Archivio | marzo 2007

IL SILENZIO CHE UCCIDE

Uccide l’uomo e la sua dignità.
Ed è opera anche del Governo Italiano, che ha portato avanti un’operazione d’immagine nella liberazione di Mastrogiacomo (a dispetto del compagno di merenda Bush), avendone poco o nulla merito. Mentre il merito principale va a Gino Strada ed a Emergency, e principalmente a Rahmatullah Hanefi, il mediatore che ha reso possibile l’operazione libertà per il giornalista italiano. E Hanefi non è solo un mediatore: è il portavoce ufficiale di Emergency, quindi non uno qualsiasi preso alla bisogna, e passibile di sospetti o certezze terroristiche.
Perché tanto accanimento? E perché il Governo non si leva a sol uomo contro questa ingiustizia?
Forse perché l’amichetto ricco e potente si è un tantino alterato, sentendosi scavalcato e usurpato nelle sue prerogative? O perché Hanefi non può essere paragonato per censo e religione a un italiano qualsiasi?
Questo silenzio grida vendetta.
mauro

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COMUNICATO STAMPA

5 marzo ’07 – Rahmatullah Hanefi sottoposto a torture

Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi.
Il responsabile afgano dell’ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all’alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani. Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi familiari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando “con i cavi elettrici”. Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.
Oggi, domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale”, presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove. Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi cinque giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data.

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Ascanio Celestini: "Radio Clandestina"

Ieri ricorreva il 63° anniversario del massacro delle fosse ardeatine, avvenuto il 24 Marzo 1944.
Durante il mio zapping notturno (chiaramente: la TV ormai si può vedere solo di notte), mi sono imbattuta in un personaggio che ho scoperto da poco, un cantastorie popolare: Ascanio Celestini. Non ho potuto spegnere la tv per mettermi a dormire: sono rimasta senza fiato ad ascoltare una storia raccontata tante volte, ma che mai mi aveva toccato il cuore in quel modo. Sarà che la storia spesso assume i connotati di un foglio di calcolo su cui sono annotati degli asettici numeri, 33 X 10 + 5, sarà che non sono più molti coloro in grado di darne testimonianza diretta, sarà che solo tramite uno sforzo di fantasia, quasi ipotizzando una realtà parallela, puoi immaginare che certe cose siano accadute nella tua città. Sarà che spesso chi te la racconta lo fa dall’alto di una cattedra e con voce annoiata.
Ascanio Celestini ci racconta un pezzo drammatico di storia romana attingendo direttamente alla viva voce del popolo, testimoniata dal libro “L’ordine è già stato eseguito”, di Alessandro Portelli, che raccoglie diverse testimonianze vissute. Lo fa dall’interno dell’ex carcere nazista di Via Tasso, oggi Museo Nazionale della Liberazione. Una lampadina, una sedia, e un accento romano d’altri tempi, quale ricordo solo dalla voce di mia nonna: ed ecco che la storia finalmente vive, pulsa, parla.
Ma perché Celestini ci racconta proprio questa storia?

“Rispetto ad altri massacri nazifascisti, come quelli di Marzabotto o di Sant’Anna di Stazzema, quella strage romana ha perfino un minor numero di vittime. Ma la sua storia non è scritta, vive solo di racconti orali, attraverso cui lo conoscono la maggior parte delle persone. E’ questo il punto centrale del mio interesse: la storia collettiva esce fuori da testimonianze singole e parziali, che però collegate danno una verità unitaria, chiarissima e inconfutabile. Il mio racconto in scena, a sua volta, cala questo episodio nella storia più vasta di una città e di un intero paese, fino a quel momento estremo, cruciale e rivelatore”.

E’ così che nasce il monologo “Radio Clandestina”


Titolo: Radio clandestina. Memoria delle Fosse Ardeatine. Con DVD
Autore: Celestini Ascanio
Editore: Donzelli
Data di Pubblicazione: 2005
Collana: Narrativa
ISBN: 8879899201
Pagine: 94
Reparto: Narrativa italiana
“tutti sembra che la conoscono a memoria, ma quando la vanno a raccontare, ‘sta storia, a raccontartela tutta ci mettono un minuto, ma se uno la dovrebbe raccontare tutta per filo e per segno ce vorebbe ‘na settimana, altro che un minuto…”.

