Archivio | maggio 15, 2007

Storie di "ordinaria" immigrazione


DIEGO ARMANDO SE MARCHO



Diego Armando Estacio di 19 anni morì l’ultimo 30 di dicembre, nell’attentato dell’ETA all’aeroporto madrileno di Barajas.




In quale momento abbiamo stravolto la nostra vita? In quale momento abbiamo attraversato il Rubicone?

In verità, fu per il lavoro. Fu per la ricerca di un benessere, per noi, per la nostra famiglia. Impegnando tutto, vendendo tutto. Puntando sul “tutto o niente”. Non per una opzione, ma per imposizione della vita.

E un giorno partiamo, accompagnati solamente dalle preghiere dei nostri familiari. L’Europa era il nostro destino. Gli inizi furono duri, lavorando dove era possibile. Le cose cambiarono. Si iniziò a far arrivare i familiari, i fratelli, i figli. Pareva che la vita non era tanto ingiusta come dicevamo.

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Jacqeline Sivisapa e Wilson Estasio vivevano nella località ecuadoriana di Machala. Avevano una figlia chiamata Carmen. Quando nacque il loro secondo figlio, non ci misero molto a trovargli il nome. La madre era un’accesa ammiratrice del campione di calcio Diego Armando Maradona. Così decisero: si chiamerà Diego Armando. Era il 1987.

Una crisi difficile. Jacqeline pensò che non c’erano alternative. Era il 1994, suo figlio aveva 7 anni. Non importava, doveva fare quella scelta. Si mise in viaggio per Milano, in Italia.

Pareva che per i suoi figli fosse diverso, che potesse dargli quelle opportunità che il suo paese non poteva offrirgli. Iniziò a lavorare accettando qualunque cosa gli fosse offerta. E iniziò ad inviare denaro alla sua famiglia in Equador. Diego continuò i suoi studi alla scuola navale.

Il 1999 celebrò il ricongiungimento Estasio Sivisapa. Jacqeline fece venire la sua famiglia in Italia; per primi arrivarono i suoi fratelli, poi sua figlia e sua madre, e, in seguito, potè far venire Diego Armando a Milano, che all’epoca aveva 13 anni.

“Lo feci andare a scuola. Studiò fino a 17 anni, senza farlo lavorare, perché volevo che si costruisse un solido futuro” dice Jacqeline.

Diego Armando amava il football, era tifoso del Milan, Era di buon carattere. Iniziò a vestire come tutti i ragazzini della sua età, con enormi pantaloni dalla vita bassissima “Mi diceva: Mamma, comprami tutta la roba di taglia più grande che trovi”. Io gli dicevo: “Però, mio Principe, io lo chiamavo “mio Principe”, perché non ti vesti in modo normale? Mi rispondeva: “Mami, è che io sono fatto così”. Cosa potevo dirgli? Io gli compravo quello che gli piaceva.”.

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L’emigrazione fa parte della storia dei nostri paesi


L’economia dei nostri paesi si sostiene in gran parte grazie alle rimesse inviate dai lavoratori all’estero. L’Equador ha più di tre milioni di emigrati nel mondo.

L’Europa vede l’immigrazione non come alternativa ma come problema, e la riduce ad una questione politica. Parlano di “problema dell’Unione”, e studiano su come blindare le frontiere.

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Il padre Winston si era trasferito a Madrid. Diego Armando era in costante comunicazione con suo padre. Lo visitava con relativa frequenza. Mentre era a Madrid, un giorno conobbe colei che diventò la sua fidanzata, Veronica Arequipa, Si innamorò e non tornò più in Italia.

Diego Armando diceva che sarebbe tornato a Milano, in occasione delle feste: “Per Pasqua, per Ferragosto, per Natale. Lo diceva ma non veniva mai” ricorda sua sorella Carmen.

Dopo gli studi iniziò a lavorare con suo padre nei cantieri edili. Dopo poco tempo, andò ad abitare con Veronica a casa di sua suocera, nel barrio di Vallecas. Sempre a Madrid.

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Diciamo che la ragione era in vacanza. Diciamo che nella vita accade di tutto e tutto può accadere. Diciamo: Cos’è che non può andare storto nella vita? D’accordo. Però chi lo spiega a mio figlio? Viene in cerca di benessere e trova solo dolore e distruzione. Come possiamo comprendere chi cerca di risolvere i problemi con le bombe. E’ la legge della giungla. E’ l’odissea della vita che ci impone un destino molto oscuro.

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Diego Armando e la sua compagna avevano trovato un appartamento, dovevano firmare il contratto in un “giorno di questi”. Diego Armando telefonava costantemente in Italia. Era pieno di sogni e illusioni, gli piaceva l’idea di poter terminare i suoi studi di meccanica, sollecitava la madre e la sorella che venissero a vivere a Madrid, e poter riunire così tutta la famiglia, gli piaceva poter disporre di denaro, amava pensare di poter tornare un giorno a Machala e costruirvi la sua casa.

Il destino cambiò tutto, rovinò tutto. Accadde il 30 dicembre del 2006, un attentato dell’ETA nell’aeroporto madrileno di Barajas causò una serie di distruzioni e di disgrazie. La stampa disse che diverse persone avevano perso la vita, e che si stava procedendo all’identificazione dei corpi. Tutti pregarono che non fosse certo, che Diego Armando non fosse lì. Furono solo illusioni. Alle 9 e 35 della mattina furono ritrovati i resti del suo cadavere tra le macerie. Il sogno di Diego Armando Estacio Sivisapa era finito nel modo peggiore. La sua famiglia arrivò a Madrid nella circostanza peggio desiderata. Un Boeing 747 con 240 posti lo portò a Machala. Sua ultima dimora. “Non è possibile che qualcuno a 19 anni, con tanti sogni, se ne sia andato.. Non crede?” Dice sua madre.

da Las Americas – la revista latina en Italia – abril/2007, Milano

traduzione di mauro

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Ecco, questa è una storia letta da me in una pizzeria di Milano, in attesa di un caffè.. Mi ha colpito per la sua tragicità, ma ha anche provocato amare riflessioni. Lo spazio attorno a me si è popolato di fantasmi, figurine di esseri che ho incontrato, e incontro, a decine, a centinaia, nella vita di tutti i giorni. Figure di contorno, quando va bene mentalmente da allontanare perché estranee al mio, al tuo, al nostro modo di vivere.

Ma non sono figure. Sono “persone”, umili, coraggiose, che affrontano le durezze della vita con spirito di allegra sopportazione. Che lavorano per scopi precisi. Che sono ancora famiglia.

