Archivio | maggio 26, 2007

Alò Salò alalà. Partigiani e Repubblichini

Fatti e Fattacci solo dell’altro ieri. Ma di cui sentiremo ancora parlare, temiamo.

Storia recente (brutta) e Storia passata (da buttare?). Quando partigiani e repubblichini si riscoprono fratelli in nome di Mamma Italia (e anche di qualcos’altro..)

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Di Antonio Tabucchi – “il manifesto” 14 gennaio 2006

Ai primi dell’anno, per fare gli auguri all’Italia è approdata al Senato una legge voluta dalla destra e firmata dal senatore di Alleanza nazionale Riccardo Pedrizzi che equipara partigiani e repubblichini, perché considerati «militari belligeranti».

Per ora quella proposta è stata bocciata, ma questo fatto positivo non cambia la gravità del disegno. Naturalmente sarebbero stati compresi nell’equiparazione anche i sopravvissuti delle famigerate bande Koch e Carità, e altre bandette assassine e torturatrici che davano una mano ai nazisti nei loro eccidi al di sotto della linea gotica.

Dalla sinistra ferita, specie molti esponenti Ds, si sono levate esclamazioni di indignazione. L’Italia è un paese privo di coerenza politica, visto che questa legge non è altro che la logica conclusione di un percorso iniziato qualche anno fa proprio da un esponente Ds, l’onorevole Luciano Violante. A lui si deve, in un incontro con l’onorevole Fini il conio del gentile sintagma «ragazzi di Salò» per denominare i militi repubblichini.

Se si abbassa l’età, le responsabilità diminuiscono, e poco importa se molti dei saloini, soprattutto i caporioni, erano vecchi fascisti incarogniti come il maresciallo Graziani. Inoltre la parola «ragazzi» è portatrice di tenerezza e di affetto: si dice dei calciatori della nazionale, dei militari italiani in Iraq al seguito di Bush. Con questo lessico che richiama sempre alla mente la mamma e che ha qualcosa di giocoso (perché i ragazzi giocano, anche «I ragazzi della via Paal» facevano la guerra fra di loro, ma era una guerra per gioco) l’Italia ha giocato tanto nel secolo scorso.

Pensate, «i nostri ragazzi» andarono in Libia, in Abissinia, in Albania, tentarono di spezzare le reni alla Grecia sul bagnasciuga, e altre missioni di questo tipo. Eventualmente in Abissinia e in Libia fu lanciato qualche gas asfissiante, fu bombardata Tripoli, furono usati i lanciafiamme nei villaggi con capanne di paglia, ma questo faceva parte del gioco. E poi erano ragazzi. Insomma per il suo irrefrenabile spirito giovanilistico che tutto il mondo ci invidia l’Italia non ha da chiedere scusa a nessuno, e infatti non l’ha mai fatto. E dunque non deve chiedere scusa neanche a quella parte dell’Italia che i repubblichini, a fianco dei nazisti invasori, deturparono con eccidi osceni.

Anche perché, le torture, i rastrellamenti, i massacri, le complicità con le Ss venivano da un profondo ideale che i «ragazzi» nutrivano, e un ideale, si sa è pur sempre un ideale. Per capire bene l’ideale dei repubblichini bisogna pensare che essi fecero quelle scelte «credendo di servire ugualmente l’onore della propria patria». Questo ribilanciamento dell’ideale repubblichino viene dalle alte parole del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il quale, il 14 ottobre 2001, durante una cerimonia sulla resistenza, in un paese vicino a Bologna, pronunciò solennemente le seguenti parole che il protocollo del Quirinale mi fece allora pervenire via fax: «Abbiamo sempre presente, nel nostro operare quotidiano, l’importanza del valore dell’unità d’Italia. Questa unità che sentiamo essenziale per noi, quell’unità che oggi, a mezzo secolo di distanza, dobbiamo pur dirlo, era il sentimento che animò molti dei giovani che allora fecero scelte diverse e che le fecero credendo di servire ugualmente l’onore della propria Patria».

