Etiopia, Mussolini, Schiavitù: facciamo un po’ di storia

Ringraziamo l’amico di penna (senza ironia) che, nell’interessante dibattito apertosi a causa del post “Rinasce il Partito fascista?“, tra le tante questioni ha posto quella controversa dell’occupazione dell’Etiopia da parte delle truppe di Mussolini, al fine di portare la Civiltà (la nostra..) con le conseguenti ricadute, tra cui la fine della schiavitù. Bene, siccome questo blog si è innanzitutto prefisso lo scopo di INFORMARE, come fin qui speriamo di aver fatto, cerchiamo di fare luce su tutta questa storia. Che è tutto meno che bella, devo dire.
mauro

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Ecco come è andata:

IL 2 GENNAIO, l’Etiopia preoccupata per l’eventuale avvento delle truppe straniere si rivolge alla Società delle Nazioni per essere salvaguardata dentro i propri territori; nel frattempo il 7 gennaio Francia e Italia firmano un accordo per alcune colonie. Poi con un altro patto segreto la Francia (colloqui con Laval a Roma) lascia “mani libere” a Mussolini (anche se Laval in seguito negherà). Il Duce, forte di quest’appoggio, inizia a fare i preparativi militari; richiama alle armi alcune classi, forma due divisioni, istituisce gli alti comandi e fa partire il 5 FEBBRAIO circa 35.000 uomini per l’Africa.

Questa missione inizia a muoversi, giunge sul posto, ma nessuno, né Mussolini né i suoi generali hanno presente una meta ben precisa. Le intenzioni del piano DE BONO, che ci teneva tanto a questa guerra contemplano un’immediata offensiva militare, ma Mussolini temporeggia, la sua deve essere una mossa politica, non ancora una vera e propria guerra d’aggressione. Vuole intimorire, convincere, inviando con questa iniziativa solo dei messaggi all’Europa.

L’11 APRILE si svolge l’incontro a Stresa. Viene riaffermato il trattato di Locarno, decidendo di fare fronte comune contro la inquietante Germania di Hitler e del suo nazismo in preoccupante ascesa.
La “questione etiopica” di Mussolini passa in secondo piano. Ma quando se ne parla Mussolini non chiede se può invadere l’Etiopia, ma rassicura e afferma che
“l’Italia non vuole mettere in pericolo la pace,… dell’Europa”.
Ma la virgola e la pausa è come voler dire “ma dell’Africa sì, quindi non interferite”.
Gli ambigui partecipanti capiscono benissimo e se non prendono una netta posizione, significa che anche qui a Stresa a Mussolini gli hanno lasciato “le mani libere”. Francia e Inghilterra fanno solo “scena”; cercano di salvare il prestigio della Società delle Nazioni ma ognuna delle due potenze sta facendo la “sua sceneggiata” in malafede. Gli inglesi, infatti (zitti, zitti e all’insaputa della Francia) stanno negoziando con Hitler il Patto Navale che verrà poi firmato il 18 giugno. Un patto che concede libertà d’azione alla Germania di riarmarsi; un accordo questo che va contro le decisioni stipulate dalle grandi potenze (e soprattutto la Francia) a Versailles.
Ma non sono meno ambigui i Francesi, che, all’insaputa degli inglesi, tentano degli approcci con la “Nuova Russia” e fanno patti segreti con Mussolini in funzione antitedesca per tutelare l’Austria (patto sull’indipendenza austriaca, in verità congiunto con gli stessi inglesi, nel settembre precedente a Ginevra)

L’11 APRILE a Stresa, Mussolini, per l’Abissinia si fa ancora più determinato, sfrutta bene le ambiguità e non si pente della sua scelta. La spedizione in Abissinia l’ha ormai del resto già messa in moto, si sta rivelando secondo le informazioni vincente, e a quel punto non accetterebbe più nessun diktat dai presenti (falsamente) preoccupati di un massiccio intervento militare italiano in Africa.

Quasi avallando l’intervento di Mussolini e a screditare gli abissini, la Società delle Nazioni pubblicherà un rapporto, reso pubblico poi da una massiccia propaganda, dove l’Etiopia figura ancora fra quelle nazioni che praticano la schiavitù. Insomma l’intervento di Mussolini sarebbe quasi una missione di civiltà in questi territori “barbari”, dove l’imperatore SELASSIÉ siede sul trono che fu di Salomone, e ha un impero che non ha mai cambiato dinastia da 2000 anni.

