Archivio | maggio 9, 2007

CANZONE DI MAGGIO

E tanto per scuotere ulteriormente le coscienze, ecco un post del nostro amico Equo. Leggetelo.
E meditate.

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Io appartengo ad un’antica schiatta di Monaci – Guerrieri.
In quanto Monaco la tolleranza, la comprensione, la gentilezza, sono divenute parte del mio corredo genetico…
Qualche volta, tuttavia, sempre senza rinunciare ai modi cortesi e senza che l’animo sia turbato da sentimenti negativi, con tranquilla e pacata determinazione, il Guerriero ha il dovere di snudare la Spada.

Dicono che la verità renda liberi… ma talune verità nessuno ha voglia di sentirle: è a questo punto che Monaco e Guerriero concordano pienamente sulla necessità di dirle comunque, anche se tagliano, anche se feriscono, anche se saranno rifiutate con la più scontata delle scuse: “Non riguarda me”.

Diremo allora che l’arma più letale, quella che provoca più vittime su questo nostro tormentato pianeta, non è la bomba nucleare, non sono i gas nervini, non sono gli ordigni “intelligenti”.
E’ il telecomando della TV.
La frase che provoca più morte e distruzione non è “Sganciate la bomba” o “Aprite il fuoco”; è “Ancora il Darfour! Cambia canale che stiamo mangiando!”

Sono pochissimi gli uomini al mondo che causano guerra, eccidi, disastri ecologici, per i loro egoistici interessi.
Sono pochissimi… e la loro forza, quella che consente loro d’inseguire profitti e potere al prezzo di sangue versato o foreste distrutte, non risiede nel loro ruolo politico, nel loro denaro o nei loro armamenti: la loro oscura autorità nasce dall’indifferenza dei più, dalla rassegnazione dei molti, dal cinismo e dallo snobismo di chi “si chiama fuori”.

La verità scomoda, che vi piaccia o meno, è la seguente: coloro che si chiudono nella loro “torre d’avorio”, nel loro “orticello” (e davvero non importa se lo fanno per becero egoismo o se tirano in ballo alate giustificazioni filosofiche) sono complici; il sangue degli innocenti sporca anche le loro mani, anche se, personalmente, non farebbero male ad una mosca; il grido di dolore di una Terra morente è causato pure da loro, anche se risparmiano l’acqua del rubinetto e riciclano il vetro.
Oggi più che mai è attuale e profondamente vera la spietata frase di Franz Fanon (e se non sapete chi è… documentatevi): “OGNI SPETTATORE E’ UN VIGLIACCO O UN TRADITORE”.

Se preferite qualcuno di più recente, forse basteranno alcuni versi della Canzone di Maggio di De André:

“E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate,
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione,
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti”.

Come sempre potete scegliere, ma la “verità scomoda” è che non esistono posizioni neutrali: il raffinato intellettuale che si rifugia con ostentazione nelle sue elucubrazioni perché è “trasversale al Bene ed al Male” e può guardare a tutto questo agitarsi con superiore distacco o con poetico cinismo, non è, nella sostanza, nei fatti che sono prodotti dal suo pensare e dal suo non-agire, diverso dall’uomo di potere che programma un massacro o dai suoi miseri scherani che lo eseguono.

Certo: nessuno può impedirvi di “assolvervi” o, peggio, di dire a voi stessi che questa complicità non vi tocca perché, tanto, “le cose sono sempre andate così ed io ho una visione spietatamente realistica e non utopistica del mondo!”.

Come sempre potete scegliere, ma non esistono posizioni neutrali: ogni spettatore è un vigliacco o un traditore.

L’ARPA E LA SPADA

Le cronache di Brigadoon

fonte: http://arpaspada.blogspot.com/



I segreti di Via Gradoli e la morte di Moro

I consigli degli americani: “Moro non doveva parlare”

Anche noi vogliamo ricordare il delitto Moro.. ormai si è detto tutto (almeno, quello che “volevano” farci sapere), o quasi. I misteri sono ancora tanti, tuttavia l’articolo che segue getta qualche luce sulle troppe ombre che ancora permangono.

Sergio Flamigni. I segreti di Via Gradoli e la morte di Moro

SERGIO FLAMIGNI (Forlì, 1925) ha aderito al Pci clandestino nel 1941, e durante la Resistenza è stato Commissario politico della 29ª Brigata Garibaldi Gap “Gastone Sozzi’’. Nel 1952 segretario Cgil della Camera del Lavoro di Forlì, nel 1956 segretario della Federazione comunista di Forlì, nel 1960 Segretario regionale dell’Emilia Romagna. Parlamentare del Pci dal 1968 al 1987, ha fatto parte delle Commissioni d’inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia.

Un libro imperdibile: Il covo di Stato –Via Gradoli e il delitto Moro – La strana scelta di “Mario Borghi” e la scoperta pilotata del covo. Da via Gradoli al Lago della Duchessa; al covo di via Montalcini; alla tipografia di via Foà; alla base di Firenze; al Ghetto ebraico; allo scandalo dei fondi riservati del Sisde. Le prove documentali che la base Br di via Gradoli era un “covo di Stato”.

Un agente del Sismi, compaesano di Moretti, in via Gradoli
Flamigni rivela che al 89 di via Gradoli, nell’edificio di fronte al civico 96 dove c’era il covo-base delle Br morettiane, prima e durante il sequestro Moro abitava il sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani. Il Montani aveva due particolarità: era un agente del Sismi, e proveniva da Porto San Giorgio (era dunque compaesano del capo brigatista Mario Moretti, nato a Porto San Giorgio nel 1946). Durante il sequestro Moro, il 31 marzo 1978, lo stesso contrammiraglio Fulvio Martini (allora vice direttore del servizio segreto militare) intervenne a favore del Montani in seguito a un esposto presentato ai carabinieri da alcuni inquilini del condominio di via Gradoli 89, i quali lamentavano di avere subito vessazioni da parte del sottufficiale.

