Archivio | marzo 9, 2007

Firmiamo la PETIZIONE: Caritas vergogna!

Raccogliamo l’invito di Morgan e ripubblichiamo qui il suo post, invitando ovviamente a firmare la petizione.. C’è davvero poco da aggiungere, la parola VERGOGNA è di per se emblematica.

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Una notizia incredibile sconvolge per l’ennesima volta il popolo dei senzatetto: un uomo che stava cercando forse un riparo o un indumento per ripararsi dal freddo è morto stritolato in uno dei cassonetti della Caritas che raccolgono abiti usati.
È la quarta volta che capita in pochissimi anni, a Milano, a Como e nuovamente nel capoluogo lombardo. Ora un’altra vittima a Prato.
Non è possibile accettare queste tragedie!

A maggior ragione se scopriamo che i vestiti raccolti non sono donati alle persone che ne avrebbero bisogno, ma sono rivenduti per creare utili alle cooperative: c’è da non crederci.
Avete letto bene
, per mantenere in vita alcune associazioni si usano in parte soldi ricavati dalla vendita dei vestiti di quei maledetti cassonetti.

È ora di dire basta!

La Caritas deve ritirare dal territorio tutti i cassonetti killer e trovare altri modi per “raccogliere” vestiti.
In passato si è parlato di modificare i cassonetti, ma tutto ciò che è meccanico e pericoloso è e rimarrà tale. Riusciamo ad immaginare un senzatetto vagante per una città magari con qualche bicchiere di troppo avvicinarsi ad un cassonetto killer per trovare un indumento battendo i denti e fermarsi con consapevolezza a leggere gli avvisi di pericolo?
Bisogna essere realisti.
Invitiamo la Caritas a porre fine a queste inutili stragi per eccesso di superficialità.

Vi invito a leggere la petizione che ho creato al seguente link, firmarla e alzare la voce tutti assieme.

Bombardiamo di e-mail la Caritas, giornali, televisioni, radio, prelati, politici.

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fonte: http://www.acmedelpensiero.blogspot.com/

Bush- Chavez: pane o benzina?

LE MENE DI BUSH

Con la valigia in mano la diplomazia degli Stati Uniti prova a recuperare lo spazio perduto. Signora Rice a Bagdad, padrona di casa attorno alla tavola della tranquillità alla quale sono ammessi perfino i paesi canaglia. Ospite l’Iran che nasconde l’atomica nel cassetto, particolare imbarazzante mentre Washington – per difendere la democrazia – sta sperimentando la superbomba all’idrogeno, mille volte più micidiale del petardo di Hiroshima. C’è anche la Siria: le sue ombre destabilizzano Libano e Medio Oriente ma l’emergenza frettolosamente consiglia di considerarla un posto normale. Rimettere ordine nelle patrie del petrolio è la speranza per fa dimenticare i deliri del presidente di Teheran e l’ambiguità della dinastia Hassad, monarchia repubblicana di Damasco. La vittoria dei democratici costringe la Casa Bianca a un’umiliazione imbarazzante dopo le crociate e i massacri necessari a liberare il mondo oppresso dal fanatismo.