Che affrontano distanze enormi per recarsi in paesi di cui non sanno nulla, ma che possono offrire l’opportunità di una vita migliore, per sé ed i loro cari. Ed una volta di più ho pensato che dobbiamo portare loro rispetto. Perché hanno sogni, perché hanno lacrime, perché hanno dolori, esattamente come i nostri. Molte volte più dei nostri.

mauro

Concordato – ART. 7: STORIA QUASI SEGRETA DI UNA DISCUSSIONE E DI UN VOTO


Abbiate pazienza (il post è lungo ma illuminante), non si può disquisire sui vari 5 e/o 8 x mille senza conoscere le “origini” della storia.. Se vi sono state colpe politiche (e indubbiamente ve ne sono), ogni parte si assuma le sue responsabilità. Ahimè, comunisti compresi.
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Note di un protagonista laico sulla discussione tenuta in sede di Assemblea costituente in merito al Concordato, e sul voto con il quale nel 1947 cattolici e comunisti, a grande maggioranza, approvano l’art. 7 della Costituzione.


di Piero Calamandrei

Per capire quali sono stati i veri motivi che hanno portato all’approvazione a grande maggioranza, coll’appoggio dei comunisti, dell’art. 7 della costituzione (o anche, più modestamente, per capire quanto sia difficile arrivare a capire dal di fuori questi veri motivi) non bisogna cercare la spiegazione nella teatrale parata oratoria che nelle sedute plenarie dell’assemblea costituente, dal 4 al 25 marzo 1947, ha preceduto quel voto; ma bisogna risalire alle discussioni preparatorie, appartate e spoglie di pubblicità e di solennità (più che discussioni, conversazioni e contrattazioni intercorse, “de plano et sine strepitu”, tra brava gente seduta allo stesso tavolino), che hanno preso le mosse dalla prima sottocommissione (sedute del 21 novembre e 18 dicembre 1946), sono passate attraverso la commissione dei Settantacinque (seduta del 23 gennaio 1947) e solo alla fine sono sboccate, per il solenne collaudo, all’assemblea plenaria.
E’ noto, infatti, che gli articoli del progetto di costituzione sottoposto all’approvazione della costituente non sono usciti tutti in un colpo da un’unica ispirazione e da un proposito concorde; ma sono stati faticosamente aggiustati ad uno ad uno per graduali approssimazioni, attraverso una serie di contrasti, di adattamenti e di ritocchi, fino a trovare il punto di incontro e di equilibrio tra esigenze e ideologie divergenti e spesso antitetiche.
La discussione dalla quale è nata, nella prima sottocommissione, la formula dell’art. 5 (che è poi passata quasi immutata nell’art. 7 della costituzione) porta nei resoconti parlamentari questo titolo piuttosto scolorito e scolastico: “Discussione sullo Stato come ordinamento giuridico, e i suoi rapporti con gli altri ordinamenti”. Ma in realtà il “punctum pruriens” che si nascondeva dietro questa intitolazione anodina era quello delle relazioni tra Stato e Chiesa; e proprio in vista di questa questione scottante la democrazia cristiana aveva abilmente concentrato in questa prima sotto – commissione, composta in tutto di diciotto deputati, i suoi rappresentanti più qualificati per destrezza parlamentare, come il presidente della stessa sotto-commissione avvocato Tupini, o per dottrina giuridica e fervore religioso, come i professori Dossetti, La Pira, Moro e Caristia, e gli avvocati Corsanego e Merlin.
Di fronte a questa compatta pattuglia democristiana (sette su diciotto, col vantaggio del presidente) i comunisti erano soltanto tre: Marchesi, Togliatti e la deputatessa Iotti; buoni ma pochi. Gli altri otto appartenevano a tutti gli altri partiti messi insieme: i socialisti Amadei, Basso e Mancini; il repubblicano De Vita; il demolaburista Cevolotto; i liberali Grassi e Lucifero; il qualunquista Mastroianni.
E’ facile intendere come in questo frazionamento di tendenze eterogenee, il gruppo cattolico, col suo fervente zelo e la sua raffinata abilità manovriera, fosse riuscito a ottenere fino dalla partenza un netto vantaggio sul gruppo che si può chiamare, per intenderci, «laicista» il quale, non potendo contare sui due liberali e sul qualunquista (che, sommandosi coi democristiani, bastavano a formar la maggioranza: dieci su diciotto), si riduceva, anche se i comunisti avessero fatto blocco con esso, a otto su diciotto. In realtà i tre comunisti, fino dall’inizio dei lavori della sottocommissione, fecero parte a sé: e nel contrasto tra le due tendenze, quella confessionale, di cui fu relatore il deputato Dossetti, e quella laicista, di cui fu relatore il deputato Cevolotto, assunsero, specialmente per bocca di Togliatti, una posizione, si direbbe, di centro.

L’intransigenza dei cattolici

La discussione, fin da principio, mise in luce la rigida intransigenza dei cattolici e la moderazione, talora confinante colla remissività, dei loro oppositori.
Le richieste dei cattolici si concentrarono su due punti: primo, che la costituzione riconoscesse esplicitamente la sovranità della Chiesa e il carattere “originario” (cioè non derivato e non dipendente dallo Stato) del suo ordinamento: secondo, che nella costituzione fosse espressamente confermato che le relazioni tra lo Stato e la Chiesa cattolica avrebbero continuato ad essere regolate dai Patti Lateranensi, i quali sarebbero venuti così ad acquistare in questo modo carattere di vere e proprie norme costituzionali, incluse per riferimento nella costituzione della repubblica. Intorno a questi due punti si aggirarono le discussioni dinanzi alle commissioni.
Sul primo punto la reazione dei laicisti fu assai debole: e il dissenso fu più di forma che di sostanza. In fondo i laicisti non si opponevano a che nella costituzione fosse inclusa una norma che riconoscesse la autonomia della Chiesa nel campo spirituale e la originarietà del suo ordinamento; solo chiedevano che, per non dare l’impressione di una invasione nel potere politico riservato allo Stato, si parlasse di «indipendenza» e non di «sovranità» della Chiesa, e che questa indipendenza fosse riconosciuta con una formula che non stonasse con lo stile della costituzione, la quale deve contenere statuizioni unilaterali dello Stato sovrano e non accordi bilaterali tra potenze. A tali requisiti rispondeva l’emendamento proposto in subordine dal deputato Cevolotto, in questi termini: «”Lo Stato riconosce la indipendenza della Chiesa cattolica nei suoi ordinamenti interni”».
Ma anche in questa questione di forma i cattolici ebbero facilmente il sopravvento. Nella seduta del 18 dicembre 1946 fu approvata, con dodici voti favorevoli e tre contrari, la formula concordata tra i cattolici (Tupini e Dossetti) e i comunisti (Togliatti), che è poi rimasta nella costituzione: «”Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”».
Nelle discussioni che si sono poi svolte dinanzi all’assemblea plenaria, questa formula è stata energicamente attaccata da oratori delle disparate tendenze (a cominciare da Croce e da Orlando), non soltanto perché questo riconoscimento bilaterale e reciproco, se sarebbe al suo posto in un trattato internazionale stipulato tra due potenze contraenti poste sullo stesso piano, è una stonatura in una costituzione nella quale dovrebbe parlare soltanto lo Stato, la cui sovranità è implicita e non dipendente da riconoscimenti esterni (la costituzione, fu detto da un oratore, dev’essere un monologo e non un dialogo: e questa frase fu ripetuta e fatta sua da Croce); ma anche perché si osservò che se veramente, secondo la tesi del prof. Dossetti, tanto lo Stato quanto la Chiesa si debbono ritenere come ordinamenti giuridici “originari”, il riconoscimento reciproco nulla può aggiungere alla loro sovranità che sussiste separata e indipendente in ciascuno di essi: sicché la formula proposta sarebbe apparsa altrettanto inutile e fuor di posto nella costituzione come quella che avesse proclamato, ad esempio, che «l’Italia e la Francia sono, ciascuna nel proprio ordine, sovrane». In un primo tempo dinanzi alla prima sotto-commissione anche l’on. Togliatti era stato di questa opinione, quando aveva riconosciuto che «un’affermazione di questo genere sarebbe priva di contenuto concreto, sia politico che costituzionale, perché è come se si volesse riconoscere che tutti gli Stati sono in sostanza degli Stati con parità di diritti» (seduta del 21 novembre 1946). Ma poi, quando la stessa obiezione fu sollevata da un oppositore per criticare la formula concordata dalla maggioranza (seduta della commissione plenaria del 23 gennaio 1947), fu proprio Togliatti che si alzò a confutarla con argomenti, che per la loro ortodossia meritarono il pieno plauso della «Civiltà Cattolica». E così, anche dinanzi ai Settantacinque, la formula bilaterale del riconoscimento reciproco passò facilmente con trentanove voti favorevoli (democristiani, comunisti, liberali e qualunquisti) contro cinque contrari (azionisti, un demolaburista, un liberale e un socialista) ed otto astenuti (in gran parte socialisti).

