Matteo, Sol Rojo, che si sofferma su alcune circostanze della morte del corrispondente del Manifesto dal Messico: il fatto che il camion non abbia cercato in alcun modo di evitare l’impatto né segnalato in alcun modo il non poter frenare e che abbia trascinato il corpo di Matteo per 30 metri. Inoltre denuncia che non sarebbe stata compiuta alcuna indagine per verificare se effettivamente il camion ha avuto un guasto meccanico ai freni (il motivo addotto a giustificazione dell’incidente). Il camionista poi sarebbe stato immediatamente rilasciato e non sono state acquisite dagli inquirenti né sue dichiarazioni né le immagini delle telecamere del casello dove è avvenuto l’incidente.
Infine è ignoto se il Consolato italiano abbia fornito la dovuta assistenza legale alla vedova di Matteo per evitare che (al di là di dubbi sulla volontarietà) anche l’omicidio colposo di Matteo possa finire nel calderone dell’impunità tipica del Messico di questi anni, anche per lottare contro la quale aveva dedicato la vita.
Intanto una piccola folla ha dato l’ultimo saluto a Matteo a Città del Messico. Era tanta la gente che gli era amica o si era incontrata con lui in oltre dieci anni di vita, lavoro e militanza nel paese nordamericano. Racconta Fabrizio Lorusso che hanno intonato “Bella Ciao”, messicani e italiani insieme. Il suo corpo è stato cremato e rientrerà a Trieste dov’era nato 36 anni fa.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
.
…
ACCADEVA DOMANI – Monsignor Romero, una morte annunciata / VIDEO: Ultima homilia de Monseñor Romero
Ultima homilia de Monseñor Romero
Da: DavidN05 | Creato il: 05/ott/2007
Monsignor Romero, una morte annunciata
.

fonte immagine
.
“Il Vangelo di oggi ci conferma la tremenda dottrina di Cristo che ci invita a non aver paura della persecuzione, perché credete fratelli chi si scaglia contro i poveri condividerà il loro stesso destino e noi in Salvador sappiamo qual è il destino dei poveri: desaparecidos, essere catturati, essere torturati e riapparire cadaveri”. Mons. Romero

.
Le sue denunce contro la violenza, le torture e le sparizioni, le sue scarpe impolverate e il suo stare sempre dalla parte di chi ha bisogno, hanno fatto di lui un prete scomodo. Oggi per la Chiesa è un martire, per i campesinos sudamericani e per chi ama la sua figura un santo non ufficiale.
Per chi ha ordinato la sua morte la sua colpa è proprio questa: aver rotto il silenzio.
Ai poveri dell’America Latina Romero aveva promesso: “Se verrò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.
.
Romero diventa vescovo di Santiago de Marìa
Oscar Arnulfo Romero y Galdámez nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios un paese vicino alla città di San Miguel, ne El Salvador. Secondo di otto fratelli, la sua è una famiglia modesta. Suo padre è un telegrafista, mentre la madre è casalinga. Nel ’37 entra in seminario e pochi mesi dopo viene mandato a Roma per proseguire gli studi. Qui il 4 aprile del ‘42 viene ordinato sacerdote e inizia la tesi di dottorato, ma con lo scoppio della guerra si vede obbligato a tornare nel suo Paese.
Il suo impegno come sacerdote inizia nella parrocchia di Anamorós, per poi spostarsi a San Miguel, dove rimane per 20 anni. In seguito diviene segretario della Conferenza episcopale di El Salvador, fino a quando il 25 aprile del ’70 viene nominato Vescovo ausiliare di San Salvador ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno 1970: diventa così il collaboratore principale di Monsignor Luis Chàvez y Gonzàlez che, insieme a Rivera y Damas, è uno dei protagonisti della Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Medellín (Colombia) del 1968 e sta realizzando i cambiamenti pastorali che il Concilio Vaticano II esige per lo sviluppo di un nuovo modo d’intendere il ruolo della Chiesa Cattolica in America Latina.
Questi però non vedono bene la nomina di Romero perché non in linea con il loro pensiero: egli è noto per essere un convinto conservatore. Intanto il 15 ottobre del ‘74 viene nominato Vescovo di Santiago de María, uno dei territori più poveri della nazione.
Il gesuita salvadoregno Salvador Carranza, racconta: «Quando lo elessero come nuovo arcivescovo, elessero quello che probabilmente rappresentava la parte più conservatrice. L’esercito e i giornali de El Salvador si rallegrarono e così anche Roma. Dicevano: “Abbiamo eletto qualcuno che sta dalla nostra parte”». Gli fa eco un altro gesuita Rodolfo Cardenal: «È chiaro che noi non eravamo contenti della sua nomina. Fu il primo ad accusarci pubblicamente di marxismo per l’organizzazione del nostro clero e le nostre convinzioni. Attaccava la nostra stessa teologia della liberazione».
Negli anni ‘70 la violenza ne El Salvador diviene spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Lo stesso giorno della nomina di Romero l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.
Romero si dà anima e corpo alla causa dei poveri
Quella che da tutti viene chiamata la conversione, l’illuminazione di Romero avviene pochi mesi dopo la sua nomina e precisamente il 12 marzo del ’77 quando viene ucciso il gesuita Rutilio Grande da parte delle squadre della morte che lo trucidano con diversi colpi di mitra insieme ad altri due uomini. Il gesuita aveva fatto della sua vita una missione in aiuto dei poveri, soprattutto attraverso la creazione dei gruppi di auto-aiuto dei campesinos.
Giunto sul luogo del delitto Romero impone subito la sua volontà: verrà fatta una sola messa, un solo funerale. E all’opposizione dell’annunziatura, risponde: “Questi sacerdoti e il popolo stanno aspettando la messa unificata e la messa si farà”. Da questo momento Romero, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, vede chiaramente le ingiustizie, le repressioni, le torture (anche mentali) e gli omicidi che fino a quel momento avevano subito i poveri salvadoregni. Inizia quindi la sua azione di denuncia che pagherà poi con la morte.
La domenica seguente, il 9 marzo, nella Basilica di santa Marta, c’è moltissima gente: è venuta da diverse parti del Paese per assistere al funerale di Rutilio Grande. Nel corso della cerimonia viene trovato un sacchetto con vari candelotti di dinamite, fortunatamente però non esplodono e gli artificieri della polizia li disinnescano.
Nella sua omelia Romero parla chiaramente delle responsabilità dello Stato e del potere giuridico, nonché delle ingiustizie subite dal popolo salvadoregno. Riguardo al suo “cambiamento” Salvador Carranza racconta: «In quella messa di fronte ai cadaveri Romero era molto commosso; da quel momento ci rendemmo conto giorno dopo giorno che ci trovavamo di fronte a un Romero nuovo che iniziava a denunciare e a parlar chiaro». Apre quindi un’inchiesta su padre Rutilio Grande e chiude per tre giorni scuole e collegi. Istituisce inoltre una commissione permanente in difesa dei diritti umani.
Da questo momento condividere la strada degli umili, ascoltare il grido degli oppressi e lasciarsi evangelizzare da loro, sono i suoi imperativi.
Le sue omelie diventano sempre più famose e arrivano alle orecchie di migliaia di persone che vedono in lui la speranza. Una parte della Chiesa comincia però a lasciarlo solo, additandolo come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”.
L’assedio di Aguilares
La situazione politica si fa sempre più critica e intanto il 1 luglio del ‘77, il generale Carlos Humberto Romero leader del PCN (Partito di Conciliazione Nazionale), ovvero il centro-destra dei militari nazionalisti, sale al potere con un colpo di Stato. Romero rifiuta di presenziare alla cerimonia d’insediamento perché non era ancora stata fatta luce sulla morte di padre Grande.
Un anno dopo, il 21 giugno del ’78, a Roma Papa Paolo VI lo incoraggia a continuare sulla via intrapresa.
Intanto l’esercito, guidato dal governo, diviene sempre più violento e arriva anche a occupare le chiese, tra cui quella di Aguilares. È mattino presto e nella città iniziano a suonare le campane. Tutta la gente viene svegliata e viene dato loro l’ordine di non uscire di casa. I soldati sterminano più di 200 fedeli e occupano la città a cominciare dalla chiesa che viene profanata, in quanto “covo di marxisti infiltrati”, calpestando le ostie con gli scarponi. Viene sparso il terrore: molti sono i cittadini picchiati o incarcerati solo perché in casa tenevano una foto di padre Rutilio Grande. I militari per tre mesi non fanno avvicinare nessuno al paese fino a quando finalmente ricevono l’ordine di restituire la parrocchia ai fedeli. «A me tocca il destino di andar raccogliendo violenze e cadaveri e tutto quello che lascia dietro la persecuzione della Chiesa», dice Romero quando lo chiamano ad Aguilares. Arrivato con un gruppo di religiosi e sacerdoti afferma: “Ci troviamo qui oggi per riprendere possesso di questa chiesa parrocchiale e per ridare forza a tutti coloro che i nemici della Chiesa hanno calpestato. Voglio che sappiate che voi non avete sofferto da soli, perché la Chiesa siete voi. Siete voi il popolo di Dio; Gesù, oggi su questa terra”.
El Salvador subisce un nuovo colpo di Stato a opera dei colonnelli Majano e Gutierrez, il 15 ottobre del ’79.
Romero chiede aiuto
In questi anni la repressione conto la Chiesa non si scatena solamente contro Romero: sei sono i preti uccisi nei tre anni dell’episcopato di mons. Romero a San Salvador con una progressione di violenza sino alla strage della UCA del 1989 quando altri sei gesuiti vengono uccisi insieme alla loro cuoca e a sua figlia. Sui muri delle città si legge: “Haga patria, mate a un cura” (sii patriottico, uccidi un prete), è lo slogan della destra estrema. In tutto i preti che perderanno la vita in quegli anni sono 40.
Nel mondo cattolico più impegnato, a cui Romero presta le sue forze, benché si affermi di non avere ideologie politiche proprie, si preme per un impegno politico per la “liberazione” in partiti e guerriglie di sinistra, non avendo più fiducia in soluzioni terze, come quelle proposte dalla Democrazia Cristiana. Romero, comunque, cerca più che altro di mantenere il difficile equilibrio tra il messaggio evangelico e l’impegno politico-sociale senza far coincidere il primo con il secondo. Per questo viene definito reazionario.
Nel 1979 le omelie di Monsignor Romero ormai hanno raggiunto tutto il mondo, viene quindi candidato al premio Nobel per la pace. L’anno seguente, è il febbraio dell’‘80, riceve la laurea Honoris Causa dall’Università di Lovanio. In occasione del viaggio in Europa per ritirare la laurea, incontra Giovanni Paolo II e gli comunica le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che il suo Paese sta attraversando. Con sé ha portato un copioso dossier. Ma in quell’occasione riceverà dal Papa solo un paternale rimbrotto: “Lei, signor arcivescovo, deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo Paese…” e il consiglio di non opporsi in quel modo alla lotta contro la sovversione.
Ma Romero vuole continuare a seguire la sua strada: il 17 febbraio dell’‘80 scrive al Presidente degli Stati Uniti, James Earl Carter, per chiedere di non inviare più aiuti militari in Salvador. Ma la sua richiesta non verrà esaurita. Durante l’omelia domenicale denuncia di aver ricevuto serie minacce di morte.
Oggi il gesuita Jose Maria Tojeira, dice di Romero: «È stata la cosa più impressionante della mia vita conoscere una persona non solo attraverso quello che vede la gente ma attraverso quello che la gente sente. Questa gente che soffriva terribilmente trovava in Romero la forza per sopportare l’assassinio dei suo figli, la guerra, per sopportare la fame e lottare con tanta speranza. Nella mia vita questo è un caso unico».
La morte
Nelle ore in cui Romero cerca di dare forza agli oppressi, infatti, qualcuno decide per il suo assassinio in una riunione segreta ricostruita da Oliver Stone nel suo film “Salvador” (1986).
Al “National Security Archive” americano di Washington che contiene tutti i documenti della CIA e del FBI resi noti c’è un rapporto datato 21 dicembre 1981, sull’assassinio di Romero. Si legge: “La decisione di assassinare l’arcivescovo fu presa in una riunione presieduta da Roberto d’Aubuisson. Durante al riunione tirarono a sorte il nome di colui che avrebbe premuto il grilletto”.
Romero sa che prima o poi lo uccideranno, ha molta paura ma a tutti dice: “Spero solo che quando ci proveranno non verranno colpiti degli innocenti”. Intanto in quei giorni le religiose che gestiscono l’ospedale della Divina Provvidenza, dove vive l’arcivescovo, ricevono chiamate telefoniche anonime che lo minacciano ancora una volta di morte.
Il 23 marzo del 1980, durante la sua omelia Romero afferma: «Desidero fare un appello agli uomini dell’esercito e in concreto alla guardia nazionale della polizia della caserme: fratelli, siete dello stesso popolo, ammazzate i vostri fratelli campesinos. Davanti all’ordine di ammazzare dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice “non ammazzare”. Nessun soldato è tenuto ad obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio!».
Forse è proprio con questo discorso che firma la sua condanna a morte.
La mattina del 24 marzo i seminaristi vanno a prenderlo per farlo distrarre un po’, sanno che è molto preoccupato e lo portano a fare una passeggiata al mare. Un suo amico, Salvador Barraza, racconta di quella giornata: «Andai a prendere Monsignore alle tre e mezza per andare dal medico, ricordo che era molto stanco e glielo dissi. Lui si fece una risata e disse: “Il cuore tra una pulsazione e l’altra riposa. E più ne ha più si riposa».
Alla sei del pomeriggio, mentre il sole inizia a tramontare, Romero comincia la consueta messa nell’ospedale della Divina Provvidenza. Ha il volto rivolto verso l’uscita mentre dice l’omelia: “Vi supplico, vi chiedo, vi ordino, che in nome di Dio cessi la repressione”. Terminate le sue parole si sposta nella parte centrale della chiesa per l’offertorio, stende il corporale e appena si trova al centro dell’altare si sente uno sparo. Una pallottola partita dalla porta lo colpisce in pieno petto. Romero cadendo a terra afferra il corporale facendo spargere tutte le ostie; alcune si macchiano del suo sangue.