In quell’occasione pubblicai su Le monde un articolo dove dicevo che Ciampi aveva «pronunciato parole improponibili per una Repubblica nata dall’antifascismo». Il Corriere della Sera, dove allora scrivevo si rifiutò di tradurlo. La Stampa che ha un accordo con Le Monde, anche. Mi rivolsi all’Unità. Me lo pubblicò Furio Colombo («L’italia alla deriva», il 21 ottobre 2001). Il giorno seguente l’onorevole Piero Fassino interveniva con un articolo sdegnato nei miei confronti. Come avevo osato contraddire l’alto concetto di Carlo Azeglio Ciampi? Forse che il nostro paese non aveva bisogno di unità e non di ulteriori lacerazioni che tanto male ci avevano fatto nel passato? E poi, ribadiva Fassino, anche quello dei repubblichini era un ideale, seppur sbagliato.

Ecco: si trattava di ragazzi che avevano «sbagliato». In buona fede. Ah, la buona fede! Ma il mondo è pieno di buona fede, lo è sempre stato. Quando l’inquisizione mandava gli «eretici» sul rogo, lo faceva in buona fede e per la buona fede, quella vera. E quanto ai «ragazzi» delle Ss che commettevano eccidi nel nostro paese, quanto agli addetti ai forni crematori, molti dei quali volontari, non lo facevano forse in buona fede? Il loro, in fondo, non era un ideale? È vero, quell’ideale prevedeva un ripulisti dalla faccia della terra di razze considerate inferiori, soprattutto gli ebrei e voleva la dominazione assoluta della razza ariana (che fra l’altro come sappiamo è un fenotipo inesistente). Ma non si può negare che fosse un ideale.

Io credo che in un’Europa unita come la nostra il governo italiano dovrebbe unire i suoi sforzi a quelli di analoghi equiparatori di altri paesi affinché i loro «militari belligeranti» godano dello stesso statuto di coloro che combatterono per l’altro ideale. Il ministro degli estri Fini dovrebbe avere la forza di chiedere al Parlamento europeo al suo omologo tedesco e francese il riconoscimento di aver lottato per un ideale ai militi delle Ss, ai membri della Gestapo e ai miliziani di Vichy. Fare questa riabilitazione da soli sembra un autismo insensato in un’Europa dei diritti.

Sempre per seguire la logica, le stesse persone dovrebbero riconoscere che anche i piloti di Al Quaeda che si sono infilati nelle torri gemelle erano «ragazzi» che avevano un loro ideale, anche se sbagliato. Così come sempre per un ideale, seppure sbagliato alcuni «ragazzi» palestinesi entrano negli autobus con una cintura di tritolo sotto la giacca. La logica impone che se si parte dalla A si deve arrivare alla lettera Z. Perciò, se si riconosce un ideale, che si abbia il coraggio di andare fino in fondo. In questo modo, probabilmente gli equiparatori riusciranno a stabilire quell’armonia e quella pace la cui assenza lacera oggi sciaguratamente il mondo.

Dunque, del tutto contraddittorie, paiono oggi le lamentazioni di quella sinistra che dopo aver riconosciuto l’uguaglianza degli ideali si vorrebbe fermare lì, rifiutandosi incongruamente di accettare le conseguenze pratiche di tale principio. Se però tali equiparatori avessero dei dubbi nel venire al sodo, allora si leggano Primo Levi, Walter Benjamin, Anna Harent, Habermas e altri storici e filosofi della storia. Cioè, si facciano una cultura, anche minima, anche elementare, siano essi segretari o presidenti, onorevoli o onorevolissimi, sottosegretari o portavoce. Perché si ha l’impressione che la loro formazione sia avvenuta piuttosto sui testi di Oriana Fallaci e Giampaolo Pansa. È tardi, si sa, e l’università versa nelle condizioni che sappiamo.

Ma esistono ancora ottime scuole serali, scuole per anziani che vogliono imparare cosa significa un’affermazione che tocca la storia di una nazione e le sue ferite più profonde.