L’ingegner Ferrero e il capo delle Br
Flamigni ricostruisce le vicende relative all’appartamento utilizzato da Moretti per la base-covo. A partire dallo stranissimo contratto d’affitto stipulato in fretta e furia nel dicembre 1975 dai proprietari dell’immobile, i coniugi Giancarlo Ferrero e Luciana Bozzi, con l’inquilino “Mario Borghi” alias Mario Moretti: un contratto privo delle date di stipula e di decorrenza, che non venne registrato, e firmato solo da Luciana Bozzi (benché l’appartamento fosse intestato anche al marito, e fosse stato lo stesso Ferrero a compilarlo). Il capo delle Br utilizzava anche il box-auto nel garage di via Gradoli 75 di proprietà dei coniugi Ferrero, ma questo nel contratto d’affitto non risultava. Né i locatori sono stati in grado di dimostrare quanto l’inquilino Borghi-Moretti pagasse di canone d’affitto, e neppure se lo pagasse regolarmente.
Flamigni ricostruisce poi la brillante carriera dell’ingegner Ferrero negli anni successivi al 1978; come facoltoso e potente manager di informatica e telecomunicazioni, con incarichi richiedenti il Nos (“Nulla osta di sicurezza”, la speciale autorizzazione – rilasciata dalle autorità Nato, previo parere favorevole dei servizi segreti italiani – che permette di svolgere attività nei settori strategici per la sicurezza nazionale e atlantica). Oggi l’ingegner Giancarlo Ferrero siede nel consiglio di amministrazione della Omnitel Pronto Italia, a fianco del presidente della Telecom Roberto Colaninno. Dal 1° gennaio 1999 è anche amministratore delegato della Bell Atlantic International Italia srl, filiale italiana della grande multinazionale americana di servizi e prodotti nel settore delle telecomunicazioni – servizi e prodotti che riguardano anche il settore degli armamenti Nato e la stessa sicurezza nazionale.

Contatti Br-Sismi a Firenze
Nel libro si racconta che il 3 marzo 1993, a Firenze, in un monolocale di via Sant’Agostino 3, vennero casualmente trovate armi da guerra e munizioni: il defunto padre del proprietario dell’immobile, il marchese Alessandro Pianetti Lotteringhi della Stufa, molti anni prima aveva messo quel monolocale a disposizione di Federigo Mannucci Benincasa, capo centro di Firenze del Sismi negli anni dal 1971 al 1991. Dal processo (sentenza del Tribunale di Firenze del 23 aprile 1997) è poi emerso che il centro Sismi di Firenze stabilì un collegamento con una fonte informativa brigatista nel periodo in cui le Br preparavano il sequestro Moro; che quel contatto fu attivo durante tutto il periodo del sequestro, mentre a Firenze era riunito in permanenza il Comitato esecutivo Br che dirigeva l’operazione; e che quel contatto si interruppe solo nel 1982. L’identità del brigatista informatore del Sismi non è mai stata resa nota, ma Flamigni ipotizza che potrebbe trattarsi del criminologo Giovanni Senzani, il quale abitava in Borgo Ognissanti, a due passi dal monolocale di via Sant’Agostino usato da Federigo Mannucci Benincasa.

Importanti conferme dei collegamenti via Gradoli-Sisde
Il libro riporta due documenti “riservati”: una relazione e un appunto, datati 7 maggio 1998, firmati rispettivamente dal capo della polizia Fernando Masone e dal capo del Sisde Vittorio Stelo, e inviati al ministro dell’Interno e al Cesis in seguito alla pubblicazione del libro di S. Flamigni “Convergenze parallele”. La relazione di Masone conferma che «[la Fidrev srl, società di consulenza del Sisde] era a sua volta controllata dall’immobiliare Gradoli, nella quale sindaco supplente, dal giugno 1977, era tale Gianfranco Bonori, nato a Roma il 26-7-52. Il Bonori, dal 1988 al 1994, ha assunto l’incarico di commercialista di fiducia del Sisde, subentrando alla Fidrev. […] Il prefetto Parisi risulta avere acquistato, con atto [notarile] del 10 settembre 1979, un appartamento al civico 75 di via Gradoli e, successivamente, sempre al civico 75, altri due appartamenti e un box. Inoltre nel 1986 acquistò, intestandolo alla figlia Maria Rosaria, un appartamento sito al civico 96, e nel 1987 un altro appartamento sito allo stesso civico intestandolo alla figlia Daniela». L’appunto del prefetto Stelo precisa inoltre che «la società Fidrev, azionista di maggioranza dell’immobiliare Gradoli, risulta aver svolto assistenza tecnico-amministrativa per la Gus e la Gattel [società di copertura del Sisde, ndr], dalla loro costituzione fino al 14 ottobre 1988. In pari data, per incarico dell’amministratore pro tempore delle due società, Maurizio Broccoletti, subentrò in tale consulenza il ragionier Gianfranco Bonori, già sindaco supplente dell’immobiliare Gradoli. Tale attività di consulenza è cessata il 27 luglio 1994».