La costituzionalizzazione dei Patti Lateranensi

Più grave fu, in sede di sotto-commissione, il contrasto sull’altro punto; quello relativo alla inclusione dei Patti Lateranensi nella costituzione.
Qui apparve subito da una parte la rigida intransigenza dei cattolici e dall’altra il desiderio dei loro oppositori di trovare ad ogni costo una formula transattiva.
Di fronte ai cattolici, i quali per bocca del relatore Dossetti, proposero fin da principio la formula: «”Le relazioni tra lo Stato e la Chiesa cattolica restano regolate dagli Accordi Lateranensi”» (art. 7 della proposta Dossetti passata poi, con piccole modificazioni di forma, nel testo definitivo: «”I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi”»), gli oppositori di tutte le tendenze, compresi questa volta i comunisti, concordemente dichiaravano (sarebbe superfluo andare a ricercare nei vari oratori le espressioni concordanti di questi comuni propositi) la loro volontà di non turbare la «pace religiosa» e di non rimettere in questione la soluzione della «questione romana» raggiunta coi Patti Lateranensi, il loro proposito di continuare a regolare mediante concordati le relazioni tra Stato e Chiesa ed anche il loro impegno di non denunciare in via unilaterale i Patti Lateranensi e di non modificarli se non attraverso nuovi accordi con la Chiesa. Ma, pur essendo disposti a tutte queste concessioni di sostanza, tutti gli oppositori, compresi questa volta i comunisti, si rifiutavano di accettare una formula, la quale, venendo a dare ai Patti Lateranensi il carattere di vere e proprie norme costituzionali, avrebbero accolto nella costituzione repubblicana il principio dello Stato confessionale e della religione di Stato consacrato in quei Patti, in aperto contrasto coi principi della libertà di coscienza e della uguaglianza di tutte le religioni di fronte alla legge, proclamati in altri articoli della stessa costituzione.
Su questo punto anche i comunisti assunsero, in sede di sottocommissione, un atteggiamento meno cauto. Mentre in un primo intervento nella seduta del 21 novembre 1946 l’on. Togliatti si espresse in modo non del tutto chiaro («… Tutto considerato non sarebbe contrario ad inserire nella costituzione un articolo in cui si dica che la Chiesa Cattolica, che corrisponde alla fede religiosa della maggioranza degli italiani, regola i suoi rapporti con lo Stato per mezzo dell’esistente concordato») successivamente, in quella del 18 dicembre, si dichiarò contrario all’inserimento dei Patti Lateranensi nella costituzione ed egli stesso prese l’iniziativa di proporre, in luogo della formula sostenuta dai cattolici, una formula transattiva («”i rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati in termini concordatari”») che evitava la esplicita menzione dei Patti Lateranensi, il rispetto dei quali avrebbe potuto però esser garantito, come egli per ulteriore condiscendenza dichiarò, da «un atto dell’assemblea, la quale, nel momento in cui voterà la costituzione, potrà votare anche un ordine del giorno in cui nella forma più solenne dichiari di ammettere che il concordato ed il trattato del Laterano sono in vigore». Nella stessa seduta il deputato comunista Marchesi dichiarò, da parte sua, che la formula proposta dal Togliatti rappresentava «il limite estremo di ogni concessione che può essere fatta in materia dai commissari di parte comunista&raquo.
Si venne così, in quella stessa seduta, alla votazione; la formula Togliatti fu respinta con dieci voti contrari e sette favorevoli, quella Tupini-Dossetti fu approvata con dieci voti favorevoli e sette contrari. La questione si ripresentò, negli stessi termini , dinanzi alla commissione dei Settantacinque (seduta del 23 gennaio 1947), dove l’opinione dei comunisti, contraria all’inserimento dei Patti Lateranensi nella costituzione, fu nuovamente confermata dallo stesso Togliatti e, più recisamente, dall’on. Terracini. Ma anche qui la formula Togliatti fu respinta con ventisette voti favorevoli (socialisti, comunisti, repubblicani, azionisti e demolaburisti) e trentadue contrari: e la formula Tupini fu viceversa approvata con trentun voti favorevoli e venti contrari.
Con questi precedenti l’art. 5 del progetto arrivò alla discussione dell’assemblea plenaria: e fu approvato, nella seduta del 25 marzo, come art. 7 della costituzione, in questa forma definitiva:
“«Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani».
«I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Qualsiasi modificazione dei Patti, bilateralmente accettata, non richiede procedimento di revisione costituzionale»”.

