Archivio | marzo 16, 2007

Fondo globale AIDS, Tbc e malaria: ora l’appello anche sul blog di Beppe Grillo

Rilanciamo l’appello invitandovi a diffonderlo.



Comunicato stampa di Vittorio Agnoletto

Fondo globale per la lotta all'AIDS, Tbc e malaria
Agnoletto: «Ora che il governo ha superato la crisi mantenga le promesse
fatte: non c'è più tempo da perdere».

Da ieri anche Beppe Grillo, attraverso il suo blog,
dà voce all'appello lanciato da Vittorio Agnoletto, don Ciotti, padre
Zanotelli, tra gli altri, in merito al contributo italiano al Fondo globale
per la lotta all'AIDS, Tbc e malaria. All'indirizzo
<http://www.beppegrillo.it/2007/03/il_costo_della.html>
(e nella home page del blog) è pubblicata un'intervista video di Piero
Ricca a Vittorio Agnoletto.

«L'Italia - ricorda Agnoletto, eurodeputato, già fondatore della LILA (Lega
italiana per la lotta contro l'AIDS) - si era impegnata a versare ogni anno
una determinata quota al fondo lanciato nel 2001 dall'assemblea
straordinaria dell'Onu sull'AIDS. Nel 2005 ammontava a 100 milioni di euro,
ma il governo Berlusconi ne ha versati solo 80. La viceministra Patrizia
Sentinelli si è impegnata a versare i 20 milioni mancanti, utilizzando i
fondi alla cooperazione.

La quota che l'Italia si è impegnata a versare per
il 2006 è invece di 130 milioni di euro, lo stesso per il 2007. Ma non un
euro è stato stanziato per questo biennio». L'appello a rispettare
l'impegno preso ha accomunato poi attivisti italiani ed africani nel corso
dell'ultimo Forum Sociale Mondiale, svoltosi a Nairobi, lo scorso gennaio.
La risposta di Prodi è arrivata il 29 gennaio, quando, da Addis Abbeba, il
premier ha annunciato che l'Italia starebbe completando il versamento di
260 milioni di euro al Fondo globale per la lotta all'Aids, malaria e
tubercolosi. Vittorio Agnoletto espresse allora soddisfazione per
l'annuncio di Prodi, chiedendo però che il contributo non fosse prelevato
dai fondi destinati alla cooperazione, ma arrivasse da un capitolo di spesa
ad hoc.

Anche oggi, nel suo intervento alla Camera, Prodi ha ricordato
l'impegno italiano e la volontà di rispettarlo. «Nell'ultima settimana -
dichiara ora Agnoletto - la crisi di governo ha paralizzato la questione;
ora è tempo che Prodi mantenga fede alla promessa fatta. Se l'Italia non
verserà il contributo sarà infatti estromessa a breve dal board del Fondo
globale. Bisogna stanziare subito la quota per il Fondo: ne va della
credibilità dello stato italiano e, soprattutto, della possibilità di
salvare le vite di alcune migliaia di persone nei Paesi del sud del mondo».

Vittorio Agnoletto, europarlamentare della Sinistra unitaria europea,
medico, fondatore della LILA



Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sí qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

_________________________________

Autore: Montale Eugenio
Titolo: Non chiederci la parola

ASCOLTA IN FORMATO MP3 - 1.011 KB
Download text

Speaker: Gassman Vittorio

Don Milani. Ricordo di un grande.

