Archivio | marzo 17, 2007

Tributo a Tupac Amaru

Voglio lasciare su questo blog, un tributo ai giovani ragazzi componenti il gruppo Tupac Amaru, che sono stati spietatamente uccisi dalle forze speciali anglo-statunitensi in territorio Peruviano, nella città di Lima, all’interno dell’ambasciata giapponese. Richiedevano la libertà per 40 guerriglieri in cambio degli ostaggi.
Dopo la morte degli attivisti, gli ostaggi intervistati dissero che non li fu torto un capello e che i giovani guerriglieri se ne stavano a giocare al calcio, quando le forze speciali, aiutate dall’azione di un monsignore cattolico che entrò con un cavallo di troia (un quadro religioso pieno di microtelecamere e microfoni) li sterminarono tutti, nonostante questi si mostrassero disposti alla resa tenendo le braccia alzate.
Tutti uccisi per volontà di Fujimori, all’epoca, presidente destrorso del Perù, che camminò tra i loro corpi trucidati, dopo l’accaduto. Eravamo alla fine degli anni ’90.
Per altre e più approfondite info:

Emanuele Capra, una scelta diversa

IL ROBINSON DI CROSI

“Vai vai, che tra due mesi torni giù”. Così dicevano gli amici della Foce, quartiere borghese di Genova, a Emanuele Capra. Sicuri che quel ragazzo dai capelli rossi, fresco di diploma in tecnica agraria, sarebbe presto rientrato nella bella casa di via Cecchi, tra le comodità che gli assicuravano il padre imprenditore e la madre insegnante di lettere. Non è andata così: “Sono passati sette anni e da qui non me ne andrò mai”. “Qui” è Crosi, 878 metri sul livello del mare, in mezzo ai boschi della Val Brevenna, a 40 chilometri dal capoluogo. Emanuele l’eremita, il Robinson di un villaggio-fantasma: trenta case in pietra, già spopolate dall’emigrazione tra Ottocento e Novecento, poi del tutto abbandonate negli anni Sessanta e Settanta, alla mercè di razzie vandaliche, pioggia e gelo invernale. “Nel 1989 era rimasta un’anziana, la Maria. E’ morta, sola. Io sono arrivato dieci anni dopo.

Il sole inonda quest’angolo di Appennino Ligure, ma non basta: alle 11 del mattino il termometro segna un grado, la brina resiste. Nella minuscola cucina, il tavolaccio, qualche sedia e la panca, una credenzina con la tv 14 pollici, il pentolame appeso alle pareti di calce annerite dal fumo della stufa alegna.

“C’è anche il fornello a gas, ma la bombola s’è esaurita due mesi fa”. Emanuele abita quel che rimane dell’antica osteria di Crosi. Pali di legno reggono la tettoia metallica, precarie lastre di lamiera fanno da ripari laterali. “Fino all’anno scorso stavo molto peggio, nella casa accanto. In questa almeno il calore della stufa va di sopra, nella stanza dove dormo. Mi basta, sono o non sono ‘u mattu?”.

Già, il matto. Lo chiamavano così quando, ventenne che poteva avere tutto e subito, decise di compiere una scelta radicale e incomprensibile ai più. Ma sin da bambino accarezzava un sogno preciso: “Dicevo sempre di voler andare a pascolare le mucche. Mi dava ascolto soltanto la nonna Palmira: in estate stavo in campagna, sentivo il suono dei campanacci e chiedevo che mi accompagnasse a vederle, perché ne avevo paura”. Ora, tra vacche etori, possiede venti capi.

La casa più vicina è a un chilometro (a Piani, ma anche lì vive stabilmente una sola persona) la strada di fondovalle a sette. “Mi dicono ancora oggi: hai fatto una pazzia. Ma no, è divertimento. Volevo un pezzo di terra e degli animali; potevo anche trovarli in un altro posto, in mezzo alla gente, e sarei stato contento lo stesso. Il giorno in cui giunsi qui, nel febbraio 1999, con Crosa (allora vitellina) e due caprette, c’erano metri di neve. Quando si sciolse scoprii che tutte le case erano soffocate dai rovi, enormi, intricati. Toglierli fu la prima necessità”.

