Archivio | maggio 23, 2007

Subcomandante ribelle Marcos: ISTRUZIONI PER CAMBIARE IL MONDO

Subcomandante ribelle Marcos
17 Novembre, anniversario dell’EZLN

I
Si costruisca un cielo piuttosto concavo. Lo si dipinga di verde o di caffè, colori belli e terrestri. Lo si spruzzi di nubi a discrezione. Appendi con attenzione una luna piena a occidente, diciamo a tre quarti sull’orizzonte. Verso oriente si levi, lentamente, un sole brillante e potente. Riunisci uomini e donne, parla loro lentamente e con affetto, cominceranno a camminare da soli. Contempla il mare con amore. Riposa il settimo giorno.

II
Riunisci i silenzi necessari. Forgiali con sole e mare e pioggia e polvere e notte. Con pazienza affila uno dei suoi estremi. Scegli un vestito marrone e un fazzoletto rosso. Aspetta l’alba e marcia verso la grande città. A vederti, i tiranni fuggiranno terrorizzati, urtandosi gli uni con gli altri. Ma… non fermarti!… la lotta è appena cominciata.

Le definizioni

IL MARE – È ampio e umido, salato. Si guarda sempre di fronte e per intero. Alla fine uno esce pulito e invincibile. Amare continua ad essere difficile… camminare anche. Nel mare ci sono molte cose, ma soprattutto c’è acqua, acqua, sempre acqua. Ricorda: non c’è sete che se la beva…

IL POETA – I suoi primi poemi sono sempre maledizioni (quelli che seguono pure). Si innamora di continuo e cade con la stessa frequenza. Si solleva lentamente sopra carta e pittura. Per ridere meglio piange. E’ in pericolo di estinzione.

IL VENTO – Il vero capitano del mondo. Dirigendo polvere e sentieri si diverte con noi e, si dice, non se la passa tanto male.

Istruzioni per dimenticare e ricordare

Tira fuori lentamente quest’amore che ti duole nel respirare. Scuotilo un po’ affinché si svegli. Lavalo con attenzione, che non rimanga la minima impurità. Pulito e odoroso, piegalo tante volte quante sia necessario perché abbia la misura dell’unghia dell’alluce del piede destro. Aspetta che passi una formica, essere nobile e generoso, e passa a lei il pesante carico. Lo porterà al sicuro in qualche profonda caverna. Fatto questo, vai a riempire, per l’ennesima volta, la pipa di tabacco di fronte al mare d’oriente. L’oblio giungerà parallelamente alla fine del tabacco e all’avvicinarsi del mare a te.
Se vuoi recuperare questo amore che adesso dimentichi, basta scrivere una lunga lettera parlando di viaggi sconosciuti, idre, mulini a vento, uffici e altri mostri ugualmente terribili. Al ritorno della posta ritroverai il tuo amore tale e quale lo inviasti, forse con un po’ di polvere e sogno sulla copertina…

Istruzioni per andare avanti

Di fronte a un qualsiasi specchio, renditi conto che non si è il meglio di se stessi. Però si può sempre salvare qualcosa: un’unghia per esempio…

Istruzioni per scrivere una canzone

Inizialmente non è obbligatorio sapere le note, le rime e i ritmi; basta cominciare a canticchiare qualche vecchia aria. Ripetila finché non abbia niente a che vedere con l’originale. Le parole sono il meno, poiché ci sono poemi d’avanzo. Però, per i dubbi, fa attenzione che nessuno lo ascolti… ci sono anche critici d’avanzo.

Istruzioni per non piangere

Che finchè rimanga un uomo morto,
nessuno rimanga vivo.
Mettiamoci tutti a morire,
anche se piano piano,
fino a che si ripari
a questa ingiustizia.
Roberto Fernàndez Retamar

Sulla sua morte ci andammo sollevando. Dapprima furono cinque nomi a cadere, uno ad uno e insieme, in nostra memoria. Poi vennero ad aggiungere il loro sangue altri nomi. Già ci stavamo schiantando sulla base del monte e il sangue aggiunto-giusto di altri ci riportò in alto. In tempi distinti unirono con zelo tutto questo sangue con il proprio affinché non si perdesse nel fiume. Continuammo a camminare senza guardare molto lontano e alcuni aprirono il cofanetto di lacca per riaprire la nostra memoria, e ci obbligarono a sollevare la vista con il loro sangue. Sempre ci sollevammo sulla loro morte. E così ognuno va mettendo la propria quota di sangue affinché altri si sollevino, fino a che tutti in piedi metteremo un nuovo sole sopra una terra nuova.