«Corsi ad aiutarlo – racconta una suora – ma vidi che era impossibile, perché l’emorragia era così forte, il sangue gli usciva dalla bocca, dalle narici, dalle orecchie. Non potevo fare nulla. La mia prima reazione non fu di paura, ma di rabbia. Guardai fuori per vedere chi lo aveva ucciso».
Alla sua morte seguì una vera e propria guerra civile, durata sino al 1992, con circa 80.000 vittime.
Il funerale
Romero, per le sue posizioni apparentemente vicine alla Teologia della liberazione, ebbe sempre un rapporto difficile con la curia romana, tanto da non ottenere l’appoggio del nuovo Papa Giovanni Paolo II anche perché nei suoi primi mesi di pontificato non riusciva ad avere un chiaro quadro della situazione politica salvadoregna, soprattutto a causa delle scarse notizie, talvolta filtrate, che giungevano sulla sua scrivania.
A presenziare il funerale non c’è Giovanni Paolo II, ma il cardinal Corripio Ahumada arcivescovo di Città del Messico. Alla cerimonia partecipano circa 50.000 persone, colpite a loro volta da un’esplosione di cui non è mai stata chiaramente accertata l’origine. I morti sono 30, dovuti più alla folla in preda al panico (che calpesta anche le vittime), che non all’esplosione stessa.
Il Papa, nonostante le pressioni del governo salvadoregno volte a persuaderlo, si recherà a rendere omaggio a Monsignor Romero tre anni dopo, il 6 marzo del 1983 durante un viaggio in Sudamerica.
Nel 1997 viene aperta la causa di beatificazione di Romero della quale è stato nominato postulatore il Vescovo di Terni, Monsignor Vincenzo Paglia.
Giovanni Paolo II il 7 maggio del 2000 ha catalogato Romero tra i «nuovi martiri» del Novecento, facendone una commossa evocazione al Colosseo: «Ricordati, Padre, dei poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la vita: pastori zelanti, come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, ucciso all’altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico».
Ma chi lo ha ucciso?
La sua morte diviene un caso internazionale che coinvolge anche la CIA. Roberto White, ambasciatore americano in Salvador nel 1980, racconta: «Sapevamo della sua morte immediatamente, nel giro di un’ora e in 48 ore avevamo già individuato i responsabili del suo omicidio. Si trattava dell’estrema destra del gruppo di d’Aubuisson». FBI e CIA dunque servono assistenza agli investigatori salvadoregni, e la CIA in particolare apre un’inchiesta che però negli archivi di Washington è ancora piena di omissioni. Anche sulle squadre della morte ci sono moltissime censure, l’unico nome reso noto è proprio quello di Roberto d’Aubuisson.
Queste censure fanno capire quanto sia guardata a vista dagli americani tutta la situazione salvadoregna.
Ne El Salvador gli squadroni della morte si sviluppano tra il ‘67 e il ‘79: nascono come organizzazioni paramilitari di destra che hanno come scopo quello di identificare ed eliminare quelli che vengono considerati comunisti, e sono formati da militari, agenti di polizia in borghese e civili. Le loro attività cominciano in modo più violento a partire dalla fine degli anni ‘70 per poi diffondersi durante la Guerra Civile (1979-1992).
L’inchiesta della CIA mette in luce come si siano sviluppati in seno all’Agenzia Nazionale di Sicurezza Salvadoreña (ANSESAL) di cui era a capo proprio d’Aubuisson. Gli squadroni della morte agiscono clandestinamente e firmano i cadaveri mozzando le loro teste e legandogli i pollici dietro alla schiena; agiscono per runa precisa volontà politica: mantenere il Paese in uno stato di terrore e soggezione mediante l’uso della violenza.
Dalla dichiarazione di testimonianza di Amado Antonio Garay al giudice penale di San Salvador: Lavoravo come autista del capitano Alvaro Savaria. Il 24 di marzo del 1980 verso le 5 del pomeriggio, mi fu chiesto di condurre una macchina che era una Volkswagen rossa verso l’ospedale Divina Provvidenza. Seduto in macchina con me c’era un personaggio che non avevo mai visto, ricordo che aveva la barba. Mi ordinò di fermarmi davanti alla porta della chiesa e mi disse di chinarmi e di fare finta di riparare qualcosa. Sentii sparare un colpo di arma da fuoco, mi girai e vidi che l’uomo imbracciava un fucile. Tranquillo mi disse di ripartire, ma con calma. Tornammo a casa del capitano Alvaro Savaria appena arrivati l’uomo con la barba gli disse: “Missione compiuta”. Tre giorni dopo accompagnai il capitano in una casa dove c’era ad aspettarlo il maggiore d’Aubuisson. Ricordo che il capitano disse al maggiore: “Tutto quello che avevamo programmato per l’assassinio di Monsignor Romero è stato fatto”. Poi entrarono in casa.
Il capitano Savaria in seguito è stato processato, ma grazie alle protezioni politiche di cui aveva sempre goduto è riuscito a scappare come latitante. Mentre Roberto d’Aubuisson, mai processato, è morto a causa di un cancro all’età di 47 anni nel 1992.
Breve storia di Roberto d’Aubuisson
Ex ufficiale della guardia nazionale ed ex membro di ANSESAL, d’Aubisson entra in azione quando lascia i sevizi segreti e porta con sé un bagaglio prezioso di interi dossier messi a punto durante la sua carriera di 007. Nato a San Salvador il 23 agosto del ’43, sposato, con quattro figli, viene da una famiglia che lo educa al cattolicesimo. Giovanissimo entra nella scuola militare e lo mandano alla guardia nazionale, ovvero nel corpo repressivo del Paese. In seguito diviene capo di ANSESAL e inizia a partecipare a gruppi repressivi di estrema destra tra cui FALANGE, ovvero il Frente Armato Anti-comunista por la Guerra d’Eliminacion. Nell’82 fonda il partito di destra ARENA, attualmente al governo nel Paese. Nell’82 è presidente dell’assemblea costituente e fa riscrivere la Costituzione: è sua l’idea di concepire la giustizia non bendata che vede e giudica, così come l’ha fatta raffigurare in una statua ne El Salvador.
Di lui raccontano:
Sua sorella Marisa: Siamo di una famiglia di classe media. Siamo quattro fratelli. Roberto a scuola era un leader, organizzava disordini ed era indisciplinato. Aveva la prepotenza propria di tutti i militari salvadoregni. Quando finì la scuola militare gli diedero un incarico alla guardia nazionale.
In macchina aveva sempre una granata, la teneva sul cruscotto e una mitragliatrice. Inoltre teneva sempre una pistola alla cintura.
Carlos, il cameraman che lo seguiva: Mi chiedevano un certo tipo di riprese: i volti dei sindacalisti, degli studenti e degli operai che partecipavano alle manifestazioni. Poi studiavano dettagliatamente le immagini e dopo pochi giorni la gente che riprendevo veniva trovata morta nelle strade. Era un lavoro degli squadroni della morte. Lui si comportava in modo maleducato, offensivo. Gli piaceva prendere in giro gli altri, era prepotente, e gli piaceva molto l’alcol.
Armando Calderon Sol, presidente del partito Arena: Era un uomo molto attivo, un lavoratore instancabile, carismatico. Aveva molto successo con le donne, non riusciva a stare fermo. Il partito pensa che era un vero eroe, un vero nazionalista.
Ancora la Sorella: la gente di ARENA fu sempre ostile a Monsignor Romero, lo calunniarono, si burlarono di lui e lo spiavano per indagare le sue intenzioni. Penso che questo fosse il gruppo che Roberto frequentava e da questi nacque l’idea così crudele di assassinare Monsignor Romero. Per noi fu molto duro…era impossibile per noi accettare che fosse stato mio fratello a voler uccidere una persona che amavamo così tanto, una persona che per noi e il nostro popolo rappresentava la speranza.
Dopo la guerra il partito ARENA è sempre uscito vincitore alle urne e così è stato anche alle ultime elezioni, tenutesi nel 2004, che hanno decretato la vittoria netta del candidato Elìas Antonio Saca. In tempi recenti, sono sorte nuove pesanti critiche riguardo la volontà del ARENA di concedere al defunto d’Aubuisson, mandante dell’omicidio dell’arcivescovo Oscar Romero, l’onorificenza di “figlio meritevole de El Salvador”, titolo che alla fine però gli è stato dato.
Appendice: Lettera al presidente Carter
Signor Presidente,
in questi ultimi giorni è apparsa sulla stampa nazionale una notizia che mi ha vivamente preoccupato. Si dice che il suo governo stia studiando la possibilità di appoggiare ed aiutare economicamente e militarmente la Giunta di Governo.
Dal momento che lei è cristiano ed ha manifestato di voler difendere i diritti umani oso esporle il mio punto di vista pastorale su questa notizia e rivolgerle una petizione concreta.
Mi preoccupa fortemente la notizia che il governo degli Stati Uniti stia studiando la maniera per favorire la corsa agli armamenti de El Salvador inviandogli equipaggiamenti militari e mezzi (addestrare tre battaglioni). Nel caso questa notizia giornalistica corrispondesse a realtà, il contributo del suo Governo invece di favorire una maggior giustizia e pace ne El Salvador acutizzerebbe senza dubbio l’ingiustizia e la repressione contro il popolo organizzato, che da lungo tempo lotta perché vengano rispettati i suoi diritti umani fondamentali.
L’attuale Giunta di Governo e soprattutto le Forza Armate ed i corpi di sicurezza, disgraziatamente non hanno dimostrato la capacità di risolvere, nella pratica politica, i gravi problemi nazionali. In generale sono ricorsi alla violenza repressiva provocando un numero di morti e di feriti molto maggiore di quello dei regimi militari precedenti, la cui sistematica violazione dei diritti dell’uomo venne denunciata dalla stessa Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo.
La forza brutale con cui i corpi di sicurezza hanno recentemente allontanato ed assassinato gli occupanti della sede della Democrazia Cristiana, nonostante che la Giunta di Governo ed il Partito non avessero autorizzato l’operazione evidenzia che la Giunta e la Democrazia Cristiana non governano il Paese ma che il potere politico è nelle mani di militari senza scrupoli che sanno solo reprimere il popolo e favorire gli interessi dell’oligarchia salvadoregna .
Se è vero che nel novembre scorso “un gruppo di sei americani distribuì ne El Salvador duecentomila dollari in maschere a gas e giubbotti antiproiettile e ne insegnò l’uso durante le manifestazioni”, lei si renderà conto che da allora i corpi di sicurezza, dotati di più efficace protezione personale, hanno represso con violenza ancora maggiore la popolazione utilizzando armi mortali.
Perciò, dal momento che, come salvadoregno ed Arcivescovo dell’Archidiocesi di San Salvador, ho l’obbligo di vegliare perché regnino la fede e la giustizia nel mio Paese, le chiedo, se veramente vuole difendere i diritti dell’uomo, di:
-impedire che venga fornito questo aiuto militare al Governo salvadoregno;
-garantire che il suo governo non interverrà direttamente o indirettamente con pressioni militari, economiche e diplomatiche, nella determinazione del destino del popolo salvadoregno.
Stiamo vivendo nel nostro Paese momenti di gravi crisi economica, ma è indubbio che ogni giorno il popolo si organizza e si rende conto di essere responsabile del futuro de El Salvador e l’unico in grado di superare la crisi.
Sarebbe ingiusto e deplorevole che per l’intromissione di potenze straniere il popolo salvadoregno venisse frustrato e represso e le venisse impedito di decidere quale autonomia di tracciato economico e politico che deve seguire.
Significherebbe violare il diritto che il Vescovi latino-americano riuniti a Puebla hanno riconosciuto pubblicamente: “La legittima autodeterminazioni dei nostri popoli permette loro di organizzarsi secondo il proprio carattere e scegliere il cammino della propria storia, cooperando al nuovo ordine internazionale” (Puebla 505).
Spero che i suoi sentimenti religiosi e la sua sensibilità nella difesa dei diritti dell’uomo la muovano ad accettare la mia petizione, evitando ulteriori spargimenti di sangue in questo Paese che soffre tanto.
17 Febbraio 1980
Oscar A. Romero, Arcivescovo.
Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto

SCARICA IL LIBRO
La forza spirituale della parola di Monsignor Oscar Romero
di Pablo Richard
qui 
MISTERI D’ITALIA – Il ‘suicidio’ Tenco: il Clan dei Marsigliesi, Gladio, il golpe argentino, le Brigate Rosse, la P2..
Davvero un pasticciaccio.. Troppi misteri, troppe ambiguità intorno al caso Tenco. Da alcune parti, addirittura, si parla di ‘codici’ che Tenco (vero motivo del viaggio in Argentina) doveva portare in Italia da Buenos Aires. Di vero c’è che la destra italiana aveva il dente avvelenato con Tenco e che si preparava ad una aggressione, se non addiritttura ad un omicidio; fu il suo ‘accompagnatore’ pubblico, Marcello Frezza, funzionario dell’Rca e uomo di destra, a tenerlo al riparo da azioni violente (una volta bloccò un certo Di Luia con un solo cenno). Cosa ‘sapeva’ veramente Tenco di così pericoloso da indurre qualcuno ad eliminarlo? In quale gioco più grande di lui era caduto?
