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FAKE – Guerra anarchica alle Olimpiadi. Quando il potere si rende ridicolo

 

Guerra anarchica alle Olimpiadi. Quando il potere si rende ridicolo

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Riportiamo da unita.it

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Il gruppo anarchico italiano che ha rivendicato la responsabilità dell’attentato all’ad di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi minaccia ora una «guerra di bassa intensità» per disturbare le Olimpiadi di Londra 2012. lo riporta il Mail on Sunday.

Secondo il domenicale britannico, membri del Fai avrebbero effettuato la scorsa settimana un’azione di sabotaggio che ha gravemente danneggiato i servizi ferroviari da e per Bristol, mentre già in aprile lo stesso Fai avrebbe danneggiato l’antenna di una stazione di comunicazioni radio della polizia a a Dundry Hill, alla periferia di quella città.

La minaccia alle Olimpiadi è contenuta in un comunicato diffuso sul sito 325.nostate e per la polizia appare credibile. «Nel Regno Unito del controllo e l’addomesticamento da orologio noi siamo alcuni dei ‘non patrioti’ che trovano le Olimpiadi 2012, con la relativa esibizione di ricchezza, francamente offensivo. Non abbiamo inibizioni all’uso della guerriglia per danneggiare l’immagine nazionale e paralizzare l’economia in tutti i modi possibili. Perchè, per dirla semplicemente: non vogliamo ricchi turisti, vogliamo la guerra civile».

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Analizzate il testo e poi chiedetevi se la terminologia usata è parte della cultura ‘rivoluzionaria’.  A noi sembra tanto piccolo-borghese. In altre parole, un fake mediatico mal costruito in qualche malsano ufficio di uno dei tanti ‘servizi’, deviati o meno, di cui il Potere dispone…

E poi, FAI. Quale FAI? Federazione Anarchica Italiana? Fondo Ambientale Italiano? Federazione Apicoltori Italiani? Ah, no, forse si riferiscono alla Football Association of Ireland…
Il FAI di cui si parla è la triste Federazione Anarchica Informale che NULLA, ripetiamo NULLA a che vedere con la Federazione Anarchica Italiana e con gli anarchici italiani in generale. Un fantasma creato ad arte che da tempo aleggia, scomparendo e ricomparendo con tempi sincronizzati, nella cronaca italiana, buono a tutti gli usi. Come nel caso dell’Ansaldo Nucleare, in cui una fantomatica ‘cellula Olga’ ha colpito l’ad Adinolfi. Olga. Bello, si saran detti, fa tanto ‘rivoluzione russa’…

mauro

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Strage dei bambini, il mondo accusa la Siria. Damasco: «Non siamo noi i responsabili» / VIDEO: 2012 Syria Massacre of 32 Children

2012 Syria Massacre of 32 Children


ubblicato in data 27/mag/2012 da

WATCH THE BEST FAILs of youtube in HD at http://tinyurl.com/leonhughesTV

Il regime di Assad annuncia l’apertura di un’inchiesta

Strage dei bambini, il mondo accusa la Siria
Damasco: «Non siamo noi i responsabili»

I media di stato siriani accusano i gruppi legati a Al Qaeda

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I corpi delle vittime del bombardamento di Hula raccolti nella moschea di Ali Bin Al Hussein (Reuters)I corpi delle vittime del bombardamento di Hula raccolti nella moschea di Ali Bin Al Hussein (Reuters)
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MILANOIl regime siriano ha negato ogni responsabilità per il massacro di Hula, in cui hanno perso la vita un centinaio persone, tra cui 32 bambini, attribuendolo a gruppi terroristici. «Rifiutiamo totalmente ogni responsabilità governativa per questo massacro terroristico che ha colpito gli abitanti», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Damasco, Jihad Makdissi, aggiungendo che sarà aperta un’inchiesta per fare luce sulla vicenda. Il ministro ha anche riferito che da lunedì sarà in visita in Siria l’inviato dell’Onu e della Lega araba, Kofi Annan.

AL QAEDA - I media di stato siriani accusano i gruppi legati a Al Qaeda: «Gruppi terroristici di Al Qaeda hanno commesso due odiosi massacri contro le famiglie nella campagna di Homs», riferisce l’agenzia Sana che cita un funzionario governativo della zona.

