Archivio | maggio 22, 2007

Bond argentini, ma non solo…


Ne ha parlato Grillo, lo so. Non sono una degli sfortunati risparmiatori coinvolti semplicemente perché all’epoca non avevo il becco di un quattrino da investire (non che oggi sia diverso, intendiamoci!), ma pubblico volentieri questa lettera-denuncia inviatami da una preziosa collaboratrice:

ULTIMO TANGO 1

Per quanto mi sia sforzata di cercare su internet, variando le parole “chiave” di ricerca, niente. Notizie aggiornate non ce ne sono. Crollo di interesse dei media? Tentativo, costruito ad arte, di cancellare dalla nostra memoria l’ennesima truffa legalizzata? Il Fattaccio esiste e le vittime anche.

La storia degli ultimi 7 anni è una storia fatta di truffe, imbrogli, false o addirittura negate informazioni, immobilismo e silenzio, iniziative sballate, proposte capestro e via dicendo.

Tanti, i dubbi sull’operato delle banche e della Consob (che è l’organismo che “dovrebbe” vigilare gli scambi di Borsa).

Le banche non hanno informato a sufficienza i clienti sui `tangobond’. Quei titoli, proprio a causa dei rischi eccessivamente elevati, non avrebbero comunque potuto essere venduti ai risparmiatori.

Non lo hanno fatto per un motivo molto semplice: come avrebbero potuto liberarsi di quelle che erano, per loro, perdite sicure? Le banche, tramite la CONSOB, sapevano benissimo che l’Argentina era prossima al default. Chi avrebbe acquistato quei titoli se si fosse evidenziato che erano ad alto rischio e che la Repubblica Argentina versava in condizioni economico-finanziarie disastrose?

Per poter vendere questi titoli spazzatura, le banche hanno utilizzato l’unico escamotage possibile che permettesse loro di non consegnare i prospetti informativi: sostenere cioè che la richiesta dei titoli è stata fatta direttamente dal cliente. Una domanda nasce spontanea: come possono dei piccoli risparmiatori con scarsa esperienza finanziaria conoscere i bond argentini? Non è ovvio pensare che siano invece stati proposti dal funzionario di banca allo sportello titoli? La documentazione sui ‘tangobond’ in mano alla Consob parla chiaro: dai prospetti informativi risulta che i titoli argentini, sul mercato italiano fin dal 1998, non godevano di alcun tipo di garanzia e, già dal 1999 (cioè due anni prima della bancarotta del Paese sudamericano), erano considerati un investimento ad alto rischio, il cui acquisto – secondo le stesse norme finanziarie della Consob – era riservato ai professionisti del settore (banche, assicurazioni) e non solo a loro ma anche a speculatori professionisti in grado di assumersi rischi speciali, ma non ai comuni risparmiatori. Le banche sapevano, quindi: ma nessuna ha voluto dire tutta la verità ai propri clienti, evidentemente temendo di perdere i capitali investiti e di ritrovarsi in mano titoli finanziari il cui valore futuro sarebbe stato incerto. Si calcola che i risparmi degli Italiani andati in fumo con i `tangobond’ ammontino complessivamente a circa 14 miliardi di euro (quasi 28 mila miliardi di lire). Le azioni giudiziarie che si sono susseguite nel corso degli anni hanno invece portato al recupero di appena 586 milioni di euro.

Alcuni TRUFFATI, ma ancora troppo pochi, hanno deciso di fare causa alla banca e i risultati per fortuna stanno arrivando: le cause vinte sono la maggioranza rispetto a quelle perse.

Chi ha optato per il procedimento legale nei confronti della banca venditrice si è sicuramente prima informato ed ha fatto periziare la documentazione in proprio possesso per capire se c’erano i presupposti per poter far causa alla banca. In questo caso sì, la scelta è consapevole.

Chi ha aderito all’ICSID non sempre l’ha fatto in piena consapevolezza. La TFA di Nicola Stock è stata voluta dalle banche. La vera motivazione che li ha spinti a fare ciò non era venire incontro ai propri clienti danneggiati, ma togliersi di torno lo spettro delle “cause” che i risparmiatori avrebbero intentato. Molte, tante persone hanno vissuto questo dramma in un silenzio omertoso, senza informarsi di nulla e senza confidare a nessuno l’accaduto, quasi fosse una loro colpa. Meglio non dirlo, non parlarne. Fare sapere di essere stati “fregati” è una vergogna. Ammettere poi che è stata proprio la TUA banca, il TUO AMICO, direttore o funzionario a farlo, è meglio sottacerlo, non si sa mai… Quindi, tra queste persone, ci sono molte persone che potevano avere le cosiddette “carte in regola” per vincere una eventuale causa, ma non lo sapevano.

Le banche quindi, oltre ad aver sottratto con l’inganno i risparmi dei propri clienti, li hanno ulteriormente raggirati sfruttando l’ignoranza e la disinformazione, sottolineando che questa associazione è nata proprio per loro volere (l’adesione è totalmente gratuita) con l’intento di restituire il maltolto (!!!).

Quindi, come si può ben capire, la banca a questo punto ne esce anche come una benefattrice dalla faccia pulita, quando invece noi sappiamo benissimo che non lo è!

Preciso, inoltre, che non tutti coloro che hanno aderito all’ICSID erano disinformati! Per molti, infatti, non c’erano le premesse per poter agire giudizialmente e questo procedimento rimaneva l’ultima spiaggia!

DAL FORUM:

(http://tangobond.forumfree.net/)

Siamo un gruppo di detentori di obbligazioni argentine che si ritrovano da circa un anno, lavorano e collaborano insieme per fare chiarezza sulla “truffa del secolo”. Siamo infatti convinti, sulla base delle informazioni raccolte, di essere le vittime designate di un piano ad alto livello ben studiato ed organizzato, per scaricare le perdite che avrebbero dovuto subire le banche sull’anello della catena più debole: i piccoli risparmiatori. Ora, noi tutti ci siamo rivolti ad un professionista, ad una banca e non al primo incompetente che passava. I rapporti tra banca e cliente sono regolati da leggi ben specifiche. Da quanto si evince dalle confidenze raccolte in questo forum e in quelli che abbiamo frequentato in precedenza sono in molti a lamentare i seguenti comportamenti dolosi da parte della propria banca:

– vendita con assoluta mancanza di trasparenza di questi pericolosissimi strumenti finanziari, spacciati per titoli sicuri alla stregua di titoli di stato italiani, senza menzione alcuna del rischio che il cliente avrebbe dovuto sopportare.

– documenti di rischio molto spesso assenti.

– vendite in contropartita diretta

– vendite effettuate non rispettando il profilo della scheda cliente.

– vendita senza la firma da parte del cliente

– informazioni false o fuorvianti

Questi sono gli elementi più comuni. Ci stiamo impegnando tantissimo per trovare tutta la documentazione possibile per inchiodare le banche italiane alle proprie responsabilità.