Ma.. ancora. C’è tutto il capitolo Dalida a gettare ombre pesanti sul ‘suicidio’ Tenco, lo scoprimento del corpo con le sue incongruenze (la pistola che avrebbe usato per suicidarsi non vista), il legame della cantante con l’ex marito Morisse che lei vede a Sanremo e con il quale si fa accompagnare all’aereoporto per tornare in Francia (vedi foto), altri particolari quale, tra i tanti, il taglio da lama vicino alla bocca di Luigi Tenco (vedi foto), le ecchimosi, la sabbia sul volto.. Aspettate! Qui viene la parte più ambigua: questo Morisse, oltre ex marito e scopritore di Dalida, cantante celebre all’epoca, era anche un affiliato al clan del Marsigliesi e il commissario Arrigo Molinari, che investigò sul ‘suicidio’, proveniva da Genova dove, in qualità di vice-questore, investigò proprio sui traffici dei Marsigliesi.. Ancora poco? Ultima chicca (che imbroglia, o getta luce?, ulteriormente le cose): il commissario Molinari era iscritto alla P2 col numero 767..
Le indagini sulla morte di Tenco si riaprirono nel 2005. Molinari non vi partecipò: era morto, assassinato mesi prima da un ladro nella sua abitazione. Già.
mauro
fonte immagini
_____________________________________________________________
Chi cercava di uccidere Tenco subito prima che morisse?
.

Luigi Tenco con Dalida – fonte immagine
Una tra le tante domande rimaste senza risposta … Quel Festival del 1967 e il mistero irrisolto sulla morte del cantante. Suicidio? Tesi improbabile, non provata
.
di Giulia Lanza
.
Quando si parla di Luigi Tenco è sempre impossibile ignorare la sua morte che, come un pugno allo stomaco, irrompeva come un imprevedibile e inatteso evento tra canzoni d’amore in gara, giornalisti curiosi , fotografi smaniosi , truccatori e fiori di quel Festival di Sanremo 1967. Che si affrettò ad archiviare ed a “ nascondere il fatto dietro il palcoscenico” per proseguire con la manifestazione canora. Senza interruzioni.
Nel 1967 le indagini furono frettolose e ambigue : niente guanto di paraffina, niente autopsia, un verbale di ricognizione sulla scena del crimine . praticamente inconsistente. Il fascicolo dell’epoca conta appena 12 pagine. Una grande confusione, un mare di contraddizioni, buchi e indagini al limite del grottesco. Un mistero che trascina con sé, ancora oggi, dubbi rimasti sospesi nell’aria, nonostante la Procura di Sanremo nel 2005 abbia riaperto l’inchiesta, riesumando la salma di Tenco. Le indagini si riaprirono grazie alla pressione di tre giornalisti, Aldo Fegatelli Colonna, Marco Buttazzi e Andrea Pomati, che nel tempo hanno svolto ricerche senza abbandonare mai la determinazione a fare chiarezza. L’inchiesta , chiusa nel 2006, ha confermato il suicidio. Il proiettile che uccise Tenco non fu mai ritrovato. Domande e dubbi degli studiosi del caso e dei testimoni di quella tragedia non hanno avuto risposta.
Come si può, per esempio, ignorare che un grande amico di Tenco, Paolo Dossena, lo storico discografico, continui a dichiarare ( anche di recente al mensile “Musica Leggera” – Giugno 2010) che il cantautore era minacciato di morte e per questo girava con una pistola ? Una strana coincidenza prima del suicidio? Sempre Dossena, in un’intervista a Sorrisi e Canzoni del 5 /2/ 2004, ricordando la tragedia, dichiarava “Andammo al bar del Casinò e Luigi ordinò un whisky. Io non volevo che bevesse, gli dissi di piantarla e presi il bicchiere cominciando a bere. Lui mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “Sei un amico che si mette tra me e il bicchiere. Ma sei così amico da metterti sulla traiettoria di una pallottola che parte da una pistola che mi spara?”. Dossena racconta anche di aver portato la macchina di Tenco a Sanremo perché il cantautore era partito in treno. Durante quel viaggio, nel cruscotto dell’auto, trova la pistola di Tenco “… Ma come , giri con una pistola in macchina? Ma sei pazzo?”. Lui mi disse che era la terza volta che cercavano di ucciderlo. L’ultima volta era successo poche settimane prima, a Santa Margherita Ligure due macchine lo avevano stretto e avevano cercato di spingerlo fuori strada. “E allora mi sono comprato una pistola. Ma non chiedermi chi ce l’ha con me, perché non ne ho idea. Non lo capisco” ” e a fine intervista Dossena aggiunge che di cose ne poteva raccontare tante.. “ Peccato che mai un poliziotto o un magistrato me le abbia chieste ”.
Gli aspetti chiari della tragedia sono pochi. Tenco e’ morto a Sanremo nel pieno della manifestazione, ucciso da un colpo di pistola alla tempia. L’arma ritrovata dalla polizia e’ la Ppk calibro 7.65 che apparteneva a Tenco. Viene trovato nella sua camera d’albergo, la 219 dell’Hotel Savoy, nella notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967, dopo la sua esibizione con Dalida della sua bella canzone “ Ciao amore ciao”. E’ proprio la cantante a ritrovarlo senza vita, quando verso le 2 rientra in albergo, dopo essere stata a cena con amici discografici , al ristorante Nostromo. Tenco non partecipa alla cena: amareggiato per l’esito della gara e l’eliminazione, vuole rientrare in albergo. Prima della sua esibizione, aveva bevuto e preso tranquillanti e/o antidolorifici, in quei giorni era in cura dal dentista. Quando la polizia interviene in albergo, porta frettolosamente il cadavere all’obitorio e da qui lo trasporta nuovamente nella camera del Savoy, per permettere ai cronisti di fotografarlo. E’ stato ritrovato un biglietto con poche e, ormai note, righe di protesta per l’esito della gara, un biglietto che verrà considerato la prova di un addio alla vita.
Il mistero. Contraddizioni e lati oscuri sono molti . Un giornalista esperto d’armi, tra i primi ad entrare nella camera della tragedia, e’ sicuro di aver visto una Beretta 22 e non la Ppk 7.65 del cantautore. Lo sparo in albergo non e’ stato sentito da nessuno, neanche dai vicini di camera. Dalida e Dossena, i primi a trovare il cadavere di Tenco, a primo impatto pensano a un malore, un incidente, non vedono quindi la pistola che – per forza di cose – doveva trovarsi vicino al cadavere. Il fratello Valentino, accorso subito dopo la tragedia, cerca invano l’addetto di turno alla reception per chiedere spiegazioni e ricostruire gli ultimi momenti di vita del fratello. Valentino Tenco e’ stato il primo a non credere al suicidio. L’arma del fratello, che gli viene riconsegnata dalla polizia, è perfettamente pulita, come se non avesse mai sparato. Il noto biglietto d’addio viene ritrovato in camera da Dalida, che lo tiene con sé fino all’arrivo della polizia, mentre al Savoy regnava già una gran confusione. Piero Vivarelli, amico di Tenco, raccontò che si trattava di un biglietto privato per lui e altri amici e, all’arrivo della polizia, visto l’accaduto, hanno ritenuto opportuno consegnarlo. Sembra certo che Lucien Morisse, ex marito di Dalida, quella sera fosse a Sanremo.
Il commissario Arrigo Molinari, che all’epoca guidò le indagini dichiarò in seguito che «sulla morte di Tenco e su tutto quello che è accaduto nelle ore successive alla scoperta del suo cadavere, non è stata ancora scritta tutta la verità». Ospite a Domenica In nel 2004 , Molinari parla dell’ipotesi che dietro quella tragedia ci sarebbe stato un giro di scommesse clandestine legato al Festival. Dice che fra gli anni ‘50 e ‘60 sarebbe esistito questo giro di scommesse sulle canzoni di Sanremo. Racconta che c’erano due obitori, uno per le morti naturali, l’altro per ospitare le vittime truffate al gioco, suicide. Secondo Molinari anche re Farouk d’Egitto scommise e perse un miliardo di lire. Dice anche che , dopo la morte di Tenco, Ugo Zatterin, allora presidente della Commissione selezionatrice di quel Festival, avrebbe insistito perché il Festival proseguisse. Queste pressioni, ha spiegato Molinari, “mi costrinsero a riportare il cadavere di Tenco dall’obitorio all’hotel, per mostrarlo a tutti e far capire che il Festival non poteva proseguire”. Arrigo Molinari comunque non ha potuto contribuire alla ricostruzione della vicenda, finalmente riaperta. . Quando le indagini si riaprirono nel 2005, Molinari era morto, assassinato mesi prima da un ladro , nella sua abitazione.
Aldo Fegatelli Colonna, autore di tre biografie su Tenco, amico del fratello Valentino , frequentò casa Tenco fino al 1997 : ha conosciuto la donna misteriosa di Tenco, Valeria ( le lettere di Tenco alla sua donna segreta furono pubblicate nel 1992 dal Secolo XIX ) e da queste rivelazioni con vari particolari, appuntamenti e progetti di vita, tutto si può desumere , tranne che nelle intenzioni di Tenco ci fosse il suicidio.
Da molti anni il gruppo “ Luigi Tenco 60’s -la verde isola- “ , con il suo sito internet e tramite Facebook , sostiene “ Le 5 prove dell’omicidio di Luigi Tenco, ridiamogli una dignità “ . Una battaglia, supportata da documenti, foto, ricostruzioni e analisi dettagliate, alla quale partecipano in migliaia, su internet, chiedendo la riapertura delle indagini. Nel 2009 il Dott. Sante Pisani, segretario politico del PDA ed il Dott. Domenico Scampeddu, responsabile Nazionale del dipartimento delle politiche abitative dell’ Udeur, inviano due esposti al Consiglio Superiore della Magistratura, all’On. Alfano, al Consiglio dei Ministri e al Cancelliere della Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, con le prove. L’esposto in versione integrale è disponibile alla pubblica lettura.
In sintesi le cinque prove sostenute dal gruppo “la verde isola” sono: 1) il guanto di paraffina sulla mano di Tenco non dimostra che abbia sparato. Per la positività del test devono risultare almeno 2 di 3 elementi chimici e la mano di Tenco ne riporta solo uno, che qualsiasi fumatore riporterebbe. La pistola di Tenco riconsegnata al fratello era pulita e oleata 2) Nelle foto scattate all’epoca, sotto i glutei di Tenco, non c’e’ la sua Ppk 7.65, ma una Beretta calibro 22 3) Foto a lungo inedite mostrano ferite lacero contuse sul volto di Tenco, come se fosse stato picchiato, non riportate sul referto ufficiale della polizia 4) la lettera d’addio riporta calchi come se fosse l’ultima pagina di una lunga denuncia. Si vedono le parole “già” e “gioco”- La firma e’ contraffatta 5 ) Foto che mostrano sul viso, sui pantaloni e sull’auto di Tenco tracce di sabbia : potrebbe quindi essere stato ucciso in spiaggia. Tutto il materiale e’ ben visibile sul sito (www.luigitenco60s.it )
Una cosa e’ certa: se Tenco morisse oggi, basterebbe un’unghia di tutta questa valanga d’indizi per scatenare un processo mediatico, sarebbe bastato sapere che un giovane cantautore di 29 anni gira con un’arma per difesa personale, impaurito da minacce di morte, e sulla tragedia si sarebbero costruite intere trasmissioni televisive , plastici della camera d’albergo con le varie, e assurde, posizioni del corpo e della pistola, sarebbero intervenuti periti, testimoni e opinionisti per discutere del caso, fino alla nausea. A Tenco sicuramente non sarebbe piaciuta quest’Italia di oggi , così diversa dagli anni sessanta quando non si guardava dal buco della serratura . Tenco sarebbe stato critico verso un certo tipo di giornalismo, al quale oggi siamo abituati . Ma questo giornalismo sicuramente sarebbe servito per pressare gli inquirenti a fare chiarezza e giustizia sulla sua morte.
.
01 marzo 2011
fonte: http://www.lamescolanza.com/TEMP=2011/032011/tenco_chi_cercava_di_ucciderlo=010311.htm
_____________________________________________________________
LA VERITA’ SU LUIGI TENCO?
.
di Giovanni Di Stefano
.

Luigi Tenco insieme al famoso compositore argentino Ben Molar, durante la conferenza stampa del nostro cantautore al “Cinzano Club” di Buenos Aires, nel dicembre 1965
Giovanni Di Stefano è stato legale di Saddam Hussein, Slobodan Milosevic ed ha ricevuto incarichi dall’amministrazione Bush
MESSICO – Giornalista antinarcos:« Il ministro dell’Interno mi vuole uccidere» / Il Dossier di Libera: Messico, guerra ai narcos
MESSICO
Giornalista antinarcos:« Il ministro dell’Interno mi vuole uccidere»
Anabel Hernàndez ha indagato su politica e clan
In Italia si mobilita Libera, 1600 lettere all’ambasciata
.
![]() |
| Anabel Hernandez (Afp) |
MILANO – Per difendersi da una minaccia di morte ha fatto la cosa che sa fare meglio. Scrivere. Ha preso carta e penna e ha condensato il suo terrore in poche righe, descrivendo modalità e addirittura mandanti della sua esecuzione. «Sin dalla settimana scorsa ho ricevuto informazioni affidabili sul fatto che l’attentato è stato organizzato da persone del ministero della Sicurezza pubblica federale». La denuncia è di Anabel Hernandez, una giornalista di Reporte Indigo. Una delle poche che in Messico hanno il coraggio di indagare sugli intrecci tra trafficanti di droga e potere politico. «L’obiettivo è la mia morte simulando un “incidente”, una “rapina” o un “tentativo di sequestro” come rappresaglia per il mio lavoro giornalistico che ho realizzato su Reporte Indigo, e per la pubblicazione del mio recente libro Los señores del Narco».