Il volta faccia dei comunisti

Ricordare in qual modo si svolse dinanzi all’assemblea costituente la discussione nelle sedute tra il 5 e il 25 marzo, sarebbe qui superfluo; attraverso la stampa quotidiana il pubblico ha potuto seguirle fino alla seduta conclusiva, nella quale, coll’intervento di quattrocentonovantanove votanti, l’art. 7 è stato approvato con trecentocinquanta voti favorevoli (democristiani, comunisti, qualunquisti, monarchici, gran parte dei liberali, tra essi Orlando, Nitti e Bonomi) contro centoquarantanove contrari (socialisti, repubblicani, azionisti, demolaburisti e alcuni liberali).
L’episodio saliente e sorprendente di quella votazione, il vero e proprio colpo di scena della giornata, è stato l’improvviso voltafaccia dei comunisti: i quali, intervenuti anche nella discussione dinanzi all’assemblea con un loro oratore, l’on. Paietta, per confermare la loro recisa opposizione alla formula cattolica, hanno dichiarato all’ultim’ora, per bocca di Togliatti, di votare a favore di essa; e in questo modo, col peso di un centinaio di voti, ne hanno assicurata la approvazione a grande maggioranza. Se i comunisti avessero votato contro, è assai dubbio se l’articolo sarebbe stato approvato; tutt’al più sarebbe passato con una maggioranza computabile sui diti di una mano; ma non si può escludere che, se tutte le sinistre si fossero trovate compatte nel votar contro, avrebbero potuto trascinar con sé qualche voto incerto e riuscire a mettere i democristiani in minoranza.
Fino all’ultimo momento l’atteggiamento dei comunisti è stato misterioso e tutti i partiti hanno atteso ansiosamente la loro decisione. Negli ultimi giorni correvano voci di trattative che avrebbero dovuto portare a una soluzione conciliativa capace di raccogliere l’unanimità dell’assemblea: si diceva che l’impegno della Repubblica di non denunciare senza nuovi accordi i Patti Lateranensi sarebbe stato consacrato in una disposizione transitoria; che i democristiani avrebbero votato la formula Togliatti, purché contemporaneamente l’assemblea esprimesse in un ordine del giorno esplicativo il proposito di rispettare i Patti Lateranensi; oppure viceversa: che i comunisti avrebbero votato la formula cattolica, purché accompagnata da un ordine del giorno, che si diceva proposto da Bonomi, Nitti e Orlando, col quale l’assemblea genuflessa avrebbe espresso il voto rispettoso che la Santa Sede fosse benevolmente disposta a modificare gli articoli dei patti Lateranensi inconciliabili coi principi della costituzione… Ma la mattina del 25 si diffuse la notizia che i democristiani avevano rifiutato ogni patteggiamento e che le trattative erano rotte.
Che avrebbero fatto i comunisti? Si iniziò la seduta pomeridiana; nessuno sapeva con precisione che cosa avessero deciso: neanche i compagni socialisti, nonostante il patto di unità d’azione, erano riusciti a saperlo. Parlò De Gasperi accentuando in tono perentorio, quasi minaccioso, le esigenze del suo partito. Infine parlò Togliatti: il suo flessuoso discorso, che durò circa un’ora, lasciò per un bel pezzo perplessi gli ascoltatori, i quali quasi sino alla fine continuarono a credere che il filo polemico contro i democristiani dovesse metter capo ad un voto coerente, cioè ad un voto contrario. Invece il discorso, con un giuoco di acrobazia dialettica così serrato da mozzare in più punti il respiro degli ascoltatori, concluse col dichiarare che i comunisti avrebbero votato a favore. La votazione per appello nominale, che si concluse dopo la mezzanotte, si svolse in un’atmosfera pesante e depressa: gravava nell’aria, per i più opposti motivi, un senso di delusione, di dispetto, di mortificazione; anche di disgusto…
Quando fu proclamato il resultato, nessuno applaudì, neanche i democristiani, che parevano fortemente contrariati da una vittoria raggiunta con quell’aiuto. Neppure i comunisti parevano allegri; e qualcuno notò che, uscendo a tarda notte da quella seduta memoranda, camminavano a fronte bassa e senza parlare (ma forse questo accadde perché a quell’ora tutti, senza distinzione di partito, cascavano dal sonno).

Il gioco delle parti

La scontrosa intransigenza dei cattolici, la subitanea capitolazione dei comunisti: quali furono i veri motivi di questi opposti atteggiamenti?
E’ largamente diffusa nel pubblico l’opinione che il voto dei comunisti sia stato il risultato di una contrattazione extraparlamentare avvenuta tra le direzioni dei due partiti: un “do ut des”, nel quale i comunisti avrebbero avuto dai democristiani, in cambio del loro voto favorevole, non so bene quali assicurazioni o vantaggi in altri campi. Un giornalista francese, la sera stessa della votazione, mi domandò se era vero che i comunisti avessero comprato con quel loro voto il silenzio del governo sulla faccenda del cosiddetto «tesoro di Dongo»… Fantasticherie. Tutto può darsi in politica; ma se debbo giudicare dalle chiare apparenze, quali nel giorno della votazione poterono esser valutate da tutti gli osservatori presenti nell’aula, ho l’impressione che la improvvisa decisione dei comunisti di votare a favore dell’art. 7 sia stata una sorpresa anche per i democristiani: e non una gradita sorpresa. Da diversi deputati cattolici, che ho ragione di ritener sinceri, mi fu assicurato che essi prima del discorso di Togliatti erano convinti che l’art. 7 sarebbe passato con pochi voti, coi soli voti dei democristiani e delle destre, e che i comunisti avrebbero votato contro: e di tale opinione rimasero fino a quando quel discorso arrivò alla inaspettata perorazione.
No, il voto favorevole dato dai comunisti alla formula confessionale proposta dai cattolici è stato un dono senza contrattazione e talmente gratuito, che i cattolici non solo non avevano fatto nulla per procurarselo, ma avevano fatto tutto quanto era in loro per liberarsene. Essi speravano di poter riuscire a portare alla vittoria il loro articolo colle sole loro schiere, colle milizie della fede, senza ricorrere ad impure alleanze contaminatrici (pensate alla umiliazione che avrebbe provato Goffredo Buglione se per liberare il Santo Sepolcro avesse dovuto farsi dare una mano da un esercito di saraceni…). In tale speranza essi avevano cercato di chiudere il varco, a cominciar dalle discussioni preparatorie, ad ogni tentativo di soluzioni intermedie. E nonostante questo, all’ultimo momento, i comunisti hanno voluto a tutti i costi regalare ai cattolici quel contributo di voti che questi avevano fatto di tutto per respingere, ed hanno ottenuto così che i cattolici non possano più sventolare di fronte agli elettori il vanto di essere riusciti a salvare la religione con le loro sole forze…
Si è pensato che in questo reciproco atteggiamento dei due partiti molto abbian giuocato considerazioni di carattere elettorale.
Togliatti nel suo discorso volle metter su questo punto le mani avanti; e dichiarò che nella decisione di votare a favore dell’art. 7 il calcolo elettorale non entrava per nulla. Ma questa frase suscitò, nell’aula, una di quelle reazioni clamorose di incredulità che nello stile dei resoconti parlamentari possono essere qualificate, secondo i casi, come «”mormorii”», o come «”rumori”» o anche come «”ilarità”».
In realtà tutta l’attività dell’assemblea costituente è stata ed è inquinata da questi struggenti patemi d’animo, collettivi ed individuali che si chiamano nel gergo politico le «preoccupazioni elettoralistiche». E’ stato detto, con una frase che ha fatto fortuna, che una costituzione per essere buona «dovrebbe essere presbite», cioè guardar lontano, verso il remoto avvenire; ma la nostra costituzione purtroppo, rischia di nascere miope, se non cieca addirittura, come le talpe. Gran parte di coloro che la preparano non vedono molto al di là del proprio naso: e la punta del naso è, per molti uomini politici, segnata dalla data delle prossime elezioni.
Ora non si può escludere che proprio questa miopia sia stata una delle cause determinanti del voto sull’art. 7. I democristiani assaporavano già quale irresistibile argomento di propaganda avrebbe potuto essere nella prossima campagna elettorale il vanto di essersi trovati soli a difendere la religione contro i nemici coalizzati di essa e specialmente contro i comunisti. Tutti ricordano con quale abilità e con quale fortuna nelle elezioni del 2 giugno i democristiani si servirono a proprio vantaggio di questo argomento: è quindi verosimile che essi abbiano adottato sull’art. 7 un atteggiamento intransigente proprio per costringere le sinistre, e specialmente i comunisti, a votar contro, e ad attirarsi così la taccia compromettente di nemici della Chiesa.
Ma i comunisti (questa potrebbe essere una spiegazione) hanno capito il gioco e l’hanno sventato: votando a favore dell’art. 7 hanno spezzato in mano dei democristiani l’arma più potente che questi stavano affilando contro di loro per la prossima lotta elettorale. Questa è stata del resto la spiegazione che un deputato comunista mi ha dato, sia pure in tono scherzoso, del loro voltafaccia:
– Abbiamo voluto evitare che nella prossima campagna elettorale i democristiani ci possano rappresentare come anticlericali…
– Ma non temete che così qualcuno possa combattervi come alleati dei clericali?
– Certo questo accadrà. Ma saranno voti che andranno ai socialisti…