Dal 2001 l’Argentina si è indebitamente appropriata dei soldi dei piccoli risparmiatori italiani.
I responsabili di questa truffa legalizzata sono molteplici e non solo il paese sudamericano, ma anche l’FMI, le banche internazionali, ma non dimenticate che il ruolo più subdolo in questa triste vicenda lo hanno giocato le banche italiane. Infatti, erano il lead manager, cioè incaricate direttamente dall’Argentina a piazzare questi titoli-spazzatura nel mercato, guadagnando, per questo “lavoretto sporco” provvigioni ingentissime. La situazione del paese sudamericano è peggiorata progressivamente negli anni e le nostre banche avevano i portafogli pieni di questi titoli. La Consob e la Banca d’Italia si sono rese complici in questo raggiro poiché la prima, ha permesso alle banche, tramite un escamotage, di rivendere ai propri clienti tali obbligazioni, nonostante fossero destinate ad investitori istituzionali in grado di gestire investimenti speculativi e in grado di comprenderne il rischio insito. La seconda, che non poteva ignorare le gravissime condizioni in cui versava l’Argentina, e che ha permesso la vendita di questi titoli anche dopo la promulgazione della Ley de Emergencia Economico Financera n.25344, cioè la dichiarazione di default interno dello Stato sudamericano. La Costituzione italiana, all’art. 4,7 parla di tutela del risparmio, ed è veramente inconcepibile che le istituzioni di uno stato, che sulla carta si definisce civile e democratico, permettano che questo principio fondamentale non venga garantito ai cittadini. In questa penosa vicenda, purtroppo, non solo non vi è stata la tutela del cittadino/risparmiatore, ma, ripetiamo, alcuni organi istituzionali si sono resi complici nella rovina di 450.000 famiglie.

ULTIMO TANGO 2

Lettera di una vittima dei tangobond ( a gentile concessione dell’autrice)

Come al solito, si rischia perché si è lasciati soli. Vi lascio leggere il testo per intero. E’ lungo ma ne vale la pena, perché il pericolo di fregature esiste tuttora.“Quello che ci è capitato non è un penosissimo e involontario incidente: i responsabili ci sono e devono pagare. In questo momento, i detentori di bonds argentini italiani stanno portando sul groppone ben il 17% del debito pubblico dell’intero stato sudamericano: ma noi non siamo il Fondo Monetario Internazionale, non siamo uno Stato sovrano, siamo 450.000 famiglie italiane composte, per la maggior parte, da gente comune: impiegati, operai e tantissime persone anziane. Eppure stiamo facendo da banca. Una comoda banca perché, purtroppo, facciamo fatica a difenderci, malauguratamente non siamo così potenti: tutt’altro, siamo soli e vulnerabili. Ci hanno scippato i nostri risparmi, quelli di una vita, quelli che abbiamo messo da parte per il nostro futuro. Provate a pensare agli anziani coinvolti, per i quali il domani è già difficilissimo oggi. Il quotidiano, comunque sia, è un’odissea per tutti. Immaginate cosa vuol dire, quale stato d’animo d’ansia comporti l’avere poco o nulla da parte per affrontare gli imprevisti che la vita può mettere sul nostro percorso, il non poter far fronte ad impegni finanziari che ci si era assunti PRIMA, il dover affrontare senza mezzi una malattia imprevista: c’è chi per questo problema ci ha perso di fatto la salute. Ora tutti sanno che si deve stare alla larga dai bond argentini, ma vi assicuro che, quando ce li hanno proposti, la verità è stata volutamente e vergognosamente occultata per spingere il risparmiatore a comprare e, praticamente a tutti, è stata propinata la stessa zuppa: “SONO SICURI COME BOT E CCT ITALIANI”. Questo era lo slogan delle banche! Tv e giornali spesso ci fanno l’appunto dell’alto tasso di interesse, che di lì avremmo dovuto capire l’Euro ma fino a poco tempo prima gli stessi rendimenti li davano anche i titoli di stato italiani, e la gente, inesperta e impreparata, è caduta nella trappola. L’Argentina, lo Stato sovrano che ha emesso queste obbligazioni, ad un certo punto – a dicembre 2001 – decide di non pagare più le cedole e, fino a febbraio dello scorso anno, non si è più saputo cosa ne sarebbe stato del nostro capitale. L’offerta capestro che l’Argentina ha fatto a febbraio 2005 imponeva il sacrificio del 70% del nostro capitale, ed il restante 30% ci sarebbe stato restituito dopo moltissimi anni (si parla da 15 a 30): questo per chi, ovviamente ha accettato la proposta, ma la stragrande maggioranza degli italiani l’ha rifiutata, trattandosi soprattutto di persone ultra settantenni … Inoltre, non vi è comunque alcuna garanzia di pagamento certo: chi vieta all’Argentina di dichiarare un nuovo default e di tenersi anche quell’ulteriore 30%? L’Argentina, nonostante il default, sta attualmente emettendo obbligazioni senza che la comunità internazionale abbia fatto nulla per vietarlo! La decisione, badate bene, UNILATERALE di questo paese non è stata osteggiata da nessuno: né dalla comunità internazionale, né dall’FMI, né dal Governo del nostro paese. Dal 2001 ad oggi siamo senza risposte e nessuno degli organi sopra menzionati si è preoccupato di difenderci. Ad oggi è praticamente impossibile trattare con l’Argentina: è di qualche settimana fa la notizia, che ha tra l’altro avuto pochissima eco nei media, che ha interamente pagato il suo debito con il Fondo Monetario Internazionale e, quindi, l’unico strumento per far pressione è stato volutamente tolto di mezzo. La situazione italiana è atipica. Sappiate che SOLO in Italia sono stati coinvolti i piccoli risparmiatori. Negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna la vendita di questi titoli era vietata. In altri paesi sono stati coinvolti solo investitori specializzati. Ma perché? Perché, dopo tante ricerche, si è scoperto che le banche italiane erano il lead manager, cioè incaricate proprio dall’Argentina del collocamento di questi titoli sui mercati, guadagnando da questa operazione provvigioni altissime. Questi titoli erano corredati da offering circulars, cioè da documenti che spiegavano le caratteristiche di questi prodotti e dai quali si evinceva che erano prodotti NON ADATTI A PICCOLI RISPARMIATORI, ma rivolti esclusivamente ad INVESTITORI SPECIALIZZATI in grado di ben comprenderne il rischio insito.