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Nessun "giusto processo" è possibile contro Rahmatullah

EMERGENCY – Comunicati stampa

21 maggio ’07

“La procedura nei confronti del mediatore di Emergency Rahmatullah Hanefi è stata completata e le accuse a suo carico saranno rese note ‘a giorni’. Lo ha detto il presidente afgano Amid Karzai al ministro degli Esteri Massimo D’Alema”.

Ciò che si pretende – e si consente – di chiamare “procedura completata” è una detenzione arbitraria e illegale anche secondo la Costituzione e le leggi afgane, durata due mesi, contro un cittadino afgano, privato di qualsiasi diritto alla difesa, alla visita di un avvocato e di parenti, a un’assistenza sanitaria certa.

Nessuno potrà mai conoscere come si siano formate le “accuse a suo carico”, che (come si ripete da oltre un mese) “saranno rese note a giorni”.
Queste eventuali “accuse” e le eventuali “prove” a loro sostegno, formate illegalmente, sarebbero assolutamente inammissibili secondo le stesse norme afgane vigenti.

Ignorare questa circostanza parlando di “giusto processo” per Rahmatullah Hanefi sarebbe complicità in una macabra parodia.

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25 maggio ’07 – Domani il governo afgano s’impossessa degli ospedali di Emergency

«Come dichiarato, il ministero della sanità aprirà ufficialmente i 3 ospedali sabato 26 maggio. Questa mail è soltanto per informarvi sulla situazione qui. Saluti».
«Prendiamo atto della sua mail che afferma che “il ministero della sanità aprirà ufficialmente i 3 ospedali sabato 26 maggio”. Il direttivo di Emergency considera questa come l’ultima offesa e provocazione delle autorità afgane contro la nostra organizzazione. Continueremo la nostra campagna internazionale per la liberazione del nostro dipendente Rahmatullah Hanefi.
Saluti».

Questa corrispondenza è intercorsa nella serata di giovedì 24 maggio tra il ministero della sanità afgano ed Emergency. Il messaggio del ministero della sanità afgano conferma come l’obiettivo del governo Karzai fosse l’espulsione dal paese di un testimone sgradito. Dai registri degli ospedali di Emergency risulta la quantità di vittime civili della guerra in corso. Gli ospedali di Emergency documentano, in sé stessi, la possibilità di un’assistenza sanitaria efficace, gratuita e rispettosa, che il governo Karzai non vuole attuare. Risulta anche chiarito come l’arbitraria fissazione di un «ultimatum» per il 25 maggio fosse un mediocre espediente per espellere Emergency senza assumerne diretta ed evidente la responsabilità. Di questa iniziativa non è vittima una ONG, ma la popolazione afgana, che ha ripetutamente sollecitato le autorità del paese a rendere possibile il ritorno di Emergency. Emergency considera questo esito facilitato dall’indifferenza e dalla sostanziale complicità del governo italiano. Emergency rinnova il suo impegno per la liberazione di Rahmatullah Hanefi, che da oltre due mesi subisce dal governo Karzai vessazioni e abusi.

fonte:http://www.emergency.it/menu.php?A=006&SA=058&ln=It&cs=115

L’amore di Carlos e Fernando

WOW per questa coppia di fenicotteri della riserva naturale di Slimbridge in Gran Bretagna. Si chiamano CARLOS e FERNANDO e il loro amore gay dura da 5 anni. Ogni anno svolgono i riti sessuali e fanno il nido. Da quando stanno insieme hanno già allevato tre generazioni di piccoli fenicotteri e si sono sempre dimostrati due ottimi genitori. L’unico problema è la provenienza delle uova … Comunque la storia di questi due fenicotteri gay non è affatto un caso raro, studi hanno dimostrato che anche nel mondo animale ci sono molti casi di rapporti omosessuali


l’omosessualità nel mondo animale:
info

fonte: http://www.gayelesbicheprato.it/in & out ovvero wow & bleah.htm

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Birmania, il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ancora agli arresti domiciliari

Brevi

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Birmania – 25.5.2007 16:50:00