Istruzioni per la mia morte

Quelli che ora dicono “Com’è malvagio“, diranno allora “Com’era buono“. E io me ne andrò sorridendo, burlandomi sempre di loro, cioè di me.

Istruzioni per innamorarsi

Scegli una donna qualsiasi. Concentra l’attenzione su qualche parte del suo corpo e comincia ad amarla. Aumenta poco a poco il tuo amore fino a completarla. Fatto questo, disinnamorati rapidamente perché l’amore provoca assuefazione.

Istruzioni per provare compassione

Poveri noi, tanto piccoli e con tutta la rivoluzione da fare.

Istruzioni per avere successo

Decidi di scrivere un libro. Metti insieme diversi ricordi (minimo 16). Scrivi un lungo prologo e, nelle poche pagine rimaste, ammucchia i ricordi. L’indice non è necessario. Poi attraversa a nuoto l’Atlantico e conquista l’Europa. Il libro si venderà come il pane caldo.

Istruzioni per accomiatarsi

Non guardare indietro. Di solito basta questo…

Istruzioni per misurare il silenzio

Bastano i sospiri. Ma non li contare, il risultato è solitamente scoraggiante.

Istruzioni per le lacrime

Forma una conca con le mani, deposita le lacrime una ad una. Riempito la conca, vuotala in un luogo estraneo e forma tanti mari quanti sia necessario. Battezzali con nomi belli e apocalittici. Evita le ovvietà come “Mare Amaro” e “Mare delle Pene e dei Piaceri“. “Mare Albero“, “Mare Sole“, “Mare Cappello” e nomi simili sono i più indicati.

Istruzioni per misurare gli amori

Accendi la pipa e continua a camminare. Raccogli, con attenzione, alcuni dei baci più dimenticati, alcune ciocche di capelli, due o tre sguardi, un ricordo o un altro di pelli bianche e scure, un poema rotto e una suola di scarpa (quest’ultima per dare consistenza al beveraggio). Mescola il tutto e insaporisci a discrezione. Dividi il risultato per due, tante volte quante sia necessario affinché non rimanga niente.

Istruzioni per cadere e sollevarsi

Continua a camminare, quando te ne renderai conto sarai già con le chiappe a terra, in quella posizione scomoda che tengono i pupazzi. Subito dopo comincia una lunga e ostinata riflessione sulla convenienza di restare lì per terra. Ma già si allontanano i compagni e la puntura è lungi dall’apparire un chiaro sentiero, chiaro. Non è neanche in questione l’idea di restare lì tutta la vita, con il fango che riempie l’anima e lo zaino, cosìcché arriva il momento di sollevarsi, situazione difficile e imprevedibile nei suoi risulatati. Forse è meglio continuare a stare a terra e trascinarsi poco a poco ma, oltre ad essere poco estetico, ciò è impraticabile (credetemi, l’ho provato): ci sarà sempre una radice nascosta o una spina a trattenerti, e allora una nuova riflessione sulla comodità di stare seduto nel fango, nonostante le zanzare, le mosche e i mosconi. Già deciso a sollevarsi, il che è sempre la cosa più difficile, viene la complicata operazione che consiste nell’appoggiarsi con le mani e le ginocchia dove capita e cercare di collocare il pesante cappuccio sulla schiena (tanto semplice, e pesante, è portarsi la casa a spalle: giusto un telo di plastica e un’amaca). Ma lo zaino si ostina a portare altre cose assurde: alcuni libri di poesia, qualche vestito, un calzino spaiato, la medicina per il mondo, cibo, un’umida coperta… Il carico nel suo insieme pesa tonnellate (soprattutto dopo le prime ore di camminata) e tende ad infangarsi ogni volta che gli viene voglia, cioè quasi sempre. Ormai tartaruga faccia a terra, segue l’atto di mettere un piede e alzarsi sull’altro, con la conseguente protesta delle ginocchia; l’orizzonte allora si allarga e sarà sempre estraneo. Con lo sguardo a terra si intraprende nuovamente la marcia fino alla prossima caduta, che si verificherà appena pochi passi più avanti. E la storia si ripete…

Istruzioni per misurare i disamori

Basta il rancore e, infine, non ne vale la pena.

Istruzioni per misurare la vita

Si prenda dello spago a discrezione e si cominci ad infilarlo nella tasca destra dei pantaloni fino a che si verifichi una delle due cose:
A) – Che la tasca si riempia di spago.
B) – Che ci si stanchi di infilare spago nella tasca.

