Archivio | maggio 20, 2007

Jesus Camp


JESUS CAMP – domani sera su Cult, alle 21. Da non perdere
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IL CAMPUS DOVE I BAMBINI DIVENTANO SOLDATI DI DIO

Cos’è. Jesus Camp è un documentario realizzato da Heidi Ewing e Rachel Grady, che ha vinto il Tribeca Film Festival e ha sollevato dibattiti ovunque sia stato mostrato o raccontato. Descrive, senza voci fuori campo, il lavoro di una educatrice militante evangelista cristiana, la pastora Becky Fischer; e racconta un campo estivo cristiano da lei imbastito, a cui si riferisce il titolo. Il tema raccontato rappresenta l’aspetto più impressionante dell’espressione più radicale della gigantesca galassia fondamentalista cristiana. Perché ovviamente i bambini sono spugnette piene di dubbi, e vederli in questo contesto scatena automaticamente istinti di protezione innati. Sottoposti a un martellamento ideologico (di qualsiasi tipo), i bambini lo assorbono e in una sola mossa risolvono tutti i loro problemi: desiderio di accettazione da parte dei genitori che li indottrinano, fine delle incertezze, soddisfazione del senso di appartenenza. In questo caso il tutto è condito con riti collettivi molto enfatici, misticheggianti e messianici, a base di lacrime e strilli. I bambini di Jesus Camp partono dall’età di quattro o cinque anni.

Com’è. Spaventoso, pazzesco, sconcertante: inutile recitare la parte degli irremovibili metropolitani. Fare lo scandalizzato a proposito di un fenomeno qualsiasi della società americana è uno sport nazionale spesso intriso di qualunquismo e luoghi comuni. Ma quello che si vede in Jesus Camp è oltre qualsiasi aspettativa, non importa quanto fosca e paranoica. I bambini vengono da famiglie che in genere hanno scelto l’home schooling, cioè l’educazione a casa, un baluardo dell’amministrazione Bush. Loro e le loro famiglie fanno parte di quella fetta di fedelissimi di Bush che fa capo politicamente a Karl Rove, il consulente di Bush che pare essere uno dei pilastri del suo successo politico. Anche di questo bacino elettorale, quelli del Jesus Camp sembrano la fettà più estrema. I bambini vengono effettivamente indottrinati incessantemente, a casa e in chiesa, con il massimo della violenza psicologica ipotizzabile (tortura esclusa). Non riesco a pensare che in una scuola talebana ci sia più dogmatismo. Perché più dogmatici di così non si può. È, banalmente, una fabbrica di fanatici. Il messaggio è costituito da slogan ripetuti a oltranza, una specie di grande litania in cui tutti si abbracciano. I bambini ricordano e ripetono tutto con una passione negli occhi che fa semplicemente tenerezza. I grandi invece sono orrendi, a partire dalla pastora (che li chiama “army of god”), passando per la zoccola che espone un cartonato di Bush e dirige la preghiera a esso dedicata, fino al tizio che spinge tutti a piangere urlando “No more!” a proposito dell’aborto. Ci si chiede, sinceramente, se e quanto siano in buona fede. Il livello di ignoranza delle cose del mondo (prima fra tutte la religione) necessario perché ‘sta roba stia in piedi, è assoluto. Anzi, è tale da permetterci di escludere che non ci sia, ai piani alti, un progetto spietato e accuratissimo.

Perché vederlo. Così quando si discute di certi mulinelli in cui si sono infognate alcune propaggini della società americana (tenendo ben presente la rilevanza statistica del tutto) si ha un’idea più precisa. Poi si vede la gente che sostiene di parlare “in tongues”. E qui devo andare a capo.
Tecnicamente si chiama glossolalia e consiste nel parlare una linga che non si conosce, per intercessione divina. Qui ci sono i grandi e i bambini che cadono in una specie di trance, sbattono e piangono e dicono cose come “oramalala, uramana sharamannalalla, ramalaramahuraralama”. È una specie di indiano-islamico che secondo loro dovrebbe essere una specie di aramaico o qualche strana lingua madre dello spirito santo. Fa la sua porca figura, comunque. Tutti sono coinvolti emotivamente e vanno per imitazione. E giù di aramaico a sette anni. Qui si ride. Più dei grandi che dei piccoli, ma si ride. Non sembra mica vero.
Un altro motivo sta nel fatto che si vede un sermone del carismatico presidente della National Association of Evangelicals, che rappresenta 30 milioni di persone, quel Reverendo Ted Haggard che hanno sgamato un mese fa: aveva una storia con un culturista marchettaro e spacciatore, da cui comprava ecstasy (per curiosità, dice lui). Per finire, c’è un’infuocata preghiera/esorcismo per allontanare Satana dall’attrezzatura tecnologica, perché non si insinui per creare problemi ai microfoni, all’impianto elettrico e a Power Point, che è veramente memorabile.