Le vittime; guarda caso, sono invece proprio i piccoli risparmiatori. Come mai allora è successo questo? Perché la Consob non solo ha consentito ad alcune di tali emissioni di essere quotate sul mercato mobiliare italiano, ma ha permesso alle banche – tramite un escamotage – di rivendere ai propri clienti tali obbligazioni, nonostante essere fossero espressamente destinate solo ad investitori istituzionali, in grado di gestire investimenti speculativi del grado di rischio implicito a tali strumenti finanziari. Le banche, quindi, hanno continuato colposamente a sostenere coi propri clienti che si trattava di titoli sicuri, alla stregua di quelli di stato italiani. Molte banche hanno agito furbescamente poiché, al momento della sottoscrizione dei titoli, hanno praticato un ulteriore raggiro: i clienti, convinti di firmare solo i prospetti riguardanti l’operazione di acquisto, hanno finito inconsapevolmente per firmare anche documenti attestanti il rischio dell’operazione, negandosi la possibilità di difesa.

Questo sono le banche in Italia oggi, altro che trasparenza!

Eppure loro sostengono di aver agito in buona fede, che non sapevano! No, signori, non è possibile.

L’Argentina nel novembre 2000 promulga la Ley de Emergencia Economico Financera, cioè la dichiarazione di default interno. Secondo voi, la Banca d’Italia e la Consob potevano veramente non conoscere un fatto così grave? No, sapevano tutto. A questo punto le nostre banche, al corrente del fatto che l’Argentina era prossima al default, hanno scaricato interamente la perdita economica – che sarebbero state costrette a subire visto che i loro portafogli erano pieni zeppi di questi titoli – sul soggetto più debole e indifeso: i piccoli risparmiatori. Questa è la verità. Faccio parte di un gruppo che si ritrovava su un forum dedicato alla questione dei bond argentini sul sito del Sole 24 ore. Ci hanno oscurati per ben due volte, forse abbiamo rotto le scatole a qualcuno? Insieme a queste persone ci siamo occupati di divulgare la verità, di dare agli altri 450.000 una speranza, una possibilità di difesa contro le banche.

La Costituzione all’art. 47 parla di tutela del risparmiatore, ma ditemi: che tutela c’è stata in questa vergognosa vicenda da parte delle istituzioni del nostro paese? Da quattro anni la politica non fa un passo per noi. Ci sono state delle proposte di legge effettuate dalla sinistra, vergognosamente affossate dalla destra. Altre proposte anche dalla destra: ma di concreto il nulla. Siamo stati ricevuti in commissione finanze del Parlamento il 13/12/2005 per discutere del nostro problema. Abbiamo chiesto che ne era dei fondi dormienti promessi con l’art. 46 della finanziaria 2006, destinati ai cittadini vittime dei vari crack finanziari abbattutisi in Italia dal 2001 ad oggi. Ci è stato risposto che si trattava una mossa pre-elettorale e adesso sembra che questi soldi ci siano, ma credere è difficile: in campagna elettorale tutti promettono, ma non ci sono fatti concreti. Vedremo. Solo il tempo ci dirà se era verità o, ancora una volta, una promessa non mantenuta! Tutti ci consigliano le cause contro la banca, se, ovviamente, la documentazione in nostro possesso è in grado di dimostrare il dolo subito…Ma le cause costano tanti soldi. E poi sappiate che, se disgraziatamente si incappa in un giudice impreparato – e il diritto bancario non è molto conosciuto dai giudici, come mi confermava l’On. Di Pietro che ho personalmente contattato – non è affatto detto che, pur avendo le carte in regola, si vinca la causa! Il potere della banca è sempre lì in agguato a beffare ancora! Porteremo avanti anche degli esposti alle procure italiane affinché venga fatta chiarezza: ma l’avremo? Qualcosa si muove, ma chissà ancora quanto tempo ci vorrà per far valere le nostre ragioni… Noi non molliamo, ma abbiamo bisogno di essere aiutati anche da tutti gli altri cittadini italiani, che solidarizzino con noi per questa battaglia di dovere civile!


ULTIMO TANGO 3

Questa è la lunga catena dei crack e degli scandali che hanno coinvolto, solo fino al 2004, circa 1 milione di risparmiatori bruciando un controvalore di 47,5 miliardi di sudato risparmio
CRACK FINANZIARI DALL’OTTOBRE 2001 AL DICEMBRE 2004
BIPOP-CARIRE ANNO E MESE: OTTOBRE 2001 MILIARDI DI EURO: 10,00 RISPARMIATORI COINVOLTI: 73.500
BOND ARGENTINA ANNO E MESE: DICEMBRE 2001 MILIARDI DI EURO: 14,00
RISPARMIATORI COINVOLTI: 475.000
BOND CIRIO ANNO E MESE: NOVEMBRE 2002 MILIARDI DI EURO: 1,25
RISPARMIATORI COINVOLTI: 35.000
MY WAY – FOR YOU ANNO E MESE: MARZO 2003 MILIARDI DI EURO: 2,85
RISPARMIATORI COINVOLTI: 190.000
GIACOMELLI ANNO E MESE: OTTOBRE 2003 MILIARDI DI EURO: 0,300
RISPARMIATORI COINVOLTI: 6.500
PARMALAT ANNO E MESE: DICEMBRE 2003 MILIARDI DI EURO: 20,00
RISPARMIATORI COINVOLTI: 145.000
FINMATICA ANNO E MESE: GENNAIO 2004 MILIARDI DI EURO: 0,350
RISPARMIATORI COINVOLTI: 25.000
FINMEK ANNO E MESE: MAGGIO 2004 MILIARDI DI EURO: 0,250
RISPARMIATORI COINVOLTI: 13.850
CERRUTI FINANCE- FIN.PART- OLCESE ANNO E MESE: LUGLIO 2004 MILIARDI DI EURO: 0,800 RISPARMIATORI COINVOLTI: 28.500
LA VEGGIA FINANCE ANNO E MESE: NOVEMBRE 2004 MILIARDI DI EURO: 0,300
RISPARMIATORI COINVOLTI: 8.300
TOTALE MILIARDI DI EURO: 50,100
RISPARMIATORI COINVOLTI: 1.000.650

http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=2710&Ricerca=scandali%20finanziari

PADRE DE LAS CASAS e la "BREVISSIMA RELAZIONE"

La Brevissima relazione della distruzione delle Indie, scritta nell’ambito della lotta di Las Casas per la difesa degli indigeni americani, si caratterizza per essere sempre relazionata direttamente con i problemi concreti della realtà cui fa riferimento.

Trattandosi di una vera e propria arma, si distingue per la semplicità e chiarezza nell’esposizione della materia, nello stile usato e nella struttura. Già dal titolo, infatti, risalta il sostantivo distruzione che riporta ad un concetto omnipresente nell’opera lascasiana e riscontrabile anche nei testi sacri e profani della letteratura spagnola medioevale. Inoltre, l’epiteto Brevissima, non si riferisce al fatto che la relazione sia poco dettagliata, ma ne sottolinea per lo più il carattere di compendio delle esposizioni orali all’imperatore Carlo V.