Il 9 LUGLIO la commissione per la pace Etiopia-Italia non giunge a nessuna pacificazione, si rimanda tutto in agosto, quando sono fatte alcune proposte a Mussolini per desistere dalla sua decisione di iniziare l”avventura” africana. Mussolini le ritiene umilianti e le rifiuta in blocco. Si sente quasi offeso.
Volevano concedergli una piccola banale striscia di territorio desertico.

Il 3 SETTEMBRE ci sono ancora schermaglie, infine la rottura totale. L’11 Settembre 51 Paesi su 54 aderenti alla Società delle azioni, minacciano delle gravi sanzioni se Mussolini osa proseguire nella sua decisione di dichiarare guerra al popolo abissino.

La Germania, già in contrasto con la Società delle Nazioni, si dichiara neutrale di fronte al conflitto etiopico, e Mussolini ora può contare (ufficialmente) solo sui rifornimenti di Hitler, che non riceve più via mare (su La Manica c’è lo sbarramento per le navi tedesche) ma solo via terra, carbone, acciaio e altro, che paradossalmente invece di punire la Germania questa, ora diventa la “grande favorita” della situazione, una manna dal cielo per la sua produzione e quindi un notevole beneficio economico.
Anche questo nessuno dei 51 paesi lo ha previsto!!!

Con un’ipocrita combine, con una intesa segreta, che segreta non è, spunta l’aiuto inglese che vende addirittura merce alla Germania e che poi questa vende all’Italia – i motori Rolls Royce per gli aerei italiani seguono appunto questa strada, e Mussolini lo sa benissimo.
Sembra, e Mussolini lo vuol far credere, l’inizio di un vero strangolamento dell’economia; un isolamento politico ed economico dell’Italia. Ma le sanzioni hanno mille crepe e si rivelano un grosso bluff degli Stati Europei nei confronti dell’Italia, come abbiamo appena visto sopra.

In Italia parte una feroce campagna stampa contro i Paesi ostili alle decisioni di Mussolini. Parossistica quella contro gli inglesi, veline ai giornali raccomandano perfino di non fare uso di vocaboli inglesi e di evidenziare ogni fatto negativo sul costume degli stessi. Danno fastidio persino le insegne dei locali chiamati da alcuni anni con l’anglofono vocabolo Bar, si sostituisce con il surrealistico paesano termine, “qui si beve”.

Nello stesso tempo per trovare i fondi necessari alla guerra, si promuove un prestito nazionale, detto del “cinque per cento”, che ha notevole fortuna: in pochi giorni permette di incassare allo Stato otto miliardi di lire. Contemporaneamente scattano aumenti vari e nuove tasse sugli immobili e sugli affari.

A Milano, in Duomo, il cardinale SCHUSTER celebra due eventi insieme, un Te Deum per l’anniversario della fondazione del Fascismo; e nello stesso tempo sulla grande piazza nella commozione generale benedice i gagliardetti dei reparti di quell'”esercito fatto di uomini impegnati a portare la luce della civiltà in Etiopia“.
Plaude tutta la stampa nazionalista e la borghesia italiana, mentre la massa attende fiduciosa la facile conquista della “terra delle banane per tutti”.

Socialisti e comunisti questa volta “pregano” anche loro, ma dietro altre quinte e sperano che la guerra si trasformi in una totale disfatta fascista. Inizia il disfattismo, mentre i giovani salgono sulle navi diretti in Africa, fiduciosi; anche se molti non torneranno più, da quella che era stata definita “solo una scampagnata”.

Il 2 OTTOBRE Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia e dalla radio, con la popolazione in attesa su tutte le piazze d’Italia per ascoltarlo, fa il suo storico discorso e comunica con la “mobilitazione generale”, l’inizio della guerra in Africa.
Il giorno dopo, dall’Eritrea, le truppe che vi erano già stanziate (circa 110.000 uomini) iniziano l’invasione dell’Etiopia.

Nel discorso fatto da Mussolini, c’è un vero compendio di retorica, di esaltazione, ma soprattutto di vittimismo. Si scaglia contro le Nazioni che vogliono impedire la sua espansione coloniale, e in primo luogo l’Inghilterra. Ma è tutto un bluff. Una grande sceneggiata da recitare in un modo teatrale. Mussolini ha solo preso la palla al balzo ben sapendo che nessuno lo ostacolerà.

In Italia intanto si svolgono manifestazioni plateali di appoggio. Partono reggimenti di volontari. I personaggi più in vista fanno a gara nell’imbarcarsi. Vuol partire perfino GUGLIELMO MARCONI per dare l’esempio partecipando ad una guerra che si crede essere brevissima, una “guerra lampo”.