Quando si è verificata una delle due cose suindicate, o entrambe, aspetta una sera piovosa. Proprio quando la pioggia comincerà ad essere incerta se cadere o no sulla terra, tira fuori lo spago e lancialo in alto, più in alto possibile, con un elegante gesto da mago e, simultaneamente, mormora le seguenti parole: “Vedo, misuro, esisto, la vita“. Se si sono seguite le istruzioni alla lettera, lo spago rimarrà in aria, sospeso per alcuni istanti, prima di tornare a terra in un mazzo di fili. Così hai la misura di un pezzo di vita. Se, pur avendo seguito le istruzioni, la corda non risponde come sopra indicato, non preoccuparti e prova con un’altro spago. Succede che ci sono spaghi che si negano, con sconcertante ostinazione, a misurare la vita (hanno già abbastanza problemi – dicono – a legare stivali, scarpe e altre cose assurde).

Selva Lacandona, Chiapas, Messico
1984-1989

Dalle montagne del sudest messicano
Subcomandante ribelle Marcos


fonte: http://www.ipsnet.it/chiapas/libro97.htm


Lettera del subcomandante Marcos al movimento italiano.

Esercito zapatista di liberazione nazionale.
Messico.
15 febbraio 2003.


Fratelli e sorelle dell’italia ribelle:

Ricevete un saluto dagli uomini, donne, bambini, e anziani dell’ esercito zapatista di liberazione nazionale.
La nostra parola si fa nuvola per attraversare l’oceano e arrivare ai mondi che ci sono nei vostri cuori.
Sappiamo che oggi ci saranno mobilitazioni in tutto il mondo per dire no alla guerra di bush contro il popolo dell’Irak! E questo bisogna dirlo proprio cosi’, perche’ non e’ una guerra del popolo nordamericano, ne’ e’ una guerra contro Saddam Hussein.
E’ una guerra del denaro, che e’ rappresentato dal signor bush (forse per enfatizzare che manca di ogni intelligenza).
Ed e’ contro l’umanita’, il cui destino e’ oggi in gioco in terra irakena.
questa e’ la guerra della paura.
Il suo obiettivo non e’ abbattere Hussein in Irak.
La sua meta non e’ farla finita con al qaueda.
Ne’ liberare il popolo irakeno.
Non e’ la giustizia ne ‘la democrazia ne’ la liberta’cio’ che anima questo terrore.
E’ la paura.
La paura che l’umanita’ intera si rifiuti di accettare che un poliziotto le dica quello che deve fare, come deve farlo e quando deve farlo.
La paura che l’umanita’ si riufiuti di essere trattata come un bottino.
La paura di questa essenza dell’essere umano che si chiama ribellione.
La paura che i milioni di essere umani che oggi si mobilitano in tutto il mondo trionfino nell’innalzare la causa della pace.
Perche’ le bombe che saranno lanciate sul territorio irakeno, non avranno come vittime solo i civili irakeni, bambini, donne, uomini e anziani, la cui morte sara’ solo un incidente nel precipitoso e arbitrario passaggio di chi chiama, dalla sua parte, dio come alibi per la distruzione e la morte.
Chi dirige questa stupidita’ (che e’ appoggiata da berlusconi in italia, blair in inghilterra, e aznar in spagna), il signor bush, con i soldi compro ‘ la potenza che pretende scaricare sul popolo irakeno.
Perche’ non bisogna dimenticare che il signor bush sta a capo della autoprocalamata polizia mondiale, grazie ad una frode cosi’ grande che ha potuto essere occultata solo dai detriti delle torri gemelle a new york e dal sangue delle vittime degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.
Ne’ Hussein ne’ il popolo irakeno interessano al governo nordamericano.
Quello che gli importa e’ dimostrare che puo’ commettere i propri crimini in qualunque parte del mondo, in qualunque momento e che lo puo’ fare impunemente.
Le bombe che cadranno in irak cercano anche di cadere in tutte le nazioni della terra.
Vogliono cadere anche sopra ai nostri cuori e cosi’ universalizzare la paura che portano dentro.
Questa guerra e’ contro tutta l’umanita’ contro tutti gli uomini e le donne oneste.
Questa guerra vuole che abbiamo paura, che crediamo che chi ha il denaro e la forza militare, abbia anche la ragione.
Questa guerra vuole che scrolliamo le spalle, che facciamo del cinismo una nuova religione, che rimaniamo in silenzio, che ci conformiamo, che ci rassegnamo, che ci arrendiamo, che dimentichiamo.
Che ci dimentichiamo di Carlo Giuliani, il ribelle di Genova.
Per noi zapatisti, uomini siamo quelli che sognano i nostri morti.
E oggi i nostri morti sognano un no ribelle! Per noi c’e’ solo una parola degna e una azione conseguente di fronte a questa guerra.
La parola no e l’azione ribelle.
Per questo dobbiamo dire no alla guerra! Un no senza condizioni ne’ pero’.
Un no senza mezze tinte.
Un no senza grigi che lo macchiano.
Un no con tutti i colori che dipingono il mondo.
Un no chiaro, tondo, contundente, definitivo, mondiale.
Quello che e’ in gioco in questa guerra e’ la relazione tra il potente e il debole.
Il potente e’ tale perche’ ci fa deboli.
Si alimenta del nostro lavoro, del nostro sangue.
Cosi’ lui ingrassa e noi deperiamo.
In questa guerra il potente ha invocato dio dalla sua parte perche’ accettassimo la sua potenza e la nostra debolezza come qualcosa stabilito da un disegno divino.
Pero’ dietro questa guerra non c’e’ altro dio che il dio del denaro, ne’ altra ragione che il desiderio di morte e distruzione.
L’unica forza del debole e’ la sua dignita’.
Essa lo anima a lottare per resistere al potente, per ribellarsi.
Oggi c’e’ un no che debilita il potente e fortifica il debole: il no alla guerra.
Qualcuno si domandera’ se la parola che convoca tanti in tutto il mondo sara ‘ capace di evitare la guerra o, se gia’ iniziata, a fermarla.
Pero’ la domanda non e’ se potremo cambiare la strada assassina del potente.
No.
La domanda che ci dobbiamo fare e’: potremo vivere con la vergogna di non aver fatto tutto il possibile per evitare e fermare questa guerra? Nessun uomo e donna onesti possono rimanere in silenzio e indifferenti in questo momento.
Tutti e tutte, ognuno con il proprio tono, col proprio modo, con la propria lingua, con la propria azione, dobbiamo dire no! E se il potente vuole universalizzare la paura con la morte e la distruzione, noi dobbiamo universalizzare il no! Perche’ il no a questa guerra e’ anche un no alla paura, un no alla rassegnazione, un no all’oblio, un no a rinunciare ad essere umani.
E’ un no per l’umanita’ e contro il neoliberismo.
Desideriamo che questo no valichi le frontiere, che si faccia beffe delle dogane, che superi le differenze di lingua e cultura, e che unisca la parte onesta e nobile dell’umanita’, che sempre, non bisogna dimenticarlo, sara’ la maggioranza.
Perche’ ci sono negazioni che uniscono e portano dignita’.
Perche’ ci sono negazioni che affermano uomini e donne nella parte migliore di se stessi, cioe’ nella loro dignita’.
Oggi il cielo del mondo si annuvola di aerei da guerra, di missili che si autodefiniscono intelligenti solo per nascondere la stupidita’ di chi li comanda e di chi come berlusconi, blair e aznar li giustificano, di satelliti che indicano dove c’e’ vita e ci sara’ morte.
Il suolo del mondo si macchia di macchine di guerra che dovranno dipingere di sangue e vergogna la terra.
Arriva la tormenta.
Pero’, albeggera’ solo se le parole fatte nuvola per attraversare le frontiere, si trasformano in un no fatto pietra, e aprono una fessura nell’ oscurita’, una crepa dalla quale possa passare il domani.
Fratelli e sorelle dell’italia ribelle e degna: accettate questo no che, dal messico,vi mandiamo noi zapatisti, i piu’ piccoli.
Permettete che il nostro no fraternizzi col vostro e con tutti i no che oggi fioriscono in tutta la terra.
Viva la ribellione che dice no! Muoia la morte! Dalle montagne del sudest messicano Per il Comitato clandestino rivoluzionario indigeno – Comando generale dell’ Esercito zapatista di liberazione Nazionale.
Subcomandante insorgente Marcos.
Messico, febbraio 2003.
Ejercito Zapatista de Liberacion Nacional.
Mexico.
15 de febrero del 2003.

fonte: http://www.ecn.org/ponte/guerra/marcos.php

Dio non ha religioni

La Teologia della liberazione spiegata da uno dei padri fondatori

Fratel Betto, al secolo Carlos Alberto Libanio Christo, è un frei domenicano di 62 anni, che da anni scrive libri e trattati. Amico fraterno di Lula, è entrato anche in politica per sostenerlo nel progetto sociale Fame Zero, che adesso però non segue più direttamente. Da qualche mese è uscito dal governo “per due motivi”: “Perché volevo avere il tempo per scrivere e perché non condivido la politica economica del governo”. Ha un fare gentile e un aspetto sereno e deciso. Il suo volto disteso è segnato da guizzi di profonda ironia che testimoniano la sagace intelligenza.