Perché non vederlo. Se siete dei fanatici giustizialisti antiamericani, non vedetelo per favore perché se no rompete le palle a tutti per i prossimi quindici anni coi piccoli fanatici di Bush. Se siete molto sensibili sui bambini, vi gireranno molto le palle. Ma molto. Giovani donne coll’orologio biologico che ticchetta, mamme di tutte le età, potreste piangere a fontana e spaccare la tele a testate. All’indirizzo della pastora educatrice direte cose che forse un giorno vi verranno rinfacciate durante una discussione infuocata.

Una battuta. Well let me say something about Harry Potter. Warlocks are enemies of god. Shoud he be in the Old Testament, he would have been put to death!!! (Lasciate che vi dica una cosa su Harry Potter. Gli stregoni sono nemici di dio. Se fosse vissuto ai tempi dell’Antico Testamento, sarebbe stato messo a morte!!!). E i bambini: AMEN!

fonte:

http://www.freddynietzsche.com/2006/11/once_in_a_lifetime_at_war_with.php

A lezione di storia dai poveri


effetti dell’agent orange b, sparso generosamente dagli americani

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Un’anonima paginetta pescata in internet in modo quasi.. fortunoso. Quasi. Nulla accade per caso, come non per caso ci giungono queste riflessioni.. Una pagina bella, piena di spunti e stimoli. A noi rifletterci ulteriormente.

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(in margine a “La chiesetta al Col del Broco” di E.Beraldin)

ottobre 2006

Fu nel gennaio del 1990. Salivamo il monte detto Dente del Gatto. Un tempo i suoi fianchi erano avvolti da un’ immensa foresta tropicale; poi gli americani l’avevano diossinizzata con l’Agent Orange B della Monsanto per cacciarne i vietcong, e la foresta era diventata una enorme cicatrice sul volto verde della regione. Vi crescevano soltanto arbusti e, a quindici anni dalla defoliazione, non vi erano più tornati gli uccelli, né si vedevano altri insetti che le zanzare. Le guide lo confessarono soltanto dopo che eravamo tornati al sicuro, a Da Nang: animali in quella zona? Cobra, soltanto cobra.

Da una svolta del sentiero ci giunsero voci allegre, eccitate; un gruppo di vietnamiti ci venne incontro. Erano poverissimi contadini, ma mostravano con larghi sorrisi un loro tesoro: portavano sulle spalle una grande quantità di rottami di metallo, trovati in quello che era stato un avamposto americano. “Vivono di questo”, spiegarono le guide. “Ricercano e raccolgono residuati bellici; e molti muoiono su mine o per bombe che ancora esplodono: e moltissimi sono i mutilati”. Ermanno Olmi mi aveva raccontato, vent’anni prima, un incontro del genere, sull’altipiano di Asiago, e il suo sconvolgimento nel vedere che la prima guerra mondiale uccideva ancora dopo che la seconda era ormai terminata da tempo; e come si fosse sentito costretto a girare un film bellissimo (e trascurato dalla critica), “I recuperanti”: un piccolo poema in onore di questi spigolatori di strumenti di morte in quelle orrende ferite della Terra che sono le trincee.

Le figurine dei recuperanti vietnamiti mi sono apparse quasi in filigrana nelle cronache della chiesetta al “Col del Brocco” amorosamente raccolte dal mio amico Elvio Beraldin. Anche lassù, infatti, sulla montagna di Cismon, ebbe spazio la tragedia di poveri per i quali le guerre non finiscono mai e i trattati di pace hanno ben poco effetto. I preti della zona, notai oltre che sacerdoti, registrano più volte: “ucciso da un esplosione”. Ecco una realtà che indica come la follìa dei potenti non abbia confini e non ne abbia il dolore degli umili. E non solo: proprio nei recuperanti, nel loro lavoro che li portava a rischi mortali, si rende evidente un’altra pazzia vergognosa: lo spreco economico delle guerre. A essere raccolti, come ci mostrarono quella mattina i recuperanti vietnamiti, erano frammenti di leghe preziose, testimonianze di immensi capitali spesi per dare morte invece che vita. Dalle chiesette sul Grappa al tropico del Sud Est, i luoghi, le lingue, gli aspetti delle persone sono diversissimi ma la storia è identica.

