Archivio | maggio 24, 2007

Il frate spia Silvano Girotto


Silvano Girotto, l’uomo che fece arrestare Renato Curcio

La fine della primavera è decisamente sfavorevole alle bierre, in questo periodo, l’agente provocatore Silvano Girotto inizia la sua collaborazione con i CC: viene scoperta una base abbandonata a Pianello Val Tidone: tracce trovate nel rustico, condurranno al grande archivio di Robbiano di Mediglia (importante base delle bierre). Dunque, il mese di Maggio non è ancora trascorso che, avvicinato dal capitano dei CC Gustavo Pignoro, del nucleo speciale di p.g., l’ex frate francescano inizia la sua “collaborazione e inimicizia militante” nei confronti delle bierre. Che cosa lo spinge a vendersi?Motivazioni politiche, assicura. Nella sua autobiografia intitolata “Padre Leone”, spiega:”la polizia brancola nel buio, nonostante la formazione di organismi contro il terrorismo che sanno organizzare ottime conferenze stampa, ma quando a pescare i brigatisti non dimostrano la stessa perizia. Non è cattiva volontà, ce la mettono tutta.

Il fatto è che le bierre sono strutturate in modo diverso dalle solite bande criminali. Applicano anche i modelli e le esperienze e della guerriglia sudamericana(guerra per bande di Che Guevara). Alla polizia manca l’esperienza e le leggi, grazie a Dio, tutelano abbastanza i diritti individuali. Cosa di cui le bierre approfittano. Nel chiuso della mia stanza rifletto su queste cose. Sono irritato, indignato dalla pazzia incosciente di questi provocatori. La crisi economica si aggrava, l’inflazione al avanza, si profila all’orizzonte una serie di lotte che i lavoratori dovranno sostenere per non perdere ciò che hanno conquistato in tanti anni. Leggi e organismi repressivi, se maneggiati opportunamente, in strumenti di persecuzione e intimidazione della classe operaia e delle sue organizzazioni di lotta”
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Sembra che il buon Frate Mitra abbia un grande desiderio (umanamente comprensibile) di volersi rifare una qual certa verginità..Barando, ahimé, un pò troppo sugli aspetti del suo coinvolgimento nel caso Brigate Rosse.
Troppe ombre oscurano ancora il cielo della Verità. Una verità purtroppo non molto coincidente con la sua.
Girotto ha un passato turbolento di missionario-guerrigliero. Si stava costruendo un’icona di combattente per la libertà e contro tutte le oppressioni. Ma non aveva la vocazione del martire (prima Verità).
Dal 1971 al 1973 si è dato alla macchia, preceduto, ovunque si parlasse di lui, da quella famosa immagine aureolata che lo voleva “bandito” per essersi rivoltato nel vedere una madre e i suoi figli mitragliati a morte. Oggi, saggiamente, nega l’esistenza di quell’episodio, e non si sa chi abbia messo in giro questa “fola” peraltro credibile.
Viene rimpatriato (come? da chi?), nascosto in un convento sul lago d’Orta (il Padre provinciale ne era al corrente?) e, un giorno, voilà appare e si infiltra nelle BR provocandone, con il suo operato di spia, l’arresto di Curcio e Franceschini. Moretti no, perché, guarda caso, viene “avvisato da una telefonata anonima”.
Ora, io dico, si può credere ad una stupidaggine simile? Certamente no. Mica posso pensare che io, brigatista, riceva una simile telefonata e dica: “Ok amico, vabbé non ci vado”; qualcuno mi avrà detto perché non ci dovevo andare, e, sopratutto, quel qualcuno per telefonarmi deve come minimo sapere come rintracciarmi, deve quindi sapere dov’é il mio covo e deve qualificarsi e farsi riconoscere come “amico”.
Amico.. della Cia? Del Mossad? (Franceschini dice che il Mossad li aveva contattati, lui e Curcio, e promesso loro l’impunità purché continuassero nel loro operato terroristico; anzi, che “colpissero sempre di più e sempre più ferocemente”. Non accettarono, di conseguenza furono catturati.).
La seconda, evidente, bugia di Girotto prende forma quando sostiene di essersi infiltrato per una sorta di “giustizia” politica. Sbaragliare le BR era necessario. Ed era giusto. Ma la verità che il buon frate si è prestato alla bisogna perché necessitava un’operazione che desse lustro allo Stato ed al suo Governo (DC), perché questo era il prezzo per la sua ritrovata verginità e.. perché avrebbe aperto la strada all’operazione Moro. Tutto sotto l’ombra del Cupolone, e degli interessi americani che paventavano l’apertura “estremista” dello statista nei confronti del PCI.
Fantasie politiche? Non credo. Moretti, a sua volta si è oscuramente venduto convinto della sua intoccabilità. E, ad ogni modo, tutto risale molto indietro nel tempo, all’Hyperion e le sue infiltrazioni da parte dei servizi segreti di mezzo mondo.
Molti si sono macchiati le mani col sangue di Aldo Moro. Agnello sacrificale di una politica sporca di cui ancora oggi si sente il fetore..
mauro