Il sorriso di Condoleeza Rice lancia messaggi subliminali: dateci una mano, noi perbene dobbiamo restare uniti nella lotta al terrore. Intanto Bush prova a recuperare altre patrie energetiche: quell’America Latina sconvolta dal laboratorio maleducato di Chavez, signore inaffidabile del Venezuela Saudita. Nazionalizza il petrolio non considerando equi i vecchi accordi che prevedevano ogni quattro barili un barile di royalty ai padroni di casa e tre alle compagnie straniere. Il rapporto è stato scandalosamente rovesciato, multinazionali offese: Bush eviterà Caracas. Andrà in Messico, Guatemala, Colombia, Uruguay e nel Brasile continente con la speranza di non sopportare le piazze bollenti di un anno e mezzo fa: quei fischi dall’Argentina al Messico. Non sarà una traversata di sole parole quella che sta per cominciare perché la strategia degli affari resta l’urgenza indispensabile all’economia Usa, il cui rallentamento immiserisce le ricadute interne del liberismo. Dal 2000 ad oggi l’aumento della povertà travolge nella violenza 28 stati, da Washington alla Florida. Il numero degli “estremamente poveri” – allarme dell’ American Journal of Preventive Medicine – aumenta con ritmo pericoloso. Estremamente vuol dire famiglie di quattro persone che mettono assieme meno di 5080 dollari l’anno , trecentocinquanta euro al mese, tre euro al giorno per padri, moglie e figli. Nessuna previdenza; socialmente abbandonati nella patria del consumismo. E loro si arrangiano. Il censimento 2005 fa sapere che rappresentano il 43 per cento dei 47 milioni di americani considerati gli ultimi degli ultimi, 9 mila dollari l’anno per famiglia. Ma nove mila dollari é il sogno dei sedici milioni americani che sopravvivono con la metà.

Poi gli emigranti, in parte clandestini. Come in Italia, tirano avanti accontentandosi delle paghe nere, pesano meno di un terzo delle paghe normali. Vivono uno sull’altro nelle cantine dei quartieri disperati pur di mandare a casa 51 miliardi di dollari che nel 2006 hanno tenuto a galla periferie e campagne dei loro paesi. Come stabilito dai protocolli di Friedman, padre incensato del liberismo, alle masse diseredate si contrappone la splendida salute di Wall Street e i bilanci sfolgoranti delle compagnie petrolifere e delle industrie pesanti rallegrate da consumi a dire il vero un po’ fuori abitudine: nei dintorni delle guerre vanno a ruba i loro campionari. L’illanguidirsi delle risorse del petrolio e la voracità energetica dell’India e della Cina, rendono insicura ogni previsione a medio termine. Garantire l’energia vuol dire garantire il primato della prima economia del mondo mentre segni di incertezza annunciano un ristagno che si immagina temporaneo, ma con qualche apprensione.

Tutto previsto; l’invasione irachena è stata la scorciatoia vecchio stile ( ma anche un po’ disperata ) per ridare fiato al sogno americano la cui prosperità coinvolge le abitudini dell’altra America. Nel caso la crisi allungasse i tempi, gli emigranti, braccia da soma quando il prodotto lordo vola, verrebbero messi da parte e i 51 miliardi delle rimesse diventerebbero briciole. Per Nicaragua, Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, una catastrofe.


Ecco il viaggio di Bush: proporre alleanze non soltanto commerciali. Il futuro delle energie rinnovabili ha bisogno di spazi immensi e partner fedeli. Bush si muove con ritardo, bacchettato dai democratici ormai padroni di Congresso e Senato. Prova a recuperare una disattenzione lunga sei anni. Che comincia a costare cara. L’America Latina non ha solo cambiato le bandiere; il ciclone Chavez rimpicciolisce l’influenza Usa distribuendo petrodollari ai paesi stressati dalle gestioni di Fondo Monetario e Banca Mondiale. I bonus venezuelani sciolgono la sudditanza di Argentina, Bolivia ed Equador ormai liberi dalla gestione Fmi, autocrate che per mezzo secolo ha programmato infelicità e sviluppo di ogni nazione: tutto deciso a Washington essendo il Tesoro di Washington maggior azionista del Fondo e della Banca Mondiale.

All’improvviso i tutori sono rimasti senza potere e il Fondo orfano dei “grandi clienti” latini. Cliente superstite, lontano dalle americhe, resta la Turchia: rappresenta il 75 per cento degli affari rimasti a chi controllava la contabilità del mondo. Nel 2006 il Fondo ha perso 103 milioni di interessi e per non fallire svende 6 miliardi e 600 milioni delle riserve oro. Ma il viaggio di Bush è il viaggio petrolifero senza petrolio di un giardiniere che deve essere paziente perché ultima frontiera dell’energia rinnovabile sta diventando il biodisel e gli Stati Uniti si preparano a dominarne il mercato. Almeno provano.