Sono quasi passati 40 anni dalla morte di don Milani, questo profeta semisconosciuto ancora oggi, nonostante ciclicamente torni a riempire col suo nome, e la sua storia, la bocca dei troppi soloni nostrani. Quello che segue è un modesto contributo, una breve biografia.. Ma sarebbe interessante aprire qui un piccolo dibattito sulla specificità del suo messaggio (sigillato a prezzo della vita), che si riassume in questa breve frase:


Fai strada. Non farti strada





___________________________

Nasce, in una sontuosa casa di Firenze, il 27 maggio del 1923 da Albano Milani, laureato in chimica, poeta, filologo, conoscitore di sei lingue, e da Alice Weiss, donna colta di origine ebrea. Ha un fratello maggiore, Adriano, e una sorella più piccola, Elena. L’antenato più illustre è il bisnonno Domenico Comparetti. Grande filologo, conosceva 19 lingue. Lorenzo è il classico figlio di signori. Un privilegiato.
Tra gli amici del piccolo Lorenzo: Luca Pavolini, futuro giornalista, e Bice Valori, attrice. Sergio Tofano, creatore del signor Bonaventura, scriveva testi teatrali per far giocare la cucciolata dei signorini che, insieme ai Milani, in estate trascorrevano le vacanze a Castiglioncello.
E la religione? La famiglia ha sostanzialmente un atteggiamento noncurante, agnostico, laico.
Tra i dieci e gli undici anni Lorenzo è colpito da irite, una malattia degli occhi.
A quattordici anni passa i mesi freddi in Riviera, a Savona, per una ricaduta della malattia. Un signorino male in arnese e malaticcio. Nel 1930 tutta la famiglia si trasferisce a Milano per ragioni economiche, ma se la passa sempre più che bene.


Il 29 giugno 1933 i coniugi Milani, che erano sposati civilmente, celebrano il matrimonio in chiesa e battezzano i tre figli, per timore delle leggi razziali. E’ il ’34. Lorenzo viene ammesso alla prima ginnasiale al “Berchet”. Poi passa all’istituto “Zaccaria”, dei barnabiti. Per tornare infine al “Berchet”. Non fu mai uno studente modello.
Durante le vacanze, nella proprietà dei Milani a Gigliola (Montespertoli vicino Firenze), chiede, tra lo stupore della famiglia, di ricevere la prima comunione. Per ragioni di salute è costretto a tornare a Savona, in quinta ginnasio viene rimandato, con tre in italiano e quattro in latino. Una mezza tragedia per la famiglia. Ripara ad ottobre al “Berchet”. La prima liceo è un’altra catastrofe. Decide, inusitatamente, di saltare una classe: si presenta agli esami di ammissione in terza da privatista e… li supera grazie ad un geniale tema di italiano.


Il 21 maggio ’41 la guerra anticipa la chiusura delle scuole. Lorenzo viene dichiarato maturo ma rifiuta d’andare all’università come tradizione per i Milani. Lo scontro con la scuola italiana finisce qui, per ora. Tra gli amici di questo periodo i giornalisti e scrittori Oreste Del Buono e Saverio Tutino.
Dopo la maturità, manifesta l’intenzione di dedicarsi alla pittura. Il padre la ritiene “una bambinata”. In ogni caso, detto fatto, viene affidato alle cure del pittore Hans Joachim Staude, a Firenze.
E’ tempo di guerra e di fame, vicino a piazza Pitti accade un episodio che lo segnerà profondamente. Lorenzo, mentre dipinge, si mette a mangiare un panino. Subito una donna del popolo lo apostrofa: “Non si viene a mangiare il pane bianco nelle strade dei poveri!”.