ANCORA BOMBARDAMENTI - Intanto bombardamenti delle truppe governative siriane hanno colpito domenica le città di Hama e Rastan, nel centro della Siria. È quanto denunciano l’Osservatorio siriano per i diritti umani e i Comitati locali di coordinamento, aggiungendo che a Hama si sono anche verificati scontri fra le truppe e i ribelli. Diverse esplosioni invece sono state avvertite domenica mattina a Damasco. In una delle esplosioni sarebbero rimasti feriti numerosi militari delle forze di sicurezza. L’Osservatorio non fornisce dettagli sulle altre esplosioni verificatesi nella capitale siriana.

LA VICENDA – Il massacro è avvenuto due giorni fa, e domenica gli osservatori dell’Onu da Hula hanno confermato che oltre 92 persone sono morte nel bombardamento, tra cui 32 bambini. La strage ha suscitato lo sdegno della comunità internazionale. Anche il segretario di stato americano Hillary Clinton ha condannato «l’atrocità» del massacro unendosi all’appello mondiale per mettere fine al bagno di sangue nel paese arabo. «Gli Stati Uniti condannano nel modo più forte il massacro. Quelli che hanno perpetrato questa atrocità devono essere identificati e devono renderne conto – ha aggiunto -. Gli Stati Uniti lavoreranno con la comunità internazionale per intensificare la nostra pressione su Assad e i suoi, perché le uccisioni e la paura devono cessare».

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fonte corriere.it

La strage dei bambini in Siria Gli attivisti: «In 25 uccisi a Hula»

La denuncia dell’Osservatorio siriano per i diritti umani


Syrian anti-government protesters gather at the funeral of villagers killed on Wednesday, in Hula near Homs Photograph: Reuters – fonte

La strage dei bambini in Siria
Gli attivisti: «In 25 uccisi a Hula»

«Sono 90 le vittime dell’attacco delle forze governative». Il Consiglio nazionale siriano (Cns) parla invece di 110 morti

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Un fotogramma di un video dei bambini uccisi. L'immagine è tratta da un video su Youtube che abbiamo scelto di non pubblicare nella sua interezza sul sito (Afp)Un fotogramma di un video dei bambini uccisi. L’immagine è tratta da un video su Youtube che abbiamo scelto di non pubblicare nella sua interezza sul sito (Afp)
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MILANOImmagini raccapriccianti di video caricati su Youtube. Si vedono i bambini uccisi nella città di Hula, nella provincia siriana di Homs. Sollevati di peso tra urla e pianti e mostrati alla telecamera. Distesi uno accanto all’altro su alcune coperte allargate sul pavimento. Sanguinanti, inermi, piccoli corpi senza vita. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, basato a Londra, sono 25. In totale 90 le vittime dell’attacco delle forze governative avvenuto nella notte nella città di Hula. Il Consiglio nazionale siriano (Cns) parla invece di 110 morti, tra cui 13 bambini. Sabato mattina, numerosi abitanti di Tibé e Taldo, in fuga verso il centro di Hula per evitare nuovi bombardamenti, hanno postato su Youtube alcuni video amatoriali che mostrano le immagini terribili dei cadaveri di bambini che giacciono per terra. Appresa la notizia gli osservatori delle Nazioni Unite sul cessate il fuoco in Siria si sono recati a Hula.

LA DENUNCIA - I bambini sono stati uccisi venerdì a Hula, nella provincia siriana di Homs dalle forze fedeli al presidente Assad, secondo il Consiglio nazionale siriano, che invoca una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu per «determinare le responsabilità del massacro». «A Hula 110 civili sono stati uccisi dalle forze del regime siriano. Alcune vittime sono morte a causa dei bombardamenti di artiglieria mentre altre, tra le quali intere famiglie, sono state massacrate», afferma Bassma Kosmani, responsabile delle relazioni esterne del Cns. In precedenza, i comitati di coordinamento locali degli attivisti anti-regime e l’Osservatorio siriano per i diritti umani, avevano parlato di almeno 50 morti e circa 300 feriti nell’attacco delle forze governative. «Alcune delle vittime sono state colpite dall’artiglieria pesante, altre, famiglie intere, sono state massacrate», ha affermato Bassma Kodmani.