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Invecchiando sono andato sempre più convincendomi che la nostra civiltà va guardata e misurata con gli occhi dei poveri. Quella dei ricchi, raccontata dai loro scrittori, è storia abbellita, ornata di svolazzi come certe pergamene, con lettere d’oro e immagini di santi. Contiene poesie, considerazioni filosofiche anche eccelse; ma la storia dei poveri, quando si riesce a fargliela raccontare contiene anch’essa poesie ma è fatta soprattutto di sudore, fame e sangue. È bene che sia raccontata perché tutti ci ricordiamo che niente è stato donato ai poveri, tutto ha richiesto dolori, fatiche, lontananze, assenze ribellioni. La storia degli italiani poveri andrebbe insegnata nelle scuole come parte integrante di un’educazione civica. Cominciamo a capirlo, grazie ai tanti Elvio Beraldin che ci aiutano a questa attenzione. Le “piccole” cronache danno sostanza di verità alla Storia “grande” dalla quale l’eroismo dei poveri è ricacciato ai margini.

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La storia che andrebbe insegnata nelle scuole andrebbe insegnata con le parole dei poveri. I poveri, quando possono farlo nel loro dialetto e fra loro, cioè davanti a un pubblico di eguali, sono (o erano) dei grandi raccontatori. Forse oggi lo stupidario televisivo gli ha gelato la lingua ma nel mondo contadino vi erano straordinari favolieri e narratori. I racconti delle nonne sull’aia o degli ex emigranti nelle stalle invernali avevano un’altissima carica emotiva; ho fatto in tempo a raccoglierne qualche briciola anch’io, nel mio paese della Valcamonica, e credo che non dimenticherò mai la storia “de Pipò e de Pipù a caccia de ursatì e a caccia de ursatù”). Fortunatamente vi sono stati intellettuali come Calvino e come Rigoni Stern e come Nuto Revelli che hanno estratto qualcuno di questi tesori dalle madie del passato; e oggi sembra che una nuova leva di recuperanti di memorie (un nome per tutti: Ascanio Celestini) stia continuando la loro fatica.

Tuttavia, come ci ha spiegato don Milani, i poveri sono muti o balbettano goffamente se devono usare le parole della gente che “ha studiato”, quelle che servono per parlare col medico, con l’avvocato, col giudice, con il padrone; figuriamoci se dovessero scriverne. Perciò nelle pagine raccolte da Elvio la storia dei poveri è raccontata dai preti.

Questo, naturalmente, segna dolorosamente il racconto, lo amputa di parti essenziali: che ne sanno i sacerdoti dello strazio delle vedovanze “bianche”? Il letto freddo, i materassi di foglie di granturco il cui fruscio sembra sussurrare brutte notizie, quando il marito è lontano, in guerra, o emigrato chissà dove: in città dal nome ostrogoto, in strade di cui è impossibile ricordare l’indirizzo e in cui, se si riesce a decifrare le lettere, anche le stagioni non sembrano le stesse: inverni inesauribili quando invece sulla Montagna di Cismon sono fioriti i colchici e i rododendri o estati prolungate mentre sull’alpe la nebbia o la brina tentano già con dita di ghiaccio le porte e le finestre delle case. Che ne sanno, i preti, dei treni che all’alba portano via, lontanissimo, gli amori con il fazzoletto in mano tra gli sbuffi di fumo delle locomotive che alla prima curva dei binari fischiano un lamento desolato? E dei tavoli d’osteria o degli angoli di cantiere o di baracca in cui l’analfabeta detta, quasi disperatamente, una lettera per la sua amata al compagno che ha avuto la fortuna di poter arrivare in quinta elementare? Che ne sanno delle bestemmie innocenti che sono esclamazioni di solitudine? E delle canzoni scurrili con le quali il lontano cerca di riappropriarsi della sua carnalità ferita dalla lontananza?