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Gladio e il caso Moro
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Salvoni, l’Abbé Pierre e l’Hyperion

Innocente Salvoni

Salvoni é un personaggio assai interessante. Marito di Francoise Tuscher, segretaria del famigerato istituto di lingue parigino Hyperion e nipote dell’Abbé Pierre, il 16 marzo del 1978, venne riconosciuto da due testimoni come uno dei membri del commando brigatista che, in via Fani, sequestrò Moro. Ma l’Abbé Pierre si precipito a Roma, nella sede democristiana di piazza del Gesù, per incontrare alcuni membri della segreteria scudocrociata. Il risultato di quella visita fu che il nome del nipote venne cancellato dalla lista dei brigatisti ricercati.
Ora la magistratura torna ad occuparsi di lui e dell’istituto Hyperion.
Durante il caso Moro, l’Hyperion era collegato a un altro istituto di lingue francese che aveva sede in piazza Campitelli, a 150 metri da via Caetani – dove fu ritrovato il cadavere di Moro. Poche settimane prima del sequestro, nel mese di febbraio, l’Hyperion aveva aperto un ufficio di rappresentanza a Roma, in via Nicotera 26 (in quello stesso edificio, c’erano alcune società coperte del Sismi). Quell’ufficio fu chiuso subito dopo il sequestro.
Ma che cos’era in realtà l’Hyperion? L’istituto, con ogni probabilità, era in rapporto con servizi segreti di diversi paesi (dell’est, dell’ovest e israeliano). il sospetto – già affiorato in altre inchieste giudiziarie poi abortite – é che intellettuali ad esso collegati facessero parte del cervello politico delle brigate rosse.
Significative, a questo proposito, due cose dette dal giudice Rosario Priore (titolare di ben 4 inchieste sul caso Moro) intervenendo alla presentazione del libro di Fasanella & Rocca chez Bibli.
La prima: i servizi segreti di diversi paesi sapevano che in Italia si stava preparando il sequestro Moro.
La seconda: il direttore d’orchestra Igor Markevitch aveva rapporti con l’Hyperion.

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Mogli o amanti?

In questi giorni si fa un gran parlare del sondaggio di Donna Moderna (anche per radio) sul tema della donna come “amante”. Lo riportiamo dopo questo interessante articolo di Milana Runjic. Non vi garantisco il collegamento ondine, però potete provare a rispondervi (ovviamente è per voi donne) e trarne le conclusioni che crederete meglio..

mauro

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La cecità è donna

Homo homini lupus, e la donna è una belva con le altre donne. Il vecchio Hobbes aveva ragione

Internazionale 684, 15 marzo 2007

Le mogli non amano le amanti, e su questo non ci sono dubbi. Anche quando non sono certe che ci sia davvero un’altra, gli basta un semplice presentimento per piombare nel panico. Ma quando le mogli scoprono che l’amante esiste davvero, allora sì che comincia lo spettacolo.

In questo gioco dei ruoli piuttosto prevedibile, agli occhi della moglie l’amante è una donna che, ricorrendo a tecniche oscure, riesce a portarle via il marito: s’innamora di lui e lo costringe a innamorarsi di lei. È chiaro, quindi, che la moglie ha un atteggiamento irrazionale: non vuole vedere il marito come promotore attivo dell’adulterio perché, Dio mio, lui voleva solo divertirsi un po’, e invece è arrivata quella lì e ha rovinato tutto!
Un’innocua avventura si è trasformata in una relazione parallela. Ma è assolutamente inimmaginabile che il marito cercasse qualcosa di più di una semplice avventura.