Chi pagherà l’ambizione sono i soliti senza nome. Lo abbiamo già raccontato: il mais del Messico finisce negli Usa dove funzionano raffinerie che trasformano grano e mais in etanolo. Piattaforme gigantesche galleggiano nelle praterie del Mid West: a fine anno saranno 173. Altre 79 sono in costruzione, ed è appena l’inizio. Gli accordi che il Bush comprensivo sta offrendo prevedono coltivazioni transgeniche e raffinerie nell’ Honduras poco abitato: 7 milioni di persone in un paese grande un terzo l’Italia. Il suo destino sta per cambiare: diventerà un Kuwait verde-soia. La Colombia è la nazione prediletta affidata dagli Stati Uniti alle mani del presidente Uribe. Ha cambiato la costituzione per farsi rieleggere. Si prepara a ricambiarla in vista di una permanenza eterna, come Chavez, ma per Uribe nessun lamento. Disciplinato, obbediente. Malgrado la vicinanza imbarazzante ai massacri dei paramilitari, resta il solo presidente al quale Washington continua a garantire gli aiuti antiterrorismo e antinarcos, milioni tagliati ad Equador, Bolivia, Perù, naturalmente al Venezuela.

E’il Brasile il momento sacro della missione che la Casa Bianca annuncia come “impegno per far progredire libertà, prosperità e giustizia sociale, illustrando i benefici della democrazia Usa nella cura dell’educazione, della salute e delle pari opportunità economiche“. Piccola dimenticanza: quei 45 milioni di barboni rifiutati dagli ospedali della grande civiltà. Senza contare i tre dollari al giorno attorno alle capitali del benessere. Anche i numeri brasiliani propongono le stesse contraddizioni. Analfabeti senza lavoro, famiglie affamate malgrado la missione Fame Zero, contadini senza terra, ecco i dolori che Lula prova a risolvere, ma che fatica. Paradossalmente il Brasile è il primo paese al mondo nel consumo di pillole per dimagrire, test preziosissimi che sviluppano l’industria delle anfetamine. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme: il 98,5 per cento dei medicinali che illudono la bellezza vengono fabbricati qui e il 27 per cento é consumato nelle città brasiliane. Forse complice l’obesità dei due paesi, gli gnomi di Wall Street annunciano un idillio Lula-Bush. Non sulle diete; i programmi restano concreti. L’economia non riesce a decollare come Lula vorrebbe: nel 2006 il prodotto lordo è inchiodato al 2,7 per cento contro il 9 per cento di Argentina e Venezuela.

E la benzina che cresce nei campi diventa occasione da non perdere. L’idillio si chiama etanolo. E’ possibile una storia d’amore politico tra il presidente della guerra e il presidente dei Forum della pace a Porto Alegre ? Meglio non metterla così. Gli Stati Uniti hanno bisogno del Brasile per irrobustire il presente e programmare il futuro. Non importa se le controindicazioni messicane fanno capire qual’è il prezzo. Gli Usa non vogliono l’alcool spremuto dalla canne da zucchero. La loro tecnologia si affida a grano e soia, e dell’etanolo il Brasile è il produttore più importante: 18 miliardi di litri l’anno, 2 miliardi e 500 milioni esportati negli Stati Uniti. Purtroppo questa soia non basta: già prenotata. Servono nuove, gigantesche coltivazioni. Chi fabbrica automobili le pretende.