Eamanuele mostra con orgoglio i muretti a secco che in questi anni ha tirato su, i piccoli trattori per spostare fieno e letame, gli alberi cedui dai quali ricava il legname da ardere e il filo spinato con cui ha recintato i pascoli. “Voglio continuare a cavarmela esclusivamente col mio lavoro. La mamma sale da Genova una volta la settimana con qualche provvista e porta giù le marmellate di pere e susine; in estate vende un po’ del formaggio che riesco a produrre, le uova, la verdura. Mio padre ha appena installato l’antenna parabolica, ma se piove forte è inutile: il segnale sparisce. Ma non soffro di solitudine, anzi. Gli abitanti della Val Brevenna non diffidano più di me e quando vado a casa loro per qualche lavoretto non mi lascerebbero più andare via. Poi, ogni tanto arriva un’amico, passano gli escursionisti che salgono sul Monte Antola.. A proposito: sono più matto io o quelli che si fanno oltre 40 chilometri a piedi per raggiungere la cima?”.

Emanuele Capra racconta la sua delusione: “Mi pare fosse il 2000, venne qui un assessore. La provincia di Genova voleva cominciare a recuperare i paesi abbandonati dell’Appennino, partendo da Crosi. Fu organizzato un campo internazionale per giovani volontari, si ipotizzò di portar su le scolaresche, di risistemare l’essiccatoio per le castagne, di coltivare intensamente le patate Quarantine, di realizzare un allevamento delle mucche di razza Capannina. E’ andata avanti per tre anni. Poi è cambiata la giunta… sono emerse altre idee e tutto si è fermato. Sa quante parole inutili ho ascoltato con gli altri allevatori della valle? Non ho voluto entrare nel loro consorzio. A che servirebbe? Mi hanno dato un “premio giovani” di 19 milioni di lire per iniziare l’attività di coltivatore diretto; poi due otre finanziamenti per i macchinari. Ma sostegno vero? Ultimamente sono ricomparsi i lupi: Corrado, lassù a Tonno, proprio sotto l’Antola, aveva 70 capre; gliene hanno mangiate più della metà e ha smasso di allevarle. A Fasciou, qui sotto, ne sono rimaste 15. Se un lupo m’ammazza una vacca, o una cavalla, magari riceverò un rimborso. Ma intanto avrò perso un animale prezioso, forse insostituibile”.

Non è tipo di arrendersi, Emanuele l’eremita. Evelyn, la ragazza che ha conosciuto salendo a cavallo alla’Alpe di Vobbia, dall’altra parte della valle, lo apprezza per questo: “Per anni è andato avanti a salme, formaggio e frutta; almeno gli preparo un po’ da mangiare. Ma io scendo spesso a Genova, lui mai”. Proprio fuori dal mondo.. “Ma no, mi basta un telegiornale ogni tanto: dicono sempre le stesse cose..” replica Capra. La politica? Chiunque governi fa solo quello che vuole. Ed io non ho tempo da perdere, fatico tutto il giorno. Il futuro? Cercherò di recuperare qualche altro rudere e di realizzare un piccolo agriturismo. Ci riuscirò, passassero altri vent’anni”.

Francesco La Spina – inviato del Venerdì di Repubblica

_____________________________________

(.. e magari cambiare vita)

Per arrivare a Crosi, incontrare Emanuele, scoprire il suo mondo e i suoi prodotti, si esce a Busalla dell’autostrada A7 (Genova-Milano) seguendo poi la strada provinciale 226 in direzione di Casella, fino al bivio di Avosso dove si imbocca la strada della Valbrevenna, seguendola fino al bivio per Ternano. Da qui si risale, seguendo indicazioni, verso la località Piani, trovando prima dell’abitato la strada sterrata che conduce ai Crosi.

_____________________________________

i numeri di telefono per contattare Emanuele (010-939 0214 e 3487484497) ;e la sua posta elettronica: crosi@charta.acme.com

_____________________________________

Ombre dell’Inquisizione






di Frei Betto


Oggi è un giorno triste per me. Mi duole nel profondo del cuore, nel midollo della mia fede cristiana. Il Papa Benedetto XVI , alla vigilia del suo primo viaggio in America Latina, ha fatto un gesto che dà un gusto amaro ai saluti di benvenuto: ha condannato il teologo gesuita Jon Sobrino, di El Salvador.