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Niente ne sanno, niente dovrebbero saperne; e difatti il linguaggio clericale con il quale è compilato il bollettino è di poco vigore e nessun colore; e tuttavia nella sollecitudine che esprime, nell’attenzione con la quale, per esempio, vengono registrate le ore di lavoro offerte dalla povera gente per la costruzione della chiesetta, si intuisce che i preti di Cismon non hanno mai dimenticato di essere figli di montanari, di credenti che più che con le parole sanno – come diceva dei suoi figli un vescovo dell’America Latina – “crede-re con le mani”.

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Mi piacerebbe che Elvio allungasse queste pagine cercando di intervistare, qualcuno dei protagonisti di questa storia per poter ascoltare la voce dei poveri. Io, intanto, gli offro un documento trovato in un libro sulla Resistenza; è la lettera di un’anonima madre che nel settembre 1944 da un paese sicuramente vicino a Cismon scrive al figlio partigiano sul Grappa, mandandogliela attraverso la carità di un religioso della zona, padre Nicolini. Dice “Caro Mario, te scrivo co l’anima in man. Te racomando tanto de vardarte dai pericoli, e par questo te dico de racomandarte al Signore. Se parla sempre che la finissa presto e mi a lo spero tanto, ma go un gropo in tel stomego che me fa pensar male e te go sempre in mente. Te racomando de stare a l’erta parchè i pericoli se tanti e a savì con chi a gavì da fare. Anca luni se passà tanti autocari che i andava vero Montebeluna, no so cosa voia dire, ma serto me fa pensare male de voi altri in Grappa. Qua no te si sicuro, là non te si sicuro. Coraggio e confida nel Signore che el po far tuto. Te baso con tuto el core. To mama”.

Era il 22 settembre 1944. Una settimana più tardi Mario era morto insieme ad altri 263 partigiani “rastrellati” nella zona dai nazifascisti. Forse fu uno di quelli che consentirono ai tedeschi di dimostrare che cosa vuol dire capacità organizzativa: nel tempo di un’ora e mezza le SS riuscirono a impiccare 31 prigionieri ad altrettanti pali della luce, a Bassano del Grappa.

Ettore Masina

ettore@ettoremasina.it


Altre lettere di ettore masina: http://www.ettoremasina.it/


Bambini soldato: Ishmael Beah

Memorie di un soldato bambino, un libro assolutamente da non perdere …….

Ishmael Beah
è nato in Sierra Leone nel 1980. Ha raggiunto gli Stati Uniti nel 1998. Dopo aver terminato gli studi superiori alla United Nations International School di New York, nel 2004 si è laureato in scienze politiche all’Oberlin College. Membro dello Human Rights Watch Children’s Rights Division Advisory Committee, ha parlato numerose volte alle Nazioni Unite, al Council on Foreign Relations e al Center for Emerging Threats and Opportunities.Vive a New York.

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Ishmael Beah
Titolo: Memorie di un soldato bambino

ISBN 978-88-545-0176-8

Pagine 256
Euro 15,50

Il 1993 è appena iniziato in Sierra Leone e a Mogbwemo, il piccolo villaggio in cui vive il dodicenne Ishmael, la guerra tra i ribelli e l’esercito regolare, che insanguina la zona del paese più ricca di miniere di diamante, sembra appartenere a una nazione lontana e sconosciuta.

Di tanto in tanto nel villaggio giungono dei profughi che narrano di parenti uccisi e case bruciate, e si trascinano dietro dei bambini che fuggono impauriti al rumore della scure sulla legna o quando i sassi lanciati dalle fionde dei ragazzi a caccia di uccelli risuonano sui tetti di lamiera.
Ma per Ishmael, suo fratello Junior e gli amici Talloi e Mohamed, quei profughi e quei bambini esagerano sicuramente. La guerra non potrà mica essere più terribile di una scena di Rambo!

L’immaginazione di Ishmael e dei tredicenni Junior, Talloi e Mohamed è catturata da una cosa sola: la musica rap. Affascinati dalla «parlata veloce» di un gruppo americano visto su un enorme televisore a colori nella zona dei divertimenti per turisti bianchi di Mobimbi, i ragazzi hanno fondato una band e se ne vanno in giro a esibirsi nei villaggi vicini.