Prolungata la condanna della leader democratica Aung San Suu Kyi

La giunta militare birmana ha prolungato di un anno la durata della condanna agli arresti domiciliari per la leader dell’opposizione democratica e non violenta, Aung San Suu Kyi. La detenzione della donna sarebbe dovuta finire domenica. Aung San Suu Kyi ha trascorso agli arresti domiciliari 11 degli ultimi 17 anni da quando, nel 1990, la Lega Nazionale per la Democrazia, di cui lei era alla testa, vinse le elezioni. L’esercito annullò i risultati e non le venne mai permesso di governare. Il prolungamento della condanna era ampiamente previsto, perché secondo la legge birmana gli arresti domiciliari a cui è sottoposta Aung San Suu Kyi devono essere rinnovati ogni 12 mesi. La scorsa settimana diversi leader politici internazionali, tra cui gli ex presidenti statunitensi Bill Clinton e Jimmy Carter e l’ex presidente della Corea del Sud Kim Dae-Jung, hanno ufficialmente chiesto al capo della giunta militare, il generale Than Shwe, di rilasciare la donna.

fonte: http://www.peacereporter.net/default_news.php?idn=37525

Caro Giovanni, non ce ne siamo dimenticati …



23/05/2007Caro Giovanni, non ce ne siamo dimenticati …


Non volevamo scrivere nulla e lasciare che il silenzio sedasse la nostra rabbia. Allora prima di pubblicare l’email di capitan Ultimo vorremmo scrivere una ipotetica lettera a Giovanni.

Caro Giovanni,
sono passati 15 anni da quel tremendo 23 maggio del ’92 quando tu, Francesca, Vito, Rocco e Antonio avete perso la vita donandoci uno strumento di protesta. Nei primi anni ci abbiamo provato, venivamo a Palermo a sporcarci i piedi con la terra di Piazza Magione così degradata. Ma in quella piazza avevate giocato tu e Paolo e ci bastava per non sentire la polvere che si impastava al sudore.
Ci tenevamo per mano e ci volevamo bene e faticavamo a ricordare chi ci eravamo dimenticati.
Oggi non c’eravamo sotto il tuo albero perché abbiamo sentito forte l’impotenza verso uno Stato che investe in “navi” (giustissimo) ma che non sgancia una lira per togliere i ragazzi delle periferie dal fango, per dare loro le fognature e un prato verde su cui giocare. Tutti fanno i complimenti al centro sociale dello Zen2, ma nessuno stanzia soldi per renderlo più vivibile.
Siamo stati ieri in quel quartiere e ti assicuro che è in quella polvere e in quella povertà che abbiamo sentito la presenza di te, di Paolo, del giudice Scopelliti… quest’ultimo come degno rappresentante dei “Dimenticati”.
Caro Giovanni, noi siamo certi che anche tu non avresti nulla in contrario nel destinare i soldi per ricordare quel giorno tragico in strumenti per quei ragazzi che vivono in quella polvere in cui tu e Paolo avete giocato.
Se puoi illumina certa antimafia e fai in modo che ritrovi la via dell’umiltà e del lavoro quotidiano senza necessariamente riflettori e politici ipocriti o amici dei politici ipocriti.
Ciao Giovanni, salutaci tutti, salutaci chi non ricordiamo e se puoi porgi le nostre umili scuse.

Un caro abbraccio

Associazione Antimafia “Rita Atria”




23 maggio 2007. per Giovanni Falcone.

combattere con le azioni quotidiane,
con i gesti semplici
di una solidarietà che non vuole apparire
e non vuole essere ostentata, è la base della ribellazione degli
ultimi.

Oggi vediamo gli emblemi del potere cavalcare la memoria dei caduti,
cavalcare la rabbia e i sogni dei ragazzi, dei giovani che sognano la
legalità e la libertà.

Oggi vediamo chi ha la responsabilità della lotta alla mafia
sfilare con quelli che dovrebbero giudicare la sua efficacia e la sua
efficienza.

La promiscuità tra potere e società civile tradisce la purezza,
mischia le carte ed i ruoli. Diffidiamo dei buoni maestri; dai
professionisti dell’ antimafia vogliamo risultati, azioni e non
proclami o sfilate.