LE CIFRE – I comitati locali di coordinamento dell’opposizione hanno affermato che gli uccisi nella repressione in Siria sono stati 1.486 nei tre mesi da quando Kofi Annan ha assunto l’incarico di inviato speciale per l’Onu e la Lega Araba, e ha aggiunto di avere raccolto le identità di tutte le vittime. Tra i morti, sottolineano i Comitati, vi sono 90 donne e 123 minorenni e bambini, di cui 95 maschi e 28 femmine. Inoltre, 48 delle vittime sono morte sotto tortura e 138 sono state giustiziate sommariamente. Secondo la stessa fonte, in questi tre mesi si sono contate in tutto il Paese 10.500 operazioni dell’esercito e delle forze di sicurezza del regime contro i civili.

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fonte corriere.it

Finlandia, 18enne spara sulla folla: uccide due coetanei, poliziotta grave

 

Un agente di polizia recupera il fucile utilizzato dall'omicida

Finlandia, 18enne spara sulla folla: uccide due coetanei, poliziotta grave

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ROMA – Un ragazzo di 18 anni ha ucciso due persone, ferendone altre sette, sparando all’impazzata con due fucili contro la folla nel centro cittadino di Hyvinkaa, nel sud della Finlandia, a circa50 km dalla capitale Helsinki. Le vittime sono una ragazza e un ragazzo, entrambi di 18 anni. Gravissima una poliziotta di 23 anni. Il ragazzo morto era un giocatore della squadra locale di baseball, Hyvinkaan Tahko, che aveva vinto un match proprio ieri.

La cattura dopo cinque ore. L’omicida, che indossava una tuta mimetica e un giubbotto antiproiettile, ha sparato alle due di notte (l’una in Italia) dal tetto di un edificio vicino alla stazione ferroviaria puntando verso alcuni dei tanti bar e negozi presenti nella zona. Cinque ore dopo è stato catturato dalla polizia mentre imbracciava ancora uno dei due fucili: al momento dell’arresto non ha opposto resistenza.

Sabato 26 Maggio 2012 – 09:01
Ultimo aggiornamento: 11:49
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Lettera delle Brigate Rosse recapitata all’Ansa di Ancona “Non sono certo gli studenti o i lavoratori i nostri obiettivi”

http://www.ilmessaggero.it/MsgrNews/MED/20120524_c1_7d291907f328d6516757e315e938648e.jpg

Lettera delle Brigate Rosse recapitata all’Ansa di Ancona

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ANCONA – “Non sono certo gli studenti o i lavoratori i nostri obiettivi”. “Nuove le idee, immutati gli obiettivi”. Questo il testo della lettera firmata ‘Brigate Rosse, Brigata Gino Liverani ‘Diegò”, recapitata per posta alla sede Ansa di Ancona. Sono in corso indagini sull’ attendibilità della missiva, impostata il 23 maggio ad Ancona.La lettera è in fotocopia, riporta anche il logo della stella a cinque punte, e cita il nome di una presunta brigata intitolata alla memoria del brigatista della colonna marchigiana Tommaso Gino Liverani, morto a Managua, in Nicaragua, nel 1985. Il timbro delle Poste di Ancona indica la data del 23 maggio. “Nonostante il subdolo quanto fallimentare tentativo di addossare responsabilità inesistenti su chi conduce la lotta contro il capitalismo e i poteri forti, difesi da questo governo fascista, capeggiato da Monti, con la complicità di Napolitano, in occasione dell’attentato di Brindisi, i fedeli guardiani degli interessi dei padroni, i soliti pennivendoli, continuano nella loro opera di disinformazione! Sono ben altri gli obiettivi dei combattenti! Padroni, classi dirigenti, banchieri prostitute di Stato!! I loro uffici del personale fedeli cani da guardia, aguzzini dei lavoratori. Non sono certo gli studenti o i lavoratori in nostri obiettivi!! Voi che avete vissuto e vivete sfruttando e calpestando, è giunto il momento di guardarvi le spalle! La lotta è ripresa”.