LA MOBILITAZIONE – In Messico dall’inizio dell’anno i morti ammazzati sono oltre 8.000. Nel 2009 sono stati 9.000. Dall’inizio della cosiddetta guerra al narcotraffico indetta dal presidente Calderon, i caduti da ambo le parti sono 25 mila, 65 i giornalisti. Ora la lettera di Anabel Hernandez sta facendo il giro del mondo, per erigere attorno alla donna lo scudo dell’opinione pubblica. In Italia se ne sta occupando Libera, che ha invitato le oltre 1600 associazioni iscritte alla sua galassia ad inviare al governo messicano e all’ambasciata in Italia la lettera della giornalista minacciata. «Bisogna dare un segnale forte – spiega Antonio Dall’Olio, coordinatore di Libera internazionale – abbiamo verificato attraverso nostre fonti le minacce di cui Anabel Hernandez ha parlato e purtroppo sono attendibili. Come lei, del resto, ci sono molti altri giornalisti in pericolo di vita. Uno per tutti Ricardo Ravelo, de El Progreso»
MINACCE – Nel suo libro Anabel Hernandez scava a fondo nei legami tra i cartelli del narcotraffico e i palazzi del potere messicano. Nella lettera aperta, che è alla base di una mobilitazione internazionale, non fa esplicitamente il nome del segretario alla sicurezza Genaro Garcia Luna. Ma come ha raccontato il Latin AmericanHerald Tribune, in un incontro pubblico davanti a 200 persone ha esplicitamente fatto il suo nome come mandante della minaccia.
.

Interrogatorio di narcostrafficanti, fonte immagine
.
Antonio Castaldo
12 dicembre 2010(ultima modifica: 13 dicembre 2010)
_____________________________________________________________
Dossier: Messico, guerra ai narcos
.

E’ la guerra più cruenta e sanguinosa del nostro tempo. Una violenza dilagante che interpella anche le nostre coscienze. Consapevoli che anche in questo caso il nostro silenzio sarebbe connivenza, complicità inerte, colpevole inadempienza, abbiamo deciso di prendere la parola e di urlare il dolore di un popolo.
Abbiamo scelto di raccontare ciò che sta avvenendo nelle strade di Mexico City e Ciudad Juarez, negli Stati di Michoacan, Oaxaca, Tamaulipas e in tutto il territorio del Messico. Ma non solo del Messico. La strage quotidiana, la lunga scia di crudeltà che accompagna la storia recente del Messico, ci riguarda tutti. I suoi effetti condizionano pesantemente non solo la vita, l’economia, l’informazione, la politica del Paese americano, ma anche gli USA, l’Europa, l’intera America Latina. Familiarizzare con le cifre dell’eccidio, con i nomi dei cartelli dei narcotrafficanti e con la memoria delle vittime, diventa per noi impegno di giustizia e di responsabilità. Per queste ragioni abbiamo ritenuto di raccogliere in un dossier le informazioni necessarie per dare una ragione alle nostre domande. Una debacle umanitaria che non risparmia più nessuno. Alcuni lo definiscono narcoterrorismo! La “guerra al narcotraffico” è diventata una vera e propria guerra civile (o incivile come tutte le guerre!). Una guerra che non ha ampliato il fine originario del contrasto ai responsabili del traffico di droga e oggi non risparmia più alcun colpo e nessun obiettivo. I cartelli della droga e gli amministratori corrotti rimangono ancora gli attori principali e i primi destinatari di lucrosi profitti il cui bilancio supera quello delle multinazionali. Riprendendo le parole di una delle autrici del reportage, il Messico e i messicani sono ben lontani dal vedere una «soluzione pacifica a tanto dolore».
Di fronte a tutto questo, la comunità internazionale sembra silenziosa, indifferente, inefficace mentre la cocaina invade anche le nostre strade e continua a mietere vittime in ogni angolo del pianeta. Per nulla inerte invece sono le mafie nostrane che che vedono crescere i proprio patrimoni grazie al traffico e allo spaccio non solo nel nostro Paese ma in giro per il mondo. Abbiamo sete di segni di speranza e li stiamo cercando perché siamo coscienti che la stragrande maggioranza della popolazione messicana è composta da gente onesta. Perché abbiamo conosciuto associazioni, giornalisti, preti, magistrati, insegnanti… che non solo non ci stanno a sopportare questa situazione, vogliono scrollarsi di dosso questo giogo pesante. Non si rassegnano e offrono quotidianamente competenze, energie e tempo per diffondere un’altra cultura che non sia quella della violenza e del malaffare. Sono i testimoni autentici di un Messico che vuole cambiare. Vuole voltare pagina offrendo altri modelli rispetto a quello del “narco” potente e ricco che proviene dalle periferie emarginate e povere.
Abbiamo incontrato vite ferite, orfani di madri e di amici, di colleghi e di figli e ne vogliono onorare la memoria con un impegno coerente e responsabile. Questo dossier vuole farsi eco e speranza di queste stesse speranze per trasformarle in progetto. La solidarietà internazionale è un contributo essenziale non solo perché nessuno si senta solo nel cammino di liberazione e riscatto, ma anche per dare forza all’impegno civile di chi, dicendo no alla violenza, alla corruzione e al guadagno illecito, vuole provare a costruire un altro futuro per il Messico e per noi.
Indice
1. Introduzione
2. Prefazione: L’infiltrazione del male di Cynthia Rodriguez
3. “Siamo in guerra e ci sono danni collaterali” di Renato Forte
4. Il confine con glia U.S.A. E “Los Zetas” di Renato Forte
5. La mappa dei cartelli di Piero Innocenti
6. Il Plan Merida di Adriana Rossi
7. Giornalisti in Messico: “Se informi, muori” di José Gil Olmos
8. Sequestro di beni mafiosi di Renato Forte
9. La società civile: vittima o complice? di Renato Forte
10. Armi, politica e moti popolari di Renato Forte
11. Gli effetti della guerra messicana di Marcela Turati
Scarica il dossier “MESSICO, LA GUERRA DEI NARCOS” (131.16 KB)
.
fonte: http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3777
…
APPELLO URGENTE!! – Salvare i colibrì di Trieste per salvare l’Amazzonia
I colibrì di Trieste
.

fonte immagine
.
dal blog di Beppe Grillo
.
“Caro Beppe, il destino dell’Amazzonia nelle mani di 80 “colibrì triestini” e del ministro Prestigiacomo. La comunità scientifica afferma che se i colibrì triestini moriranno o saranno trasferiti dal Centro colibrì di Trieste le foreste amazzoniche si trasformeranno a breve in un deserto. Il Governo della Colombia scrive alla Prestigiacomo e al G8 dell’Ambiente, e le Università di Bonn, Camerino, Udine, Boyaca e Guayaquil sottoscrivono: “Le biodiversità dell’Amazzonia rischiano di sparire non tanto per la deforestazione o il riscaldamento globale ma per la progressiva estinzione delle specie di colibrì da cui dipende la sopravvivenza delle nostre foreste”. I colibrì sono gli impollinatori dell’85% degli alberi del Sud America.
La Presidenza della Repubblica dell’Ecuador ha scritto al Quirinale per sostenere i colibrì triestini e si appella alla comunità internazionale e al signor Beppe Grillo (cittadino onorario dell’Ecuador in quanto “paladino dei colibrì honoris causa”) per salvare i colibrì. Il colibrì è un uccello incredibile: vola a 100km/h in retromarcia, pesa quanto una sigaretta, muove le ali più di 80 volte al secondo, il suo cuore batte 1.260 volte al minuto e mangia un “carburante” speciale: il nettare dei fiori!
L’istituzione scientifica “Centro colibrì di Trieste” è l’unica istituzione del mondo ad ospitare le ultime coppie da riproduzione di colibrì ex-situ che sono state donate dal Sud America al Governo Italiano. Dagli studi su questi colibrì si riuscirà ad allevarli anche in natura, reintroducendoli e preservandoli dall’estinzione. Unico modo per salvare l’Amazzonia, legata alla loro attività impollinatrice. Il Centro sopravvive grazie a 10 scienziati che lavorano da anni senza paga e a tempo pieno e che stanno sacrificando persino il loro patrimonio personale pur di evitare una strage.
Pochi giorni fa il ministro Prestigiacomo ha dichiarato: “Basta, non daremo più un soldo per quegli uccelli!” condannando i colibrì a morte certa o ad un trasferimento che sarà comunque LETALE per questi delicatissimi animali! Ma il ministero dell’Ambiente, per mano del Corpo Forestale, ha trovato anche un modo per zittire scienziati, giornalisti e creditori impazienti: da pochi giorni ha messo sotto sequestro l’intera struttura sita nel Parco Demaniale del Castello di Miramare (con i ricercatori chiusi all’interno per mantenere in vita gli ecosistemi). Così se la Polizia Forestale tenterà uno spericolato trasferimento, con i colibrì che appena catturati gli moriranno nelle mani, non ci potrà essere nessun giornalista a testimoniarlo. Nemmeno Le Iene e la CNN potranno più entrare a documentare la loro cattura e la morte.
Oltre al danno la beffa: l’Istituzione scientifica Centro colibrì che da anni chiede una Convenzione per poter sopravvivere, viene ora messa sotto sequestro dalla Forestale proprio perché non ha questa Convenzione, ma “solo” documenti di Ministri della Repubblica e quindi è “abusiva” (nonostante un Decreto Ministeriale che la riconosce Istituzione Scientifica!). C’è un modo per salvare il Centro colibrì di Trieste, l’Amazzonia e gli 80 colibrì: chiedere al ministro Prestigiacomo di cambiare idea, di chiedere alle Direzioni Generali del suo ministero di ratificare una Convenzione con il Centro triestino o di proporre un Decreto Legge. Chiediamole di non permettere che la Polizia Forestale cerchi di trasferirli condannandoli così a morte lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.”
Invia una mail al ministro Prestigiacomo per il “Centro colibrì“.
.

DICEMBRE 2010 – EMERGENZA COLIBRI’
SALVIAMOLI DALLA MORTE ! ! !
( click here for the english version )

.
![]() |
Le sorti e il destino dell’Amazzonia nelle mani di 80 colibrì triestini e del Ministro Prestigiacomo che vuole ucciderli deportandoli altrove |
![]() |
.
[ Approfondimenti ] – [ Unisciti a noi su FaceBook ] – [ DONAZIONE ]
.
fonte: http://www.centrocolibri.com/cms/index.php
…
Mier, cittadina fantasma per la narco-guerra messicana
Violencia en México deja 25 muertos en ciudad Mier
Un nuevo hecho de violencia se registró en Tamaulipas, al norte de México, al menos 25 personas murieron y tres más resultaron heridas en enfrentamientos entre el ejercito y un grupo de hombres armados. teleSUR
http://multimedia.telesurtv.net/3/9/2…
_______________________________________
2/12/2010 – Ripreso dal blog ¡¡¡Despierta Tamaulipas!!!
Mier, cittadina fantasma per la narco-guerra messicana
.
TRADOTTO DA GAIA RESTA
.
Chi non crede che questa sia davvero una guerra, in questi giorni dovrebbe andare a farsi un giro nella città di Mier, nella stato messicano di Tamaulipas. Non gli rimarranno dubbi. La cosiddetta “Atene di Tamaulipas” è diventata una città fantasma: i suoi abitanti hanno iniziato un esodo, portandosi dietro i pochi averi loro rimasti.
La bella architettura novecentesca, silenziosa testimone della storia di Tamaulipas, oggi è corrosa dai proiettili. Non è affatto raro trovare tracce di mitraglia su obelischi, ville e piazzette.
Mier era diventata il centro della guerra fratricida, combattuta strada per strada, tra il cartello del Golfo e Los Zetas nella cosiddetta “frontera chica”, una regione instabile che si estende da Reynosa a Nuevo Laredo. Quelli del Golfo sono riusciti a riconquistare la città di Miguel Alemán e negli ultimi mesi hanno posto al centro della lotta armata Mier e Guerriero, i bastioni che Los Zetas difendono a ferro e fuoco. È l’anticamera per arrivare a Nuevo Laredo, il gioiello della corona al centro degli incroci internazionali del Paese.
È così che Mier, paesone magico, antico, nostalgico, di lavoratori umili, è diventato preda di gruppi criminali organizzati i cui traffici muovono miliardi di dollari.
Per questo per le strade di Mier ci sono molte ceneri. Vestigia di battaglie passate. I resti carbonizzati dei camioncini ultimo modello sono già parte del paesaggio. Durante qualche scontro sono stati colpiti dalle granate, incendiati e lasciati bruciare. Nessuno si è preoccupato di portarli via o di pulire. Sono rimasti qui. Come spazzatura. Usa e getta, come un po’ tutto in guerra.
Case ridotte in cenere come bollette fatte pagare con la forza. Quando le carte non hanno valore. Se devi pagare, paghi. Gli abitanti di Mier assicurano che molte case sono state bruciate per il solo sospetto che alcuni abitanti lavorassero per uno dei cartelli.
Gli abitanti della città ne hanno avuto abbastanza e hanno deciso di lasciare la città, portando con sé quel poco che gli rimane. Non sanno quando torneranno, se lo faranno un giorno.
“Oggi ho visto sulla strada più di 12 camioncini carichi di mobili”, dice un uomo originario di Mier. “Oggi il distributore della Bimbo [azienda messicana produttrice di pane] ha rifornito solo un negozio”.
La gente ha chiuso le proprie attività per andarsene. Solo una manciata di abitanti occupano ancora le loro proprietà.
L’esercito ha offerto sostegno, proteggendo quanti ritornano a Mier per ultimare il trasloco e andare altrove. Per un nuovo inizio. Dove ci sia qualche parente o, naturalmente, ovunque possibile.
Nella vicina città di Miguel Alemán è stato realizzato un ricovero dove si sono rifugiati già 300 cittadini di Mier. Altre città, tra cui Camargo, hanno cominciato a inviare loro cibo.
“Al rifugio stiamo operando come l’esercito ci ha insegnato durante l’uragano Alex”, ha dichiarato al quotidiano texano The Monitor il sindaco di Miguel Alemán Servando López Moreno. “Diamo sostegno e assistenza a questa gente. Fuggono da problemi che non possiamo risolvere.”
Sembra un programma di evacuazione prima di un imminente disastro naturale. Ma questo è un fenomeno di un altro tipo. Si tratta di disastro naturale proprio dell’uomo. È l’uragano “vendetta” a causa del quale oggi molte persone della regione vivono alla giornata al servizio dei cartelli. Si svegliano con il solo scopo di uccidere il rivale.