Torna a Milano ed apre uno studio da pittore. E’ proprio attraverso una ricerca sui colori della liturgia cattolica che Lorenzo si avvicina in qualche modo alla Chiesa.
A Gigliola nel ’42 trova un vecchio messale. “Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?”, scrive all’amico Oreste Del Buono. Va ricordata la firma della lettera: “Lorenzino dio e pittore”. E’ ancora un giovane adolescente con manie di onnipotenza. Sempre di questi anni è l’amicizia con Carla Sborgi, con la quale “fu quasi fidanzato”.
3 giugno ’43, conversione ed incontro con don Raffaele Bensi, che ne diventerà il direttore spirituale. Al capezzale di un giovane sacerdote, Lorenzo annuncia a don Bensi: “Io prenderò il suo posto” . Dopo una settimana riceve la cresima dal cardinale Elia Dalla Costa.
Entra al seminario di Cestello in Oltrarno il 9 novembre ’43 dove si sta “zitti in latino” . Già si intravede il suo spirito schietto, ironico e spavaldo, ma “fanatico dell’osservanza della regola”. Non mancano contrasti col rettore monsignor Giulio Lorini e con don Mario Tirapani, che da vicario generale della diocesi lo perseguiterà e lo farà confinare a Barbiana.
La famiglia non approva la scelta di vita religiosa del figlio. Alla cerimonia della tonsura, l’atto d’ingresso alla vita ecclesiastica, nessuno dei parenti sarà presente.
Con il 1943 iniziano le persecuzioni contro gli ebrei a Firenze. Albano Milani aveva visto giusto.
Nel referendum istituzionale del 2 giugno ’46 Lorenzo Milani si schiera per la Repubblica, nonostante le raccomandazioni contrarie del cardinale.
Il 13 luglio ’47 a Santa Maria del Fiore viene ordinato sacerdote dal cardinale Dalla Costa.
E’ una giornata di pioggia il 9 ottobre del ’47, nel grosso borgo operaio di San Donato di Calenzano arriva il giovane cappellano don Milani che dovrà dare una mano al vecchio parroco Daniele Pugi. E’ qui che inizia l’elaborazione del catechismo storico. E’ qui che fonda la scuola popolare. E’ qui che nasce il nucleo forte di Esperienze pastorali. Dopo il suo arrivo scrive alla madre: “Sicché ora sono felice e vorrei che tu lo fossi anche te”.
Il fatidico 18 aprile ’48: la Dc alle elezioni, grazie anche alla mobilitazione delle parrocchie, stravince. Don Milani attraversa un paio di tornate elettorali non senza contrasti, pur attenendosi al diktat di far votare i cristiani della parrocchia per la Dc.
Nel 1951 s’ammala di tubercolosi.

Muore Daniele Pugi, il “babbo – proposto”, e don Milani viene esiliato: è nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana, 475 metri sul livello del mare nei monti del Mugello, sopra Firenze. Il 6 dicembre 1954, ancora una giornata di pioggia, arriva a Barbiana. Non c’è la strada. Non c’è la luce. Non c’è l’acqua.
Nella parrocchia, che doveva essere chiusa, vivono una manciata di famiglie sparse tra i monti. Don Milani acquista subito un posto nel piccolo cimitero di montagna, dove poi verrà sepolto con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna. Fonda una nuova scuola per i suoi ragazzi “montanini”, dove i poveri imparano la lingua che sola li può render uguali. Un’esperienza unica nel suo genere e forse irripetibile. Sono molti gli intellettuali attratti dalla figura di don Milani e dalla sua scuola. Numerose le visite a Barbiana: da Pietro Ingrao al teorico della nonviolenza Aldo Capitini.