Una notte di sesso è l’unica esigenza che una moglie può arrivare a concepire per il marito. Basta riflettere meglio sui sentimenti che la moglie prova nei confronti dell’amante, per rendersi conto che il suo è un semplice istinto di sopravvivenza teso a proteggere il matrimonio. Un istinto che le impedisce di considerare l’amante un essere umano.

Quella donna è la malvagità, il male in persona, pensa la moglie, una creatura senza morale che si è messa con suo marito per puro ozio o, se lui ha i soldi, per puro calcolo.

In qualche film o in qualche romanzo, a volte capita che moglie e amante finiscano per tollerarsi, magari diventando segretamente amiche e facendosi perfino il regalo di compleanno. In qualche film o in qualche romanzo la moglie si rende conto che l’amante è solo una donna in una situazione scomoda, proprio come lei. Ma nella realtà la moglie non può accettare che la relazione parallela sia qualcosa di diverso da un rapporto imposto al povero marito da quella donna. Agli occhi della moglie lui è la vittima dell’adulterio, certo non il protagonista, e meno che mai l’autore.

L’amante, invece, è una belle dame sans merci che ha fatto breccia nel suo matrimonio e l’ha rovinato. È l’ostacolo alla felicità coniugale, perché non si vuole togliere di mezzo, non vuole lasciare in pace suo marito. Che razza di donna è questa, si domanda la moglie, che s’immischia senza nessuno scrupolo nel matrimonio di qualcun altro?

Ma la vera domanda da porsi, a questo punto, è questa: possibile che tutti i discorsi sulla complicità tra donne siano solo chiacchiere? Homo homini lupus, e la donna è una belva con le altre donne. Il vecchio Hobbes aveva proprio ragione.

Guardando le cose dall’altro lato, però, si scopre che la cecità dell’amante è simile a quella della moglie. L’amante, infatti, non riesce a capire perché il suo uomo sia ancora sposato, dal momento che è innamorato di lei. Non importa se il suo matrimonio dura da dieci, venti o trent’anni: l’amante è convinta di poter cancellare tutti i suoi ricordi.

E le riesce ancora più difficile immaginare che tra gli sposi possa continuare ad ardere una qualche emozione. Per l’amante è un tabù assoluto: secondo la sua logica, se l’uomo provasse ancora qualcosa per la moglie, non si sarebbe imbarcato in una nuova relazione. Punto.

Per l’amante la moglie non è una persona ma un ostacolo. Considera un errore tutta la vita precedente del suo uomo – in particolare il suo matrimonio. E adesso è arrivata l’ora di rompere con gli sbagli del passato. Zac.

L’amante non riesce proprio a capire perché il suo uomo dovrebbe continuare a galleggiare nella palude coniugale, se con lei ha trovato tutto ciò che gli serve. E anche di più. L’amante odia la moglie perché è convinta che trattenga il marito in casa, probabilmente legato al letto. Lui non tornerebbe mai a casa di sua volontà!

Ci torna solo perché l’altra minaccia di uccidersi, di uccidere i bambini. Quella è peggio di Medea, e lui resta con lei solo perché è costretto.

Così, l’uomo trascorre il suo tempo in compagnia di due donne cieche. Si piega come un filo d’erba nella tempesta, perché ovunque si affaccia trova una brutta aria. Fa quasi pena. Ed è giusto compatirlo, perché lui voleva solo portare un po’ di felicità poligamica nella sua triste vita. Come mai quegli sceicchi mediorientali scoppiano di salute e di felicità? Forse perché hanno una decina di mogli che fanno di tutto per renderli felici.

E allora perché tante storie per un uomo che ne ha solo due? Perché per lui è così difficile fare quello che gli sceicchi fanno con tanta disinvoltura? Siamo di fronte a uno scontro di civiltà, di culture, di tradizioni secolari? Perché le donne delle nostre parti sono così esclusive, e quelle in Medio Oriente così pronte alla condivisione?

Ma a tutte queste domande si potrebbe rispondere con un’altra domanda: perché quell’uomo non carica su un tappeto volante tutti i suoi dubbi e non si trasferisce in qualche remoto sceiccato, dove potrebbe finalmente coltivare la poligamia senza tutte quelle laceranti difficoltà che gli avvelenano la vita? A questa domanda non sanno rispondere neanche i poeti persiani.