Un giorno, però, in cui sono in uno di questi villaggi, li raggiunge la terribile notizia: i ribelli hanno attaccato e distrutto Mogbwemo.
Ishmael e Junior restano immobili, impietriti per un lungo, doloroso istante, ma poi non esitano a cercare di percorrere velocemente i chilometri che li separano dalla casa dei genitori.
Una volta giunti, però, a Kabati, il villaggio della nonna lungo il cammino, la vista degli uomini, che emergono dalla fitta foresta che circonda le case, li fa presto desistere dal tentativo.

«Un uomo» scrive Beah, «portava in braccio il figlio morto, pensando che fosse ancora vivo. Era zuppo del sangue del ragazzo e, correndo, ripeteva senza tregua: “Ti porto in ospedale, piccolo mio, e tutto si risolverà”».

Ishmael non vedrà piú casa sua e i suoi genitori. Perderà Junior. Fuggirà nella foresta, dormirà di notte sugli alberi, sarà catturato dall’esercito governativo, imbottito di droga, educato all’orrore, all’omicidio, alla devastazione. Il suo migliore amico non sarà piú il tredicenne Talloi ma l’AK-47 e la sua musica non piú l’hip-hop ma quella del suo fucile automatico.

Testimonianza indimenticabile dal cuore dell’Africa, dove milioni di bambini muoiono di malattie curabili in Occidente e centinaia di migliaia sono mutilati o cadono in guerra, Memorie di un soldato bambino ha fatto gridare al miracolo la critica letteraria americana, stupita da «un’opera dallo sguardo così nitido, dal linguaggio così forte e di tale incomparabile tenerezza» (Melissa Fay Greene).

ordinabile a IBS

«La prima confessione letteraria di un male atroce dei nostri tempi, quello dell’infanzia armata, drogata, plagiata, e mandata a combattere con la violenza indicibile che in queste pagine, e probabilmente anche nella realtà, appare per contrasto non premeditata e innocente».

Livia Manera, Il Corriere della sera

«La prima volta che un soldato bambino si mostra capace di dar voce letteraria a uno dei più angoscianti fenomeni della fine del XX secolo: la comparsa del guerriero-assassino adolescente (o addirittura pre-adolescente)».

William Boyd

«Una delle più importanti storie di guerra della nostra generazione».

Sebastian Junger

«Un libro destinato a diventare un classico della letteratura di guerra».

Publisher’s Weekly

Handhala, bambino palestinese

Naji Al Ali

Solo i morti hanno visto la fine della guerra (Platone)

E’ nel Kuwait che Naji Al-Ali crea il personaggio di Handhala, il bambino scalzo, con il vestito con le toppe sempre presente nelle sue vignette:

“Lo disegnai come un bambino brutto, con i capelli come quelli di un riccio perché il riccio usa i suoi capelli come un’arma. Handhala non è un bambino grasso, viziato e sereno, è a piedi nudi, come gli altri bambini a piedi nudi dei campi profughi…È un brutto anatroccolo e nessuna donna desidererebbe avere un bambino come lui, ma coloro che si avvicinano a Handhala, come ho scoperto in seguito, lo adottano perché è affettuoso, onesto, schietto e un diseredato”.

Lo vediamo quasi sempre di spalle, mentre osserva, raramente partecipa, e il suo muto osservare rafforza il messaggio della scena, messaggio che è quasi sempre ironicamente amaro, a sottolineare le colpe di tutti, senza guardare in faccia nessuno. Di lui Naji dice:

“In quanto povero non ha nulla da perdere. Non accetta compromessi, è un oppresso. Sì, è un oppresso, però non gli mancano le forze per affrontare e combattere tutte le forme di oppressione” E ancora: “Handhala è nato all’età di 10 anni e rimarrà sempre tale. A quell’età lasciai il mio Paese e solo quando Handhala tornerà in Palestina comincerà a crescere… Le regole della natura non si applicano a lui”.

Handhala, che in arabo vuol dire amarezza, è la coscienza di Naji che lo guida e nei momenti di sconforto e lo protegge dalla rassegnazione:

“È un’icona che mi protegge dagli errori e dalla confusione e nonostante il suo aspetto ha un cuore puro con una coscienza che profuma di muschio e ambra”.