Dal capo Br Mario Moretti al funzionario del Sisde Maurizio Broccoletti
Fra il materiale trovato nel covo Br di via Gradoli 96 il 18 aprile 1978 c’erano un appunto manoscritto di Moretti: «Marchesi Liva – 659127 – mercoledì 22 ore 21 e un quarto» (la data corrispondeva a mercoledì 22 marzo 1978, sei giorni dopo la strage di via Fani e il sequestro), e un altro «foglietto manoscritto con recapito telefonico 659127 dell’immobiliare Savellia». La sede della Savellia srl era nel Palazzo Orsini di via Monte Savello, vicino al Portico D’Ottavia, la zona del Ghetto ebraico che dista poche centinaia di metri da via Caetani. E il palazzo Orsini era la residenza della «marchesa Valeria Rossi in Litta Modigliani, nobildonna romana che si firmava anche Liva». Presidente del collegio sindacale dell’immobiliare Savellia srl era il commercialista Giovanni Colmo. Questi, tempo dopo il delitto Moro, diventerà segretario (e suo figlio Andrea, membro del collegio sindacale della Savellia, ne diventerà amministratore unico) della immobiliare Palestrina III srl, una società di copertura del Sisde. Inoltre, presso lo studio del commercialista Giovanni Colmo, in via Antonelli, avranno sede l’immobiliare Proim srl (dal 1990 con amministratore unico Andrea Colmo e socio il padre Giovanni) e l’immobiliare Kepos srl: due società immobiliari di copertura del Sisde.
Il 14 dicembre 1990 l’assemblea della Palestrina III srl nominerà segretario Giovanni Colmo e amministratore unico il fiduciario del Sisde Mario Ranucci (stretto collaboratore di Maurizio Broccoletti). Il legame fiduciario di Mario Ranucci con il Sisde è certo e collaudato nel tempo: una sua ditta di pulizie, C.R. Servizi srl, ha avuto l’appalto delle pulizie negli appartamenti del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, negli uffici del Sisde, negli uffici del capo della polizia Vincenzo Parisi, e in quelli di molti altri alti funzionari del Viminale. Per anni strettissimo collaboratore di Maurizio Broccoletti, nel processo per i “fondi riservati” del Sisde Ranucci ha confermato di essere stato fiduciario-prestanome per alcune società di copertura del Servizio su mandato del Broccoletti.

Da via Gradoli al Sisde
In via Gradoli 96, l’appartamento attiguo al covo brigatista era abitato dalla studentessa universitaria di origine egiziana: Lucia Mokbel, che era un’informatrice della polizia, e dal suo convivente Gianni Diana. L’appartamento abitato dai due era di proprietà della società Monte Valle Verde srl, che glielo aveva ceduto in uso. Il Diana lavorava nello studio del commercialista Galileo Bianchi, il quale – tre giorni dopo la “scoperta” del covo Br, il 21 aprile 1978 – venne nominato amministratore unico della Monte Valle Verde srl in sostituzione del dimissionario Aldo Bottai. Bottai era il socio fondatore della Nagrafin spa, e la Nagrafin poi darà vita alla Capture Immobiliare srl, una società di copertura del Sisde.



Foto intimidatorie ai magistrati che cercavano le basi
Br nel Ghetto ebraico
Flamigni ricostruisce la vicenda di Elfino Mortati, latitante a Roma dopo l’omicidio del notaio Gianfranco Spighi (avvenuto a Prato il 10 febbraio 1978), arrestato a Pavia ai primi di luglio del 1978, poche settimane dopo l’uccisione di Moro. Interrogato dal magistrato, Mortati dichiarò di essere stato in contatto con elementi legati alle Brigate rosse durante il sequestro Moro. Nel corso della latitanza romana (dal febbraio ai primi di giugno 1978) Mortati aveva abitato in un appartamento di via dei Bresciani, e aveva pernottato diverse volte in altri due appartamenti “coperti”, situati nella zona del Ghetto, ospite delle Br. Ricorda il giudice istruttore Ferdinando Imposimato: «Io e il collega Priore caricammo Mortati su un pulmino dei carabinieri e girammo in lungo e in largo, anche a piedi, per il Ghetto, ma senza alcun risultato. Pochi giorni dopo il mistero si infittì quando mi vidi recapitare in ufficio una foto scattata quella sera, e nella foto c’eravamo io, Priore e Mortati»; la foto ritraeva i tre mentre erano in via dei Funari-angolo via Caetani. Quella foto venne scattata da un osservatorio dei servizi segreti italiani. Di quell’intimidazione non venne informata la Commissione d’inchiesta sul caso Moro, né le foto risultano agli atti del processo Moro trasmessi alla Commissione.
Dalle dichiarazioni di Mortati, dagli accertamenti svolti dai vigili urbani, dalle notizie delle fonti confidenziali trasmesse, gli inquirenti arrivarono ad individuare un covo brigatista situato nel Ghetto ebraico di Roma durante il sequestro Moro (in via Sant’Elena 8, interno 9). Ma a quel punto tutto si fermò: una speciale immunità protesse le Brigate rosse anche nel Ghetto ebraico.

Una Jaguar, il Ghetto ebraico e un colonnello della P2
Nel covo Br di via Gradoli il 18 aprile 1978 venne trovata la chiave di un’auto con un talloncino di cartone sul quale c’era scritto su un lato «Jaguar 2,8 beige H 52559 via Aurelia 711», e sull’altro «FS 915 FS 927 porte Sermoneta Bruno». Era una traccia che portava nel Ghetto ebraico, dove c’erano alcune basi e punti d’appoggio delle Br che tenevano prigioniero Moro, ma le indagini vennero avviate solo a partire dal 12 ottobre 1978 (cioè 5 mesi dopo l’uccisione del presidente Dc). Bruno Sermoneta era un commerciante di 37 anni che gestiva un ampio negozio di biancheria e tappeti con ingresso in via Arenula e retro in via delle Zoccolette, nei pressi del Ghetto ebraico. Le indagini furono coordinate dal tenente colonnello Antonio Cornacchia (affiliato alla Loggia P2). Dal rapporto finale del piduista Cornacchia traspariva evidente che non era stata svolta alcuna effettiva indagine preliminare nei riguardi di Bruno Sermoneta, il quale anzi era stato messo al corrente del ritrovamento della chiave a suo nome nel covo Br di via Gradoli.