Una donna si avvicina e chiede a qualcuno di leggerle i cartelli sui quali è scritto “fittasi” e “vendesi”. La donna è analfabeta. Qualcuno gli risponde che “al giorno d’oggi voi siete una rarità, ma durante la guerra c’era tanta gente che non sapeva leggere. E tanti andavano al cinema Iris di Porta Pia da mio nonno Giulio per farsi leggere i proclami dei tedeschi sui giornali “.Il 25 marzo del ’44 se ne fanno leggere uno che annuncia la morte di 320 persone: è l’eccidio delle Fosse Ardeatine.”Questa dell’Ardeatine è una storia che uno potrebbe raccontarla in un minuto o in una settimana”.È una storia che comincia alla fine dell’ottocento, quando Roma diventa capitale e continua negli anni in cui si costruiscono le borgate, continua con la guerra in Africa e in Spagna, con le leggi razziste del ’38, con la seconda guerra, fino al bombardamento di San Lorenzo, fino all’8 settembre. È la storia dell’occupazione che non finisce con la liberazione di Roma. È la storia degli uomini sepolti da tonnellate di terra in una cava sull’Ardeatina e delle donne che li vanno a cercare, delle mogli che lavorano negli anni ’50 e dei figli e dei nipoti che quella storia ancora la raccontano. A Roma non esiste un’immagine chiara di ciò che fu il movimento partigiano. I partigiani ce li immaginiamo mentre camminano in montagna e cantano Bella Ciao, ma a Roma erano i tedeschi e i fascisti gli unici che avevano il permesso di muoversi in gruppo e cantare. I partigiani romani si muovevano soli o in gruppi di due e Carla Capponi (che partecipò anche all’azione di via Rasella) dirà che fu un’emozione quando sentì una persona che la chiamava per nome ad alta voce.Il racconto della lotta partigiana e dell’occupazione nazista a Roma viene spesso raccontata in maniera confusa, ma soprattutto l’eccidio delle Ardeatine e l’azione di via Rasella che lo precedette sono ormai parte di un mito negativo, di una storia che viene raccontata al contrario. Io ho provato, partendo dai materiali pubblicati nel libro di Alessandro Portelli “L’ordine è già stato eseguito” a dare voce a quella parte orale della storia che ancora racconta quei giorni in maniera viva, diretta e non rovesciata.
Titolo: L’ ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria. Con CD Audio
Autore: Portelli Alessandro
Editore: Donzelli
Data di Pubblicazione: 2005
Collana: Virgola
ISBN: 8879897934
Pagine: XVII-461
Reparto: Storia d’europa

Mi chiamo Ascanio Celestini,figlio di Gaetano Celestini e Comin Piera.Mio padre rimette a posto i mobili, mobili vecchi o antichi, è nato al Quadraro e da ragazzino l’hanno portato a lavorare sotto padrone in bottega a San Lorenzo.Mia madre è di Tor Pignattara, da giovane faceva la parrucchiera da uno che aveva tagliato i capelli al re d’Italia e a quel tempo ballava il liscio. Quando s’è sposata con mio padre ha smesso di ballare. Quando sono nato io ha smesso di fare la parrucchiera. Mio nonno paterno faceva il carrettiere a Trastevere. Con l’incidente è rimasto grande invalido del lavoro,è andato a lavorare al cinema Iris a Porta Pia. La mattina faceva le pulizie, pomeriggio e sera faceva la maschera, la notte faceva il guardiano. Sua moglie si chiamava Agnese, è nata a Bedero. Io mi ricordo che si costruiva le scarpe coi guanti vecchi. Mio nonno materno si chiamava Giovanni e faceva il boscaiolo con Primo Carnera. Mia nonna materna è nata ad Anguillara Sabazia e si chiamava Marianna. La sorella, Fenisia, levava le fatture e lei raccontava storie di streghe.
www.ascaniocelestini.it

FRATELLANZA




Una parola che da più di due secoli tormenta il ricercatore sociale, come non di meno i concetti di libertà e uguaglianza. Finché essi saranno affrontati singolarmente si sarà presi dallo sconforto, perché ciò a cui si giunge in teoria non trova corrispondenza in pratica: la libertà è continuamente minata dal convenuto e soffocata dall’arbitrio; l’uguaglianza si sperimenta forse per un giorno quando si vota ma poi si continua a subire la disuguaglianza di diritti, la legge non è uguale per tutti; e della fratellanza non ne emerge neppure un serio concetto causa il dominante egoismo.

Se si vogliono comprendere i tre concetti è necessario che il pensiero da razionale e morto
diventi immaginativo e vivente, allora le azioni conseguenti si intersecano e creano un’unità: l’una non può entrare nell’applicazione concreta se non in stretta connessione con le altre due.
Non può svilupparsi vera libertà se non in connessione con l’uguaglianza e la fratellanza; né giusta uguaglianza se non si sviluppano contemporaneamente libertà e fratellanza; e la fratellanza non è in alcun modo possibile senza la libertà e l’uguaglianza. Se non si intercompenetrano fra di loro assurgendo a vita, non sono che astrazioni intellettuali e per nulla pratica. Libertà è azione di necessità sospinta dalla profonda comprensione dell’uomo e del mondo, materiale e spirituale.





Uguaglianza è diritto di cittadinanza, diritto di appartenenza a un popolo e quindi diritto di vita, di essere, per tutti; l’uguaglianza non è possibile che si esprima nella sua grandiosa e agognata bellezza finché non si afferra e si mette liberamente in pratica la fratellanza.