Nell’argomento del presente epitoma, l’autore ricorda le circostanze della relazione dell’opera nel 1542 e spiega l’obbligo di ‘farlo stampare’ per presentarla, dieci anni dopo, al principe Filippo come sommario dei crimini perpetrati nelle Indie e dato il possibile aggravarsi di questi ‘tradimenti e scelleratezze’. A continuazione, si trova un Prologo dedicato al principe in cui vengono presentate le ragioni oggettive della stesura dell’opera, quali le atrocità inflitte ai naturali del nuovo mondo, la possibilità di porvi rimedio e il dovere morale di denunciare simili misfatti per non esserne indirettamente complici: ‘Io ho deciso , per non essere reo , tacendo,… di mettere a stampa ’. Risaltano i termini forti che caratterizzano lo stile della Relazione vera e propria come ‘le ingiurie e le devastazioni, le rovine e le distruzioni’, gli epiteti come ‘opere inique, tiranniche… condannate… esecrabili e abominevoli’ e le forme verbali come ‘spopolare’, ‘uccidendo’ e ‘rubare’, senza che manchi la nota amaramente ironica delle ‘imprese’ realizzate dai conquistatori. In contrasto poi con la menzione dei numerosi eccidi e crudeltà, si insinua il tema dell’innocenza naturale delle vittime ‘genti… pacifiche, umili e mansuete, che non fanno danno a nessuno’.

Il corpo dell’opera è costituito essenzialmente da una ininterrotta successione di racconti e descrizioni di uccisioni facendo uso, in special modo di immagini antitetiche. Si inizia con una visione di insieme e si prosegue con una serie di relazioni che seguono l’ordine cronologico e, approssimativamente, anche quello geografico delle terre scoperte: isola Spagnola e arcipelago antillano, ‘terra ferma’ dal Darién fino al Nicaragua, Nuova Spagna(Messico), Guatemala, zone settentrionali dell’America del sud da Cartagena e Venezuela, Florida, Rio de la Plata, Perù, Nuova Granata… Il fatto che questi capitoli non presentino la stessa estensione è dovuta al tipo di documentazione cui Las Casas fa riferimento non tralasciando, comunque, di specificare il più delle volte le sue fonti, cosa che gli permette di presentare sempre la materia come veritiera e incontestabile. Oltre che dell’esperienza diretta, infatti, si avvale non solo di dati e notizie orali, relazioni indigene, canti messicani ma anche di scritti come lettere e memoriali.

Per quanto riguarda il modo di esporre i crimini commessi, è da notare che Fra’ Bartolomé preferisca mantenere l’anonimato sui nomi degli autori forse giudicando più conveniente o prudente astenersi dal divulgarli.

Inoltre, la struttura narrativa delle scene, segue schemi basici quasi invariabili e caratterizzati da quella brevità annunciata nel titolo:

‘Sarebbe invero difficile riferire la quantità e valutare caso per caso la gravità delle ingiustizie, dei danni , degli oltraggi e degli abusi che le genti di quella costa hanno subito dagli Spagnoli, a partire dall’anno 1510 fino a oggi’.

Comincia con una digressione sulla bellezza e la fertilità delle terre, sulla straordinaria densità della sua popolazione e sulla bontà e innocenza dei suoi naturali. Un esempio ne è la descrizione della provincia di Jacisco: ‘… Era quella una terra popolosa come un alveare, ricchissima e felice, una delle terre più fertili e meravigliose delle Indie…’.

Tutto questo risalta grazie alla giustapposizione delle scene sanguinarie di cui i conquistatori sono protagonisti e grazie all’uso di formule superlative che contribuiscono a moltiplicare l’impatto emotivo della Brevissima relazione della Distruzione delle Indie sul lettore.

Il punto di vista di Bartolomè de Las Casas è quello di un religioso completamente aperto nei confronti della cultura indigena e favorevole ai tentativi di resistenza degli Indios agli Europei. La sua testimonianza ci svela in tutta la loro crudeltà i comportamenti degli spagnoli che commettono omicidi e violenze .

La principale preoccupazione di Las Casas è di presentare gli Indios come creature umane degne di rispetto, dotate di qualità morali e intellettuali superiori a quelle degli spagnoli. A riguardo, Las Casas cita il comportamento sessuale dei nativi che si dimostrano rispettosi della dignità femminile più di quanto non siano i conquistadores.

L’analisi di Las Casas avrà una grande influenza nella genesi del mito del ‘buon selvaggio’. Il domenicano spagnolo fu quindi instancabile nella sua battaglia a favore degli Indios. Attraversò molte volte l’oceano per portare in Spagna le sue proteste e perorare presso i sovrani la causa degli Amerindi.

Las Casas respinge l’idea che gli Amerindi siano simili ad animali, ovvero privi di anima. Si esaminano gli Indios da diversi punti di vista, iniziando dall’aspetto esteriore. Essi appaiono simili agli Spagnoli con sensi sviluppati, bei volti, caratteri allegri e buoni.

Per spiegare la temperanza degli indigeni Las Casas fa una serie di congetture , individuando vari motivi: la mancanza del concetto del pudore nell’esposizione del proprio corpo nudo, i frequenti bagni in acqua fredda, la scarsità di cibo e di bevande alcoliche, il poco ozio. Riconoscendo questo gli elementi all’origine della temperanza indigena, Las Casas individua motivi di benevolenza nei loro confronti . Altro elemento che distingue gli Indios dagli europei è il loro naturale disinteresse per le ricchezze; ciò si collega alla possibilità di ottenere , senza troppa fatica, di che vivere. Tra gli Europei, la brama di ricchezze è provocata in maniera evidente dal desiderio di accumulare beni sempre più grandi per soddisfare gli impegni sociali e familiari.

L’analisi del religioso si sofferma sui peccati d’ira e di accidia. Gli Indios assumono atteggiamenti che corrispondono alle virtù cristiane ( umiltà, mansuetudine, pazienza). Las Casas inoltre pone l’accento sulle capacità intellettuali degli Indios e sul loro valore e significato della tradizione orale. Il religioso da valore culturale alla mancanza della scrittura quindi che, poteva apparire agli Spagnoli come riprova negativa dell’inferiorità degli Amerindi.

Non bisogna dimenticare, però che contro Bartolomé sarà la polemica riguardo la tratta dei negri visto che egli, per evitare l’estinzione negli Indios, divenne promotore del trasferimento in America dei negri d’Africa considerati più forti per il lavoro nel Nuovo Mondo.