Con semplicità ci ha spiegato la Teologia della Liberazione, cos’è, cosa ha dato alla gente più povera e miserabile, e perché ancora oggi, dopo quasi 40 anni, continui a sollevare tanti dubbi e preoccupazioni nella Chiesa di Roma.

Cos’è. “In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Oppure, come sta scritto nella prima pagina della Bibbia, ha creato il mondo in modo che fosse un giardino, un meraviglioso giardino con uccelli, fiori, acqua cristallina? La Teologia della liberazione, non è una teoria, non è un qualcosa nato nelle biblioteche, alle scrivanie, nelle accademie, nelle università religiose… No! E’ la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione”.

Perché stupirsi? Secondo frei Betto, in un mondo d’oppressione, in cui vogliamo credere nel Dio della vita – e la vita è il dono maggiore di Dio – la Teologia della liberazione significa coniugare la visione della fede con l’anelito alla liberazione. “Penso che ogni cristiano che viva il mistero della fede con gioia, con senso di liberazione, che vive l’amore, l’impegno per la lotta per la giustizia, pratichi la Teologia della liberazione”, precisa. “Una volta un vescovo mi chiese: “Ma perché cercare un’altra teologia quando c’è già la teologia della Chiesa di Roma?” E io gli risposi: “Nel Vangelo ci sono quattro teologie diverse, quella di Matteo, di Giovanni, di Luca e di Marco. E se ci sono già queste quattro visioni diverse di Gesù, queste quattro diverse visioni della chiesa, perché stupirsi proprio della Teologia della liberazione?”.

La speranza. “Vivere la fede in America Latina è avere la speranza di superare la miseria e la povertà”, continua il domenicano. “La gente incontra nella Bibbia, nella parola di Dio, il proprio alimento per capire meglio se stessi, per capire la lotta che sta vivendo e per trovare soluzioni. Faccio una metafora per spiegare meglio questo concetto. Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece, la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio, lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora”.
E per aiutare la gente a capire meglio le scritture, la vita di Gesù, nella prospettiva liberatrice, Betto ha scritto anche un libro “Uomo fra gli uomini”, una vera e propria lettura popolare del Vangelo.

I cambiamenti. “Molti qui in Italia mi chiedono cosa sarà della nostra Teologia adesso, con Papa Ratzinger – racconta fratel Betto – Beh, devo dire che questa cosa ogni volta che vengo in Italia mi Papa Benedetto XVIsconcerta: voi siete molto vicini al Papa, mentre noi in America Latina siamo molto vicini a Dio. Dovete capire, che molto spesso quello che avviene a Roma non ha molto riflesso nella Chiesa dell’America Latina. Anche le nomine di vescovi conservatori molte volte non provocano reazioni, perché c’è così tanto sfruttamento, così tanta sofferenza – tanto per dirne una nel mio Paese c’è ancora il lavoro in schiavitù – che tutto il dolore della gente parla più alto, parla direttamente a Cristo. Per questo la Teologia della liberazione nasce proprio in America Latina. E comunque, io non credo che il rinnovamento della Chiesa venga dall’alto, spero arrivi dal basso. Credo che lo Spirito Santo lavori dal basso.

L’unica cosa che so – incalza – è che trent’anni fa era soltanto la Teologia della liberazione che parlava di debito estero, di colonialismo, di neoliberismo, che criticava l’imperialismo, la politica estera degli Stati Uniti. Adesso questi temi appaiono nei documenti finali di Giovanni Paolo II. Eppure era un papa che aveva tollerato la guerra di Bush in Iraq del 1991, e che poi è arrivato a condannare l’invasione dell’Iraq di Bush figlio. Sono solito dire, infatti, che la Teologia della liberazione è arrivata a Roma. Roma può pure non averne coscienza, ma è così. Se si pensa che il Papa ha mobilitato 150mila persone contro il G8 a Genova! E’ esattamente quello che noi della Teologia della liberazione avremmo voluto fare”. Poi conclude, accennando alle tante contraddizioni del Vaticano: “Giovanni Paolo II stesso aveva una contraddizione: era un uomo con la testa di destra e il cuore di sinistra, perché era molto ortodosso nella dottrina, ma molto sensibile ai temi sociali”.