La lettera della ‘Brigata Gino Liverani ‘Diego”, scritta a stampatello, con i margini in parte ‘mangiatì dalla fotocopiatrice, e in alcune lettere ripassate due volte, prosegue così: “Consapevoli del momento storico, il crollo di muri e ideologie, ma insieme ad essi, come da noi ampiamente previsto e discusso in altri momen (…) il capitalismo, l’imperialismo dopo un naturale sussulto di onnipotenza, ha prodotto lo scempio sociale che stiamo vivendo. I nuovi e vecchi padroni, hanno approfittato della debolezza ideologica della massa, per sfruttare e cancellare diritti che, con grande fatica i lavoratori si erano conquistati. Serva da lezione. Riteniamo così improrogabile la ripresa della lotta armata per la liberazione del popolo dal giogo capitalista e dalla dittatura dei padroni. Dal momento storico impariamo lezioni, nuove sono le idee e la forma del linguaggio ma immutati gli obiettivi. Questa volta per il popolo con il popolo!” Firmato: “Brigata Gino Liverani “Diegò”’.

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fonte ilmessaggero.it

AVELLINO – Cambiali protestate, camionista si barrica in banca: arrestato


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Cambiali protestate, camionista si barrica in banca: arrestato

Giovanni Barbieri, 41 anni, di Mercogliano dopo aver cosparso i locali di diluente minacciava di dare fuoco all’istituto

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AVELLINOCi sarebbero alcune cambiali protestate alla base del folle gesto di un 41enne che questa mattina, venerdì, poco dopo l’apertura si è barricato all’interno di una banca ad Avellino. L’uomo, un autotrasportatore di Mercogliano, Giovanni Barbieri, dopo diversi minuti di paura è stato arrestato dalle forze dell’ordine che hanno fatto irruzione all’interno dell’istituto di credito e lo hanno immobilizzato. Barbieri era entrato nella banca con quattro bottiglie di diluente e dopo averle cosparse sul pavimento e sugli arredi, aveva minacciato di dare fuoco ai locali. Adesso il 41enne è in stato di fermo al comando provinciale dei carabinieri di Avellino.

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fonte corrieredelmezzogiorno.corriere.it

Canada, gli studenti sulle barricate cento giorni in piazza contro il governo / VIDEO: 700 students arrested in Montreal during clashes with police

700 students arrested in Montreal during clashes with police

Pubblicato in data 24/mag/2012 da

Video courtesy of m2wannawatch
Youtube channel http://www.youtube.com/user/m2wannawatch

Police in Montreal arrested over 700 students during the latest night of demonstrations. The students are protesting against tuition fee hikes and the adoption of a controversial bill that is seen as a tool to limit freedom of speech. Arrests were also made in Quebec City with some 170 detained and in Sherbrooke. Most of those arrested have already been released, though many face $1,000 fines. Protesters reportedly threw fireworks and bottles at officers forcing law enforcement to carry out extensive arrests in the hundreds. It’s been more than 14 weeks since the largest student demonstration in Canadian history started.

Canada, gli studenti sulle barricate
cento giorni in piazza contro il governo

“No all’aumento delle tasse universitarie”. Montreal è una immensa zona rossa: ma la rabbia si è estesa ormai a tutto il Paese. Scontri, 700 arresti

Canada, gli studenti sulle barricate cento giorni in piazza contro il governo

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di PAOLA BERNARDINI

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TORONTO - Oltre 700 arresti hanno segnato in modo indelebile il centesimo giorno della protesta studentesca nella provincia del Québec . Decine di migliaia di persone, mercoledì, sono scese in piazza contro l’aumento delle rette universitarie. La protesta dilaga: a Montreal, Québec City o Sherbrooke, ma anche a Toronto, Calgary, Vancouver. Dall’Est all’Ovest del Canada il tam tam della rabbia studentesca si oppone al premier liberale Jean Charest, che ha aumentato dell’80 per cento le tasse universitarie. Ogni studente dovrà pagare 254 dollari in più, per sette anni, su una retta già di circa 4000 dollari annui.