Il passo carraio vicino a via Caetani
Le indagini per individuare i locali adatti ad accogliere la Renault rossa delle Br sulla quale il 9 maggio 1978 era stato fatto ritrovare il cadavere di Aldo Moro diedero «esito negativo». Nella zona del Ghetto da perlustrare era compresa via Monte Savello, dove al 30 c’era un passo carraio con accesso a palazzo Orsini che conduceva a un garage. Le forze di polizia omisero di indagare nei cortili dei palazzi dei nobili casati. Nella zona era compresa anche via Caetani, là dove c’era un passo carraio che immetteva nel cortile dei restauri dell’antico Teatro di Balbo, e nell’altro lato della strada c’era un passo carraio che immetteva in un cortile di palazzo Mattei, confinante con palazzo Caetani; a quest’ultimo edificio si accedeva dal passo carraio di via delle Botteghe Oscure 32. E se palazzo Caetani ospitava diverse sedi diplomatiche coperte da immunità territoriale, non così era per l’attiguo palazzo Mattei, ideale come “luogo di ricetto di autovettura”, che però le forze di polizia omisero di segnalare: la Renault delle Br avrebbe potuto entrare e uscire dall’ampio passo carraio situato in via dei Funari, cioè proprio nei paraggi percorsi a piedi dai giudici Imposimato e Priore insieme a Mortati, quando vennero fotografati a scopo intimidatorio.

Link utile: Brigate rosse e Aldo Moro

Leggi: articoli e documenti sulle Brigate rosse

fonte: http://www.rifondazione-cinecitta.org/segretigradoli.html


Prima sentenza (e condanna) – G8 Genova


Ebbene sì. I processi a Genova continuano e qualcuno si conclude, purtroppo ne parlano solo i quotidiani genovesi. Il resto dell’Italia, ignora. Tutti i media, compresi quelli “alternativi” tacciono.
Il processo per il delitto di Cogne fa molta più audience dei processi di Genova che vedono coinvolte centinaia di persone ferite e torturate, durante la più grave sospensione dei diritti civili in un paese “democratico” dal dopoguerra, come denunciato da Amnesty International.
Forse qualcuno pensa ancora che ci sarà una commissione d’inchiesta per i fatti di Genova, ma chi la vuole davvero? A chi interessa far luce sui gravissimi fatti di quei giorni? Certamente non al governo Prodi, non alla maggioranza e tanto meno all’opposizione in Parlamento.

Enrica Bartesaghi
Presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova

da lavoro repubblica

Prima condanna per le violenze delle forze dell´ordine contro i manifestanti: “Non furono iniziative isolate” G8, condannato il Ministero

Missionaria picchiata, risarciti invalidità e danni morali “Ho solo ottenuto quello che attendevo da 6 anni: giustizia”

di MASSIMO CALANDRI

LA PRIMA condanna nei confronti del Ministero dell´Interno per le illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha motivato la sua decisione rinfrescano la memoria. Ricordando a tutti che quelle cariche sanguinarie, quelle teste rotte a manganellate, quei lacrimogeni sparati contro le persone inermi, non erano frutto dell´iniziativa isolata o dell´autonomo eccesso di qualche agente. Facevano invece parte di un più ampio disegno – così come le menzogne raccontate più tardi per coprire le nefandezze – , che rappresenta una delle pagine più buie nella storia della Polizia di Stato.

Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti.

Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: “Non violenza!”. Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c´era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra “buoni” e “cattivi”: bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c´erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, Angela Latella ha deciso di condannare il Ministero dell´Interno. La cifra che verrà pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa – cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali – , ma il punto è evidentemente un altro.

«Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia – scrive il giudice – , non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un´iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta e riportare l´ordine pubblico gravemente messo in pericolo».

Perché l´intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l´ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata.

La pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come fotografie e filmati portati in aula «siano stati illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una persona a terra, inerme. La stessa Spaccini è una persona di cinquant´anni, di cui giustamente si sottolinea l´aspetto mite». E poi, le testimonianze come quella di una signora settantenne che parla di una «manifestazione assolutamente pacifica e allegra» e di aver quindi visto agenti «bastonare ferocemente persone con le mani alzate ed inermi come lei». Marina Spaccini ha accolto il giudizio con un sorriso: «Era semplicemente quello che attendevo da sei anni. Giustizia».


fonte: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=3929


Peppino Impastato: vittima di TUTTE le "maffie"

Questo lungo post non vuole solo ricordare l’assassinio di Peppino Impastato, un militante “vero” che, come dice suo fratello “non è un’eroe, ma un esempio da seguire”, ma riaffermare che la Mafia esiste, e che vive in ognuno di noi.. La mafia, ogni mafia, va combattuta a “prescindere”. Perché se pensiamo che essa esista solo in Sicilia, o come manifestazione di una cultura e di un costume circoscritto ad un’isola allora.. siamo veramente tutti morti.
mauro

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TERMINI IMERESE (Palermo) – Sfregio alla memoria di Peppino Impastato, il giovane militante di Democrazia proletaria e fondatore di radio Aut ucciso da Cosa nostra a Capaci il 9 maggio 1978, lo stesso giorno dell’assassinio di Aldo Moro, sulla cui vita è stato tratto il film «I cento passi». L’albero che era stato piantato in suo onore in un’aiuola comunale a Termini Imerese, in provicia di Palermo, è stato sradicato e appoggiato su un muro dove è stato poi scritto «Viva la mafia». La polizia sta indagando per scoprire se è stata solo una bravata o se il gesto è un messaggio mafioso.

fonte: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/04_Aprile/05/sradicato_albero_impastato.shtml
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Giuseppe Impastato: l’attività, il delitto, l’inchiesta e il depistaggio

Nato a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa.


Nel 1965 fonda il giornalino “L’Idea socialista” e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1976 fonda “Radio Aut”, radio privata autofinanziata, con cui denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.

Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di suicidio.

Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.

Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese. Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla “Pizza Connection”. La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: “Prima di uccidere Peppino devono uccidere me”. Morirà nel settembre del 1977 in un incidente stradale.

Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta.

Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.

Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino

Bibliografia su Giuseppe Impastato
Felicia Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia. Intervista a cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, La Luna, Palermo 1986, 2000, 2003.
Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, 2002.
Umberto Santino (a cura di), L’assassinio e il depistaggio. Atti relativi all’omicidio di Giuseppe Impastato, Centro Impastato, Palermo 1998.
Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Relazione della Commissione parlamentare antimafia presentata da Giovanni Russo Spena, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006.
Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, a cura di U. Santino, Centro Impastato, Palermo 2002-2006.
Anna Puglisi e Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro Impastato, Palermo 2005.
Mostra fotografica Peppino Impastato. Ricordare per continuare, Centro Impastato, Palermo 2006, 24 poster formato 70X100, cartella-catalogo.

http://www.centroimpastato.it/conoscere/peppino.php3

http://www.tantestradeperpeppino.nelweb.it/

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I RETROSCENA


22 novembre 2004

Parla Giovanni, fratello di Peppino Impastato, condannato a pagare cinquemila euro all’avvocato del boss Gaetano Badalamenti: “ La mia prima reazione a caldo è stata quella di considerarmi la vittima di una grande beffa. Pensavamo di avere già pagato tutto quello che c’era da pagare. E non solo in termini di soldi. Mi riferisco a una battaglia di civiltà che per ventisei anni abbiamo condotto a Cinisi rivolgendoci a tutta l’Italia. E – mi creda- non si è mai trattato di una passeggiata o di una marcia trionfale affinché si affermasse una volta e per tutte la verità su quanto era accaduto. Perché dico: abbiamo già pagato? Proprio perché abbiamo conosciuto l’isolamento in una vicenda che solo in parte era una vicenda e una tragedia familiare”. Lo incontro, insieme alla madre, a Cinisi, in Corso Umberto 220. Una casa aperta a tutti: la stessa in cui visse Peppino.

Oggi racconteremo due storie italiane in una. La Storia numero uno si chiama “Impastato”. La storia numero due si chiama “Badalamenti”. E, in un certo senso, si è detto tutto. Ma vi chiederete: perché proprio ora? Sì, insomma, perché tornare sua una pagina criminale di Sicilia, ora che il vecchio boss Tano Badalamenti, è passato a miglior vita? E non è forse scritto sui portali dei cimiteri: “noi fummo come voi, voi sarete come noi” ? Verrebbe da dire: rispettate almeno la morte, ora che il tempo sta iniziando la sua opera e cancella con giudizio tutto quello che è bene cancellare, affinché non rimangano tracce troppo scabrose. Eppure viene difficile dare retta al monito cimiteriale, ora che milioni di italiani, grazie al bellissimo film i “Cento Passi” di Marco Tullio Giordana – e attraverso la recitazione allucinata e vera di Luigi Lo Cascio, Tony Sperandeo, Gigi Burruano, Paolo Briguglia, Ninni Bruschetta e Lucia Sardo – , hanno saputo finalmente cosa accadde la notte dell’ 8 maggio 1978, a Cinisi. E sapete perché? Perché il diavolo, come si dice, si nasconde nei dettagli.

E di dettagli, in questi ultimi giorni, se n’é registrato qualcuno di troppo. Dettagli macroscopici, indigeribili per tutti coloro che hanno imparato a conoscere la triste ( e bella) storia di Peppino Impastato, ucciso dai mafiosi, in quanto giornalista coraggioso, senza peli sulla lingua, tipico rappresentante di una Sicilia Altra, rispetto a quella dei Governatori che Governano con sulle spalle fardelli giudiziari per mafia, o associazioni esterne, o violazioni del segreto che dir si voglia. Una Sicilia Altra che è sempre esistita.

Dettaglio numero uno: Giovanni Impastato, fratello di Peppino, il 31 marzo 2003, viene condannato da un Tribunale della Repubblica Italiana al pagamento di cinquemila euro per diffamazione nei confronti dell’ avvocato Paolo Gullo, difensore del boss mafioso Gaetano Badalamenti, deceduto a ottant’anni negli States, il 29 aprile 2004. Sentenza definitiva. E ai primi di settembre di quest’anno, viene dunque pignorata la pizzeria degli Impastato a Cinisi, motivo per cui è stato inevitabile sborsare i cinquemila euro delle vergogna.

La querelle era sorta a seguito di una trasmissione televisiva in cui Giovanni aveva definito l’equazione “Peppino Impastatato- terrorista- suicida” la “tesi di un imbecille” . Da qui la querela dell’ avvocato Paolo Gullo che evidentemente quella tesi riconosceva come sua, o quantomeno aveva fatto propria.

Dettaglio numero due: qualche giorno dopo. La morte di Badalamenti ha chiuso per sempre ( si applica la formula del “non doversi procedere per la morte del reo”) il processo sulla mafiosità dell’imputato che durava dal 1985. Conclusione: gli eredi di Tano Seduto- come lo chiamava ironicamente Peppino dai microfoni della sua radio Aut Aut, incendiaria per i tempi- , rientreranno in possesso dei beni che erano finiti sotto sequestro per iniziativa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La Procura di Palermo ha cercato di tranquillizzare l’opinione pubblica. Ma la strada è in salita.

Due storie parallele, speculari, intercambiabili. Come fossero scritte una sull’altra. Come i fumetti di Walt Disney, i cui bozzetti, apparentemente tutti uguali, appena mossi, davano il via alla storia. Storia, questa, con i medesimi protagonisti, sempre schierati o di qua o di là. Cocciutamente, caparbiamente, strenuamente, nel bene e nel male. Respiro di sollievo per alcuni, umiliazione per la parte avversa. E così via, all’infinito. Per ventisei lunghissimi anni. Storia tutt’altro che fumettistica, questa. Storia, o storie, con le medesime date chiave. Se la racconti da una delle due prospettive, hai raccontato l’altra. Ma vedremo, alla fine, che questa vicenda assume in maniera assai curiosa i tratti di una metafora perfetta della lotta alla mafia nel nostro Paese. Metafora di una lotta alla mafia sbilenca, strabica, spaventosamente contraddittoria, intrisa di sangue e ipocrisia, lacrime e carte da bollo, strazio delle vittime e ghigno beffardo dei carnefici, fatti atroci e profluvio di parole, memoria e dimenticanza, ragione strappata con le unghie e dissennatezza elevata a sistema.