(1552, Siviglia, edizione principe della Brevissima Relazione con altri sei trattati lascasiani)

fonte: http://216.239.59.104/search?q=cache:eNxVh8qT-tMJ:www.centrodirittiumani.unipd.it/scuola/media/file/16pace/.%255CLa%2520conquista%2520dell%27America.%2520.doc+eccidi+conquistadores&hl=it&ct=clnk&cd=16&gl=it&client=firefox-a

Papa Benedetto XVI decide di riscrivere la storia dell’America Latina

lunedì 14 maggio 2007

Forse deluso della fredda accoglienza brasiliana, Benedetto XVI decide di spararla più grossa del solito e travisare l’intera storia della Chiesa in America Latina, cancellando di fatto le riflessioni autocritiche sollevate da Papa Wojtyla in passato. Secondo Ratzinger e la sua idilliaca visione della storia, infatti, “l’annuncio del Vangelo non comportò in nessun momento l’alienazione delle culture precolombiane, né fu un imposizione di una cultura straniera”, anzi il Papa ha tenuto a precisare che “i popoli precolombiani attendevano il Verbo, che cercavano senza saperlo”. Ricordiamoci quindi di gettare tutti i libri di storia che abbiamo nelle nostre case, i Conquistadores che sconvolsero tradizioni, religioni e culture millenarie con l’aggressione e con la forza non sono realmente mai esistiti, sono solo leggende.

Mi sembra a questo punto che si stia veramente scadendo nell’assurdo, non può essere ammissibile che si arrivi a sconvolgere in questo modo la storia, anche se è un Papa a farlo. Siamo giunti al revisionismo storico, al completo stravolgimento della realtà. La negazione di anni bui per il Cristianesimo e per l’Europa in generale non è e non può essere più tollerabile. Un Papa come Ratzinger che dice basta ai regimi autoritari nel Mondo quando è proprio la Chiesa di Roma ad essere tornata autoritaria ed addirittura negazionista fa veramente paura. Non bastavano forse le scomuniche a suo dire “giuste” per i messicani che depenalizzavano l’aborto o quelle minacciate in Brasile per l’uso di anticoncezionali, già sintomi di incredibile irresponsabilità verso “l’avvenire dei popoli”, considerando i problemi di Aids o di morti causate da aborti illegali?

Nessun cattolico dovrebbe accettare tali dichiarazioni, la storia non si deve occultare, i metodi coercitivi e violenti con i quali più di 500 anni fa si è imposto una religione cancellando intere culture non possono essere rivisti, è un’offesa alle intelligenze di tutti e soprattutto un offesa verso tutte le popolazioni indigene dell’America Latina, sebbene ora cattoliche. I popoli indigeni di sicuro non aspettavano l’evangelizzazione, è assurdo anche solo pensarlo; si è trattato invece del più grande genocidio della storia delle Americhe. Solo nel 1992 Papa Wojtyla aveva ammesso giustamente le colpe della Chiesa, chiedendo apertamente scusa ai popoli indigeni latinoamericani per il vergognoso passato; a distanza di soli 15 anni è arrivato Ratzinger a riscrivere interamente la storia.

Se ci indigna la negazione dell’Olocausto ci deve indignare allo stesso modo il negazionismo papale, altrimenti ci si deve aspettare, a questo punto, anche una nuova versione storica delle Crociate…

fonte: http://verosudamerica.blogspot.com/2007/05/la-storia-riscritta-in-brasile.html
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lunedì 21 maggio 2007
Forti reazioni alla visita del Papa

Dopo la visita di Benedetto XVI in America Latina, in cui il Papa ha affermato che la Chiesa Cattolica non ha mai imposto l’evangelizzazione delle civiltà precolombiane, sono state fortissime e da più fronti le reazioni in tutto il continente. Chávez chiede al Papa le scuse ufficiali.

Il Papa Benedetto XVI deve scusarsi con i popoli indigeni sudamericani per aver negato l’Olocausto avvenuto durante l’evangelizzazione dell’America Latina”. Queste le dichiarazioni di Hugo Chávez, presidente venezuelano, alle sconcertanti affermazioni del Papa che volevano negare l’imposizione delle religione cattolica perpetrata dai Conquistadores cinque secoli fa. “Siamo stati vittime di un massacro molto grave, forse anche più dell’Olocausto della seconda guerra mondiale, e nessuno si può permettere di negarci questa verità, (…). Neanche sua Santità può permettersi di negare questo olocausto aborigeno.”

Forti hanno tuonato le parole del cattolicissimo Chávez in difesa della dignità indigena: “Come capo di Stato, ma con l’umiltà di un contadino venezuelano, invito il Pontefice a pubbliche scuse nei confronti di tutti i popoli latinoamericani”.

Era normale che le sconvolgenti dichiarazioni di Benedetto XVI scatenassero questo tipo di reazione. Se però quelle dell’eterno provocatore Chávez sono rimbalzate nei quotidiani di tutto il mondo, ci sono state anche molte altre risposte all’interno di tutto il continente latinoamericano che invece non hanno trovato spazio.

Sempre in Venezuela, ad esempio, la ministra dei popoli indigeni, Nizia Maldonado, ha criticato fortemente l’inopportuna uscita del Papa, rimarcando come “l’invasione imperiale abbia portato al genocidio più grande della storia sudamericana”. “Mi piacerebbe che un sacerdote rispondesse al Papa, esprimendo la vergogna che si prova ascoltando che i popoli indigeni erano in attesa dell’evangelizzazione”. La Maldonado ha anche sottolineato come l’obiettivo di imporre alle culture indigene la cultura cristiana non è purtroppo ancora scomparso, ricordando come esempio “l’operato dei missionari che operano alla frontiera tra Venezuela e Brasile”.

Anche dalla Bolivia ci sono state pubbliche risposte a Benedetto XVI, Mauricio Arias, leader (Apu Mallku, in lingua aymara) del Consiglio Nazionale di Ayllus ha tenuto a sottolineare: “La religione cattolica è stata imposta con la forza e la repressione, nonostante le nostre credenze e la nostra fede”.

Mentre dalla Colombia, Luis Evelis, leader della ONIC(Organizzazione Nazionale Indigena Colombiana), ha precisato: “Come popoli indigeni, sebbene credenti, non possiamo tollerare che la Chiesa pretenda negare le sue responsabilità con la negazione delle sue responsabilità nell’annilichimento della nostra identità e della nostra cultura”.
fonte : http://verosudamerica.blogspot.com/2007/05/forti-reazioni-alla-visita-del-papa.html

Diliberto ed il tesoretto

Tesoretto: Diliberto, subito riunione su politica economica

Roma 21 maggio 2007

Si incontrano i ministri e i sottosegretari del neonato Partito Democratico, D’Alema, Rutelli, Letta – unico invitato “indipendente” è il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa – e decidono delle sorti del “tesoretto”; cioè decidono quello che va o non va nelle tasche di persone in carne ed ossa. A poche ore dall’appello lanciato dal segretario del Pdci a Prodi, “prendere in mano la situazione prima di andare a sbattere contro gli scogli”, avviene l’incontro a palazzo Chigi, lasciando fuori alla porta il Pdci, Prc, Verdi, Socialisti, Radicali, Udeur, insomma una buona parte della coalizione. Per il “tesoretto” vengono individuate cinque priorità: sostegno alle pensioni basse e ammortizzatori sociali; infrastrutture; innovazione e ricerca; piano per la casa; politiche di sostegno alla famiglia. Alcune, forse tutte, condivisibili, ma tutti coloro che hanno concorso alla vittoria del centrosinistra dovrebbero avere l’occasione di dire la propria su come migliorare le sorti del Paese, considerato poi che alcuni assoli di Padoa-Schioppa non hanno fatto aumentare consensi alla coalizione né nei sondaggi né nelle recenti – seppur parziali – elezioni. Oliviero Diliberto commenta senza mezzi termini il vertice di palazzo: “Grande delusione per il metodo inaccettabile. E’ come se il 25-30 per cento della coalizione possa decidere tutto”. Ma precisa il suo pensiero: “insisto, prima del Dpef è indispensabile una riunione politica di merito sulla politica economica del governo senza la quale il Pdci è indisponibile a votare alcunché”.