Ortodossia. “Gesù predicava il regno di Dio, ma purtroppo quello che è venuto dopo è la Chiesa”, riprende e, riferendosi all’incontro della Gioventù di Colonia, sottolinea: “Il Papa ha ricordato l’importanza per i giovani di leggere il catechismo della Chiesa, ma io avrei preferito che avesse sottolineato l’importanza di leggere il Vangelo. Dobbiamo ricordare che Dio non ha religione. Non è tanto importante avere fede in Gesù, quanto avere la fede di Gesù. Il messaggio centrale di Gesù è non tanto quello di avere fede quanto quello di mettere in pratica l’amore liberatorio”.

Secondo frei Betto se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: ‘Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?’. “Ecco – spiega il frate – mai questa domanda esce dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio, irritato. E ha anche reagito in modo un po’ aggressivo quando un ricco, nel porgli la domanda, lo adula apostrofandolo: ‘Buon maestro’. ‘Io non sono il maestro, il buon maestro è Dio’, gli risponde Gesù.
La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?’. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. ‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse’. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.

Tutto sbagliato. Per il teologo brasiliano, tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell’ingiustizia. Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una vita.
“Dobbiamo riconoscere la presenza di Dio in tutte le tradizioni religiose. Eppure noi cristiani soffriamo del complesso di superiorità che ci fa pensare di essere migliori rispetto a tutte le altre confessioni. Ed è un vero e proprio peccato. I migliori sono coloro che amano come Gesù amava. Migliore era Francesco di Assisi, che si spogliò delle sue ricchezze per andare con i poveri”. E per frei Betto era addirittura migliore Che Guevara, “uomo ricco che si è dedicato ai poveri. E non era un credente”, precisa il frate. Poi aggiunge: “Sicuramente, quando il Che è salito al cielo Gesù gli avrà detto: ‘Sei il benvenuto. Io avevo fame e tu mi hai dato da mangiare, hai lottato per questo’. E lui avrà risposto: ‘Guarda Signore, io non ero credente, e non ti ho mai incontrato perché non ho mai messo piede in una chiesa’. E Gesù gli avrà risposto: ‘Ogni volta che hai lottato per i poveri, hai lottato per me’. L’importante – asserisce – è dunque che ognuno di noi ami per la nostra capacità di amare, solo così ci salveremo. La fede serve solo per capire questa dimensione di amore. Nella prima lettera di Giovanni si dice che Dio era amore. Chi ama conosce Dio. C’è molta gente che va in chiesa e non ama. Mentre chiunque ami conosce Dio, fa esperienza di Dio, perché Dio è amore”.
L’ideale dell’evangelizzazione secondo il teologo della liberazione è quando un giovane di 16/17 anni, davanti alla prima esperienza di amore riconosce che questa è anche esperienza di Dio. Non c’è un amore di Dio e un amore umano, tutte le forme di amore sono divine. “E questo lo sanno ben spiegare i poeti – conclude – Una volta in Nicaragua conobbi il poeta, che è ormai morto, José Coronel Utrecho. Era già molto vecchio, ma era ancora molto innamorato della moglie, Julia, alla quale aveva dedicato tutti i suoi poemi. Ecco, c’è una poesia in cui descrive la loro luna di miele. La prima notte di nozze, in albergo, aveva dato ordine di non essere disturbato per nessun motivo. Una volta pronto per il letto nuziale, una persona ha bruscamente bussato alla porta. Che succede? Si è chiesto. Ci sarà un incendio nell’hotel, eppur sono io quello incendiato. Apre la porta e si trova davanti Dio, che gli chiede: ‘Josè il letto è molto grande?’, ‘Sì Signore venga pure, ci entriamo tutti e tre’. Ma il Dio gli risponde: ‘Josè, tre siamo già noi’ e il poeta ribatte: ‘Signore non c’è problema, venite pure tutti e tre. Qui c’è posto per tutti’. E il poema termina con: ‘E’ stata una notte di una grande orgia spirituale’.”