E non ne possono fare a meno condizionatori e case da riscaldare, insomma le nostre morbidezze civili. Le monocolture che spaventavano le democrazie anni ’60 diventano prototipi miniaturizzati nel futuro che Bush vorrebbe disegnare nel continente semiaffamato. Washington si limita a comperare, che colpa ne ha? La produzione della soia sta arricchendo un piccolo gruppo di multinazionali e due importanti imprese brasiliane. Non solo si è mangiata il “mato”, immense savane. Comincia a mangiare l’Amazzonia. Non è tutto: i fertilizzanti inquinano i bacini sotterranei avvelenando i fiumi. Centinaia di migliaia di piccoli agricoltori insediati nei terreni demaniali vengono spazzati via. Il numero dei Sem Terra si allunga. Lula ha le spalle al muro: mettersi d’accordo con Bush vuol dire rallegrare esportazioni e bilancia commerciale, ne ha bisogno, ma anche le masse vagabonde per disperazione hanno bisogno di incassare le promesse elettorali. E il suo governo si divide: contenti gli alleati raccolti a destra; furibonda il ministro dell’ambiente Marina Silva, cresciuta nell’esempio di un amico assassinato per aver difeso ritmi e biodiversità della foresta. Sono passati diciotto anni; si chiamava Chico Mendes.


Se il petrolio ha seminato milioni di vittime nella storia dei paesi perseguitati dalla maledizione dell’essere cresciuti sui deserti che lo nascondono, biodisel, etanolo, insomma, la benzina rinnovabile, annuncia un futuro prossimo meno armato ma altrettanto fatale: ruba il pane – ripeto: il pane – a chi vive attorno ai campi di soia, mais e canna da zucchero. Energia semipulita vuol dire tirare la cinghia?
( Per far concorrenza all’eterno rivale, anche Chavez gira l’America Latina nei giorni di Bush. Giovedì, mentre sull’altra sponda del Rio de la Plata, il presidente americano firma il trattato di libero commercio con l’Uruguay di Tabaré, il presidente bolivariano raccoglie in uno stadio di Buenos Aires migliaia di persone: sponsors il padrone di casa Kirchner ed Ebe Bonafini, presidente delle Madri di Piazza di Maggio. Annunceranno la nascita del Banco del Sur, istituto che rimpiazza le vecchie banche mondiali nello sviluppo senza diktat del continente. Argentina, Venezuela, Bolivia, Equador soci fondatori. Il Brasile approva ma resta sulla porta. Promesse e promesse divise dal fiume dell’argento)

mchierici2@libero.it altre lettere di Maurizio Chierici

Cortesia dell’Unità

L’UOMO DOLCE, risposta all’8 marzo..




Scibona M.T.


Noi sognavamo l’uomo dolce
e una pacata tenerezza.
C’imposero rudi falconieri
che tarpando volo agli sguardi,
legavano al garante
l’estesa rete dei desideri.
Le notti eran colme di stelle
e di brucianti amori.
Nelle morbide alcove
per gli audaci guerrieri
fummo schiave e regine.
Le soglie rosate del giorno
ravvivavano sequenze d’interdizioni
e tempestosi egoismi.

Noi sognavamo l’uomo dolce
e una pacata tenerezza.
Lui sagomava strutture
e faceva carriera.
Per le case odorose e deterse
filtravano problemi irrisolti
e tensioni esistenziali.
Qualcuna più ardita
parlò di emancipazione.
Una parola che pervase
i nostri pensieri
e rumoreggiò sonora
nei gorghi stigi della mente.

Fu trucco metaforico
la somma delle promesse?
Era il tappeto volante
per la libertà.
Un sostantivo ricco e vibrante
su cui giocare la vita.
Lo inalberammo di volta in volta
come simbolo magico
di sacralità e perdizione.
Sommerse da strati di difesa,
da viaggi ignoti
e dissipanti avventure,
nei nostri territori liberati
sognammo ancora l’uomo dolce
e una pacata tenerezza.

Siena, 1985

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da “L’amore imperfetto”
Ed. HELICON 2003

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Autore: Scibona Maria Teresa Santalucia

Titolo: L’UOMO DOLCE

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Speaker: Lambardi Paola

GABO COMPIE 80 ANNI

Rendiamo omaggio a un grande scrittore attraverso la penna di Frida Roy.
Grazie Gabo per le emozioni che ci hai regalato!