Diliberto a Repubblica: Chi lavora si aspettava grandi miglioramenti da questo governo

di Umberto Rosso

Roma 20 maggio 2007

“Non conosco metodi più sicuri per vincere le elezioni, ma c’è un sistema infallibile per perderle: quello di Tommaso Padoa-Schioppa”.

Segretario Diliberto, un giudizio molto duro.

“A pochi giorni dal voto il ministro dell’Economia di un governo di centrosinistra dichiara guerra ai sindacati e nega il contratto agli statali. Padoa-Schioppa è un uomo intelligente. Io credo allora che dentro il governo vi sia chi lavora, insieme a forze politiche ed economiche, per cambiare il quadro politico”.

Sta accusando il ministro dell’Economia d’essere il terminale di un ribaltone?

“I casi sono due. O è totalmente incapace di fare politica, oppure è in malafede. Non ci sono alternative. Siccome io voglio bene a questo governo suggerisco a Prodi, anzi gli chiedo, di esercitare il ruolo che gli compete e di prendere in mano la situazione. Prima di andare a sbattere contro gli scogli. Scioperi a Mirafiori. Scioperi a Taranto. La protesta del pubblico impiego. E il rischio concretissimo di uno sciopero generale”.

Ma il ministro dell’Economia lamenta problemi di cassa.

“E fa saltare l’accordo con gli statali per 6 euro? Alla scuola, che in stragrande maggioranza ha votato per il centrosinistra, non diamo nulla? Il ministro dell’Economia non è uno che passava per caso, sta al governo anche per rappresentare me. Invece non mi rappresenta”.

Non è entrato come tecnico sganciato dai partiti?

“Ma una volta nell’esecutivo, assume responsabilità politiche. Dietro le cifre ci sono presone in carne ed ossa, che stanno male per i salari e le pensioni troppo basse. Nei dodici punti della fiducia di Prodi, c’era il portavoce unico. Io mi sono sempre attenuto a quel principio. Lui ha minacciato apertamente i sindacati: o fate come dico io oppure vi tenete lo scalone”.

Padoa-Schioppa non rappresenta le posizioni di tutto Palazzo Chigi?

“Non è la linea del governo. Prodi vedrà il ministro dell’Economia e i due vicepremier sulla politica economica. Bene, chiedo di poterne discutere al più presto tutti quanti in un vertice, con i ministri e i segretari dei partiti. Per affrontare l’emergenza sociale”.

Anche il Pdci adesso vuole la verifica?

“Niente a che vedere con poltrone o cose del genere. Ma una riunione specifica, sul tema degli interventi a favore dei lavoratori. Il Governo sta rischiando l’osso del collo. Non siamo noi a metterlo in discussione, è il governo stesso che si mette in discussione se non cambia rotta. Basta andare in giro per rendersene conto. E io, che non sto chiuso nei salotti, mi rendo conto di quanti consensi abbiamo perso”.

La vostra ricetta?

“Quella di Prodi: due terzi degli introiti fiscali per aumentare pensioni e salari. E l’abolizione dello scalone, come da programma”.

I soci di maggioranza del governo Rutelli e Fassino, che ne dicono?

“Con Rutelli possiamo portare avanti insieme la battaglia per la riduzione dell’ICI. Anche se non va bene l’abolizione completa, ma sotto una certa fascia di reddito. Perché c’è anche chi potrebbe permettersi di pagare di più di quanto versa oggi. Io, per esempio, con il mio stipendio da parlamentare, potrei farlo”.

E i rapporti con Fassino?

“Non conosco le scelte di politica sociale dei Ds. Sento proposte l’una molto diversa dall’altra. Quando saranno più chiare, ci confronteremo. Spero che non dimentichino di essere di sinistra. Il rischio vero è che la nostra gente non percepisca più la differenza tra questo governo e quello precedente”.

Sta dicendo che il governo Prodi è uguale a Berlusconi?

“No. Parlo di condizioni materiali delle persone. Naturalmente, noi non facciamo leggi ad personam e condoni. Ma chi ha lavorato si aspettava grandi miglioramenti rispetto al vecchio governo, e che non ha ancora visto”.

http://www.comunisti-italiani.it/

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Condivido quanto afferma Diliberto (e sicuramente questo gli farà piacere… vista la mia importanza capitale!!!). E’ ridicolo parlare di sinistra radicale che “scompagina la compagine”, quando poi sistematicamente gli attacchi più furibondi arrivano da qualche altra parte… ma… avete visto Report, domenica sera? Ecco.

Non voglio fare discorsi qualunquisti e/o generalizzare, ritengo assolutamente fondamentale che la scuola e i tanti insegnanti che con passione ed impegno cercano di inculcare nella testa dei nostri pargoli concetti più o meno facili, più o meno immediatamente riconducibili alla vita “concreta” (e questo è solo uno dei campi in cui agire, intendiamoci!)… vengano incentivati e premiati. Ma quelli però, non la classe insegnante tout-court! Al professore (ma non si vergogna?) del Moreschi trasferito per assenteismo (ops! Scusate, malattia) un bel licenziamento starebbe solo bene. Perché se la malattia si chiama “studio commercialista”, allora che se ne stia là e faccia danni solo ai suoi clienti. Maggiorenni e con possibilità di scegliersene un altro. Esistono poi altre categorie che vengono sfruttate a tempo pieno ma senza riconoscimenti tangibili: penso solo ai Vigili del Fuoco…

Il problema è questo, secondo me: solo i mediocri temono la meritocrazia (quella vera, non quella di partito e/o di simpatia personale). Quindi, i dipendenti della pubblica amministrazione – i cui stipendi, correggetemi se sbaglio, paghiamo noi tutti – devono lavorare. Esattamente come lavoro io, che sono “nata e cresciuta” nel privato, gigantesco o microscopico, che a volte non ho fatto carriera per colpa di contingenze ridicole, ma che ho sempre pagato tutte le mie “intemperanze”. Altro che promozione per demerito!

