Archivio | marzo 20, 2007

Economia sostenibile? Eccola.


Il microcredito è on line!

Sbarca in rete il “microcredito” on line dopo il successo della Grenman bank del Bangladesh, che concede piccoli prestiti personali restituibili a rate. A questo modello sembra ispirarsi anche Kiva.org (http://www.kiva.org/), un sito dove i piccoli imprenditori di Paesi del terzo mondo “postano” i propri progetti con foto e indicazioni dettagliate, alla ricerca di finanziatori. La richiesta di prestito (da restituire poi negli anni in piccolissime rate con interessi molto bassi) è irrisoria per un occidentale medio.
esempio:

Manuel Delgado González

Food Market

$650.00

61% raised

Mexico

Admic Nacional

Manuel is married and has three young children. He began his business 25 years ago by working as…


Manuel ha avuto la fortuna di avere finora 14 lenders che si sono interessati a lui e sta quasi per farcela..

Altri esempi: un allevatore del Mozambico cerca solo mille dollari per aumentare il numero di polli della sua fattoria che va avanti da generazioni. Ma c’è anche Pamela del Kenia che chiede solo 225 dollari per affrontare le spese universitarie della figlia. Tutti “restituiranno” il prestito in 18 mesi.
E’ inoltre sicuramente un modo molto più proficuo di fare beneficenza: chi “presta” i soldi sa a chi andranno personalmente e non c’è, quindi, alcun intermediario.

E’ una nuova economia sostenibile che si sta sviluppando sul Web. E così Zopa.com (http://www.zopa.com/), avrà presto anche una versione italiana dopo il successo nel Regno Unito, dove è stato lanciato nel 2005.
In pratica “borrowers” (coloro che chiedono un prestito fino a 45000 euro) e “lenders” (coloro che prestano) si incontrano nello spazio web di Zopa e senza la mediazione di alcuna banca. Zopa assiste semplicemente nella stipula del contratto tra barrower e lender e nel vagliare la documentazione di garanzia di coloro che chiedono il prestito.

Susanna Jacona Salafia
(Affari & Finanza del 21/03/07)

Multa milionaria alla Chiquita per crimini in Colombia

L’impresa Chiquita è stata condannata per
aver sovvenzionato gruppi di paramilitari, con l’assenso
della direzione dell’impresa, che ha sede a Cincicnnati, nello stato
nordamericano dell’Ohio. La multinazionale ha piantagioni
nella zona di Uraba, vicino la frontiera con Panama.

Negli anni ’90 questa regione è stata una della più colpite
dai massacri di contadini, fatte da questi gruppi
paramilitari di destra. La maggioranza dei casi di torture e
massacri sono stati realizzati perché i contadini venivano
considerati alleati o simpatizzanti di gruppi guerriglieri.










La multinazionale e dieci, tra dirigenti non
identificati (!?) e impiegati hanno sovvenzionato con 2 mila
dollari in assegni e denaro dal 1997 al 2004 una “violenta
organizzazione di estrema destra” chiamata Autodefensa
Unidas de Colombia (AUD), capeggiata da tale Salvatore Mancuso, o le Fuerzas de Autodefensa de Colombia, secondo il Dipartimento di Giustizia di
investigazione criminale della Corte Federale.


Per questo grave crimine di collaborazione con una
organizzazione terrorista, divulgato per la prima volta solo
dai mezzi alternativi di informazione, la compagnia Chiquita
è arrivata ad un accordo con il Dipartimento di Giustizia
in virtù del quale dovrà pagare nel corso dei prossimi
cinque anni una multa di 25 milioni di dollari, più
interessi. La notizia è stata confermata dall’ufficio stampa del marchio Chiquita.

Ora, ci si chiede: è credibile che la sovvenzione ammonti ad una cifra così irrisoria? Oltretutto ottenuta, così sembra, attraverso una sorta di colletta.. Direzione, dirigenti e impiegati (non identificati oltretutto)? Ma a chi vogliono darla a bere…

Le strategie delle multinazionali sono, purtroppo, da tempo chiaramente identificate, ed è inutile elencarne ancora tutti i truci aspetti.