A Montreal le proteste si sono susseguite per 30 notti. In segno di solidarietà, agli studenti si sono accodati genitori, docenti, anziani e bambini in marce pacifiche, scandite dal ritmo di pentole, cucchiai e coperchi. Tre i focolai: il college Lionel-Groulx a Sainte-Thérèse, il ponte Jacques Cartier e un albergo in pieno centro a Montreal.

La città è un’immensa zona rossa: un campo libero per l’intervento della polizia, grazie alla legge 78 approvata la scorsa settimana dal governo provinciale che vieta riunioni di massa nelle vicinanze di università e scuole, e impone l’obbligo di richiedere l’autorizzazione di manifestare almeno otto ore prima. Tra manganelli, gas e idranti, i poliziotti in tenuta antisommossa hanno arrestato 518 manifestanti a Montreal, 176 a Quebec City e in altre piazze dove gli studenti sventolavano bandiere azzurre coi gigli bianchi, la fleur-de-lis simbolo della provincia francofona.

Di primo mattino è partita la carica delle forze dell’ordine contro alcuni riottosi a volto coperto armati di sassi e spranghe. Le manette sono scattate anche per Emmanuel Hessler, un regista indipendente che si era agli studenti. Mentre lo caricavano su un autobus, é riuscito a twittare: “Stanno arrestandomi, non so cosa succederà ora. Augurami buona fortuna”. Tornato libero dopo aver pagato la cauzione, ha raccontato: “Ci siamo ritrovati circondati dalla polizia, non abbiamo capito più nulla. Questo pugno di ferro mi ha sorpreso e terrorizzato”.

E forse mai s’erano sentiti dibattiti tanto accesi da quando, nel 1995, il Quebec fu lacerato dal referendum sull’indipendenza dal Canada. Oggi, al di là del rialzo della retta universitaria, il “malessere del Quebec” si inserisce in un disagio diffuso a livello internazionale, con il riverbero della crisi economica e con le misure imposte a una popolazione che inizia a risentirne gli effetti. Sulla crisi germina la rabbia dei giovani contro le disparità economiche e sociali approfonditesi in Canada come negli Stati Uniti.

La rivolta rievoca anche il dissenso del Sessantotto, però alla ventata libertaria bohemien o hippy si è sostituita una protesta che non cede il passo. Mentre sia gli studenti sia il governo restano su posizioni ferree, i socialisti guadagnano consensi e i deputati del Parti Québécois si presentano in parlamento con i simboli della “piazza rossa” della protesta studentesca.

L’unico spiraglio è l’apertura di un tavolo con una delegazione studentesca. Dopo le dimissioni del ministro dell’Istruzione Line Beauchamp, il premier Charest ha richiamato al suo fianco un uomo di fiducia, Daniel Gagnier, per trovare a breve una soluzione. E chissà se monsieur Gagnier avrà migliore fortuna.

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fonte repubblica.it

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100 Day Clash: Protesters strike despite ban in Canada

Pubblicato in data 22/mag/2012 da

Ahead of the 100th day of the student protest movement in Montreal, the city has seen the most violent clashes so far with more than 300 arrests over the weekend. The demonstrations originally broke out over university tuition hikes advocated by Quebec’s provincial government. An emergency law aimed at restoring order in the province was passed on Friday. For more RT talks to Canadian journalist, Michel Boyer.

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Il Rapporto annuale di Amnesty International: 2011, anno della protesta globale

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Il Rapporto annuale di Amnesty International: 2011, anno della protesta globale

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Campagne|

Rabat, Algeri, Tunisi, Tripoli, Cairo, Amman, Tel Aviv, Ramallah, Damasco, Manama, Riad, Baghdad, Sana’a. E poi Mosca, Pechino, Londra, Madrid, Atene, Tokyo, Phnom Penh, New York, La Paz. Kampala, Dakar…

Lo spazio di questo post potrebbe essere riempito solo dall’elenco delle città nelle quali nel 2011 si sono svolte proteste di massa: contro l’ingiustizia, la tirannia, la discriminazione e la corruzione, le politiche di austerity. Per la libertà, per la dignità, per la giustizia, per i diritti umani.

Proteste autorizzate, proteste represse; proteste che hanno deposto tiranni, proteste che sono state ignorate. Ore, giornate e settimane trascorse in piazza per dire che il cambiamento è possibile, che le persone devono venire prima dei profitti e che la violazione dei diritti umani non è inevitabile e non può più essere consentita e subita in silenzio.