Due cognomi – Impastato e Badalamenti – indissolubilmente legati da tante cose: la mafia e l’antimafia, certo. Ma anche lo Stato, le Leggi, le Istituzioni, le Procedure, il Diritto, i Codici, i Risarcimenti Danni, le Firme Autenticate, le Arringhe e le Requisitorie, Sentenze e Dispositivi, Prove e Prescrizioni, la Giustizia Italiana, insomma.

Ed è come se, dopo ventisei anni, i protagonisti delle due storie parallele si fossero improvvisamente scambiati le casacche. Come se il palcoscenico avesse compiuto una rotazione di centottanta gradi con tutti gli attori che ci stavano sopra. O come se la Dea Bendata, un po’ alticcia, cominciasse a sproloquiare menando fendenti a casaccio. Andando avanti vedremo che non è assolutamente così. C’è un filo sottilissimo, ma tenace. C’è un rigore tremendo, in queste vicende. Una corda che suona, e suona sempre male.

Qualche giorno fa, avevo avuto modo di ascoltare Giovanni Impastato (che non conoscevo) a Firenze, al Teatro del Sale, dove Fabio Picchi, il titolare del noto ristorante “Cibreo”, aveva organizzato una serata con lui e Gian Carlo Caselli, in occasione del passaggio dal capoluogo toscano della carovana antimafia indetta da “Libera”. Le cento persone presenti gli avevano tributato un’interminabile ovazione, proprio per questa sua antimafia mite, poco gridata, di parole scarne. Antimafia di fatti autentici, vissuti, pagati sulla pelle.

Giovanni Impastato è uomo mite, di poche parole. Insieme alla madre Felicia Bartolotta, ha animato, per ventisei anni, quello sparuto gruppo di amici di Peppino che non si rassegnarono alle tenebre di Stato che si profilarono sui cieli di Cinisi all’alba di quell’ 8 maggio 1978. E appena un anno dopo, fu atto di coraggio non comune intitolare alla memoria di Peppino Impastato, il centro siciliano di documentazione diretto da Umberto Santino. Perché atto di coraggio? Perché i primi carabinieri intervenuti sul luogo del delitto, sentenziarono, come tanti Maigret che andavano a fiuto, che Peppino aveva messo in atto un attentato terroristico alla linea ferrata Trapani- Palermo, prima di morire dilaniato suicida ( ?) con il suo stesso esplosivo. E verrebbe da dire: troppo zelo quello dei Maigret di casa nostra. Chè se Peppino Impastato era terrorista, non poteva essere, quella notte, terrorista e suicida insieme. Era un pò troppo per il senso comune. Ma tant’è.

E proprio adesso che con la condanna di Badalamenti per l’omicidio del fratello (undici aprile 2002) la verità sembrava farsi strada, per Giovanni è arrivato il diavolo con il suo carico di dettagli perniciosi. Giovanni, sono andato a rileggermi le dichiarazioni in processo dell’ avvocato Gullo. Definiva suo fratello “ un terrorista”, “un buono a nulla” “ un pazzo” “un bestemmiatore”. Non era tenero neanche con la commissione antimafia liquidata come “ un clan di amici di Peppino”. Forse, sarebbe bene che in certi processi, gli avvocati potessero essere arrestati in aula quando offendono la memoria dei morti e delle vittime. Non è d’ accordo?

“ Io le posso solo dire che tutte quelle offese l’avvocato Gullo le ha snocciolate in aula. Si renderà conto allora che se alla fine mi sono permesso di definire “imbecille” una tesi di quel genere, qualche piccola ragione forse l’avevo anche io”. Poi, ai primi di novembre, la doppia beffa: la notizia che sempre lo stesso avvocato ha chiesto il dissequestro dei beni del boss, con la motivazione – giuridicamente ineccepibile- che non si è mai giunti a una definitiva condanna per mafia del suo assistito. Ha avuto la sensazione che i due fatti fossero in qualche modo collegati? “Come non pensarlo?” E’ bene però ricordare, che la nostra giustizia, sia pure lentissima, una parolina su Badalamenti aveva avuto il tempo di dirla condannandolo in primo grado quale “mandante” dell’ assassinio di suo fratello. E la pena era stata quella dell’ergastolo. “ Perché si arrivasse a questo punto, alla prima e unica sentenza della corte d’assise di Palermo, presieduta da Claudio Dall’ Acqua, avevamo atteso quasi un quarto di secolo.”.

Lo dicevamo all’inizio : due cognomi paralleli, gli Impastato, i Badalamenti di Cinisi. Ma perché questa è metafora perfetta della lotta alla mafia nel nostro Paese? Ricordiamo solo qualche precedente. Sino alla veneranda età di 80 anni, Tano Seduto, negò sempre di aver fatto parte della mafia. Gli americani, che tanti limiti hanno, ma verso la mafia hanno dimostrato negli ultimi anni scarse inclinazioni, in carcere lo fecero restare sino alla fine. Era stato condannato grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta nel processo Pizza Connection istruito negli States contro le famiglie mafiose italo americane. In Italia, invece, Tano Seduto ha goduto ininterrottamente di simpatie e complicità spesso anche istituzionali. Giudizio troppo duro?