L’essere umano si può esprimere nella sua pienezza quando liberamente entra in una collettività di uomini che lavorano insieme, una collettività vivente che riesce a portare a vita le tre tensioni di libertà, uguaglianza e fratellanza. Oggi ogni nazione che si erga su una o due tensioni solamente, è destinata ad ammalarsi socialmente.

Come si realizza la fratellanza? Quando si mediterà sulla seguente legge sociale fondamentale: “La salute di una comunità di uomini che lavorano insieme è tanto maggiore quanto meno il singolo ritiene per sé i ricavi delle sue prestazioni, vale a dire quanto più di tali ricavi egli dà ai suoi collaboratori, e quanto più i suoi bisogni non vengono soddisfatti dalle sue prestazioni, ma da quelle degli altri. Tutte le istituzioni entro una comunità di uomini che contraddicono questa legge, alla lunga producono in qualche modo miseria e dolore.” (Rudolf Steiner – I punti essenziali della questione sociale – pag.230)








Se un artigiano è solo a svolgere il suo lavoro, egli terrà per sé il ricavo della vendita degli oggetti o servizi offerti; non andrà a vendere le sue ore lavorate, ma l’oggetto creato. Se la richiesta aumenta e l’artigiano si mette in società con un altro, o altri dieci o cento, nasce da subito il problema del rapporto, e incalza la domanda: abbiamo venduto i prodotti del nostro lavoro e ora il guadagno come lo gestiamo? Come ce lo dividiamo?


E’ la domanda chiave di un secolo di tormenti sociali, sindacali, umani. Deve essere una “vendita” interna di posizioni, titoli, raccomandazioni, divisione anticipata e sporca di utili camuffata da alte remunerazioni, un’asta moderna di autoschiavi? O non sarebbe il caso di affrontare una decisa ricerca di svolta, separando ciò che è il lavorare per i propri simili dal conseguire entrate?

Nell’impresa più semplice, i due soci apriranno la cassa e si guarderanno in faccia con la domanda fatidica: come ce li dividiamo? Io voglio di più di te perché ho un titolo… perché la mia mansione è più responsabile della tua… perché sono più scaltro… perché muovo più colli… perché sollevo più chili… perché… perché…
L’altro lo guarderebbe dritto negli occhi e lo spirito di collaborazione verrebbe sostituito ben presto dall’odio.








Ma potrebbe anche dire: tu hai famiglia, figli piccoli, molte più necessità di me che vivo solo e mi accontento, tu puoi prendere due parti e io una. Gratitudine e riconoscenza dell’altro il quale in sé già guarda oltre a quando l’amato compagno avrà più alte necessità.



Quando non si muove la comprensione verso l’altro, la legge fondamentale sociale è così tradita, inizia la “discesa infernale” verso miserie e dolori. Il dialogo agognato è interrotto, il dirigente vuole essere colui che pensa e l’operaio “deve” essere colui che ubbidisce e fa, gli impiegati diventano una casta e gli operai un’altra, inferiore; l’egoismo imperversa e, come un essere, ghigna alle spalle dei malcapitati uomini, ben divisi da mammona.










Il lavoro è un diritto, non una merce, un diritto per tutti e non privilegio per chi ce l’ha, spavento per chi ha paura di perderlo e non poterlo più ritrovare (eccetto la casta statale), miseria per chi è costretto alla disoccupazione.
Il lavoro è un diritto e i diritti non si pagano! E’ il diritto di partecipare all’evoluzione del mondo, alla creazione dell’uomo!

L’impresa deve primariamente e costantemente chiedersi: come posso realizzare la fratellanza fra tutti gli occupati, dai dirigenti agli operai? Con quali criteri chiari e solari ci remuneriamo? Come facciamo a far partecipi tutte le teste, tutti i cuori, tutte le mani secondo la loro possibilità e capacità? Il pioniere Adriano Olivetti se l’è chiesto e ha concretizzato; è stato stroncato! La sua opera deve risorgere in tutte le imprese, perché questo è il futuro! Noi viviamo ancora troppo ghermiti dal passato e dall’egoismo. Gli imprenditori illuminati si stanno svegliando, ma molti dormono profondamente, vivono in un mondo decrepito; i politici sognano molto, occupatissimi a salvare sé stessi nel posto che occupano; di sveglio vi è un anelito che urge in ogni animo: la dignità umana.

Da tempo immemore, e ancor oggi, un richiamo: “uomo conosci te stesso”; dal tempo medio: “fatti non fummo a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” ;dal tempo nuovo “un giorno tutti gli uomini saranno fratelli”.










Diventeremo liberi e uguali solo quando diventeremo fratelli, e si diventa fratelli quando ognuno impara ad ascoltare l’altro che gli sta vicino, con cui lavora, non solo con l’orecchio ma anche con l’anima, cosicché il suo dolore diventi il tuo dolore, la sua gioia la tua gioia; dolore e gioia che saranno il fondamento fraterno di ogni tua azione libera.