09 Mag – Brasile Visita del Papa. Lula non imporrà il tema dell’aborto
08 Mag – Brasile Gli indiani reclamano le fattorie, loro terre ancestrali
07 Mag – Brasile Lula discuterà con il Papa di politiche sociali
05 Mag – Brasile Lula blocca il brevetto di un farmaco Usa contro l’Aids

.le altre notizie

Clima e pesticidi, le api sono dimezzate

Strage alveari, frutta a rischio

ROMA – Molecole pensate per uccidere la vita indesiderata che sbagliano bersaglio. Il mutamento climatico che stringe il rubinetto del cibo. L’allargarsi della sindrome da immunodeficienza acquisita. Sono le tre componenti del cocktail che sta devastando le popolazioni di api in tutto il mondo. In che proporzioni queste responsabilità siano miscelate non è ancora ben chiaro: c’è chi sottolinea soprattutto il ruolo dei pesticidi e chi punta l’attenzione sugli scompensi derivanti dal riscaldamento globale. Certo le conseguenze sono allarmanti. Le stime che si susseguono da alcuni anni in Europa e nell’America del Nord indicano una riduzione che oscilla tra il 20 e il 50 per cento. Il dato viene ricordato nel dossier “Pesticidi nel piatto” che la Legambiente presenterà oggi citando due sentenze del Consiglio di Stato francese che vietano l’uso di due pesticidi (il Guacho e il Regent) sul mais. Questo verdetto conclude una lunga disputa iniziata nel 1991, quando i fitofarmaci contenenti le molecole neonicotinoidi sono stati introdotti in Francia e sono stati osservati i primi effetti negativi.

Per la moria di api dell’anno scorso in Piemonte – si ricorda nel rapporto – il principale accusato è il Tiamethoxam, usato contro la flavescenza dorata sulla vite: tra giugno e luglio 2006, tracce di Thiamethoxan sono state trovate nei campioni di api trovate morte. La molecola è stata dichiarata “non ecotossica”, dalla Syngenta, che produce un fitofarmaco che la contiene, ma secondo gli apicoltori piemontesi è “assai pericolosa per l’ambiente”. Anche per la senatrice verde Loredana De Petris “se si continua con l’uso di prodotti fortemente tossici avremo presto primavere senza api: in Friuli si segnala un calo del 50 per cento della produzione di miele e una moria di 20 mila api ad alveare. Quest’anno la situazione è particolarmente grave perché, a causa del caldo anticipato, la fioritura stagionale ha coinciso con gli interventi fitosanitari praticati per le semine del mais. Bisogna sospendere immediatamente l’uso di questi prodotti, usati anche per la barbabietola da zucchero, il girasole e il pomodoro, seguendo l’esempio di Parigi”. La minaccia non riguarda solo la possibilità di approvvigionarsi dei 400 grammi annuali di miele che l’italiano medio consuma ogni anno, cioè il sistema gestito dai 7.500 apicoltori professionisti e da un buon numero di hobbisti, ma l’agricoltura nel suo complesso che dipende per un terzo da coltivazioni impollinate grazie al lavoro gratuito delle api. Secondo la Coldiretti, in Italia sono a rischio circa 50 miliardi di api in oltre un milione di alveari. Una strage che mette in pericolo il processo di impollinazione minacciando un budget da due miliardi e mezzo di euro l’anno. Tra i prodotti a rischio: mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, ciliegie, albicocche, meloni, zucchine, girasole, colza.

ANTONIO CIANCIULLO

(22 maggio 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/scienza_e_tecnologia/api-dimezzate/api-dimezzate/api-dimezzate.html

CHIESA E LIBERTÀ DI COSCIENZA




Nel 346-347, appena trent’anni dopo l’editto con cui Costantino concedeva libertà ai cristiani, un loro autorevole esponente, Firmico Materno, scriveva già: “Abbattete, abbattete senza indugio, santissimi imperatori, gli ornamenti dei templi [pagani] … la legge del Dio supremo prescrive alla vostra severità di perseguire in tutti i modi il delitto di idolatria” (De errore profanorum religionum). Lo faceva, come faranno in seguito papi e teologi, portando a sostegno della sua posizione il Dio biblico che nel Deuteronomio ordina: “Se il tuo fratello, o il tuo figlio, o la tua moglie … ti vuol persuadere dicendoti…: ‘Andiamo e serviamo altri dei’… Denuncialo subito e alza per primo la mano contro di lui per ucciderlo”.

Nel IV secolo Agostino elogiava l’intervento pubblico contro l’eresia donatista, mentre papa Leone Magno giustificava l’assassinio degli eretici priscillani con il fatto che “il potere imperiale deve intervenire per sopprimere energicamente, come nemici dello stato … coloro che disturbano la pace della fede”. E papa Gregorio Magno, in una lettera del 599 all’arcivescovo di Cagliari, lo invitava ad arrestare gli idolatri. “Se sono schiavi”, precisava, “domateli con botte e torture al fine di ottenerne il miglioramento; ma se sono liberi, devono essere indotti al pentimento con una dura carcerazione”.