Ma come valutare allora il pellegrinaggio di investigatori e giornalisti che lo andavano a corteggiare nel carcere americano con la speranza che ritornasse in Italia a dire la sua? Erano gli anni in cui Badalamenti, che mafioso diceva di non essere mai stato, rilasciava interviste affermando che Giulio Andreotti con la mafia non aveva nulla a che vedere. Curioso che un signore estraneo a Cosa Nostra potesse però sapere chi ne faceva parte e chi no. Ma nessuno in Italia si pose mai la questione. Anzi. Era un gran titolare sui giornali, per definire Badalamenti un virtuale AntiBuscetta. Ma sin dal giorno del ritrovamento dei brandelli di Peppino Impastato lungo la linea ferrata Trapani- Palermo, il buon Badalamenti dimostrò di avere tanti santi in Paradiso.

Erano i tanti Maigret che poi sarebbero stati definiti dalla commissione parlamentare antimafia autentici “depistatori”. I Maigret che, di fronte a quanto era accaduto, come pronto accomodo andarono a perquisire la casa di Peppino e dei suoi compagni di Democrazia Proletaria, alla ricerca di tutto il “materiale ideologico” che ne provasse la sua adesione al terrorismo. Quello stesso giorno, a Roma, in via Caetani, era stato trovato il corpo di Aldo Moro. E mentre i riflettori erano accesi da tutt’altra parte, i Maigret di periferia ebbero tutto il tempo per manipolare, insabbiare, nascondere reperti che sarebbero stati fondamentali per ottenere la condanna di Badalamenti con un quarto di secolo d’anticipo. Concorda?

“ Che Badalamenti avesse santi in paradiso lo pagammo sin dal primo giorno. Incontravamo un muro di resistenze. E non capivamo perché. Chiedevamo supplementi di indagine e ci chiudevano la porta in faccia. Si negava la pista mafiosa. Eppure, uno dopo l’altro, tutti quei magistrati che, nonostante tutto, cercavano di arrivare alla verità, venivano eliminati. Gaetano Costa, allora procuratore di Palermo, Rocco Chinnici che guidava l’ufficio istruzione, persino Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Insomma: lottavamo contro i mulini a vento. Io mi creavo un interlocutore di riferimento con il quale dialogare e al quale rappresentare tutte le nostre angosce e le nostre perplessità e quello, prima o poi, moriva per mano di mafia. E’ questa la storia di ventisei anni trascorsi a bussare alle porte della giustizia italiana.”

Ora, come dicevamo all’inizio, è come se la Dea Bendata, un po’ alticcia, stesse menando fendenti a casaccio. Ma così non è. C’è un’ opinione pubblica che ormai ha capito tutto quello che c’era da capire. C’è un pezzo delle istituzioni che , purtroppo, resta fedele al cliché di un Badalamenti non mafioso. Con le conseguenze deleterie che abbiamo cercato di descrivervi. E’ l’Italia, eternamente in bilico tra verità e oblio, è l’Italia che Leonardo Sciascia definiva paese incapace di avere una sua verità.

Felicia Bartolotta oggi ha ottantotto anni. Lucidissima, è la memoria dell’intera famiglia, e dopo avere ascoltato in silenzio l’intero colloquio fra me e Giovanni, scuote la testa.

E si limita a dire, quasi a conclusione di queste due storie italiane in una: “ Non sono stata sempre convinta che ce l’avremmo fatta. C’erano anzi momenti in cui prevaleva lo sconforto e la disperazione. Ma tutto mi sarei immaginata tranne che, una volta raggiunta la verità di una sentenza, questa potesse essere capovolta da provvedimenti che sembrano ignorare proprio quella sentenza e quelle conclusioni. Chiederò a Giordana, o a un altro regista che mi consiglia lui, di fare un film, magari quasi comico, per raccontare “ La vita di Peppino Impastato. Parte Seconda”. Insomma: in Italia non si finisce mai di imparare.“

E di soffrire.

Saverio Lodato



fonte:
http://www.antoninocaponnetto.it/archivio/documenti/22_11_04.php

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RADIO AUT E L’ONDA PAZZA DI PEPPINO IMPASTATO

Nel 1976 Peppino e i suoi compagni fondano una radio, Radio Aut, mezzo con cui Peppino e company si facevano beffa degli “intoccabili” di Cinisi. La radio aveva sede a Terrasini, veniva gestita in regime di autofinanziamento e in questo modo Peppino poteva liberamente utilizzare questo mezzo per denunciare i potenti mafiosi del paese in cui viveva e di Terrasini. La trasmissione, “Onda Pazza a Mafiopoli“, andava in onda ogni venerdì sera, ed era definita “Trasmissione satiro-schizo-politica sui problemi locali”.
Scopo della trasmissione era la denuncia sistematica degli speculatori di Cinisi e di Terrasini, che abusavano della loro posizione per servirsi dei soldi dell’amministrazione pubblica a fini personali. Nessuno di Cinisi, che in Onda Pazza diventa Mafiopoli, viene risparmiato dall’invettiva satirica di Peppino e dei suoi compagni: il sindaco Gero Di Stefano era Geronimo Stefanini; il suo vice Franco Maniaci era Franco Maneschi “della sinistra avanzata, ma non troppo” ; il tecnico comunale era l’ing. Marpionese; Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi che sarà condannato per essere stato l’autore dell’assassinio di Peppino, era Tano Seduto e così via.
Nei periodi di maggior successo la gente ascoltava “Ondapazza” anche nelle radioline dei bar e si sbellicava dalle risa, mentre i direttamente interessati se ne stavano con l’orecchio incollato agli apparecchi, per non perdere una parola che avrebbe potuto ledere la loro onorabilità. La trasmissione era per lo più affidata all’improvvisazione dei suoi tre o quattro collaboratori e si contava soprattutto sul fatto che Peppino era sempre in possesso di notizie freschissime e riservate.