La ribellazione corre lungo i muri scrostati delle periferie,
nei cortili sporchi dove l’ uguaglianza è solo nella miseria, nel
vuoto, nella violenza che copre ogni dignità. Noi siamo la ribellione
a quella violenza, a quel potere e a quella miseria, e quando dico
questo, i nostri occhi sono splendenti perchè non hanno un padrone.

ultimo


fonte: http://www.ritaatria.it/

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Amato e lo stilema antimafia

Amato fa di mestiere il ministro dell’Interno. In passato fu consigliere di Craxi per lunghi anni. Craxi finì in esilio e lui al governo. Si è recato a Palermo per i 15 anni della strage di Capaci. Un ragazzo gli ha ricordato dei 25 condannati in parlamento, di Cuffaro imputato per favoreggiamento aggravato, dell’assenza dello Stato in Sicilia.
Giuliano l’apostata socialista non si è sottratto al confronto con il coraggio e la cultura che lo contraddistinguono.
A muso duro
ha confortato il ragazzo dandogli del capo populista, del giustizialista ingiusto, del retorico, dell’emotivo, dell’unilaterale. Ha poi aggiunto con grande padronanza della lingua di Dante: “Non creare questo conflitto tra l’Isola e il continente, in questo modo usi stilemi tipici del populismo isolano.”
La Mafia può dormire sonni tranquilli. Il ministro dell’interno ha sbaragliato uno studente siciliano antimafia. Ha dato l’esempio. Ora può tornare a Roma e fare due chiacchiere e prendere un caffé con due pregiudicati, Vito e Pomicino, eletti nella commissione Antimafia, e con Andreotti, persona da sempre informata sui fatti.

Palermo, 23 mag. – (Adnkronos) – Botta e risposta tra il presidente della consulta studentesca di Palermo, Francesco Cipriano e il ministro dell’Interno Giuliano Amato durante il dibattito nell’Aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo dal tema ‘L’Italia che cambia: politica, istituzioni e societa’ nel corso della commemorazione del 15° anniversario della strage di Capaci. Nel suo intervento, il giovane studente, rivolgendosi ad Amato ha ricordato che in Parlamento ‘siedono 25 condannati’, parlando anche del presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, imputato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra in un processo a Palermo.
‘Le do un suggerimento signor ministro -ha detto Francesco Cipriano- quando torna a Roma dica ai suoi colleghi che qui, a Palermo c’e’ la mafia’. E ancora: ‘nell’antimafia metteteci il cuore, lo stomaco, metteteci le palle’. Immediata la replica del ministro Giuliano Amato: ‘non mi e’ piaciuto affatto il tuo intervento sa gia’ di ‘capo populista’. Esprimi in modo unilaterale, retorico, emotivo, senza lasciare spazio per l’interlocutore, un sentimento giusto che e’ diffuso, ma senza ragionarsi sopra e’ un pericoloso esercizio che e’ velenoso per la democrazia’.
Parlando dei 25 parlamentari condannati, Amato ha sottolineato: ‘ho il coraggio di risponderti che devo distinguere tra condanne e condanne, ci possono essere condanne per reati minori che permettono, una volta scontata la pena, la piena riabilitazione, mentre altre condanne non portano alla riabilitazione. Se non fai questa distinzione, diventi un giustizialista ingiusto’. Nel suo intervento lo studente ha citato il blog di Beppe Grillo. ‘Queste cose non le impariamo dai libri -ha denunciato- ma siamo costretti a ricorrere ad Internet’. E Amato: ‘Grillo fa come te. Sono convinto che servono i Grillo ma non e’ detto che siano la bocca della verita’. E poi ha replicato ancora a muso duro: ‘non puoi dire a me e al governo ‘quando torna a Roma dica che qui c’e’ la mafia. Noi lo sappiamo bene, facciamo parte di uno schieramento politico al quale la lotta alla mafia deve molto. Io ti potrei rispondere, ricordalo a quelli di Palermo che qui c’e’ la mafia. Anche tu hai qui delle istituzioni. Quindi, non creare questo conflitto tra l’Isola e il continente, in questo modo usi stilemi tipici del populismo isolano.
Se hai questa passione utilizzala per una battaglia democratica e non certo populista’.