Conosco Sobrino da molto tempo. Insieme siamo stati consulenti dei vescovi latinoamericani a Puebla, nel 1979, in occasione della prima visita di Papa Giovanni Paolo II nel nostro continente. Abbiamo partecipato insieme a molti incontri, preoccupati di alimentare la fede delle comunità ecclesiali di base che, oggi, fanno dell’America Latina la regione con un maggior numero di cattolici del mondo.


Sobrino è accusato del fatto che nelle sue opere teologiche non dà un’enfasi sufficiente alla coscienza divina del Gesù storico. Per questo gli è stato proibito di far lezione di teologia e tutti i suoi scritti futuri dovranno essere sottoposti ad una previa censura vaticana. Il parere di condanna della commissione della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Santo Uffizio) parte, evidentemente , da pregiudizi. La lettura attenta delle opere di Sobrino rivela che egli non nega mai la divinità di Gesù. La nega il docetismo, un’eresia già condannata dalla chiesa nei primi secoli dell’era cristiana, basata sull’idea che Gesù di umano avesse solo l’apparenza, infatti in tutto il resto era divino. La qual cosa farebbe dell’incarnazione un inganno e darebbe ali alla fantasia per cui nella Palestina del I secolo l’uomo Gesù, dotato di onniscienza , potrebbe avere facilmente previsto l’attuale conflitto fra palestinesi ed ebrei.

I vangeli mostrano chiaramente che Gesù aveva coscienza della sua natura divina. Al contrario del suoi contemporanei, trattava Javè in maniera molto intima, affettuosa: Abba, “mio caro papà”, una rara espressione aramea- la lingua parlata da Gesù – , secondo quello che consta nel testo biblico. Tuttavia, quegli stessi vangeli dimostrano che Gesù, come tutti noi, ha sofferto di tentazioni ha avuto paura della morte, ha pianto, ha sentito la solitudine, ha chiesto al padre se fosse possibile allontanare da lui il calice di sangue, è stato uguale a noi in tutto, come afferma Paolo nella lettera ai Filippesi, tranne che nel peccato, infatti amava come solo Dio ama.

Invece, Roma soffre ancora di un platonismo impregnato di teologia liberale a partire da Sant’Agostino. Parla della divinità come se essa fosse contraria all’umanità. Ma la Creazione divina è indicibile. Come dice Paolo: “in lui (Dio) viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti degli apostoli 17,28).

Dice bene Leonardo Boff riferendosi a Gesù: “Per quanto egli era umano, poteva solamente essere anche Dio”. La nostra umanità non è la negazione della divinità, così come non lo era quella di Gesù. La divinità è la pienezza dell’umanità e questa è l’annuncio di quella. “Siamo della razza divina”, afferma Paolo agli ateniesi (Atti 17,28).

Roma, che gioca tanto con i simboli, sembra disprezzare l’America Latina ignorando che Jon Sobrino vive in Salvador, il cui arcivescovo, Oscar A. Romero, è stato assassinato dalle forze della destra mentre diceva messa nella cappella di un ospedale nel 1980. Il prossimo 24 marzo si commemorano i 27 anni del suo martirio. Sobrino vive a San Salvador, nella stessa casa in cui, nel 1989, quattro sacerdoti gesuiti, oltre alla cuoca e a sua figlia di 15 anni, sono stati assassinati da uno squadrone della morte.

Come si può rinnovare la Chiesa se le sue teste migliori stanno sotto la ghigliottina di chi vede eresia dove c’è fedeltà allo Spirito Santo?

Quel che c’è dietro la censura a Jon Sobrino è la visiona latinoamericana di un Gesù che non è bianco e non ha gli occhi azzurri. Un Gesù indigeno, negro, scuro, emigrante; Gesù donna, emarginato, escluso. Il Gesù descritto nel capitolo XXV di Matteo: affamato, assetato, stracciato, malato, pellegrino. Gesù che si identifica con i dannati della terra e che dirà a tutti che di fronte a tanta miseria devono comportarsi come il buon samaritano : “ciò che farete a uno dei miei piccoli fratelli, lo farete a me” (Matteo 25,40)


Frei Betto è scrittore, autore fra l’altro, di “Entre todas los hombres” biografia romanzata di Gesù.

(su gentile segnalazione di LATINOAMERICA)