L’unica considerazione che si può fare è che questa notizia è l’ulteriore conferma di ciò che già sapevamo.


Due delegati delle Nazioni Unite (ONU) in Colombia hanno convenuto che i 25
milioni di dollari della multa dovrebbero essere destinati
alle vittime del conflitto armato interno. Ma credere che succeda questo sarebbe come credere ai classici asini che volano.

E, per chi ha familiarità con lo spagnolo, vi invitiamo a leggere un interessante articolo su questo famigerato Salvatore Mancuso, un individuo responsabile di più di 3000 morti, nel periodo che va dal 1999 al 2004; Mancuso è uno spregevole figlio di immigrati italiani, e l’unica notizia buona è che attualmente è imprigionato in un carcere di massima sicurezza, insieme a 58 suoi compari, a Itagüí (departamento de Antioquia).

http://lasurda.resist.ca/index.php/2007/01/19/el-lider-paramilitar-salvatore-mancuso-reconoce-que-pagaba-400000.html


(fonte della notizia: agenzia Adital, con nostre aggiunte e commenti)

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E se siete stufi di banane allora vi propongo di farvi una Coca.









Che c’entra? C’entra.. Perché ci è giunta proprio oggi una notizia dell’ennesimo sopruso. Benché all’apparenza meno violento e radicale (ma tale proposito visitate il sito http://www.killercoke.org/) come il finanziamento della Chiquita a favore dei commando del terrore in Colombia, tuttavia è, ancora una volta, indice di come si muovono i grandi gruppi di interesse. E questa volta la protagonista è la Coca Cola, e di coloro che ne curano gli interessi per interposta persona..

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Perché la Coca Cola sì e la Coca Sek no

Di Alberto Rueda

La recente misura di sequestrare ad alcuni indios del Cauca colombiano tre prodotti che utilizzavano la foglia di coca come materia prima per la elaborazione di bevande gassate, biscotti e tè costituisce francamente una genialità che contrasta coi principi generali del diritto, dell’opportunità e dell’assurdo. Spiego perché.

Contrasta coi principi generali del diritto e finisce con l’essere piuttosto una misura di quelle che offendono e discriminano una nazione india. L’art. 27 della Convenzione unica degli

stupefacenti del 1961 stabilisce espressamente che gli Stati possano autorizzare l’uso delle foglie di coca per la preparazione di un agente soporifero che non contenga alcaloidi.

Questa è esattamente la norma che consente alla Coca Cola di utilizzare la foglia di coca a livello mondiale, dato che fa parte della materia prima della sua famosa formula segreta.

Se la Coca Cola può utilizzare la foglia di coca, allora perché succede invece che venga proibita in modo assoluto la Coca Sek, una bibita realizzata da un piccolo gruppo di indios del Cauca? Possibile che l’assurdo proposito della Convenzione dell’ONU sia quello di proteggere gli interessi economici di una multinazionale e scoraggiare la sopravvivenza culturale ed etnica dei popoli indios?

I tre enti statali protagonisti di questa proibizione: il Ministero della protezione sociale, la Direzione Nazionale degli stupefacenti e l’Istituto Nazionale di vigilanza delle medicine e degli alimenti (INVIMA) si sono comportati come un tecnico di laboratorio che segue pedissequamente il manuale di istruzioni, senza rendersi conto che si tratta di una faccenda complessa che tocca la protezione e la conciliazione di diritti fondamentali. Il Ministero della protezione sociale, per esempio, col concetto decontestualizzato e grossolano che i derivati della coca sono monopolio di Stato, finisce non solo col negare la ragione stessa della sua esistenza, trasformandosi in attore passivo di non protezione, e addirittura in agente attivo di un sopruso nei confronti di questo gruppo collettivo e umano del Cauca. La Direzione Nazionale degli stupefacenti accoglie un concetto soprattutto poliziesco di tolleranza zero, senza interpretare la legge nel suo significato completo che include chiari limiti, come il rispetto dei diritti umani e il rispetto dei valori culturali del consumo tradizionale. E l’INVIMA che finisce col cedere, forse come dicono gli indigeni per le stesse pressioni della Coca Cola, e si precipita ad adottare delle misure, pur non avendo, come si dice familiarmente, nessun pane che sta bruciandosi nel forno.