Questo è lunedì, quando Mier ha visto sorgere l’alba tra il rumore delle scariche di mitraglia. La guerriglia è iniziata a Mier e si è conclusa nella vicina città di Los Guerra.
In giro ci sono anche dei video di circa mezz’ora con l’audio degli scontri. Si sentono decine di armi di diverso calibro, granate e raffiche fino a esaurire il caricatore. Non lasciano alcun dubbio. Nemmeno i galli si scompongono davanti al rumore assordante delle armi. Nel video cantano con lo stesso vigore di sempre.
La sensazione diffusa è che la situazione di Mier non si concluderà presto. Su “El Chilito”, portale di notizie sulla frontera chica, vengono riportati consigli per gli esuli su come trovare lavoro a Miguel Alemán e per far riprendere gli studi ai bambini sfollati facendoli seguire dai loro docenti, anch’essi esuli.
Mier chiede a gran voce aiuto e attenzione, come molti piccoli paesi e città di Tamaulipas che si trovano in situazioni simili. Guerrero, San Fernando, Mante, Camargo, Valle Hermoso, e molti altri vivono la loro tragedia con un bavaglio sulla bocca. La stampa ufficiale non ne parla e le voci dei cittadini non sempre trovano risonanza nelle reti sociali.
A Mier ci sono le prove di cos’è una guerra, in caso qualche scettico volesse farci un salto….
———————————-
Testo originale: Ciudad Mier: Éxodo, Desplazados, Cenizas Y Guerra, ripreso dal blog ¡¡¡Despierta Tamaulipas!!!
.
…
Cile: 33 donne scendono in una miniera abbandonata per difendere il lavoro
Un vecchio giacimento di carbone ora trasformato in attrazione turistica
Cile: 33 donne scendono in una miniera abbandonata per difendere il lavoro
The women want the goverment to take notice of them – fonte immagineMinacciano lo sciopero della fame per l’occupazione delle zone colpite dal terremoto di febbraio
.
![]() |
| L’ingresso della miniera Chiflón del diablo |
SANTIAGO – Sono 33, come i minatori salvati in ottobre dalla miniera di San José. Solo che questa volta sono donne e si sono calate volontariamente all’interno di una miniera abbandonata . Minacciano uno sciopero della fame per difendere i posti di lavoro delle zone del Cile colpite dal terremoto e dallo tsunami lo scorso 27 febbraio. Le 33 donne sono scese a 500 metri di profondità nella miniera Chiflón del diablo, nei pressi di Lota, a circa 500 chilometri a sud di Santiago. Si tratta di una vecchia miniera di carbone, trasformata in un sito turistico, con le gallerie aperte ai visitatori. Il gruppo afferma di rappresentare più di 12 mila persone nel centro-sud del Cile che chiedono di lanciare un piano urgente per l’occupazione nel bilancio 2011. «Abbiamo fatto diversi tentativi, ma il governo non ci ha ascoltati, allora abbiamo deciso di ricorrere a questa misura», ha dichiarato Brigida Lara, portavoce del gruppo in superficie, citata dal quotidiano Tercera.
.
Redazione online
17 novembre 2010
…
Morto Massera, l’ammiraglio spietato che guidò la repressione in Argentina / In Societate Ausilium. L’asse italo-argentino-uruguaiano della P2
Morto Massera, l’ammiraglio spietato che guidò la repressione in Argentina
.

.
Aveva 85 anni ed era uno dei membri del regime militare che guidò il Paese fino all’83. Guidava la famigerata scuola della marina nella quale vennero toprturate e fatte scomparire migliaia di persone. Incriminato anche per il sequestro dei figli dei desaparecidos
La giunta militare dopo il golpe in Argentina del ’76
.
BUENOS AIRES – È morto a Buenos Aires l’ex ammiraglio della marina Emilio Eduardo Massera, uno dei membri della giunta militare che rovesciò Isabelita Peron e guidò l’ultima dittatura in Argentina, dal 1976 al 1983, insieme a Jorge Rafael Videla, Leopoldo Galtieri e Orlando Ramón Agosti. Lo ha reso noto l’agenzia Telam, precisando che Massera, che aveva 85 anni, è morto a causa di un ictus presso l’Hospital Naval della capitale. Già nel 2003 era stato colpito da un’emorragia cerebrale che non gli aveva permesso di essere presente in tribunale dove doveva rispondere all’accusa di crimini contro l’umanità.
Massera era infatti considerato uno dei simboli della repressione in Argentina. Come comandante in capo della Marina fino al settembre 1978, Massera era direttamente responsabile della scuola di meccanica della marina (Esma) dove, durante la dittatura, circa 4mila persone furono torturate e uccise sommariamente; alcune furono gettate vive in mare dagli aerei.
Nel 1985 fu condannato per violazione dei diritti umani ma, come i suoi colleghi, fu graziato nel 1990 dal presidente Menem. Nel 1998 fu però incriminato per il sequestro di centinaia di bambini, figli dei desaparecidos massacrati negli anni del regime. In Italia era sotto processo in contumacia, accusato di concorso, aggravato dalla crudeltà, nella morte di tre cittadini di origine italiana, Giovanni e Susanna Pegoraro e Angela Maria Aieta, avvenute tra il 1976 e il 1977, durante il regime militare. Il suo nome figurava fa i membri della loggia P2.
.
08 novembre 2010
fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/08/news/argentina_massera-8899954/?rss
_____________________________________________________________
In Societate Ausilium. L’asse italo-argentino-uruguaiano della P2
.
.
martedì 3 marzo 2009, di Giuseppe Tramontana
.
Toh, chi si rivede, Massera!
La notizia è passata quasi in sordina. Come tutto ciò anche non risulta strettamente attinente alla crisi economica (che, si sottolinea sempre, è a livello mondiale e quindi il nostro governo non ha nessuna colpa), all’immigrazione o all’ordine pubblico (problemi, questi ultime, in buona misura presentati come coincidenti, se addirittura non connessi). Eppure, come si diceva, una piccola riflessione, questa notizia la meriterebbe. Soprattutto al giorno d’oggi, nell’attuale congiuntura politica italiana. Il 5 febbraio scorso le agenzie di stampa hanno battuto una notizia finalmente degna di un paese democratico: l’ammiraglio argentino Emilio Eduardo Massera può essere processato e quindi non può sottrarsi alla giustizia italiana che ha aperto un’inchiesta a suo carico per la morte di tre desaparecidos di origine italiana: Angela Maria Aieta, calabrese, e Giovanni e Susanna Pegoraro, padre e figlia, di Galliera Veneta. La prima sequestrata il 5 agosto 1976, i secondi il 18 giugno 1977. Tra l’altro, Susanna, che all’epoca aveva appena ventidue anni, era incinta. Venne fatta partorire, il bambino venne affidato alla famiglia di un militare e lei venne uccisa. E’ la prima volta, nella storia del nostro Paese, che lo Stato si costituisce parte civile insieme ai parenti delle vittime. Massera – si legge nei verbali processuali – è imputato per aver “cagionato la loro morte, dopo averne disposto od operato il sequestro, e dopo averli sottoposto a tortura. Con le aggravanti di aver commesso i fatti con premeditazione ed adoperato sevizie ed agendo con crudeltà verso le persone”. Già, nel marzo 2007, cinque ufficiali co-imputati con Massera – Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raul Vildoza, Antonio Vanek ed Hector Antonio Febres – sono stati condannati dalla seconda Corte di assise di Roma con altrettanti ergastoli. Ma Massera non è un ufficiale qualunque. Il 24 marzo 1976, assieme a Jorge Rafael Videla per l’Esercito e Orlando Ramon Agosti per l’Aeronautica, attuò il colpo di stato che rovesciò Isabelita Peron e instaurò la dittatura che per sette anni fece piombare l’Argentina nel baratro della brutalità e della devastazione. Ma, soprattutto, nell’Inferno dei desaparecidos. All’epoca, Massera era ammiraglio e Capo di Stato Maggiore della marina militare. “Lo stesso giorno – ricorda Marcos Novaro – furono diramati gli obiettivi del regime e il regolamento di giunta, Potere esecutivo (PEN, Poder Ejecutivo Nacional) e Commissione di consulenza legislativa (CAL, Comisiòn de Asesoramiento Legislativo), cioè dei suoi tre organi chiave, più lo Statuto per il processo di riorganizzazione nazionale, a completamento di una complessa architettura istituzionale. Il 29 marzo, poi, Videla divenne capo del governo e furono nominati i membri della CAL nel numero di tre per ogni Arma. In pochi giorni il governo era operativo, a conferma dell’elevato grado di pianificazione e coordinamento che l’aveva preceduto e del profilo istituzionale che i militari intendevano dare al regime; il che era coerente con il carattere strategico e di lungo periodo che gli assegnavano e con il principio che i diversi rami delle Forze armate ne condividessero le responsabilità.” [1] E sempre lo stesso giorno la Escuela de Mecanica de la Armada (più nota con il triste acronimo di ESMA) cominciò a funzionare come centro di detenzione e tortura. La ESMA, ubicata nella zona nord di Buenos Aires, nel quartiere Nunez, Avenida Libertador, 8200, dipendeva direttamente dall’ammiraglio Massera, che l’aveva pensata, voluta e attrezzata a questi fini. Ma chi ci andava a finire all’ESMA? E, soprattutto, come ci andava a finire? Nella prefazione al libro Il volo di Horacio Verbitsky, Claudio Tognonato descrive in questi termini la situazione venutasi a creare subito dopo il golpe: “Il 24 marzo 1976 il potere passò ai militari senza nessun incidente. Vennero sospese le attività dei partiti politici e dei sindacati, ma si fece sapere che queste erano misure transitorie e che la giunta militare aveva come obiettivo il rafforzamento della struttura democratica del Paese. Gli argentini avrebbero dovuto abituarsi a questo paradosso. Debole, quasi formale, comunque attendista, fu la reazione internazionale. Sembrava evidente che Videla non era Pinochet così come Isabel Peron non era Salvador Allende. (…) La Giunta militare volle eliminare tutti i suoi nemici senza che si diffondesse la coscienza di tale annientamento. Fu inventata una strategia rivoluzionaria: niente arresti di massa, niente carceri, niente fucilazioni né assassini clamorosi come quelli della Triplice A. Gli oppositori sarebbero stati sequestrati da gruppi non identificati, caricati su vetture senza targa e fatti scomparire. Ebbe così inizio, lentamente, il più grande genocidio della storia argentina.” [2] La gente veniva prelevata sui posti di lavoro, mentre faceva sport, a casa, magari mentre accudiva un figlioletto di pochi mesi. Un commando faceva irruzione nell’abitazione, metteva tutto a soqquadro, picchiava, brutalizzava, ammanettava, incappucciava il ricercato e poi lo trascinava via. Davanti agli occhi terrorizzati dei famigliari, dei bambini, della moglie, dei genitori. Il resto del gruppo restava per depredare, rubare il rubabile, a volte facendo intervenire dei camion per servirsi meglio: era bottino di guerra, per loro. Nella relazione finale della Conadep, la Commissione istituita dopo la dittatura per far luce sulle sparizioni e titolata Nunca mas (Mai più, dalle parole conclusive della requisitoria del Pubblico Ministero Julio Cesar Strassera) è scritto che “le operazioni di sequestro avevano luogo di notte inoltrata o all’alba, generalmente negli ultimi giorni della settimana, per disporre così di un certo tempo prima che i familiari potessero prendere qualche iniziativa. Normalmente una patota, gruppo formato da cinque o sei persone, irrompeva nella casa. I membri della patota erano sempre provvisti di un voluminoso arsenale, sproporzionato rispetto alla supposta pericolosità delle vittime. Con armi corte e lunghe minacciavano le vittime, i loro familiari e i vicini di casa. L’intimidazione ed il terrore avevano come scopo non solo di bloccare le vittime dell’aggressione, ma anche di ottenere un atteggiamento passivo da parte dei vicini. (…) Le patotas portavano a termine le operazioni a viso scoperto, sia nella capitale federale, che nei grandi centri urbani, poiché il loro anonimato era garantito da milioni di facce della città. Nelle province, dove sarebbe stato più facile identificarli, dato che qualche sequestratore avrebbe potuto essere un vicino di casa della vittima, dovevano nascondersi i volti. Si presentavano, quindi, indossando passamontagna, cappucci, parrucche, baffi finti, occhiali, ecc..” [3]. La gente veniva picchiata selvaggiamente già lì, sul posto, prima di essere trascinata via. Se c’erano dei bambini, meglio. Anche loro, tra