Postato da Beppe Grillo il 24.05.07 18:47

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Padre Zanotelli scrive a Prodi..

Egregio Presidente del Consiglio,
Pax et Bonum. Le auguro di cuore che questa antica benedizione francescana che raccoglie quella ebraica dello Shalom (pienezza di vita) diventi il Suo programma di governo. Io avevo tanto sperato che il suo governo avrebbe riportato l’Italia a essere Paese non più in guerra con altri Paesi, come prevede la Costituzione italiana (art.11). Purtroppo non è stato così. Ne prendo atto con rammarico. Devo confessarle che non me lo aspettavo. Non mi aspettavo la decisione di rimanere in Afghanistan. Una guerra ingiusta contro un popolo che non ci aveva fatto proprio nulla. Ma soprattutto non mi aspettavo una politica che mira a rendere l’Italia un Paese armato e a immetterlo nel complesso militar-industriale mondiale.

I fatti sono sotto gli occhi di tutti:

1. Il suo invito, lo scorso settembre durante la sua visita in Cina di porre fine all’embargo europeo e italiano per la vendita di armi al colosso cinese, è stato per tanti di noi un primo colpo al cuore.

2. La finanziaria di quest’anno ha stanziato 22 miliardi di euro per la Difesa. Un aumento del 12% rispetto alla ultima finanziaria del governo Berlusconi. Siamo al settimo posto al mondo per le spese militari.

3. Nella finanziaria di questo anno l’articolo 113 istituisce “un fondo per le esigenze di investimento della difesa” cioè per la ricerca militare. Si tratta per i prossimi tre anni di qualcosa come quattro miliardi e mezzo di euro. È un fatto di estrema gravità.

4. Il sottosegretario alla difesa, on. Forcieri, ha firmato a Washington lo scorso febbraio il protocollo di intesa su produzione e sviluppo del caccia F-35 (Joint Strike Fighter). Se ne costruiranno oltre 4.500 esemplari al prezzo di 45 milioni di euro cadauno. Per questo progetto l”Italia dovrà stanziare subito un miliardo di euro.

5. La decisione di ampliare la base americana di Vicenza (aeroporto Dal Molin) presa dal suo governo contro la forte opposizione della popolazione vicentina è molto grave.

6. Il rafforzamento delle basi militari americano e Nato, soprattutto nel Sud Italia, che diventa la nuova frontiera della guerra al terrorismo. La base di Sigonella (Sicilia) è in procinto di essere triplicata, mentre Napoli diventa la nuova sede del Supremo Comando navale americano di pronto intervento che giocherà tramite il “Comando dell’Africa” (Afri-Com) un ruolo notevole per il controllo americano del continente nero.

7. La firma, lo scorso febbraio di un memorandum di accordo quadro per fare entrare il nostro Paese sotto l’ombrello dello “Scudo” antimissile. Un accordo negato all’inizio dal suo governo e in un secondo tempo, ammesso. Così l’Italia e Polonia sono dentro il programma dello scudo antimissile mentre Grecia e Turchia non lo hanno accettato. Questo spacca ulteriormente l’unione europea e fa infuriare la Russia che grida alla “minaccia”.

8. Secondo il rapporto del suo governo presentato in parlamento lo scorso marzo, l’Italia ha venduto armi per un valore di oltre 2,19 miliardi di euro con un aumento di vendite del 61% rispetto all’anno precedente. Grossi affari per le banche armate, ma soprattutto per il suo governo che è il maggior azionista delle fabbriche di armi italiane.

Da tutto ciò mi sembra ovvio affermare che il suo governo sta marciando a piena velocità verso una militarizzazione del territorio e verso l’inclusione dell’Italia nel complesso militare industriale mondiale. Che questo avvenga proprio sotto un “governo amico” coperto da una “stampa amica” proprio non riesco ad accettarlo. E più grave ancora, mentre troviamo i soldi per le armi, non li troviamo per la solidarietà internazionale (siamo fanalino di coda nella lista Ocse per l’aiuto ai Paesi impoveriti). E non troviamo neanche 280 milioni di euro per pagare il “Fondo globale” per la lotta all’Aids, come era stato promesso ai vertici G8.