Milana Runjic


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Milana Runjic
È una scrittrice croata. Vive a Zagabria, dove ha una piccola casa editrice. Scrive una rubrica sul settimanale croato Globus, e la column “Seksopoli” per il mensile statunitense The Believer.
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Tutti gli articoli di Milana Runjic pubblicati da Internazionale

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Il sondaggio di Donna Moderna..

SEI MAI STATA UN’AMANTE? E IN QUALE DI QUESTE CATEGORIE TI RICONOSCI?

(Voti:6083 Data inizio sondaggio: 20/04/2007)

Domande 1-11 di 11:

Una donna che si lega ostinatamente a un uomo non libero è:

Sfortunata

Egoista

Immatura

Le amanti sono “rovinafamiglie”

No, rovinano solo se stesse

È più grave portare via un uomo a un’altra donna?

No, è più grave portare via una donna a un altro uomo.

Ci sono amanti che sperano per lungo tempo che lui lasci la moglie per loro: sono indomite innamorate?

No, sono solitarie masochiste

Nei cosiddetti amori impossibili si è attratti dall’amore?

No, solo dall’impossibilità di averlo

Le amanti che spendono la loro vita in attesa di un uomo sposato sono fiduciose?

No, hanno solo paura di un rapporto stabile

Lui è sposato e tu lo ami: sei disposta ad aspettarlo per sempre?

No, gli poni precise condizioni

Per stare con te lui racconta alla moglie un sacco di bugie. Pensi che menta solo a lei?

No, mente anche a me

Rispetto alla donna che lui tradisce ti senti più forte?

No, mi sento più debole

In una relazione con un uomo sposato occorre più grinta?

No, solo più spirito di sacrificio

Pensi che vivere da amante sia più romantico?

No, solo più deprimente

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L’opzione rivoluzionaria di Camilo Torres

Bene, male. Violenza, non-violenza. Quando un cristiano può, o deve, armare il suo braccio a difesa dei poveri, degli ultimi, degli innocenti. E’ lecito uccidere? Diamo uno sguardo a Camilo Torres, su chi fu veramente, e perché scelse (o fu obbligato a scegliere) la via della lotta armata.

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Le guerre e gli atti di intolleranza praticati da credenti delle più diverse religioni si fondano su una visione di Dio che ama il bene e odia il male, premia il giusto e castiga l’empio. Nel corso del tempo, molti religiosi si sono sentiti investiti della missione di essere la “spada di Dio” per castigare i nemici. I fondamentalismi e i fanatismi sono espressione di questo modo di vivere e di comprendere la fede. È interessante constatare, d’altro lato, che i grandi mistici sono stati anche persone immerse nell’effervescenza politica della loro epoca: san Francesco d’Assisi combatté il capitalismo nascente (come ben dimostra la magistrale opera di Leonardo Boff, San Francesco, tenerezza e forza). Tommaso d’Aquino difese, in Il regime dei principi, il diritto all’insurrezione contro la tirannia. Caterina da Siena, analfabeta, interpellò il papato. Nel 1578, Teresa d’Avila, “donna inquieta, errante, disobbediente e contumace”, come venne definita dal vescovo rappresentante del papa in Spagna, rivoluzionò, con san Giovanni della Croce, la spiritualità cristiana.

Cadono a febbraio i 40 anni dalla morte in combattimento del padre Camilo Torres, sacerdote cattolico che, sul finire della sua vita, fece parte di un gruppo guerrigliero e lottò fino alla morte per liberare la Colombia e trasformare il mondo. Molti hanno diffuso l’idea che Camilo Torres fosse un pretino fanatico e ingenuo che prese la strada che oggi corrisponderebbe al terrorismo. Molti vogliono far diventare il termine guerrigliero sinonimo di terrorista, sebbene molti eroi dell’indipendenza dell’America Latina abbiano partecipato a guerre di liberazione, e il Brasile, che non visse una lunga guerra di indipendenza, abbia fatto di Tiradentes un eroe nazionale.