pianti e terrore, venivano costretti ad assistere alle sevizie cui erano sottoposti il padre, la madre, i parenti. Poi, le vittime, venivano incappucciate, caricate sul fondo di un furgoncino o, più semplicemente, nel bagagliaio dell’auto del commando e portati in uno dei 340 centri clandestini di detenzione (CCD) presenti in tutto il Paese. Sparivano così. Spesso non si sarebbero più avute notizie di loro. Per i famigliari iniziava la peregrinazione tra uffici e caserme. Nella disperazione, con la paura che accadesse l’irreparabile. Per i prigionieri, invece, cominciavano le torture. “In quasi tutte le denunce ricevute dalla Commissione – si legge nella relazione del Conadep – risultano atti di tortura. La tortura fu un elemento importante della metodologia impiegata. I Ccd furono pensati, tra l’alto, per potere praticare impunemente la tortura. L’esistenza e l’estensione delle pratiche di tortura impressionano per l’immaginazione usata, per la personalità degli esecutori e di coloro che l’hanno approvata, usandola come metodo. Alla tortura fisica che veniva praticata fin dal primo momento, si aggiungeva la tortura psicologica che continuava durante tutta la prigionia, anche dopo la sospensione degli interrogatori e dei tormenti corporei. A tutto questo si aggiungevano vessazioni e bassezze illimitate.” [4] Degne di un campo di concentramento nazista, verrebbe da dire. Così come molti dei profili di “uomini normali” degli aguzzini assomigliano in maniera impressionante al ritratto di Adolf Eichmann consegnatoci da Hannah Arendt ne La banalità del male o ai componenti del famigerato Battaglione 101 nel bellissimo saggio di Christopher Browning, Uomini comuni. I sequestrati prima venivano rinchiusi tutti insieme in una cella, la leoneira, catene ai polsi ed alle caviglie. Poi, a turno, venivano prelevati per essere interrogati. E torturati, soprattutto. Torture. Torture a più non posso, senza tregua e pietà, dando fondo alle più macabre e orripilanti depravazioni che mente umana (diciamo) possa elucubrare. E giù scariche elettriche ad alto voltaggio, specialmente nelle parti delicate del corpo, ai genitali, ai capezzoli, alle orecchie, alle gengive, grazie all’utilizzazione di una versione elettrica della picana, il tradizionale bastone lungo e sottile con la punta di ferro, usato in Argentina e Uruguay per pungolare il bestiame verso il mattatoio. E ancora ustioni alle ferite tramite sigarette o piccoli lanciafiamme muniti di fiamma lunga almeno una trentina di centimetri. E poi, senza sosta, rottura di alcune ossa del corpo, in genere piedi o mani, ferimento dei piedi con spille o oggetti appuntiti e pestaggi a sangue, a volte con sacchetti di sabbia o con tubi di gomma flessibile per non lasciare tracce. Ma si faceva anche altro: immergere le facce delle vittime negli escrementi, a volte fino al soffocamento, appenderli a testa in giù per un tempo indefinito, anche per giornate intere, fin quando le giunture del corpo non cedevano. E naturalmente stupri sulle donne e pestaggi, umiliazioni, insulti, davanti ai parenti, al marito, al padre, nel caso fossero prigionieri anch’essi, tutti legati, imbavagliati ed obbligati ad assistere. Coloro che erano sospettati di appartenenza a sindacati, organizzazioni politiche di sinistra, peronisti, cattolici impegnati nel sociale, magari studenti che avevano l’unica colpa di andare nelle baraccopoli di Baires o Cordoba a insegnare ai bambini a leggere e scrivere, venivano in poco tempo giustiziati. Accadde questo, tra il 13 ed il 14 maggio 1976, anche alle catechiste Maria Esther Lorusso, Monica Quinteiro, Maria Marta Vazquez Ocampo, Monica Candelara Mignone e Beatriz Carbonell. Insieme a loro vennero sequestrati Cesar Amadeo Lugones, marito della Ocampo, la quale era anche in stato di gravidanza, e Horacio Perez Weiss, coniuge della Carbonell. Erano tutti impegnati a sostenere i bambini e la povera gente della baraccopoli di Bajo Flores. Qualche paio di scarpe, qualche lezione di aritmetica o grammatica, un quaderno per i bambini ogni tanto. Niente di più. Ma ciò bastò per etichettarli come sovversivi, agli occhi dei militari. E come sovversivi furono anche trattati i sacerdoti che predicavano il vangelo nei posti più malfamati, ai poveracci infelici e miseri delle bidonvilles, i gesuiti Orlando Virgilio Yorio e Francisco Jalics, sequestrati il 23 maggio 1976, e successivamente liberati, ma sicuramente non per intercessione delle alte gerarchie ecclesiastiche argentine. Ad esempio, riferendosi al rapimento di padre Yorio, il fondatore del Centro di studi legali e sociali, nonché padre della desaparecida Monica Candelara Mignone, Emilio Fermin Mignone, dichiarò: “Una settimana prima dell’arresto, l’arcivescovo Aramburu gli aveva ritirato le autorizzazioni ministeriali, senza giustificazione né spiegazione. Da alcune frasi udite più d’una volta da Yorio durante la sua prigionia, risulta chiaro che la Marina interpretò tale decisione e, verosimilmente, alcune esternazioni critiche del suo provinciale gesuita, Jorge Bergoglio, come un’autorizzazione a procedere contro di lui. Senza ombra di dubbio i militari avevano avvertito i due prelati della sua supposta pericolosità. Cosa dirà la storia di questi pastori che consegnarono le loro pecore al nemico senza difenderle né salvarle!” [5] Cosa dirà la storia? Venticinque anni dopo, nel febbraio 2001, Giovanni Paolo II fece dell’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio il decimo cardinale nella storia argentina, e nel 2005 lo stesso Bergoglio fu il candidato che contese fino all’ultimo voto a Joseph Ratzinger la successione al soglio pontificio. Nel novembre dello stesso anno 2005 fu eletto anche Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, carica che ricopre tuttora. La junta predispose una lista di almeno 50.000 persone da eliminare. Non ci fu il tempo. Ma almeno 30.0000 riuscì ad ucciderli. Di questi almeno 3.000vennero narcotizzati e gettati vivi nell’Atlantico, mediante i famigerati voli della morte (vuelos de la muerte), sui quali, peraltro, con il suo humor sopraffino, ha recentemente ironizzato il nostro Presidente del Consiglio. E c’è da giurare che lui sa bene come andavano le cose all’epoca, vista l’amicizia con il benemerito ammiraglio Massera. Ma di questo si parlerà appresso. Intanto fuori dai centri clandestini, le madri, i parenti si dannavano l’anima per avere notizie da autorità e Chiesa sorde a qualsiasi supplica e sofferenza. Italo Moretti, inviato per anni della RAI in Argentina, racconta il suo incontro con una di queste madri, Angela Boitano, detta Lita, nata a Baires da genitori veneti, di Oderzo, Treviso, e rappresentante dei Familiares de desaparecidos y detenidos por razones politicas. Gli squadroni gli rapirono i suoi due figli, Michelangelo e Adriana. “Adriana viene al mondo nel 1952 – racconta Lita -, Michelangelo nel 1956. Tutti e due frequentano la Cristoforo Colombo, una scuola privata dove si insegna anche la lingua italiana. Sono bravi, vincono come premio un viaggio in Italia. Nel 1968 muore mio marito (figlio di genitori liguri, di Chiavari, n.d.a.). A marzo del 1976, Adriana si sta laureando in Lettere. Michelangelo è studente della facoltà di Architettura e lavoratore alla Techint, una delle più importanti industrie italiane. Adriana e Michelangelo militano nella Gioventù universitaria peronista. Michelangelo scompare il 29 maggio 1976, un sabato. Vado al commissariato della polizia federale per sporgere denuncia. Sono cattolica e praticante, mi accompagna il nostro parroco ma non serve che egli parli bene di Michelangelo. Il cappellano della polizia interrompe il parroco rivolgendosi a me: ‘Signora’, mi dice, ‘non ho dubbi, suo figlio starà da qualche parte con una ragazza’. Insieme con altri famigliari di scomparsi sono ricevuta da monsignore Emilio Teodoro Grasselli, il segretario particolare dell’arcivescovo Adolfo Servando Tortolo, presidente della Conferenza episcopale e capo dei cappellani militari. Il monsignore mi mostra due registri, uno dei ‘vivi’ e l’altro dei ‘morti’. ‘Se il nome di suo figlio non compare in nessuno dei due libri’, sentenzia monsignor Grasselli, ‘allora smetta di cercare suo figlio, se lo dimentichi’. E Michelangelo non figurava né tra gli scoparsi vivi né tra quelli morti. Nel gennaio 1977 decido di ricorrere alla magistratura, senza ottenere una risposta. Il 24 aprile – continua Lita Boitano – è una domenica, io e Adriana usciamo dalla chiesa di Nostra Signora di Buenos Aires, dopo la messa. Tutt’a un tratto, due uomini afferrano da dietro mia figlia e la ficcano in una macchina che parte velocissima, seguita da un’altra. Busso alla porta di vescovi, chiedo aiuto a un cugino, ufficiale della marina. Con l’ambasciata italiana nemmeno ci provo. Secondo Enrico Carrara, l’ambasciatore, ‘i pochi italiani prigionieri dei militari sono stati tutti liberati’. A quel punto abbandono il lavoro, entro nell’Associazione dei familiares e mi dedico interamente alla ricerca dei ragazzi scomparsi, dei miei due e di tutti gli altri.” [6] In una intervista, rilasciata il 25 agosto 1998 a due giornalisti-scrittori argentini, Maria Seoane e Vicente Muleiro, il capo delle macellerie clandestine, il generale Jorge Rafael Videla, confessò: “No, non potevamo fucilarli. Mettiamo che fossero stati cinquemila. La società argentina non avrebbe sopportato lo stillicidio delle fucilazioni: ieri due a Buenos Aires, oggi sei a Cordoba, domani quattro a Rosario, e così fino a cinquemila. Su questo fummo tutti concordi. Far sapere dove si trovavano i resti? Ma che avremmo potuto dire? Che erano finiti in mare o nel Rio de la Plata? Si pensò a un certo punto di comunicare le liste ma poi ci ripensammo. Se avessimo detto che erano tutti morti, ci avrebbero rivolto domande a cui non sarebbe stato possibile rispondere: dove li hanno ammazzati, come è successo, chi li ha uccisi?” [7] E, d’altra parte c’era poco da illudersi. Videla amava ripetere la frase pronunciata, all’indomani del golpe, dal governatore della provincia di Buenos Aires, il generale Ibérico Manuel Saint Jean: “prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, quindi gli indifferenti e da ultimo i timorosi.” Queste erano le priorità nella mattanza. Altro da aggiungere? Naturalmente, a poco valsero le denunce di pochi coraggiosi, madri, nonne, padri. A poco o nulla. Rimbalzavano sempre contro un compatto muro di gomma. Ed anche quelle che provenivano dall’estero – da Francia e Svezia, soprattutto, dopo la scomparsa delle suore francesi Léonie Duquet ed Alice Domon e della giovane argentino-svedese Dagmar Hagelin, che comportò appelli anche da parte del Presidente USA Jimmy Carter e di Papa Giovanni Paolo II – caddero nel vuoto. “A ben poco – scrive sinteticamente Valerio Castronovo – valsero le denunce e le riprovazioni che si levarono dall’estero contro simili atrocità, che non risparmiarono neppure diverse decine di bambini, sequestrati insieme alle madri o nati in carcere.” [8] Già, nati in carcere. Sì, perché a qualcuno accadde anche questo: nascere in una cella puzzolente, su un tavolaccio usato per le torture, tra militari incappucciati, senza amore, senza le tenerezze di una mamma, liquidata subito dopo invece. Non serviva più: il suo compito – partorire – era ormai finito! Il 24 marzo 2004, in occasione dell’inaugurazione dell’ESMA come museo per la memoria dei crimini della dittatura, uno dei tanti desaparecidos nati lì, così si espresse: “Mi chiamo Emiliano Hueravillo, sono nato qui alla ESMA. Qui mia madre, Mirta Monica Alonso, mi diede alla luce. Come lei, in tutti i centri di detenzione della zona sud di Buenos Aires, centinaia di coraggiose donne diedero alla luce i loro bambini in mezzo ai medici torturatori. A tutti i nostri fratelli e sorelle che sono nati qui, e che non sono ancora ritornati alla propria famiglia come ho potuto fare io: voglio che sappiano che li stiamo cercando, li stiamo aspettando, vogliamo raccontargli che le loro madri li amavano, che i loro padri li amavano, e che appartenevano alla parte migliore di una generazione che si mise in gioco completamente per consegnarci un paese migliore.”