Soprattutto nel bistrattato mestiere primario dell’agricoltura l’uomo deve riconoscere lo spirito fraterno, prima consanguineo ora fra soci affini in grandi imprese biodinamiche; quello spirito fraterno che legava in un afflato il gruppo durante il lavoro in lunghe espressioni canore, quello spirito fraterno che oggi lega ad un piano ideale più individui in una nuova armonia che sale al cielo arricchendo i mondi divini di una grande risposta: la coralità nella libera gioiosa creatività.

E’nella sfera economica che si deve far strada la fratellanza. E’ la sfera economica che deve provvedere alla vita di tutti gli individui di una nazione, dalla nascita alla morte.








Quando una persona soffre perché non può soddisfare le minime necessità di vita, perché è oltraggiata la sua dignità, significa che l’organizzazione economica di uno stato è fallimentare, è violenta e egoista. Tutti i conti di bilancio di uno stato, di un’impresa, di una scuola non hanno alcuna significanza se non tengono costantemente l’uomo al centro, il sacro essere umano al centro, perché l’uomo è il punto di partenza e di arrivo del mondo; emarginarlo, misurarlo non col suo metro, è l’atto più anticristiano, è il peccato in senso assoluto oggi più grave dopo l’Evento unico del Golgota, è la trappola delle potenze dell’ostacolo.

Gianni Catellani

http://www.fondazionelemadri.it/fondazionelemadri/FRATELLANZA.pdf

SULL’AMORE..

“ L’amore non è una passione, l’amore non è un’emozione.
L’amore è una comprensione profonda del fatto che,
in qualche modo, l’altro ti completa.
Qualcuno ti rende un cerchio perfetto; la presenza dell’altro
rinforza la tua presenza.
L’amore dà la libertà di essere se stessi, non è possessività.“

– Osho –


Guerra e Pace



Tra nonviolenza e pacifismo: una sana discussione.

Questo post vorrebbe dare nuovo alimento alla discussione sul tema “violenza si – violenza no”, che, a quanto pare, ci sta coinvolgendo e appassionando tutti. Non vuol essere una sorta di sigillo al già detto, ma una doverosa e corretta puntualizzazione. Poi, a voi la parola, come sempre del resto.

Adriano Sofri, Gino Strada ed il pacifismo

Non vorrei che un serio dibattito sul pacifismo venisse
trasformato nella solita lite da pollaio.

Aldilà della polemica, e delle etichettature sbrigative (Strada
pacifista-puro, Sofri pseudo-pacifista), bisogna saper leggere
bene quello che è stato scritto.
Gino Strada, nel suo appello, dice che "non ci può essere guerra
in nome dei diritti umani"; Adriano Sofri, nel suo articolo, dice
che "l'uso della forza serve ad impedire ulteriori massacri".










Non mi sento in contraddizione nell'essere d'accordo con l'uno
e con l'altro.
Il centro di questa discussione credo stia proprio nei due termini
"guerra" e "forza". Essere contro la guerra non significa escludere
la forza. Ma per fare questa distinzione bisogna aver chiara anche
la diversità fra il generico pacifismo e la nonviolenza specifica.
Infatti, la nonviolenza gandhiana si basa proprio sull'uso della forza
per combattere la violenza.
La verità contro la menzogna; la legge dell'amore contro la legge
della giungla. La nonviolenza, diceva Gandhi, è per i forti, non per i
deboli.














E nella ricerca esigente di una purezza nonviolenta, si
spingeva anche più in là: se la nonviolenza assoluta non è
ancora possibile, cerchiamo almeno di raggiungere il minor
grado possibile di violenza.
Spesso faceva l'esempio (purtroppo attualissimo) di un cecchino
che spara sulla folla. Per fermarlo (se necessario, abbatterlo)
bisogna usare una forza che serve ad evitare una violenza
maggiore. Questo, naturalmente, vale anche su scala mondiale.
Bisogna fermare i dittatori (o i terroristi) e soccorrere le vittime.

Chissà quante volte in gioventù Sofri si è sentito dire che
l'estremismo è la malattia infantile del comunismo. Oggi,
parafrasando, si potrebbe dire che il pacifismo è la malattia
infantile della nonviolenza.
Per uscire dall'apparente contraddizione fra chi è sempre,
e comunque, contro la guerra e chi è favorevole, a volte, ad azioni
di forza, bisogna saper vedere la differenza che c'è tra la guerra
e un intervento armato; tra un esercito e una polizia internazionale.
I nonviolenti sono sempre stati favorevoli alla Legge e alla Polizia,
due istituzioni che servono a garantire i deboli dai soprusi dei violenti.
E' per questo che da anni sono impegnati, a partire dalle iniziative
europee di Alexander Langer, sia sul fronte del Diritto e dei Tribunali
Internazionali, sia per l'istituzione di Corpi Civili di Pace.