Handhala è diventato il simbolo di tutti i Palestinesi che sperano in un giusto ritorno in madrepatria ma è anche il simbolo di tutti coloro che inseguono la giustizia. E dai muri dei Territori Occupati ha viaggiato su altri muri nel mondo; il più famoso è un murales a San Francisco voluto dall’artista Susan Greene nell’ambito di uno sforzo collaborativi tra donne ebree e artisti palestinesi. Susan Greene ha anche dato l’avvio al “Progetto Handhala”: un sito che invita i visitatori a scaricare i disegni di Naji affinché “diventino parte della storia” promuovendo in tal modo la sua immagine.

Nel 1988, a pochi mesi dalla sua morte, Naji fu insignito del premio annuale Golden Pen della Federazione Internazionale degli Editori di Quotidiani (FIEJ), premio che viene assegnato in riconoscimento delle azioni in favore della libertà di espressione. La giuria era composta da editori di 28 paesi tra cui Argentina, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Grecia, Israele, Italia, Giappone, Olanda, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Stati Uniti.


Naji Al-Ali biografia

Naji Al-Ali, nacque nel 1936 ad Al-Shajara, un piccolo villaggio dell’alta Galilea, fra Nazareth ed il lago di Tiberiade. Dopo una lunga resistenza, il villaggio fu raso al suolo definitivamente nel 1948 e gli abitanti dovettero cercare sistemazioni di fortuna nei vari campi profughi che l’ONU stava allestendo nella regione. La famiglia di Naji trovò rifugio nel campo profughi di Ein el-Hilwe, nel sud del Libano. Così Naji descrive la vita nel campo:

“Lì, la vita era al limite della dignità umana, vivevamo in sei in un’unica tenda, la metà della quale era stata trasformata in una sorta di spaccio dove mio padre vendeva le sigarette, gli ortaggi ed altri oggetti di poco valore”.

La carriera artistica di Naji Al-Ali iniziò grazie all’incontro nel 1961 con Ghassan Kanafani (scrittore e politico palestinese assassinato nel 1972) che fece poi pubblicare alcune sue vignette sulla rivista Al- Hurriyyeh. Nel ‘57 Naji emigrò in Arabia Saudita dove incominciò ad interessarsi in modo predominante all’arte. Nel ’59 al suo rientro a Beirut si iscrisse all’Accademia delle Arti. Poco tempo dopo fu invitato in Kuwait a collaborare alla rivista settimanale At-Tali’a come giornalista e vignettista. La caricatura poteva e doveva svolgere un ruolo importante nella sensibilizzazione e nella mobilitazione delle masse per la difesa dei propri diritti.

Cosi l’arte diventò per Naji Al-Ali un dovere in quanto strumento di lotta. Attraverso le sue vignette riuscì a trasmettere le giuste cause. Per fornirsi di maggiori strumenti, si mise a studiare le varie forme di caricatura e anche la storia e la cultura araba. Nel 1973 scoppiò l’ennesima guerra arabo-israeliana. Consapevole dei pericoli che correva la causa palestinese, Naji tornò in Libano e lì collaborò con il quotidiano As-Safir fino al l983 e questa collaborazione la ricorda come:

“la parte migliore della mia vita e della mia produzione. Lì, [a Beirut] circondato dalla violenza… mi opponevo quotidianamente con la mia penna. Non ho mai sentito paura, né debolezza o disperazione e non mi sono mai arreso. Io combattevo contro le armi con le mie vignette e i miei disegni di fiori, speranza e pallottole. Sì, la speranza è essenziale, sempre. Il mio lavoro a Beirut mi ha avvicinato ancora di più ai rifugiati dei campi, ai poveri, ai perseguitati”.

Nel l982, l’esercito israeliano invase il Libano. Questa guerra non risparmiò nessuna famiglia, libanese o palestinese, residente in Libano. In moltissimi, per aver salva la vita, abbandonarono il paese. Naji, invece, rimase a combattere, a suo modo, con i suoi disegni, la guerra. Contemporaneamente, consapevole degli errori che venivano commessi dalle forze nazionaliste libanesi e dalla stessa resistenza palestinese, Naji non risparmiò, con l’ironia delle sue vignette, i loro leaders, invitandoli a non dimenticare le masse ed a rimanere sensibili all’autenticità della causa. In conseguenza a questo suo atteggiamento, Naji Al-Ali ricevette numerose minacce ed alcuni cercarono di corromperlo:

“Io ero preparato a morire per difendere anche un solo disegno perché ogni disegno è come una goccia d’acqua che scava la sua strada nella mente del popolo”.