Licio, Emilio e gli altri
In Argentina Gelli era molto famoso. Fin dal secondo dopoguerra. Fin dagli anni 1946-1948. All’epoca, secondo la rivista brasiliana Isto è, ripresa da Leo Sisti e Gianfranco Modolo nel libro Il Banco paga, “il giovane Gelli per far dimenticare in Italia un turbolento passato di repubblichino amico dei tedeschi, aveva agevolato l’afflusso di capitali e opere d’arte in Sud America per conto di gerarchi fascisti.” [9] In Italia era per lo più sconosciuto, ma non così nel grande paese dei gauchos. Non fu quindi un caso che, qualche giorno dopo il golpe, il 28 marzo 1976, scrisse all’amico Emilio Eduardo Massera per esprimere “la sincera allegria per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti” e augurargli di metter su “un governo forte sulle sue posizioni e nei suoi propositi che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista” [10]. Legionario durante la Guerra civile spagnola, ex repubblichino, fondatore della Loggia massonica Propaganda 2 (P2), Gelli era un tipo molto rispettato in Argentina. Saranno lui ed Umberto Ortolani (tessera P2 nr. 1622; fascicolo 0494) a convincere Roberto Calvi (tessera P2 nr. 1624; fascicolo 0519) ad aprire a Buenos Aires una sede del Banco Ambrosiano. L’istituto di credito assunse la denominazione di Group Ambrosiano Promociones y Servicios. Era stato Gelli, nei fatti, lo stratega dell’ultima presidenza di Juan Domingo Peron e la potente eminenza grigia del governo di Isabelita. Dal 1973 era l’ambasciatore della “fratellanza” italiana in Argentina e Uruguay. E riuscì a tessere una fitta rete di contatti, soprattutto attraverso Alcibiades Lippas, importante produttore di preziosi, nonché segretario della Gran Loggia argentina. Per poter curare con più attenzione i suoi contatti a Baires, il capo piduista abbandonerà la suite dell’hotel Claridge ed acquisterà una magnifica villa in via Cerrito 1136. Arruolò immediatamente nella Loggia segreta uomini di potere, senza scrupoli, anticomunisti, reazionari e assassini. Gente come il fondatore della Triple A José Lopez Rega (fascicolo P2 0591, all’epoca Ministro del Benessere della Peròn), l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera (tessera P2 nr. 1755; fascicolo 0478, Capo di Stato Maggiore della Marina e futuro golpista, nonché – come si è visto – responsabile dell’ESMA), l’ammiraglio Carlos Alberto Corti (tessera P2 nr. 1857, fascicolo 0641). Accanto a questi, poi, occorre aggiungere i nomi di Cesar De la Vega, Gran Maestro della Loggia di Buenos Aires dal 1972 al 1975, nonché, in seguito, ambasciatore in Danimarca; Guglielmo De la Plaza, ambasciatore in Uruguay; il genero di Lopez Rega, il presidente del senato Raul Alberto Lastiri (fascicolo P2 nr. 062) ed il generale Guillermo Carlos Suarez Mason, comandante dell’esercito del distretto di Buenos Aires, uno dei più feroci repressori dei giovani oppositori della dittatura. A lui – morto il 21 giugno 2005 all’età di 81 anni – verrà addebitato, oltre a un centinaio di esecuzioni (da lui stesso ammesse), un numero imprecisato di persone scomparse. “Quando Peron torna trionfalmente in Argentina – scrivono Mario Guarino e Fedora Raugei – Gelli fa parte del suo seguito. Il 13 ottobre 1973, in smoking e farfallino, il capo della P2 è invitato alla Casa Rosada, a Buenos Aires. Qui si tiene il galà per il terzo ritorno al potere del dittatore e della moglie, l’ex ballerina di night Maria Estela Martinez, alias Isabelita, nominata vicepresidente. E in compagnia di Gelli – in veste di rappresentante del governo italiano – Giulio Andreotti, all’epoca due volte Presidente del Consiglio italiano. Naturalmente, Peron presenta a Gelli il proprio segretario, Rega, ex caporale della polizia e massone appassionato di riti esoterici” [11]. A proposito di quel galà, Andreotti ricorderà che, invitato in sede privata dal neo dittatore argentino, trovò solo tre persone ad attenderlo: “il generale, Isabelita e Licio Gelli, davanti al quale mancava poco che Peron si genuflettesse. Ne rimasi impressionato.” [12] La morte di Peron, il 1 luglio 1974, non scalfirà il potere di Gelli. Anzi, dopo aver ricevuto un passaporto diplomatico argentino (nr. 001847), diventando console onorario di quel Paese a Firenze, il 2 settembre 1974 – con decreto nr. 735 – il nuovo governo lo designò Consigliere economico dell’ambasciata in Italia. Ed, addirittura, il successivo il 13 settembre, usufruendo della legge 282, Gelli ottenne la cittadinanza argentina e così assunse anche formalmente il ruolo di tramite tra il nostro Paese e l’Argentina. Il 24 marzo 1976 il colpo di stato portò la P2 di Gelli al vertice del potere. “Grazie a Massera – scrivono Guarino e Raugei – affiliatosi alla Loggia P2 (tessera nr. 1755), Gelli nel 1976 riesce a intermediare ril4evanti operazioni finanziarie tra Argentina e Italia. In quel periodo, il nostro Paese si trova a essere tra i primi a investire in Argentina. Tra gli affari, di cui Gelli funge da mediatore, la costruzione di una centrale nucleare a Cordoba: la gara d’appalto viene vinta da un consorzio italo-canadese. Per l’Italia, la realizzazione è affidata all’Italimpianti di Genova, presieduta da Lucien Sicouri (affiliato alla Loggia P2, tessera nr. 1742). Con l’Argentina di Massera e Videla, c’è anche lo scabroso capitolo della compravendita di armi. Il duo argentino stanzia qualcosa come 6.000 miliardi per ammodernare gli armamenti. Un business nel quale Gelli si tuffa con tempestività.” [13] L’ammiraglio Massera, dopo il golpe, venne più volte in Italia. Alloggiava all’hotel Excelsior, l’albergo romano di Via Vittorio Veneto, quartiere generale di Gelli, da dove costui metteva in contatto l’argentino con alcuni esponenti della politica e dell’industria italiani. Il 24 ottobre 1977 Massera era in Italia per concludere accordi per la fornitura di fregate Lupo, sistemi missilistici, apparecchiature elettroniche aeronavali. Arrivò a Roma nonostante una forte opposizione parlamentare. Gelli riuscì a farlo incontrare con Andreotti, all’epoca Presidente del Consiglio, il quale si affrettò a spiegare di averlo ricevuto “in forma privata”. Una strana forma privata, tuttavia, considerato che lo condusse in visita ai cantieri della Oto Melara di La Spezia. Però, qui, trovò una brutta sorpresa: i sindacati avevano proclamato uno sciopero generale in segno di protesta per l’arrivo di uno dei golpisti argentini. Il presidente della Selenia, Michele Principe, fiutata l’opportunità di penetrare in America Latina grazie all’opera di Gelli, si iscrisse alla P2 (tessera nr. 2111; fascicolo 0829). Ma Massera si infuriò per l’accoglienza dei sindacati. Abbandonò nella suite dell’Excelsior i preziosi volumi d’arte regalatigli dalla Rizzoli (il cui editore, Angelo Rizzoli, era anch’egli un iscritto alla P2, fascicolo 0532) e si diresse in Germania. Delle fregate Lupo non volle più sentir parlare. “Qualche tempo dopo, comunque – precisano Guarino e Raugei – Gelli riuscirà a ricucire lo strappo con il generale argentino e a realizzare ugualmente lucrosi affari. Gelli fa vendere sei fregate dei Cantieri Navali Riuniti (Gruppo Fincantieri-Iri) al Venezuela, compravendita comprensiva di robusta tangente pagata a esponenti del governo di quel Paese. Il denaro passa per le casse del Banco Ambrosiano di Calvi.” [14] Certo, quanto detto fin qui dovrebbe chiarire – senza pretesa di esaustività, per ottenere la quale si rinvia ai testi in bibliografia, nonché agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’On. Tina Anselmi – la portata del potere di Licio Gelli ed il ruolo eversivo, antidemocratico, della P2. La scalata di Gelli – definita da Roberto Gervaso, iscritto alla P2, tessera nr. 1813 – come un “capolavoro di tempismo, di lungimiranza, di astuzia” – era proseguita fino a farlo diventare, secondo l’ex presidente della Repubblica argentina, Frondizi, il vero capo dei Servizi Segreti di quello Stato e, grazie al ruolo del capo piduista, si spiega l’arruolamento nel 1977 dello stragista nero Stefano Delle Chiaie nei Servizi Segreti argentini. Insomma, tutto sembra tornare. E la natura dell’associazione fa soprattutto capire il genere di personaggi che di essa fanno parte. “A pensar male, si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca” recita un vecchio adagio. E allora? Allora, saputo del carattere sovversivo dell’organizzazione e che della stessa organizzazione fanno parte personaggi – ex fascisti, golpisti (italiani e stranieri), stragisti ed esponenti dei servizi segreti deviati – come poter pensare che la partecipazione ad essa fosse una sorta di innocua rimpatriata tra amici? Tutto torna. Deve tornare. Soprattutto se ci sono di mezzo interessi. “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.” E, allora, Silvio Berlusconi (tessera P2 1618, fascicolo 0625), Fabrizio Cicchitto (tessera 2232, fascicolo 0945) o il senatore del Pdl Antonio D’Alì Staiti (fascicolo 0303) che ci facevano nella stessa organizzazione che vedeva tra i suoi membri Lopez Rega, Massera, Angelo Rizzoli, il macellaio Suarez Mason, Michele Sindona e Roberto Calvi, Umberto Ortolani e Leonardo Di Donna (presidente dell’ENI), Duilio Poggiolini (poi divenuto Direttore Generale del Servizio farmaceutico con il Ministro De Lorenzo e travolto da Tangentopoli) ed Edgardo Sogno? Che ci facevano nella stessa organizzazione che vedeva, tra gli affiliati, tutti i capi dei servizi segreti italiani ed i loro principali collaboratori, da Vito Miceli, capo del SIOS e successivamente direttore del SID, a Giuseppe Santovito del SISMI, da Walter Pelosi del CESIS a Giulio Grassini del SISDE? E, inoltre, il generale Giovanni Allavena (responsabile dei famigerati “fascicoli” del SIFAR), il colonnello Minerva (gestore fra l’altro dell’intricato caso dell’aereo militare “Argo 16” e considerato uno degli uomini in assoluto più importanti dell’intero Servizio militare del dopoguerra) ed il generale Gian Adelio Maletti, che con il capitano Antonio La Bruna (anch’egli iscritto) fu sospettato di collusioni con le cellule eversive di Franco Freda e per questo processato e condannato per favoreggiamento. Per non parlare di gente come Giovanni Alliata di Montereale, e i generali Giuseppe Lo Vecchio e Vito Miceli, implicati nel tento golpe Borghese del 1970 (Miceli era capo del Servizio Informazioni Difesa e membro dell’organizzazione eversiva Rosa dei Venti), del generale Pietro Musumeci, capo del SISMI, condannato per calunnia aggravata nel processo per la strage di Bologna, e di Franco Ferracuti, il criminologo membro della commissione sul caso Moro. O di Vittorio Emanuele di Savoia (tessera nr. 1621, fascicolo 0516). A proposito di quest’ultimo, ricordate cosa accadde con l’approvazione della legge costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1 (G.U. 26 ottobre 2002, n. 252), fortemente voluta da Berlusconi, allora capo del governo? Vennero cancellati “i commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione” ossia quelli che stabilivano che “i membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive” (comma 1) e che “agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.”(comma 2). Ci sono voluti più di 50 anni, ma alla fine ce l’hanno fatta a tornare. C’è voluto un Presidente del Consiglio iscritto alla di P2 per fare una cortesia ad un “fratello di cappuccio e compasso”. Come sappiamo, nel 1978, Gelli e Ortolani convinsero Calvi (tra loro piduisti gli accordi si trovano sempre…) ad aprire una sede del Banco Ambrosiano a Buenos Aires: il Group Ambrosiano Promociones y Servicios. Vicepresidente ne divenne un uomo di Massera, l’ex ufficiale di marina Carlos Natal Coda. Un intero piano dello stabile ospitava gli uffici dell’ammiraglio. Ma Gelli era un giramondo. I suoi contatti innumerevoli. Dal Presidente della Liberia William Tolbert al dittatore nicaraguense Somoza, da Gheddafi al dittatore paraguaiano Stroessner. Ma soprattutto, era di casa in Uruguay, a Montevideo, sull’altra sponda del Rio de la Plata. “Anche nella capitale Montevideo – notano Guarino e Raugei – il capo della Loggia P2 intrattiene eccellenti rapporti con politici ed esponenti delle Forze armate. Del resto, il suo braccio destro Umberto Ortolani (classe 1913), pur essendo nato a Viterbo, è di casa a Montevideo e da tempo ben introdotto negli ambienti che contano.” [15] Nella capitale uruguaiana, in calle Jean Manuel Ferrari, 1325, il Maestro Venerabile possedeva una splendida villa, assegnatagli con apposito decreto ministeriale dalla giunta militare locale. Possedeva, inoltre, altri appartamenti e, a ridosso della pampa, un’azienda agricola ed sarebbe stato azionista del Banco Financiero Sudamericano. Insomma, a Montevideo, Gelli è un’autorità indiscussa. E’ lui il tramite dei rapporti politico-commerciali con l’Italia. E’ da qui che inizia un esperimento di potere demagogico-sovversivo che servirà molto all’èlite piduista che fa capo al Maestro. E’ da Montevideo che parte il tentativo di strutturare un nuovo potere politico, il quale, senza far leva su colpi clamorosi, giunga gradatamente all’instaurazione di un regime autoritario grazie al controllo pervicace dei mass media ed al lento ed incessante processo di svuotamento delle regole della democrazia, presentate come farraginose, inutili, vecchie e via dicendo. Il consenso dei cittadini fa il resto.