Da sempre i nonviolenti chiedono la diminuzione dei
bilanci militari e il sostegno finanziario alla creazione di una
polizia internazionale, anche armata, che intervenga nei conflitti
a tutela della parti lese, per disarmare l'aggressore e ristabilire
il Diritto.
Contemporaneamente al sostegno di questi progetti, i nonviolenti
sono contro la preparazione della guerra (qualsiasi guerra: di
attacco, di difesa, umanitaria, chirurgica o preventiva), contro il
commercio delle armi, contro gli eserciti nazionali, contro i bilanci
militari e lo fanno anche con le varie forme di obiezione di coscienza.
La proposta politica dei nonviolenti non è l'utopia del disarmo
mondiale, bensì il realismo del disarmo unilaterale. Vogliono uno
stato che rinunci al proprio esercito militare, e si impegni a fornire
mezzi, soldi e personale per la polizia internazionale sotto egida
delle Nazioni Unite.







Insomma, dire no alla guerra quando questa è scoppiata,
non serve a nulla; bisogna lavorare prima per prevenire il conflitto
armato. Innanzitutto abolendo gli eserciti e dotandosi invece
degli strumenti efficaci per fermare chi la guerra la vuole fare
comunque. La storia è piena di esempi.
Auspico che nel movimento si sviluppi un'approfondita discussione
sul tema "dal pacifismo alla nonviolenza"; ringrazio Sofri e
Strada per averla avviata. A chi voglia affrontarla seriamente
consiglio la lettura del testo "Sui conflitti e sulle guerre"
di Simone Weil (disponibile presso la Redazione di Azione
nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona; mail:
azionenonviolenta@sis.it)

Mao Valpiana, Direttore di "Azione nonviolenta"
Rivista mensile del Movimento Nonviolento, Verona


MESSICO, CRONACA DI MORTI ANNUNCIATE

Premessa.
Su questo blog si sta portando avanti un onesto e costruttivo confronto sul tema della nonviolenza (vedi post “Non c’è più religione”), che ha generato una discussione ampia e articolata, forse più sul cosa non fare che sul come intervenire sulla violenza tout-court. Violenza che nessuno di noi caldeggia, ma che giornalmente ci presenta il conto..
Non si può chiudere gli occhi, questo è certo, né si può restare indifferenti, qualsiasi forma di violenza sia. Ma pare che, invece, la società nella sua forma di massificazione degli individui, sia orientata sempre più verso un atteggiamento tipo “le tre scimmiette”. Curiamo l’orticello riuscendo a pensare, al massimo, “speriamo non succeda a me”. L’ultimo orrore è sul giornale di oggi: a Venezia un ambulante, per una faida tra pregiudicati, è stato assassinato a colpi di sprangate dopo essere stato legato come un salame e quindi totalmente impotente a reagire. Questa violenza fa male, questa sorte di tumore che ci avvelena il cuore e ci strangola l’intelletto.
Il post di oggi riguarda l’ennesimo episodio di violenza in puro stile sudamericano fascista. Nulla di nuovo, certo, però non si può tacere, come nemmeno far finta di non sapere.. Perché, come sempre, è l’indifferenza ciò che maggiormente uccide.
mauro

(tutte le foto del post sono inerenti alla manifestazione di Oaxaca che ha scatenato la repressione)
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Ventitré delitti impuniti. Stupri, torture, sequestri. Centinaia di arresti illegali, altrettante persone costrette alla clandestinità o scomparse. E i maestri, che fine hanno fatto i maestri di Oaxaca? Meno di un anno fa erano in strada per rivendicare un aumento del salario, un adeguamento al costo della vita. Presi in giro, alla fine di ottobre avevano coagulato tutti i movimenti popolari di questa valle assolata del Sud messicano, radunando fino a ottocentomila persone, in uno stato di 3 milioni di abitanti. E scatenando la la reazione della polizia del governatore Ulises Ruiz.

Che ha aperto il fuoco contro la disobbedienza civile – tra le prime vittime il reporter americano di Indymedia Brad Will – e nei giorni successivi ha ordinato retate e altre azioni di forza, incluso l’assalto all’Università.
Quattro mesi più tardi, decine di insegnanti continuano a mancare all’appello. Le commissioni internazionali dei diritti umani denunciano “omicidi e violazioni delle garanzie fondamentali”.
L’Unione Europea minaccia di escludere il Messico dai trattati commerciali, in mancanza di un’inchiesta che smascheri i responsabili degli abusi. Ma intanto l’Appo (Assemblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) ha ripiegato le sue bandiere e il governatore Ruiz resta in carica.