Non sono stati forniti argomenti, improvvisamente vi è stata una applicazione selettiva di norme senza criterio giuridico, un semplicismo del quale hanno finito con l’essere vittime soprattutto gli indigeni e le popolazioni più vulnerabili del paese. Dobbiamo forse ricordare a questi enti che la coca non è cocaina e che, se può farlo la Coca Cola, non sarebbe forse nostro dovere nazionale e umano aiutare questi indios del Cauca a fare sì che possano anche loro?

Osservatorio Internazionale per i Diritti

www.ossin.org

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Leggetevi l’articolo: Il segreto della coca buona dal sito di Peace Reporter

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=4286

Comunicazioni urgenti? verificarle sempre!

Vi avevo girato la comunicazione giuntami per sms dalla mia amica medico:

Bimbo 17 mesi necessita sangue gruppo B+ per forma di leucemia fulminante. Telefonare a:

– Sede Ospedale Meyer
Via L. Giordano, 13
50132 FIRENZE
Tel. 055 ****
Per Riccardo C.

Ragazzi, ho fatto un pasticcio. Non si tratta certo di una bufala, ma qui c’è la rettifica dell’ospedale:

http://www.ulssvicenza.it/notizie.php

Mi serva di lezione: prima verificare, poi attivarsi!
La voglia di aiutare in questo caso è tanta, e ci si muove subito, ma senza verificare si rischia di intasare le linee degli ospedali.

Ho criptato il numero dell’ospedale e il tolto il cognome del bambino per evitare ulteriori danni.

Ho pensato di eliminare il post, ma magari è utile lasciarlo per smentire la notizia nel caso vi giunga.

LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Da “Dialogo tra un impegnato e un non so”, Giorgio Gaber.

Che, parafrasato per i nostri scopi, può diventare:
“La libertà non è leggersi un blog
non è neanche lasciar qualche commento
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione”
E adesso traduco (che tanto è il mio mestiere): in Solleviamoci esiste un blog – dove noi e pochi altri proponiamo temi di discussione; ma esiste anche una chat (che non so quanti di voi abbiano mai utilizzato – mentre a volte è carino scambiarsi opinioni o quel che volete in diretta) e soprattutto un forum. Che dopo le ultime modifiche mi assicurano funzionare. Provare per credere!
Probabilmente ne sapete più di me, della differenza tra blog e forum… ma per chi fosse più o meno nelle mie condizioni, spiego: mentre in un blog è il gestore che stabilisce l'”argomento del giorno”, nel forum chiunque può inserire un tema a sua scelta. Lo sottolineo solo perché ogni giorno succedono molte cose che sarebbe opportuno segnalare, ma a metterle tutte nel blog si rischia che le prime non vengano neppure lette – e chi può stabilire per tutti qual’è la più interessante? Ad esempio, vorrei parlare della manifestazione del 17 marzo a Roma, o del Nobel per la pace Yunus e…. ma, se per la prima posso tranquillamente rimandarvi al sito di Nilde http://calinde.ilcannocchiale.it/


del 18 marzo, per il secondo potrei rimandarvi al blog di Grillo

http://www.beppegrillo.it/2007/03/muhammad_yunus.html

però mi piacerebbe anche discuterne “di qui”… Ma perché non lo faccio io? Perché, appunto, libertà è partecipazione!
Suerte, elena