Ciò non lo rese particolarmente popolare in alcuni ambienti politici, anche palestinesi, specialmente in quelli che detenevano il potere nelle strutture dell’OLP. Inoltre, a rendere la sua posizione ancor più vulnerabile, era il fatto che Naji non militasse in alcuna forza politica determinata, né palestinese, né libanese. L’allontanamento dei combattenti palestinesi dal Libano e la loro successiva dispersione in diversi paesi Arabi diede un colpo pesante alla causa palestinese. A questo proposito Naji scrisse:

In questa fase dannata il mio ruolo assomiglia sempre di più al ruolo del muezzin … devo mobilitare e sensibilizzare la gente … non devo smettere di disegnare … continuerò … Se non trovo un giornale disposto a pubblicare le mie vignette, disegnerò sulla spiaggia, sugli alberi, sui marciapiedi, o sul vento. Intorno a noi è grigio, però è in condizioni come queste che il mio ruolo diventa più chiaro … In queste condizioni i miei sentimenti sono più limpidi… dovrei smascherare coloro che si riempiono la bocca con le parole … per ripristinare i nostri diritti, la lotta è l’unico linguaggio. Il fulcro di tutto è la democrazia. Le nostre frecce vanno lanciate contro le catene, le maschere, le carceri e le leggi truffa.”

Tornato in Kuwait, iniziò a collaborare con il quotidiano kuwaitiano Al-Qabas. In quei giorni le sue vignette attaccavano aspramente i regimi arabi per la loro totale sottomissione alla volontà degli USA. Espulso dal Kuwait, si recò a Londra insieme a sua moglie ed ai suoi figli. La sua espulsione dal Kuwait nonché il rifiuto di tutti i paesi arabi ad accoglierlo non lo misero in crisi. Questa nuova situazione diede più vigore alla sua lotta. Da Londra continuò a collaborare con il quotidiano kuwaitiano Al-Qabas. Il suo sogno era di stabilire un contatto diretto con quella parte del popolo palestinese rimasto nella propria terra, in Palestina. Mai come allora le opere di Naji vennero pubblicate contemporaneamente in varie parti del mondo arabo, dal Cairo a Beirut, da Abu Dhabi a Tunisi.

Le attività di Naji non si limitarono ai giornali e alle riviste arabe. Nel 1986 espose in vari ambienti londinesi. Lo scopo era di far conoscere agli inglesi la giusta lotta del popolo palestinese per i propri diritti, il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e ad uno Stato palestinese indipendente sulla Terra di Palestina. In tutta la sua vita, non cercò la fama, e ancor meno il successo economico. Mirò unicamente a servire il suo popolo e la sua patria, pagando a caro prezzo le sue idee ed il compito che si era prefisso. Il 22 luglio 1987, a Londra, uno sconosciuto gli sparò con una pistola munita di silenziatore. Dopo un un mese di coma, il 29 agosto 1987 Naji morì, lasciando in eredità al suo popolo, e al mondo, circa 10.000 vignette, frutto di 25 anni di instancabile e appassionata attività in favore degli oppressi di tutto il mondo.

fonte: http://www.ghazala.it/prtart.asp?idart=5

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La vita e la storia di Naji Al-Ali
curata da Tactical Media Crew

http://www.tmcrew.org/int/palestina/najialali/

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HANDALA

IL GIORNO DELLE MATITE SPEZZATE

http://www.lacaverna.it/palestina/palest/handala.htm

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Front Cover 2008 Calendar

The wall calendar features 12 months each on a 2 page spread with 12 cartoon images by Naji Al-Ali. Important Palestinian dates are marked on the calendar. Size when folded 11 inch *11 inch.

The Calendar is dedicated to the memory of Naji Al-Ali and to mark the 60th year for the Palestinian Nakba (the 1948 Catastrophe). Naji is perhaps best known as the creator of the character Handala, who is depicted as a ten-year old boy and appeared for the first time in Al-Siyasa newspaper in Kuwait in 1969. The figure turned his back to the viewer from the year 1973, and clasped his hands behind his back.

“He is an icon that stands to watch me from slipping. And his hands behind his back are a symbol of rejection of all the present negative tides in our region.” Naji Al-Ali

Handala remains an iconic symbol of Palestinian identity and defiance.

Price: US $15