“Con la benedizione dei due partiti della destra conservatrice, Pri e Pan, protagonisti del patto che ha portato all’elezione del presidente Felipe Calderon, Ruiz ha risposto da par suo – con assassinii, violenza e torture – alla richiesta del popolo di esercitare un proprio diritto” commenta Paco Ignacio Taibo II. Lo scrittore messicano è amareggiato due volte. Perché questa storia di Oaxaca lui la conosceva in anticipo: l’aveva raccontata in un romanzo che esce oggi in Italia (Svaniti nel nulla, Net-Il Saggiatore), ultima avventura di Héctor Belascoaran Shayne, l’investigatore guercio del Distriyo Federal. Dove lo sfortunato e irresistibile detective deve rintracciare “il più vivo di tutti i morti”, forse ucciso da un dirigente del sindacato insegnanti che a Oaxaca guida la rivolta, facendo i conti con una polizia corrotta e violenta.
Incredibile coincidenza?

“La verità è che Oaxaca ha una tradizione di ingiustizie, soprusi e barbarie dei governatori.” dice Taibo II. “Io ho scritto il libro con grande anticipo sulle violenze di qualche mese fa: purtroppo la logica degli assassini, della repressione, è sempre la stessa”. E però, aggiunge lo scrittore, nell’autunno passato Oaxaca ha vissuto una stagione diversa. Unica. Per la prima volta i cittadini hanno reagito all’ingiustizia tutti insieme. Ecologisti e pittori, operai e commercianti, contadini e artigiani. Maestri, tassisti, studenti, dipendenti pubblici. Ma, ancora una volta, lo Stato ha soffocato la protesta con la violenza”.

Sara Mendez, segretaria della Rete oaxaquena per i diritti umani, ricorda che “ci sono stati casi di maestri portati via dalle classi mentre facevano lezione. Diffondere il panico, questa era la strategia”. Persino Ruiz ha ammesso che tra gli arrestati c’è stata una maggioranza estranea ai fatti. Oltre trecento persone sono finite in prigione. E alcuni mesi dopo, il posto dei vecchi maestri – quelli che non sono tornati – è stato preso da nuovi insegnanti.

“Mi dispiace”, abbassa la voce Taibo II. “E’ il mio secondo romanzo premonitore, era già successo con Cosa facil (uscito in Italia come Il ritorno di Zapata). Ma questa volta è diverso. Fa male”.

Massimo Calandri, giornalista del Venerdì di Repubblica

Giornata Mondiale dell’Acqua

Già già..

L’acqua è una risorsa naturale limitata ma allo stesso tempo è anche un bene pubblico essenziale per la vita e la salute. Il diritto dell’uomo ad avere libero accesso all’acqua potabile è indispensabile per condurre una esistenza degna. L’acqua, la sua infrastruttura ed il suo servizio devono stare al servizio di tutti”.

Questo è quanto è stato sancito dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite nel novembre 2002. La giornata mondiale dell’acqua è invece stata proclamata già nel 1993 dall’Assemblea delle Nazioni Unite, e di anno in anno, diventa sempre più attuale e urgente parlarne come occasione per sensibilizzare istituzioni e società civile su una indiscussa emergenza mondiale e sulle sue possibili soluzioni” .

Peccato che gli interessi privati stiano spingendo in tutt’altra direzione..


L’acqua è un bene vitale e come tale la sua equa distribuzione dovrebbe essere un diritto per tutti. Ma spesso e volentieri, su questioni così importanti, il mondo va a rovescio e l’acqua, essendo uno dei principali sistemi di regolazione sociale oltre che un bene economico, secondo la rivista Fortune, promette di essere per il XXI secolo ciò che il petrolio è stato per il XX: il bene prezioso che determina la ricchezza delle nazioni, tanto che la Banca Mondiale pare spingere i Paesi che chiedono prestiti per pozzi o acquedotti a concederli a condizione che vengano smantellati i servizi pubblici.
(fonte: ilprofessorechos.blogosfere.it/2005/11/)
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Nel Mondo..

Riscaldamento globale, scarsezza di acqua e mancanza di risanamento, sono alcune delle principali questioni che saranno discusse in tutto il mondo il Giorno Mondiale dell’Acqua, che si celebra oggi, 22 marzo. Quest’anno l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha fatto un appello per affrontare la scarsità che, attualmente, affligge 1200 milioni di persone in tutto il mondo. Gli ultimi dati non sono affatto incoraggianti poichè in 20 anni, se non ci sarà una azione più incisiva, il problema riguarderà i due terzi della popolazione mondiale.

In Brasile l’organizzazione ha riunito autorità e membri della società civile in una grande manifestazione a Foz do Iguaçu. Questa manifestazione servirà per la firma di un patto nazionale per la conservazione delle acque in Brasile, oltre ai dibattiti e alla presentazione di esperienze andate a buon fine nella lotta per la scarsezza di acqua.

A Belo Horizonte, nel Minas Gerais, dove dal giorno 23 inizierà il VI Forum delle Acque per lo Sviluppo Sostenibile, il tema centrale non potrebbe essere altro: la trasposizione o rivitalizzazione del Rio Sao Francisco. Il professor Apolo Heringer Lisboa, che coordina il progetto Manuelzão, ha affermato che la trasposizione è un grande errore, fatto proprio a beneficio dell’industria.