Le cose, come sappiamo, sono andate ancora peggio in seguito, quando gli eretici ebbero come unica alternativa l’abiura o il rogo. “Scopo dell’Inquisizione”, scriveva l’inquisitore Bernardo Gui, “è la distruzione dell’eresia; ma l’eresia non può essere distrutta se non attraverso la distruzione degli eretici” e ciò in due modi: “primo, tornando dall’eresia alla religione cattolica; secondo, una volta consegnati al tribunale secolare, bruciandoli fisicamente” (Practica inquisitionis, 1323).

E’ vero che Innocenzo III stimava “in contraddizione con la religione cristiana costringere a osservare il cristianesimo uno che costantemente non vuole” (lettera all’arcivescovo di Arles, 1201). Ma con la consueta ipocrisia lo stesso papa aggiungeva che ciò valeva solo per chi non avesse mai consentito a convertirsi, mentre chi “mediante terrori e supplizi, è trascinato in modo violento e, per non esporsi a danno, accoglie tuttavia il sacramento del battesimo, questi … deve essere costretto all’osservanza della fede cristiana”. Ciò valeva tanto più per gli eretici, che sono dei battezzati…. Per “annientare la miscredenza eretica” Innocenzo III fece massacrare gli albigesi (Historia albigensis, 1208). E Gregorio IX, nel 1233, affermò: “Quei cattolici che … partiranno per andare a sterminare gli eretici … riceveranno le stesse dimostrazioni di favore che vengono date ai crociati”.

A proposito dei quali Bernardo di Chiaravalle aveva scritto che “il Cavaliere del Cristo… quando uccide un malfattore, non è un omicida ma un malicida” (De laude novae militiae, 1128). Mentre per Tommaso d’Aquino gli eretici, che falsificano la fede, vanno messi a morte come i falsari. Per far confessare gli eretici e farne accusare altri si ricorse anche alla tortura, autorizzata per la prima volta nel 1254 da Innocenzo IV (bolla Ad extirpanda). Un altro strumento per scovare gli eretici fu la pratica, debitamente regolamentata, della delazione (“quelli che mi denunceranno un eretico o un sospetto… guadagneranno tre anni di indulgenze”, Eymerich, Manuale dell’inquisitore, 1376).

Nel 1520 Leone X condannò addirittura come eretica la proposizione: “è contro la volontà dello Spirito che gli eretici siano bruciati” (Exurge domine), mentre Pio V, papa e santo, in una lettera del 1570 a Filippo II di Spagna scriveva: “[con gli eretici] riconciliarsi mai; non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore”.

In tempi più vicini, Gregorio XVI denunciò “quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza” (Mirari vos, 1832); e Pio IX condannò quanti (come Benedetto XVI?!) “non temono di caldeggiare l’opinione … dal Nostro Predecessore Gregorio XVI … chiamata delirio, cioè “la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo” (Quanta cura -1864). Anche per il “progressista” Leone XIII “la giustizia e la ragione vietano che lo Stato sia ateo o conceda la stessa desiderata cittadinanza a tutte le cosiddette religioni, e gli stessi diritti a ognuna indistintamente” (Libertas – 1888). “La peste della età nostra”, aggiungeva Pio XI, “è il così detto laicismo” a causa del quale “si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti…. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste” (Quas primas – 1925). Pio XII, infine, riteneva la libertà di manifestare il falso (ma chi stabilisce cosa è “falso”?) una “sfrenata licenza” che l’autorità deve reprimere.

Si è così dovuti arrivare al Concilio Vaticano II, due secoli dopo la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, perché la Chiesa dichiarasse quel che per i laici era ormai la scoperta dell’acqua calda, ossia “che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa” e che quindi “non è consentito al potere pubblico” fare quel che aveva fatto il potere temporale per i 17 secoli in cui sottostava a santa madre Chiesa, cioè “con la forza, l’intimidazione, o con qualunque altro mezzo imporre ai cittadini la professione o l’abiura di una religione qualunque essa sia” (Dignitatis Humanae,1965).

Ma anche dopo queste ammissioni la Chiesa si guarda bene dal fare autocritica. Peggio, cerca di far credere di aver sempre insegnato il rispetto per la libertà di coscienza, derubricando (come ha fatto con la sua richiesta di perdono Giovanni Paolo II) i delitti commessi in diciassette secoli a errori dei “figli della Chiesa” contrastanti con le sue “dottrine”, mentre quei delitti sono stati proprio l’applicazione delle dottrine false e criminali insegnate da papi, dottori della Chiesa e concili.

(WP)

Fonte: http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/136Peruzzi.htm