Non si tratta, beninteso, di abbassare la soglia di sopravvivenza al minimo. Si tratta di una parola che non è di moda e che è pure scomoda: responsabilità. Abolire i privilegi di determinate categorie non vuol dire, non deve voler dire impoverire i lavoratori onesti: vuol dire lotta agli sprechi, vuol dire giustizia, vuole anche dire finirla con un sistema clientelare iniziato in era democristiana ed ampliato in era craxiana e posteriore…

elena

POST SCRIPTUM: stasera DILIBERTO è a Ballarò!

LA STRAGE DI CAPACI (in memoria del giudice Falcone, e non solo)








23 maggio 1992

Sono le 17,48 quando su una pista dell’aeroporto di Punta Raisi atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall’aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40. Sopra c’è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. E sulla pista ci sono tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone, una Croma bianca, una Croma azzurra. E’ la sua scorta, erano stati raggruppati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera.


Una squadra affiatatissima che aveva il compito di sorvegliare Falcone dopo il fallito attentato del 1989 davanti la villa del magistrato sul litorale dell’Addaura. La solita scorta con Antonio, Antonio Montinaro, agente scelto della squadra mobile che, appena vede il “suo” giudice scendere dalla scaletta, infila la mano destra sotto il giubbotto per controllare la pistola.
Tutto è a posto, non c’è bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è sull’autostrada che va verso Palermo.
Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno lo segue, qualcuno sa che dopo otto minuti la sua Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle cementerie.


La Croma marrone è davanti. Guida Vito Schifani, accanto c’è Antonio, dietro Rocco Di Cillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c’è il giudice che guida, accanto c’è Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, dal 1984 con Falcone, che era solito guidare soltanto quando viaggiava insieme alla moglie. E altri tre sulla Croma azzurra, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l’autostrada, l’aeroporto che si allontana, quattro minuti, cinque minuti.

Ore 17,59, autostrada Trapani-Palermo. Investita dall’esplosione la Croma marrone non c’è più. La Croma bianca è seriamente danneggiata, si salverà Giuseppe Costanza che sedeva sui sedili posteriori. La terza, quella azzurra, è un ammasso di ferri vecchi, ma dentro i tre agenti sono vivi, feriti ma vivi. Feriti come altri venti uomini e donne che erano dentro le auto che passavano in quel momento fra lo svincolo di Capaci e Isola delle Femmine.


Fu Buscetta a dirglielo:L’avverto, signor giudice. Dopo quest’interrogatorio lei diventerà forse una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Nondimentichi che il conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E’ sempre del parere di interrogarmi?”.

Giovanni Falcone, “Cose di Cosa Nostra” (Rizzoli, 1991): Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.

“Ma è certamente motivo, e lo sappiamo, di particolare sgomento l’avere appreso che il giudice Falcone si muoveva in via e con mezzi che dovevano rimanere coperti dal più sicuro riserbo.
Chi li conosceva?
Chi li ha rivelati ai nemici dei giudici?
Mandante ed esecutori.”

(breve estratto dell’omelia del cardinale Pappalardo)

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STRAGI

di Pierluigi Vigna


1. Delitti silenziosi e messaggi forti


La strage ha assunto, nella strategia di Cosa Nostra, un significato ed una portata del tutto particolari nel biennio 1992-1993.
Anche se la strage, sotto il profilo del diritto penale, ha un’univoca chiave di lettura – e cioè quella di un atto che, realizzato per uccidere una o più persone, è commesso con mezzi tali (ad esempio: autobombe, esplosioni di edifici o di tratti stradali) da porre in pericolo l’incolumità di un numero indeterminato di soggetti – diverse possono essere le motivazioni che la sottendono e le finalità che chi la compie si propone di conseguire.
Normalmente le organizzazioni criminali – e segnatamente Cosa Nostra – preferiscono delitti silenziosi (tipico lo strangolamento) che, da un lato, richiamano meno l’attenzione e consentono anche la distruzione del cadavere per occultare la prova del crimine, ma, dall’altro esprimono messaggi ben comprensibili nell’ambiente ove sono realizzati. Talvolta, peraltro, il gruppo criminale ha necessità di inviare un messaggio forte che rompa il silenzio dal quale usualmente preferisce circondarsi e nella valutazione costi-benefici, che anche ogni scelta delittuosa implica, i secondi sono considerati perseguibili solo con azioni clamorose.
Questo è avvenuto, nel 1992 – il 23 maggio ed il 19 luglio – con le stragi di Capaci e di via D’Amelio.


2. Falcone, Borsellino e la reazione al maxiprocesso


Qui l’obiettivo principale ed anzi esclusivo erano i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche se con loro persero la vita numerosi appartenenti alle Forze di Polizia. Si trattava di obiettivi che, con grande probabilità, avrebbero potuto essere annientati con diverse e meno appariscenti e tragiche modalità. Perché allora si vollero le stragi con la devastazione di un tratto di autostrada nell’un caso e di numerosi edifici ed abitazioni nell’altro? La risposta sta nel fine che si intendeva perseguire: non solo eliminare due nemici storici della mafia, ma affermare, con quelle stragi, la permanente potenza dell’associazione dopo la sconfitta subita a seguito del maxi-processo, definito, con irrevocabili sentenze di condanna, il 30 gennaio 1992.
A mio parere, a parte altri concorrenti scopi che con l’eliminazione di quei magistrati si volevano raggiungere, il ricorso, come mezzo di attuazione dei delitti, allo stragismo, rivela il fine di dimostrare, non solo agli uomini d’onore ed ai contigui, ma alla stessa società civile che le condanne del maxi-processo non avevano inciso sulla capacità operativa del gruppo. Un messaggio di vita diretto ai mafiosi, un messaggio di morte diretto a chi pensava che Cosa Nostra era vinta.
Agli uomini d’onore era stato assicurato, nel corso dei vari gradi di giudizio del primo maxi-processo, che questo, nell’uno o nell’altro di essi – probabilmente in appello, sicuramente in Cassazione – sarebbe stato aggiustato con esiti, pertanto, favorevoli per l’associazione criminale. Ma così non fu. Ed allora per provare la forza permanente dell’associazione, per ravvivare il sentimento d’appartenenza a questa – che è poi il cemento che la sorregge – Cosa Nostra doveva dimostrare la propria invincibilità non solo uccidendo due magistrati/simbolo, ma anche facendolo con mezzi e modalità clamorosi. Il messaggio di enorme efficienza doveva poi esser colto anche da chi, in quella sentenza del gennaio ’92, aveva visto l’inizio del declino della mafia siciliana.