Pace religiosa e pace politica

Ma potrebbe anche darsi che le vere ragioni del voto sull’art. 7 siano state più profonde: e attinenti a considerazioni più serie che non siano i calcoli contingenti di politica elettorale.
Intanto non sembra che si possa spiegare soltanto con calcoli di ordine elettorale l’intransigenza dei democristiani sulla formulazione dell’art. 7, la quale per molti di essi più che come voluta dal di dentro, può meglio spiegarsi quando si consideri come derivante da una imposizione esterna. Durante i lavori preparatori dell’art. 7 ho avuto la sensazione, parlando confidenzialmente con qualcuno dei deputati democristiani (tra i quali sono numerosi non solo i valentuomini, ma anche i repubblicani schietti), che essi si rendessero perfettamente conto dell’irriducibile contrasto che passa tra la confessionalità dello Stato, consacrata, auspice il fascismo, nei Patti Lateranensi, e il principio della Libertà di coscienza, che non può non essere uno dei caposaldi della repubblica italiana, se essa dev’essere una vera democrazia; e che nel sostenere quella formula intransigente dell’art. 7, che introduce di straforo nella costituzione repubblicana la religione di Stato, provassero un certo disagio e una certa perplessità di coscienza. Nelle dichiarazioni degli oratori democristiani, quali sono registrate nei resoconti sommari si trova ripetuto che nessuno di loro è fautore dello Stato confessionale; qualcuno si è dichiarato contrario all’idea di una religione di Stato (cfr. le dichiarazioni dell’on. Cappi nella seduta del 23 gennaio 1947); e qua e là si è affacciata la loro, sia pur cautamente, la fiducia che la Santa Sede sarà disposta domani a riprendere in esame le disposizioni dei Patti Lateranensi che sono in contrasto (anche i ciechi lo vedono) colla costituzione della Repubblica. Sarebbe bastato un passo di più per arrivare ad un accordo che avrebbe salvato la pace religiosa e insieme la sincerità democratica della costituzione. Ma questo passo i democristiani non hanno voluto farlo: non hanno voluto o “non hanno potuto”? Non posso dimenticare che, dopo un discorso nel quale un oratore di sinistra ebbe ad affermare che in Italia la pace religiosa esiste ormai, più che per merito dei Patti Lateranensi, in virtù della lotta clandestina in cui i cattolici si sono trovati uniti colle altre forze popolari a combattere per la libertà, un deputato democristiano, commosso da quella invocazione di una lotta combattuta in comune da tutta la democrazia, ebbe a dirmi queste parole:
– Forse avete ragione. Ma è la Santa Sede che si è ostinata a voler così!
L’art. 7 non sarebbe dunque nato dall’interno dell’assemblea, ma dal suggerimento irresistibile di una potenza esterna; non dalla sovranità del popolo italiano, ma da un’altra sovranità che lo stesso art. 7 riconosce e proclama come contrapposta a quella della Repubblica.
Questa fu in sostanza l’impressione che si ebbe dalla tagliente ed aspra dichiarazione di voto fatta, nella seduta del 25 marzo, dal presidente De Gasperi: il quale disse, o fece intendere, che in Italia dal mantenimento della pace “religiosa” dipende il mantenimento della pace “politica”; e che, se si vuole evitare alla Repubblica ancora debole il pericolo che deriverebbe da una rottura della pace politica, non c’è altro da fare che accettare senza discutere la formula perentoria dell’art. 7, in mancanza di che la vita stessa della Repubblica non sarebbe più garantita…
Proprio su questo piano l’on. Togliatti pose, nella stessa seduta, la sua replica: – Abbiamo capito, onorevole De Gasperi, abbiamo capito. – Il voto dei comunisti favorevole all’art. 7 poté così essere abilmente presentato, più che come un espediente di politica interna, come un sacrificio imposto dalla necessità di salvare la Repubblica dalle minacce esterne.
Non so quanto di vero e quanto di esagerato vi sia in questa alquanto drammatica interpretazione del voto sull’art. 7. Certo è che più volte, nell’imminenza di quella votazione, si è sentito dire che se l’art. 7 non fosse stato approvato nella forma voluta dai cattolici, essi, d’accordo colle destre, avrebbero chiesto e ottenuto che la costituzione fosse sottoposta a nuovo “referendum” finale e che fosse rimessa così in discussione anche la questione istituzionale; e si è sentito dire altresì che se la Repubblica italiana, nella gravissima crisi che la travaglia, vuole ancora contare sull’appoggio della finanza americana, bisogna che dia l’impressione di saper conservare quella stabilità politica che, come si è detto, non è separabile dalla pace religiosa… L’approvazione dell’art. 7 sarebbe stata insomma non solo la condizione per il mantenimento della Repubblica, ma anche il prezzo del pane che impedirà al popolo italiano di morir di fame…