Un pellegrinaggio ha portato il giorno 17 centinaia di persone nella Sierra de Teixeira, a Paraiba, in una via sacra che è servita per far risaltare la realtà dell’Amazzonia e dimostrare che i problemi della regione fanno parte del contesto nordestino, come la polluzione e l’uso di agrotossici.

Dalle comunità sono anche partite le iniziative che si stanno realizzando per combattere la scarsezza di acqua.

A Rosario, Argentina, la giornata sarà celebrata con una serie di manifestazioni organizzate da diverse organizzazioni sociali, di fronte al Monumento Nazionale alla Bandiera. Inoltre le organizzazioni in collaborazione con le scuole stanno facendo attività divulgativa sui problemi sociali e ambientali relativi all’acqua.

In Messico la giornata sarà celebrata a Jalisco (Guadalajara) e avrà l’obiettivo di rendere consapevole la popolazione dell’importanza di conservare le risorse naturali, considerate già scarse in qualità e quantità.

A Quito, in Ecuador ha luogo la manifestazione “No alle miniere delle multinazionali che sono saccheggio, inquinamento e morte”.




(Da http://www.adital.org.br/)

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Anche il Cesvi vuole ricordare la Giornata Mondiale dell’Acqua attraverso l’impegno dei bambini del progetto Giangukai, realizzato in partnership con Ucodep grazie al contributo della Cooperazione Italiana.
Giangukai, termine che in lingua wolof significa “scuola”, è un progetto attivo da settembre 2006 per favorire l’educazione ad uno sviluppo più sostenibile e, soprattutto, ad un uso quotidiano responsabile e consapevole della risorsa acqua.
Il progetto consiste nella creazione di gemellaggi online – dedicati al tema “acqua” – tra 50 classi di III, IV e V della scuola primaria sparse su quasi tutto il territorio nazionale.
I bambini stanno lavorando intensamente da febbraio 2007 con i propri insegnanti per svolgere ricerche sul campo, temi, disegni, foto e interviste sul proprio territorio al fine di conoscere meglio l’ambiente in cui vivono e scambiare esperienze e riflessioni con la classe gemellata.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, Cesvi e Ucodep lanciano un concorso creativo per le scuole aderenti al progetto. L’iniziativa si propone di creare, attraverso i disegni e le fotografie dei bambini, una “mostra virtuale” sul tema dell’acqua per la fine del mese di maggio. Le classi che invieranno i disegni e le foto più belle vinceranno un premio in libri. In questo modo si permetterà ai bambini delle classi vincitrici di usufruire di testi utili alla formazione scolastica e personale, dotando la scuola di materiali di documentazione e approfondimento (Info: www.giangukai.org)

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(leggete anche: 22 marzo 2007: giornata nazionale dell’acqua ricordando Cochabamba;
leggete, firmate e diffondete la petizione che trovate su http://www.acquabenecomune.org/)



NON C’E’ PIU’ RELIGIONE

Quando Prozac e Ritalin danno alla testa..

Dobbiamo crederci? Il Secolo d’Italia che riabilita “Bella ciao” dicendo che in fondo è una bella canzona e la si può anche cantare.. Il Boss-padan che elegge il Che a simbolo di libertà e lo “arruola” a forza come testimonial per la campagna di tesseramento giovani..
Davvero, c’è da credere che il mondo stia impazzendo e che non ci sia più limite all’assurdo. Noi magari ci facciamo le canne, ma questi si sparano cannoni.. e manco li reggono bene.
Mah.
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Hasta la Padania

La Lega di Arzignano sceglie l’immagine di Guevara per attirare i giovani al tesseramento. Un abbaglio? Macché: «perché era un combattente per la libertà e non era comunista»

di Loska

El Nord, unido, Jamas serà vencido

Da non crederci. Anzi, “rob de mat”, direbbero loro. Sta di fatto che la Lega, quella che ce l’ha duro, quella che i comunisti devono morire, etc etc etc, ha assoldato niente popo’ di meno che Che Guevara. Il Che. Ernesto Guevara. Quello che da anni imperversa su milioni di magliette rigorosamente rosse, ora si trova improgionato in campo verde.

Come mai? “Non era comunista. Non è acrobatico avere arruolato Guevara fra i martiri della libertà: in fondo lui credeva a quel che faceva e ci si è anche coscientemente giocato la pelle, e questo gli merita rispetto”. In fondo, Che Guevara mica era un comunista, ma solo un rivoluzionario Marxista.

Insomma, quisquilie, in realtà se fosse nato oggi sarebbe leghista pure lui, pensano dalla sede di Arzignano del celebre partito, famoso per le esternazioni omofobe, xenofobe e razziste di alcuni dei suoi più imponenti uomini di facciata. E proprio il Che, quello di “Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare”, proprio lui è l’uomo perfetto per questa missione.