3 OTTOBRE. L’attacco è fulmineo. DE BONO con le truppe italiane scatena la grande offensiva. 110.000 uomini alle 5 del mattino varcano il confine etiopico e puntano su Adua; il 6 OTTOBRE conquistano la famosa città abissina.
In Italia impazziscono dalla gioia, tutti in piazza, caroselli fino al mattino per la riconquista dopo quarant’anni di questa singolare città, un luogo che era nell’immaginario collettivo. Non era mai stato dimenticato il disastro italiano sull’Amba Alagi e quello di Adua – la propaganda fece il resto, preparò il terreno della rivalsa di quella storica cocente sconfitta.

Il 7 OTTOBRE – Scattano le operazioni belliche: Gli italiani avanzano, hanno davanti 110 chilometri di deserto, con piste appena visibili, ma che nell’entusiasmo percorrono e dopo un mese riescono a occupare l’8 Novembre MACALLÉ. I rifornimenti dei camion sono critici, manca nafta, gomme, pezzi di ricambio, ma soprattutto la micidiale e finissima sabbia grippa e paralizza ogni meccanismo, e più che soldati ci vorrebbero meccanici, pezzi di ricambio, macchine adatte. Quindi la situazione dal punto di vista logistico strategico è molto critica. Fra l’altro ci si era spinti così avanti (oltre 240 km.) in una zona molto aperta dove non era stata fatta nessuna ricognizione ai lati, quindi molto pericolosa. Non era insomma una “scampagnata”.

DE BONO, che non è un grande stratega, ha già 70 anni, ma neppure è uno stupido, ascolta questi consigli e si blocca, intuisce che andare avanti può diventare pericoloso. Ma a Roma MUSSOLINI freme, vuole cinicamente che si vada avanti ad ogni costo. Per sei giorni De Bono temporeggia. E’ la sua condanna! Mussolini il 15 novembre sta attendendo la grande notizia da Londra (che vedremo più avanti); la riceve alle ore 14, e già alle ore 16 invia un telegramma a Macallé. “De Bono sei troppo vecchio, ti sostituisco con Badoglio, e tu torna a casa).

L’11 DICEMBRE in concerto sia Hoara che Laval propongono all’Italia una soluzione diplomatica del conflitto, concedendo alcuni territori e altri diritti. Forse Mussolini intuisce la bufera che si sta scatenando; temporeggia, non risponde.

Il giorno dopo le dimissioni di Hoare, Mussolini, mentre inaugura Pontinia, con un discorso (che è di politica estera) risponde al nuovo premier inglese che si è subito insediato, Antonhy Eden, affermando che lui non si piega a soluzioni diplomatiche, ma che è determinato ad andare fino in fondo.
Per andarci l’Italia, con pochi mezzi e con pochi soldi, per sostenere lo sforzo bellico, il giorno stesso parte la “giornata della fede”; cioè donare l’oro alla Patria.

BADOGLIO appena arrivato in Africa (il 16) non ha la vita facile. Subisce da parte degli Etiopi proprio quella che aveva temuto DE BONO, cioè una controffensiva micidiale con varie guerriglie lungo il percorso. E’ costretto non solo ad abbandonare l’avanzata ma a indietreggiare con grave perdite visto che da quelle tanto temute fasce laterali sbucavano a valanghe i soldati di ras IMMIRU’. Questi fecero scempio con le sciabole degli uomini del contingente del maggiore CRINITI. Viene persa Axum, lo Sciré, il Tembien e si indietreggia ancora il 17 dicembre. Ci sia avvia al disastro. A BADOGLIO ritorna il pessimismo, soprattutto quando vede gli abissini dotati del migliore armamento, ma anche con una guerriglia micidiale portata avanti conoscendo bene il terreno, le foreste e il deserto. Badoglio aveva affermato quando non era d’accordo con De Bono per l’invasione, che “la guerra nelle condizioni in cui é l’Italia, rischia di durare 7 anni (e non si era proprio per nulla sbagliato!). Ora nel dramma gli ritorna quel pensiero.

Si può dire che la guerra mondiale iniziò in questi giorni.

Intanto a Roma MUSSOLINI è infuriato, sta ricevendo una grande delusione dai dispacci di BADOGLIO.

Ma in Etiopia sta crollando tutto. Il 19 DICEMBRE altro dispaccio disperato di BADOGLIO dall’Africa, che chiede uomini, uomini e uomini (ne andranno alla fine 400.000), e intanto comunica l’ultima disfatta ad Abbi Addiì e non sa cosa fare, come risolvere la situazione vedendo che le bombe che sganciano gli aerei non servono a nulla, si neutralizzano nella sabbia, cadono, fanno flop e non causano danni. Anche perché gli etiopi preferiscono non fare concentramenti, ma operare in gruppi sparsi; al vero e proprio scontro loro preferiscono la guerriglia. Del resto non potrebbero fare altro. Non hanno aerei, non hanno cannoni, non hanno armi pesanti ma solo buoni fucili (tedeschi !?) e conoscono bene il terreno, l’ambiente e il clima, questa è la loro unica risorsa e la sfruttano a proprio vantaggio molto bene.