In quell’ anno ruggente, il 2011,  molti governi sono sprofondati sempre più in una crisi di consenso e lo stesso Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha mostrato di essere sempre più inadeguato al suo ruolo di garante della pace e della sicurezza.

Del resto, quale pace e quale sicurezza possono essere garantite se i cinque stati membri permanenti sono anche tra i principali venditori di armi?

Questo è il quadro generale descritto dal Rapporto annuale 2012 di Amnesty International, diffuso oggi da Amnesty International: lo stato di salute del mondo raccontato in 155 schede paese (c’è anche quella sull’Italia, andate a leggerla).

Due numeri ci dicono subito che la situazione resta preoccupante: in 101 paesi vi sono stati casi di maltrattamenti e torture; in 91 paesi vi sono state limitazioni alla libertà di espressione, nelle piazze o sulla rete.

Del Medio Oriente e dell’Africa del Nord abbiamo parlato a lungo in questo blog. Le rivolte popolari hanno deposto regimi al potere da decenni. Lì la situazione non è particolarmente migliorata, ma nei paesi i cui governi hanno resistito alle proteste è andata pure peggio.

In Yemen, un vergognoso accordo per la transizione ha garantito l’impunità al presidente ‘Ali ‘Abdallah Saleh. Il nuovo governo dell’Egitto non è intervenuto per fermare le violenze in piazza, se non addirittura le ha incentivate, per dimostrare che non c’era alternativa a una giunta militare per garantire la sicurezza.

Nella “nuova” Libia ci sono ora 8500 prigionieri senza processo in carcere, sono avvenute punizioni collettive contro gruppi sospettati di aver collaborato alla precedente repressione, la tortura è diffusa e ci sono stati almeno 12 casi mortali. In Siria sono avvenuti crimini contro l’umanità; migliaia i manifestanti uccisi, decine di migliaia quelli arrestati o quelli che hanno lasciato il paese, oltre 300 i morti di tortura.

Nelle Americhe le forze di sicurezza hanno proseguito a commettere torture, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni. Difensori dei diritti umani in America Latina e nei Caraibi hanno subito minacce, intimidazioni e attacchi mortali. I popoli nativi hanno continuato a lottare per i loro diritti, specialmente quello alla terra, ma gli interessi delle aziende hanno spesso prevalso sulle loro rivendicazioni. Migranti in transito per il Messico sono stati attaccati, stuprati e uccisi. La violenza di genere e la violazione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e delle ragazze sono rimaste una preoccupazione diffusa.

Per quanto riguarda gli Usa, il centro di detenzione di Guantánamo Bay ha continuato ad operare e, nonostante le promesse del presidente Obama di chiuderlo entro il 22 gennaio 2010, è oggi nel suo decimo anno di attività con oltre 170 prigionieri ancora reclusi. A Cuba nonostante il rilascio dei prigionieri di coscienza condannati nel 2003 sia stato ultimato, il dissenso continua a essere soffocato.

Nell’Africa Subsahariana si sono svolte manifestazioni antigovernative, represse con la violenza dalle forze di sicurezza che hanno usato armi letali contro i dimostranti rimanendo quasi sempre impunite. La violenza e i conflitti armati hanno provocato indicibili sofferenze e innumerevoli vittime in Costa d’Avorio, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sud Sudan e Sudan. Giornalisti, difensori dei diritti umani e oppositori politici hanno subito minacce e intimidazioni, arresti arbitrari, imprigionamenti e attacchi mortali.

In Asia, la libertà d’espressione ha subito restrizioni; poeti, giornalisti, blogger e oppositori sono stati ridotti al silenzio, l’uso di Internet è stato sottoposto a forti controlli. In India sono state introdotte nuove restrizioni ai social media, in Thailandia sono state inflitte dure pene detentive per offese alla famiglia reale.

Duecentomila dissidenti rimanevano alla fine del 2011 nei campi di prigionia della Corea del Nord, dove la tortura risulta diffusa, così come in Cina dove hanno probabilmente avuto luogo migliaia di esecuzioni, nonostante il governo si ostini a non rendere pubblici i dati, impedendo così di confermare la dichiarata diminuzione dell’uso della pena di morte.