Per salvare il popolo oppresso del Nord dagli squallidi Sudisti che ne vogliono approfittare. Sudisti, o musulmani, o cinesi, insomma chiunque non sia veneto da almeno 8 generazioni. “Il guerrigliero è un riformatore sociale, il quale impugna le armi per rispondere all’irata protesta del popolo contro l’oppressore e lotta per cambiare il regime sociale colpevole di tenere i suoi fratelli inermi nell’ombra e nella miseria.” Il popolo oppresso, le ingiustizie, la Rivoluzione, la miseria. Qualsiasi cosa si dica, di Che Guevara, qualsiasi idea si abbia sul suo operato, questa operazione pubblicitaria leghista non può come essere etichettata come una stupidaggine.

Un’offesa non tanto all’immagine odierna del Che, nemmeno alla sua battaglia in quanto tale, quanto agli ideali che sottendevano il suo operato. Salvare il popolo dall’oppressione, eliminare le disuguaglianze, restituire la libertà, permettere a chiunque di vivere in maniera dignitosa.

Con che faccia un partito come la Lega ha potuto sputare su queste idee, per appropriarsi di ‘un’immagine? E’ la pubblicità: fare scalpore, far parlare, nel bene o nel male. Certo che anche questo non dovrebbe mai trascendere alcuni invalicabili paletti, primo fra tutti quello del buon gusto. Ma alla Lega, il buon gusto, chi lo conosce? E dunque che ci importa: anzi, consiglio alla lega i prossimi testimonial, gente che ha lottato per un ideale e ci ha rischiato la pelle: Adolf Hitler e Osama Bin Laden, tanto per dirne due.

Alla Lega, in fondo, cosa importa? Lungi dal capire che esiste una cosa chiamata Idea (e non mi stupisce), per essere annoverati da loro come “Martiri della Libertà” basta essere morti per un’idea qualsiasi: anche quella di far soldi o sterminare altri popoli. D’altra parte, eccoli i padani: “Tutti voi di Radio Padania Libera, della Padania e Telepadania siete i migliori, favolosi: mi prudon le mani con tutti gli altri. W la Lega,w la Padania libera, w noi! I have a dream! Chiudere questo Governo di pagliacci in uno dei loro amati centri sociali con i loro amici tossici, immigrati e zingari! Che tristezza. Al voto subito Padania Libera.” O, se preferite “Continuiamo ad aprire le porte a questi extracomunitari, incivili, arroganti, a cui non siamo in grado di insegnare nulla, con cui non ci sarà mai dialogo. È un problema.”

Insomma, con gente così, uno come Che Guevara ci starebbe a pennello. Ma dall’altra parte e con un fucile.

tratto da Giornalettismo

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“Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere quel che non sono” (Giacomo Leopardi)


Economia sostenibile? Eccola.


Il microcredito è on line!

Sbarca in rete il “microcredito” on line dopo il successo della Grenman bank del Bangladesh, che concede piccoli prestiti personali restituibili a rate. A questo modello sembra ispirarsi anche Kiva.org (http://www.kiva.org/), un sito dove i piccoli imprenditori di Paesi del terzo mondo “postano” i propri progetti con foto e indicazioni dettagliate, alla ricerca di finanziatori. La richiesta di prestito (da restituire poi negli anni in piccolissime rate con interessi molto bassi) è irrisoria per un occidentale medio.
esempio:

Manuel Delgado González

Food Market

$650.00

61% raised

Mexico

Admic Nacional

Manuel is married and has three young children. He began his business 25 years ago by working as…


Manuel ha avuto la fortuna di avere finora 14 lenders che si sono interessati a lui e sta quasi per farcela..

Altri esempi: un allevatore del Mozambico cerca solo mille dollari per aumentare il numero di polli della sua fattoria che va avanti da generazioni. Ma c’è anche Pamela del Kenia che chiede solo 225 dollari per affrontare le spese universitarie della figlia. Tutti “restituiranno” il prestito in 18 mesi.
E’ inoltre sicuramente un modo molto più proficuo di fare beneficenza: chi “presta” i soldi sa a chi andranno personalmente e non c’è, quindi, alcun intermediario.

E’ una nuova economia sostenibile che si sta sviluppando sul Web. E così Zopa.com (http://www.zopa.com/), avrà presto anche una versione italiana dopo il successo nel Regno Unito, dove è stato lanciato nel 2005.
In pratica “borrowers” (coloro che chiedono un prestito fino a 45000 euro) e “lenders” (coloro che prestano) si incontrano nello spazio web di Zopa e senza la mediazione di alcuna banca. Zopa assiste semplicemente nella stipula del contratto tra barrower e lender e nel vagliare la documentazione di garanzia di coloro che chiedono il prestito.

Susanna Jacona Salafia
(Affari & Finanza del 21/03/07)