Presidente, che delusione! Soprattutto che tradimento dei poveri! Le auguro che l’urlo degli impoveriti che per 12 anni ho ascoltato nel mio corpo nella baraccopoli di Korogocho giunga al suo orecchio e l’aiuti a cambiare rotta.
Sono solo un povero missionario comboniano.

p. Alex Zanotelli
(Direttore di Mosaico di pace)
Napoli, 27 aprile 2007

http://www.disarmo.org/rete/articles/art_21538.html)

"Paga di merda, lavoro di merda"

Il titolo del post vi ricorda qualcosa? Penso di si, almeno ai non più giovani come me.. Erano gli anni della “contestazione”, e nei cortei si scandivano questo ed altri slogan. Sono passati quasi 40anni ma le cose non sono cambiate, anzi. Quelle conquiste che le classi lavoratrici erano riuscite ad ottenere non solo le hanno vanificate. Hanno distrutto (loro, i grandi imprenditori alla Luca Cordero) prima il mondo rurale per la loro fame di espansione economica (infatti sono stati gli unici, di fatto, a guadagnarci, con qualche ricaduta sul popolino che ha avuto un maggiore benessere che, peraltro, gli si sta ritorcendo contro) poi il mondo operaio, frantumandolo e annullandolo come mai era successo prima. Moltiplicando contratti, precarizzando il lavoro (al solo scopo di farlo rimanere tale a vita), annullando ogni identità professionale. Cittadini e lavoratori multiuso, privi di valore e sacrificabili ai grandi numeri: grigio pattume da spremere e riciclare sulla base delle richieste di mercato. Suscitate e imposte da loro. Luca Cordino di Monteprezzemolo, con quella sua aria da eterna vignetta alla Vauro, esterna e minaccia scadenze apocalittiche. Scendiamo in campo noi. La politica non esiste più. Nel 2015 metteremo a posto le cose. Come, non si sa. Certo non in meglio, almeno per noi. …………. Quì di seguito, una bellissima lettera di Marco Travaglio, attento e lucido come sempre.

Gentile Luca Cordero di Montezemolo,
il presidente di Federmeccanica, che fa parte della Confindustria, dice che l’aumento di 100 euro all’anno chiesto dagli operai è “una proposta ridicola” perché ci metterebbe “fuori dal mercato”. E lei ha dichiarato che la ripresa economica dell’Italia è “esclusivamente merito delle imprese”. Eppure lei stesso ripete sempre che un’impresa non è fatta solo dagli imprenditori e dai manager, ma anche dai lavoratori. Dunque tutti dovrebbero essere premiati per il loro lavoro. Invece i manager in Italia guadagnano molto di più dei loro colleghi del resto d’Europa, mentre i lavoratori molto di meno. In Italia un operaio guadagna in media, al lordo, 21 mila euro, contro i 29 mila della Francia, i 32 della Svezia, i 35 del Belgio, i 37 dell’Olanda, i 39,7 della Gran Bretagna, i 41 della Germania, i 42 della Danimarca.