L’asservimento a un’«altra» sovranità

Se in tutto questo c’è del vero, la votazione sull’art. 7 viene ad assumere un significato che eccede di gran lunga i limiti della politica interna. Dietro quel voto c’è il doloroso riconoscimento della servitù internazionale e della miseria in cui, per merito del fascismo, l’Italia è caduta.
Ma se più volte, nel corso della discussione dell’art. 7 e specialmente nel duello oratorio svoltosi l’ultimo giorno tra De Gasperi e Togliatti, è affiorata questa umiliante situazione di un’assemblea costituente che, mentre si illude di esser sovrana, deve in realtà piegarsi alle intimazioni che le giungono dall’esterno, può parere inesplicabile che in quest’assemblea non si sia udita neanche una voce di dignitosa ribellione contro questo asservimento (come avrebbe reagito, contro una siffatta imposizione, il parlamento di cinquant’anni fa?) e che proprio i comunisti non abbiano saputo far altro che consacrare col loro voto la rassegnata acquiescenza a queste ingerenze estranee ed a queste imposizioni negatrici della nostra libertà e della nostra indipendenza. E non parliamo del disagio in cui devono essersi trovati (suppongo) i deputati della democrazia cristiana: i quali, eletti anch’essi a far parte dell’assemblea costituente come rappresentanti del popolo italiano e come custodi della sua sovranità, si son trovati ad essere, nell’interno di quell’assemblea, i portavoce di una potenza esterna, i fiduciari, vincolati da mandato imperativo, di un’altra sovranità.
Per risolvere il conflitto di interessi fra due potenze sovrane e per tracciare i confini delle loro competenze la comune pratica internazionale esige che ciascuna di esse sia rappresentata nelle trattative da propri delegati, i quali abbiano da servire un solo padrone; ma qui per tracciare coll’art. 7 i limiti di competenza tra lo Stato e la Chiesa, i deputati democristiani si sono trovati ad essere contemporaneamente rappresentanti dello Stato e della Chiesa, cioè insieme di tutt’e due le potenze in conflitto. Suppongo che molti di essi abbiano sentito, nella loro coscienza di uomini probi, la singolare difficoltà di questa loro posizione ambigua: e che al momento del voto si siano trovati turbati (ma forse anche qui le cose sarebbero andate diversamente se la votazione fosse avvenuta a scrutinio segreto; com’è poi avvenuto nella seduta del 23 aprile, sull’indissolubilità del matrimonio).
Ma, insomma, in questa battaglia sull’art. 7, chi è stato il vero vincitore?
Apparentemente il voto ha dato la vittoria ai cattolici; ma avranno essi in avvenire la forza politica per sfruttarla? Se essi avessero voluto veramente assicurare per sempre all’Italia la pace religiosa, avrebbero dovuto ad ogni costo evitare che le discussioni della Costituente fossero turbate dall’ombra dello Stato confessionale; si sono messi invece a evocare con tutto il loro zelo questo fantasma. Hanno vinto coi voti, ma hanno introdotto nella costituzione una incompatibilità insanabile, che non potrà non portare a scontri, tra il principio della religione di Stato e il principio della libertà di coscienza. Esser riusciti, com’essi hanno fatto coll’art. 7, a dar nuova ragione di vita all’anticlericalismo, non si può dire che sia per loro un grande trionfo (ammenoché un certo pizzico di anticlericalismo non sia da essi desiderato come condimento per render più appetibile la loro cucina elettorale).
D’altra parte, a guardar le apparenze, ai comunisti è toccato peggio che la sconfitta: addirittura la resa a discrezione. Ma poi è facile capire che sotto le apparenze c’è un’altra realtà: per loro quel che conta è rimanere al governo, non provocare brusche fratture, lasciare aperte le strade verso le mete sociali. Per ottenere questo son pronti ad ogni transazione nel campo dei «principii»: le «questioni di principio» sono, per loro, vecchi pregiudizi borghesi; è ingenuità da giuristi prendere molto sul serio l’approvazione di un articolo, del quale, anche dopo averlo approvato, è sempre possibile rifiutare in sede politica le conseguenze (e l’hanno già dimostrato col votare contro l’art. 24, che, secondo i cattolici, era una conseguenza dell’art. 7).

Il realismo degli «ultimi mohicani»

Difficile dunque dire quale parte sia stata vittoriosa. Ma forse la vera sconfitta è stata, insieme colla sovranità italiana, la democrazia parlamentare.
Alla base della democrazia e del sistema parlamentare sta un principio di lealtà e di buona fede: le discussioni devono servire a difendere le proprie opinioni e a farle prevalere con argomenti scoperti, e i voti devono essere espressione di convinzioni maturate attraverso i pubblici dibattiti. Quando i voti si danno non più per fedeltà alle proprie opinioni, ma per calcoli di corridoio in contrasto colla propria coscienza, il sistema parlamentare degenera in parlamentarismo e la democrazia è in pericolo.
Proprio per questo il voto sull’art. 7 lasciò alla fine, in tutti i sinceri amici della democrazia, un senso di disagio e di mortificazione. L’on. Togliatti, in un articolo dedicato al partito di azione (sull’«Unità» del 2 aprile), ha espresso l’opinione che la fondamentale debolezza di questi «ultimi mohicani» consista nella mancanza del «senso delle cose reali, che dovrebbe invece essere ed è la qualità prima di chi vuole impostare e dirigere un’azione politica». Ma quali sono le «cose reali?». Qualcuno pensa che anche certe forze sentimentali e morali, che hanno sempre diretto e sempre dirigeranno gli atti degli uomini migliori, come potrebb’essere la lealtà, la fedeltà a certi principi, la coerenza, il rispetto della parola data e così via, siano «cose reali» di cui il politico deve tener conto se non vuole, a lunga scadenza, ingannarsi nei suoi calcoli.
Potrebbe darsi che i comunisti, quando hanno compiuto con estremo virtuosismo quell’abilissimo esercizio di acrobazia parlamentare che è stato il voto sull’art. 7, non abbiano calcolato abbastanza l’impressione di disorientamento e di delusione ch’esso avrebbe prodotto sulla coscienza del popolo ingenuo, che continua a credere nella democrazia. E non abbiano pensato che anche la delusione e il disgusto sono stati d’animo idonei a produrre nel mondo certe conseguenze pratiche, dei quali il politico, se non vuole andare incontro ad acerbi disinganni, deve tener conto come di «cose reali».

Fonte: http://www.valtervannelli.it/

COSA SIGNIFICA “OTTO PER MILLE”?


FACCIAMO CHIAREZZA

Con il Concordato del 1929 lo stato italiano si impegnò a pagare direttamente lo stipendio al clero cattolico, con il meccanismo della congrua. Ritenendolo datato, nell’ambito delle trattative per il “nuovo” Concordato si decise un nuovo meccanismo di finanziamento alla Chiesa cattolica, solo in apparenza più democratico e trasparente in quanto allargato alle altre religioni: lo stato decideva di devolvere l’8 per mille dell’intero gettito IRPEF alla Chiesa cattolica (per scopi religiosi o caritativi) o alle altre confessioni o allo stato stesso (per scopi sociali o assistenziali), in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi.

IL TESTO DELLA LEGGE

L’otto per mille è normato dalla legge 222/85.

COME FUNZIONA IL MECCANISMO?

Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’8 per mille del gettito IRPEF tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane.

In realtà nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo assomiglia di più ad un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi.

Come se non bastasse, la mancata formulazione di un’opzione non viene presa in considerazione: l’intero gettito viene ripartito in base alle sole scelte espresse.

Alcune confessioni, più coerentemente, lasciano allo Stato le quote non attribuite, limitandosi a prelevare solo quelli relativi ad opzioni esplicite a loro favore: cosa che NON fa la chiesa cattolica, ottenendo un finanziamento quasi triplo rispetto ai consensi espliciti ottenuti a suo favore.