Le minoranze etniche e religiose hanno continuato a subire discriminazioni; in Pakistan due politici sono stati assassinati per aver contestato l’uso delle leggi sulla blasfemia.

In tutta l’ex Unione sovietica i difensori dei diritti umani e i giornalisti sono stati frequentemente perseguitati, intimiditi e picchiati. In Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan persone che avevano criticato le autorità sono state sottoposte a processi irregolari e a persecuzioni. In Russia corruzione, oligarchismo, e scarsa tenuta del processo democratico hanno alimentato un ciclo di proteste mai visto dalla fine dell’Urss, soprattutto in occasione delle scadenze elettorali. Diverse manifestazioni sono state represse con violenza e i loro organizzatori arrestati.

Le proteste antigovernative in Bielorussia sono state stroncate con la violenza o dichiarate illegali e i loro organizzatori imprigionati. In Azerbaigian, il dissenso è stato stroncato duramente e 17 attivisti non violenti sono stati condannati al carcere. In Ucraina la tortura è rimasta estremamente diffusa.

Almeno 1500 migranti e rifugiati, tra cui donne incinte e bambini, sono annegati nel 2011 mentre cercavano di raggiungere l’Europa attraverso il mar Mediterraneo. L’Unione europea ha respinto imbarcazioni piuttosto che cercare di impedire la morte delle persone a bordo. L’Italia ha espulso molte persone arrivate dalle Tunisia e altri paesi, come Francia e Regno Unito, hanno rifiutato di reinsediare migranti libici.

Le minoranze, come i migranti, i rom e le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno subito ampie discriminazioni. Gli stati membri dell’Unione europea non sono riusciti ad adottare una nuova direttiva antidiscriminazione, che avrebbe potuto tutelare coloro che subiscono discriminazione per motivi di disabilità, religione, orientamento sessuale ed età.

Le buone notizie arrivano da Myanmar, dove il governo ha preso la storica decisione di liberare oltre 300 prigionieri politici e di consentire ad Aung San Suu Kyi di candidarsi alle elezioni (conquistando poi un seggio in parlamento); e dai passi avanti della giustizia internazionale sulle guerre dell’ex Jugoslavia: i due ultimi “superlatitanti” Hadzic e Mladic arrestati; due generali croati, Ante Gotovina e Mladen Markac, condannati a 24 e 18 anni di carcere per i crimini commessi nel corso dell’Operazione tempesta, con cui tra l’agosto e il novembre 1995 la Croazia riconquistò la regione della Krajina compiendo massacri e deportando dal territorio la popolazione serba; un generale serbo, Momcilo Perisic, condannato a 27 anni di carcere per crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante l’assedio di Sarajevo dal 1992 al 1995 e il massacro di Srebrenica del luglio 1995.

Tra le richieste fatte da Amnesty International in occasione dell’uscita del Rapporto annuale, alcune riguardano i singoli stati: porre fine  all’ipocrisia e all’uso strumentale del linguaggio dei diritti umani, cessare di proteggere i regimi autoritari solo per ragioni di alleanza politica o di profitto economico; non continuare a sfruttare sincere preoccupazioni per la sicurezza o per gli elevati tassi di criminalità allo scopo di giustificare o ignorare violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza.

Alle Nazioni Unite, l’organizzazione per i diritti umani chiede per l’ennesima volta di prendere sul serio le responsabilità che le riguardano e realizzare un sistema di “governance” internazionale in cui gli stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza e le potenze emergenti investano in sistemi e strutture basate sui diritti umani e sullo stato di diritto, sulla trasparenza, sull’uguaglianza politica e legale delle donne, sulla lotta alla discriminazione, alla corruzione e all’impunità; è indispensabile l’adozione di un Trattato sul commercio di armi, che possa porre termine alla vendita irresponsabile di armi che alimenta conflitti e rafforza regimi che compiono violazioni dei diritti umani.

Tra le richieste avanzate al governo italiano, una su tutte: colmare un ritardo che, rispetto alla ratifica della Convenzione Onu contro la tortura, ha raggiunto quasi un quarto di secolo e introdurre finalmente nel codice penale il reato di tortura.