Ma MUSSOLINI ha mandato a dire di impiegare ogni mezzo, “bisogna vincere la guerra ora e subito con ogni mezzo; e Badoglio li impiega. Quelli più inumani.

Il 20 DICEMBRE dal porto di Massaua con i suoi camion (un’impresa di trasporti piemontese che da anni si trova sul posto e che gli è stata totalmente requisita – uomini e mezzi) fa quasi 100 viaggi su un camion 3Ro fino alla base aerea italiana e vi trasferisce migliaia di quintali (circa 2000 qli) di barili e fusti contenenti sostanze chimiche. Sono gas soffocanti, vescicatori, gas tossici, gas all’irzina, all’iprite.
Il 23 DICEMBRE i fusti sono caricati sugli aerei e sganciati sui nemici, che però non provocano subito l’effetto sperato, i barili cadono e si sfasciano provocando poche vittime. Viene quindi adottato un nuovo sistema micidiale, nebulizzatori sistemati sulle ali degli aerei, poi questi in formazione affiancata, in squadre di 8-10 passano e ripassano a tappeto sugli Etiopi di Immirù che si stanno preparando ad attaccare come detto sopra in formazioni sparse.
Invece della cometa di Natale, che annunciava il Salvatore, il 24 Dicembre dal cielo venne giù ripetutamente una sottile e nebbiosa pioggia devastante e terrificante; cadeva sul terreno, sui corsi d’acqua, sui villaggi, seminando morte su uomini e animali, soldati e civili, su capanne e villaggi.
Più che il danno nell’esercito etiope, come numero degli uomini morti, ebbe l’effetto di distruggere e annientare il morale di tutto il Paese. La strategia degli etiopi, che era quella di combattere con la guerriglia era, a queste condizioni, una lotta impari, e ovviamente ne fu stravolta.
Nelle radure e nella boscaglia dove si rifugiavano e da lì operavano, non c’era scampo, la morte veniva dal cielo, dall’aria che li stanava e li annientava. La guerra batteriologica non era stata neppure presa in considerazione. La morte dal cielo e dall’aria non sapevano neppure cos’era. Morivano come le zanzare.

Ma BADOGLIO ne è entusiasta, raggiante telegrafa a Roma “tale impiego ha dato buoni effetti sui nemici, molto efficaci. Ora hanno tutti il terrore dei nostri gas” e li impiega perfino spavaldamente anche nelle retrovie, sui villaggi, sui civili. Poi gli vennero alcuni scrupoli e allora mandò a dire agli etiopi in quale zona il giorno dopo sarebbero passati i suoi aerei a seminare la silenziosa e invisibile morte. “Preparatevi a fuggire o sarete annientati, quando, dove e come vogliamo“.

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Il fascismo ha abolito la schiavitù in Etiopia? La storia la racconta in un altro modo:

Un uomo di umili origini rivoluzionò l’Etiopia. Kassa Haylù, abile soldato alla corte del ras Alì, fu nominato ufficiale e riuscì poi a sposare la figlia del suo principe. Nel 1853 spodestò ras Alì, lo sconfisse in battaglia, si alleò con un altro ras e marciò contro il re del Tigray.

Il 7 febbraio 1855, padrone di mezza Etiopia, si fece incoronare “re dei re”. Scelse per se un nome profetico; Tewodros II. In seguito conquistò la Shoa. Trascinò alla corte il figlio del re sconfitto, destinato a divenire il futuro Menelik II, il negus che sconfisse gli italiani ad Adwa.

Tewodros abolisce la schiavitù e la poligamia, cerca di arginare la corruzione a corte, costruisce le prime strade, riforma il sistema di tassazione, combatte i feudatari ribelli, vuole un esercito moderno e di professione. E’ il primo “monarca moderno” dell’Etiopia.

fonte: http://www.schegge.org/ethiopia/storia.php

Dossier: La repressione dell’esercito italiano durante la nuova occupazione della Libia

http://www.fisicamente.net/index-1053.htm

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ITALIANI BRAVA GENTE?


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Etiopia, la vergogna italiana

Svelato a settant’anni di distanza un episodio nascosto del colonialismo italiano in Africa. Il racconto di Paolo Rumiz

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