ECCO PERCHÉ È IMPORTANTE COMPILARE QUESTA SEZIONE DELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI.

Qualora il contribuente non sia tenuto alla presentazione della dichiarazione, può comunque effettuare ugualmente la scelta della destinazione dell’8 per mille consegnando il CUD in una busta chiusa agli enti preposti alla raccolta (poste, banche etc…).

LA DISTRIBUZIONE DEL GETTITO

Il Ministero delle Finanze, già restio a fornire statistiche in merito (comunica i dati alle sole confessioni religiose, che ne danno notizia con estrema riluttanza), è peraltro estremamente lento nel diffondere i dati. Le ultime comunicazioni ufficiali e definitive si riferiscono incredibilmente alle dichiarazioni dei redditi del 2001 (redditi 2000).

Questa la distribuzione:

87,25%

Chiesa Cattolica

10,28%

Stato

1,27%

Valdesi

0,42%

Comunità Ebraiche

0,31%

Luterani

0,27%

Avventisti del settimo giorno

0,20%

Assemblee di Dio in Italia

Va notato che, in tale occasione, su oltre trenta milioni di contribuenti solamente il 39,62% ha espresso un’opzione, solo il 34,56% della popolazione, quindi, ha espresso una scelta a favore della Chiesa cattolica. Per dare un’idea dell’enormità della cifra corrisposta grazie a questo meccanismo, la Conferenza Episcopale ha disposto nel 2004 di contributi per 936,5 milioni di Euro.

COME VENGONO SPESI QUESTI SOLDI?

  • CHIESA CATTOLICA
    Nato come meccanismo per garantire il sostentamento del clero, tale voce è diventata, percentualmente, sempre meno rilevante (il 34,1% del totale). Parrebbe infatti che la Chiesa cattolica prediliga destinare i fondi ricevuti dallo Stato alle cosiddette “esigenze di culto” (47,2%): finanziamenti alla catechesi, ai tribunali ecclesiastici, e alla costruzione di nuove chiese, manutenzione dei propri immobili e gestione del proprio patrimonio. Ovvio che non vedremo mai alcuno spot su queste tematiche: ai tanto strombazzati aiuti al terzo mondo, cui è dedicata quasi tutta la pubblicità cattolica, va guarda caso solo l’8% del gettito. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.sovvenire.it.
  • STATO
    Lo Stato è l’unico competitore per l’otto per mille che rifiuta di farsi pubblicità. Il Governo dedica alla gestione dei fondi di pertinenza statale una sezione del suo sito internet.
  • CHIESA VALDESE
    Rifiuta di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.chiesavaldese.org.
  • LUTERANI
    Una parte dei fondi viene utilizzata per il sostentamento dei pastori. Per maggiori informazioni vai su www.elki-celi.org.
  • COMUNITÀ EBRAICHE
    I fondi sono utilizzati per «…solidarietà sociale, attività culturali, restauro patrimonio storico, sostegno ad attività giovanili, strutture ospedaliere per la cittadinanza, cultura della memoria, lotta a razzismo e pregiudizio». Per maggiori informazioni vai su www.ucei.it.
  • CHIESE AVVENTISTE
    Rifiutano anch’esse di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.avventisti.it.
  • ASSEMBLEE DI DIO
    I fondi sono destinati esclusivamente alle missioni e alla beneficienza. Per maggiori informazioni vai su www.adi-it.org.

PERCHÉ ABROGARE IL MECCANISMO?

  • perché il meccanismo doveva essere basato sulla volontarietà, ma la ripartizione delle scelte inespresse vìola, di fatto, questo principio;
  • perché è un finanziamento a fondo perso a favore di confessioni religiose che si dovrebbero autofinanziare. Soprattutto nel caso della Chiesa cattolica, gran parte di questi contributi non ha alcuna utilità sociale;
  • perché è una partita truccata: a differenza delle confessioni religiose, lo Stato italiano non fa alcuna pubblicità per sé e non informa su come destina questi fondi. Quando nel 1996 il ministro Livia Turco propose di destinare i fondi di competenza statale all’infanzia svantaggiata, il “cassiere” della Conferenza Episcopale Italiana Nicora reagì duramente, sostenendo che «lo Stato non deve fare concorrenza scorretta nei confronti della Chiesa»;
  • perché è una partita a cui non tutti possono giocare: sono ammesse solo le confessioni sottoscrittrici di un’Intesa con lo Stato. Ecco perché la Chiesa, attraverso i parlamentari cattolici, blocca l’accordo (già sottoscritto) con i Testimoni di Geova e impedisce l’avvio di trattative con gli islamici: i fedeli di queste religioni, ben disciplinati, grazie al meccanismo delle scelte inespresse porterebbero alle loro gerarchie una contribuzione ben superiore alla loro percentuale reale, con un danno valutabile in centinaia di milioni di Euro per la Chiesa cattolica.
  • perché è un meccanismo non chiaro, che trae in inganno non solo il semplice cittadino ma anche la persona colta. Un giornalista Rai ha dovuto addirittura scusarsi in diretta per la sua non conoscenza del meccanismo;
  • perché lo Stato, erogando questi finanziamenti, è costretto a cercarsi altre entrate con nuove forme di tassazione della popolazione.

MA SI PUÒ ABROGARE? O NON PAGARE? E COME?

L’Associazione per lo Sbattezzo ha lanciato da diversi anni un’iniziativa per l’obiezione fiscale: maggiori informazioni sul loro sito.

L’UAAR ha anch’essa più volte criticato e chiesto modifiche alla normativa: resta il fatto che un cambiamento è fattibile solo attraverso una modifica della legge.

ALTRI CONTRIBUTI STATALI ALLA RELIGIONE CATTOLICA

  • sempre con la dichiarazione dei redditi, è possibile dedurre dal proprio reddito versamenti alle chiese fino all’ammontare di due milioni di vecchie lire, intorno ai mille Euro; in proposito, rileviamo come il numero di offerte per il sostentamento dei sacerdoti sia calato, negli ultimi nove anni, del 14%, con conseguenti minori entrate del 18%;
  • pagamento pensioni al clero: un fondo speciale dal disavanzo perennemente in rosso. Fortunatamente, con la Finanziaria 2000 si è intervenuti almeno su questi, innalzando a 68 anni l’età pensionabile e aumentando i contributi a carico dei sacerdoti;
  • esenzione fiscale totale, comprese imposte su successioni e donazioni, per le parrocchie e gli enti ecclesiastici;
  • pagamenti degli stipendi agli insegnanti di religione, nominati dai vescovi: incidono per più di 1.000 miliardi (delle vecchie lire) sul bilancio statale;
  • finanziamenti alle scuole cattoliche;
  • in varie regioni, parte degli oneri di urbanizzazione a disposizione dei comuni deve essere destinata agli «edifici di culto».
    Non solo. Recentemente sono state stipulate intese ad hoc tra diverse Giunte e Conferenze episcopali regionali che hanno riguardato anche i beni culturali ed ecclesiastici, il turismo religioso e la retribuzione del personale ecclesiastico presente negli ospedali.
  • contributi agli oratorî: concessi da diverse regioni, nel maggio 2001 sono stati presentati due disegni di legge (identici) da parte di alcuni parlamentari dell’UDC. Nel luglio 2003 tali testi, dopo alcune modifiche, sono diventati legge. Contro il provvedimento si sono espressi ben pochi parlamentari: tra i contrari Tiziana Valpiana, la cui dichiarazione di voto contrario alla Camera dei deputati contiene importanti dichiarazioni sulla necessità di una effettiva parità tra credenti e non credenti.