Il linguaggio usato a Radio Aut era naturalmente lontano da quello delle radio nazionali o delle stesse radio libere locali che presentavano un palinsesto “istituzionale”. A Radio Aut si faceva satira e le parole dovevano essere forti, graffianti, incalzanti, come l’umorismo e l’ironia che dovevano esprimere. Lingua ufficiale l’italiano infarcito di infinite espressioni dialettali e termini coloriti che rendevano più efficace il discorso di ogni venerdì sera.

Le trasmissioni erano un crescendo di comicità affidata al racconto di situazioni apparentemente paradossali ma in realtà calati nella concretezza degli avvenimenti di Mafiopoli. Questo è quanto accade nella trasmissione Commissione elettorale in cui Peppino e i suoi denunciano i misfatti della Democrazia Cristiana di Mafiopoli: nomi e cognomi, anzi chiari soprannomi dei rappresentanti (sempre gli stessi) di una politica iniqua e delittuosa, burattini intenti a godere della grande abbuffata offerta dagli abitanti di Mafiopoli che ora sono chiamati a sentire di quali prodezze è capace la Commissione elettorale. O ancora nella “Cretina commedia“, parodia della “Commedia” di Dante Alighieri, in cui le vie di Mafiopoli diventano gironi infernali popolati di peccatori mafiosi e senza scrupoli. In questo caso la solennità dei passi fedeli al tono alto dell’opera dantesca cedono il passo agli accenti pungenti e taglienti della squadra di Radio Aut nel racconto con i peccatori “mafiopolesi”.

In ogni trasmissione la musica rivestiva un ruolo fondamentale, anch’essa inserita nella cornice comica di ogni venerdì. Così si passava da brani dei Pink Floyd a “Viva la pappa col pomodoro” di Rita Pavone, il tutto per completare il discorso che gli spekear avevano iniziato. Basti pensare alla sigla di Onda Pazza: “Facciamo finta che tutto va bene”, una canzonetta allegra e leggera che apriva le porte all’esplosivo e travolgente spirito di quei ragazzacci di Cinisi dove, in realtà, niente andava bene.

http://www.itsos.gpa.it/storia/radio/radiotesti/radioaut.htm


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poesia di Peppino Impastato

E venne da noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola
nè fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni.


13 maggio, festa della mamma…

Alzi la mano chi di voi non è stanco di celebrare ricorrenze (la festa della donna, la festa del papà, la festa della mamma, tra un mesetto la festa dei bambini…) in modo commerciale ed assolutamente futile.
Siamo in tanti… come pensavo.
Bene. Allora vi propongo di devolvere i pochi o tanti euro che spendereste per le vostre mamme – che se sono “mamme a tutto tondo” apprezzeranno sicuramente – in modo alternativo e, finalmente, utile:

1) il CESVI, ONG ONLUS di cui ho già parlato (bilancio certificato, trasparenza assoluta, fondi spesi per lo sviluppo effettivo delle comunità che si intende aiutare e non in mera “carità”), mi ha mandato questo comunicato, che pubblico molto volentieri:





La Festa della mamma è un momento di gioia, di serenità.

Non in Africa, dove una futura mamma su tre è sieropositiva e rischia non solo di trasmettere il virus al suo bambino, ma anche di non poterlo vedere crescere.
Dal 2001 noi di Cesvi siamo impegnati in Zimbabwe, Sudafrica e Congo per impedire la trasmissione dell’HIV da madre a figlio e per proteggere la salute delle mamme sieropositive, dando loro la possibilità di stare più a lungo accanto ai propri figli.

Quest’anno fai un regalo davvero speciale per la Festa della mamma: dai ad una mamma africana la possibilità di vivere accanto al suo bambino.

INVIACI ADESSO LA TUA DONAZIONE. CLICCA QUI>>

Potrai scaricare l’attestato di donazione, una cartolina simbolo del grandissimo regalo che avrai scelto di fare non a una sola mamma, ma a tantissime donne africane

2) EMERGENCY, altra organizzazione altamente meritoria, ha in programma alcune iniziative a Roma, che vi riporto. Non tutte specificamente per la festa della mamma, ma una donazione è sempre un bel gesto, no? Soprattutto ora che hanno aperto l’ospedale cardiochirurgico a Khartoum (3 maggio: inaugurato il Centro Salam di cardiochirurgia a Khartoum, un centro regionale che offrirà assistenza sanitaria specializzata e gratuita a bambini e adulti affetti da patologie cardiache.Per conoscere i dettagli del progetto, scarica la cartella stampa).






Iniziative a Roma: Mercoledì 9 maggio alle 17, in Campidoglio, nella Sala del Carroccio del Palazzo Senatorio, presentazione del libro “Le Stelle di Babilonia” di Diego Brasioli (prefazione di Gino Strada): i diritti d’autore saranno devoluti all’Associazione; fra gli interventi di varie autorità, ci sarà quello di un rappresentante di Emergency.

Emergency sarà, inoltre, presente con banchetti informativi e di raccolta fondi ai seguenti eventi:
– giovedì 10 maggio dalle 19.00, nella Sala Cinema dell’VIII Municipio, in via F. Conti (Torbellamonaca): “Il popolo della pace chiede il ritiro delle truppe dall’Afghanistan”, incontro con la partecipazione di un rappresentante di Emergency (solo materiale informativo);
– venerdì 11 maggio alle 20.30, presso il C.A.R. (Mercati Generali) di Setteville: “Solidarietà a Tavola”, cena di solidarietà a favore di Emergency (su prenotazione entro il 9 allo 06-2030830) con breve illustrazione delle attività dell’Associazione (solo materiale informativo).

Inoltre, in occasione della Festa della Mamma, da domenica 6 a domenica 13 maggio, Bruno Mammola, fioraio in via Tiburtina 536, esporrà materiale informativo di Emergency e, su richiesta dei clienti, devolverà all’Associazione il 10 %dell’incasso di ogni vendita.

Fonte: Sede Roma

Link: http://www.emergency.it/ e http://www.cesvi.org/