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Anniversari

Il grande scrittore colombiano festeggia il suo compleanno, a 60 anni dal suo esordio e a 40 dal suo capolavoro, “Cent’anni di solitudine”

C’è già chi ha definito il 2007 l’ “anno di Gabriel Garcia Marquez” non solo perché oggi lo scrittore colombiano compie 80 anni, ma anche perché segna i 60 anni del suo primo racconto (La Tercera resignacion), i 40 dalla pubblicazione di “Cent’Anni di Solitudine”, ed i 25 dal Premio Nobel per la letteratura.

La Colombia è da tempo in fermento per rendere omaggio ad uno dei suoi figli più illustri che, insieme al grande pittore Botero, ha raggiunto quell’universalità propria alle menti e agli animi più sensibili e vicini al genere umano. E anche per questo che il compleanno di don Gabriel è atteso in America latina, in Italia e nel mondo come un evento eccezionale. Una eccezionalità simile a quella che il continente sudamericano ha riconosciuto nell’agosto scorso a Fidel Castro, di cui Gabo è coetaneo e amico personale, quando ne ha festeggiato l’anniversario di nascita. Ritiratosi da tempo dalla vita mondana e dal dibattito letterario, Garcia Marquez conserva un basso profilo, dopo aver superato con qualche difficoltà un cancro che forse ne ha fiaccato lo spirito e che lo ha spinto a dichiarare nel 2006, due anni dopo dopo la pubblicazione di “Memoria delle mie puttane tristi”, di “non avere più ispirazione”.

Amareggiato per questa situazione, ha commentato al riguardo: “Non auguro a nessuno il successo. Perché è un po’ quello che succede agli alpinisti, che si ammazzano per arrivare in vetta e quando la raggiungono, che fanno? Scendono, o cercano di scendere con la maggiore dignità possibile”. E come lo scorso anno ha deluso gli abitanti della sua città natale, Aracataca, che lo aspettavano per festeggiare il suo 79/o compleanno, Gabo non ha partecipato venerdì scorso alla inaugurazione a Cartagena de Indias, la sua città, del 47/o Festival del cinema, che contempla un monumentale omaggio alla relazione fra la sua figura e il grande schermo.


Così tutti si chiedono se interverrà, sempre a Cartagena (26-29 marzo), al 4/o Congresso della lingua spagnola, in cui la Real Academia gli vorrebbe consegnare la lussuosa edizione commemorativa di Cent’Anni di Solitudine, che in quattro decenni é stata tradotta in 35 lingue, vendendo oltre 30 milioni di copie. Di recente, un gruppo di 125 intellettuali incaricato di selezionare le opere letterarie immortali di tutti i tempi ha assegnato la Palma d’oro ad Anna Karenina di Leon Tolstoi, ed ha collocato la saga di Macondo e della famiglia Buendia al 20/o posto. Padre indiscusso del Realismo magico, Garcia Marquez ha elevato alla massima espressione uno stile di raccontare storie fantastiche, non come favole, ma come parte del mondo reale.

“Macondo – ha osservato – più che un luogo del mondo, è uno stato d’animo. Il difficile non era allora passare dallo scenario di un villaggio a quello di una città, ma passare dall’uno all’altro senza che si notasse il mutamento di nostalgie”. Ed i critici sono d’accordo sul fatto che la pubblicazione di “Cent’anni di solitudine” segnò l’ufficializzazione del boom della letteratura latinoamericana che nel 1962 aveva offerto “La morte di Artemio Cruz” del messicano Carlos Fuentes e l’anno successivo “La Città ed i cani” del peruviano Mario Vargas Llosa e “Rayuela” dell’argentino Julio Cortazar. Successivamente, dalla fervida immaginazione di Gabo sono nati altri romanzi (“Cronaca di una Morte annunciata”, “L’Amore ai tempi del colera” e “Dell’amore e di altri demoni”) che ne hanno assicurato l’immortalità letteraria.

Frida Roy, 06 marzo 2007
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