Per un quadro di insieme vai al documento Quanto costa allo stato il finanziamento della chiesa Cattolica, di Marcello Vigli, presente sul nostro sito.

Nell’ambito del Decreto Fiscale collegato alla Legge Finanziaria 2006, il Parlamento ha introdotto l’esenzione ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) per gli immobili adibiti a scopi commerciali per la Chiesa (ulteriormente estesa alle associazioni no-profit). Secondo stime dell’ANCI, il provvedimento avrebbe comportato minori entrate per i Comuni nell’ordine di 700 milioni di Euro. Il d.l. 223 del 4 luglio 2006 ha successivamente eliminato tale esenzione. La sua formulazione («Attività di natura esclusivamente commerciale»), tuttavia, di fatto vanifica il provvedimento e mantiene in vigore tale privilegio: è infatti sufficiente che all’interno dell’immobile destinato ad attività commerciale si mantenga una piccola struttura destinata ad attività religiose.

OTTO PER MILLE INFORMATI

Nell’aprile 2007 l’UAAR, prendendo atto della diffusa mancanza di conoscenza del meccanismo tra la popolazione, nonché del completo disinteresse da parte delle istituzioni a porvi rimedio, ha avviato autonomamente una propria campagna di informazione: «Otto per mille informati».

CINQUE PER MILLE

Con la dichiarazione dei redditi 2006 il governo ha introdotto una nuova possibilità: la destinazione del cosiddetto “Cinque per mille” del gettito IRPEF (completamente indipendente dall’Otto per mille).

Nato in origine per finanziare la ricerca scientifica, si è poi inopinatamente allargato ad altri scopi.

In breve, il funzionamento è questo:

  • se il cittadino non sceglie, il cinque per mille della sua IRPEF rimane nel bilancio dello Stato;
  • se il cittadino intende invece “destinare” il suo cinque per mille, può scegliere tra una delle seguenti categorie:
    1. sostegno delle ONLUS (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale) di cui all’art. 10 del decreto legislativo 4 dicembre 1997, n: 460, e successive modificazioni, nonché delle associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionale, regionali e provinciali, previsti dall’art. 7, commi 1 2 3 e 4, della legge 7 dicembre 2000, n. 383, e delle associazioni riconosciute che operano nei settori di cui all’art. 10, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 460 del 1997;
    2. finanziamento agli enti della ricerca scientifica e dell’università;
    3. finanziamento agli enti della ricerca sanitaria.
  • il cittadino ha anche la possibilità di indicare un beneficiario specifico. In questo caso deve scrivere il codice fiscale di tale soggetto beneficiario.

Maggiori informazioni, tra cui l’elenco completo dei possibili beneficiari, sono disponibili su una pagina del sito dell’Agenzia delle Entrate.

DOCUMENTAZIONE SULL’ARGOMENTO

fonte: http://www.uaar.it/laicita/otto_per_mille/
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FILM: Burkina Faso vista da "Produzione dal Basso"


Mentre si contempla la crescita economica cinese e i riflettori continuano a essere puntati verso le zone d’azione dei paesi occidentali, il nostro interesse si rivolge a uno dei quattro stati più poveri al mondo, il Burkina Faso. Paese sfruttato e dominato, in cui ripetuti e sanguinosi sono stati i colpi di stato fino al 1987 quando si instaurò l’attuale regime, con l’aiuto dei francesi e con l’assassinio di Thomas Sankara.
Giovane rivoluzionario al governo dal 1983 al 1987, Sankara fece riemergere, attraverso le leggi, i discorsi e le idee, l’identità del popolo burkinabé, dando al continente africano e al mondo intero una lezione precisa e reale della possibilità di amministrare e risollevare uno stato in piena crisi. Punto di partenza del nostro viaggio sarà il Centro Ghélawé, un’associazione di promozione sociale italo-burkinabé che opera fuori dalla logica dei finanziamenti internazionali e che ha come finalità quella di promuovere l’agricoltura e l’allevamento tra la gente del luogo.
Un atto pragmatico ancora raro che nasce dall’”interno” e che tende all’unica forma possibile di sviluppo: quello creato attraverso le risorse del luogo, con e dalla gente del luogo.
Partiremo da questo microcosmo e ci allargheremo al paese cercando i simboli di un popolo, i luoghi e i tempi delle sue storie, le soffocanti pratiche economiche e quelle possibili, le attuali forme d’arte, la vita e i tentativi di costruzione ai bordi del deserto. Tutto ciò filtrato attraverso la nostra sensibilità.
Non un documentario dunque ma un film di viaggio, in cui l’autore è il viaggiatore e la ricerca cinematografica coincide con la sua esperienza stessa. Un film collettivo a basso budget girato in dv e in 16mm da quattro autori. Parafrasando Sankara, a vent’anni dal suo omicidio, “tutto quello che viene dall’immaginazione dell’uomo, è per l’uomo realizzabile”.

di
Christian Consoli Alessandro Gagliardo Julie Ramaioli Giuseppe Spina


vai al sito


13 Variazioni su un tema barocco, Ballata ai petrolieri in Val di Noto




Versione in Italiano

English Version

13 Variazioni su un tema barocco, Ballata ai petrolieri in Val di Noto

Un film prodotto dal basso grazie al sostegno di 641 coproduttori che hanno finanziato il film con 10 Euro!!!

Noi produciamo dal basso!Con la gente non con i capitali!

Nel marzo 2004 l’Assessore all’Industria della Regione Siciliana autorizza quattro giganti del petrolio ad effettuare ricerche di idrocarburi in quattro zone differenti della Sicilia. Una di queste è il Val di Noto, nella Sicilia sud-orientale, talmente bello e culturalmente importante da essere inserito nella World Heritage List dell’UNESCO.
Questo film-inchiesta racconta la storia della gente del Val di Noto che da due anni si oppone con determinazione a questo progetto di devastazione.
Un film-inchiesta che agli strumenti giornalistici affianca quelli sensoriali: 13 variazioni di tema su un territorio che deve rimanere Patrimonio di tutti e non bottino di alcuni.

Visita il sito:www.malastradafilm.com/
Sostieni il comitato: www.notriv.it
Firma la petizione contro le trivellazioni:www.petitiononline.com/sicily/
Compra il dvd:www.malastradafilm.com/variazioni
Una nuova produzione dal basso è in corso – DIVENTA COPRODUTTORE: http://www.produzionidalbasso.com/pdb_202.html

Per vedere il filmato clicca qui!