Qualche anno fa, un tale disse: “se i nostri operai guadagnano poco, le macchine che gli facciamo costruire chi se le compra?”. Tra il 2000 e il 2005, secondo l’Eurispes, in Europa gli stipendi sono aumentati del 20%, in Italia del 13,7. Da noi gli stipendi dei lavoratori aumentano ogni anno del 2,7%, mentre quelli dei manager del 17%, otto volte l’inflazione. Le stipendio medio dei primi cento top manager italiani è di 3,4 milioni all’anno, 7 miliardi di lire: guadagnano 160 volte lo stipendio di un operaio, prendono in due giorni quello che un operaio prende in un anno. In ogni caso la Fiat, con le sue mani e con la cassa integrazione, s’è rimessa in sesto grazie a un manager come Marchionne. Che dunque si merita tutti i 7 milioni di euro che guadagna all’anno, poco meno di quelli che guadagna lei. Ma, se il mercato ha un senso, chi ottiene risultati dovrebbe guadagnare molto e chi va male dovrebbe guadagnare poco, o farsi da parte. Mi sa spiegare allora perché, visto come va la Telecom, il manager più pagato d’Italia è proprio Carlo Buora della Telecom, con 18.860 milioni di euro nel 2006 tra stipendio e liquidazione Pirelli? E perché Tronchetti Provera guadagna come Marchionne che ha risanato la Fiat? Poi c’è Cimoli, che ha così ben ridotto l’Alitalia: guadagna 12 mila euro al giorno, quello che un operaio guadagna in un anno. Il presidente di Air France guadagna un terzo: ma la compagnia francese è in attivo, mentre la nostra perde un milione al giorno. Dopo 2 anni e mezzo disastrosi, col buco Alitalia salito a 380 milioni, Cimoli per andarsene ha pure preso 5 milioni di liquidazione. Alberto Lina è l’amministratore delegato dell’Impregilo, capo-gruppo della ditta che smaltisce così bene i rifiuti in Campania: guadagna addirittura più di lei, 7,3 milioni. Anche lui prende in un giorno quanto un suo operaio guadagna in un anno. Dov’è il mercato? Dov’è la meritocrazia? La prima regola del mercato è che tutti rischiano qualcosa, e chi sbaglia paga. Voi top manager, invece, non rischiate mai nulla. Se avete successo, vi aumentate lo stipendio. Se fallite, ve lo aumentate lo stesso. Se vi cacciano, ci guadagnate una fortuna con le superliquidazioni. Poi passate a far danni da un’altra parte. E se non garantite la sicurezza o la salute dei vostri dipendenti, loro pagano con la vita, per voi c’è l’indulto. Con la certezza di morire di morte naturale, nel vostro letto. Gli operai invece muoiono al lavoro come le mosche, al ritmo di quattro al giorno. Andare a lavorare, in Italia, è più pericoloso che andare in guerra. Ogni anno muoiono 1250 lavoratori italiani, la metà delle vittime delle Torri gemelle, meno dei morti di tutto il mondo per attentati terroristici. E un milione restano feriti. Ora lei, dottor Montezemolo, è preoccupato che il tesoretto si disperda in mille rivoli. Giusto. Ma perché non parlate mai del tesorone dell’evasione fiscale, 200 miliardi l’anno? E del tesorone del lavoro nero e sommerso, il 27% del pil, cioè 400 miliardi? E del tesorone delle mafie, 1000 miliardi di euro? La legge sul falso in bilancio varata dal governo Berlusconi e finora confermata, in barba alle promesse elettorali, dal governo Prodi, consente a ogni impresa di occultare dai bilanci fino al 5% dell’utile prima delle imposte, al 10% delle valutazioni e all’1% del patrimonio netto. Centinaia di milioni di nero legalizzato per ogni grande gruppo. Una sorta di modica quantità di falso in bilancio consentita, come per la droga, per uso personale. Non vi vergognate di una situazione del genere, che vi rende tutti sospettabili? Il “mercato” è anche 25 anni di galera per chi trucca i bilanci, come in America: o no? Perché allora non avete detto una parola contro la depenalizzazione del falso in bilancio? Perché Confindustria non fa una grande battaglia per importare in Italia la legge americana sui reati finanziari? Vedrà che, recuperando un po’ di evasione, si potranno garantire case, asili e pensioni al popolo dei 1000 euro al mese, che con un giusto aumento di stipendio potrebbero fare un bel passettino in avanti. Perché, come diceva quel tale, “se gli operai guadagnano poco, le macchine che costruiscono chi se le compra?”. A proposito: lo sa chi era quel tale? Non era Marx, e nemmeno il subcomandante Marcos. Era l’avvocato Agnelli. In attesa di un cortese riscontro, porgo distinti saluti.

Marco Travaglio

fonte: http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1543