La P2 all’opera. L’avvio del processo di avvicinamento al potere. In Italia
Nonostante i riverberi più interessanti della vicenda che ci apprestiamo a narrare si siano avuti in Italia, la storia non iniziò qui da noi, ma in Uruguay, appunto. Correva l’anno 1980. Da sette anni il paese sudamericano era sotto gli artigli di una giunta militare dopo il colpo di stato del 27 giugno 1973 di Juan Maria Bordaberry, sostituito, nel 1976, da Alberto Demicheli prima e da Aparicio Méndez (un civile scelto dai militari) poi. In quegli anni la feroce dittatura militare aveva posto fuori legge i sindacati ed i partiti politici ed aveva imprigionato più di settemila oppositori: un’enormità, se considerato che la popolazione uruguaiana non raggiungeva i tre milioni di individui. Bene, in quell’anno 1980, erano in programma due eventi molto sentiti in Uruguay. Il primo. Il 30 novembre di quello stesso anno si sarebbe votato per il referendum costituzionale, voluto dai militari per puntellare – speravano – con il consenso popolare il loro traballante (e impopolare, invero) potere. Il secondo evento, apparentemente di tutt’altro genere, ma, in realtà strettamente connesso al primo in quanto motore per mietere consenso popolare, era invece l’organizzazione di un prestigioso torneo calcistico internazionale: il Mundialito, ideato naturalmente per rilanciare all’interno e all’estero la cupa immagine di un paese deturpato dalla dittatura. Il pallone come foglia di fico per nascondere le magagne interne. In Argentina, nel 1978, era servito. Anche nell’Italia di Mussolini era servito. Il torneo – ufficialmente per festeggiare i 50 anni del primo Campionato del Mondo, tenutosi appunto nel 1930 proprio in Uruguay – si sarebbe svolto a Montevideo, nello Stadio del Centenario, sede unica, dal 30 dicembre 1980 al 10 gennaio 1981. Inverno da noi, estate da loro. Vennero invitate tutte le nazionali che, dal 1930 in poi, avevano vinto la Coppa del Mondo. C’erano l’Uruguay, l’Italia, il Brasile, l’Argentina, la Germani Ovest. Era stata invitata anche l’Inghilterra, vincitrice nel 1966, ma non accettò. Ufficialmente perché il campionato inglese non prevedeva soste durante il periodo invernale, in realtà perché gli inglesi non volevano compromettersi con un regime come quello uruguagio. Al suo posto venne invitata l’Olanda, finalista nel 1974 e nel 1978. Chissà perché (forse perché comunisti?) non vennero invitati né la Cecoslovacchia, finalista nelle edizioni del 1934 e del 1962, né l’Ungheria che aveva disputato le finali del 1938 e del 1954. Tuttavia, affinché potesse avere effetti propagandistici, il Mundialito aveva bisogno di una grancassa mediatica adeguata: la teletrasmissione delle partire nei Paesi europei. La Federazione calcistica uruguaiana affidò l’esclusiva dei diritti televisivi ad Angelo Vulgaris, imprenditore greco-uruguagio che operava nel settore import-export di carne e bestiame. Il commerciante rappresentava la società Strasad, con sede nel paradiso fiscale di Panama. In Europa,i primi giornali a scrivere di quell’evento calcistico, presentandolo come un avvenimento eccezionale, furono – a settembre – quelli italiani. E, in particolare, i più diffusi quotidiani sia in campo politico, il Corriere della Sera, che in campo sportivo, La Gazzetta dello Sport. Giornali che, come emergerà nel giro di qualche mese (maggio 1981) erano controllati dalla P2. Nel settore televisivo, l’esclusiva della trasmissione delle partite venne ceduta dalla Strasad a Rete Italia, la divisione televisiva controllata dalla Finivest di Silvio Berlusconi, dal gennaio 1978 anch’egli affiliato alla Loggia di Gelli. Le parti sottoscrissero il contratto a Ginevra il 20 novembre 1980. Prezzo dell’accordo: 900 mila dollari. 900 mila dollari per la trasmissione di 7 (sette!) partite. Un costo davvero oneroso all’epoca. Tanto più che Berlusconi disponeva in quel momento di un’emittente, Telemilano-Canale 5, a raggio limitato, ovvero priva dell’autorizzazione a trasmettere in ambito nazionale e in diretta. Non solo. C’era un altro ostacolo, apparentemente insormontabile: Rete Italia non disponeva di un satellite intercontinentale. Quando chiesero a Vulgaris perché avesse concluso un contratto con un’azienda impossibilitata a trasmettere nei fatti le gare, lui rispose con un’argomentazione illogica, benché economicamente ineccepibile: quello che gli aveva offerto l’Eurovisione non era sufficiente neanche a coprire i costi da lui sostenuti e quindi si era rivolto altrove. “La Rai – dichiarò in quei giorni Vulgaris al quotidiano berlusconiano Il Giornale – non si è fatta avanti con nessuna proposta, ha lasciato sempre che fosse l’Eurovisione e soltanto essa a negoziare (…). Quando ormai avevo rotto con l’Eurovisione, non mi restava altro da fare che cedere i diritti al miglior offerente” [16]. Da parte sua, l’ente di Viale Mazzini smentì quella versione, parlando di “fatto compiuto” e di affare troppo oneroso. Per gli ultimi Mondiali argentini (1978), la spesa della Rai era stata di circa 20 milioni di lire a partita. Per il Mundialito, ogni partita sarebbe costata quasi 150 milioni, sette volte tanto. Tra i giornali che sponsorizzavano con gran clangore l’evento c’era il quotidiano diretto da Indro Montanelli e controllato da Berlusconi, Il Giornale, già da anni beneficiato generosamente da banche presiedute e/o dirette da suoi “confratelli”. Il 1° dicembre 1980, il quotidiano milanese pubblicava un titolo a caratteri cubitali: Canale 5 fa goal al Mundialito. E, in sommario, la spiegazione: L’emittente privata, assicurandosi l’esclusiva, ha fatto segnare una svolta nella storia televisiva. L’articolo, poi, faceva assurgere l’evento calcistico ad emblema di libertà: “La prima reazione è stata un misto di stupore, incredulità e fastidio. Solo più tardi, alla Rai, qualcuno ha capito il vero pericolo: le partite del Mundialito trasmesse da una Tv privata e non da quella dello Stato faranno scoprire a milioni di tifosi italiani il sottile piacere di sentirsi finalmente liberi” [17]. Nella stessa pagina, poi, veniva sferrato l’attacco più propriamente politico. E, in quel caso, l’ariete era un articolo a firma dell’avvocato Giuseppe Prisco, dirigente dell’Inter che, ironia della sorta, qualche anno dopo si sarebbe ritrovato Berlusconi – in quanto presidente del Milan – tra i più acerrimi rivali. All’epoca Prisco non solo era consigliere della Rizzoli editore (in mano alla P2), ma trovava posto nel Cda del Banco Ambrosiano, banca targata anch’essa P2. Ovviamente la vero posta in gioco era ben altra che un pugno di partite. Innanzi tutto c’era di mezzo un evento di sponsorizzazione alla giunta militare uruguaiana che, nel frattempo, il 30 novembre 1980, aveva perso il referendum con un sonoro 57,2% di voti contrari. E giunta militare uruguaiana significava Licio Gelli, cioè P2. Inoltre, c’era da scardinare il monopolio Rai. E tale indirizzo trovò facilmente sponda in ambito politico. Si invoca (ecco come scavare la democrazia dall’interno e piegarla all’interesse personale) l’applicazione – come invoca anche il Piano di rinascita democratica della P2 – dell’art. 21 della Costituzione, quello sulla libertà di manifestare il proprio pensiero. E lo fa anche Michele Di Giesi. Chi era costui? Ma il ministro delle Poste e Telecomunicazioni. Uno del Partito socialdemocratico, il cui segretario era Pietro Longo, iscritto alla P2 con il numero di tessera 2223, fascicolo 0926 ed in vicesegretario Renato Massari (tessera P2 2172, 0889). “In quello che, tramite molti giornali (foraggiati da pagine pubblicitarie della Fininvest) ed emittenti come Canale 5, finisce per somigliare a un ‘affare di Stato’ – scrivono Guarino e Raugei – il telespettatore medio viene facilmente orientato in favore delle tesi sostenute dal clan berlusconiano. L’articolo 21 viene usato, insomma, alla stregua di un grimaldello per un diverso e più ambizioso obiettivo: legittimare il nascente network televisivo privato di Berlusconi per iniziare la fase di logoramento dell’emittente dello Stato” [18] Tuttavia, dopo che Canale 5 annunciò che la Fininvest aveva inoltrato richiesta ufficiale alla Rai per avere a disposizione il satellite, il ministro Di Giesi rilasciò al Giorno (sempre il 1° dicembre) una dichiarazione che aveva il sapore del rifiuto: “Se lo Stato consentisse che i privati, pochi provati, monopolizzassero i servizi televisivi su tutto il territorio nazionale – dichiarava il ministro -, solo a pochi, in concreto, sarebbe possibile fruire del diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione, mentre la maggioranza ne sarebbe esclusa” [19]. Parole sagge. Ma che, a breve, sarà costretto a rimangiarsi. Forse per l’intervento ‘correttivo’ del segretario Longo? Chissà. Ad ogni modo, dopo le dichiarazioni di Di Giesi, successe il finimondo. I mass media controllati dalla Loggia gelliana – appoggiati dal socialista Avanti! – insorsero: dal Corriere della Sera (diretto dal piduista Franco Di Bella, tessera 1887, fascicolo 0655) al Giornale di Indro Montanelli (ma ancor più di Berlusconi), alla Gazzetta dello Sport (di proprietà dell’editore P2 Angelo Rizzoli, così come il Corsera). Il 4 dicembre, in un intervista alla Gazzetta dello Sport, Berlusconi si diceva “convinto che il ministro finirà per cederci autorizzazione a usufruire del satellite”. Ostentava sicumera, il Cavaliere. D’altra parte, lo scandalo della P2 non era ancora esploso per cui se lo poteva anche permettere. Intanto, era iniziata la battaglia contro l’emittente di Stato. “Noi non abbiamo cercato in questa trattativa un affare economico: abbiamo solo contato su un ‘utile’ di simpatia e di principio (…)”, chiosava il Cavaliere. Simpatia, divertimento, principi, libertà, antistatalismo. Mancano solo il ‘meno tasse per tutti’, il ‘comunista!’ usato come un insulto e il ‘sono stato frainteso’ e poi ci siamo con il Berlusconi Presidente del Consiglio. Comunque, nel coro roboante di dichiarazioni e articoli pro Canale 5, solo Gianni Minà si chiese se non fosse il caso che la Guardia di Finanza ficcasse il naso nello strano accordo svizzero Berlusconi-Vulgaris. Certo, come tutti gli altri, Minà non poteva minimamente immaginare che il comandante delle Fiamme Gialle, il generale Orazio Giannini, era anch’egli affiliato alla P2 (tessera 2116, fascicolo 832). Alla fine, la storia finì come doveva finire: il ministro Di Giesi si rimangiò il rifiuto originario e concesse il satellite. E altri “fratelli” di Berlusconi erano ben piazzati in altri partiti e nel governo (per tutti, Publio Fiori, Emo Danesi, Vincenzo Carollo, Fabrizio Cicchitto, Filippo De Jorio, Ferruccio De Lorenzo, Pietro Longo, Renato Massari, il forzista Giovanni Marras, Enrico Manca, Bruno Tassan Din, Massimiliano Cencelli – quello del famoso ‘manuale’ – ecc.), tra i giornalisti e funzionari Rai (Gustavo Selva, oggi senatore Pdl, all’epoca direttore del Gr2, era iscritto alla Loggia di Gelli – tessera 1814, fascicolo 0623 –, così come Giancarlo Elia Valori, Giampaolo Cresci, ex vicedirettore generale della Rai, Giampiero Orsello, ex vicepresidente della stessa azienda), tra i giornalisti della carta stampata (Maurizio Costanzo e Roberto Gervaso, ma anche Mino Pecorelli e l’attuale direttore di Canale 5, Massimo Donelli, per non parlare dei citati Angelo Rizzoli e Franco Di Bella). Per restare in ambito strettamente calcistico, si ricorda che affiliato alla P2 (fascicolo nr. 402) era anche Artemio Franchi, eletto nel 1972 presidente dell’UEFA, e nel 1974 Vicepresidente della FIFA. Presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio fino allo scoppio dello scandalo del calcio scommesse nel 1980. Mantenne invece fino alla morte, avvenuta nel 1983 a causa di un incidente stradale, i propri incarichi presso FIFA e UEFA. Oggi, è l’unico personaggio a cui sono intitolati, in Italia, due stati in due città diverse: Siena e Firenze. Insomma, dopo le polemiche artatamente sollevate dai giornali fiancheggiatori della P2, la cobriccola gelliana-berlusconiana poté esultare. La ‘libertà’, la loro ‘libertà’ era salva. L’esperimento era andato a buon fine. Era stato scoperto il mix della presa del potere: i piduisti nei posti chiave, la leva della libertà per mascherare il privilegio, il consenso ottenuto con l’intrattenimento e la tv trash, la manipolazione dei cittadini propinando il programma politico come un prodotto commerciale, secondo i canoni della pubblicità. E oggi siamo qui. E le partite del Mundialito? Per la cronaca le partite vennero trasmesse, in leggera differita, via satellite ed il pubblico italiano si godette le performances della nazionale azzurra. Performances alquanto mediocri, invero. L’Italia, inserita nel girone A, con i padroni di casa uruguaiani e l’Olanda, perse con l’Uruguay (2-0) e pareggiò con i tulipani (1-1, col di Carlo Ancelotti, oggi allenatore del Milan). Nell’altro girone il Brasile regolò (4-1) la Germania e pareggiò con l’Argentina (1-1), la quale venne eliminata per la differenza reti, avendo sconfitto i tedeschi solo per 2-1. La finale tra Uruguay e Brasile vide la vittoria della celeste per 2-1. La Fifa ha disposto che non si possa svolgere un altro Mundialito prima del 2030, centenario dei Mondiali. Chissà se ci sarà ancora Berlusconi al governo…
1. M. Novaro, La dittatura argentina, p.28.
2 H. Verbitsky, Il volo, p. 13.
3 Citato in G. Miglioli, Desaparecidos, p. 159.
4 Citato in G. Miglioli, Desaparecidos, p. 161.
5 H. Verbitsky, L’isola del silenzio, pp. 27-35.
6 I. Moretti, L’Argentina, pp. 66-68.
7 Citato in I. Moretti, L’Argentina, pp. 52-53.
8 V. Castronovo, Piazze e caserme, p. 153.
9 L. Sisti-G. Modolo, Il Banco paga, p. 203.
10 A.M. De Luca, Il golpista Massera.
11 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 125-126.
12 I. Moretti, L’Argentina, p. 79.
13 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 129.
14 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 131.
15 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 144.
16 Citato in M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, p. 145.
17 Citato in M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, p. 146.
18 M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, pp. 146-147.
19 Citato in M. Guarino-F. Raugei, Gli anni del disonore, p. 147.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Casarrubea, Giuseppe-Mario J. Cereghino, Tango Connection. L’oro nazifascista, l’America Latina e la guerra al comunismo in Italia 1943-1947, Bompiani, Milano, 2007.
Castronovo, Valerio, Piazze e caserme. I dilemmi dell’America Latina dal Novecento a oggi, Laterza, Bari-Roma, 2007;
De Luca, Anna Maria, Il golpista Massera “può essere processato”. Al via il giudizio sui desaparecidos italiani, “La Repubblica”, 5 febbraio 2009.
Guarino, Mario-Raugei, Fedora, Gli anni del disonore, Dedalo, Bari, 2006;
Moretti, Italo, L’Argentina non vuole più piangere, Sperling & Kupfler, Milano, 2006;
Miglioli, Giovanni (a cura), Desaparecidos. La sentenza italiana contro i militari argentini, Manifestolibri, Roma, 2001;
Novaro, Marcos, La dittatura argentina (1976-.1983), Carocci, Roma, 2005;
Turone, Sergio, Corrotti e corruttori dall’Unità d’Italia alla P2, Laterza, Roma-Bari, 1984;
Verbitsky, Horacio, Il volo, Feltrinelli, Milano, 2001;
Verbitsky, Horacio, L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, Fandango Libri, Roma, 2006.
.
fonte: http://www.girodivite.it/In-Societate-Ausilium-L-asse-italo.html
…
















































Commenti recenti