A marzo del ’58 viene pubblicato Esperienze pastorali con l’imprimatur del cardinale. Il tema di fondo è la nuova pastorale utile a ricostruire un rapporto con la classe operaia, con i poveri. Tra gli estimatori del capolavoro di don Lorenzo: Luigi Einaudi, don Primo Mazzolari, monsignor Giulio Facibeni. Il libro suscita non poche polemiche. Il 15 dicembre dello stesso anno il Sant’Uffizio ordina il ritiro dal commercio dell’opera e ne proibisce ristampa e traduzione perché il testo è giudicato “inopportuno”. Tirano la volata al Sant’Uffizio la Settimana del clero e Civiltà cattolica con due stroncature del libro.
Il 28 ottobre ’58 diventa papa Giovanni XXIII che di lì a qualche anno convocherà il Concilio vaticano II (1962-’65). Una rivoluzione per la Chiesa.
E’ l’agosto del ’59, don Lorenzo scrive a Nicola Pistelli, direttore di Politica, una rivista della sinistra cattolica, Un muro di foglio e di incenso. Uno straordinario documento che precorre la nuova impostazione conciliare sui rapporti interni alla Chiesa cattolica.
Pistelli non ha il coraggio di pubblicarlo.
Intorno al ’60 arrivano i primi sintomi del tumore ai polmoni: un linfogranuloma maligno. La malattia che lo porterà alla morte.
Due anni dopo diventa vescovo di Firenze Ermenegildo Florit.
11 febbraio 1965, nel corso di un’assemblea i cappellani militari della Toscana in un comunicato definiscono l’obiezione di coscienza “espressione di viltà”. Don Lorenzo elabora la Risposta ai cappellani militari (“L’obbedienza non è più una virtù”), stampata in mille copie iniziali.
Difende il diritto ad obiettare ma soprattutto il diritto a non obbedire acriticamente. La risposta viene pubblicata da Rinascita il 6 marzo. Esplode la polemica, il priore è minacciato di venir sospeso a divinis da Florit e denunciato, da alcuni ex combattenti, alla procura di Firenze.
Viene processato, insieme al vicedirettore responsabile di Rinascita, Luca Pavolini, per apologia di reato, a Roma dove si stampa la rivista comunista. In vista del processo, non potendo parteciparvi perché malato, prepara la Lettera ai giudici. Il 15 febbraio 1966 i giudici romani, dopo tre ore di camera di consiglio, assolvono Lorenzo Milani e Luca Pavolini perché il fatto non costituisce reato.
Don Lorenzo morirà prima del processo d’appello in cui la corte sentenzierà la condanna per Pavolini a cinque mesi e dieci giorni. Per il priore di Barbiana “il reato è estinto per morte del reo”. Una condanna.


Nonostante la grave malattia viene preparata la Lettera a una professoressa, contro la scuola classista che boccia i poveri.
Una rampogna agli intellettuali al servizio di una sola classe. Un’opera scritta dalla scuola di Barbiana collettivamente e che verrà pubblicata a maggio del ’67. I giudizi sulla scuola italiana sono trancianti, irrevocabili. La lettera verrà tradotta in tedesco, spagnolo, inglese e perfino giapponese.
Nel marzo ’67 il priore si trasferisce in via Masaccio a Firenze a casa della madre. La malattia gli impedisce di parlare,
comunica con dei biglietti. Due giorni prima di morire il “signorino” Milani borbotterà con la consueta ironia: “Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa per la cruna di un ago”.
Il 19 aprile scrive all’amica di gioventù Carla Sborgi, che aveva lasciato prima di entrare in seminario, e le chiede di correre a Firenze. Dopo pochi giorni lo raggiunge.
Muore il 26 giugno ’67. Ad appena 44 anni. E’ la vigilia di un ’68 che non capirà mai fino in fondo don Milani.
Proprio lui, così aspro e tagliente, lascia un commovente e dolcissimo testamento a due ragazzi della scuola di Barbiana, Francuccio e Michele Gesualdi, che il priore aveva praticamente adottato, e a Eda Pelagatti, la “perpetua”, quasi una sorella, che l’aveva curato e seguito in tutta la sua vita di sacerdote. Il testamento parte con una sparata alla don Milani, ma poi si sgonfia, anzi… cresce e si illumina di tenerezza.

“Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi,
non ho punti debiti verso di voi, ma solo crediti. Verso l’Eda invece ho solo debiti e nessun credito. Traetene le conseguenze sia sul piano affettivo che su quello economico.
Un abbraccio affettuoso, vostro
Lorenzo

Cari altri,
non vi offendete se non vi ho rammentato. Questo non è un documento importante, è solo un regolamento di conti di casa (le cose che avevo da dire le ho dette da vivo fino a annoiarvi).
Un abbraccio affettuoso, vostro
Lorenzo









Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi,
non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto.
Un abbraccio, vostro
Lorenzo”

Don Milani non c’è più. Continua la provocazione…

A cura di Carlo Galeotti