3. Le stragi in Italia del 1993


Il 1993 presenta, se possibile, uno scenario ancora più devastante e, questa volta, non più in Sicilia – luogo abituale delle azioni di Cosa Nostra – ma addirittura nel continente.
Alle ore 21.40 del 14 maggio, a Roma, in via Ruggero Fauro, esplodeva un’ autobomba che doveva provocare la morte del giornalista Maurizio Costanzo, rimasto fortunatamente illeso.
Alle ore 1.02 del 27 maggio, nel centro di Firenze, esplodeva un’ altra autobomba che cagionava il crollo di un’ala della Torre dei Pulci, con la sovrastante abitazione di una famiglia, i cui quattro componenti, fra i quali due bambini, decedevano all’istante. I vicini palazzi storici venivano sventrati e nell’incendio di uno di questi moriva uno studente. Risultavano danneggiati anche la galleria degli Uffizi, palazzo Vecchio, la Chiesa dei Santi Stefano e Cecilia al Ponte Vecchio e numerose opere d’arte conservate in quegli edifici venivano distrutte o deteriorate, fra cui quelle di Giotto, Rubens, Tiziano, Sebastiano del Piombo.
Alle ore 23.14 del 27 luglio, in via Palestro a Milano, davanti all’ingresso della Villa reale, esplodeva un’altra autobomba che uccideva cinque passanti e danneggiava gravemente vari edifici, fra i quali il Padiglione d’Arte Contemporanea con le opere in esso conservate e la Galleria d’Arte Moderna.
Alle ore 23.58 del 27 ed alle ore 00.02 del 28 luglio, a Roma, venivano fatte esplodere altre due autobombe: una in piazza S. Giovanni in Laterano e l’altra presso la Chiesa di San Giorgio al Velabro. Anche in questi casi ingenti furono i danni al patrimonio artistico e non solo a questo perché le esplosioni provocarono anche il ferimento di numerose persone.
Nelle stragi del 1993 – che dovevano proseguire con l’esplosione di un’autobomba allo Stadio Olimpico, in occasione di una partita di calcio, in danno di automezzi che trasportavano i Carabinieri che avevano svolto servizio di ordine pubblico ed a parte quella di via Fauro che doveva colpire un giornalista che aveva preso pubblica posizione contro la mafia – gli obiettivi furono ben diversi da quelli presi di mira nel 1992. Non più singole e ben individuate persone, ma direttamente lo Stato, colpito in alcune delle sue più rilevanti espressioni artistiche, culturali e religiose. In tal modo l’azione di Cosa Nostra assume valenze e significati sicuramente terroristico-eversivi.
Attraverso il programma di stragi realizzato in quell’anno l’associazione mafiosa voleva perseguire finalità politiche sostituendo al metodo democratico, quello fondato sull’intimidazione.
Emerge infatti con certezza, dalle indagini svolte, che, con quelle azioni, si volevano costringere le Istituzioni ad un disimpegno nella repressione di Cosa Nostra, azzerando la politica legislativa antimafia espressa dopo le stragi del 1992.
Dunque: non più regime speciale per i detenuti mafiosi, non più protezione dei collaboratori di giustizia ed utilizzazione delle loro dichiarazioni.


4. Un potere criminale integrato


L’indagine svolta sulle stragi del 1993 ha consentito di individuare coloro che materialmente ebbero a compierle e coloro che, dall’interno di Cosa Nostra, le progettarono.
Lo stesso è avvenuto per la strage di Capaci e per quella di via D’Amelio.
Tuttavia le procure della Repubblica che hanno indagato sull’una e sull’altra “serie stragista” non hanno ritenuto chiuse le loro investigazioni: una pluralità di sintomi induce infatti a prospettare un ulteriore percorso di indagine volto a verificare la concretezza dell’ipotesi investigativa, suggerita appunto da quei sintomi, secondo cui di tali fatti possano esser stati ispiratori “mandanti dal volto coperto” estranei, cioè, all’organizzazione mafiosa Cosa Nostra, ma mossi da interessi con essa convergenti ed anch’essi appagabili con la strategia attuata da tale associazione.
Si tratterà di stabilire, al termine del cammino investigativo già iniziato, ma seminato di difficoltà di vario tipo e spessore, se le tracce si saranno trasformate in orme o, meglio ancora, in impronte digitali.
In tale prospettiva va rilevato che Cosa Nostra, cui sempre più sono collegate ‘Ndrangheta e Camorra, le altre storiche associazioni mafiose, è divenuta compartecipe di un progetto disegnato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato, dando vita a quello che ben può definirsi “potere criminale integrato”.
Lo scenario criminale delineato sullo sfondo degli ultimi attentati ha infatti posto in evidenza da un lato – come si è già avuto modo di rilevare – l’interesse alla loro esecuzione da parte della mafia e dall’altro la certezza di una presenza operativa di Cosa Nostra: ma è la sapienza della regia delle stragi a segnalare la novità.


5. Oltre Cosa Nostra


Gli investigatori hanno notato che le sottili valutazioni sugli effetti di una campagna terroristica e lo sfruttamento del conseguente condizionamento psicologico non sembrano il semplice frutto della mente di un criminale comune, sia pure mafioso: si riconosce in queste operazioni di analisi e di valutazione una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi delle comunicazioni di massa ed anche una capacità di sondare gli ambienti politici e di interpretarne i segnali. Si potrebbe pensare ad una aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso nel quale convergano finalità diverse.
La stessa svolta della risposta giudiziaria, sia sul versante della repressione delle associazioni di tipo mafioso che su quello della corruzione, con i ben noti effetti dirompenti sull’apparato dei partiti, può aver determinato una coincidenza degli interessi di Cosa Nostra con quelli di altri settori investiti dalle indagini: settori della politica corrotta e dell’eversione di destra; logge massoniche coperte; imprenditori e finanzieri d’avventura collusi; pezzi o reticoli di funzionari dello Stato infedeli.
Se questi nodi saranno sciolti, il nostro Paese avrà compiuti passi di decisiva importanza per una sempre più radicata affermazione della democrazia.


L’autore

Piero Luigi Vigna nasce il 1° agosto 1933 in provincia di Firenze.
Entra in Magistratura nel 1959. Dapprima Pretore a Firenze e Milano, dal 1965 ha svolto le funzioni di procuratore della Repubblica (prima sostituto, poi procuratore aggiunto ed infine – dal 1991 – procuratore capo con funzioni di procuratore distrettuale antimafia) presso la procura della Repubblica di Firenze.
Dal 14 gennaio 1997 è Procuratore Nazionale Antimafia.
Ha diretto numerose indagini sul terrorismo di estrema destra e sinistra; sui sequestri di persona a scopo di estorsione, sul traffico – anche internazionale – di sostanze stupefacenti; su associazioni per delinquere anche di tipo mafioso; sulla criminalità mafiosa russa; sulla strage del treno rapido 904 Napoli-Milano del 23/12/84 (per la quale furono condannati esponenti di Cosa Nostra); sulla stragi mafiose verificatesi a Roma, Firenze e Milano nel biennio 1993/94.

fonte: http://digilander.libero.it/inmemoria/strage_capaci.htm – stragi