Camilo Torres è stato il leader di un’insurrezione armata che si preparava ad usare la tecnica della guerriglia. Fu scoperto e preso prima. Se non è possibile giustificare la violenza o canonizzare la guerra, è doveroso porre migliore attenzione alle complessità della storia. Quanto a Camilo Torres, per giustizia e verità storica, è bene chiarire: egli entrò nella guerriglia colombiana nel 1965, a 35 anni. Era già teologo e aveva concluso gli studi di Sociologia a Lovanio (Belgio). A Bogotà fu fondatore e professore della Facoltà di Sociologia e decano della Scuola Superiore Pubblica e dell’Istituto di Amministrazione Sociale. Fu rappresentante del cardinale presso la Giunta direttiva dell’Istituto Colombiano della Riforma Agraria.

È qui che Camilo prende conoscenza diretta delle condizioni subumane in cui vivevano i lavoratori e gli indios, e di come lo stesso aiuto dato dal governo e dalla Chiesa servisse per mantenerli nella dipendenza sociale e nella schiavitù. Per questo, egli lotta per introdurre criteri più giusti e perché la legge venga applicata senza eccezioni. Quando si rende conto che non ottiene nulla, si convince che la rivoluzione è l’unica via d’uscita possibile. Sa che la sua posizione scandalizzerà tutti. Per questo scrive: “Sono un rivoluzionario, come colombiano, come sociologo, come cristiano e come sacerdote. Come colombiano, perché non posso estraniarmi dalle lotte del mio popolo. Come sociologo, perché grazie alla mia conoscenza scientifica della realtà, sono giunto alla convinzione che le soluzioni tecniche ed efficaci non sono raggiungibili senza una rivoluzione. Come cristiano, perché l’essenza del cristianesimo è l’amore per il prossimo e solo attraverso una rivoluzione si può ottenere il bene della maggioranza. Come sacerdote, perché dedicarsi al prossimo, come la rivoluzione esige, è un requisito dell’amore fraterno indispensabile per celebrare l’eucarestia“.

Viene dimesso da tutti gli alti incarichi che ricopriva all’Università e destituito dal sacerdozio. Vescovi e sacerdoti non gli perdonano il fatto che egli abbia chiesto l’espropriazione dei beni della stessa Chiesa. Camilo aveva tentato di fondare un ampio movimento educativo nella città. Viene minacciato. Si rifugia nelle campagne. Pensa che solo la guerriglia può veramente cambiare la situazione del popolo. Non è quello che, nell’accezione comune, si definisce un uomo violento. Al contrario, tutti quelli che lo hanno conosciuto lo consideravano una persona pacifica e umile. Ma era come il Mahatma Gandhi, il grande maestro della pace, che diceva di preferire un’azione violenta alla codardia o all’omissione. Il pastore Dietrich Bonhoeffer, teologo tedesco, martire del nazismo, affermava: “Non basta fuggire il male. È necessario combatterlo, o si diventa suoi complici“. E attentò alla vita di Hitler dicendo: “Se io fossi su una strada in cui sta giocando un gruppo di bambini e, d’improvviso, vedessi un autobus guidato da un autista assassino venire dritto sui bambini… se avessi la possibilità di tirare una pietra sul parabrezza o porre un ostacolo sulla strada per fargli cambiare direzione e precipitarlo nell’abisso, anche se so che questo ucciderebbe l’autista, non esiterei a farlo per salvare la vita degli innocenti“.

Camilo Torres entra in un gruppo di guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale e dice che lo fa per coerenza con l’eucarestia che celebra, rito che esige il dono totale della sua vita. I militari preparano un’imboscata e Camilo cade sotto i colpi della 5° Brigata dell’esercito colombiano.

Quarant’anni dopo, quanti cercano di vivere l’ideale di Camilo Torres comprendono che egli fu obbligato a optare per la lotta armata. Egli stesso insisteva sul fatto che la rivoluzione più profonda avverrà solo tramite l’educazione. Oggi più che mai, la pace e la giustizia non cresceranno attraverso atti di forza e di violenza. La parte più sana dell’umanità è convinta che non esiste guerra giusta e che nessun gruppo messianico salverà il popolo. Tutti coloro che si rifanno all’eredità di Camilo Torres si consacrano ad una rivoluzione nonviolenta, ma onorano la memoria di questo martire che, nella forma in cui ha potuto, ha dato la sua vita per un mondo di giustizia e di pace.

Questo ideale richiede la nostra adesione e ha bisogno della nostra consacrazione.

p. Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano e teologo della Liberazione (da ADISTA)

fonte: http://www.donvitaliano.it/?p=49