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fonte corriere.it

Usa, sermone choc:«Chiudiamo i gay in un recinto e lasciamoli morire»


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Carolina del Nord

Usa, sermone choc:«Chiudiamo i gay in un recinto e lasciamoli morire»

Il pastore battista: «Senza riprodursi si estingueranno». Il video finisce in rete e provoca proteste e manifestazioni

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Il pastore Charles Worley Il pastore Charles Worley

MILANO – Un pastore battista americano provoca reazioni indignate su internet dopo che è apparsa in rete la sua proposta di rinchiudere gli omosessuali in recinti elettrificati come il bestiame e di tenerceli fino alla morte. Il reverendo Charles Worley ha lanciato la sua farneticante proposta il 13 maggio scorso nella chiesa battista di Maiden, una piccola città della Carolina del Nord, lo stato che questo mese ha vietato con un referendum i matrimoni gay.

MORIRANNO TUTTI - Parlando ai fedeli, Worley ha detto: «Costruiamo un grande recinto…mettiamoci dentro tutte le lesbiche e lanciamo dall’alto il cibo. Facciamo lo stesso anche con i gay ma assicuriamoci che le recinzioni siano elettrificate in modo che non possano uscire… dopo pochi anni moriranno, non potendosi riprodurre».

SDEGNO SUL WEB – Il sermone è stato ripreso e il video postato su Youtube, dove ha creato un’ondata di sdegno. Una associazione locale che si batte contro la discriminazione degli omosessuali ha invitato attraverso i social network la popolazione a partecipare ad una manifestazione di protesta, domenica prossima, davanti alla chiesa. «Dobbiamo riempire di gente la strada davanti alla chiesa per dire al mondo che l’odio non è benvenuto nella nostra comunità», si legge in un messaggio postato su Facebook dai «Cittadini della valle di Catawba contro l’odio».

CONTRO OBAMA – Il pastore, che ha ignorato le proteste, ha anche dichiarato che non voterebbe mai per un «assassino di bambini e un amante degli omosessuali», un implicito riferimento al presidente Barack Obama, sostenitore della libertà di aborto e dei matrimoni gay.

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fonte corriere.it

BRESCIA – Disoccupato lancia i figli dal balcone e poi si getta nel vuoto

http://milano.repubblica.it/images/2012/05/21/114354641-62a5c09f-aec5-485b-92a7-787c27b5f1f4.jpg

Disoccupato lancia i figli dal balcone e poi si getta nel vuoto: morti tutti e tre

La tragedia a Brescia dopo una lite con la moglie per motivi economici. L’uomo aveva perso il lavoro
Inutili i soccorsi per i piccoli di 4 anni e 14 mesi. Prima di suicidarsi ha tentato di uccidere la donna

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 Tragedia questa mattina in via Cremona a Brescia. Dopo una lite con la moglie, un uomo di 41 anni, Marco Turrini, ha buttato i due figli di 4 anni e 14 mesi dal balcone del suo appartamento al sesto piano per poi lanciarsi lui stesso nel vuoto. Alla base del gesto, probabilmente, gravi problemi economici. L’uomo, un pubblicitario, aveva perso il lavoro da qualche tempo.

I tre sono finiti sulle auto parcheggiate nel giardino interno dell’abitazione. L’uomo è deceduto sul colpo e i bambini, un maschietto e una femminuccia, sono morti all’ospedale Civile di Brescia. L’uomo ha anche tentato di uccidere la moglie, non vi è riuscito e si è lanciato anche lui dal balcone morendo sul colpo. Sul posto sono intervenute le volanti e la squadra mobile della polizia di Brescia. Tutto è successo alla periferia Sud: una zona abitata per lo più da operai, molti dei quali negli ultimi tempi sono rimasti disoccupati.

Il quartiere era già stato scosso lo scorso dicembre dell’omicidio di un indiano, il cui corpo era stato ritrovato in una valigia nell’androne delle scale di una palazzina. La scena di un omicidio che si trova proprio a pochi metri dall’abitazione della famiglia Turrini.

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fonte milano.repubblica.it

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